Storia SCOPRIRE IL PASSATO, CAPIRE IL PRESENTE
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20 DICEMBRE 2025 GENNAIO 2026
Guidò il regno più longevo e potente d’Europa. Ma nulla gli fu risparmiato: dalla morte violenta dei suoi cari al declino irreversibile dell’Impero austriaco.
FRANCESCO GIUSEPPE (1830-1916)
L’ULTIMO IMPERATORE AMERICAN DREAM
� 5,00 IN ITALIA
Sped. in A.P. - D.L. 353/03 art.1, comma 1, DCB Verona
LE STREGHE DELLA NOTTE
Le aviatrici sovietiche che diventarono l’incubo dei nazisti e della Luftwaffe
LASCIAMOCI COSÌ
Nell’antica Roma si divorziava (e ci si risposava) con grande disinvoltura
I FIGLI DI TEDDY ROOSEVELT Ted e Kermit, appassionati di caccia come il celebre papà, realizzarono il loro macabro sogno: essere i primi occidentali a uccidere un panda
Gennaio 2026
focusstoria.it
Storia
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a vita di Francesco Giuseppe d’AsburgoLorena (1830-1916) ha scritto una lunghissima pagina di Storia. A capo di un impero immenso, multinazionale e turbolento, dovette tenere insieme territori e popoli ben poco disposti a convivere sotto la sua corona (a cominciare dall’Italia). Lui ci provò, lavorando sodo (la sua giornata cominciava alle 5 del mattino) ma governando da despota, mecenate ma accentratore. L’ultimo sovrano assoluto d’Europa fu amato e odiato allo stesso tempo. Certamente seppe seminare bellezza: fece ridisegnare la sua Vienna affinché rivaleggiasse con Parigi e Londra; favorì la musica, il teatro, l’arte, contribuendo a un’esplosione culturale senza precedenti. Morì con l’amarezza nel cuore (“era ora che succedesse”, sussurrò poco prima di spirare, stremato anche da una crudele serie di lutti personali), nel pieno della Grande guerra che lui stesso, forse per debolezza senile, si lasciò convincere a scatenare. Sapeva che con lui finivano un’epoca (l’Europa degli imperi) e la sua stessa dinastia. Emanuela Cruciano caporedattrice
CREDITO DI COPERTINA: MOMDADORI PORTFOLIO
RUBRICHE 4 LA PAGINA DEI LETTORI 6 NOVITÀ & SCOPERTE 8 TRAPASSATI ALLA STORIA 9 STORIE IN MUSICA 10 UNA GIORNATA DA... 68 PITTORACCONTI 70 CURIOSO PER CASO 98 AGENDA
IMMAGINE REALIZZATA CON AI DA M. CORRIAS
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CI TROVI ANCHE SU:
In copertina: ritratto di Francesco Giuseppe, 1910.
IN PIÙ... CINEMA 12 Tutti insieme...
davvero
La storia vera dietro al film Tutti insieme appassionatamente (1965).
IL LIBRO 18 Peccato e castigo In Medioevo proibito rivive la vivacità di un’epoca considerata, a torto, oscurantista.
ESPLORAZIONI 22 Due Roosevelt
Un’immagine di Francesco Giuseppe creata con la AI.
nella nebbia
LUCI E OMBRE DI UN SOVRANO
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L’imperatore triste
Ritratto di un sovrano che rimase sul trono per sette decenni.
36 Impero al crepuscolo
Quando prese il potere, della Felix Austria rimaneva ben poco.
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La spina nel fianco
L’amore dell’imperatore per i territori italiani non era ricambiato.
48 Vienna fin de siècle
Francesco Giuseppe modernizzò la capitale, simbolo del suo impero.
52 Sul bel Danubio blu
Nel 1873 volle un’Expo a Vienna per mostrare la sua grandezza.
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Suicidio a corte
Il figlio Rodolfo fu ritrovato cadavere insieme all’amante nel 1889.
60 Dimore da sogno
Viaggio tra le più belle residenze, a Vienna e altrove, degli Asburgo.
I figli di “Teddy” Roosevelt nel 1928 andarono a caccia del panda gigante.
72 EINTERVISTA la TV inventò lo chef
Lo storico Alberto Grandi analizza il “mito” della cucina italiana.
BATTAGLIE 76 Streghe
nella notte
Le aviatrici sovietiche nella Seconda guerra mondiale.
