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Focus Storia 240 ll ritorno del dragona

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Storia SCOPRIRE IL PASSATO, CAPIRE IL PRESENTE

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23 SETTEMBRE 2026 OTTOBRE 2026

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Da Celeste Impero a superpotenza economica globale: memoria storica, umiliazioni, rivoluzioni e riscatto spiegano la Cina di oggi.

il ritorno del

DRAGONE RICORRENZE

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A SCUOLA TUTTI INSIEME

La strada, lunga e tutta in salita, verso l’inclusione scolastica

PEGGY GUGGENHEIM

Mecenate, talent scout, collezionista: l’ereditiera più influente del Novecento

SAN FRANCESCO Il 3 ottobre 1226 moriva il “poverello” di Assisi, l’uomo che sfidò la Chiesa del Medioevo... e non finì sul rogo


OTTOBRE 2026

focusstoria.it

Storia

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CREDITO COPERTINA: IMMAGINE REALIZZATA CON AI ED ELABORATA DA M. CORRIAS

iù riservata degli Usa, meno aggressiva della Russia, più efficiente dell’Europa: nel novero delle potenze mondiali la Cina ha un ruolo da protagonista. Merito della visione di Deng Xiaoping nel 1978 e del pragmatismo politico dell’attuale leader Xi Jinping, che hanno messo il turbo alla prodigiosa crescita economica che tutti conosciamo. Il “capitalismo” del gigante asiatico ha liberato da fame e povertà milioni di cinesi, e deve continuare a farlo se vuole garantirsi (e non solo con la repressione) la stabilità politica. Il Dragone è costretto a guardare avanti dribblando più di un ostacolo: l’ambizione della vicina India, la flessione della crescita economica interna, la superiorità (per ora) tecnologica Usa. Tutto questo ha a che fare con la Storia? Certamente. Il passato è la chiave di lettura. Quanto è accaduto in Cina negli ultimi due, terribili secoli ha forgiato la Cina di oggi. Il mito della grandezza passata, la fame di riscatto, la narrazione attorno al “risveglio” grazie al comunismo, i valori della tradizione: sono questi gli appelli a cui il cuore dei cinesi risponde. Emanuela Cruciano caporedattrice

RUBRICHE 4 LA PAGINA DEI LETTORI 6 NOVITÀ & SCOPERTE 9 STORIE IN MUSICA 10 UNA GIORNATA DA... 12 NEL PIATTO 68 CURIOSO PER CASO 70 PITTORACCONTI 72 CHI L’HA INVENTATO? 98 AGENDA

In copertina, i personaggi che hanno fatto la storia della Cina: il primo imperatore Qin Shi Huangdi, l’imperatrice Cixi, Pu Yi (l’ultimo imperatore), Mao e Xi Jinping.

WUSUOWEI - STOCK.ADOBE.COM

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CI TROVI ANCHE SU:

IN PIÙ... ARTE 14 L’eclettica Peggy

Come è nato il mito Guggenheim: la prima galleria a Londra, il fiuto da talent scout.

RICORRENZE 20 L’eretico mancato

A 800 anni dalla morte, la storia dell’uomo che conquistò la Chiesa: san Francesco d’Assisi.

26 ASOCIETÀ scuola tutti insieme

La Città Proibita, il palazzo imperiale costruito nel XV secolo.

IL SECOLO DELLA CINA 32 52

Il risveglio del Dragone Come i cinesi hanno costruito nel tempo la loro superpotenza.

39 Primati d’Oriente

Dalla carta all’orologio, tutte le innovazioni cinesi.

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Il secolo dell’umiliazione

Quando le potenze occidentali sottomisero la Cina.

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La guerra di Mao

Il conflitto tra nazionalisti e comunisti che cambiò il Paese.

48 Prove di disgelo

Nel 1972 gli Usa si avvicinarono alla Cina in funzione anti-Urss.

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La fabbrica del mondo

Dagli Anni ’80 il Dragone percorre la strada della crescita economica.

Matrimonio d’interesse

I rapporti con la Russia oggi sono buoni, ma domani chissà...

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Alleati e rivali

Chi sono i suoi amici storici e gli avversari odierni? E perché?

60 Verso nuovi porti

La Cina parte dal mare per estendere la sua influenza. Una strategia che risale al XV secolo.

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Pronta a ogni evenienza

Il colosso asiatico è una potenza militare ancora tutta da testare...

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Le nuove Vie della seta

L’antica rete commerciale tra Oriente ed Europa in versione moderna: la Belt and Road Initiative (Bri).

L’accidentato percorso dell’inclusione scolastica dei bambini con disabilità.

