COLLAGE CONFINE
#8 07.2026
TA G
PAPER SKIN INTERVISTA A LORENZO SEGHEZZI SECONDO ME ALBERTO TOSO
Marta Cavalli, Progresso e classi sociali. Gucci × Mario Sironi
Flavia Spataro, Finché non diventa spettacolo. Fendi × Maurizio Cattelan
in copertina, un’anticipazione della cover story
Magazine Direction CATERINA DI BERT Vice Direction and Editorial Coordination MARIELLA BARNABA
Questo magazine è stato realizzato all’interno del corso di Fashion Styling, anno 2025/2026 presso la MKS, Milano Fashion School. I contenuti sono di proprietà degli studenti e della scuola e per il loro utilizzo, buona norma vuole che venga richiesta l’autorizzazione scritta dei proprietari. Finito di impaginare nel mese di luglio 2026. Per informazioni: Backstage Service srl, via Santa Marta 18, 20123 Milano www.backstageservicegroup.com info@mksfashionschool.com
Production Management, Art Direction and Design VALENTINA ROSSINI Fashion Coordination DINALVA BARROS Trend Coordination ERICA MARIGLIANI EUGENIO MONTELEONE Visual Coordination MICHAEL MILESI
®
8 # sommario
09
about / CONFINE
10
Paper Skin
Geometric Shapes, Over the Blazer, No Sleeves, Vedo Non Vedo, The Lace, Nig ht Core, Layering
cover story
ieri e ogg i
24
10 domande a Lorenzo Seg hezzi intervista
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Confine
76
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speciale U.S.A.
1 0 8 Da Yves in poi: il ritorno del tuxedo ; Nana Benz, guerriere di confine; Oltre il rosso
rubriche
52
Checkpoint, Peaky Blinders, Messy o l’Antiregola, Urban Sporty, Royal Purple, Gold-à-Porter, You Disruptive, Gloss Obsession anteprima
60
Alberto Toso secondo me
65
AI-bryd
72
Elsa Schiaparelli
American Wave
a proposito di
116
Throug h the Edge, Standby Reality, Not Just Male, Dual Attitude editoriali
1 5 2 Florentina Leitner, Kenneth Ize, QOOQ, Soshi Otsuki talenti
1 5 6 Chiara Naretto alumni
incontri impossi bili
1 5 8 American Wave speciale U.S.A.
1 7 6 archetipi
6 in redazione CAMILA AMAGUAY MUNOZ, fashion stylist solare e determinata, ha 19 anni e vive a Milano. Ossessionata dall’estetica asiatica e dal K-pop, trova nella musica una fonte costante d’ispirazione. Trova stimolo anche nella danza, la fa sentire libera. Vede nella moda un mezzo potente di espressione. Ama lo stile audace, ispirato a Versace. La disturba tutto ciò cede alla monotonia. Sogna di poter esplorare un giorno ogni angolo della Corea.
MARTA CAVALLI, 20 anni, vive in provincia di Milano. Adora la storia dell’arte, passione nata tra i banchi del liceo artistico. È una persona serena ed equilibrata, le piace vivere in accordo con tutti, ed è molto precisa nella sua professione di fashion stylist. Le piacerebbe lavorare nel mondo della musica, concerti e video clip. Tra i suoi progetti ci sono tanti viaggi attorno al mondo, dove spera di trovare nuove fonti di ispirazione.
GIORGIA GUIDA, fashion stylist di Varese, ha 20 anni e da sempre vive immersa nella moda e nella creatività. Ama viaggiare per scoprire nuove culture e sogna una vita a un passo dal mare. Il suo posto del cuore è Lacona, sull’Isola d’Elba, dove sente di poter liberare e sanare il proprio spirito. Grande appassionata di musica, non esce mai senza le cuffiette e le canzoni di Anna, che la accompagnano ovunque e a tutte le ore.
LUDOVICA LANZA, 19 anni, di professione fashion stylist, vive sul lago d’Iseo. Nata sotto il segno del sagittario, ama la moda in tutte le sue espressioni. Adora passare il tempo tra negozi e mercatini vintage alla ricerca di chicche per il suo guardaroba personale e professionale. Sogna di poter vivere e lavorare a Parigi. Arriva sempre all’ultimo momento: la aiuta a concentrare tutte le energie in un unico istante creativo, più intenso e autentico.
7 FRANCESCA MARINO ha 23 anni e vive a Bergamo. Tentata in partenza dalla giurisprudenza, ha deviato verso il fashion styling, perché la moda è una sua grande passione. Nel suo armadio c’è sempre qualcosa di nero e un blazer. Si ispira ai grandi dello stilismo internazionale. Ama la Spagna, il mare, i profumi e i tatuaggi. Il suo mantra? “Respira”. Benché molto legata agli affetti e alla sua città, è pronta a uscire dalla comfort zone per costruire il suo futuro.
ELEONORA MARRO, sagittario ascendente cancro, vive a Cuneo ed è una fashion stylist. Non esce senza cuffie e un dettaglio significativo per l’outfit del giorno. Ossessionata dall’equilibrio tra innovazione e semplicità, esplora la moda come espressione di identità nascoste. Ama la libertà creativa, detesta l’omologazione. Il suo stile oscilla tra l’urban sofisticato e il casual-chic. Il sogno? Farsi ricordare per l’unicità.
FEDERICO REGE CAMBRIN è uno spirito libero. Ama andare controcorrente ed esprimersi senza limiti. È una persona estroversa e vivace affascinata dall’arte e dal collezionismo. Fotografo e fashion stylist, coltiva la passione per il vintage frequentando mercatini, dove trova ispirazione per i suoi look eccentrici e giocosi. Ha una forte passione per lo snorkeling. A tavola, predilige il cibo colorato.
SARA ROSSI, 21 anni, di Como, fashion stylist, segno zodiacale pesci. Ha due migliori amici: Mela e Mirtillo, i suoi barboncini. Coltiva un sogno: vivere la vita newyorkese di Carolyn Bessette e lavorare nella moda. Fissata con l’ordine, possiede un guardaroba super organizzato in cui non manca mai la camicia. I suoi outfit contemplano sempre almeno un anello, un bracciale e una collana.
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8 FLAVIA SPATARO, ironia è il suo secondo nome, ha 22 anni ed è una fashion stylist. Nel suo guardaroba non manca mai un chiodo di pelle. È ossessionata dalla moda come mezzo di comunicazione ed espressione del sé. Sogna di fare carriera nel fashion system e di esplorarne le capitali, specialmente Parigi. Ama i viaggi, l’arte, la musica, il mare e il buon cibo. Aspira a collezionare esperienze da portare nel cuore.
REBECCA TASCHIERI, 20 anni è una stylist cresciuta nel quadrilatero della moda milanese. Si definisce lunatica ed è questa caratteristica che rende la sua ispirazione e il suo guardaroba assolutamente eterogenei. Sogna un lavoro che l’appassioni e assecondi il suo desiderio di libertà. Il viaggio che ha amato di più: il Sudafrica. Il prossimo: l’Australia, dove spera di stabilire, prima o poi, la sua residenza.