ANTICHITÀ 81 C’eravamo tanto
amati (forse)
Nell’antica Roma si divorziava anche poco dopo il matrimonio.
QUOTIDIANA 86 VITA Le schiave
del focolare
Serve, cortigiane, “colf”: l’evoluzione di un mestiere antico.
92 IlARTEfrate pittore
Firenze dedica a Beato Angelico, nato nel Mugello, una doppia sede espositiva.
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LA PAGINA DEI LETTORI
Inviateci opinioni, idee, proposte, critiche. Pubblicheremo le più interessanti oltre a una selezione dei commenti alla nostra pagina Facebook (www.facebook.com/FocusStoria). Scrivete a Focus Storia, via Mondadori 1, 20054 Segrate o all’e-mail redazione@focusstoria.it
promesse gli ha fatto per spingerlo ad aderire (al netto dell’uso della violenza e della propaganda ovviamente) al suo progetto di morte? Come immaginava l’organizzazione sociale, la scuola (e le università), la religione, le vacanze, le città dei tedeschi? Ecco cosa vorrei, cosa “mi manca” nel puzzle delle mie conoscenze sull’argomento. Vorrete accontentarmi? Roberto, Milano
IWM (NA 7273)
Risponde Emanuela Cruciano Siamo d’accordo su tutta la linea. È un tema decisamente interessante che merita un approfondimento. Promesso su uno dei prossimi numeri!
Una folla di civili si riversa per strada per accogliere le truppe alleate in arrivo a Napoli (ottobre 1943).
La fine dell’incubo
Ho letto con molto interesse tutti gli articoli dedicati alla fine della Seconda guerra mondiale, pubblicati su Focus Storia n° 223. A proposito di questo tema, volevo segnalare agli altri lettori il libro Napoli ’44 di Norman Lewis. Ogni guerra è stata, e sarà sempre, ingiusta perché a pagare, soffrire e morire, sarà sempre la popolazione di qualunque parte del mondo. Maraucci Raffaele, Napoli
Cosa voleva veramente Hitler?
Ho avuto modo di incontrarvi all’ultima edizione del Focus Live, il “vostro” Festival della scienza organizzato a novembre all’interno del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Conoscervi da vicino e avere scambiato qualche parola con la redazione non solo mi ha fatto piacere, ma mi ha anche incoraggiato a scrivervi per avanzare una richiesta: vorrei che “entraste”, a modo vostro, nel mondo sognato – e in parte realizzato – da Hitler per la società tedesca. Mi spiego. La storia tradizionale affronta giustamente l’aspetto politico e militare del nazismo, dall’ascesa di Hitler agli anni terribili della guerra da lui stesso scatenata. Ma mi chiedo: cosa voleva veramente per il suo popolo? Quali 4
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I più bei cimiteri al mondo
Ho letto con grande piacere il vostro articolo “Memorie scolpite”, pubblicato su Focus Storia n° 229, un itinerario affascinante tra i cimiteri monumentali più suggestivi d’Italia e d’Europa. Trovo molto efficace il modo in cui avete mostrato questi luoghi non solo come spazi di sepoltura, ma anche come autentici archivi di memoria artistica e sociale. Vorrei solo aggiungere qualche grande cimitero del mondo. Uno è La Recoleta di Buenos Aires, con i suoi mausolei neoclassici e le figure simbolo della storia argentina. Un altro è Okunoin a Kōyasan, in Giappone: una foresta sacra che ospita oltre due secoli di sepolture tra monaci, samurai e aristocratici, tra natura e spiritualità. E il cimitero militare di Arlington, negli Stati Uniti, creato durante la Guerra di secessione, nel XIX secolo, con le sue interminabili file di lapidi e monumenti commemorativi. Tre esempi diversi, ma accomunati dall’idea che la storia non si conserva solo nei musei, ma anche nei luoghi dove i vivi continuano a dialogare con i morti. Saverio, La Spezia
Scultura su una tomba del cimitero di Staglieno (Genova), raffigurante una veglia funebre.
Nella foto, l’opera The singing butler (1992), esposta fino al 25 gennaio nella mostra dedicata a Jack Vettriano, al Museo della Permanente di Milano.
Maggiordomi o potenti signori?
Ho letto da qualche parte che i maggiordomi in origine erano potenti signori? Vi risulta? Grazia D.
