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Focus Storia 235 - Il mondo di Hitler

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Storia SCOPRIRE IL PASSATO, CAPIRE IL PRESENTE

22 APRILE 2026 MAGGIO 2026

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CHE SOCIETÀ VOLEVA IL TERZO REICH? Famiglia, istruzione, religione, lavoro: il progetto vagheggiato, e in parte realizzato, nella Germania prebellica nazista

IL MONDO DI

HITLER

MEDIO ORIENTE

� 5,00 IN ITALIA

Sped. in A.P. - D.L. 353/03 art.1, comma 1, DCB Verona

LA TIGRE DI MOMPRACEM

Il mito e l’iconografia di Sandokan, fra letteratura, fiction e storia coloniale

GLI ATTREZZI DEL MAGO

Bacchette, specchi, anelli, amuleti... Gli strumenti della magia nell’archeologia

LA POLVERIERA Le conseguenze della guerra e l’analisi storica, economica e politica di un territorio “esplosivo”


Maggio 2026

focusstoria.it

Storia

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caraventò l’Europa nel peggiore degli incubi. Peggiore ancora della Grande guerra, dove gli scempi delle trincee almeno non si accompagnarono al genocidio degli Ebrei o all’eliminazione fisica e all’asservimento dei vinti. Per costruire questo orrore e renderlo accettabile agli occhi del popolo tedesco (il mito del Volk) che cosa promise Hitler alla Germania? Come fece accettare le sue folli teorie razziste e i suoi disegni militari? Con quali progetti incantò la sua gente, conquistò i suoi seguaci, illuse i suoi soldati anche quando chiedeva loro di sterminare donne e bambini? Certamente propaganda e repressione fecero il grosso del lavoro. Ma la sfida si giocò anche su un altro fronte: ai tedeschi (purché “di pura razza ariana”, beninteso) dal 1933 venne garantito un tenore di vita paradisiaco rispetto a quello di pochi anni prima. Lavoro, istruzione, vacanze, dispense piene, sport, tempo libero... Questa bolla di benessere era la prova generale di un promesso futuro felice, dove i tedeschi sarebbero stati “di diritto” sempre al vertice della gerarchia sociale in un’Europa schiava e nazificata. Emanuela Cruciano caporedattrice

CREDITO COPERTINA: C. PRATI

RUBRICHE 4 LA PAGINA DEI LETTORI 6 NOVITÀ & SCOPERTE 9 STORIE IN MUSICA 10 MICROSTORIA 12 NEL PIATTO 68 COMPITO IN CLASSE 91 FESTIVAL È STORIA 98 AGENDA

PRINT COLLECTOR/GETTY IMAGES

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CI TROVI ANCHE SU:

In copertina: il sogno di Hitler? Il mondo.

IN PIÙ... PERSONAGGI 14 Sandokan: la tigre

ruggisce ancora Le ragioni del successo dell’eroe di Salgari.

NAVIGAZIONE 20 Verso un

porto sicuro

Il transatlantico Conte Biancamano ha navigato nelle acque burrascose del ’900. Poster di propaganda per l’Anschluss (12 marzo 1938).

IL SOGNO DEL FÜHRER 34 Le radici del nazismo

Come si affermò il regime? E quanto ebbe presa sui tedeschi?

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Obbedire e sorridere

Dal 1933 Hitler prese il controllo della vita dei tedeschi, in ogni ambito.

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Come Hitler comanda

Una giornata da... famiglia “ariana” negli anni Trenta.

48 L’officina della razza

Per i nazisti la società era un organismo biologico da manipolare.

52 L’immaginario di Hitler

Libri, pensatori e intellettuali che ispirarono le idee del Führer.

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E se avessero vinto loro?

Ecco come lo hanno immaginato alcuni scrittori.

56 Metropoli da incubo

Città monumentali e distopiche: i progetti di Hitler e Speer.

62 Sotto il segno della svastica

I simboli antichi rivisitati in rosso e nero dai nazisti.

LUOGHI 26 L’ultima dimora

dei Plautii

Il mausoleo nei pressi di Tivoli di un’illustre famiglia romana.

DA SFATARE 28 LaMITIstoria

nei numeri

I conti con il passato... sono spesso da rifare.

