IL POPOLO INVISIBILE DENTRO DI NOI




PRISMA


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Un esercito di microrganismi popola il corpo e influenza la nostra salute. È una moltitudine personalizzata e conviene trattarla bene.
Perline di vetro di Murano trovate in Alaska avrebbero anticipato la scoperta dell’America da parte del navigatore genovese.
Tra tutte le diseguaglianze del Pianeta, quella dell’accesso all’energia è una delle più significative sulle reali differenze nella vita delle persone.

L’energia atomica può ancora essere utile? E come si evolverà? Due esperti rispondono a 7 domande.
Avere il comando riempie il cervello di piacere, e ci regala un senso di libertà. Però, può anche dare alla testa, e renderci
gli altri.
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IN MEZZO AI CAMPI
La centrale di Astravets, situata vicino al confine nord-occidentale della Bielorussia con la Lituania. Al momento ospita due reattori, di cui uno completato di recente.
Trentacinque anni fa, il 26 aprile 1986, l’incidente della centrale nucleare di Chernobyl, diffuse su tutta l’Europa una nube radioattiva. Dieci anni or sono, il 16 marzo 2011, un potente terremoto e uno tsunami apocalittico colpirono in successione la centrale nucleare di Fukushima Daichi, in Giappone, causando un disastro simile a quello di Chernobyl. Due eventi che per l’Italia sono carichi di significato, perché hanno portato, nel 1987 e nel 2011, ai due referendum che hanno segnato la fine di ogni progetto di nuove centrali. Una scelta condivisa da molti altri Paesi, ma non da tutti. Oggi sono circa 50 i nuovi reattori in costruzione in 16 nazioni. Come bisogna guardare allora a questa fonte energetica? È un’opportunità o un azzardo? Abbiamo posto 7 domande a due esperti, Massimi-
liano Clemenza, responsabile tecnico del Laboratorio di radioattività dell’Università Milano Bicocca, e Jacopo Buongiorno, direttore del Centro per i sistemi avanzati di energia nucleare al Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston.
È STATO L’IMPATTO DEGLI INCIDENTI DI CHERNOBYL E DI FUKUSHIMA?
«Sono stati due eventi molto gravi, classificati al livello 7, il più alto, della scala Ines, che misura gli eventi nucleari e radiologici», risponde Clemenza. «In entrambi si è verificata la fusione del nocciolo, con conseguente fuoriuscita di materiale radioattivo, ricaduto al suolo nei dintorni delle centrali ma anche trasportato in atmosfera per migliaia di chilometri. Intorno alle due centrali si misurano ancora livelli di radioattività superiori a
L’energia atomica può ancora essere utile? E come si evolverà? Si possono evitare gli errori del passato? Due esperti rispondono a 7 domande.

quelli ammessi. L’incidente di Chernobyl ha avuto effetti in tutta Europa, soprattutto nei mesi successivi. Oggi, in Nord Italia, misuriamo ancora la presenza di Cesio 137, un elemento arrivato fino a noi da quella fuga radioattiva, ma con livelli innocui per la salute e assai inferiori a quelli della radioattività naturale».
LA RADIOATTIVITÀ È UN FENOMENO NATURALE, PERCHÉ DIVENTA PERICOLOSA CON L’ENERGIA ATOMICA?
«Il problema non è la radioattività in sé», continua Clemenza, «ma la quantità e il livello di esposizione, e questo vale per ogni sostanza tossica. Noi stessi siamo naturalmente radioattivi e le nostre cellule sono dotate di meccanismi naturali di autoprotezione da basse dosi di radiazioni».
PAESI OGGI PUNTANO DI PIÙ SULLE CENTRALI NUCLEARI?
«Cina e India soprattutto stanno costruendo molte nuove centrali e puntano sulla ricerca in questo settore», risponde Buongiorno. «Si investe anche negli Stati Uniti, soprattutto per lo sviluppo di nuove tecnologie. Altra area a forte crescita è il Medio Oriente, con tecnologie importate da Russia, Cina o Corea. In Europa ci sono Paesi che stanno uscendo dal nucleare come la Germania e, presto probabilmente anche il Belgio e la Svizzera, e altri che stanno investendo in nuove centrali, come Regno Unito, Finlandia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Ungheria. Anche dove i progetti sono fermi, però, l’energia nucleare oggi produce più del 50% dell’elettricità senza emissioni di anidride carbonica».