Risponde Lidia Di Simone Ci risulta, eccome. Il termine maggiordomo deriva dal latino maior domus (domus, ovvero “casa”), la persona che aveva come funzione la gestione della magione. La parola si può infatti tradurre come “il servo maggiore della casa”. Ma servo solo rispetto al padrone, di cui era il rappresentante ufficiale, un onnipotente passaparola del proprietario con il potere di gestire le persone al suo servizio e i beni del dominus, il signore. Già nell’età imperiale i personaggi della Roma antica facevano affidamento su un praepositus domus o palatii, la persona preposta al palazzo. Gran commis. I barbari che conquistarono l’Urbe presero la stessa abitudine, ma dando al maggiordomo una funzione ancora più importante, quella di altissimo funzionario della
PRIMO PIANO
VIENNA FIN di Federica Ceccherini Città nuova
Il Teatro dell’Opera di Stato di Vienna (Wiener Staatsoper) sulla Ringstrasse nel 1910. L’edificio fa parte delle opere volute dall’imperatore durante la riqualificazione della capitale austriaca.
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DE SIÈCLE È
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Francesco Giuseppe volle cambiare il volto di Vienna, che a fine ’800 divenne una metropoli moderna.
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mia volontà”, con queste parole l’imperatore Francesco Giuseppe avviò la modernizzazione della capitale, Vienna. Tutto iniziò con un decreto con il quale ordinò la demolizione delle antiche mura della città e la costruzione di un nuovo viale, la cosiddetta Ringstrasse. Da quel momento Vienna cambiò volto: doveva rappresentare la potenza e la magnificenza dell’Impero asburgico al pari di altre capitali europee. Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, l’Europa era in pieno fermento: Parigi e Vienna diventarono, dopo Londra, le due maggiori città del continente. Tra Ottocento e Novecento la popolazione di Parigi quasi quintuplicò e quella di Vienna crebbe ancora di più, con un’esplosione di problemi abitativi e igienici che spinse a intervenire con grandi piani di ristrutturazione urbana. Le città inoltre furono rese più funzionali con nuovi piani di viabilità che portarono, per esempio, alla costruzione dei grandi boulevard di Parigi.
VIALE CIRCOLARE. Il 20 dicembre 1857 l’imperatore firmò il decreto – pubblicato sulla Wiener Zeitung – in cui ordinò l’abbattimento delle fortificazioni e la costruzione di una grande rete di strade al loro posto. L’obiettivo era duplice: collegare i sobborghi al cuore del potere imperiale e, allo stesso tempo, abbellire la zona intorno alla residenza imperiale. Dove prima c’erano mura, fossati e il glacis militare (lo spazio davanti alle mura lasciato libero per fini difensivi) nacque un anello di viali alberati: la Ringstrasse (o Ring), lunga circa 5,3 chilometri, e larga circa 56 metri, che circonda la città vecchia e che oggi è una delle attrazioni turistiche della capitale austriaca. Fu un lavoro colossale. Basti pensare che le demolizioni volute dall’imperatore riguardarono un territorio di oltre due milioni di metri quadrati. Il territorio liberato fu in parte destinato a edifici pubblici, parchi e infrastrutture, 49
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Tempo libero Folla al Prater nel 1900 e, sullo sfondo, la ruota panoramica. Sotto, un caffè sulla Ringstrasse, nel 1915.
e in parte venduto a caro prezzo (per finanziare le grandi opere) ai privati. Tutto insomma tendeva a un maestoso risultato finale che aveva una chiara valenza politica: Vienna doveva apparire come una metropoli fastosa, moderna e ordinata, degna di guidare un impero multinazionale quale era quello asburgico.