70 LoAMBIENTE sa il cielo!

Freddo, caldo, siccità... Il clima che ha plasmato il passato.

GEOPOLITICA 74 Medio Oriente:

la polveriera Una regione senza pace.

CULTURA 82 Come d’incanto

Gli strumenti della magia che hanno confortato l’umanità.

ANTICHITÀ 88 Giochiamo

con le bambole? Avete presente la Barbie? Ebbene, ci giocavano anche le bambine romane.

ARTE 92 Un tocco Liberty

La bellezza in ogni sua forma, in mostra. 3

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SPECIALE

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a questione della Groenlandia è sempre stata di interesse geopolitico, e oggi ancora di più con il secondo mandato del presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. La giornalista danese, Eva Ravnbøl, della TV2 – Danmarks A/S,

che vive in Italia da quarant’anni come corrispondente, ci aiuta a comprendere cosa stia accadendo e quali siano gli interessi politici ed economici della vicenda. Su Storiainpodcast analizza le dinamiche interne alla società groenlandese

occorre esporre i fatti in modo obiettivo come sempre è stato fatto. Forse verrò tacciata di essere “putiniana” per questa critica , ma cerco di cogliere anche quello che non è scritto tra le righe. E se quello che penso dà fastidio... allora addio “democrazia” e non vedrò mai questa mia nella pagina dei lettori. Continuerò comunque a leggere Focus Storia con immenso piacere come in tutti questi anni e negli anni a venire. Silvana Prestigiovanni

Chi gira la ruota?

Ho saputo che il cognome Esposito deriva dall’epoca medievale, quando c’erano i banchi degli esposti. Vi risulta? Devis

Risponde Lidia Di Simone Certo che ci risulta! In effetti gli ufficiali di Stato civile o le autorità religiose solitamente imponevano il cognome

e spiega il modo in cui l’opinione pubblica danese si rapporta oggi alla comunità della Groenlandia. Buon ascolto! Per ascoltare i nostri podcast (le puntate online sono ormai più di 500 e vanno dalle biografie di personaggi agli approfondimenti sui grandi

Esposito ai trovatelli o ai figli dalla paternità non accertata. Esposito, in particolare, deriva dal latino expositus, participio passato del verbo exponere (“mettere fuori”, “esporre”), che significa “esposto”, “in vista”, ma anche “abbandonato”. Non si tratta di un caso solo nostrano: in Gran Bretagna, per esempio, il cognome Foundling deriva da found (“trovato”) e ha radici nel Medioevo. In Italia esistevano altri nomi che indicavano i “bambini della ruota”, in riferimento alla ruota (non un banco) degli esposti, un dispositivo girevole messo davanti a conventi, orfanotrofi e ospedali: collegata a un’apertura, la ruota stava per metà fuori dall’edificio e per metà dentro. Quando si suonava un campanello veniva girata e il bimbo lì depositato veniva recuperato per affidarlo alla Chiesa o alle autorità. Come fa oggi lo Stato italiano, che punisce l’abbandono di minori, ma consente il parto in anonimato in una struttura pubblica, permettendo alla madre di non riconoscere il figlio e di lasciarlo in ospedale per l’adozione. Secondo la tradizione la ruota è stata introdotta in Italia nel 1198 da papa Innocenzo III, turbato in sogno da immagini di bambini affogati. I trovatelli, detti “proietti” (da rota proiecti, dove proiectus in latino significa “gettato”), ricevevano cognomi come Esposito, Esposto (diffusi a Napoli), ma anche Proietti, Rota (dalla “ruota”), Degli Innocenti e Nocentini (nomi legati allo Spedale degli Innocenti di Firenze, nato come brefotrofio), Della Scala (l’ospedale Santa Maria della Scala di Siena si occupava di poveri e di bambini “gittatelli”), Da Ponte (i bimbi trovati vicino a un ponte),

eventi storici), basta collegarsi al sito della nostra audioteca storiainpodcast.focus.it. Gli episodi, che sono disponibili gratuitamente anche sulle principali piattaforme online di podcast, sono a cura del giornalista Francesco De Leo.

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PRIMO PIANO IL MONDO DI HITLER

Berlino, 30 agosto 1939. Alla vigilia dell'invasione della Polonia, una FAMIGLIA “ARIANA” affronta la sua giornata: a scuola, in ufficio, in coda per il pane con l’angoscia nel cuore per un figlio imperfetto...

