Skip to main content

Focus Storia 234 Augusto, l'alba dell'Impero

Page 1

Storia SCOPRIRE IL PASSATO, CAPIRE IL PRESENTE

234

20 MARZO 2026 APRILE 2026

MENSILE - AUT 12,90 € - BE 9,90 € - D 12,00 € - PTE CONT. 8,90 € - E 9,90 € - USA 13,80 $ - CH 11,50 Chf - CH CT 11,30 Chf

L’incredibile ASCESA del giovane Ottaviano al vertice del potere: come, in nome di Roma e di Cesare, annientò i suoi rivali, seppellì la repubblica e divenne il primo imperatore.

AL’alba ugusto dell’Impero NOVECENTO

� 5,00 IN ITALIA

Sped. in A.P. - D.L. 353/03 art.1, comma 1, DCB Verona

BRIGANTAGGIO

La resa dei conti fra chi voleva l’Italia unita e chi no finì in un bagno di sangue

LA SVOLTA NEL CARRELLO

I supermercati hanno cambiato il modo di fare la spesa e le abitudini a tavola

FASCISMO L’arte del Ventennio fra creatività, politica e propaganda


234 Aprile 2026

focusstoria.it

C

Storia

ome avvicinarsi ai Giganti della Storia? Alle domande retoriche non si risponde, così semplicemente siamo partiti... dall’inizio. Da quando cioè il ­bruco Ottaviano iniziò la scalata al potere, annientò rivali ed eserciti e finalmente si traformò in farfalla. Augusto seppellì la repubblica (con garbo però, tanto che forse in pochi se ne resero conto) e inaugurò l’impero. Per i Romani fu una rivoluzione politica e sociale, ma poiché si accompagnò a 40 anni di buon governo, raffinatissima propaganda, pane, giochi e grandi lavori pubblici, l’accettarono di buona grazia e l’Urbe poté godere di un lungo periodo di pace (pax romana). Eppure, a ben vedere, i segnali dei rischi che la nuova autocrazia portava con sé c’erano già. Tutti i dissidenti furono tacitati (vittima illustre Cicerone, ma la stessa figlia di Augusto, Giulia, pagò con l’esilio l’aver tramato alle spalle del padre), mentre le ambizioni sulla successione fecero cadere uno dopo l’altro tutti i potenziali eredi tranne uno, il peggiore: quel Tiberio arcigno e crudele che inaugurò la lunga, secolare serie di pessimi imperatori. Augusto non lo avrebbe voluto, ma era troppo vecchio, malato e solo per fermare la macchina che lui stesso aveva messo in moto.

Emanuela Cruciano caporedattrice

COPERTINA: IMMAGINE DI R. CACCINI, CREATA CON IA

RUBRICHE 4 LA PAGINA DEI LETTORI 6 NOVITÀ & SCOPERTE 8 TRAPASSATI ALLA STORIA 9 STORIE IN MUSICA 10 UNA GIORNATA DA... 12 CHI L’HA INVENTATO? 68 COMPITO IN CLASSE 70 CURIOSO PER CASO 98 AGENDA

CI TROVI ANCHE SU:

In copertina: illustrazione dall’Augusto di Prima Porta.

IN PIÙ... QUOTIDIANA 14 VITA Carrelli d’Italia

Dalla fame di ieri agli sprechi di oggi: in 150 anni com’è cambiata la nostra spesa.

OTTOCENTO 20 Brigantaggio,

una guerra civile

Fu anche una spietata resa dei conti tra chi voleva l’Unità d’Italia e chi la osteggiava.

Mecenate presenta le arti liberali all’imperatore Augusto (Tiepolo).

IL MONDO DI AUGUSTO 32 Il primo imperatore

Lo storico Arnaldo Marcone ci guida alla scoperta di Augusto, che conquistò il potere con la guerra per poi dare a Roma la pace.

36

Augusto piglia tutto

Giovane e cagionevole, ma dotato di acume e ambizione straordinari.

42

Battagliero, ma non troppo

Non fu un grande condottiero, ma si circondò di abili generali.

46 Virgilio e gli altri

Intorno a lui, un circolo letterario gestito dal talent scout Mecenate.

52

Attenti alla first lady

La carriera di Livia Drusilla, l’affascinante, intrigante e ambiziosa moglie.

57 Lavori in corso

Le opere civili e militari che usò come strumento di buon governo.

60

Una città di marmo

Augusto lasciò in eredità monumenti che fecero grande l’Urbe.

26 MiRICORRENZE querida Argentina

A 50 anni dal golpe, il Paese non ha dimenticato la dittatura dei generali e la giustizia negata.