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PALCOSCENICO IMPERIALE. La Ringstrasse infatti non era solo una strada, ma un progetto urbano in cui architettura, potere e scena pubblica si dovevano incontrare. Lungo il suo tracciato si trovano i più importanti edifici istituzionali: il Parlamento in stile
neoclassico e, a pochi passi di distanza, il Municipio (Rathaus) neogotico, poi l’Università neorinascimentale, il Burgtheater di cui l’imperatore pose la prima pietra, il Kunsthistorisches Museum (Museo di storia dell’arte) e il Naturhistorisches Museum (Museo di storia naturale), il nuovo Teatro dell’Opera, i palazzi dei ministeri e una nuova ala della residenza imperiale Hofburg. Ogni stile doveva, secondo i piani di Francesco Giuseppe, evocare un’epoca storica gloriosa per celebrare anche il passato della dinastia asburgica. Vicino ai palazzi pubblici, sui lotti venduti ai privati, sorsero i palazzi della grande borghesia che intendeva
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mostrare la propria ascesa sociale e quelli dell’alta aristocrazia. Ma non solo, la Ringstrasse era anche il luogo in cui ci si faceva vedere: signore in abito lungo, ufficiali in uniforme, studenti, banchieri e professionisti passeggiavano sotto i nuovi palazzi ed entravano nei primi negozi alla moda. Era, infine, la cornice ideale per parate, cortei, balli e spettacoli.
L’ETÀ DELL’ORO. Tra il 1880 e la fine del secolo la Vienna di Francesco Giuseppe visse la sua età dell’oro. La città aveva ormai superato il milione di abitanti, i grandi cantieri della Ringstrasse erano in larga parte conclusi e la capitale dell’Impero austro-ungarico si presentava come una metropoli moderna, dotata di tram a cavalli, nuovi acquedotti e un vasto sistema di parchi pubblici. Il più grande e famoso era, ed è tuttora, il Prater, costruito su un’antica riserva di caccia imperiale e inaugurato nel 1766, che all’epoca di Francesco Giuseppe si trasformò in uno dei principali luoghi di svago della città: viali alberati, caffè, osterie, teatri all’aperto. Dal 1897 il parco fu dotato anche di una grande ruota panoramica (Wiener Riesenrad) per celebrare i 50 anni di regno. Ma non c’erano solo i grandi edifici, a far da sfondo alla vita quotidiana della città. C’erano anche i luoghi di ritrovo che creavano una nuova atmosfera. I
LA SCIENZA DELL’ANIMA. Nel 1897 nacque il movimento artistico e culturale guidato dal pittore Gustav Klimt, la Secessione viennese: un gruppo di giovani artisti che si staccò dal mondo accademico per rivendicare libertà creativa e rompere con gli stili tradizionali. Si rivelò una sfida culturale affine all’Art Nouveau francese e al Liberty italiano, anche se con un’identità propria. L’imperatore tollerò la Secessione senza comprenderla: guardò con diffidenza il linguaggio nuovo di Klimt e degli architetti Otto Wagner e Adolf Loos, senza sostenerlo ma neppure ostacolarlo: era un uomo dell’Ottocento
CORBIS/VCG VIA GETTY IMAGES
caffè viennesi erano autentici salotti pubblici, dove si poteva passare l’intera giornata leggendo giornali, scrivendo o discutendo di politica, tra un sigaro e una tazza di melange (il cappuccino viennese). E proprio tra quei tavolini di marmo, in particolare al Café Griensteidl e al Café Central, si incontravano i giovani scrittori e giornalisti della cerchia chiamata dei “Jung-Wien” (Giovane Vienna), che non fu una vera corrente letteraria, ma una tendenza: una nuova generazione di autori che voleva rompere con la letteratura conformista e borghese di fine Ottocento. Dietro lo splendore di teatri e boulevard e la vivacità dei caffè, infatti si intravedevano già le prime crepe di un impero attraversato da molte tensioni sociali e proprio nella Vienna di Francesco Giuseppe maturarono le inquietudini che a fine secolo esplosero.
Neoclassico
Il palazzo del Parlamento: nella piazza, un tram a cavalli (1890 circa).
La città rappresentò l’ambiente culturale ideale per le idee che influenzarono poi il Novecento in una città che stava entrando nel Novecento. Non a caso proprio negli stessi anni e nella stessa città Sigmund Freud analizzava sogni, nevrosi e pulsioni, aprendo le porte all’inconscio (v. riquadro). La rivoluzione della Secessione e quella della psicoanalisi procedevano in parallelo: entrambe segnarono un’inevitabile frattura con il passato, rivelando una società elegante e brillante in superficie, ma attraversata da tensioni profonde.