A stasera!

Elga, Anneliese e Ingrid a colazione prima di uscire ognuna verso i propri impegni: Elga a incontrare il suo fidanzato Franz, in partenza per il fronte; Anneliese a scuola, dove sentirà la mancanza della sua amica ebrea; Ingrid a fare una spesa resa sempre più difficile dai razionamenti.

UNA GIORNATA DA... Famiglia tedesca

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Come Hitler


r comanda

ferrovie, prima di partire per la Grande guerra: quando è tornato gravemente ferito a una gamba, gli hanno offerto un posto da impiegato, così mi ha chiesto di sposarlo e abbiamo messo su famiglia. Il Führer mi fissa dalla fotografia incorniciata che campeggia nel nostro salotto: è lì da un paio di mesi, dalla festa per gli 11 anni di Anneliese. Giro la manopola della nostra Volksempfänger, il “ricevitore del popolo” che abbiamo acquistato grazie alle sovvenzioni statali: come di consueto l’emittente radiofonica del Reich, la RRG, sta trasmettendo un discorso di Hitler. Non presto attenzione alle parole, ma la sua voce familiare mi tiene compagnia mentre accendo la stufa e metto a bollire un bricco di latte. Comincio ad affettare il pane di segale: fette sottili, così basterà  per tutti. Poi prendo un vasetto di

C. PRATI

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cuoto mio marito con delicatezza, nella penombra della camera da letto: «Guten Morgen, Hans», sussurro prima di indossare la vestaglia e andare a svegliare le ragazze. Il sole illumina la cucina: amo il nostro appartamento nella Bernhardtstrasse, nel quartiere proletario di Wedding. L’abbiamo comprato risparmiando un marco alla volta e mio marito l’ha rimesso tutto a nuovo, da solo. Ha le mani d’oro! Era un carpentiere delle

di Maria Leonarda Leone 45

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cotogne dalla piccola dispensa accanto all’ingresso, tra i barattoli allineati di conserve e marmellate preparate durante l’estate. A volte mi capita di ripensare al mio vecchio lavoro di dattilografa: mi manca. Ho dovuto lasciarlo nel 1933, per dedicarmi al mio ruolo di moglie e madre ariana: Kinder, Küche, Kirche, “bambini, cucina, chiesa”, così raccomanda alle donne il Führer. «Elga, stamattina dovrai aiutarmi a riempire di acqua bollente il catino per il bucato mensile: ci sarà da strofinare e strizzare parecchio, prima di stenderlo in soffitta», annuncio alla maggiore delle mie figlie, appena si siede a tavola. «Non posso: sono impegnata con la Bund Deutscher Mädel. Mi sono offerta volontaria per raccogliere contributi per il Partito», risponde. Porta i capelli stretti in uno chignon intrecciato, camicia bianca, gonna lunga e scarpe robuste. Ha 17 anni, ma è così austera: ha preso molto sul serio il suo ruolo nella BDM, la “Lega delle ragazze tedesche”. Alla radio parte un motivetto allegro, uno dei preferiti del mio piccolo Ludwig. Sospiro: il mio povero bambino! Ci siamo accorti presto che qualcosa non andava: ha cominciato a camminare molto tardi e a 3 anni sa dire a stento “mamma” e “papà”. Eppure è così dolce e allegro... Chissà come sta, adesso, nel reparto pediatrico speciale segnalatoci dal Partito: pare facciano miracoli sui bambini come lui, per questo la settimana scorsa l’abbiamo lasciato lì, al numero 4 di Tiergartenstrasse. È stata dura, separarmi da lui. «Forse non è un ariano perfetto per il Reich, ma di sicuro è un figlio perfetto per me», mormoro. «Non ora!». È Hans, che, entrato in cucina, mi abbraccia, soffocando le mie parole.