AVIAZIONE 72 Tra acqua e cielo

Gli idrovolanti inaugurarono nel 1926 i voli civili italiani.

NOVECENTO 76 Fascismo

in mostra

Durante il Ventennio non ci fu un’arte di Stato, ma un sistema orientato dal regime.

MILITARE 82 IlSTORIA secolo delle

milizie

Tra ’700 e ’800 la Guardia nazionale vegliava sulle libertà costituzionali.

CURIOSITÀ 86 Un gioco

d’evasione

Monopoly: hobby innocuo o strumento per l’intelligence?

ARTE 92 Oro egizio

Alle Scuderie del Quirinale, a Roma, i tesori dei faraoni. 3

S


SPECIALE

A

ndrea MountbattenWindsor, ex principe e fratello di Carlo III, è stato arrestato – e poi rilasciato – il 19 febbraio 2026 dalla polizia britannica con l’accusa di aver condiviso informazioni riservate con il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein nella sua ex veste di emissario

commerciale del governo di Londra. La voce di Vittorio Sabadin, già corrispondente da Londra per La Stampa e attualmente collaboratore ed editorialista de Il Messaggero, ci aiuta a decifrare il terremoto legale che ha colpito la Royal Family, analizzando

Risponde Lidia Di Simone Più che anticipare le scoperte in materia di scienza forense, il personaggio inventato da Arthur Conan Doyle amplificava l’evoluzione della criminologia e delle scienze a essa collegate. Nel primo libro dedicato a Sherlock Holmes, Uno studio in rosso (pubblicato nel 1887), l’investigatore accenna a un reagente capace di identificare tracce di sangue. Ma il modo con cui il batteriologo tedesco Paul Uhlenhuth sviluppò un test detto “di precipitazione” per differenziare il sangue animale da quello umano (e poi tipizzare i gruppi sanguigni) arrivò solo nel 1901. Conan Doyle, quindi, più che anticipare, evocava una reale esigenza della polizia, anche perché incontrava esperti di veleni, di antropometria (la misurazione delle diverse parti del corpo umano), chirurghi che studiavano la teoria dei germi e, soprattutto ragionava sulle pulsioni criminali e sull’osservazione dei soggetti con tali tendenze. Così faceva anche Holmes, che però non studiava solo le reazioni umane, ma con la sua lente di ingrandimento andava a scovare orme, cenere, fibre e residui di polvere. Non le impronte, però, visto che la dattiloscopia fu anch’essa introdotta ufficialmente nella polizia britannica solo a inizio Novecento, nel 1901. Lo stesso accadde con l’analisi delle microtracce, che fu applicata dal criminologo francese Locard nel primo decennio del XX secolo con il principio di interscambio, che definisce come due soggetti che entrano in contatto lasciano

i capi d’accusa, le reazioni di Buckingham Palace e le conseguenze possibili per il regno di Carlo III. Buon ascolto! Per ascoltare i nostri podcast (le puntate online sono ormai più di 500 e vanno dalle biografie di personaggi agli approfondimenti sui grandi

uno sull’altro qualcosa di sé. Questo concetto si rivelò fondamentale nei sopralluoghi giudiziari, dove si va a caccia di contaminazioni del luogo del delitto. Beh... Forse ha ragione lei, Holmes certe cose le aveva già intuite...

eventi storici), basta collegarsi al sito della nostra audioteca storiainpodcast.focus.it. Gli episodi, che sono disponibili gratuitamente anche sulle principali piattaforme online di podcast, sono a cura del giornalista Francesco De Leo.

ABBONATI A FOCUS STORIA DIGITALE

Scarica gratis l’applicazione Focus Storia su AppStore o Google Play e porta Focus Storia sempre con te! Potrai sfogliare le copie incluse nel tuo abbonamento o acquistare direttamente le singole copie, anche di numeri arretrati.

La guerra in musica

Sono un vostro appassionato lettore da ormai dodici anni. Innanzitutto volevo dirvi che ho trovato molto interessante l’articolo “I Canta Storia”, pubblicato su Focus Storia n° 230. Allo specchietto dedicato agli autori non italiani, aggiungerei però, un gruppo musicale che ha fatto, proprio della Storia, l’unico argomento delle proprie canzoni. Si tratta dei Sabaton, un gruppo di musica metal svedese, che vanta ormai 27 anni di attività. All’interno dei loro testi sono narrati eventi o personaggi che riguardano la guerra, in ogni periodo storico, ponendo grande enfasi su come i conflitti abbiano sempre segnato ogni epoca. Inoltre vorrei segnalare agli altri lettori di Focus Storia un brano che ho sempre