CURIOSITÀ 74 Un’altra Storia

Gli eventi storici possono avere un’altra lettura: lo racconta un nuovo libro.

78 INOVECENTO fatti del 1956

Settant’anni fa a Budapest, in Ungheria, scoppiava la rivolta contro i sovietici.

83 IlSPIONAGGIO dipartimento dei trucchetti

Nella Seconda guerra mondiale i servizi segreti americani (Oss) idearono operazioni fuori dagli schemi.

ANTICHITÀ 88 Dopo Cleopatra

Chi erano la figlia e la pronipote dell’ultima regina d’Egitto?

LUOGHI DEL CUORE 92 “Questo era

il suo tavolo”

Cortina, la Regina delle Dolomiti, è stata il luogo del cuore di Ernest Hemingway. 3

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SPECIALE

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l 10 giugno 1946, la Corte di Cassazione comunica i risultati del referendum istituzionale: la repubblica prevale sulla monarchia per due milioni di voti. Questo dice la Storia. Oggi, a ottant’anni dal voto, la voce di Marco Patricelli – autore del saggio Se avesse

vinto la monarchia (Solferino) – ribaltando la prospettiva si chiede cosa sarebbe successo se fosse stato il fronte repubblicano a essere sconfitto e racconta uno scenario diverso grazie a un intervento segreto di Stati Uniti d’America e Regno Unito.

Nella foto, il calciatore della nazionale norvegese Erling Haaland in una rielaborazione grafica realizzata con l’IA. stadi. Che cosa si sa di questa tecnica di voga? Le navi che si vedono nei film sono dette longship, imbarcazioni lunghe e strette note agli storici come drakkar (o dreki, in antico norreno “drago”). Anche se il termine è più moderno, queste erano le tipiche navi da guerra usate dai Vichinghi nel Medioevo, durante le scorrerie portate avanti tra VIII e XI secolo in Europa. Erano imbarcazioni a doppia prua (a volte scolpita a testa di drago), con scafo leggero e pescaggio ridotto, perfette per risalire i fiumi attraverso i quali arrivare fino alle città ricche e popolose da assaltare a sorpresa (accadde a Parigi, la Lutetia del Medioevo, nell’845 e poi ancora nell’885 ). La propulsione era sia a remi, sia a vela. In bonaccia o nei fiordi, e soprattutto nelle manovre sui corsi d’acqua dell’interno o sotto costa, si navigava a braccia, grazie ai rematori che si muovevano in maniera

Questo scenario ucronico è ricostruito in maniera dettagliata su Storia in podcast. Buon ascolto! Per ascoltare i nostri podcast (le puntate online sono ormai più di 500 e vanno dalle biografie di personaggi agli approfondimenti sui grandi

sincronizzata. Si vogava su panche fisse, con spinte molto diverse dal canottaggio moderno, più basate sulla forza di schiena, braccia e gambe. A bordo c’erano un capo spedizione, un timoniere, le vedette, ma sul tamburino che dà il ritmo della voga non ci sono documenti. L’uomo con il tamburo visto sui campi di calcio resta un’immagine moderna, forse ispirata alle galere romane. Grazie ai guerrieri-rematori, i Vichinghi conquistarono non solo le isole e le coste, ma anche l’Europa continentale, a bordo di navi di cui oggi si ammirano alcune ricostruzioni. Dove vederle? Nel novembre 2027 aprirà il Museo delle navi vichinghe a Oslo (Norvegia), ma nel frattempo per farsi un’idea c’è l’importante Museo delle navi vichinghe di Roskilde, in Danimarca.

Spunti per la redazione

Dove è nata la lingua italiana? In Sicilia. Ecco un tema di grande interesse storico e culturale che mi piacerebbe venisse approfondito sulla vostra testata: le origini della lingua italiana. Vorrei sottolineare il ruolo fondamentale della Scuola Siciliana, nata alla corte di Federico II, nella formazione della prima grande tradizione poetica in volgare. Pur essendo un fatto riconosciuto dagli studiosi, questo primato storico è ancora oggi poco conosciuto dal grande pubblico. Per il suo carattere divulgativo, ritengo che un articolo di questo genere possa essere di interesse per i lettori di Focus Storia, offrendo una prospettiva originale su una delle pagine più importanti della storia culturale italiana. Giuseppe Tizza

eventi storici), basta collegarsi al sito della nostra audioteca storiainpodcast.focus.it. Gli episodi, che sono disponibili gratuitamente anche sulle principali piattaforme online di podcast, sono a cura del giornalista Francesco De Leo.

