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70 comportamento E SE FOSSIMO A SANGUE FREDDO?
Cambierebbero molto le nostre dimensioni e abitudini. E non saremmo più al vertice della catena alimentare.
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Cambierebbero molto le nostre dimensioni e le abitudini. Ma soprattutto non saremmo più al vertice della catena alimentare.

In estate potremmo trascorrere intere giornate al sole, come fanno le lucertole. Ma d’inverno dovremmo migrare ai tropici, oppure chiuderci in casa al calduccio, come in una sorta di lockdown stagionale. Se fossimo “a sangue freddo”, insomma, dovremmo cambiare drasticamente abitudini, perché il nostro corpo non sarebbe in grado di produrre il calore necessario a far funzionare bene organi e cellule, e dovrebbe quindi ricavarlo dall’ambiente, cercando di disperderlo il meno possibile. Fanno così gli anfibi e i rettili, la cui temperatura corporea dipende da quella esterna, e non è regolata dall’organismo. Noi, invece, manteniamo i nostri 37 °C interni anche se fuori nevica, grazie a un metabolismo molto attivo. Ma che cosa accadrebbe se, a un certo punto, tutto questo cambiasse?
La questione non è semplice, né immediata. Gli animali a sangue freddo, proprio perché hanno una termoregolazione esterna, vivono in maggiore sintonia con la natura: con il freddo il loro metabolismo rallenta, mentre se fa caldo sono più attivi. Per sopravvivere devono esporsi al sole – che è la loro fonte

UOMO RETTILE
Un uomo a sangue freddo starebbe molto al sole e forse avrebbe evoluto le squame, per proteggersi dalla disidratazione.
primaria di energia – mangiano poco, dormono molto e, spesso, per evitare di disperdere calorie si muovono il minimo. Certo, le caratteristiche variano da specie a specie, ma molte di queste “regole” sono condivise.
Insomma, tutto il contrario dell’uomo e degli animali a sangue caldo, che hanno invece bisogno di mangiare più spesso (e quindi di muoversi per procurarsi il cibo) perché l’energia contenuta negli alimenti è il carburante della termogenesi, ovvero della capacità di produrre calore e mantenere costante la temperatura interna, reagendo agli sbalzi legati alle stagioni, o alle bizze del meteo.
«Ai cali di temperatura il nostro organismo risponde attivando il tessuto adiposo bruno, punto cardine del processo di termogenesi», spiega Antonio Moschetta, professore ordinario di medicina interna all’Università Aldo Moro di Bari e ricercatore Airc (Associazione italiana ricerca sul cancro). «Il tessuto bruno consuma glucosio e mette in moto meccanismi cellulari che rilasciano calore. A questo processo se ne aggiunge un altro, chiamato imbrunimento, che coinvolge il tessuto adiposo bianco, normalmente usato come riserva, che si trasforma in tessuto bruno, per rilasciare energia sotto forma di grassi».
OBIETTIVO: MANTENERSI CALDI
Nel mantenimento della temperatura corporea, insomma, il problema non è tanto evitare che il corpo si scaldi troppo. Nelle giornate estive più afose, una doccia fredda, un gelato o anche una sosta in un luogo fresco ci permetterebbero comunque di non superare i 37 °C interni anche se fossimo animali a sangue freddo. La parte difficile del lavoro, invece, sarebbe conservare una quantità di calore sufficiente a far funzionare correttamente il metabolismo quando fuori ci sono meno di 36 gradi: ovvero, quasi sempre. Così, se fossimo animali a sangue freddo, per risparmiare energia saremmo meno attivi e lo sport sarebbe possibile solo nelle stagioni calde. Potremmo però compensare i rischi di una vita troppo sedentaria con la dieta, dato che avremmo meno bisogno di mangiare.
Probabilmente, poi, saremmo più piccoli e un po’ meno versatili. È la stessa evoluzione a dircelo: gli animali di grandi dimensioni sono tutti mammiferi e si trovano un po’ ovunque, mentre rettili e anfibi sono più piccoli e non sopravvivono nell’Artico né in Antartide. «Gli animali a sangue freddo necessitano di temperature alte per vivere», conferma Omar Rota-Stabelli, presidente della Società italiana per l’evoluzione biologica. Così, se non avessimo la termogenesi, dovremmo migrare in massa verso l’Equatore. Oppure, più probabilmente, la civiltà si sarebbe già sviluppata esclusivamente nelle fasce climatiche tropicali, e la storia sarebbe stata costellata da conflitti continui per guadagnarci il nostro posto al sole. Di certo le guerre sarebbero state sempre diurne e molto rapide, perché improntate al risparmio energetico. O, forse, avremmo imparato a condividere di più gli spazi, e l’energia l’avremmo spesa per proteggerci dai grandi mammiferi di cui saremmo stati fonte di nutrimento. Non più cacciatori, quindi, ma prede!
TECNOLOGIE