Vai su www.abbonamenti.it/ rivista/Focus-Storia e scopri tutte le offerte, con sconti oltre ilFocus 50%.Storia Potrain°leggere la rivista 000, pBusci officae sul tuo tablet, smartphone o PC, ptumquatem dolut este andit quas accedendo con credenziali volorum que molequi doles dolest, create fase di acquisto. officiminererovitatem aperovit p

amato molto, tratto da un album dedicato interamente alla Prima guerra mondiale. La canzone s’intitola Soldier of Heaven ed è dedicata alle migliaia di soldati che la notte del 13 dicembre 1916, sul fronte italo-austriaco, rimasero vittima di una serie di terribili valanghe che si verificarono su quelle catene montuose. Matteo Gemma, Lanciano (Ch) 5

S


Brigantaggio

OTTOCENTO

una guerra civile

Il brigantaggio fu anche una spietata resa dei conti tra chi voleva l’Unità d’Italia e chi la osteggiava.

di Roberto Roveda

P

MONDADORI PORTFOLIO/FOTOTECA GILARDI

“

20

S

urtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani” scrisse ne I miei ricordi Massimo D’Azeglio, uno dei protagonisti del Risorgimento italiano. Il compito infatti, all’indomani dell’Unità d’Italia nel 1861, non era dei più semplici: gran parte della popolazione, soprattutto nel Mezzogiorno, non si riconosceva nel nuovo Stato e spesso non aveva un’idea chiara di cosa fosse l’Italia unita. Nelle regioni che avevano fatto parte del Regno delle Due Sicilie emersero, pochi mesi dopo l’unificazione, forze ostili al nuovo assetto politico. Il governo italiano etichettò questi oppositori come “briganti” e definì le loro azioni “atti di ribellione”. «Le cose, però, furono molto più complesse e dopo l’Unità, il Mezzogiorno precipitò in una sanguinosa guerra civile», sostiene lo storico Gianni Oliva, autore del saggio La prima guerra civile (Mondadori, 2025), dedicato proprio alle rivolte nel Sud Italia e alla loro repressione nei primi anni postunitari. «Non ci fu un semplice fenomeno di brigantaggio (come l’ha definito la storiografia liberale) né una rivolta sociale come nella visione degli anni Settanta del Novecento del “bandito ribelle alle ingiustizie”: è stato uno scontro con il nuovo Stato unitario, in cui le rivolte contadine hanno fatto da elemento scatenante e in cui bande di briganti, spesso sostenute da agenti borbonici e papalini, sono state il braccio armato. Guerra civile, dunque, fra chi voleva l’unificazione

nazionale e chi, per ragioni diverse, la contrastava». Ma che cosa determinò, nelle regioni meridionali della Penisola, un’opposizione così accesa contro le autorità italiane, una resistenza che non si manifestò mai con la stessa intensità altrove? Per rispondere non basta richiamare una presunta tradizione secolare di brigantaggio – fenomeno presente anche in altre aree, per esempio nello Stato pontificio – perché dopo l’Unità il fenomeno assunse dimensioni inedite, alimentato anche da un profondo disagio sociale.

MALCONTENTO. Subito dopo l’unificazione nazionale, i contadini meridionali, i cosiddetti “cafoni”, avevano sperato in una redistribuzione delle terre confiscate: puntavano ai beni ecclesiastici e alle proprietà dei nobili legati ai Borbone, incamerati dallo Stato dopo il 1860. Erano le stesse terre che Garibaldi, durante la spedizione dei Mille, aveva promesso loro per ottenerne l’appoggio. Queste aspettative però sarebbero state deluse. Le terre non vennero mai assegnate gratuitamente, bensì furono messe in vendita e finirono, nella maggior parte dei casi, con l’accrescere il patrimonio di chi già possedeva terreni, oppure nelle mani di notabili e borghesi che disponevano del denaro necessario per comprarle. Le autorità del nuovo Stato limitarono poi l’uso di quelle poche terre comuni sulle quali, fino ad allora, tutti potevano raccogliere legna e praticare il pascolo, e aumentarono al contempo la pressione fiscale. Così, i contadini delusi 


MONDADORI PORTFOLIO/ARCHIVIO GBB

Guardie e briganti

Un fuorilegge che agiva nella zona della Ciociaria (Frosinone). Nell’altra pagina, la divisa dell’Arma dei Carabinieri nel 1862, in un dipinto del periodo.

21

S


La capobanda

D

MONDADORI PORTFOLIO/FOTOTECA GILARDI

22

S

Avvertimenti

Alcuni Carabinieri dopo la cattura di due briganti sardi, nella zona di Nuoro. A destra, il cadavere di un brigante ucciso. Immagini come queste venivano talvolta utilizzate dalle autorità quale monito per i briganti ed eventuali sostenitori.