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I NOSTRI ERRORI Focus Storia n° 238, a pag. 50, nel primo riquadro abbiamo indicato erroneamente papa Urbano I come il pontefice promotore della prima crociata. In realtà si trattava di papa Urbano II. 5

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A scuola tutti insieme

SOCIETÀ

di Magda Gattone

L’accidentato percorso che ha portato al rispetto, al riconoscimento e all’inclusione scolastica dei bambini con disabilità fisiche, mentali e cognitive. Oltre il buio

Un bambino italiano non vedente legge il Braille con le labbra in un convento di Roma, dove vive, nel 1945 circa. Fa parte di un gruppo di bambini abbandonati o rimasti orfani durante la Seconda guerra mondiale. A destra, un’aula presso la scuola speciale Padre Gemelli di Torino (1960).

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MUSEO SCOLASTICO PADRE GEMELLI GETTY IMAGES

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a locuzione “inclusione delle persone con disabilità” è una presenza costante nel dizionario scolastico italiano, da ormai diversi decenni. Ma l’inclusione è sempre stata considerata un’esigenza prioritaria tra i banchi di scuola? «In Italia esiste dagli Anni ’70 e, nonostante i problemi che pure non mancano, tutti ci vedono come il faro del mondo dell’inclusione», spiega Luigi D’Alonzo, docente di Didattica generale e Pedagogia speciale dell’Università Cattolica di Milano. «Dal 1971, con la Legge 118, si sono aperte le porte delle scuole comuni. Nessun altro Paese al mondo ha avuto questo coraggio. All’estero l’inclusione totale non esiste». Ma prima di raggiungere questo straordinario risultato, come era la situazione? Come e dove venivano seguiti gli studenti con disabilità cognitive o fisiche? Quali diritti e opportunità avevano?

LE ORIGINI. Premessa: l’educazione di giovani con disabilità fisiche, sensoriali, mentali o cognitive è stata pressoché inesistente in ogni epoca e civiltà. L’esigenza di invertire questa rotta iniziò a essere percepita a partire dal Cinquecento, quando alcuni filantropi cominciarono a occuparsi di disabilità per lo più sensoriali (a cominciare dalla sordità). Questi pionieri anticiparono le considerazioni etico-civili volte a valorizzare l’uomo in quanto essere umano (dotato quindi di una sua unicità), che iniziarono a diffondersi

durante l’epoca dei Lumi e nel corso delle rivendicazioni della Rivoluzione francese. Queste riflessioni, però, non trovarono istantaneamente un riscontro pratico per tutte le persone affette da disabilità mentale, le quali continuarono a essere equiparate a squilibrati, poveri, alienati, e quindi relegate ai margini della società in strutture reclusive o destinate a forme di segregazione privata. Fu il rivoluzionario gesto compiuto nel 1793 dallo psichiatra Philippe Pinel (v. riquadro nelle pagine seguenti) ad aprire effettivamente le porte a un primo tentativo di evoluzione terapeutica: la liberazione degli alienati dalla reclusione e dalle catene.

ENFANT SAUVAGE. L’episodio specifico che impresse una forte spinta allo sviluppo della Pedagogia Speciale fu il ritrovamento di Victor, il “ragazzo selvaggio” dell’Aveyron. Victor comparve nel bosco della Caune in Aveyron, nel centro della Francia, nel 1799. Apparentemente era un ragazzo di circa 12 anni, ritenuto da taluni sordo e da altri un disabile mentale. Dapprima venne affidato alle cure del medico Pinel, il quale considerò impossibile migliorare le sue condizioni, formulando la diagnosi di danno cerebrale irreversibile. Le conclusioni dello psichiatra non furono condivise in toto da un suo allievo, Jean Marc Gaspard Itard (1774-1838), che negò l’origine congenita dell’“idiotismo” di Victor. Lavorando con lui per sei anni, Itard dimostrò come il ragazzo sapesse apprendere e non fosse affetto da incapacità mentali. Tuttavia, il fanciullo non imparò mai a parlare, e lo stesso Itard ammise il fallimento della sua opera di rieducazione. SCUOLE SPECIALI. «Itard aveva gettato le basi, ma è con Édouard Séguin (1818-1880) che, per la prima volta, il problema degli idioti diviene un tema non solo della ricerca medica ma anche di quella educativa», scrive Lucia Chiappetta Cajola, docente di Didattica e Pedagogia speciale dell’Università degli Studi di Roma Tre, nel testo Storia della Pedagogia speciale. L’origine, lo sviluppo, la differenziazione (a cura di Pietro Crispiani, Ed. Ets). Sia Itard sia il medico Édouard Séguin si adoperarono per scardinare la concezione vigente all’epoca, ossia che le disabilità intellettive non fossero educabili.