Per Fondazione IES Abroad Italy hanno collaborato: CHRISTY BEMNET MIA BENAISSA JADA BULLARD EVAN BURKEY MICHELLE CABRERA MAXWELL CREATARO SIENA CAWRSE ADA GARDUNO SALAZAR
RAYVIN GIERWATOWSKI SAVANNA GOHMANN ANITA HARTLAND SALLY HENDRICKSON ANGELA HUANG AIDAN IZ ANHOUR ZORA JOHNSON ALEXANDER KOZIN EIRA LE IRINA LI SHANNON MCCALL MATTHEW MCKINNEY II
FRANCESCO VOLTURALE è di Salerno, ha 21 anni e lavora come stylist a Milano. Figlio d’arte (suo padre è un fashion designer) è cresciuto con la passione della moda. Ma si sente a suo agio e trova ispirazione anche nella musica, un mondo dove si esprime facendo il dj per eventi privati e online, con il nickname Celeste. Chi lo conosce dice che se la cava non male anche come make-up artist.
TEAGAN MCINTOSH JUNE PHAM RHAMSEI PHILLIPS PENELOPE REILLE OLIVYA RIVERA MAYA ROBERTS BURBANK JENNIFER RODRIGUEZ REYES ANNA SUNDWALL LUZ TORIO PAUL JOHN WALLACE AMY YANG WEIXI ZHANG
9 Q u esto n u m e ro s i is p i ra a l te m a d e l
co nfi n e .
N o n co m e u n a l i n e a d i s e p a ra zi o n e , m a l u o g o d i
i n co ntro, d i a l o g o e o p p o r tu n ità . N e a b b i a m o es p l o ra to l e d ive rs e d e c l i n a zi o n i , a p a r t i re d a q u e l l a g e o g ra f i ca , rif l et te n d o s u co m e l o st i l e s i evo lva n e l l a co nta m i n a zi o n e t ra cu lt u re e t ra d izi o n i d iffe re nti . A b b i a m o at t rave rs a to q u e l l e fro nti e re s e m p re p i ù
p e rm e a b i l i d ove l a m o d a i n co nt ra l’a r te, i l d es i g n, l a m us i ca , i l c i n e m a i n u n d i a l o g o c h e ri d ef i n i s ce i l i n g u a g g i d e l l a c re a t ività co nte m p o ra n ea. E va l utato l e te n d e nze d a d ive rs e a n g o l a zi o n i , s ovra p p o n e n d o l e . Ci s i a m o m is u ra t i co n l a n a t u ra, i n u n o s ca m b i o g i o cos o t ra u o m o e a n i m a l e. E co m u n i cato co l p a s s a to e co l f ut u ro a t t rave rs o l’i nte l l i g e nza a r t if i c i a l e. Pe r va rca re a n c h e i co nf i n i re a l i e d e m otivi d e l l e n ost re vite , a b b a t te n d o i l m u ro d e l g e n e re, fo n d e n d o m a s c h i l e e fe m m i n i l e , ce rca n d o q u e l n o n l u o g o d ove es p ri m e re l i b e ra m e nte s e stes s i, l a p ro p ri a vis i o n e , i l d u b b i o , i l vu oto , l e p a s s i o n i .
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cover story
Paper Skin
photo BEATRICE MANIERO @ IIF MILANO photo assistance IRENE BENASSI @ IIF MILANO styling FEDERICO REGE CAMBRIN styling assisance FRANCESCO VOLTURALE make-up VANESSA UDOVICICH @ MBA ACADEMY make-up assistance BEATRICE LUCCHETTI @ MBA ACADEMY hair RITA DELL’ORCO @ MBA ACADEMY abito con applicazioni floreali SOFIA CRISCI gonna in vernice con cuciture a contrasto BARTOLOTTA MARTOLANA sandali a listino e gambaletti a costine / archivio borsa in pelle vegana con catena regolabile STUDIO TONDINI
model MADELYN FREEMAN @ ABC MODELS MILAN
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abito nero con spalmature a contrasto BARTOLOTTA MARTORANA mocassini a punta con laccio MARIO VALENTINO gambaletti a costine con lurex / archivio borsa a mano in suede arancione STUDIO TONDINI
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abito nero con spalmature a contrasto BARTOLOTTA MARTORANA mocassini a punta con laccio MARIO VALENTINO gambaletti a costine con lurex / archivio borsa a mano in suede arancione STUDIO TONDINI
16 maglione girocollo e pantapalazzo velati SAVERIO PALATELLA sandali a listino CRISTIANO BURANI gambaletti blu elettrico / archivio borsa a mao in pelle con stampa dripping STUDIO TONDINI
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top con coppe a triangolo e gonna con frange VALENTINA POLTRONIERI sandali a listino CRISTIANO BURANI gambaletti a costine tortora / archivio
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abito a teli con stampa astratta VOLTURALE COUTURE décolleté in raso con fibbia gioiello MARIO VALENTINO
mini abito con colletto stondato e tasche a cuore VALENTINA POLTRONIERI décolleté con cinturino alla caviglia MARIO VALENTINO gambaletti con righe orizzontali / archivio
23 mini abito con colletto stondato e tasche a cuore VALENTINA POLTRONIERI décolleté con cinturino alla caviglia MARIO VALENTINO gambaletti con righe orizzontali / archivio borsetta in pelle con tracolla a catena STUDIO TONDINI
10 domande a LORENZO intervista
SEGHEZZI .
Se si parla di corsetti, Lorenzo Seghezzi è un’autorità. Non solo perché Lady Gaga ne ha indossato uno firmato da lui ne Il Diavolo Veste Prada 2, ma soprattutto perché da anni ne studia e perfeziona la costruzione, fino a farne il fulcro della propria ricerca creativa. Milanese, Classe 1997, si avvicina alla moda durante l’adolescenza, quando l’abbig liamento diventa scudo, strumento identitario, un modo per esprimere e difendere la propria queerness. La necessità di dare forma a emozioni e visioni attraverso l’uso delle mani e delle tecniche creative, lo conduce lungo un percorso di studi che passa dalla scenografia (Liceo Artistico di Brera) al fashion desig n (NABA). “Sono sempre stato molto manuale: disegno, pittura, scultura, origami”. Nel 2019 comincia a sviluppare autonomamente il proprio brand, puntando dritto verso una couture sperimentale e lenta, lontana dalle logiche accelerate del sistema moda, universo che non esercita su di lui un particolare fascino. “Dire che sono uno che guarda le sfilate sarebbe una grande bugia. Non sono quel tipo di appassionato”, confessa. A catturarlo è ciò che accade prima dello show: la ricerca sulla materia, la costruzione del capo, il gesto sartoriale, l’ossessione per la struttura. Il suo lavoro prende forma nella sfida dei dettagli invisibili, nelle tecniche di precisione affinate nel tempo, nella tensione quasi architettonica del capo. Per Seghezzi, però, la moda può trasformarsi anche nel palco da cui lanciare messaggi sociali, promuovendo inclusione e sostenibilità attraverso una forma di attivismo autentica e coerente.