MONDADORI PORTFOLIO/FOTOTECA GILARDI

iverse sono state le donne brigante ma nessuna ha raggiunto la fama di quella che è passata alla Storia come “la regina dei briganti”: Michelina Di Cesare. Nata nel 1841, figlia di due braccianti poveri della provincia di Caserta, fin da ragazzina era conosciuta per i piccoli furti che commetteva per aiutare la famiglia. Il suo destino sarebbe stato quello di spaccarsi la schiena nei campi, come i suoi genitori, se non avesse incontrato nel 1862 Francesco Guerra, ex soldato dell’esercito borbonico e disertore di quello italiano. Con lui, che divenne il suo compagno, si diede al brigantaggio e in breve si ritrovò a capo di una grande banda di briganti. Determinata. Di Cesare era famosa per il suo coraggio e per il fatto che, armata fino ai denti, guidava la banda e combatteva in prima linea con gli uomini. Quando si sentiva braccata dall’esercito andava a rifugiarsi nel territorio dello Stato pontificio. A Roma si fece ritrarre in costume tradizionale da contadina campana, armata di fucile e pistola (sotto). Proprio quelle immagini contribuirono in modo decisivo alla costruzione del suo mito. Ma nel 1868 qualcuno li tradì: Guerra e Di Cesare (che aveva solo 27 anni) furono individuati e uccisi il 30 agosto di quell’anno, a Mignano Monte Lungo (Caserta), mentre tentavano di fuggire. Il corpo della “regina” fu denudato e esposto nella piazza del paese come avvertimento per chiunque volesse ribellarsi al Regno d’Italia. Un atto che colpì molto l’opinione pubblica dell’epoca.

dalla nuova Italia unita finirono per appoggiare il brigantaggio, vedendovi una speranza di riscatto. Ci furono poi anche altri fattori che contribuirono a rendere ancora più difficile la situazione del Mezzogiorno. Uno di questi fu lo scioglimento dell’esercito borbonico e dei reparti di volontari garibaldini, che lasciarono migliaia di uomini senza impiego, favorendo la formazione di bande armate. Dall’altra parte, la legge che introdusse cinque anni di servizio militare obbligatorio nel nuovo esercito nazionale privava molte famiglie del lavoro dei maschi adulti. Migliaia di contadini, renitenti alla leva, finirono così per unirsi alle

bande, che in alcuni casi arrivarono a contare anche centinaia di uomini. Perfino le donne presero parte al brigantaggio: spesso mogli o parenti dei briganti sostennero la causa e talvolta imbracciarono le armi (v. riquadro a sinistra).

GUERRIGLIA E RAZZIA. La tensione esplose rapidamente e già nel corso del 1861 il nuovo governo italiano dovette fronteggiare centinaia di attacchi. Le bande, provenienti dai loro rifugi nei boschi, facevano irruzione nei municipi dei piccoli centri, li occupavano e proclamavano simbolicamente il ritorno del governo borbonico. Vi furono poi aggressioni nei confronti di quei notabili che si erano schierati a favore dell’Unità. «I primi obiettivi delle azioni dei briganti furono proprio i galantuomini borghesi sostenitori dello Stato


ARCHIVI ALINARI/MONDADORI PORTFOLIO

La Legge Pica (1863) prevedeva tribunali militari speciali e pene severe anche per i fiancheggiatori

nazionale: liberi professionisti, intellettuali, commercianti, piccoli armatori, proprietari terrieri arricchitisi accaparrandosi le terre di usi comuni», spiega Oliva. Le bande si mantenevano con saccheggi, furti e sequestri di persona a scopo di riscatto. A sostenere i briganti, oltre a una parte della popolazione, vi fu l’ultimo sovrano delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone, che dall’esilio invitò più volte il Mezzogiorno a insorgere contro il nuovo Stato italiano. Rifugio e appoggi vennero offerti anche dallo Stato pontificio nel tentativo di indebolire il Regno d’Italia, che aveva sottratto al papa ampi territori dell’Italia centrale. Anche la Francia di Napoleone III, che proteggeva militarmente il papa, guardava con interesse a quanto accadeva nel Mezzogiorno. Senza sostenerlo apertamente, Parigi vedeva nel brigantaggio un fattore di pressione

utile a frenare le mire italiane su Roma e il completamento del Risorgimento.