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Philippe Pinel e il “trattamento morale” BRIDGEMAN IMAGES/ MONDADORI PORTFOLIO

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duecento anni dalla morte di Philippe Pinel (1746-1826) il “liberatore dei folli”, le innovazioni che all’epoca introdusse sembrano anticipare le moderne scoperte in campo psichiatrico. Il luminare francese si distinse proprio per aver adottato il cosiddetto “trattamento morale”: anche in un contesto cupo come quello degli asili degli “alienati”, dovevano essere rispettati i diritti dei pazienti, la loro dignità e l’individualità, rompendo con il trattamento da reietti sino ad allora riservato loro e utilizzando il colloquio terapeutico come strumento di cura. Rispetto ai predecessori Pinel concepì lo spazio asilare come luogo di cura, un microcosmo in cui si ricostituiscono legami e relazioni di carattere sociale volti a imitare le dinamiche della società stessa (come la divisione del lavoro o l’ubbidienza che il paziente deve a medici e infermieri). I dubbi dei colleghi. Trasformando il folle in un malato che necessitava di una struttura ad hoc e della presenza costante di un medico, però, secondo alcuni studiosi (tra i quali lo psichiatra Peppe Dell’Acqua) si otteneva il risultato opposto: si configurava una nuova forma di segregazione e la cura diveniva, di fatto, un internamento costringendo i malati di mente a un isolamento senza fine, seppure in una struttura più umana rispetto al manicomio-prigione.

L’Italia rappresenta un modello virtuoso per tutti gli altri Paesi: sia per la situazione attuale, sia per il percorso affrontato a partire dai primi del Novecento

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NOVECENTO ITALIANO. Nel corso del Novecento cambia tutto: sia dal punto di vista culturale sia da quello normativo si fa strada un nuovo approccio teso alla tutela e al sostegno, anziché all’esclusione. L’Italia dell’epoca presentava una situazione disomogenea con una totale assenza di classi differenziali in molte aree, per cui gli alunni erano costretti a subire l’internamento in istituti. Allo stesso tempo si registravano vivaci studi di medici, pedagogisti e psichiatri che cercavano di debellare la segregazione cui erano costrette le persone con disabilità. Il primo istituto italiano per “frenastenici” (così li chiamavano allora) fu inaugurato nel 1889 a Chiavari, in Liguria, dal pedagogista Antonio Gonnelli-Cioni (1854-1912). L’opera dell’educatore ottenne un discreto

Il successo di queste successo tanto che, una volta trasferita sperimentazioni rese necessaria la loro la struttura in provincia di Bergamo, istituzionalizzazione, tant’è che vennero accolse alunni provenienti da tutta Italia. normate con la riforma Gentile: furono Anche Roma si distinse per le fornite indicazioni per l’individuazione sperimentazioni che si susseguirono degli alunni da assegnare alle classi in quegli anni. Uno dei protagonisti differenziali (destinate ai casi lievi) del panorama capitolino fu il medico e alle scuole speciali (per i Clodomiro Bonfigli (1838casi più gravi). Venne 1909), che presiedette inoltre prevista la Lega nazionale per l’obbligatorietà la protezione dei all’istruzione fanciulli deficienti, per ciechi e fondata nel 1899 sordomuti. con il proposito di Questa organizzare istituti rivoluzione per l’assistenza a minori con deficit psicofisici e sensoriali. Quello che in origine iniziò come Édouard Séguin opere di beneficenza privata, ottenne pian piano anche l’attenzione delle istituzioni cittadine. Il comune stanziò sussidi per alcune classi “per tardivi”, che si basavano sul principio della mobilità: durante l’anno l’alunno doveva dar prova di recuperare per poter tornare nella classe ordinaria, diversamente sarebbe finito negli asili-scuola. Questi ultimi erano strutture extra-ospedaliere fondate dal neuropsichiatra Sante De Sanctis (1862-1935), destinate a formare la persona e non soltanto a stimolare l’acquisizione di abilità. Inoltre, puntavano a educare soggetti «inseribili in contesti allargati e capaci, nell’ambito delle proprie possibilità, di rendersi socialmente utili», spiega Maria Antonella Galanti, docente di Pedagogia speciale presso l’Università di Pisa. NATIONAL LIBRARY OF MEDICINE

«Séguin apre la prima scuola speciale in Europa», fatto avvenuto, secondo la ricostruzione della professoressa Cajola, nel 1842 a Parigi. «Toglie dall’isolamento bambini e ragazzi derelitti verso i quali la società riservava, quale massimo riguardo, un atteggiamento caritatevole», prosegue. La rottura consistette proprio nell’allargare la questione non solo a un mero quesito medico ma anche pedagogico, separando definitivamente “idiozia” e “follia”. Séguin voleva inoltre che ogni soggetto fosse libero e autonomo e insisteva affinché questa autonomia dovesse essere conquistata staccandosi da quella solidarietà filantropica che, di fatto, li costringeva alla passività.


