SCOPRIRE E CAPIRE IL MONDO
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21 MAGGIO 2026 GIUGNO 2026
Come l’intelligenza artificiale ci sta cambiando
Cervello, memoria, relazioni, lavoro, verità: gli scienziati hanno iniziato a misurare cosa cambia in noi quando usiamo un chatbot. SPAZIO REPORTAGE DAI LABORATORI ESA
COMPORTAMENTO LA TRAPPOLA DEL GRATIS
ARCHEOLOGIA I COLD CASE DELLA STORIA
SALUTE LA CRISI DEI PRONTO SOCCORSO
404 GIUGNO 2026
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Scoprire e capire il mondo Elastici e algoritmi
PRISMA
6 Nascita di un canyon 8 L’ostrica depuratrice 10 Prisma sonoro 14 Lavaggio formiche 16 La fisica delle crêpe 18 La mappa degli incendi 20 Facciamo spazio 22 Mammiferi e uova
13
I numeri della nostra Repubblica
dossier noi e l’IA 24 L’IA CI RENDE STUPIDI?
Numerosi studi iniziano a misurare il prezzo della delega ai chatbot: meno memoria, meno senso critico, scrittura più piatta. Ma il cervello si può salvare. E qualche volta l’IA, usata bene, lo allena.
32 UN’IA PER AMICO (O AMANTE)
Quali effetti hanno sulla psiche i chatbot che simulano amore o amicizia? Per ora sono un Far West con qualche luce e troppe ombre. Soprattutto per la privacy. E i minori.
38 L’ERA DEL DUBBIO
Bastano pochi secondi di audio per clonare una voce. E ora chi mente ha un’arma nuova: accusare di falsificazione digitale anche le prove vere. Il paradosso della post-verità spiegato dalla scienza.
42 PUNTI DI VISTA
Descrivere il mondo a chi non vede, decifrare una scritta in cinese... Così l’analisi delle immagini cambia la vita.
In copertina: Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale
Qualche settimana fa ho passato un pomeriggio di lavoro davvero speciale. Vi chiederete: sarà stato sulla nave che ha raccolto gli astronauti di Artemis II al loro ritorno? Avrà visitato l’LHC? Nulla di tutto questo, anche se fa parte dell’immaginario delle esperienze che, come giornalista di Focus, mi potrebbero capitare. Molto più prosaicamente, ho fatto parte della giuria di un premio per le scuole medie. Un venerdì pomeriggio ho lasciato la redazione e sono andato a Brescia per la premiazione di “Si può fare”, un concorso che funziona così: l’associazione Aghi Magnetici, che lo organizza, ha fornito a quasi 900 studenti (su oltre 1.300 che ne avevano fatto richiesta) dei kit con materiali semplici, elastici, siringhe e poco altro, da cui costruire un giocattolo. Ogni gruppo ha realizzato un gioco e tenuto un diario di bordo per raccontare il lavoro fatto. Il mio compito è stato assistere alla presentazione dei giocattoli delle 18 classi finaliste e, insieme al resto della giuria, dare il mio giudizio. Nel farlo, mi sono appassionato e divertito tantissimo. Ho visto giocattoli originali che sfruttavano meccanismi pneumatici (far sperimentare quell’aspetto della fisica era l’obiettivo scientifico di questa edizione del concorso), ho assistito a presentazioni appassionate, ho sfogliato diari di bordo di una creatività sorprendente. Sono rimasto stupefatto dalle idee che quei ragazzi di dodici anni avevano avuto. Mi ha colpito scoprire come alcuni gruppi avessero utilizzato l’intelligenza artificiale. L’hanno usata soprattutto per perfezionare alcune parti delle presentazioni. Ma ho notato come la parte centrale del lavoro, l’idea, il ritaglio, l’errore, il giocattolo che non funziona e va rifatto, fosse rimasta tutta nelle loro mani. L’IA era arrivata dopo, come uno strumento per rifinire, non per pensare. È esattamente la differenza che racconta il dossier di questo numero: la stessa intelligenza artificiale che può impoverire la nostra mente, se usata come scorciatoia, può diventare una risorsa straordinaria come compagna di lavoro. Quei ragazzi di dodici anni sembravano averlo già capito. Gian Mattia Bazzoli (gianmattia.bazzoli@mondadori.it)
46 IL COSMO IN UNA STANZA reportage
Nei laboratori Estec dell’Esa, dove le missioni spaziali sono messe a dura prova.
54 ALL’OMAGGIO NON RESISTO comportamento
Basta che sia gratis e accettiamo qualsiasi piccolo (e inutile) oggetto.