REPRESSIONE. La risposta del governo italiano fu in qualche modo istintiva, dettata dal timore che

FRANCESCO II

l’unificazione nazionale a lungo attesa si rivelasse un fragile castello di carta. Inoltre, come spiega Oliva, «la classe dirigente risorgimentale non conosceva il Mezzogiorno, le sue dinamiche, i suoi equilibri: a Torino si discuteva di liberali e di democratici, a Napoli di latifondi incolti, di sopravvivenze baronali, di contadini senza terra. L’unificazione del Mezzogiorno avvenne troppo in fretta (Cavour per primo ne era consapevole) e di fronte ai primi problemi la risposta fu solo militare». Nel giro di pochi mesi il Regno d’Italia schierò sul terreno 100mila soldati, circa la metà dell’esercito nazionale. Fu promossa anche un’inchiesta parlamentare per studiare il fenomeno e rafforzare l’intervento dello Stato. Nelle conclusioni vennero evidenziate le cause sociali del brigantaggio, ma si affermò al tempo stesso la necessità di adottare rapidamente una legislazione d’emergenza. Nel 1863 fu varata la Legge Pica, che introdusse nelle province più colpite dal brigantaggio tribunali militari straordinari e misure eccezionali contro bande e fiancheggiatori, tra cui arresti, domicilio coatto e pene severissime, fino alla condanna a morte. L’Italia Meridionale si trovò così sottoposta a un regime di fatto assimilabile alla legge marziale, e lo scontro si fece sempre più duro. I ribelli risposero con rinnovata violenza – teste mozzate esposte come monito, aggressioni e mutilazioni – mentre lo Stato reagì con rastrellamenti, incendi di villaggi e fucilazioni sommarie. I briganti catturati venivano giustiziati senza processo, e le foto dei loro cadaveri erano fatte circolare tra la popolazione come ammonimento. Nella repressione si distinse il generale Enrico Cialdini, i cui metodi duri suscitarono dubbi anche all’interno del governo stesso. Accanto al pugno  di ferro si scelse però di affiancare 23

S


strumenti più pragmatici. Il comando passò a Emilio Pallavicini di Priola, che all’azione militare unì la delazione, promettendo ricompense a chi fornisse informazioni sui briganti e clemenza a chi abbandonasse la lotta, denunciando i propri compagni.

EPILOGO. Il bilancio fu pesantissimo: sul campo tra briganti, civili e militari rimasero quasi 10mila morti, un numero più alto delle vittime di tutte e tre le Guerre d’indipendenza italiane. Inoltre, come sostiene Oliva, «per “domare” il Sud la classe dirigente nazionale fece l’accordo con la parte peggiore della classe dirigente meridionale, quella che si era già opposta ai tentativi di modernizzazione fatti dai re borbonici. La famosa frase pronunciata dal nipote del principe di Salina nel Gattopardo (romanzo di Tomasi di Lampedusa del 1958, ndr), “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, vale più di qualsiasi analisi storiografica. È la stessa testimonianza letteraria che si trova nelle pagine dei Viceré

ENRICO CIALDINI di Federico De Roberto: gli Uzeda antitaliani, antigaribaldini, antisabaudi, antiunitari, di fronte al fatto compiuto dell’unificazione, prendono il loro rampollo più giovane e lo fanno eleggere a Montecitorio perché tuteli da lì gli interessi di famiglia speculando sulle commesse statali. Quell’accordo ha pesato nei decenni successivi e pesa, vistosamente, ancora oggi negli squilibri tra Nord e Sud». Infine, per molti contadini la fine del brigantaggio fu una nuova disillusione: non ci sarebbe mai più stata una redistribuzione delle terre, così a molti di loro negli anni successivi non rimase che la via dell’emigrazione. “Quando la miseria è tanta, o brigante o emigrante”, recita non a caso un detto popolare. • ARCHIVI ALINARI/MONDADORI PORTFOLIO

IN CRISI. La dura repressione militare, unita alla cattura e alla fucilazione di molti capobanda (v. riquadro), spesso traditi dai loro stessi luogotenenti o da informatori locali, mise in breve tempo in crisi le bande. Queste avevano agito per lo più in ordine sparso, senza un coordinamento stabile tra loro e senza un programma politico condiviso. Mancavano ideali comuni e obiettivi unitari, cosa che ne indebolì progressivamente la capacità di resistenza di fronte all’offensiva dello Stato. «I briganti erano banditi, ex soldati dell’esercito borbonico, renitenti alla leva nazionale oppure contadini che avevano scelto la macchia e la lotta per disperazione e non per convinzione». Perso progressivamente l’appoggio di una parte della popolazione, stremata dalle violenze e intimidita dalla repressione militare, e venuto meno anche il sostegno del papa – preoccupato del fatto che il governo

italiano potesse usare l’appoggio pontificio al brigantaggio come pretesto per attaccare il Lazio e Roma – le bande rimasero isolate. Private di rifugi sicuri e di coperture politiche, non ebbero più margini di manovra. Già nel 1865 la fase più acuta dell’insurrezione poteva dirsi conclusa, tanto che la Legge Pica venne abrogata. La repressione aveva piegato il fenomeno sul piano militare, ma aveva lasciato profonde ferite sociali.