INCIDENTI E SCORIE
Dall’alto in senso antiorario: addetti alla centrale di Fukushima, in Giappone; il vecchio scudo protettivo del Reattore 4 della centrale di Chernobyl, dove nel 1986 avvenne l’incidente; scorie in attesa di essere trasportate presso un impianto di stoccaggio in Svizzera; impianto di stoccaggio provvisorio a Gorleben (Germania).

VERO CHE IL NUCLEARE È TROPPO COSTOSO E TROPPO PERICOLOSO?
«Sono problemi reali», osserva Buongiorno, «ma bisogna distinguere ed esaminare i dettagli. Per quanto riguarda i costi, vediamo che crescono rispetto ai preventivi soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. In altri Paesi come India, Cina, Giappone o Russia questo non avviene. Tra il 2016 e il 2018 ho guidato un gruppo di esperti del Mit per capire il motivo di questa situazione. La risposta è che a lungo le aziende del nucleare non hanno costruito impianti in Occidente e hanno perso know-how. Siamo rimasti legati a un modello di centrale di grandi dimensioni, da 1.000 o 1.500 MW, più difficile da progettare e realizzare. Secondo me il futuro del nucleare nei nostri Paesi è legato a impianti, realizzabili in due o tre anni, con potenze tra 100 e 200 MW, più economici e facili da gestire. Il nucleare, poi, è oggi una delle tecnologie più sicure a nostra disposizione. Decidere a priori di non ricorrervi è come scegliere di non guidare oggi una Mercedes ultimo modello perché qualcuno che conosciamo ha avuto un incidente con una Trabant del 1975. Come ogni altra tecnologia, anche quella nucleare si evolve, e con risultati molto interessanti. Bisogna però trovare per i nuovi progetti soluzioni condivise dalla popolazione e gestite in totale trasparenza».
«Nei Paesi più industrializzati», dice Buongiorno, «l’obiettivo è ridurre drasticamente la dipendenza dai combustibili fossi-



In Paesi dove la gestione di grandi cantieri nucleari è complessa, una soluzione possono essere i reattori di piccole dimensioni. Da qui nasce l’idea, sviluppata dal team di ricerca guidato da Jacopo Buongiorno al Mit di Boston, di realizzare batterie nucleari di potenza tra 1 e 10 MW (a lato, il progetto): «Possono essere prodotte in serie, standardizzando i modelli e aumentando il livello di sicurezza e di controllo della qualità», spiega lo studioso. Questi impianti, grandi come un container, possono anche produrre energia termica, utilizzabile da industrie che hanno bisogno di calore, oltre che di elettricità. E, soprattutto, sono sicuri. «Sono piccoli reattori», rassicura Buongiorno: «anche in caso di problemi, sono progettati per evolvere naturalmente, senza interventi esterni, a una condizione stabile senza alcun rilascio di radioattività».
li per limitare al minimo l’impatto sul clima. Analisi che abbiamo condotto nei Paesi occidentali o ad alta industrializzazione mostrano che è importante, per raggiungere questo obiettivo, contare su una frazione importante di energia prodotta da una fonte senza emissioni e controllabile. Quindi non intermittente e imprevedibile come le fonti rinnovabili (v. articolo precedente). Un apporto di questo tipo riduce i costi e i rischi associati alla decarbonizzazione. Il nucleare, ma anche l’idroelettrico o la produzione di energia da fonti fossili con sequestro dell’anidride carbonica, hanno queste caratteristiche di stabilità. Però per nuovi impianti idroelettrici c’è poco spazio nel mondo e per il sequestro dell’anidride carbonica servono grandi cavità sotterranee e caratteristiche geologiche non ovunque disponibili sul Pianeta. Il nucleare si rivela quindi la risorsa più versatile».
Molti Paesi sono rimasti ancorati alla vecchia idea di grandi centrali. Ma ci sono anche quelle
stiamo conducendo un progetto per lo sviluppo delle comunità in Paesi in via di sviluppo. L’idea è quella di usare batterie nucleari (v. riquadro sopra) in grado di produrre alta densità di energia a basso costo, per fornire elettricità, calore, ma anche per depurare o desalinizzare l’acqua, ottenere idrogeno per il trasporto senza emissioni, alimentare data center, produrre farmaci e favorire così lo sviluppo economico locale».
UNA SOLUZIONE PER GESTIRE LE SCORIE RADIOATTIVE?
6COME SI EVOLVERÀ QUESTA TECNOLOGIA? E COME PUÒ CONTRIBUIRE ALL’OBIETTIVO
DELL’ONU DI PORTARE OVUNQUE L’ENERGIA NEL MONDO, IN MODO EQUO E SOSTENIBILE?
«I piccoli reattori di ultima generazione possono dare un grande contributo», continua Buongiorno. «I Paesi in via di sviluppo spesso sono privi anche delle reti di distribuzione, per cui non ha senso realizzarvi grandi centrali, ma piccoli impianti distribuiti sul territorio, che consentono di contenere anche i costi per la rete. Con il Mit e con l’architetto Norman Foster
«Un Paese come l’Italia», dice Massimiliano Clemenza, «non solo può gestire le scorie radioattive, ma ha il dovere di farlo. Anche senza il nucleare produciamo ogni giorno rifiuti radioattivi, nella sanità o nei laboratori di ricerca, che dobbiamo gestire e non lasciare in depositi improvvisati. Ci sono rifiuti radioattivi a bassa, media o alta attività, e ognuno va trattato in modo diverso. In linea generale, comunque, la soluzione consiste nel confinare i radionuclidi in vari strati di materiale inerte (multibarriera) per stoccarli in depositi di superficie o sotterranei per centinaia o migliaia di anni».