Focus | 3
D&R Speciale 118 ANIMALI 122 TECNOLOGIA 124 SCIENZA 126 AMORE E SESSO 128 STORIA 132 TE LO DICE...
134 NATURA 136 ECONOMIA 138 SALUTE 140 SOCIETÀ 142 ARTE E CULTURA 146 CIBO
60 TUTTI AL MARE animali
Dalle acque antartiche alle grotte messicane, la vita sottomarina raccontata dai fotografi subacquei.
68 CHE PRURITO salute
MULTIMEDIA
Scopri video, audio, timelapse e tanti altri contenuti.
È un fastidio democratico, che colpisce proprio tutti. Ma per la scienza è ancora un po’ misterioso.
74 LA MASSA MANCANTE DELL’UNIVERSO hot space
L’emissione di raggi gamma dal centro della Via Lattea può rivelare la natura della materia oscura.
78 PRONTO SOCCORSO IN CRISI
INQUADRA IL QR CODE
148 UNIVERSO 150 PSICHE 154 SPORT Pagine animate Animazioni, video, audio... Potete fruire di tanti contenuti aggiuntivi grazie ai QR Code, nelle pagine dove troverete l’icona Focus+. Basta inquadrare il QR Code con la fotocamera attiva (se si usa un iPhone o un iPad), oppure usando Google Lens o una qualsiasi app per la scansione di QR Code (se si ha uno smartphone o un tablet Android). Se invece siete al computer, andate alla pagina del nostro sito, all’indirizzo web segnalato.
sanità
La carenza di personale e un flusso sempre maggiore di pazienti mettono in difficoltà la medicina d’urgenza. Come affrontare l’emergenza?
84 MEDICI A PORTATA DI MANO sanità
Che cosa sono le case di comunità, perno di una riforma che cambierà la medicina.
88 SE GLI STRETTI SI BLOCCANO... economia
Hormuz, Suez, Panama, Malacca... Il commercio globale passa da una ventina di punti obbligati. Se restassero bloccati, energia, cibo e microchip diventerebbero più cari.
RUBRICHE
114 Mondo Focus 157 Iniziative 158 Cartellone 160 Giochi
4 | Focus
94 ANTICHI OMICIDI (IR)RISOLTI storia
I cold case dell’antichità: così gli scienziati indagano su delitti avvenuti migliaia di anni fa.
102 L’ARTE DEL COMPROMESSO comportamento
Dalle crisi con ostaggi alle liti di condominio: la scienza dice che negoziamo male.
108 L’ALTRA METÀ DEL CERVELLO neuroscienze
Le cellule gliali condizionano tutta l’attività nervosa. Studiarle getta una luce nuova sulla nostra mente e apre a terapie innovative.
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A Venezia, una retrospettiva su Alighiero Boetti
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dossier
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noi e l’IA
A
SCHERMI Il cervello elabora un’immagine in 13 millisecondi, troppo in fretta perché il ragionamento possa intervenire. Siamo costruiti per reagire alle immagini, non per verificarle.
marzo è circolato sui social il video di un attacco missilisti co iraniano all’aeroporto di Tel Aviv. Ci sono volute ore, dopo migliaia di condivisioni, per stabilire che era stato creato con l’intelligenza artificiale. La pro paganda e la disinformazione sono parte di ogni conflitto, ma quello tra Usa, Israele ed Iran verrà ricordato come il primo dove l’IA generativa è sta ta usata in maniera massiccia a tale scopo. Il motivo per cui ci caschiamo non è stupidità: è biologia. Il cervello umano elabora un’imma gine in 13 millisecondi, molto prima che il ra gionamento cosciente possa intervenire. Siamo costruiti per reagire alle immagini, non per veri ficarle. E c’è di peggio: più volte vediamo qualcosa, più ci sembra vero. Si chiama “effetto verità illu soria”, documentato per la prima volta nel 1977 dalla psicologa Lynn Hasher e confermato da de cine di studi successivi: la semplice ripetizione di un’affermazione, anche falsa, ne aumenta la cre dibilità percepita. Gli algoritmi dei social media sono ottimizzati per la condivisione, quindi per la ripetizione. Sono, senza saperlo, macchine per fabbricare verità. «La manipolazione dei media esiste da sempre: 100 anni fa Stalin faceva ritoccare foto ufficiali per eliminare persone indesiderate», spiega Hany Farid, professore di Informatica all’Università di
Berkeley specializzato in analisi forense delle im magini digitali. «All’epoca solo una decina di per sone erano in grado di farlo e il risultato si poteva pubblicare su un libro, oggi gli strumenti basati su IA sono alla portata di tutti e permettono di crea re immagini e video iperrealistici e diffonderli a milioni di persone sui social». QUANDO IL VERO SEMBRA FALSO «Viviamo nell’era della post-verità», dice Farid. «Un nostro studio dimostra come ormai le perso ne non riescano a distinguere video e audio falsi da quelli veri. Non solo per il loro realismo, ma anche perché confermano l’opinione di chi guar da: se sei un sostenitore di Trump e un video lo denigra lo considererai falso e viceversa». C’è però un effetto ancora più subdolo, che i ri cercatori americani Robert Chesney e Danielle Citron hanno chiamato “liar’s dividend” (il di videndo del bugiardo): in un mondo dove tutti sanno che i deepfake esistono, chiunque può ne gare un evento reale affermando che si tratta di un falso. Non è un’ipotesi: è già successo. Politici filmati mentre compiono azioni reali le hanno smentite come montature IA. Prove video reali vengono messe in dubbio. Il problema non è più solo che il falso sembri vero, è che il vero comin cia a sembrare falso. La disinformazione IA non punta a convincerti di qualcosa: punta a farti du