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Alla fermata

Hans e Anneliese si apprestano a salire su un tram affollatissimo di giovani soldati C. PRATI

HANS: «ATTENTA A QUEL CHE DICI. Non vorrai essere denunciata per idee contrarie al Partito?», bisbiglio a mia moglie. No, non è una paura infondata: conosco un tale che è stato picchiato e interrogato per due giorni dalla Gestapo, per un tema scritto dal figlio. Gli insegnanti sono i primi a spingere gli studenti a segnalare ogni dissenso al regime manifestato in famiglia. «Andiamo, Anneliese», dico a voce alta. «Vengo anch’io», aggiunge Elga. Fuori, il quartiere è già sveglio: è una bella giornata di


«Gli ebrei hanno un altro naso, altre orecchie, un altro mento...» fine agosto, le bandiere con la croce uncinata pendono flosce dalle finestre. «Heil Hitler!». Scattiamo sull’attenti, appena il nostro vicino ci saluta. «Heil Hitler!», rispondiamo col braccio teso. È il Blockwart, il capo di isolato che fa da intermediario tra Partito e comunità: una specie di informatore di quartiere che potrebbe farci arrestare tutti anche solo per un minimo sospetto di slealtà o un commento incauto. All’angolo ci separiamo senza convenevoli, come estranei: Elga inforca la bicicletta, Anneliese e io ci rechiamo alla fermata del tram. Mentre aspettiamo, acquisto l’ultima copia del Der Stürmer, il settimanale antisemita: lo piego e lo infilo sotto al braccio, in modo che si veda bene il nome della rivista. Saltiamo sul predellino: solo posti in piedi, la vettura è piena di giovani soldati. La calca è tale che mi torna in mente la fiaccolata del 30 gennaio 1933, organizzata quando il Fürher venne nominato cancelliere del Reich. Ricordo le colonne di camicie brune, elmi d’acciaio e SS che marciavano cantando l’inno nazionale. Ogni tanto qualcuno gridava “Morte agli ebrei”, mentre, seduta sulle mie spalle, Anneliese, che aveva solo 4 anni, continuava a sollevare il braccio e a ripetere a pappagallo “Heil Hitler”.

la gonna nera, la camicetta bianca e il fazzoletto scuro annodato al collo, ma insieme a noi, per la lezione di scienza della razza, c’è anche la classe maschile. «Heil Hitler!», ci alziamo in piedi per salutare l’insegnante, appena arrivato. «Oggi imparerete a distinguere i tipi degenerati e le razze bastarde», esordisce lui. «Gli ebrei hanno un altro naso, altre orecchie, altre labbra, un altro mento, un viso completamente diverso da noi tedeschi. Per questo donne e uomini ariani devono unirsi solo fra loro, per generare figli di razza pura». Ilse, la mia compagna, mi dà di gomito: «Te li immagini, questi galletti brufolosi padri dei futuri soldati del Reich?», ridacchia. L’insegnante piomba su di noi e la colpisce col frustino, la scaraventa giù dalla sedia e la trascina fuori dall’aula, continuando a picchiarla. Io fatico a tenere gli occhi aperti: ho dormito poco, ieri avevo lezione serale di cucito ed economia domestica con la Jungmädel. Adoro far parte della “Lega delle fanciulle”: esercizio ginnico, prove di coraggio ed escursioni ci rendono forti come gli uomini. E sabato, prima del raduno giovanile, andremo tutte in campeggio: sarà la mia prima volta in tenda e mia sorella Elga ha detto che mi divertirò moltissimo.

ANNELIESE: A SCUOLA MI MANCA LA MIA AMICA RUTH. «La mia fermata...». Saluto mio padre e scendo dal tram, con la cartella sotto al braccio. La scuola mi piaceva di più, quando c’era la mia amica Ruth: prima l’hanno spostata in fondo alla classe con i non-ariani, poi l’hanno esclusa dalle lezioni di educazione fisica e l’insegnante ha smesso di leggere in classe i suoi bellissimi temi, perché «solo un vero tedesco può essere bravo in tedesco». Eppure anche lei, seppur ebrea, è tedesca. Tutto sommato, però, sono contenta che l’anno scorso le abbiano vietato di frequentare la scuola statale: soffrivo quando le mie compagne la maltrattavano, ma non avevo il coraggio di difenderla. Entro in aula: di solito siamo solo ragazze, tutte con le trecce bionde,

ELGA: DONERÒ QUESTO NEONATO AL REICH. Le bancarelle di birra e fiori a Potsdamerplatz sono ancora aperte. Un cartello sulla porta di un Caffè ricorda che “Alle donne è proibito fumare”. Mi appoggio alla bicicletta, mentre Franz, la divisa nera, gli occhi azzurri e i capelli biondi pettinati all’indietro, mi saluta con un bacio: «Addio, Elga». Mi ha messa incinta e mi ha trovato un posto a Monaco, nella Heim Hochland, una di quelle cliniche per donne nubili di razza ariana che portano in grembo i figli delle SS. Noi giovani siamo la speranza e la linfa vitale della nazione: donerò con gioia questo neonato al Reich! Rimonto in sella e pedalo verso casa, fiera. Domani darò una mano a mia madre.