VERSO IL FUTURO. L’età dell’oro degli anni 1880-1890 fu il momento in
cui l’urbanistica voluta da Francesco Giuseppe – mura abbattute, viali monumentali, maestosi edifici – offrì a Vienna l’occasione ideale per diventare capitale della musica, del teatro e dell’alta cultura. Ma, paradossalmente, proprio quell’imperatore diffidente verso la modernità finì per prepararle la strada: aveva creato infatti un ambiente culturale in cui germogliarono il modernismo e una nuova scienza, la psicoanalisi. Così, senza volerlo, aveva contribuito a inaugurare nella sua Vienna quel Novecento che tanto • faticava a comprendere.
Quell’anno a Vienna...
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obert Musil fa iniziare il suo romanzo L’uomo senza qualità, spietato affresco della “Kakania”, lo Stato imperial-regio (kaiserlich-königlich, abbreviato in K.K. e in tedesco pronunciato ka-ka) nel 1913. Quello stesso anno, mentre la vecchia Europa scivolava verso una guerra che ne avrebbe segnato il tramonto, per le strade di Vienna si muovevano figure allora insignificanti, ma destinate a fare la storia del Novecento. Due di loro erano rivoluzionari russi in fuga dalla repressione zarista. Lev Trotzkij dirigeva un modesto giornale radicale, la Pravda, fondata proprio a Vienna. Il secondo, arrivato sotto lo pseudonimo di Stravos Papadopulos per ordine di Lenin, era Iosif Vissarionovič Džugašvili, meglio noto come Stalin. Grazie all’aiuto di Trotzkij trovò alloggio in Schönbrunner Schlossstrasse, vicino
al palazzo di Schönbrunn, la residenza imperiale di Francesco Giuseppe, dove lavorò con Nikolaj Bucharin alla stesura del saggio Il marxismo e la questione nazionale. Incontri pericolosi. A breve distanza ma in condizioni ben più misere viveva, in un dormitorio municipale in Meldemannstrasse 27, un giovane artista austriaco respinto dall’Accademia di Belle Arti: si chiamava Adolf Hitler. Non lontano, al numero 19 di Berggasse, risiedeva un professore: Sigmund Freud, che aveva già formulato la teoria dell’inconscio e fondato l’Associazione internazionale di psicoanalisi. Chissà che alcune di queste figure non si siano trovate vicine, magari al Café Central – frequentato da Trotzkij, da Hitler e forse anche da Stalin – ad ascoltare le prime esagitate invettive di Hitler su temi razzisti e politici. Luca Cristini 51
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INTERVISTA Lo storico dell’alimentazione Alberto Grandi analizza il “mito” della cucina italiana, un’invenzione recente e molto... televisiva. di Roberto Roveda
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E LA TV INVENTÒ LO CHEF
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oi italiani siamo abituati all’opulenza a tavola. Non a caso ogni ricorrenza nostrana è corredata dal suo piatto tradizionale, che si parli di lasagne e cannelloni la domenica, di cotechino e lenticchie a Capodanno o del panettone a Natale. Eppure, andando indietro nel tempo la Storia ci insegna che per secoli l’alimentazione italica è stata segnata dalla penuria. Si faticava a mettere assieme pranzo e cena e tanti piatti tipici della
L’invenzione del cuoco. Contro le bugie degli chef Alberto Grandi (Mondadori)
La domenica
Bergamo, 1955: tavolata all’aperto in famiglia, un classico dei nostri album fotografici, come lo scooter Vespa. Con il boom economico nasce in Italia il pranzo come convivialità.