ERA DEL DUBBIO L’
Bastano pochi secondi di audio per clonare una voce. E ora chi mente ha un’arma nuova: accusare di falsificazione digitale anche le prove vere. Il paradosso della post-verità spiegato dalla scienza.
di Marco Consoli Focus | 39
dossier Siamo costruiti per reagire alle immagini, non per verificarle. La biologia non è un alleato
AFP via Getty Images
FINTI SERMONI Clip generate con l’IA mostrano Papa Leone XIV pronunciare false omelie acchiappa-clic. Sopra, un falso combattimento tra Tom Cruise e Brad Pitt. Cruise è la celebrità più falsificata sui social.
bitare di tutto. E il dubbio, a differenza della menzogna, non ha antidoto. A livello di percezione e interpretazione, vedere un evento su un display è comunque diverso che farlo dal vivo. «L’esperienza mediata può essere messa in discussione più facilmente», spiega Marco Borgese, psicologo clinico specializzato nell’impatto delle tecnologie digitali sul comportamento sociale, «ma rispetto a quando c’erano solo radio e tv, l’aumentare dei media ha causato l’ipersemplificazione dei contenuti e lo spaesamento degli utenti, che così sono portati ad affidarsi alla fonte di informazione più vicina al proprio sentire». Inoltre mentre nei vecchi media la diffusione era in mano a professionisti, oggi chiunque può pubblicare qualsiasi notizia, senza controlli sulla sua veridicità. Ciò pone il problema di come difendersi in un contesto in cui crolla ogni certezza. «Da tempo a Berkeley studiavamo tecniche per identificare falsi digitali, prima creati con Photoshop e di recente con l’IA», dice Farid, che tre anni fa ha cofondato GetReal Security, società specializzata nel rilevamento di contenuti contraffatti. TRUFFE E RICATTI Per i criminali oggi è molto più facile ingannare il prossimo con i deepfake, termine che mescola “falso” e “profondo”, nel senso di filmati indistinguibili dal reale. «Due anni fa per crearli bisognava avere competenze informatiche, oggi non ci sono più barriere tecniche o finanziarie per usare
strumenti come Gemini, Midjourney, Veo 3 ed altri ancora», dice Farid. L’uso del linguaggio naturale è sufficiente per chiedere all’IA di produrre il video desiderato e bastano pochi secondi di audio di una persona che parla per copiarne la voce. La cronaca è zeppa di truffe con sostituzione di persona anche in videochiamata, come quella ai danni di un impiegato della multinazionale Arup che ha eseguito un bonifico da 25,6 milioni di dollari su richiesta del direttore finanziario poi rivelatosi un clone creato con l’IA. Clonare digitalmente una persona può essere usato anche per danneggiarne l’immagine. «Ma ci sono anche episodi orribili in cui viene sostituito il volto di donne a quello di attrici in video porno o create false immagini intime di minori a scopo di estorsione, che talvolta spingono le vittime al suicidio», spiega Farid. «Chi subisce tali abusi soffre di un disturbo da stress post traumatico», commenta Borgese, «amplificato dal fatto che, anche in caso di smentita, c’è sempre una fetta di persone che crederà alla veridicità di quel video. Ognuno di noi
Noi e l’IA
crea l’immagine di sé anche a partire dall’idea che hanno gli altri: video del genere possono portare a disintegrazione del sé e a disturbi paranoici». «Ci vuole una giusta dose di scetticismo», spiega Farid, «perché se considerassimo sempre falso un video potremmo sottovalutare la prova di un reato». È il paradosso finale: la medicina contro la disinformazione, cioè dubitare, rischia di diventare essa stessa un’arma. Nei tribunali americani si discute già come ripensare il valore probatorio dei video. E quando un politico, un criminale, un bugiardo sa che può dire «è un deepfake», il dubbio smette di proteggerci e comincia a proteggerlo. DI CHI È LA COLPA? Quanto alla domanda su chi sia responsabile della diffusione di contenuti falsi generati con l’IA, conclude Farid: «Certamente lo sono le persone che li creano, ma anche chi produce gli strumenti per farli, quando non adotta meccanismi di controllo. E infine le società che veicolano questi contenuti: non solo chi possiede i siti internet, ma soprattutto i social media. Per questo c’è bisogno di