Anche la storia sarebbe diversa: vivremmo solo nelle zone tropicali. E chissà quante guerre per conquistarle!
Potremmo illuderci che l’innalzamento della temperatura globale possa essere un vantaggio per un animale a sangue freddo, ma recenti studi ci dicono che non è così. Secondo una ricerca dell’Università israeliana di Tel Aviv e della Queen’s University di Belfast (Irlanda del Nord), realizzata su oltre 4.100 specie di vertebrati terrestri, un ambiente caldo accelera il metabolismo di rettili e anfibi facendoli invecchiare più velocemente


STUFA INTERNA
Una cellula adiposa bruna al microscopio: è fondamentale per la produzione di calore.

EDILIZIA
Film fotovoltaici (a lato) e mattoni di canapa (più a sin.) sarebbero necessari per isolare termicamente le nostre case, senza però dimenticare la sostenibilità.
Se la nostra temperatura interna scende sotto i 34 °C, gli organi iniziano a funzionare male. «I mitocondri, i nostri produttori di energia, vanno in affanno con conseguenze immediate su organi come nervi, muscoli, e fegato», spiega Antonio Moschetta, ricercatore Airc. «Se poi la temperatura resta bassa per diverse ore, il corpo va in modalità di risparmio energetico e riduce anche la capacità di rigenerare i tessuti: si perdono i capelli, la pelle si disidrata, l’intestino si muove più lentamente». Le conseguenze, sul lungo periodo, sarebbero serie: un calo della temperatura interna può favorire varie
patologie, fra cui aritmie cardiache, sbalzi di pressione, problemi agli arti, malattie metaboliche.
Recentemente, uno studio della Stanford University (Usa) ha dimostrato che, dalla metà dell’Ottocento a oggi, la temperatura corporea media degli americani è diminuita di circa mezzo grado, passando da 37 a 36,6 °C. Il fenomeno pare legato alle migliori condizioni di vita, che ci espongono meno a infezioni e a infiammazioni dei tessuti. Sulla nostra salute, quindi, l’effetto complessivo sarebbe positivo: ma restiamo ben al di sopra della soglia critica dei 34 °C.
Gli indumenti termici che trattengono il calore (che non c’è) sarebbero poco utili. Meglio vestiti riscaldanti come quelli di Polar Seal (in basso), una startup di Hong Kong.


e morire più giovani. Per continuare ad abitare tutto il mondo, potremmo allora ricorrere al nostro intelletto, e inventare soluzioni tecnologiche che ci permettano di adattarci ai climi più rigidi, con un occhio di riguardo alla sostenibilità, per evitare il riscaldamento globale. Dovremmo quindi vivere e lavorare in edifici ben isolati termicamente, ma con un minimo impatto ambientale. Forse, allora, diventerebbero ubiquitari il canapulo, uno scarto legnoso della canapa, e la lana. «Entrambi questi materiali sono estremamente isolanti e sono sostenibili dal punto di vista sia della produzione sia dell’impatto», spiega Vincenza Luprano, ricercatrice presso il Dipartimento per la sostenibilità di ENEA CR Brindisi. «Riducono la dispersione di calore e possono garantire una temperatura costante più a lungo sia d’estate sia d’inverno».
Ci sarebbero poi da adeguare gli edifici attuali. «Si potrebbero installare cappotti isolanti, che utilizzino materiali naturali, come per esempio cartongessi con fibre di canapa o pannelli in lana», continua la ricercatrice. Agli edifici, poi, si potrebbero aggiungere pellicole fotovoltaiche, da applicare alle facciate per aumentare la superficie di trasformazione della radiazione solare in energia elettrica.