INGRID: DA DUE GIORNI C'È IL RAZIONAMENTO DEI VIVERI. Il bucato mi ha portato via tutta la giornata. Esco in fretta, sudando nell’abito di tessuto sintetico: da due giorni è stato ordinato il razionamento dei viveri, già si fatica a trovare farina, formaggio e zucchero. Accanto alla panetteria Hildegard, ha riaperto la tabaccheria dei Gorzellancek: è stata ceduta ai Toedt, una famiglia di nonebrei. «Ingrid!». Ferma sul marciapiede, in coda per comprare il pane, una donna si sbraccia: è una mia vicina di casa. Mi metto in fila accanto a lei. «Manca poco…», accenno guardando la sua enorme pancia. «Sai, ho deciso che non farò alcuna anestesia», mi informa. «Griderò “Adolf Hitler”, al momento del parto: dicono abbia un effetto analgesico». Mi sfugge una risata. «Lo trovi buffo?! Il nome del nostro Führer?»: mi guarda prima sconcertata, poi sospettosa. Mi assale il panico: tutti sanno che è un’amica intima della moglie di un dirigente del partito. Balbetto: «Ma certo che no... Era uno starnuto». Mi fissa per alcuni secondi, io sorrido, terrorizzata. Poco dopo rientro a casa, il cuore ancora in subbuglio. Prendo l’ultimo pezzetto di lardo e il Suppengrün, il mazzetto di verdure che ho comprato ieri, e comincio a preparare una minestra per la cena. Gli altri rientrano alla spicciolata. «Dove sei stata fino a quest’ora, Elga?». «A salutare Franz, papà. È stato richiamato per un’operazione speciale sul confine polacco: sono così felice, per lui e per il Reich». «Davvero? Una guerra ti rende felice?», replica Hans, incredulo. Elga lo aggredisce: «La riconquista dello spazio vitale... ». «Beh, spero non accada nulla prima della nostra vacanza», li interrompo. Grazie alla Kraft durch Freude, l’organizzazione statale della “Forza mediante la gioia”, potremo andare in treno in Turingia e passare qualche giorno di vacanza. Andrò a prendere Ludwig: lo porteremo con noi. «Mamma, mi aiuti con i compiti?»: Anneliese mi porge il suo quaderno, con il viso del Führer in copertina. “Quanti prestiti matrimoniali di mille marchi potrebbero essere erogati a coppie ariane meritevoli se i trecentomila malati mentali in cura al costo di quattro marchi al giorno fossero eliminati?”, leggo, mentre la voce mi muore in gola. • 47

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CULTURA

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ncantesimi, fatture, amuleti e pozioni hanno sempre aiutato gli esseri umani ad affrontare dolori, delusioni, malattie o cattiva sorte. Ma dove nasce il gesto o l’oggetto scaramantico? E in quali civiltà? «Le pratiche magiche sono rintracciabili ovunque nell’antichità, non si può collocarne l’origine in un luogo preciso; ma l’area compresa fra Persia, Mesopotamia, Egitto antichi ha condizionato molte delle nostre idee in materia», spiega Marina Montesano, docente di Storia medievale all’Università degli Studi di Messina e autrice del libro Ars magica, una storia in 20 oggetti (Carocci editore), da cui abbiamo tratto gli

L’uomo ha sempre cercato nella MAGIA la risposta alle sue paure e ai suoi guai. Affidando ad alcuni oggetti simbolici l’improbabile compito di cambiare la realtà o predire il futuro. di Paola Mariano 82

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oggetti “magici” illustrati e raccontati in queste pagine. La definizione di magia non è semplice, né lo è stabilire i confini fra fede e superstizione. «Ciò che per qualcuno è religione, per altri è magia, non c’è una separazione netta fra i due ambiti. Io preferisco parlare di ars magica per sottolineare il “fare” attraverso gli oggetti», precisa Montesano. La parola màgos, di origine persiana, indica sia i sacerdoti, sia figure assimilate a ciarlatani o mendicanti. In età greco-romana la magia era il sapere rituale e astrologico di indovini e guaritori, mentre nel Nuovo Testamento i maghi (magusaioi) hanno connotazioni negative.