nostra gastronomia sono stati a lungo esclusiva di pochi privilegiati. Nonostante questo passato di stenti e cinghie tirate siamo diventati il Paese del buon cibo, della dieta mediterranea e delle ricette regionali che abbiamo esportato in tutto il mondo. Siamo inoltre diventati la nazione dei programmi di cucina a tutte le ore, dei ricettari e soprattutto degli chef che impazzano sul web e in tv. Ma come siamo arrivati a tutto questo? Oppure siamo stati sempre una nazione non di santi, poeti e navigatori, ma di gastronomi, cuochi e assaggiatori? La risposta a queste e ad altre domande la troviamo nel recente libro L’invenzione del cuoco (Mondadori) di Alberto Grandi, docente di Storia dell’alimentazione all’Università di Parma. yUn libro a tratti spiazzante, come la risposta di Grandi quando gli chiediamo lumi sulla nostra ottima reputazione. Meritata? Perché la cucina italiana gode di tanta fama? In realtà si tratta di un mito... Ma è un mito molto produttivo. Parlare di “cucina italiana” prima del Novecento è anacronistico: mancavano uno Stato unitario, un mercato comune, una lingua comune, mancavano infrastrutture che permettessero la circolazione di ingredienti e ricette, ma soprattutto mancavano le condizioni economiche per permettere di sviluppare una cucina variegata. Gli italiani mangiavano sempre le stesse cose, limitati dalle stagioni e dalla disponibilità locale. Una prima idea di “cucina italiana” nasce tra Otto e Novecento ed è stata poi “nazionalizzata” dalla televisione, dall’industria agroalimentare e dal turismo. Questo mito non è solo un falso storico: è una macchina narrativa che ha permesso di costruire un’identità collettiva attorno al cibo, di educare turisti e cittadini a un modello di gusto condiviso. In fondo, quando mangiamo spaghetti o pizza al di fuori dell’Italia, consumiamo anche un’idea, un racconto, più che una tradizione pura. Insomma, sono stati la tv e il consumismo a inventare la cucina italiana. E a creare gli chef stellati. Eppure esistevano già nei secoli scorsi cuochi celebri, capaci di influenzare le mode del loro tempo... Sì, ma funzionavano in modo completamente diverso. Prima della tv e dei social, il cuoco “influente” era quasi sempre al servizio di una corte o di un’élite (v. riquadro a pag. 74). non parlavano al popolo, ma modellavano il gusto di una minoranza che poi filtrava lentamente verso il resto del Paese. Questi cuochi erano veri “consiglieri di gusto” dei potenti: la loro fama passava per libri di cucina destinati a pochi lettori o per l’eco delle corti, e non aveva alcuna immediatezza mediatica. L’idea di un cuoco che costruisce un immaginario nazionale è una novità del secondo Novecento. Prima, la loro influenza era più simile a un’onda che partiva da un piccolo stagno e si propagava lentamente: influenzavano 73
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I grandi “chef” del passato
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Artusi o Petronilla sarebbero oggi star tv e il signore che li pagava e a volte la società. Oggi la propagazione è immediata, globale e visiva: basta un video virale o un post per costruire consenso e modellare gusti. Prima del boom televisivo, nel Novecento è esistita qualche figura capace di incidere sull’immaginario gastronomico degli italiani? Assolutamente sì. Petronilla, pseudonimo della dottoressa Amalia Moretti Foggia, è stata un fenomeno mediatico ante litteram. Dal 1929 al 1943 ha pubblicato ricette sulla Domenica del Corriere parlando alle masse femminili in un’Italia che stava cambiando: urbanizzazione, nuovi consumi, restrizioni dell’autarchia, guerra. La sua forza era la normalità: ricette economiche, facili, adattabili a ingredienti scarsi. Ha insegnato alle italiane una lingua unitaria della cucina, come prima di lei aveva fatto l’Artusi. Ma Petronilla agì su vasta scala. Non era solo cucina, era gestione domestica, un modo di educare alla ALBUM / COLL. JONAS/KHARBINE-TAPABOR
a prima star fu il romano Apicio (I secolo d.C.). Il suo trattato De re coquinaria ha influenzato i cuochi fino al Rinascimento, quando si affermarono professionisti come Mastro Martino, il Leonardo della cucina, alla corte del duca di Milano Francesco Sforza nel ’400. Tavola e potere. Gran maestro di gastronomia nel ’500 fu Bartolomeo Scappi, attivo alla corte di due papi. Nella stessa epoca Cristoforo Messisbugo impreziosiva le mense degli Estensi. Con loro il banchetto divenne un palcoscenico, superato nel ’600 del Re Sole e di François Vatel, il creatore della crema chantilly, che si suicidò per non essere riuscito a servire pesce fresco a un banchetto regale. Poi ci fu Marie-Antoine Carême, “il cuoco dei tre sovrani” che lavorò per Napoleone, per lo zar Alessandro I e per Giorgio V d’Inghilterra. A lui si deve il tipico cappello alto (nella foto). Tra ’800 e ’900 fu la volta di Auguste Escoffier, che cucinava per il principe di Galles e Sarah Bernhardt al Savoy di Londra e al Ritz di Parigi, e di Pellegrino Artusi, che nel 1891 codificò le ricette italiane nel best seller La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene.