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QUINDI PARLIAMO DEL CORSETTO. COM’È DIVENTATO IL CUORE DEL TUO LAVORO? Per mia ambizione. La passione per la sartoria mi ha portato fin dall’inizio a cercare costruzioni complesse e particolari. Mi interessavano soprattutto tecniche e lavorazioni molto specifiche, skill di nicchia come quelle richieste per la realizzazione dei corsetti. Quando ho scoperto che nel mio percorso di studi la corsetteria non era contemplata, l’ho vissuta quasi come una sfida personale. E ho iniziato a cimentarmi da autodidatta. Oltre all’aspetto puramente couture, c’era anche una componente legata al contesto e all’ambiente che frequentavo: quello della moda e della notte. Le persone attorno a me bramavano il corsetto, che, all’epoca, risultava difficile da reperire. Era il periodo del lockdown, avevo tempi e spazi creativi da riempire e mi ci sono buttato a capofitto. TRA L’ALTRO È ANCHE UNO DEI CAPI PIÙ DIFFICILI DA REALIZZARE. DI QUANTI PEZZI SI COMPONE E QUANTE ORE DI LAVORO RICHIEDE? Dipende dalla tipologia del capo. Ci sono modelli molto semplici e altri estremamente intricati: più il corsetto è tridimensionale e strutturato, più aumenta il numero di pannelli e di pezzi che lo compongono. Anche le misure della persona incidono molto sulla sua costruzione. Per quanto riguarda i tempi, all’inizio era un processo lunghissimo. Dico sempre che per confezionare un corsetto “brutto” ci mettevo anche due o tre settimane. Oggi un corsetto base riesco a realizzarlo anche nell’arco di una giornata. Però le creazioni molto elaborate, magari integrate in abiti più complessi, continuano a richiedere settimane di applicazione. Pur lavorando in team.
di redazione stylist
O I
intervista
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FATICO A CONDIVIDERE UNA VISIONE DELLA MODA SCOLLEGATA DALLE PROBLEMATICHE SOCIALI E DAL CONTESTO IN CUI VIVIAMO
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intervista
PRIMA ACCENNAVI AL MONDO DELLA NOTTE. SI PARLA MOLTO DELL’IMPORTANZA DEL CLUBBING MILANESE NEL TUO PERCORSO DI CRESCITA UMANO E ARTISTICO… In effetti ho cominciato a frequentare quel mondo fin da adolescente. Mi ha affascinato e spaventato al tempo stesso. Ma è innegabile che sia stato un importante playground per crescere nella community e per avvicinarmi al fashion system, che da sempre è legato al clubbing e allo spettacolo. Mi ha aiutato sicuramente nei contatti, perché i posti che frequentavo erano gli stessi di riferimento per chi lavorava e studiava nella moda, quindi fotografi, stylist, cantanti, che ancora oggi incrocio nella mia professione. Nella fase in cui sono ora, per vicissitudini personali, non riesco più a convivere con quelli che sono gli aspetti critici e bui di quel mondo. Frequento meno, anche perché con gli orari di lavoro che sostengo, alle nove di sera comincio a sbadigliare e a pensare alla casa al lago di mio nonno dove vado quando voglio staccare. IL TUO BRAND NASCE NEL 2021 SUI BORDI DELLA PANDEMIA. RITIENI DI AVER AFFRONTATO DIFFICOLTÀ MAGGIORI RISPETTO A QUELLE CHE INCONTRA NORMALMENTE UN GIOVANE DESIGNER AL SUO DEBUTTO? Penso che avere un brand sia una sfida a prescindere dal contesto storico. Quando si parte da soli, senza finanziamenti o strutture di supporto, il percorso è inevitabilmente complesso. Nel mio caso, la pandemia ha influenzato le difficoltà iniziali, ma ha anche creato opportunità: gran parte della comunicazione passava attraverso i social e il tempo dedicato alla presenza digitale ha contribuito alla crescita del progetto. Più in generale, credo che le difficoltà siano parte integrante del percorso di qualsiasi designer emergente che costruisce un progetto in modo indipendente. Avere investitori, manager o collaboratori esperti può certamente aiutare, ma non esistono strade davvero semplici. La differenza la fanno la resilienza, la pazienza e la capacità di imparare dagli errori. Credo molto in una crescita lenta ma solida. Vedo brand ottenere rapidamente grande visibilità, grazie a importanti investimenti, senza però avere basi sufficientemente stabili, e realtà più piccole crescere gradualmente, costruendosi nel tempo una struttura sostenibile e un pubblico fedele. Devo confessare che non vivo il brand come il sogno assoluto della mia vita o come qualcosa da portare avanti a qualsiasi costo. Quello che mi interessa è trovare uno spazio di espressione creativa. Oggi quel linguaggio sono i vestiti, ma non li considero l’unica strada possibile. Se un giorno questo progetto non restituisse abbastanza rispetto alle energie spese, non avrei difficoltà a immaginare un percorso artistico diverso.
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LE TUE CREAZIONI SONO STATE INDOSSATE DA MOLTI PERSONAGGI NOTI. CON CHI HAI SENTITO UNA SINTONIA PARTICOLARE? C’È INVECE QUALCUNO CHE NON HAI ANCORA VESTITO E VORRESTI TANTO? In realtà, nella maggior parte dei casi, quando si lavora con le celebrity è raro avere un contatto diretto con la persona. Spesso le richieste arrivano tramite agenzie, stylist o team creativi, quindi il rapporto rimane piuttosto distante. Questo cambia quando si parla di capi custom made, perché per realizzare un lavoro davvero preciso è importante poter vedere il personaggio, capire come si muove, come vive il vestito e costruire un dialogo umano oltre che creativo. È vero anche che mi è capitato di realizzare capi custom senza incontrare direttamente chi li avrebbe indossati, basandomi su immagini, video, riferimenti online. Ma chiaramente non è la stessa cosa. La vera sintonia nasce quando hai la possibilità di conoscere qualcuno dal vivo, creare uno scambio e costruire un rapporto reale. Succede più facilmente con artisti italiani, semplicemente perché la distanza è minore e le occasioni di incontro sono più frequenti. Ho una lista di persone con cui vorrei lavorare stampata nella testa, ma non faccio nomi. Però mi piacerebbe un giorno svegliarmi e leggere una mail di Björk. È una delle artiste che amo di più in assoluto e penso che il suo universo creativo abbia una libertà e una sensibilità molto vicine al mio ideale. Per ora rimane solo un desiderio, ma in questo lavoro non si può mai sapere. Non avrei mai pensato di riuscire ad arrivare realmente a Lady Gaga, invece, grazie a Il Diavolo veste Prada 2, anche quel sogno si è avverato. Tengo le dita incrociate. A PROPOSITO: RACCONTACI COSA TI LEGA AL FILM DI DAVID FRANKEL. Devo fare una premessa: Il Diavolo veste Prada è un film con cui sono cresciuto. È uscito quando ero ancora un bambino ed è stato uno dei primi lavori che, pur con un tono leggero e ironico, mi ha fatto scoprire il mondo della moda. Con il sequel è successa una cosa che ancora oggi faccio fatica a razionalizzare: mi è stato chiesto di vestire Lady Gaga, ed è stata un’esperienza completamente surreale. Tutto è accaduto mesi fa, durante le riprese dell’ottobre scorso, in un periodo in cui ero molto stanco, perché reduce dalla mia prima sfilata in Fashion Week. È successo tutto molto velocemente, è stato intenso, concentrato e bellissimo allo stesso tempo.
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intervista
25 Lorenzo Seghezzi
27 .1– 2 Capi couture Interludio dalla prima passerella di Lorenzo Seghezzi durante la Milano Fashion Week di settembre 2025 (con il supporto di Lineapelle) Foto di sfilata: Loris Patrizi Courtesy of Lorenzo Seghezzi
27 .3 Lady Gaga indossa un corsetto Lorenzo Seghezzi in una scena iconica de Il Diavolo veste Prada 2. Altri capi del brand couture compaiono nella sfilata finale del film ambientata all’Accademia di Brera
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intervista
Nel periodo successivo alla lavorazione, pur sapendo, per spoilerate varie, che il capo era stato realmente utilizzato, ho mantenuto aspettative molto basse: in produzioni di quel livello non si può mai sapere cosa rimarrà davvero nella pellicola. Le scene possono essere tagliate, modificate o cambiare completamente in fase di montaggio. Negli anni ho imparato a non farmi travolgere dall’entusiasmo finché le cose non diventano concrete. Quando poi tutto si è effettivamente realizzato, è stata una sorpresa enorme che sto ancora cercando di metabolizzare. Al di là della visibilità o dell’importanza di prendere parte a una produzione così grande, accanto a brand al confronto dei quali io sono una micromolecola, ciò che mi porto davvero a casa è il modo in cui questa collaborazione è stata condotta sul piano umano e professionale. Una delle cose che mi ha colpito di più è stato il rapporto con il team costumi. Molly Rogers è una professionista straordinaria, è stato sorprendente incontrare un personaggio così importante e scoprire una persona estremamente gentile, che si relaziona agli altri con rispetto e sensibilità autentica. Ovviamente oggi il corsetto di Gaga è ufficialmente in pensione, lo tengo in una teca e non verrà mai più indossato. Al momento è il pezzo dell’archivio che amo di più.