regole che inchiodino alle proprie responsabilità società a cui non importa nulla dei danni provocati perché nel frattempo incassano miliardi di dollari. Purtroppo in America i legislatori sono lenti, perché le aziende di cui sopra fanno selvaggia attività di lobbying, ma nel resto del mondo qualcosa si muove, come dimostra il divieto di uso dei social media sotto i 16 anni stabilito in Australia, Spagna e Francia». In questa situazione, secondo Borgese, rischiano di venire meno le fondamenta stesse della convivenza sociale: «Il salto evolutivo non ha precedenti, perché ciò che oggi percepisci con i sensi non è più necessariamente vero. Nel momento in cui una comunità comincia a dubitare di tutto e si spacca in tante visioni degli stessi eventi, crolla l’impianto che tiene unita una collettività. E basta la diffusione di un video che sembra vero ma è falso per creare il caos, perché l’essere umano è progettato per reagire immediatamente grazie al pensiero veloce. Perciò ci vorrà un’educazione adeguata per insegnare a valutare quanto si sta vedendo: un’assoluta novità per la mente umana».
SANTINO DIGITALE Sopra, Trump raffigurato come messia in un’immagine generata dall’IA che lui stesso ha pubblicato sui suoi social, salvo poi cancellarla. A lato, il finto attacco iraniano a Tel Aviv circolato sui social nel marzo scorso: un deepfake (un falso realizzato con l’IA) smascherato dopo migliaia di condivisioni.
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neuroscienze
L’altra metà del cervello A lungo ignorate anche dalla scienza, le cellule gliali condizionano tutta l’attività nervosa. Studiarle getta una luce nuova sulla nostra mente e apre a terapie innovative.
I
di Margherita Fronte
mmaginate di indossare un paio di sneakers a cui siano stati tolti i lacci, di preparare un tiramisù senza i savoiardi, oppure di suonare un pianoforte privo dei tasti neri o una chitarra con quattro corde invece di sei. Sono tutte scelte possibili, ma le sneakers sarebbero scomode, il tiramisù diventerebbe una crema e le melodie degli strumenti “monchi” sarebbero troppo semplici, se non decisamente stonate. Nessuno, insomma, farebbe tutto ciò. Eppure è proprio così, dimenticando un pezzo, che per molti anni è stato studiato l’organo più complesso del nostro corpo, quello che coordina le attività di tutti gli altri e ci permette di pensare e di rispondere agli stimoli dell’ambiente: il cervello. La parte “dimenticata” è la glia: un insieme di cellule di vario tipo, che nel cervello umano sono altrettanto numerose dei neuroni ma che, a differenza di questi ultimi, non conducono gli impulsi elettrici da un punto all’altro. Osservate al microscopio già nell’800, le cellule gliali furono inizialmente ritenute una “colla” che teneva assieme il tutto, e successivamente relegate al ruolo di ancelle, con funzioni di supporto e nutrimento per i neuroni. Ad abbagliare gli scienziati furono le proprietà di questi ultimi, capaci di formare circuiti dai quali effettivamente dipendono le straordinarie capacità del nostro sistema nervoso. E a dare il colpo di grazia alla glia fu la tecnica del patch-clamp, sviluppata nella seconda metà del ’900, che permise agli scien-
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ziati di registrare e misurare il potenziale elettrico delle cellule nervose, senza però rilevare nulla su tutte quelle che costituiscono l’altra metà del cervello. LA NUOVA SCIENZA DELLA GLIA Tuttavia, negli ultimi 20 anni qualcosa sta cambiando. Un numero crescente di ricercatori ha iniziato a studiare astrociti, microglia e oligodendrociti (i tre tipi di cellule gliali del cervello), scoprendo che svolgono ruoli ben più importanti di quanto si ritenesse. A ricevere maggiore attenzione sono stati i primi, i più abbondanti, che con le loro numerose ramificazioni occupano ampie zone del tessuto nervoso. «Gli astrociti sono distribuiti in modo disomogeneo: nella corteccia cerebrale, e in altre aree responsabili delle funzioni superiori, sono persino più numerosi dei neuroni», spiega Andrea Volterra, professore emerito all’Università di Losanna (Svizzera), i cui studi sono stati fondamentali per riportare l’attenzione delle neuroscienze sulla glia. «Inoltre, via via che si sale nella scala evolutiva, aumentano di numero e diventano anche più grandi e strutturalmente più complessi». Sono ormai numerosi i ricercatori che ritengono che queste cellule abbiano un ruolo non secondario nelle capacità cognitive. E un curioso esperimento condotto all’Università di Ro-
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I PEZZI MANCANTI Molti aspetti del cervello sono ancora sconosciuti. Le ricerche sulla glia possono aiutare a chiarirli.