Sostegno e disabilità: una storia italiana

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on l’avvento delle classi differenziali e delle scuole speciali si rese necessario formare la figura di un docente ad hoc, il cosiddetto insegnante di sostegno. L’importanza di questi professionisti venne in un certo senso intuita già dal pedagogista Antonio GonnelliCioni: nel 1893 il ministero dell’Istruzione gli concesse la libera docenza per il suo metodo d’insegnamento denominato “ortofrenia” e, tra il novembre del 1894 e il giugno del 1895, si tenne in una scuola comunale di Milano il primo corso di questa materia. Altro esempio positivo fu l’istituzione nel 1900, ad opera della Lega nazionale per la protezione dei fanciulli deficienti, della Scuola magistrale ortofrenica di Roma, dove insegnò anche la pedagogista Maria Montessori (1870-1952). Maria Montessori si dedicò alla comprensione dei bambini frenastenici (“frenastenia” era il termine usato all’epoca per indicare ritardi cognitivi o disturbi dell’apprendimento) ricoverati presso il manicomio di Roma. Oggi, l’insegnante di sostegno è previsto in presenza di uno studente “certificato”, ma è una risorsa preziosa per tutta la classe, perché dovrebbe lavorare in sinergia con i colleghi. Non si occupa quindi solo ed esclusivamente del ragazzo con disabilità ma di tutti i suoi studenti. Così come lo studente con disabilità continua a essere anche l’allievo dell’insegnante curricolare. Bes e Dsa. Con l’espressione “bisogni educativi speciali” (Bes) si identificano ragazze e ragazzi con le disabilità individuate dalla legge n. 104, disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) certificati dalla legge n. 170 e tutti color che sono privi di certificazione, ma che il consiglio di classe reputa bisognosi di un piano personalizzato. Solitamente è il docente a individuare l’insorgenza di disturbi dell’apprendimento e quindi a indirizzare la famiglia verso centri specialistici (pubblici o privati) che sottopongono il fanciullo a test standardizzati per l’eventuale rilascio della certificazione. In crescita? La percezione diffusa è che in Italia negli ultimi anni siano aumentate in modo esponenziale le diagnosi di Dsa. La questione è in effetti molto discussa anche fra gli specialisti. Alcuni studiosi reputano urgente la diagnosi precoce, in modo da evitare disagi psicologici ai bambini. Secondo altri invece si sta andando incontro a un “eccesso di diagnostica neuropsichiatrica”. Per il pedagogista Daniele Novara, per esempio, «non si tollera più nelle scuole e neanche nelle famiglie l’immaturità (neurofisiologica) dei bambini» e ciò porta a un numero esorbitante (e, in molti casi, molto precoce) di certificazioni che appiattiscono le differenze. Tutto ciò ha causato una sensazione, nel sentire comune, di un sensibile incremento di casi di Dsa rispetto a quelli rilevati in passato: di fatto tale aumento è il risultato del numero superiore di test eseguiti e di una diversa sensibilità al tema.

Vita dura

Un ragazzino accusato di qualche monelleria viene punito con l’obbligo di indossare un berretto da asino, nel 1900 circa. Nell’altra pagina, una bambina a scuola a Borgo Petilia (Caltanissetta) intorno al 1950.

pedagogica subì una battuta d’arresto con l’avvento del fascismo: i disabili furono nuovamente costretti alla segregazione, con fini eugenetici.

A misura di bimbi GETTY IMAGES

VERSO L’INCLUSIONE. Lasciato alle spalle il periodo buio del Ventennio, le classi differenziali furono regolamentate attraverso la legge n. 1859 del 31 dicembre 1962, che, per certi versi, produsse una situazione anomala: nell’etichetta “disadattati scolastici” vennero inseriti studenti provenienti da contesti sociali, culturali e familiari disagiati e di conseguenza poco incoraggiati allo studio e non, invece, quelli con effettive patologie. Fu proprio a causa di queste politiche scolastiche segreganti, dell’attività instancabile di alcune associazioni (l’Aias, l’Anffas e l’Animic) e delle decise rivendicazioni dei diritti civili, che iniziò a prendere forma il dibattito sul mantenimento o sull’abbattimento delle classi differenziali e delle scuole speciali. Erano gli anni della pubblicazione di Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani (1967), della Dichiarazione dei diritti delle persone con ritardi mentali (1971) oltre che del primo pronunciamento giuridico italiano a favore dell’inserimento delle persone

con disabilità nelle scuole ordinarie (1971). Tutti eventi che contribuirono all’accelerata finale, poco più tardi: l’approvazione della Legge Basaglia (1978). L’integrazione nell’ambito scolastico delle persone con disabilità ebbe una prima spinta con una disposizione emanata dalla commissione ministeriale presieduta dalla senatrice Franca

Novembre 1946, in una scuola Montessori.