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TRE CURIOSITÀ IN UNA DOMANDA PER SONDARE LE TUE PREFERENZE: C’È UN FASHION DESIGNER A CUI TI SENTI PARTICOLARMENTE LEGATO? E UNO A CUI DIRESTI SÌ PER UNA COLLAB? E SE DOVESSI INDICARE UN CAPO NELLA STORIA DELLA MODA CHE HA SEGNATO IL TUO IMMAGINARIO CREATIVO? Cominciamo dal fashion designer: fin da adolescente ho sviluppato una grande passione per Jean Paul Gaultier. Il suo percorso creativo, ma anche quello umano, le sue inclinazioni estetiche sono molto vicine al mio mondo, al mio immaginario. Al di là delle creazioni, che sono incredibili, mi hanno sempre affascinato il modo di narrare, il tatto, l’ispirazione. La collab, ovviamente con Gaultier. Ma per restare in un mondo possibile direi con Camperlab: sono un grandissimo fan del suo direttore creativo Achilles Ion Gabriel, che, purtroppo, lascerà a breve l’incarico. Per quanto riguarda il capo, penso che uno dei look più belli della storia della moda contemporanea sia quello con piume di struzzo e vetrini rossi della sfilata VOSS di Alexander McQueen. Mi ha sempre colpito per la costruzione, il movimento, per il modo in cui viene indossato e non ultimo per lo styling: quella specie di balaclava che rende incerti i feature della modella… Potente.
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28– 3 0 Creazioni dalla collezione couture Epitelio in cui Lorenzo Seghezzi abbatte i confini tra femminile e maschile Foto: Pietro Agostini Courtesy of Lorenzo Seghezzi
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SEI UN ABILE COUTURIER, MA SAI FARE DELLA MODA ANCHE UNO STRUMENTO DI DENUNCIA E RIFLESSIONE SOCIALE? QUALI SONO I TEMI E LE CAUSE CHE HAI A CUORE? Fatico a condividere una visione della moda completamente scollegata dalle persone, dalle problematiche sociali e dal contesto in cui viviamo. Credo che, come qualsiasi forma d’a rte, debba parlare della realtà, pur essendo profondamente legata alla dimensione commerciale. Le motivazioni che mi hanno portato a fare questo lavoro non sono mai state economiche, ma soprattutto espressive: volevo trovare un linguaggio creativo attraverso cui affrontare temi sociali che mi stanno a cuore. In particolare, sento una forte responsabilità nel raccontare e sostenere le cause della comunità queer, creando uno spazio di rappresentazione e dialogo anche per chi conosce poco queste tematiche. E poi c’è una forte attenzione alla sostenibilità sotto gli aspetti etici, sociali e produttivi. Per questo ho scelto di non lavorare con produzioni industrializzate, concentrandomi su pezzi custom made e one of a kind, con una cura rivolta all’individuo piuttosto che a un target standardizzato. Anche nella scelta dei materiali, io e il mio team diamo la precedenza a tessuti deadstock e di recupero. SEI CONSIDERATO UNA VOCE CREATIVA TRA LE PIÙ INTERESSANTI, SEI STATO UNO DEI VINCITORI DEL CNMI FASHION TRUST GRANT, HAI GIÀ DEBUTTATO SULLE PASSERELLE DELLA MILANO FASHION WEEK. COSA VUOI DI PIÙ? Più che volere di più, quello che desidero davvero è riuscire a continuare così, mantenendo una crescita costante. Nella vita soffro molto gli alti e bassi, anche a livello personale, quindi ciò che cerco è soprattutto stabilità. Riconosco che il mio percorso stia crescendo e che la traiettoria sia positiva, ma ho anche capito che in questo lavoro non esiste un vero punto di arrivo. Mi auguro di riuscire a mantenere sempre terreno stabile sotto i piedi, continuando a crescere senza lasciarmi illudere dall’idea di essere arrivato. Ogni traguardo porta con sé nuovi ostacoli e nuove responsabilità. In realtà è anche questo a rendere il lavoro stimolante: non diventa mai completamente prevedibile o automatico. Più che fare salti enormi, vorrei continuare a fare piccoli passi avanti, con costanza e lucidità. Possibilmente senza doverne fare uno indietro.
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TRA I TUOI IMPEGNI C’È ANCHE QUELLO DI DOCENTE IN VARI CORSI E MASTER: QUAL È IL PRIMO INSEGNAMENTO CHE IMPARTISCI AGLI STUDENTI? La cosa che cerco sempre di trasmettere è l’importanza di esprimere la propria identità attraverso quello che si fa. Per me non basta vedere qualcosa realizzato bene tecnicamente. Mi interessa capire cosa una persona vuole raccontare, quale sensibilità stia cercando di esprimere. Alcuni studenti hanno un immaginario molto forte ma fanno fatica a tradurlo concretamente, altri invece riescono a farlo in modo più naturale. Quello che cerco di insegnare fin dalla prima lezione è proprio questo: sfruttare il periodo di studio per sviluppare strumenti di espressione personale, perché spesso nel mondo del lavoro questi spazi vengono meno. Credo sia fondamentale imparare a costruire una voce creativa riconoscibile prima ancora di inseguire la perfezione tecnica.