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L’attività degli astrociti serve a consolidare i ricordi, influenza il sonno e i meccanismi dell’attenzione
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chester (Usa), riportato nel 2013 sulla rivista Cell Stem Cell, ha persino documentato che trapiantare astrociti umani in topi migliorava la memoria spaziale e la capacità di orientarsi nei labirinti. Secondo Volterra, questo risultato va interpretato con molta cautela. «Certamente però gli astrociti influenzano profondamente l’attività nervosa», spiega. «Sono come tanti mattoncini: ognuno occupa una sua posizione senza sovrapporsi agli altri. Possiamo dire che ciascuna zona del cervello è controllata da un astrocita. Si è calcolato che nei topi questo territorio comprende circa 100.000 sinapsi (le zone in cui i neuroni si connettono). Nell’uomo, invece, ciascun astrocita sovraintende all’attività di oltre un milione di sinapsi».
SOGNI D’ORO Durante la notte, i passaggi fra le varie fasi del sonno sono preceduti dall’attivazione degli astrociti.
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CONNESSIONI A TRE Fino a una trentina di anni fa si pensava che l’impulso nervoso si trasmettesse esclusivamente da un neurone all’altro, e che l’astrocita fosse un semplice spettatore di questo passaggio. «Poi però si è scoperto che anche queste cellule sono in grado di catturare le molecole che trasmettono l’informazione fra neuroni, e che rispondono con una serie di cambiamenti che le portano a loro volta a rilasciare sostanze, chiamate gliotrasmettitori, che modificano il microambiente della sinapsi», spiega Andrea Volterra. «A differenza della trasmissione nervosa, che veicola l’informazione in modo estremamente rapido, la gliotrasmissione è un processo più lento, che influenza l’attività dei neuroni ed è fondamentale per elaborare, valutare e integrare le informazioni. Nessuno di noi prende una decisione in un millisecondo, e neppure la memoria e i ricordi possono formarsi in un arco di tempo così breve. È in questi processi che interviene la glia». Diverse ricerche avvalorano questa tesi. Una di queste, condotta su topi alla Hebrew University di Gerusalemme, e pubblicata su Nature, ha confermato il ruolo degli astrociti nella memoria spaziale: queste cellule infatti si attivavano quando gli animali si avvicinavano a una zona di un labirinto in cui c’era una fonte di cibo già conosciuta, ma restavano silenti se i topi si trovavano in altre aree del labirinto. Un altro studio, pubblicato lo scorso anno dalla stessa rivista, ha invece scoperto che gli astrociti dell’amigdala – area del cervello collegata alla paura – hanno un ruolo nello stabilizzare i ricordi di eventi traumatici. Nel consolidamento dei circuiti nervosi interviene anche la microglia, il cui compito principale è in realtà quello di “guardiana” del cervello, perché è in grado annientare eventuali agenti esterni o patogeni penetrati nel tessuto. In tempi recenti si è scoperto che, oltre ad attivare l’infiammazione e a “divorare” i nemici, le cellule microgliali demoliscono anche le sinapsi
LE CELLULE GLIALI DEL CERVELLO Neurone presinaptico
Astrocita
Oligodendrocita
Ipa
DOVE MI TROVO? Diversi studi condotti su topi hanno dimostrato che la glia interviene nel formare la memoria spaziale. Neurone postsinaptico
Microglia