Quindi, se nella sua accezione più alta la magia resta vicina alla religione, in quella peggiorativa si avvicina alle pratiche di furfanti e ciarlatani, come quelli condannati da Dante che parla di “magiche frode” nel XX Canto dell’Inferno, in riferimento alle pratiche divinatorie.

ORACOLI E MAGIA NERA. Nelle stele dell’Asia Minore – lastre di pietra con iscrizioni e rilievi figurativi prodotte tra II millennio e I secolo a.C. –, gli “oracoli dei dadi” lanciavano cinque astragali (piccole ossa di forma cubica) e le combinazioni ottenute venivano interpretate come segni da leggere basandosi su schemi

rituali e simbolici predefiniti, insomma su responsi “preconfezionati”, scritti in versi e buoni per ogni evenienza. In ogni caso l’oracolo doveva rassicurare, non destabilizzare. Compito, quest’ultimo, della magia nera. Maledizioni, formule di cattivo augurio, rituali malefici: l’evidenza di queste pratiche si trova in diversi reperti, come una statuina di donna trafitta da 13 aghi di provenienza egizia (200399 d.C.) oggi al Louvre. Scoperta in un’anfora insieme al testo di una terribile maledizione, era rivolta da un uomo a una donna di nome Tolemaide, per dominarla e impedirle di amare altri uomini.

Riti egizi

come d’incanto

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Nel quadro Le esequie di un gatto egizio (John Reinhard Weguelin, 1886) una sacerdotessa offre doni di cibo e latte allo spirito del gatto. Nelle antiche civiltà il confine fra religione e magia non era ben definito.

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STRANE CURE. La magia era però anche una forma di cura, ed era paragonabile a una scienza primitiva, simile a quella degli sciamani, in cui gli strumenti del mago si confondono con quelli di medici e sapienti, se non scienziati, ante litteram. Diversi documenti attestano l’uso in svariate pratiche mediche di rimedi ricavati da parti di corpi umani: fra queste per esempio i mumia, cioè le essudazioni di cadaveri, consigliate da Paracelso (1493-1541). Più anticamente, nel mondo romano, Plinio il Vecchio citava sostanze

“curative” non meno rivoltanti, come cerume e denti polverizzati, da preparare seguendo precise procedure. «I rituali magici servivano a navigare nella realtà e a dare risposte a grandi temi e paure diffuse (la malattia, la sfortuna, la morte) non meno del pensiero che classifichiamo come “religioso”», conclude Montesano. «L’ars magica va compresa come una parte rilevante dell’attività e del pensiero degli esseri umani. Ecco perché esercita ancora un grande fascino». •

La bacchetta, fra vivi e morti

Specchio delle mie brame

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no degli oggetti magici per eccellenza, la bacchetta (attrezzo del mestiere di ogni fata o mago che si rispetti) è presente in tutti i contesti storici in cui la magia è stata diffusa. Va vista come un oggetto di potere, uno scettro, una verga o un bastone. Le scoperte archeologiche confermano questo quadro: in varie tombe della Scandinavia Occidentale gli archeologi hanno ritrovato oggetti interpretati come bacchette magiche. I Bastoni di Birka, in Svezia (uno dei più importanti siti archeologici di epoca vichinga), riccamente ornati con figure animali e motivi complessi, raccontano la funzione rituale e simbolica della bacchetta, connessa con le capacità di comunicazione fra vivi e morti come nei riti sciamanici. Oppure nei più importanti momenti di passaggio: la nascita e la morte. Le bacchette erano usate per proteggere i neonati da influssi maligni, e svolgevano un ruolo attivo nei riti domestici di difesa.

Sopra, bacchetta magica dalla regione di Menfi, Lisht Nord, tomba di Nakht, Egitto, circa 1850-1640 a.C. (New York, The Metropolitan Museum of Art).