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VIBRANT FINISH/ styling di Francesco Volturale
photo ALESSANDRO BARZAGHI @ IIF MILANO photo assistance LUDOVICO CARDINALE @ IIF MILANO make-up VANESSA UDOVICICH @ MBA ACADEMY hair RITA DELL’ORCO @ MBA ACADEMY model HANNAH DOLMAT @ ROW MODEL dolcevita OH CARLA giacca, gonna e scarpe VOLTURALE COUTURE borsa ANTONIO SINISCALCHI guanti DUECCI GLOVES collant CALZITALY orecchini ACQUAMARINA GIOIELLI
rubriche
tono contro tono
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rubriche
nuove estetiche metropolitane CULOTTE VIBES/ con le gambe in evidenza a cura di Federico Rege Cambrin
DOLCE & GABBANA slip in raso stretch
MITHRIDATE p/e 2026
TOD’S p/e 2026
LOEWE p/e 2026 GIVENCHY culotte in lana
MIU MIU slip in satin
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rubriche
gli accostamenti imprevedibili LA WLESS COLOR/ che creano tensione visiva a cura di Federico Rege Cambrin
KIDSUPER p/e 2026
VALENTINO sneakers in vitello gommato e crosta
PRADA gonna patchwork in taffetà tecnico
LOEWE orecchini push pin in ottone con finitura oro e cristalli multicolori
COPERNI borsa tote in pelle a forma di cuore
FENDI sandalo con tacco alto in pelle bianca CHRISTIAN SIRIANO p/e 2026
PEPLUM COUTURE/ styling di Marta Cavalli
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tra balze e nodi photo ALESSANDRO BARZAGHI @ IIF MILANO photo assistance LUDOVICO CARDINALE @IIF MILANO make-up VANESSA UDOVICICH @ MBA ACADEMY hair RITA DELL’ORCO @ MBA ACADEMY model HANNAH DOLMAT @ ROW MODEL gonna maxi peplum tartan con apertura frontale e nastro rosso in vita VOLTURALE COUTURE body semitrasparente giallo con collo alto e slip semitrasparente nero a vita alta OH CARLA orecchini a clip azzurri / archivio stivaletto alla caviglia con tacco a campana ALESYA
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ROARING YEARS/ styling di Flavia Spataro
rubriche
euforia e rivolta photo SOPHIE BINDIKU @ IIF MILANO photo assistance ELIA CIARDIELLO @ IIF MILANO make-up VANESSA UDOVICICH @ MBA ACADEMY hair RITA DELL’ORCO @ MBA ACADEMY model LEILA DJOKIC @ ABC MODELS MILAN abito monospalla OH CARLA bandana con stampa militare / archivio
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rubriche
soluzioni in leggerezza AS A FEATHER/ e improvvisi colpi di scena a cura di Francesco Volturale
MIU MIU minigonna in raso di misto seta con piume
VALENTINO GARAVANI sciarpa con piume
CHANEL p/e 2026
MUGLER p/e 2026
PARIS TEXAS mule in raso con piume Lidia
THE ATTICO cintura con decorazioni di piume
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rubriche
lo stile senza frontiere OLTRE IL CONFINE/ attraversa territori e culture a cura di Flavia Spataro
LA DOUBLE J foulard in seta stampata
MICHAEL KORS sandalo alla schiava in pelle marrone
STELLA JEAN p/e 2026
JIMMY CHOO borsa in camoscio con borchie
ETRO p/e 2026
CHRISTIAN LOUBOUTIN sandalo marrone a fascia in pelle
NUOV A éPOQUE/ styling di Francesca Andrea Marino photo SOPHE BINDIKU @ IIF MLANO make-up VANESSA UDOVICICH @ MBA ACADEMY hair RITA DELL’ORCO @ MBA ACADEMY model LEILA DJOKIC @ ABC MODELS MILAN vestito in pizzo bianco con perline e corsetto avorio con lacci OH CARLA orecchini a fiore, anelli dorati e décolleté sling back in pelle bordeaux STRADIVARIUS
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icona di modernità
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INTERLINEA/ styling di Eleonora Marro
rubriche
tra visibile e invisibile
photo LUIGI COLONNA @ IIF MILANO make-up VANESSA UDOVICICH @ MBA ACADEMY hair RITA DELL’ORCO @ MBA ACADEMY model LEILA DJOKIC @ ABC MODELS MILANO sottoveste rosa in raso, reggiseno in raso e blazer strutturato in lana OH CARLA scarpe nappa nero ANTENORA
LIKE AN ANGEL/ styling di Sara Rossi
photo LUIGI COLONNA @ IIF MILANO make-up VANESSA UDOVICICH @ MBA ACADEMY hair RITA DELL’ORCO @ MBA ACADEMY model LEILA DJOKIC @ ABC MODELS MILAN vestito corto bianco OH CARLA scarpe con tacco con cinturino alla caviglia, orecchini, bracciale e anelli PRIMARK
beyond reality
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rubriche
quando la moda parla body as sculpture/ il linguaggio dell'arte a cura di Sara Rossi
JIMMY CHOO orecchini in metallo dorato con corsage
MERUERT TOLEGEN p/e 2026
LOUIS VUITTON corpetto plissettato color crema con volant sull’orlo
FERRARI bracciale rigido in ottone con finitura oro
DIOR sandalo con tacco a spillo con dettaglio floreale in tessuto
JUNYA WATANABE p/e 2026
rubriche
sfumature di marrone never just neutral/ ridefiniscono l'essenzialità a cura di Marta Cavalli
DUNHILL cappellino tecnico in cotone ricamato con monogramma
ISABEL MARANT p/e 2026
EMPORIO ARMANI shopper con dettagli in cuoio
LGN LOUIS GABRIEL NOUCHI p/e 2026
PRADA cintura in cotone
LACOSTE portafoglio piccolo the blend
CHRISTIAN LOUBOUTIN stivali in pelle di vitello cerata randy college
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rubriche
contrasti ricercati chromatic tension/ per uno stile distintivo a cura di Marta Cavalli
BIBHU MOHAPATRA p/e 2026
ZOMER p/e 2026
FENDI borsa Peekaboo ISeeU con decorazione floreale
JACQUEMUS occhiali da sole aviator ovali Alba
ZOMER clutch in pelle di vitello con dettagli in ottone dorati
ALAÏA borsa Le Click E/W piccola in pelle scamosciata
THE ATTICO mule Betta 95 in raso sintetico
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contrasti vividi e tonalità decise, STRIKING PAIRINGS/ pensati per farsi notare a cura di Francesco Volturale
LOEWE borsa tote piccola in pelle intrecciata
VERSACE p/e 2026
GIUSEPPE ZANOTTI mule D’Orsay in camoscio
JACQUEMUS occhiali da sole Les Lunettes Altu
HERMÈS borsa Birkin nella variante Sunset Rainbow Sellier
LOEWE p/e 2026
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la fantasia prende forma REAL ILLUSION/ nel reale tra identità e visione a cura di Francesca Andrea Marino
THOM BROWNE p/e 2026
BALENCIAGA maschera con cristalli
JUNYA WATANABE p/e 2026
COMME DES GARÇONS p/e 2026
SCHIAPARELLI orecchino in oro a forma di mano
ANCHOR SHIFT/ styling di Federico Rege Cambrin
cambio di rotta
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photo LUIGI COLONNA @ IFF MILANO scarpe NIKE BRAND orologio SWATCH articolo bracciali / archivio
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il minimalismo sportivo silent audacity/ incontra accessori di forte identità a cura di Camila Amaguay
GENTLE MONSTER occhiali da sole cat-eye in acetato effetto tartaruga GUCCI occhiali da sole oversize
LOUBOUTIN sneakers da corsa in pelle di vitello, neoprene e mesh
BALENCIAGA berretto rosa upcycled
KENT & CURWEN p/e 2026
DOUBLET sneakers in canvas con puntale rinforzato e finitura vissuta
LACOSTE p/e 2026 YOHJY YAMAMOTO borsa a tracolla drappeggata in tessuto jacquard
danza in città
URBALLET/ styling di Camila Amaguay
photo ALESSANDRO BARZAGHI @ IIF MILANO photo assistance LUDOVICO CARDINALE @ IIF MILANO make-up VANESSA UDOVICICH @ MBA ACADEMY hair RITA DELL’ORCO @ MBA ACADEMY model HANNAH DOLMAT @ ROW MODEL maglia sportiva smanicata Lakers NIKE camicia trasparente e culotte in pizzo OH CARLA gonna a balze in tulle VOLTURALE COUTURE calze bianche a coste CALZEDONIA sneakers Air Lordan 1 Low NIKE orecchini piccoli a cerchio dorati STROILI
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LAYERING SOFT/ styling di Ludovica Lanza
photo LUIGI COLONNA @ IIF MILANO make-up VANESSA UDOVICICH @ MBA ACADEMY hair RITA DELL’ORCO @ MBA ACADEMY model LEILA DJOKIC @ ABC MODELS MILAN mini top trasparente e mini giacchetta trasparente OH CARLA pantaloni a righe bianche e azzurre YAMAMAY reggiseno nero / archivio intimo logato SUPREME ballerine nere con lacci ANTENORA