DARSI UN TONO CON GLI ASTROCITI Ma le funzioni della glia non si fermano qui. Queste cellule infatti hanno anche il compito di produrre fattori trofici che “rinforzano” i neuroni e di ripulire il tessuto dai materiali di scarto. Gli astrociti inoltre veicolano alle cellule nervose ossigeno e nutrienti, prelevandoli dai vasi sanguigni con cui sono fisicamente a contatto. Recentemente si è scoperto che questa contiguità con il sistema vascolare permette alla glia di controllare il flusso del sangue: quando un astrocita “sente” che l’attività nervosa è elevata rilascia prostaglandine, che fanno dilatare i vasi, consentendo quindi di portare nella zona quantità maggiori di ossigeno e nutrienti. Infine, poiché sono connessi fra loro (le estremità dei prolungamenti si toccano), gli astrociti influenzano anche lo stato di attivazione generale del cervello. «Sono coinvolti nei meccanismi dell’attenzione e influenzano l’architettura del sonno: si attivano infatti nel passaggio fra le varie fasi, soprattutto al termine della fase non-Rem, favorendo il risveglio» spiega l’esperto. L’ALTRA FACCIA DELL’ALZHEIMER Gli studi sulla glia sono soltanto agli inizi, ma stanno già rivoluzionando le conoscenze sul sistema nervoso e promettono di fare altrettanto sul versante delle terapie. E il morbo
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che non servono. «Durante lo sviluppo del sistema nervoso si formano tantissime connessioni, ma poi soltanto quelle utili vengono effettivamente conservate», riprende Andrea Volterra. «Questo sfoltimento, che i neurobiologi chiamano potatura, è opera della microglia».
RIPENSARE LA MALATTIA Un cervello con segni di deterioramento legati al morbo di Alzheimer. Solo di recente si è iniziato a considerare il ruolo della glia nelle malattie neurologiche e questo sta aprendo la strada a nuove terapie.
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GLI ASTROCITI: I REGISTI SILENZIOSI DEL CERVELLO Gli astrociti sono le cellule gliali più numerose e hanno vari compiti. In particolare, influenzano il microambiente delle sinapsi (i punti di connessione fra neuroni) condizionando la trasmissione nervosa e regolano il flusso sanguigno, facendo dilatare i vasi. ACCOPPIAMENTO NEUROVASCOLARE E REGOLAZIONE DEL FLUSSO
DOMINIO MULTISINAPTICO E CONTROLLO GENERALE DELL’ATTIVITÀ Generata IA
SINAPSI TRIPARTITA E TRASMISSIONE NERVOSA Astrocita Neurone presinaptico
Depositi di calcio
Rilascio di glutammato
Processo dell’astrocita
Astrocita
Piede dell’astrocita
Sinapsi multipla (visione d’insieme)
Neurone postsinaptico Accoppiamento neurovascolare
Vaso sanguigno (dilatato) La sinapsi è composta da: neurone presinaptico (che porta lo stimolo), neurone postsinaptico (che lo riceve), e astrocita, che influenza la trasmissione. Molecole: il glutammato trasmette il segnale fra neuroni ed è captato anche dall’astrocita, la cui attivazione è segnata dall’aumento dei livelli di calcio.
Un ponte fra neuroni e sistema vascolare: alcuni prolungamenti degli astrociti (detti “piedi”) sono in contatto con i vasi sanguigni. Vasodilatazione: se l’attività nervosa è alta, l’astrocita rilascia prostaglandine, che dilatano i vasi, così da portare più ossigeno e nutrienti.
Territorio: negli esseri umani, un solo astrocita, tramite i suoi prolungamenti, supervisiona l’attività di oltre un milione di sinapsi. Attivazione: gli astrociti sono in collegamento fra loro e questo influenza l’attività dei rispettivi territori e l’attivazione generale del cervello.
Nelle prime fasi del morbo di Alzheimer i neuroni perdono la protezione di microglia e oligodendrociti
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MENTE IN FERMENTO Durante la maturazione del cervello si formano moltissime sinapsi ed è la glia a “scegliere” quali consolidare e quali eliminare.