Falcucci e seguita poi dalla legge n. 517 del 1977 promossa dal ministro dell’Istruzione Franco Maria Malfatti, le quali disponevano l’obbligatorietà dell’inserimento delle persone con disabilità nelle classi comuni per tutti gli alunni delle scuole elementari e medie, sancendo, come riassume D’Alonzo, «il dovere che la scuola di tutti aprisse i suoi cancelli ai bambini con deficit». • 29

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volte la Storia si presenta di sbieco. Ci sono eventi noti solo a metà: a un certo punto il filo del racconto entra in un cono d’ombra, poi i fatti continuano a scorrere, ma per la consapevolezza collettiva è come se non esistessero più. Semplicemente, il mondo volge lo sguardo da un’altra parte. Oppure capita che le informazioni che ci hanno dato a scuola su un personaggio, o su un fenomeno storico, siano insufficienti e magari anche fuorvianti: non è che ci sia un complotto ai nostri danni, non c’è alcun genio malefico che trama per ingannarci, però le credenze si sono sedimentate in un certo modo, e chi le evoca tende (spontaneamente) a seguire l’onda, e a citarle nel modo consueto. Poi succede – magari – che la lettura di testi più dettagliati integri quelle storie e ne cambi il racconto, e così si scoprono universi nuovi. In queste pagine vi raccontiamo “l’altra faccia” di alcuni • episodi storici, famosi e non.

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CURIOSITÀ

Sul campo di battaglia

La battaglia di Ridgeway, lo scontro militare avvenuto il 2 giugno 1866 vicino a Ridgeway, nell’Ontario (Canada), fra la milizia volontaria canadese e gli insorti irlandesi-americani.

UN’ALTRA Vincibile

L’Invincibile Armata accerchiata da navi inglesi nell’agosto del 1588: vinse la flotta inglese di Elisabetta I.

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IL CANADA ATTACCATO DAGLI IRLANDESI

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una storia strana... ma vera. Partendo dal territorio degli Stati Uniti, in tre riprese, nel 1866, 1870 e nel 1871, decine di migliaia di irlandesi armati e inquadrati come un vero esercito, con tanto di uniformi, attaccarono il Canada britannico: volevano conquistarlo per poi scambiarlo con gli inglesi e ottenere la liberazione della loro madrepatria. Scambio. L’occasione venne alla fine della guerra di Secessione, quando fra le centinaia di migliaia di smobilitati c’era un venti percento costituito da irlandesi che odiavano l’Inghilterra. Erano veterani addestrati al combattimento nella recente guerra fra Nord e Sud. In quelle tre occasioni i reparti di ex militari irlandesi si ammassarono al confine e il governo americano non fece niente per fermarli, nonostante le proteste di Londra: i politici di Washington non volevano alienarsi gli elettori cattolici irlandesi, e sotto sotto speravano che il caos sfociasse nell’opportunità di annettere il Canada. Come andò? Gli invasori vennero respinti perché, a differenza degli inglesi, non erano comandati da veri strateghi. Ma furono guerre vere, e se oggi si abusa dell’espressione “guerre dimenticate”, queste si candidano a essere fra le più dimenticate di tutte.

STORIA

L’INVINCIBILE ARMATA BATTUTA... DALL’OLANDA

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n luogo comune vuole che la vittoria sull’Invincibile Armata abbia comportato il passaggio del potere marittimo globale dalla Spagna all’Inghilterra. In realtà il significato dell’evento non fu quello; non esattamente almeno. Per l’Inghilterra quella vittoria rappresentò sì uno scampato pericolo, ma non un cambio di status. La Spagna ricostituì rapidamente una flotta e continuò a possedere un immenso impero oceanico pluricontinentale, esteso da Cuba al Cile e dal Messico alle Filippine, mentre il dominio inglese oltremare restò a lungo esiguo. Anzi, la transizione fra l’Inghilterra di Elisabetta e quella degli Stuart portò a uno scadimento dello status del paese: il suo potere navale si degradò al punto che certi tratti di costa britannica divennero oggetto di scorrerie dei pirati marocchini. Dopo un po’. In quel lasso di tempo un trasferimento di potere navale ci fu, ma dalla Spagna all’Olanda. E quando, alla fine, l’Inghilterra acquisì il predominio marittimo mondiale, non lo fece grazie alla sconfitta sull’Invincibile Armata nel 1588, ma a seguito della vittoria nelle tre guerre anglo-olandesi fra il 1652 e il 1674, due o tre generazioni dopo.