I signori degli anelli

L’ MET COLLECTION

anello magico è tra gli strumenti magici maggiormente presenti nelle narrazioni. Basti pensare alla fortunata trilogia di Tolkien, dove tutto ruota attorno al potere di un anello magico. O al racconto di Platone su un anello appartenuto a Gige, re della Lidia, che rendeva invisibile chi lo indossava. Anche il filosofo del II secolo Clemente Alessandrino, rifacendosi a una testimonianza attribuita ad Aristotele, menziona il tiranno Esecesto, possessore di due anelli incantati. A sinistra, anello con gemma dall’Egitto, II secolo d.C. (New York, The Metropolitan Museum of Art).

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o specchio “riflette” secoli di incantesimi: è una soglia, una superficie che traccia una linea di confine tra mondo terreno e altrove. Alice, la protagonista di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carroll, usa uno specchio come porta di accesso a un mondo fantastico. La strega di Biancaneve confida nelle predizioni (e nelle lusinghe) di uno specchio incantato. L’arte divinatoria della cristallomanzia utilizza superfici riflettenti – specchi, sfere di cristallo o vetro – per leggere il futuro. Il cristallo con la sua trasparenza permette, metaforicamente, il passaggio di luce, immagini, intuizioni, visioni simboliche. Biancaneve dentro la bara di cristallo si salva perché può essere vista: infatti il principe la scorge e la strappa dalla morte apparente. Ma si sono usate anche superfici meno nitide quali l’acqua, l’ossidiana o il quarzo: riflettevano immagini fluttuanti, sfocate, lasciando spazio all’immaginazione, all’intuizione, alla capacità di cogliere e interpretare i segni. La pratica della cristallomanzia affonda le sue radici in tempi antichissimi (in diverse tombe egizie sono riemersi specchi bronzei, con probabili ruoli rituali) ed è sopravvissuta fino a tempi recenti. Gli specchi in pietra – soprattutto ossidiana – erano oggetti sacri nelle civiltà di Maya e Aztechi, dal III secolo d.C. e fino al XVI secolo; acquisirono un ruolo sempre più centrale a livello religioso e sociale, riservato a sacerdoti e nobili che li usavano in riti e divinazioni. Anche lo specchio di ossidiana del mago rinascimentale John Dee, attivo nella seconda metà del Cinquecento alla corte di Elisabetta I, era di provenienza azteca. Fu realizzato probabilmente tra XIV e XVI secolo, nel mondo azteco, come confermato da analisi chimiche condotte presso l’Obsidian Laboratory dell’Università di Manchester. Qui sopra, l’ossidiana di John Dee, del XIV-XVI secolo.

SCIENCE MUSEUM, LONDON

MET COLLECTION

Bacchette e altri “attrezzi del mestiere” dei maghi letterari hanno origini antiche di secoli


Bambole vudù

Talismani e amuleti

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© HERVÉ LEWANDOWSKI / CENTRE DES MONUMENTS NATIONAUX

e bambole vudù sono feticci alti 10-20 cm, spesso trafitti. Il rito vudù nasce dalla commistione (sincretismo) tra le credenze spirituali degli africani ridotti in schiavitù e portati nei Caraibi durante la tratta atlantica degli schiavi sin dal XVI secolo, ed elementi del cattolicesimo sotto il dominio coloniale francese. Oggi vi è una forte riscoperta di queste tradizioni. Cattive intenzioni. Un recente studio condotto da ricercatori della Sezione di Antropologia forense della Università Descartes di Parigi documenta che feticci, di epoca incerta ma comunque moderna, sono stati rinvenuti in un cimitero di Port-au-Prince ad Haiti: studi radiografici su queste bambole attestano la presenza al loro interno di capelli, peli, unghie o oggetti personali della persona bersaglio del rito. A seconda delle intenzioni (nefaste, come causare malattia, morte, incidente, o indurre a rapporti sessuali...), varia il colore dei tessuti. Spesso una formula magica o il nome della vittima erano scritti sulla bambola, generalmente con caratteri esoterici.