AKG_IMAGES/MONDADORI PORTFOLIO

Sul campo rimasero 10mila morti tra civili, militari e briganti

24

S


Fuorilegge alla ghigliottina a Roma (1859). Nell’altra pagina, il generale Enrico Cialdini (sopra), uno dei protagonisti della repressione, e un brigante messo in posa in Basilicata (sotto).

Memorie di un brigante

T

ra i capobanda più conosciuti vi fu Carmine Crocco, nato a Rionero in Lucania (Basilicata) nel 1830, da una famiglia di pastori. Arruolato nell’esercito borbonico, fu costretto a fuggire in seguito all’uccisione di un uomo per una lite, iniziando così una vita da ricercato. Arrestato una prima volta, riuscì a evadere e nel 1860 aderì all’impresa di Garibaldi, sperando nell’amnistia. Ma poco dopo ricevette un nuovo mandato di cattura. Così, insieme ad altri fuggitivi, decise di darsi alla macchia. Divenne uno dei principali capi del brigantaggio in terra lucana e uno dei più temuti e ricercati d’Italia, tanto da essere chiamato il “generale dei briganti”. Nel 1864 fu tradito da uno dei suoi uomini e fuggì nello Stato pontificio. Venne poi arrestato e processato. Condannato a morte, ebbe la pena commutata in ergastolo e lavori forzati, da scontare nel carcere di Portoferraio (Isola d’Elba) dove morì nel 1905. Promesse vane. Eugenio Massa, ufficiale dell’esercito italiano, lo visitò nel carcere di Portoferraio e ne raccolse le memorie, pubblicando nel 1903 il volume Gli ultimi briganti della Basilicata: Carmine Donatelli Crocco e Giuseppe Caruso. Così Crocco descriveva il proprio modo di operare: “Promettevo a tutti mari e monti, onore e gloria a bizzeffe; ai contadini facevo balenare la certezza di guadagnare feudi dai loro padroni, ai pastori la speranza di impadronirsi degli armenti affidati alla loro custodia; ai signorotti decaduti il recupero delle avite ricchezze [...] a tutti molto oro e cariche onorifiche”. MONDADORI PORTFOLIO/FOTOTECA GILARDI

MONDADORI PORTFOLIO/ARCHIVIO GBB

A morte!

CARMINE CROCCO

25

S


STORIA MILITARE

Il secolo delle

Parigi in armi

di Orlando Micucci

La Garde nationale de Paris part pour l’armée: una scena che riporta al settembre 1792, quando la Guardia nazionale lasciò Parigi per unirsi all’esercito rivoluzionario francese.

82

S

milizie


CORBIS VIA GETTY IMAGES

Tra Settecento e Ottocento a vegliare sulle libertà costituzionali dei cittadini era la GUARDIA NAZIONALE. In Italia venne abolita 150 anni fa.

U

“

na Costituzione senza la forza delle armi contro un capo sempre armato non giace che sulla carta, e non vale che come carta”. Con queste parole il giurista sette-ottocentesco Gian Domenico Romagnosi (1761-1835) legittimava l’aspirazione del popolo di dotarsi di una milizia armata, civica e indipendente – la Guardia nazionale – per garantire le libertà costituzionali dai possibili abusi del potere governativo e dai nemici esterni. Questo carattere “politico” delle milizie civiche si radicava in una convinzione diffusa negli anni a cavallo tra XVIII e XIX secolo: soltanto un popolo in armi poteva proteggere davvero le conquiste di libertà, assicurandosi che rimanessero più di semplici parole scritte sulla carta.

RIVOLUZIONE E REAZIONE. Non è certo un caso che la prima Guardia nazionale sia nata agli albori della Rivoluzione francese. Era il 13 luglio 1789, il giorno prima della storica presa della Bastiglia, quando il Comitato degli elettori di Parigi proclamò “ogni cittadino soldato”, organizzando una milizia armata per fronteggiare il rischio di intervento delle truppe mercenarie reali. Due giorni dopo, la milizia prese il nome di Guardia nazionale e venne posta sotto il comando di una personalità simbolo dei tempi, il marchese de La Fayette, eroe della rivoluzione americana. Ma la storia della Guardia nazionale francese non è lineare. Negli anni della rivoluzione diventò uno strumento nelle mani delle fazioni al potere, utilizzata per fini diversi e spesso antitetici. Fu l’arma con cui il generale La Fayette cercò di arginare gli ideali repubblicani e mantenere la rivoluzione entro i confini rassicuranti di una monarchia costituzionale. Eppure, pochi anni dopo, fu proprio la Guardia nazionale a rovesciare il governo monarchico con l’assalto alle Tuileries nell’agosto del 1792. Non solo: si trasformò poi nel braccio armato del Terrore dei Montagnardi e in seguito legittimò la reazione termidoriana.