Avere il comando riempie il cervello di piacere, e ci regala un senso di libertà. Però, può anche dare alla testa, e renderci meno disponibili verso gli altri.

TEST
SOTTOMESSO O ANTAGONISTA: COME REAGISCI AL POTERE?
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DUE FACCE La voglia di autonomia che sta dentro ognuno di noi si può trasformare in desiderio di dominio sugli altri in tutti gli ambiti, ma succede soprattutto negli ambienti di lavoro.
ME LO PRENDO
C’è chi il potere (quello di far conoscere le proprie idee) è riuscito a prenderselo anche da posizioni di svantaggio, come ha fatto Greta Thunberg.

Per Friedrich Nietzsche è il “demone” che muove gli uomini più di necessità e desiderio, mentre il filosofo Bertrand Russell lo riteneva il fondamento delle relazioni umane: il potere ci attrae come un’enorme calamita, tutti ne vorremmo almeno un po’ e chi lo assaggia pare proprio non riuscire più a farne a meno. Forse perché logora chi non ce l’ha, come diceva il politico Giulio Andreotti che di potere se ne intendeva parecchio. Eppure la scienza sta dimostrando che può far male pure a chi lo possiede, anche perché di potere non ce n’è uno solo.
Pensando al potere infatti ci vengono in mente i leader con il pugno di ferro, persone fedeli al precetto di Machiavelli per cui non si può esercitare il comando con clemenza ma solo facendosi temere: il potere è per definizione la capacità di influenzare gli altri, ma oggi è chiaro che ritenerlo sinonimo di “forza bruta”, fisica o psicologica, è un cliché. Lo dimostrano per esempio gli studi di Dacher Keltner, psicologo dell’Università di Berkeley in California (Usa): in una serie di esperimenti in vari contesti ha scoperto che in un gruppo sociale tendiamo sempre a dare autorità a chi ci risulta umanamente gradevole, mentre i soggetti machiavellici vengono messi all’angolo. È vero perfino fra gli scimpanzé: una ricerca della Emory Uni-


versity di Atlanta (Usa) ha dimostrato che i maschi dominanti del gruppo spesso non sono i più grandi o forti, ma quelli con maggior capacità di creare legami sociali ed esercitare la “diplomazia”. «Anni di ricerche suggeriscono che nell’acquisire ed esercitare il potere l’empatia e l’intelligenza sociale siano più importanti rispetto a forza, inganno e paura», spiega Keltner. «Purtroppo le qualità che definiscono il potere vero, quello “buono” sono anche quelle che vengono perse o danneggiate quando si arriva alle leve del comando». È il cosiddetto paradosso del potere, quello per cui diciamo che “dà alla testa”.
LUCI E OMBRE
Mai modo di dire fu più azzeccato infatti, visto che proprio nel cervello dei leader qualcosa cambia, e non tutto in meglio. Da un lato infatti raggiungere una posizione preminente ha effetti positivi: uno studio della Radboud University olandese ha dimostrato per esempio che essere in una condizione di maggiore autorità favorisce il pensiero creativo, mentre stando alla psicologa Dana Carney dell’Università di Berkeley (Usa)
Perfino tra gli scimpanzé è il più diplomatico, e non il più crudele, a detenere il comando nel gruppo