n passato, talismani e amuleti erano oggetti considerati dotati di poteri magici o protettivi. I talismani erano concepiti per attrarre energie favorevoli, come il successo, l’amore o la ricchezza; mentre gli amuleti avevano soprattutto funzione difensiva. Infatti, la parola “amuleto”, dal latino amuletum, probabilmente deriva dal verbo amoliri, “allontanare”. Il termine “talismano” ha un’altra storia linguistica: proviene dall’arabo tilasm, a sua volta dal persiano tilism, forse imparentato con il greco telesma, che significa “rito religioso”. Scarabei egizi. Vi sono diversi esempi documentati di questi oggetti propiziatori: tipici della civiltà egizia sono gli amuleti a forma di scarabeo, spesso rinvenuti nelle mummie, con funzioni probabilmente protettive per il defunto nel suo viaggio nell’aldilà o come simbolo di rinascita. Al riguardo è recente la scoperta presso il sito archeologico di Tel Qana, in Israele, di un antico amuleto a forma di scarabeo risalente a circa 3.500 anni fa, all’epoca del Nuovo Regno egizio. Anche nell’antica Roma era diffusa la pratica di utilizzare gemme incise (cammei, pietre semipreziose, quarzi) per realizzare amuleti.

Cornetti e altri portafortuna

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portafortuna non tramontano mai. Pensiamo al cornetto napoletano, in vendita in tutte le fogge. Il suo uso nella tradizione partenopea si fa risalire al XVIII secolo, ma la simbologia del corno è molto più antica: nell’antica Roma si usava appendere corna di bovino all’ingresso delle case o nelle botteghe per scacciare il malocchio, come narra Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. Ma gli amuleti portafortuna non sono solo a forma di corno. La pallina o le collane “chiama angeli” per esempio si regalano ancora oggi alle donne in gravidanza per proteggere il nascituro. Di buon auspicio per la vittoria doveva essere il cosiddetto Talismano di Carlo Magno, un piccolo reliquiario d’oro, su cui di recente è stato compiuto uno studio gemmologico presso il Palazzo di Tau a Reims (dove si trova il reperto). L’attribuzione allo scorcio del IX secolo si fonda su criteri stilistici tipici dell’oreficeria immediatamente postcarolingia. A sinistra, il Talismano di Carlo Magno, IX secolo.

WHITBY MUSEUM

La mano morta Avete presente Mano della Famiglia Addams? Ebbene, i creatori del bizzarro personaggio non sono partiti da zero. Nell’Inghilterra del XVIII-XIX secolo circolava l’idea che la mano di un impiccato potesse guarire certe malattie della pelle. Diffuso soprattutto tra le classi popolari, il rito terapeutico, detto stroking, consisteva nel passare la mano del giustiziato, spesso ancora appeso alla forca, sulla parte malata del paziente. Il gesto doveva essere ripetuto più volte e accompagnato da una breve formula magica. Attestata in varie fonti anche la pratica della hand of glory: la mano destra di un criminale, recisa dal corpo ancora “penzolante”, veniva trattata e praticamente conservata in salamoia, per poi potere essere usata a vari scopi. Per favorire la

guarigione, ma anche per obiettivi meno nobili. I ladri per esempio potevano utilizzarla sugli abitanti di una casa che volevano svaligiare, per farli cadere in un sonno profondo durante il furto. In basso a sinistra, hand of glory rinvenuta agli inizi del XX secolo (Castleton, Inghilterra).

Il tamburo degli sciamani

L

o sciamanesimo è una pratica religiosa particolarmente sviluppata in Siberia e nell’Asia Centrale, ma anche in Africa, nelle Americhe e in alcune aree del Nord Europa. Si basa sul contatto con il mondo ultraterreno che avviene tramite lo sciamano. Il termine “sciamano” venne inizialmente adottato dai russi per designare individui dotati di poteri particolari tra i popoli turchi e mongoli, e poi fu ripreso dagli antropologi e dagli studiosi delle religioni. Lo sciamano si occupa dei problemi della comunità (malattie, carestie, guerre...). Durante il rito, per comunicare con gli spiriti, entra in stato di trance, spesso indotto da tamburi, danze, canti o uso di sostanze psicotrope. Al risveglio racconta ciò che ha visto durante il “viaggio” dello spirito. lo studio dei tamburi rituali fa risalire la pratica a epoche lontanissime, sin dal I millennio a. C., soprattutto tra le popolazioni dei Mongoli, Buriati, Inuit e Sami delle regioni subartiche. Sopra, tamburo sciamanico, XIX secolo, Siberia. 85

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