LA FAYETTE

FRANCIA INQUIETA. Questa oscillazione tra rivoluzione e reazione rimase il tratto distintivo della milizia anche per tutto l’Ottocento. Nei momenti di ribellione la Guardia nazionale francese riscopriva il suo spirito originario di “nazione in armi”. Fu accanto al popolo parigino sulle barricate durante la Rivoluzione di luglio del 1830, che costrinse alla fuga re Carlo X. E ancora nel 1848, quando spazzò via Luigi Filippo e aprì la strada alla Seconda Repubblica. Il canto del cigno arrivò nel 1871, durante uno

 83

S


La versione americana

Libertà

Le Cinque giornate di Milano. In basso, soldati della Guardia Nazionale degli Stati Uniti (Washington, febbraio 2026).

GETTY IMAGES

84

S

’attuale Guardia nazionale degli Stati Uniti d’America è composta da cittadini comuni, volontari retribuiti e militarmente addestrati, pronti a essere mobilitati in caso di necessità, dai governatori per ragioni di ordine pubblico e protezione civile o dal presidente come forza militare di riserva dell’esercito. Il 25 gennaio 2026, per esempio, il governatore del Minnesota Tim Walz ha autorizzato la mobilitazione della Guardia nazionale a sostegno della polizia locale e a tutela dei cittadini, in risposta agli arresti di massa di immigrati ordinati da Trump e operati dagli agenti federali dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), e dalla Border Patrol a Minneapolis, che avevano provocato proteste crescenti, culminate nell’uccisione di due cittadini americani da parte degli agenti federali durante le violente operazioni di arresto e controllo. Dalla Francia. Il nome National Guard si ispira alla Guardia nazionale parigina, un omaggio al suo primo comandante, il marchese de La Fayette, che aveva combattuto al fianco delle colonie nella guerra rivoluzionaria americana.

BRIDGEMAN IMAGES

L

A Milano, nelle celebri Cinque giornate, la milizia si oppose con coraggio agli austriaci degli episodi più drammatici della sua storia: la Comune di Parigi. In quelle settimane la Guardia nazionale non era solo una forza armata a difesa della Comune, bensì un simbolo delle speranze di giustizia sociale e democrazia del popolo parigino. La sconfitta sulle barricate segnò la fine dell’istituzione. Ritenuta ormai una minaccia per l’ordine borghese, la Guardia nazionale francese fu abolita definitivamente in quello stesso anno.

E IN ITALIA? La Penisola di fine Settecento era teatro di grandi trasformazioni politiche e sociali. Nel 1798, sotto l’impulso dell’avanzata francese, anche in Italia si formò una Guardia nazionale nelle neonate Repubbliche sorelle: Cisalpina, Ligure, Romana e Partenopea. Le milizie civiche seguirono le alterne fortune di Napoleone, per poi svanire nell’ombra con la Restaurazione del 1815 e il ritorno degli antichi sovrani. Tutto finito? Affatto. La vita della Guardia nazionale in Italia riprese con un’energia straordinaria durante le rivoluzioni del 1848-49, quando gli ideali risorgimentali infiammarono

gli Stati italiani. Durante i moti di Napoli, Venezia e Milano (marzo 1848), la Guardia nazionale giocò un ruolo da protagonista. A Milano, per esempio, appena costituita dal governo provvisorio, la milizia si gettò nei combattimenti delle celebri Cinque giornate, opponendosi con coraggio all’esercito austriaco. Istituite all’inizio del 1848 su pressione popolare, le guardie nazionali sarde, toscane, borboniche e pontificie parteciparono, in misura diversa, alla Prima guerra di indipendenza promossa dal Regno di Sardegna. Poi, nell’autunno del 1848, ecco la proclamazione della repubblica a Roma, dopo la fuga di Pio IX. La Guardia nazionale partecipò eroicamente alla difesa della Repubblica romana e di quella veneta, ultimi due baluardi del Quarantotto italiano. La reazione conservatrice non tardò a colpire. Con la caduta delle repubbliche e il ritorno dei vecchi regimi, la Guardia nazionale venne sciolta in quasi tutti gli Stati. Un’unica eccezione: il Regno di Sardegna, dove la milizia continuò a operare fino all’Unità d’Italia.