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new urban sport
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schemi in frantumi tra INTERDICTED AREA/ provocazioni e messaggi sociali a cura di Francesca Andrea Marino
DOLCE & GABBANA bralette in pizzo nera
GIVENCHY culotte nera
JEAN PAUL GAULTIER p/e 2026
COURRÈGES p/e 2026
VIVIENNE WESTWOOD harness da donna in pelle nera VETEMENTS p/e 2026
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cura di checkpoint/ aMarta Cavalli il quadro domina in tutte le sue declinazioni, dal tartan al damier
DRIES VAN NOTEN RABANNE
LOUIS VUITTON
UMA WANG CHLOÉ
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cura di Peaky blinders/ aFlavia Spataro il british style torna senza chiedere permesso tra tailoring e palette nebbiose
SA SU PHI
MISSONI
EMPORIO ARMANI
ERMANNO SCERVINO
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cura di MESSY O L’ANTIREGOLA/ aGiorgia Guida l’imperfezione al vertice, tra layering, effetti vissuti, contrasti e palette spontanee
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NATASHA ZINKO
DIESEL ONITSUKA TIGER
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autunno inverno 2026.2027
URBAN SPORTY/ aSaracuraRossidi capi che confondono lo sport con lo street, da indossare solo fuori contesto
OFF-WHITE
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LACOSTE
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cura di royal purple/ aCamila Amaguay simbolo di potere e regalità il colore viola è la chiave della stagione
DIESEL
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ROBERTO CAVALLI MUGLER
autunno inverno 2026.2027
cura di GOLD-à-PORTER/ aFrancesca Andrea Marino il confine sottile tra haute couture e ready-to-wear: l’oro sotto i riflettori CULT GAIA
BALENCIAGA
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BIBHU MOHAPATRA
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cura di you DISRUPTIVE/ aFederico Rege Cambrin vince l’estetica che rompe le regole, provoca e revisiona anticipando il futuro ISSEY MIYAKE
ANREALAGE JEAN PAUL GAULTIER
COMME DES GARÇONS JUNYA WATANABE
autunno inverno 2026.2027
cura di GLOSS OBSESSION/ aFrancesco Volturale il wet look al centro dei desideri, con superfici lucide, plastiche, liquide, specchiate N°21
BURC AKYOL
ISSEY MIYAKE
SA SU PHI
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Alberto Toso, fashion designer, editorial contributor e content creator
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ALBERTO TOSO
e potrei parlarne per ore
di redazione stylist
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secondo me
. Il lockdown, il silenzio, giornate da riempire e un foglio di carta su cui disegnare abiti che transitano per la mente. La passione di Alberto Toso per la moda nasce, come racconta, «dal lusso più grande: la noia». In tempo di pandemia inizia con i primi schizzi, che da esercizio d’evasione man mano si trasformano in vocazione. Da quel momento sceglie di intraprendere un percorso formativo che lo porta al diploma di fashion designer, con un approccio orientato alla sartoria, al savoir-faire. Un percorso che ancora oggi definisce centrale nella sua visione. Parallelamente cresce anche la presenza sui social come content creator, con un metodo lontano dalle dinamiche compulsive e dalla divulgazione semplificata. I suoi profili non parlano alla massa, ma a una community attenta, interessata a una riflessione pacata sulla moda, attraverso un linguaggio ricercato, preciso, mai piano. Insolito per un ventitreenne sul web. Queste le premesse che ci hanno spinti a incontrarlo per parlare con lui di moda, di confini sempre più sfumati tra creatività e comunicazione. E di una professione: il content creator, che tenta molto i giovani creativi, ma che necessita di cura, studio e perseveranza.
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IN QUESTA FASE DELLA VITA TI SENTI PIÙ FASHION DESIGNER O CONTENT CREATOR? In realtà provo a fare un po’ di tutto, non ho preclusioni, sono in fase gavetta: fashion stylist assistant, vestiarista, content creator. Anche se al momento mi sento più sarto, sartoria maschile. Sto scoprendo le mie radici di artigiano.
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TANTI IMPEGNI. UNO CONDIZIONA L’ALTRO? Non è facile tracciare un confine sano, costruttivo ed equilibrato tra tutte queste attività. Però mi piace pensare che facciano parte di un macro racconto che porto avanti, dove la ricerca estetica ha un ruolo determinante. Unitamente alla forma, investo tutto e per tutto nella forma. Poi ci sono varie sfaccettature: per esempio sui social prevale una certa componente kitsch, che controllo sempre attraverso lo stile. I dettagli e la cura salvano la vita al giorno d’oggi. A PROPOSITO DI STILE. COME TI VESTI? Nasco da un padre che è Gianni Versace, quindi tutto ciò che è eccesso e opulenza fa parte di me. Poi si è aggiunto Alessandro Michele. Lui rappresenta l’aspetto più nostalgico e polveroso del mio stile, che definirei sicuramente âgé. QUINDI IL VINTAGE TI APPASSIONA? Sono un grande amante. E non solo del vintage ma di tutti quei negozi dove solo a entrare ti viene una crisi respiratoria, dalla quantità di polvere. Ho un rapporto assolutamente erotico con il vintage. Amo tutto ciò che è vecchio, logoro. COME HAI INIZIATO A CREARE CONTENUTI SUI SOCIAL E CON QUALI OBIETTIVI? Ho iniziato nell’estate del 2021 su Tik Tok , che in quel momento stava vivendo una grande crescita. L’idea di fondo era molto semplice: rendere la moda fruibile al grande pubblico. All’epoca, a dire il vero, non avevo grandi competenze, commentavo notizie e tendenze in modo piuttosto spontaneo e superficiale, che solo a pensarci adesso mi viene l’orticaria. Con il tempo, però, attorno ai miei contenuti si è creata una community, che trovo una ricchezza inestimabile. Da lì l’attività si è espansa anche a reels e post su Instagram, che mi hanno dato grandi soddisfazioni e permesso di raggiungere un pubblico sempre più ampio. COME TI AGGIORNI, COME TI INFORMI? Mi aggiorno come si aggiorna ormai chiunque nel 2026. Non cerco, sono le cose che mi trovano. È quello che chiamiamo brainrot, basta scorrere sul telefono e un flusso continuo di informazioni t’investe. La vera selezione avviene poi per ottimizzazione di qualità, rilevanza e tempi.
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secondo me
QUALI SONO I POST CHE CREANO PIÙ REAZIONI? Nella maggior parte dei casi sono le review. Esistono naturalmente eccezioni legate a notizie particolarmente sorprendenti o mediatiche – come la collaborazione di John Galliano con Zara [che a breve arriverà nei negozi, ndr] – che riescono a catalizzare immediatamente l’attenzione del pubblico. In quel caso specifico, molti se lo aspettavano, altri no, e il dibattito online si è subito acceso. Tuttavia sono soprattutto le review a creare un dialogo partecipato con la mia community, in particolare su Instagram. Chi mi segue conosce ormai il mio punto di vista e sviluppa curiosità nei confronti della mia lettura delle collezioni. Quello che cerco di fare è mostrare che dietro ogni show esiste una grammatica precisa di riferimenti culturali, estetici e sociali. E il pubblico, anche quello che generalmente osserva la moda con una certa perplessità, è disposto ad approfondire più di quanto si possa immaginare.
i contenuti scorrono in modo più veloce e volatile, e più su Instagram, che consente un rapporto continuo, con persone che ti seguono nel tempo e sanno chi sei. Creare una community e alimentare un confronto è la soddisfazione più grande del mio lavoro.