Un altro aspetto fondamentale sarebbe l’utilizzo di tecnologie domotiche, in grado di trasformare la casa in un luogo intelligente che ci conosce, sa tutto di noi e che per questo può “proteggerci” anche dal freddo. L’abitazione potrebbe essere dotata di dispositivi connessi a sensori indossabili, che monitorino la nostra temperatura. Mentre i termoscanner con cui abbiamo familiarizzato in questi mesi potrebbero accoglierci all’ingresso di ogni edificio, non più per segnalare la febbre, ma per dirci se la nostra temperatura si sta pericolosamente abbassando, e dobbiamo quindi intervenire per riportarla alla normalità.
ABITI DA SUPERMAN
Passeggiare all’aperto nei mesi freddi, o anche di notte, resterebbe invece un’attività ad alto rischio e anche cambiare il guardaroba servirebbe a poco. Se, d’estate, sarebbero preferibili abiti di colore scuro, che favoriscano l’accumulo di calore solare, in inverno servirebbe a poco indossare indumenti termici, che trattengono un calore che c’è già, ma non lo producono. E neppure la maglietta di lana della nonna ci aiuterebbe molto. Forse allora inventeremmo nuove tecnologie: potremmo progettare abiti riscaldanti, corazze protettive o tute potenziate come quelle indossate dai supereroi, che ci consentirebbero di regolare la nostra temperatura in ogni situazione.
QUIZ
DALLE BATTAGLIE AI MONDIALI DI CALCIO: QUANTO SAI DELLE DISFATTE STORICHE?
INQUADRA LA PAGINA CON LA APP INFO A PAGINA 5

E IO NON ME NE VADO!
L’ex presidente Donald Trump è l’emblema di chi non sa perdere. Non ha mai ammesso la sconfitta elettorale fino a sobillare la folla ad assaltare il Campidoglio per bloccare l’elezione di Joe Biden.

Anche se non si arriva a fare quello che ha fatto Trump, di fronte a una sconfitta spesso ci diciamo: “non è colpa mia!”. Ma riconoscere di poter soccombere è necessario per vivere (bene) in un gruppo sociale.
di Margherita Zannoni
Trump, che pur di non ammettere la sconfitta ha portato i suoi sostenitori ad assaltare il Campidoglio, è l’esempio più recente e più eclatante. Ma tutti conoscono qualcuno che non sa perdere. Un amico che smette di giocare proprio quando capisce che non avrà la meglio. Una persona che dopo aver perso una competizione mostra irritazione e magari se la prende con l’avversario, con le regole o con chi deve farle rispettare (come il giudice di gara), trovando mille scuse per incolpare tutto e tutti tranne che se stesso per la propria sconfitta. Che cosa induce a comportarsi in modo tanto infantile e irrazionale? La scienza ha individuato specifiche ragioni, di cui i cattivi perdenti dovrebbero tener conto. Perché una cosa è certa: saper perdere conviene.
CHE DOLORE!
Diciamoci la verità: perdere fa male. Dal punto di vista neurologico, è come sbattere la testa contro lo stipite di una porta a tutta velocità. Lo ha osservato il neuroscienziato Maarten
Boksem che insegna alla Rotterdam School of Management dell’Erasmus University. Usando uno scanner per la risonanza magnetica ed elettrodi per elettroencefalogramma ha monitorato il cervello di volontari che si sono sfidati in un gioco in laboratorio. Così ha visto che quando si perde il cervello reagisce in modo molto simile a quando si prova un dolore intenso. A livello psicofisiologico si innesca una reazione di stress, ci si sente malissimo ed è come se il cervello dicesse: «D’ora in poi evita di trovarti in una situazione simile, per non stare ancora così male dovrai vincere». In questo processo è in gioco la zona del cervello detta “corteccia cingolata anteriore” (vedi illustrazione nelle prossime pagine), che funziona come una sorta di sistema di allarme: genera sensazioni negative che spronano a rimettersi in riga, imparando dai propri errori.
SONO MEGLIO DI TE
Ciò significa che siamo neurologicamente programmati per aspirare alla vittoria: non soccombere nelle competizioni e centrare i propri obiettivi (come riuscire a procacciarsi il
«Auguro buona fortuna all’uomo che era il mio avversario e sarà il mio presidente». Sono parole pronunciate da John McCain nel suo discorso di concessione della vittoria a Barack Obama nel 2008. Invitò i suoi sostenitori ad unirsi a lui nel congratularsi col nuovo presidente, rimproverando chi tra loro aveva fischiato il nome di Obama. Un atteggiamento che venne riconosciuto da tutti come espressione di civiltà. In modo simile, persone che mai avrebbero votato per George Bush padre apprezzarono la lettera che lasciò al suo successore Clinton nel 1992: «Caro Bill, … Il tuo successo ora è il successo del nostro Paese. Sono con te a sostenerti. Buona fortuna». Quindi, non si passa alla storia per le sole vittorie ma anche dimostrando di saper perdere. In più, c’è chi dopo una sconfitta non rinuncia a dedicarsi a ciò in cui crede, come Al Gore: battuto nel 2000 da George Bush figlio, sette anni dopo vinse il Nobel per la pace grazie al suo impegno in difesa dell’ambiente.