di Luigi Grassia

Molti eventi del passato, più o meno famosi, possono avere una doppia lettura. Come ci racconta un nuovo libro che si avventura dietro le quinte della Storia. 75

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MARK TWAIN E LA PENA DI MORTE NEGLI USA

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Profeta di Allah

Maometto inserisce la Pietra Nera all’interno della Ka’ba (miniatura del 1315 circa).

QUATTRO PROFETI (VERI O FALSI) PER l’ISLAM

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e sfogliamo un libro sulle origini dell’islam vi leggiamo, al 99%, una vicenda lineare, tracciata così: tutto è cominciato con Maometto, che ha lottato da eroe, all’inizio solitario, contro il mondo pagano in cui viveva. Di solito, nulla si dice di altri profeti a lui contemporanei. In realtà, storia e tradizione islamica ci raccontano che ai tempi del Profeta il bisogno di rigenerazione morale, contro la corruzione dei tempi, era così diffuso, e il terreno spirituale che la reclamava era già così arato, che i profeti non furono uno, ma addirittura quattro, uno vero e tre falsi, ovviamente. E uno dei quattro era nientemeno che una donna. Apostasia. I falsi profeti dicevano cose in parte corrispondenti al Corano e in parte no. Il complesso di questi eventi è noto come “guerre della Ridda”, o dell’Apostasia. Meriterebbe una considerazione speciale la profetessa Sajāh, se non altro per il fatto di essere donna e di portare un punto di vista differente in una storia declinata in prevalenza al maschile, ma le notizie su di lei sono poche e controverse. Di Sajāh si è occupata l’arabista e islamologa italiana Virginia Vacca. In cerca di una storia che sarebbe potuta andare in un’altra direzione.

PRIMA LE DONNE E I BAMBINI

CONGRESS LIBRARY

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Influencer

Lo scrittore statunitense Mark Twain (1835-1910) in una foto del 1907.

uando affondò il Titanic i ricchi si salvarono in maggior parte sulle scialuppe, mentre i poveri per la maggior parte annegarono. Ma viene citato di rado che fu molto più forte il legame statistico fra la sopravvivenza e il sesso. Morirono quasi 1.500 uomini e solo un centinaio di donne. Ovvero: i primi morirono quasi tutti, le seconde si salvarono quasi tutte. Atti di cavalleria. A sacrificarsi fu anche una parte dei passeggeri della prima classe: il 37% di loro rinunciò alla vita perché al loro posto si salvassero le donne (di tutte le classi). Ciò non toglie che la società di allora, anche più di quella di oggi, discriminasse il genere femminile. Il fatto che centinaia di uomini abbiano sacrificato la loro vita per salvare le persone dell’altro sesso non pareggia le cose. Ma è un elemento che andrebbe tenuto in considerazione. Forse, se così tanti uomini si mostrarono pronti a morire per salvare le donne, può darsi che nel genere maschile in tanti siano stati in passato, e siano pronti oggi, a sacrificarsi in altri modi, quando è il caso, per l’altro sesso. Senza che questo possa bilanciare la perdurante realtà della discriminazione femminile.

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erché così tanti americani sono favorevoli alla pena di morte? C’è un groviglio di ragioni, ma ne citiamo una che non viene mai menzionata: alla fine di libro Le avventure di Tom Sawyer si trova una lunga perorazione della condanna a morte di Joe l’Indiano. La perorazione viene dalla penna di Mark Twain e (ovviamente) è molto incisiva, perché corroborata da tutta l’abilità dello scrittore. Tutti i ragazzini degli Stati Uniti leggono a scuola questo libro e (verosimilmente) tutti ne ricevono un imprinting pro-pena di morte, da cui non è facile liberarsi in età adulta. E non si tratta di un colpo e via, perché Twain torna a sostenere tesi analoghe in altri scritti, per esempio in Storia del bambino buono e storia del bambino cattivo, dove esprime un dolente dissenso contro chi invoca giustificazioni e perdono per chi delinque, in spregio alle sofferenze delle vittime. Dissonanza. Tutto ciò vale doppio perché Mark Twain, su ogni altro tema sociale, è un campione del progressismo: antimperialista e per tutta la vita favorevole alle cause degli afroamericani, dei lavoratori e delle donne.