ALTI E BASSI
A lato, Henry Kissinger, potente segretario di Stato Usa negli anni ’70, con la celebre attrice e modella Ali MacGraw. Più a sinistra, un broker di Wall Street angosciato subito dopo il crack della banca Lehman Brothers del 2008.
SOLDI... SOLDI
Una delle fonti di potere nella nostra società è il denaro: Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, l’uomo più ricco del mondo, è quindi quello che ne ha di più.

comporta pure un aumento del testosterone e una riduzione dell’ormone dello stress, il cortisolo. Tutto questo dipenderebbe anche da modifiche biochimiche indotte dall’ebbrezza del comando: nel cervello dei leader c’è un incremento della dopamina, il neurotrasmettitore della ricompensa e del piacere. Il potere insomma sarebbe un potenziatore cognitivo e pure un ansiolitico con effetti benefici sul tono dell’umore; inoltre quando invece ci sentiamo ininfluenti e poco ascoltati proviamo sofferenza, così la prima reazione al raggiungimento di un certo grado di autorità sugli altri è una maggior sensazione di benessere e soddisfazione. Lo ha dimostrato Adam Galinsky, psicologo della Columbia University di New York (Usa), che però ha anche scoperto come non sia tutto oro quel che luccica, anzi: nel cervello di chi “assaggia” il potere si scatena una tempesta che porta a non volerlo mollare (uno dei pochi apparentemente immuni alle sirene delle poltrone pare Mario Draghi, che nel suo primo discorso da presidente del Consiglio ha detto di non voler durare a ogni costo e che «Il tempo del potere può essere sprecato anche nell’illusione di conservarlo»). Non solo: avere il comando può perfino modificare il carattere perché per esempio si diventa più egocentrici, meno capaci di empatia, più propensi a credere agli stereotipi e a pensare di poter controllare gli eventi, andando incontro a un’illusione di onnipotenza che secondo lo psicologo è proprio quella che ha pervaso molti esperti di finanza prima dei crack bancari del 2008. Che peraltro non sono stati immuni da un altro effetto del potere documentato da Deborah Gruenfeld della Stanford University (Usa), ovvero la tendenza a considerare gli altri non persone ma strumenti per i propri fini.
NON PER TUTTI
Non c’è speranza allora, il potere corrompe davvero e chi arriva all’apice finisce vittima di se stesso e delle proprie ambizioni, come parrebbe anche a giudicare dalla parabola di non pochi politici? «Non è detto», risponde Antonio Aiello, docente di psicologia sociale dell’Università di Pisa. «Ognuno può restare vittima di un uso spropositato del potere, soprattutto se questo è istituzionalizzato e quindi non deve renderne conto; esistono però molti leader che mantengono la propria posizione lavorando sul sostegno, anche psicologico, dei destinatari della loro influenza e che possiamo definire illuminati. È difficile però ri-
I due psicologi sociali John French e Bertram Raven hanno identificato, nel 1959, cinque tipi di potere diversi in base alle risorse di chi lo esercita. Eccoli.
È il potere che si ha quando si possono dare agli altri dei benefici, da una promozione al tempo libero, da un aumento di stipendio a un regalo.
Si basa sulla paura del castigo: chi vi si sottomette teme di essere punito (oppure di non ricevere una ricompensa, o che gli sia tolta) da parte di chi detiene il comando.
È di solito molto circoscritto a un ambito, è infatti il potere di chi ha una competenza e un’esperienza che risultano necessarie in specifiche circostanze e contesti.
È quello di una persona o un gruppo con una posizione dominante in una organizzazione; è legittimato, per cui ha un’autorità formale che “non si discute”.
Chi lo possiede ha carisma e capacità di persuasione. I subordinati lo prendono a modello e di conseguenza cercano di agire come il/la leader.
conoscerli a priori, così come non si riesce a identificare prima chi diventerà un despota autoritario: spesso una caratteristica del buon capo è avere competenze e conoscenze che è disposto a condividere. Io ritengo che non esista una predisposizione naturale, buoni leader si diventa. Tutti possiamo migliorare le capacità di comando e anche per questo le aziende, per esempio, investono nella formazione e nell’accrescimento dei manager in cui vedono potenzialità: avere ottime competenze ma non saper gestire i rapporti umani è deleterio quanto il contrario». Le reazioni al potere peraltro pare dipendano almeno un po’ dalla voglia più o meno forte di esercitarlo: anche qui le differenze individuali contano e l’idea che tutti lo vogliano è un falso mito. Un esperimento di Michelle Wirth dell’Università del Michigan (Usa) lo dimostra chiaramente, alcuni non ne hanno bisogno e se si trovano in condizioni di esercitare un’autorità sono vittime di un forte stress e i loro livelli di cortisolo schizzano verso l’alto, proprio come accade a chi desidera ardentemente comandare e invece si trova a essere gregario.
CONTROLLO
Secondo molti osservatori internazionali, Vladimir Putin esercita il potere intendendolo soprattutto come dominio.