COSA C’ENTRA GARIBALDI? La Guardia nazionale è anche legata alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi. Come spiega Roberto


AKG_IMAGES/MONDADORI PORTFOLIO

Risorgimentali

Sopra a destra, quattro dei cinque fratelli Cairoli (Benedetto, Luigi, Ernesto ed Enrico), inquadrati nei Cacciatori delle Alpi, nel 1859.

Martucci, già docente di Storia delle istituzioni politiche presso l’Università del Salento, agli inizi del 1859, in un momento cruciale per il Regno di Sardegna, si decise di sfruttare l’iconica figura dell’Eroe dei due mondi per reclutare combattenti volontari per la guerra contro gli austriaci. Grazie alla nuova Legge sulla Guardia nazionale del febbraio 1859, e ai poteri che la stessa attribuiva al ministro dell’Interno, Cavour trovò un modo ingegnoso per aggirare due ostacoli: il divieto di costituire corpi di volontari imposto dal trattato con la Francia del 1858 e il veto del ministro della Guerra La Marmora, che si opponeva alla nomina di civili – Garibaldi incluso – a ufficiali dell’esercito. Cavour fece iscrivere 3.500 volontari in un ruolo speciale della Guardia nazionale, creando la brigata Cacciatori delle Alpi. Poi, nominò Garibaldi maggiore generale, assegnandogli il comando esclusivo della brigata, che passò sotto il controllo del ministero della Guerra e fu decisiva per le vittorie in Lombardia. Fu qui che si gettarono le basi per la spedizione dei Mille. I volontari che seguirono Garibaldi in Sicilia erano in gran parte veterani del Corpo dei Cacciatori delle Alpi, ancora formalmente inquadrato come una brigata della Guardia nazionale nell’Armata sarda. Con i Cacciatori delle Alpi e la spedizione dei Mille, la Guardia nazionale aggiunse nuove e memorabili pagine al libro del Risorgimento italiano, confermandosi protagonista di momenti cruciali nella storia della nostra unità nazionale.

DOPO L’UNITÀ. Milano, 1875. In un elegante negozio di cappelli il titolare finisce di servire l’ultima cliente. Poi passa nel retrobottega, apre un armadio e una divisa da ufficiale appare in tutta la sua magnificenza. La indossa, esce in strada e chiude il negozio. Un giovane appoggiato all’uscio del caffè di fianco gli dice: “È di servizio signore? A me il turno di guardia tocca domani!”. Un secolo e mezzo fa questa scena poteva apparire familiare in quanto nell’Italia postunitaria tutti i cittadini dai 21 ai 55 anni, in base

al censo quindi dai piccolo-borghesi ai nobili possidenti, erano obbligatoriamente inquadrati nella milizia civica. Cittadini che nella vita di tutti i giorni svolgevano le loro occupazioni quotidiane venivano periodicamente chiamati a prestare un servizio armato, che poteva essere un semplice turno di guardia alla piazzaforte cittadina o una più impegnativa mobilitazione nelle campagne a caccia di briganti o bande di malfattori. Chiunque di noi, dunque, potrebbe avere un lontano trisavolo che indossava la divisa della Guardia nazionale. L’istituzione del resto era presente ovunque sul territorio italiano, organizzata in compagnie nei piccoli comuni e in legioni nelle grandi città. La Guardia nazionale dipendeva direttamente dalle autorità comunali, che provvedevano a tutte le spese. Dopo l’Unità la milizia fu impiegata soprattutto nella lotta contro il brigantaggio e nella ricerca dei renitenti alla leva. Inoltre, battaglioni della Guardia nazionale mobile (corpo distaccato del Regio esercito italiano) parteciparono alla Terza guerra di indipendenza nel 1866, anche se con alterne fortune. Nonostante tutto, le élite liberali guardavano con sospetto e diffidenza a questa istituzione, perché, pur costituendo una guardia borghese epurata fin dall’inizio degli elementi popolari, manteneva un legame ideale con il concetto di “popolo in armi” e con tradizioni repubblicane e democratiche lontane dalla visione liberalmonarchica dominante. Fu così che i governi post-unitari lasciarono la milizia al suo destino, gravando le casse comunali col peso della sua gestione. Si trattò di un declino voluto e annunciato, come denunciò l’onorevole Minervini nel dibattito parlamentare sulla legge che l’avrebbe abolita: “Voi non la addestraste, non la faceste esercitare, non la muniste di armi adatte. La voleste ridurre ad una riunione di canonici, e quando a questa la riduceste, per abolirla la calunniaste di cattiva prova”. E fu così che la Guardia nazionale fu soppressa con la legge del • 30 giugno 1876 e mai più ricostituita. 85

S


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Focus Storia 234 Augusto, l'alba dell'Impero by Mondadori Digital - Issuu