L’addio

L’ultimo saluto sul Titanic, prima di salire sulle scialuppe di salvataggio.

Il libro e l’autore

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l saggio La Storia in 24 pezzi mancanti (Edizioni del Capricorno) racconta vicende poco note e curiosità che gettano una luce inaspettata sui grandi eventi del passato. Come scrive lo storico Franco Cardini nella prefazione: «Se v’immergerete in questa lettura conoscerete anche donne-pirate e donne-bandite e assi femminili dell’aviazione, ed entrerete nei meandri della decodificazione di delitti antichi e moderni». Luigi Grassia. L’autore del libro (e di questo articolo) è un giornalista de La Stampa che collabora anche

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con Focus Storia. Ha scritto reportage da 123 Paesi del mondo e negli anni ha intervistato Henry Kissinger, Kofi Annan, i premi Nobel dell’Economia Paul Krugman e Amartya Sen, numerosi storici e scienziati e personalità varie. Ha pubblicato 14 libri e vinto 4 premi letterari, due dei quali grazie a I Savoia segreti (Capricorno). Con Quell’osso di babbuino lanciato nell’Universo. Una storia per aneddoti di come abbiamo scoperto il Cosmo (Mimesis) si è qualificato nella short list dei migliori saggi scientifici pubblicati in Italia, stilata dal Cnr.


MONDADORI PORTFOLIO/COURTESY EVERETT COLLECTION

Giù le armi

Veterani del Vietnam manifestano contro la guerra a Washington DC (1970-1972).

IL VIETNAM E LE BUGIE SUI REDUCI

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na colossale fake news, propagata da film come Rambo e Tornando a casa, riguarda il presunto trattamento a opera di pacifisti di sinistra, a base di insulti e di sputi, ricevuto in America dai soldati che rientravano dal Vietnam. Lo storico americano Jerry Lembke ha svolto uno studio sistematico sui giornali e le televisioni sia “mainstream”, sia di estrema sinistra (in cerca di rivendicazioni o racconti di fatti del genere), sia di estrema destra (in cerca di denunce) e non ha trovato alcun riscontro di notizie risalenti agli anni della guerra: ne ha trovati molti solo a partire da otto o dieci anni dopo. Ci furono, è vero, numerosi sit-in e proteste davanti a centri di

reclutamento, oppure in porti e aeroporti, dove però (attenzione al dettaglio fondamentale) “si protestava perché i militari di leva erano costretti a partire per il Vietnam”, riferisce un altro storico, Jonathan Neale, “e non per insultarli al loro ritorno”. Le bugie di Rambo. In realtà, aggressioni ai reduci ce ne furono parecchie, ma di segno politico opposto: nei numerosi casi in cui i reduci protestavano contro la guerra del Vietnam e restituivano le medaglie, molti filmati di notiziari, articoli e foto documentano insulti e sputi contro questi militari da parte di patrioti di destra, che li consideravano traditori. Il contrario di quello che racconta Rambo.

FRANCESCO I PERSE L’IMPERO... PROMETTENDO UNA CROCIATA

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on è un segreto che nel XVI secolo Francesco I di Francia e Carlo V d’Asburgo si siano contesi la corona del Sacro romano impero, com’era d’uso, blandendo e corrompendo i principi elettori tedeschi a peso d’oro. Di solito, si attribuisce la sconfitta di Francesco alla minore abilità da lui dimostrata in queste manovre sottobanco: i principi intascarono le sue mance e poi invece elessero Carlo. Vero. Ma potrebbe anche esserci una spiegazione complementare. La crociata. Il re di Francia credette di galvanizzare gli elettori facendo balenare davanti a loro un progetto grandioso, cioè unire le forze dei francesi e dei tedeschi per lanciare una crociata collettiva contro i turchi: “Quando sarò diventato imperatore”, era il suo slogan, “entro tre anni sarò a Costantinopoli o sarò morto”. Ecco, è verosimile che i principi tedeschi, di fronte alla prospettiva di seguire Francesco in questa roulette russa (o turca), cioè di fronte all’eventualità di essere entro tre anni a Costantinopoli o morti pure loro, abbiano pensato un bel “No, grazie”.

Competizione

Francesco I e Carlo V entrano a Parigi nel 1540 (Taddeo Zuccari, 1559).

MONDADORI PORTFOLIO/FOTOTECA GILARDI

I pacifisti di sinistra non se la presero con i reduci del Vietnam. Lo fecero invece attivisti e patrioti di destra

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