cibo) per i nostri antenati equivaleva a sopravvivere. Questo impulso arcaico a evitare di perdere continua a funzionare ma, per quanto alcuni vivano ancora le sfide come una questione di vita o di morte, in ballo c’è “solo” lo status sociale. Migliorare o mantenere la propria posizione e, soprattutto, non essere in svantaggio rispetto a qualcun altro. Tant’è che smarrire 10 euro per strada non è altrettanto doloroso che perderli in una scommessa. Perché non è una questione di soldi. Lo prova il già citato esperimento di Maarten Boksem: tutti, vincenti e perdenti, alla fine hanno ricevuto 50 euro ma i secondi hanno continuato a sentirsi arrabbiati e imbarazzati per la sconfitta. E non è detto che il fair play del vincitore migliori le cose, anzi: da una ricerca dell’Augustana College, in Illinois, è risultato che gli sconfitti valutano più negativamente le proprie performance se i vincitori offrono di condividere il premio con loro, come se questo sancisse ulteriormente la loro “inferiorità” al cospetto di chi è risultato migliore. Ma è altrettanto vero che perdere non è per tutti un boccone ugualmente amaro. Sull’essere buoni perdenti pesano fattori come la stima che si ha di sé (se prescinde

HO SBAGLIATO IO Giovanissimi giocatori di baseball in Giappone. Saper riconoscere di aver sbagliato è il primo passo per imparare a saper perdere.
dai risultati che si ottengono), l’accettazione dei propri limiti e l’etica personale: chi si identifica con valori come rispetto per l’altro, equità ed uguaglianza potrà permettersi di perdere senza per questo sentirsi un fallito. All’opposto, chi divide gli esseri umani in “vincenti” e “perdenti” può essere disposto a fare carte false pur di sentire di appartenere al primo gruppo.
Nelle scorse settimane abbiamo visto proprio Donald Trump proclamarsi prematuramente vincitore, chiedere un riconteggio dei voti, presentare cause legali contro alcuni Stati per presunti brogli elettorali, affermare che alcuni voti postali non

SÌ, È LUI IL
Il ciclista cubano Ahmed Lopez indica il vincitore della gara di sprint maschile ai Giochi centroamericani del 2006: è il colombiano Jonathan Marin.

COME MI DUOLE...
Quando si perde, una zona del cervello, la corteccia cingolata anteriore (in rosso nel disegno), reagisce nello stesso modo di quando si prova un forte dolore.
Siamo geneticamente predisposti alla vittoria: per i nostri antenati voleva dire avere più cibo
versity Australia. I narcisisti “grandiosi” sono competitivi, dominanti, sopravvalutano le proprie qualità, credono di essere speciali e meritevoli di ammirazione, svalutano chi mina la loro autostima, pretendono di avere diritti esclusivi e trattamenti di favore come se a loro fosse tutto dovuto. La sconfitta è una minaccia per l’immagine “gonfiata” che hanno di sé (dietro cui si nasconde una profonda insicurezza). E genera nelle loro menti ciò che lo psicologo statunitense Leon Festinger ha definito “dissonanza cognitiva”: lo stato mentale che si crea quando si entra in contraddizione con se stessi (“Se sono il migliore non posso aver perso”).
erano legittimi, rifiutare il passaggio delle consegne all’avversario fino ad aizzare i suoi fan ad assaltare il Campidoglio per impedire che si certificasse la vittoria di Joe Biden. Una cosa mai vista in una democrazia moderna. Eppure, i risultati sono chiari: Biden ha vinto con la percentuale di voto popolare più alta rispetto a ogni altro sfidante di un presidente in carica dai tempi di Franklin D. Roosevelt nel 1932. Un atteggiamento che non paga: Trump passerà alla storia come il presidente che, pur di non perdere, ha ferito la democrazia americana. Del resto, la necessità di rientrare tra i “vincenti” pare tipica dell’ex presidente, a giudicare dai suoi tweet: fino alla sua sconfitta elettorale ha usato la parola “perdente” come insulto ben 234 volte, come risulta da trumptwitterarchive.com. Perché si può arrivare a negare una sconfitta anche quando la sfida è palesemente persa? «I tratti della personalità contano. Il narcisismo è uno di questi. In particolare, chi presenta un tratto chiamato “narcisismo grandioso” può avere difficoltà a tollerare o, addirittura, a comprendere di non aver vinto», afferma la psicologa Evita March, docente alla Federation Uni-
Per evitare il disagio che ne deriva alcuni moltiplicano gli sforzi pur di mantenere le proprie convinzioni anche di fronte a prove contrarie schiaccianti (“non ho perso davvero”), sfogano il malessere con gesti di stizza o adottano strategie che rendono la sconfitta più sopportabile: dare la colpa alle circostanze, al sistema, all’incompetenza o disonestà di qualcuno.
Succede spesso anche nello sport che atleti (e tifosi) perdenti sostengano di essere stati svantaggiati, di aver combattuto contro avversari scorretti e, in generale, che la sconfitta sia dovuta a fattori esterni come l’arbitraggio o la sfortuna. È il cosiddetto “self-serving bias”: un comune errore di giudizio per il quale ci si percepisce in modo irrealisticamente favorevole, attribuendosi i meriti dei successi ma non la responsabilità dei fallimenti. Può scattare nello studio, nel lavoro, nella relazione con gli altri (anche se c’è chi lo inverte dandosi invece la colpa di tutto). Aiuta a sentirsi meglio ma poi ha un effetto boomerang: «Ricerche recenti hanno provato che le attribuzioni esterne per le perdite hanno un primo effetto positivo sull’umore e sull’autostima ma in seguito gli atleti soffrono di stati di cattivo umore come rabbia, depressione e tensione», spiega Katie Sparks, psicologa dello sport dell’Università di Birmingham.
CE L’HO FATTA!
Qualsiasi occasione, anche una sessione di videogiochi con un amico, può spingere a essere competitivi. Sotto, giochi cooperativi insegnati agli studenti in una scuola in Danimarca, dove saper perdere è un valore.