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modernità, di far sentire le donne parte di una comunità nazionale. Petronilla è stata la prima vera “voce nazionale” della cucina popolare: se fosse nata oggi, avrebbe avuto un paio di milioni di follower e probabilmente avrebbe avuto anche merchandising, corsi online e una rubrica radiofonica quotidiana. Con il boom e la nascita della tv cosa cambia? Tutto. Il boom economico mette nelle mani degli italiani frigoriferi, cucine moderne, supermercati e prodotti industriali standardizzati. La tv, nata nel 1954, non trasforma subito la cucina in spettacolo, ma inaugura una rivoluzione: milioni di persone vedono per la prima volta gli stessi gesti, gli stessi prodotti, la stessa idea di “italianità gastronomica”. La cucina non è più solo pratica domestica o arte elitaria: diventa educazione popolare e marketing al tempo stesso. La televisione crea un nuovo pubblico, omogeneo, che comincia a pensare in termini di tendenze, di brand alimentari e di stagione dei prodotti, anche prima di poterli realmente acquistare ovunque. Chi sono le prime star della cucina in tv? Nel 1957 Mario Soldati porta in tv il suo Viaggio lungo la Valle del Po. Alla ricerca dei sapori perduti, un documentario gastronomico che unisce letteratura, cultura e cucina regionale, ma anche molta invenzione: i cuochi protagonisti non sono ancora delle star, ma il racconto dei luoghi e dei sapori inizia a interessare un pubblico più ampio. Poi ci sarà una lunga parentesi negli Anni ’60 e bisognerà attendere gli Anni ’70, con A tavola alle 7 con Ave Ninchi e Luigi Veronelli.
MONDADORI PORTFOLIO/FOTOTECA GILARDI MONDADORI PORTFOLIO/FOTOTECA GILARDI
web influencer da milioni di follower
E nella tv Anni ’70 che ingredienti si usano? Sono anni poveri di spettacolarità culinaria: tra crisi energetica, austerity e una Rai pedagogica, la cucina torna come racconto identitario. Si riscoprono tradizioni locali e prodotti poveri, ma con una narrazione morale e culturale. Figure come Veronelli e i primi protagonisti delle rubriche regionali fanno da ponte tra passato e futuro: insegnano a rispettare il territorio, a scegliere ingredienti stagionali e locali, e a considerare il cibo non solo come nutrimento, ma come espressione culturale. È una cucina politica ed educativa, lontana dai riflettori, ma utile per costruire le basi della cucina italiana moderna. Come si è formata l’identità gastronomica italiana attraverso il piccolo schermo? Dal momento in cui la tv riesce a trasmettere un’idea di italianità uniforme: dagli Anni ’70, con il mito del territorio e della cucina povera ma fantasiosa, fino agli Anni ’80 con il consumo opulento e la cucina come lifestyle. Negli Anni ’90, la tv generalista consolida un canone: programmi dove emergono chef affermati come Vissani o come La prova del cuoco selezionano, semplificano, canonizzano. La cucina italiana
che viene venduta al mondo oggi è un prodotto audiovisivo, con ricette, gesti e immagini costruite per l’occhio e la memoria collettiva. Quando c’è il salto da chef a “profeti”? Tra fine Anni ’90 e primi Duemila, con il modello anglosassone di Gordon Ramsay, Jamie Oliver e Nigella Lawson. In Italia l’effetto arriva dopo, ma travolge: La prova del cuoco trasforma chi cucina in personaggio; Gambero Rosso Channel apre una nicchia di appassionati; MasterChef rivoluziona le regole. Lo chef diventa leader culturale, influencer. Cucina identità, desideri e aspirazioni sociali. È il nuovo intellettuale pubblico, ma con audience • enormi e sponsor al seguito.
Celebrità
Sopra da sinistra: Antonella Clerici, star del programma La prova del cuoco, e altri chef televisivi; le ricette di Petronilla; una pubblicità storica che aveva come testimonial l’attrice Ave Ninchi, celebrità della cucina in tv. Sotto, il ricettario di Pellegrino Artusi.
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Qui emerge una vera coppia di divulgatori: colti, ironici, capaci di parlare di prodotti, vini e tradizioni con un linguaggio accessibile. La pubblicità di Carosello, nel frattempo, costruisce un mondo gastronomico parallelo, fatto di prodotti iconici e di eroine casalinghe perfette. È un’epoca in cui il cibo è cultura, ma anche spettacolo, senza ancora chef-star.
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