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QUALI I PIÙ IMPEGNATIVI DA REALIZZARE? Quelli legati alla storia della moda o a una fonte che bisogna inevitabilmente tracciare fino alle origini per verificarne l’attendibilità. Sento una grande responsabilità nella divulgazione. COME FRONTEGGI HATER E TROLL? OSSIA QUANTO IMPATTANO I COMMENTI NEGATIVI SULLA TUA VITA REALE? Non incidono minimamente. Guardo molto da dove proviene la critica: se arriva da una persona che, con competenza e cognizione di causa, individua una carenza, un difetto, un limite nei miei contenuti, la accolgo volentieri, esattamente come accolgo un complimento. Diverso è il caso degli attacchi gratuiti: body shaming, insulti omofobi o commenti hate rivolti sia a me sia ai personaggi di cui parlo. Scelgo semplicemente di cancellarli, perché sono superficiali, completamente distanti dal mio modo di intendere la divulgazione e non arricchiscono il dialogo. INVECE I FEEDBACK PIÙ GRADITI? I riscontri più gratificanti sono occasioni come questa, l’incontro diretto con il pubblico, perché mi ricordano che dietro agli oltre ventimila follower presenti su ciascuno dei miei canali social, ci sono persone reali, attente e interessante ad ascoltare ciò che ho da dire. Apprezzo particolarmente i messaggi di chi dimostra una curiosità autentica, di chi desidera approfondire la moda e sviluppare un approccio critico più consapevole. È uno scambio che percepisco meno su Tik Tok, dove
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IL TUO APPROCCIO AL COMMENTO DI MODA: SGUARDO CRITICO O VALUTAZIONE OGGETTIVA? Quando guardo una collezione, cerco inizialmente di informarmi il meno possibile, perché desidero che il primo sguardo rimanga il più sincero, genuino e diretto possibile, libero da interpretazioni già costruite. Successivamente entro in una fase più rigorosa, quasi chirurgica, tracciando un confine tra quello che è un’idea soggettiva e la realtà dei fatti, cercando di fornire una recensione il più oggettiva possibile. Con la consapevolezza che l’oggettività assoluta, in un ambito artistico come la moda, non esiste davvero. A fine video butto lì una riflessione che è radicata nella sfera soggettiva. Un bell’incastro. IN GENERALE, I SOCIAL MEDIA RENDONO LA MODA PIÙ ACCESSIBILE O RISCHIANO DI BANALIZZARNE CONTENUTI E SIGNIFICATI? Entrambe le cose. Nel senso che i social sono una grande risorsa, dipende dall’uso che se ne fa e dal tipo di contenuti che si sceglie di produrre. Negli anni ho visto forme di divulgazione che non condividevo, perché tendevano a banalizzare eccessivamente temi che richiedono profondità. Il punto è che si tratta di un fenomeno estremamente articolato. Da una parte c’è tutto il discorso del mainstream e della velocità imposta dalle piattaforme: tutto deve essere rapido, istantaneo, consumabile. Ed è un difetto, perché tende a rendere immediate anche cose che non lo sono, la vita per sua natura non è immediata. Dall’altra, invece, sono uno strumento molto prezioso di divulgazione ed è responsabilità di chi comunica provare ad allenare il pubblico all’approfondimento. Può sembrare un controsenso allenare alla lentezza attraverso un dispositivo che ha distrutto la lentezza, ma un po’ ci si prova, è doveroso anche.
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ALBERTO TOSO FASHION DESIGNER: HAI IN PROGETTO LA CREAZIONE DI UN TUO BRAND? Negli ultimi tempi ho iniziato a simpatizzare con l’idea di lanciare un progetto mio, inteso più come sartoria, che possa creare comunità. A un brand vero e proprio non ho mai pensato, trovo che ci siano già talmente tante realtà che non avrei granché da aggiungere. Poi mai dire mai. Non avrei neanche mai pensato di essere intervistato e, invece, eccomi qua.
questo caso entrano in gioco soprattutto dinamiche economiche e aspettative del consumatore. Il fast fashion ha saputo intercettare perfettamente ciò che il pubblico desidera, ovvero capi di moda a prezzi accessibili. Tuttavia esiste una contraddizione evidente: pensare di acquistare un blazer a settanta euro e pretendere allo stesso tempo una filiera etica e materie prime di qualità è irrealistico. Se c’è una reale semplificazione del messaggio moda, secondo me, riguarda principalmente il segmento del lusso più che il fast fashion, che non ha mai avuto la pretesa di elaborare una narrazione culturale profonda. Il lusso, al contrario, storicamente ha sempre cercato di costruire immaginari, linguaggi e visioni culturali. Ed è proprio lì che percepisco un certo appiattimento. Si tratta però di un fenomeno più ampio, che non riguarda esclusivamente la moda, ma investe in generale l’industria culturale. Prendiamo il cinema, con tutta la quantità di remake, sequel e riedizioni di film. Anche in ambito musicale si avverte sempre meno quella tensione verso una reale profondità espressiva. Senza cadere nel cliché del “si stava meglio prima”, credo che in passato esistesse una maggiore ambizione culturale. Artisti come Renato Zero, per fare un esempio, utilizzavano la musica per mettere in discussione il concetto di identità, i confini tra maschile e femminile, tra estetica borghese ed estetica non conforme. Oggi non vedo più questa pretesa o almeno la vedo, ma raramente occupa una posizione centrale o condivisa nel panorama mainstream. La semplificazione è in atto ed è molto più subdola, sottile, stratificata di quanto sembri. E va indagata perché talvolta può essere anche pericolosa.
COME STILISTA COSA TI ISPIRA, HAI UNA FIGURA DI RIFERIMENTO? Ho un metodo progettuale fortemente legato all’universo musicale, quindi mi ispiro a figure come Dalida, Renato Zero e Mina. In realtà, però, quello musicale è soltanto il punto di partenza di una riflessione più ampia. Il metodo progettuale, per come lo intendo io, è uno strumento preziosissimo di indagine non solo sullo stile, ma sulla propria identità e sul modo in cui osserviamo il mondo che ci circonda. Ci dà l’opportunità di esplorare e di esplorarci, di scoprire non tanto che cosa ci piace, ma perché ci piace, rivelando quanto l’immaginario sia legato a riferimenti e connessioni spesso inconsapevoli. Anche esperienze apparentemente semplici, come le scampagnate che faccio con mio padre, sono diventate nel tempo occasione di osservazione e scoperta del mio sguardo sulla realtà. Io, per esempio, trovo l’erotismo un po’ dappertutto. Non in senso strettamente sessuale, ma come forza vitale ed estetica (per questo mi definisco figlio di Gianni Versace) capace di permeare ogni aspetto dell’esistenza. Mi ispiro a tutto ciò che è radicale ed erotico e trasversale e mutevole. E potrei parlarne per ore. DURANTE LE ULTIME FASHION WEEK SI È DISCUSSO MOLTO DELL’ASSOTTIGLIARSI DEI CONFINI TRA ABBIGLIAMENTO E MODA, TRA RICERCA ESTETICA E MERCATO, FINO AD ARRIVARE ALLA PROGRESSIVA CONTAMINAZIONE TRA HIGH FASHION E FAST FASHION. TROVI CHE LA MODA STIA SEMPLIFICANDO TROPPO IL PROPRIO MESSAGGIO E IL PROPRIO VALORE PER ADERIRE A LOGICHE PRETTAMENTE COMMERCIALI? Credo che tutti questi fenomeni, rilevanti e complessi, non siano necessariamente collegati tra loro. Da una parte esiste una moda che sta progressivamente ibridando il proprio linguaggio e il proprio sistema di comunicazione. Penso, per esempio, ad Alaïa, che sceglie di presentare collezioni summer-fall, anziché seguire la tradizionale scansione stagionale. Diverso, invece, è il discorso relativo al rapporto tra lusso e fast fashion. In
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PER CONTRO, SI È DETTO TANTO ANCHE DEL CONFINE SFUMATO TRA READY-TO-WEAR E HAUTE COUTURE. DECORATIVISMO, LAVORAZIONI COMPLESSE, INTELLETTUALISMI, PROVOCAZIONI: SONO QUESTE OGGI LE UNICHE FORME ESPRESSIVE POSSIBILI DI CREATIVITÀ. OPPURE TEMI COME SOSTENIBILITÀ (AMBIENTALE ED ECONOMICA) E INCLUSIONE POSSONO DARE NUOVO SIGNIFICATO ALLA MODA? La sostenibilità a 360 gradi dovrebbe rappresentare uno dei nuovi significati centrali della moda. Pensare che il sistema possa ancora prescindere
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secondo me
da questa dimensione è ormai assolutamente anacronistico. Poi c’è anche un altro elemento fondamentale che è lo storytelling, la capacità narrativa. Io rivendico sempre l’importanza del racconto in tutto ciò che faccio, e mi aspetto che la moda continui a interrogarsi sulla propria narrazione. Perché è sulla costruzione di una visione e di un immaginario che si gioca la differenza tra moda e semplice abbigliamento. Senza un reale spessore concettuale, opulenza, decorativismo e complessità estetica perdono di valore. Credo che al giorno d’oggi ci sia un disperato bisogno di essere radicali, ma proprio nel senso etimologico della parola, di andare alla radice, in profondità, rifiutare questa immediatezza che pervade ogni aspetto della realtà. Perché ciò che è immediato forse ci mente.