di Alzheimer è un vero e proprio banco di prova per le nuove conoscenze. Questa malattia, che inizia molti anni prima della comparsa dei sintomi, e che avanza demolendo a poco a poco il tessuto nervoso, non è stata ancora compresa del tutto. Secondo molti esperti, a ostacolare la ricerca di una terapia efficace è soprattutto la scarsa conoscenza degli stadi più precoci. Ricerche recenti dimostrano che, proprio nelle prime fasi, sono coinvolti tutti e tre i tipi di cellule gliali: gli astrociti, di cui si è già detto, la microglia, che forma il sistema immunitario del cervello, e gli oligodendrociti, il cui compito principale è avvolgere i prolungamenti dei neuroni, formando una guaina (la mielina) che facilita la conduzione degli impulsi. «Studiare l’Alzheimer è molto complicato, perché è una malattia lunga e difficile da riprodurre nei modelli animali. Sembra però accertato che inizialmente le cellule nervose perdano la protezione della glia, e in particolare degli oligodendrociti e della microglia, che normalmente difendono il tessuto e producono fattori trofici», spiega Maria Pia Abbracchio, professoressa di farmacologia all’Università Statale di Milano. Inoltre, in queste primissime fasi, si registra anche una riduzione dei livelli di calcio negli astrociti. E uno studio condotto su topi al Center for Brain and Disease Research di Lovanio (Belgio), e pubblicato su Cell Reports, ha dimostrato che riportare questi livelli alla normalità ripristina l’attività elettrica dei neuroni e migliora alcuni dei sintomi iniziali della malattia, come i disturbi del sonno.
Charles River Laboratories
SEGNALE ASSENTE La tecnica del patch-clamp rileva l’attività elettrica dei neuroni, ma non trova nulla sulla glia.
IN CERCA DI SOLUZIONI In seguito, via via che l’Alzheimer procede, l’accumulo di proteina amiloide danneggia anche la glia, oltre ai neuroni, scatenando la risposta infiammatoria, che protraendosi nel tempo compromette ulteriormente il tessuto. Ma anche in questa fase la glia potrebbe rappresentare un obiettivo terapeutico, come mostra uno studio condotto su topi dal gruppo di Andrea Volterra, appena pubblicato su BioArchives. «Disattivando la risposta degli astrociti alle citochine (molecole prodotte durante l’infiammazione) i nostri animali hanno riacquistato la
memoria, anche quando era già compromessa», dice lo scienziato. Si tratta di dati iniziali, che andranno confermati, e che non si tradurranno presto in nuove terapie. L’indicazione che arriva dalla ricerca è però chiara. «Se vogliamo trovare una cura per l’Alzheimer, e per altre malattie neurologiche e psichiatriche che non hanno una risposta, dobbiamo studiare meglio le interazioni fra neuroni e glia», conclude Volterra. «Fino a oggi, sottovalutando queste cellule, ci siamo privati della capacità di capire come funziona davvero il cervello. E questo è il motivo per cui le opzioni terapeutiche sono così scarse».
UNA RISPOSTA PER MOLTE MALATTIE? in commercio da molti anni. Sarebbe semplice avviare una sperimentazione per verificare se questo medicinale, che ha già passato tutti i controlli sulla sicurezza, possa essere utile anche per le malattie che coinvolgono gli oligodendrociti. Purtroppo però le aziende non sono interessate a farlo, perché il principio attivo è fuori brevetto».
Università degli Studi di Milano
Gli oligondendrociti (nella foto) sono le cellule gliali meno studiate, sebbene il loro ruolo in alcune malattie neurologiche sia noto da tempo. Per esempio, sono centrali nella sclerosi multipla, malattia in cui il sistema immunitario li attacca, causando la perdita della mielina che avvolge e protegge i nervi, «ma sono coinvolti anche nell’Alzheimer, nella sclerosi laterale amiotrofica e nell’ictus», aggiunge Maria Pia Abbracchio, professoressa di farmacologia all’Università Statale di Milano, i cui studi si concentrano proprio su queste cellule. «Gli oligodendrociti derivano da precursori che sono presenti anche nel cervello adulto», spiega; «la maturazione comporta la perdita di una particolare proteina di membrana, chiamata Gpr17, ma in alcune patologie questo passaggio non avviene. Un nostro studio dello scorso anno l’ha documentato nell’ictus: i precursori degli oligodendrociti si concentrano nelle zone sofferenti come se volessero riparare il danno, ma poi non riescono a farlo perché non completano il differenziamento. Con un’altra ricerca sulla sclerosi multipla, pubblicata su Cells nel 2022, abbiamo invece dimostrato che bloccare la Gpr17 permette di far procedere la maturazione. Per disattivare la Gpr17 abbiamo usato il montelukast, un farmaco antiasmatico
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Domande Risposte
LA SCIENZA IN PILLOLE
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I TRATTI DEL VISO DICONO DAVVERO CHI SIAMO?
SALUTE L’ORARIO DEI PASTI È IMPORTANTE PER DIMAGRIRE? UNIVERSO SARÀ POSSIBILE FARE FIGLI NELLO SPAZIO? CIBO COME SI SCEGLIE IL CIBO PIÙ SANO AL SUPERMERCATO?