Voler vincere rende felici? No, a giudicare dallo stato d’animo degli statunitensi: sono tra gli individui più competitivi al mondo ma, come rileva la maggior parte dei sondaggi, non sono molto felici. La ragione di tale insoddisfazione sta proprio nella forte pressione sociale a competere che contraddistingue il popolo americano: l’ossessione per l’essere “vincenti” e, per contro, l’evitare a ogni costo di ritrovarsi tra le file dei “perdenti”. Lo sostiene il sociologo Francesco Duina che insegna al Bates College (Usa) autore del libro Winning: Reflections on an American Obsession (Princeton University Press). Lo studioso osserva che nei Paesi più felici, come la Danimarca, ai bambini viene insegnato esattamente l’opposto: a non credere di essere più bravi in qualcosa. Ritiene che “vincere” e “perdere” siano concetti artificiali e imperfetti che mettono in conflitto con il mondo e anche con se stessi: presi dalla smania di emergere, di differenziarsi dagli altri, si perde di vista chi si è e che cosa si vuole.
Se si crede che l’esito sia indipendente dal proprio comportamento non si può fare autocritica, imparare dall’esperienza e individuare strategie alternative: «Un fattore esterno (come la decisione di un arbitro o il sistema di voto difettoso a cui Trump ha attribuito la sconfitta) può promuovere emozioni negative come la rabbia, poiché questi fattori sono incontrollabili e l’individuo non può modificarli».
Alla fine degli anni ’90 lo spot di una multinazionale di abbigliamento sportivo (Nike) rappresentava Michael Jordan come un ex perdente. La voce della leggenda del basket, allora all’apice del successo, recitava: «Nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite». E ancora: «Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto». Un messaggio d’effetto servito a vendere scarpe, ma che esprime una verità innegabile: per vincere occorre saper perdere. Gli studi di John Dunn, psicologo dello sport dell’Università di Alberta (Canada), hanno stabilito che accettare di buon grado gli errori è la condizione per migliorare le proprie performance. «Gli atleti che pensano che il fallimento non sia un’opzione finiranno per sperimentare una qualche forma di esaurimento emotivo o accumuleranno livelli incredibili di pressione ambendo a uno standard di perfezione irraggiungibile, saranno sempre emotivamente esausti perché niente di quello che fanno è mai abbastanza buono», afferma Dunn. Vale in ogni ambito della vita: non saper perdere abbatte e fa sentire impotenti, aggiungendo solo ulteriori svantaggi. Compresi danni alla propria immagine a cui tanto i cattivi perdenti mostrano di tenere: mentre si agitano per riscattarsi dall’insuccesso non si accorgono di apparire come bambini. Quindi, meglio accettare di aver perso prima che l’imbarazzo per la propria reazione superi il disagio per la sconfitta.
Le persone che non si arrendono alla sconfitta hanno una personalità con tratti narcisistici