Le persone che vivono il potere come una tortura però sono una minoranza, anche perché la seduzione del comando non è solo una metafora: fu Henry Kissinger a osservare che il potere è il miglior afrodisiaco e la ricerca gli ha dato ragione, dimostrando per esempio che chi lo possiede, a prescindere dal genere, ha più rapporti sessuali ed è pure più infedele, perché ha una maggior fiducia nella propria capacità di attrarre partner. La molla per il comando però probabilmente non arriva (solo) dal desiderio di conquiste amorose, è possibile derivi soprattutto dal bisogno di autonomia, una delle necessità di base dell’essere umano: lo sottolineano esperimenti condotti in diversi contesti culturali in Europa, Stati Uniti e India proprio da Galinsky. Secondo lo psicologo cerchiamo il potere per poter ignorare e resistere all’influenza degli altri e quindi riuscire a essere più padroni della vita. «Questa sensazione di indipendenza mitiga la voglia di avere ancora più potere, mentre esercitare un ascendente sugli altri no, o almeno non in maniera tanto spiccata», dice Galinsky. «Il potere come influenza è più visibile, è più semplice
Chi detiene l’autorità fa più sesso ed è anche più infedele, perché ha più fiducia nel proprio sex appeal
valutare il controllo sugli altri della sensazione di autonomia; tuttavia questa è evidente in leader come Napoleone, Giulio Cesare o Vladimir Putin e si riflette nell’assenza di vincoli, nelle ambizioni e nei propositi che non vengono contrastati».
Che cosa accade a chi il potere lo subisce e perché chi è oppresso spesso non reagisce? «Non succede solo alle società in regimi antidemocratici, ma anche alle persone nelle relazioni: è la tendenza umana ad accettare di essere subordinati pur di mantenere stabile il sistema o il rapporto, il prezzo da pagare per accedere a risorse ritenute fondamentali per sé», risponde lo psicologo sociale Antonio Aiello. Chi si sente in svantaggio abdica al gruppo, al capo, al partner; in queste condizioni pur di mantenere un minimo benessere (l’accesso alla casa e così via) si finisce perfino per non percepire, o percepire molto attutite, disuguaglianze e sopraffazioni. Precisa Aiello: «Ecco perché la moglie maltrattata non considera preoccupante lo schiaffo del marito, per esempio».
Che il potere sia soprattutto autonomia o sia più desiderio di controllare gli altri, di certo pervade le relazioni sociali molto più di quello che ipotizziamo perché, come spiega Keltner, «è parte di tutte le interazioni in cui una persona può influenzare un’altra, quindi entra in gioco in ogni momento della vita. E non è il risultato della biologia del “maschio dominante”, perché le donne lo hanno e lo esercitano in molte situazioni. Inoltre lo negoziamo continuamente e quando cerchiamo uguaglianza vogliamo un bilanciamento del potere, non la sua assenza». Conferma Aiello: «Le relazioni simmetriche non esistono, c’è sempre un piano inclinato di dominanza/sottomissione anche se questa dinamica non è quasi mai esplicita: c’è insomma sempre una sorta di tacito accordo, di cui molto spesso non siamo consapevoli, tra due persone in interazione. Il conflitto nasce spesso dal fallimento di questo allinearsi». Succede in famiglia, fra amici, sul lavoro, ma perfino quando siamo clienti di un negozio e facciamo valere i nostri diritti di consumatore: ognuno di noi perciò vive momenti in cui ha potere. Del resto, dovremmo allenarci fin da piccoli a come desiderarlo o gestirlo, come spiega Aiello: «Bisognerebbe imparare ad “alzare la mano”, ovvero a cercare più potere di quello che abbiamo facendo valere le nostre idee, anche quando non sono allineate alla massa. Una capacità che la scuola dovrebbe insegnare soprattutto nell’adolescenza, il periodo in cui per esempio si cristallizza la percezione del potere maschile sul femminile: una società che non teme di mettersi in discussione deve favorire il pensiero divergente, dare modo a tutti di non omologarsi al potere e di opporvisi se necessario. È quello che ha fatto Greta Thunberg: una adolescente inerme che però ha “alzato la mano” per dire la sua ed è riuscita a conquistarsi abbastanza potere per portare avanti ciò in cui crede».