NATURA CHE COSA SUCCEDE SE SI FINISCE DENTRO A UN TORNADO? Getty Images
SCIENZA LA CLONAZIONE SI PUÒ RIPETERE ALL’INFINITO?
ANIMALI I COLIBRÌ SONO SEMPRE UBRIACHI?
INDICE PAGINE ANIMALI 118 • TECNOLOGIA 122 • SCIENZA 124 • AMORE E SESSO 126 • STORIA 128 • TE LO DICE MASSIMO 132 • NATURA 134 • ECONOMIA 136 • SALUTE 138 • SOCIETÀ 140 • ARTE E CULTURA 142 • CIBO 146 • UNIVERSO 148 • PSICHE 150 • SPORT 154
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SOCIETÀ È VERO CHE I BAMBINI PREFERISCONO CHI VINCE?
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È possibile non pensare a niente?
Perché ci impegniamo in attività che non ci convengono affatto? G
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li scienziati della Stanford University (Usa) hanno scoperto le basi biologiche della “fallacia dei costi irrecuperabili”: le situazioni in cui il prezzo che si paga in termini di tempo, impegno, sofferenza o denaro è molto più alto rispetto a ciò che si ottiene. Alcuni esempi? Il capitano Achab con Moby Dick, ma anche fare ore di coda per entrare in un negozio troppo caro. Lo studio ha riprodotto queste situazioni con un esperimento sui topi raccontato su Neuron: per ottenere una ricompensa (acqua zuccherata), gli animali dovevano premere il naso in un foro da una a 50 volte o subire lievi scosse elettriche. Dopamina. Gli scienziati hanno scoperto che, aumentando il “costo” (fatica o dolore), il cervello dei topi rilasciava dosi molto più elevate di dopamina nello striato (un’area del cervello) al momento del premio. Più il topo faticava, più il piacere finale era intenso, indipendentemente dallo zucchero ottenuto. Il segreto è l’acetilcolina: questa sostanza aumenta in proporzione allo sforzo e “istruisce” i neuroni a pompare più dopamina. Ecco perché restiamo intrappolati in investimenti sbagliati: il nostro cervello premia la persistenza, trasformando il sacrificio in un piacere biochimico che ci spinge a non mollare. V.T.
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Raggiungere il vuoto mentale è possibile non solo per chi è molto esperto nella meditazione. La realtà ci mostra che questi stati si verificano anche nelle circostanze quotidiane, più spesso al termine di compiti noiosi o che richiedono attenzione prolungata, o dopo una privazione di sonno o dopo intensi sforzi fisici. È la conclusione a cui giunge uno studio di revisione francese condotto da ricercatori dell’Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm) e del Brain Institute di Parigi, pubblicato sulla rivista Trends in Cognitive Sciences. Strano sonno. Secondo gli autori, durante questi vuoti mentali alcune regioni cerebrali, come il giro frontale inferiore, l’area di Broca, la corteccia motoria supplementare e l’ippocampo, subiscono un calo significativo dell’attività portando a una sorta di “sonno locale”. È uno stato diverso da quello in cui il cervello “vaga” producendo invece abbondanti contenuti mentali. Si è anche visto che chi soffre di disturbo da deficit di attenzione (ADHD) sperimenta più spesso questi stati mentali rispetto alla media. B.M.
Dopo un trapianto d’organo si può cambiare personalità? S
ì, alcune stime ipotizzano che qualcosa si modifichi in nove casi su dieci: c’è stato chi da vegetariano ha iniziato ad amare il pollo fritto, chi ha cambiato gusti in fatto di musica o perfino di orientamento sessuale, tantissimi non hanno più lo stesso carattere di prima. Studiando il fenomeno un anatomopatologo dell’Università inglese di Lancaster ha spiegato che, accanto a un possibile effetto placebo, il cambio d’organo può incidere sulla fisiologia a causa delle differenze in mediatori, ormoni e molecole prodotti dall’organo donato; questi nuovi segnali, diversi per qualità e quantità, hanno effetti sugli altri organi del ricevente, cervello compreso. Risposte. Si possono per esempio modificare le risposte allo stress o i livelli di neurotrasmettitori che influenzano il tono dell’umore, come la serotonina: poiché nessun organo è “un’isola”, ma lavora in continua connessione con il resto del corpo, è non solo possibile ma quasi sicuro che dopo un trapianto d’organo qualche cambiamento, anche della personalità, ci possa essere. E.M.