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QUALI SONO LE TRE COLLEZIONI DELL’A/I 2026-2027 CHE HAI AMATO DI PIÙ? Mi è piaciuto moltissimo il lavoro di Luca Magliano, per la solidità del suo bagaglio culturale, evidente tanto nelle collezioni quanto nel modo in cui costruisce il proprio linguaggio estetico. In una recensione che gli ho dedicato, l’ho definito, forse un po’ ingenuamente ma ancora oggi lo rivendico, “neorealista” in quanto capace di rappresentare la realtà senza filtri. Col tempo, però, mi sono reso conto che un filtro esiste, ed è quello della caricatura, dell’artificio, di un camp leggero e consapevole. È proprio questa sfumatura queer ironica e volutamente accentuata, a rendere il suo lavoro particolarmente interessante. Non a caso, in una recente intervista, Magliano ha dichiarato di vivere, in quanto persona queer, un conflitto costante con l’idea di conformità. Una posizione che considero estremamente significativa. La sua moda diventa così uno spazio di riflessione sull’identità, sull’autodeterminazione individuale e collettiva e su ciò che la società tende a definire conforme o non conforme. In questo senso, credo la sua sia oggi una delle voci più preziose del panorama. Tra le collezioni che mi hanno convinto maggiormente c’è anche Chanel. Perché Matthieu Blazy sta facendo un lavoro straordinario, soprattutto sul piano dell’artigianalità. Chanel, pur restando uno dei brand più elitari ed esclusivi, è anche uno dei più desiderati e osservati a livello globale. Possiede una capacità di influenza enorme, anche nei confronti di chi non potrà mai permettersi un tailleur da 10 mila euro. La forza di un brand del genere sta proprio nella capacità di educare il grande pubblico al valore del savoir-faire, della costruzione del capo, della cultura manifatturiera. E Blazy sta dimostrando di essere una delle figure più adatte a guidare questo processo.
Molto interessante anche Jil Sander. Ho preferito, in realtà, la scorsa primavera-estate, ma anche l’ultimo autunno-inverno mi è sembrata estremamente convincente. Simone Bellotti sta svolgendo un compito importante nel ridefinire il concetto di minimalismo. Un termine che oggi è spesso utilizzato in modo improprio: tutto ciò che è pulito o essenziale viene automaticamente definito minimale. Eppure il minimalismo è un linguaggio preciso, non un’assenza di decorazione. Non tutto ciò che è sobrio deve necessariamente essere ricondotto a quell’etichetta, né ha bisogno di esserlo per acquisire valore o legittimità estetica. Il punto, piuttosto, è avere consapevolezza del proprio linguaggio e sapere esattamente quale idea di moda si sta costruendo.
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E IL BEST SHOW IN ASSOLUTO? Best show… direi sempre Chanel. Ha creato una risonanza incredibile, e non mi riferisco solo alla fila di gente fuori dalle boutique, ma alle reazioni sui social. Il successo di una collezione si misura anche dai meme. Pensiamo, per esempio, all’epoca di Demna da Balenciaga: se una persona esce a buttare la spazzatura e si dice “it’s giving Balenciaga” tu hai vinto come creativo. Poi ovviamente vinci soprattutto quando ci sono le vendite, perché sappiamo tutti com’è, però quello è un indice importante. E anche con Blazy c’è questo genere di riscontro.
Camila Amaguay, Chromatic escape. Emilio Pucci e Gianni Versace × Fornasetti
secondo me
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Flavia Spataro, Finché non diventa spettacolo. Fendi × Maurizio Cattelan
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Francesco Volturale, Oltre l’abito. Dolce&Gabbana e Valentino × Giorgio De Chirico
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Federico Rege Cambrin, Timeless threads. Elsa Schiaparelli × Qeeboo
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Marta Cavalli, Progresso e classi sociali. Giorgio Armani × Mario Sironi
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Ludovica Lanza, Trilogia dell’identità frammentata. Fendi × Knoll e Giacomo Balla
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Sara Rossi, Pop luxury reimagined. Miu Miu × Gufram e Andy Warhol
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schiap! manifesto dell’inconscio collettivo .
CREANDO UNA MODA COSÌ VICINO ALL’ARTE, HA MAI AVUTO PAURA CHE IL PUBBLICO NON RICONOSCESSE PIÙ IL CONFINE TRA LE DUE DISCIPLINE? Paura? No. Il confine tra arte e moda non l’ho mai cercato io, bensì erano gli altri a essere ossessionati da questa distinzione: i critici, i borghesi, le signore ben vestite che entravano nel mio atelier con il sopracciglio alzato e uscivano con l’abito aragosta sottobraccio. Dalí e io non ci siamo mai chiesti se stessimo facendo arte o moda. Piuttosto, se stessimo sorprendendo anche noi stessi. Se la risposta era positiva, allora il lavoro era fatto.
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. In arte Schiap! Nata a Roma nel 1890, è stata una stilista italiana naturalizzata francese. Non si definiva una sarta, ma una plasmatrice di idee: per lei un abito era una scultura indossabile, un atto di coraggio folle, nato da una dichiarata, geniale ignoranza delle regole del taglio. Insieme a Coco Chanel dominò gli anni Trenta, ma lo fece sfidando il buonsenso con il suo iconico rosa shocking, le cerniere a vista e le collaborazioni con geni del calibro di Dalí e Cocteau. Oggi, mentre la maison rivive grazie alla visione di Daniel Roseberry, torniamo alla fonte diretta della sua Shocking Life per interrogare la donna che ha trasformato lo stile in un manifesto d’avanguardia.
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HA TRASFORMATO UN’ARAGOSTA IN UN ABITO DA SERA E UN TACCO IN UN CAPPELLO. IN CHE MODO LE SUE CREAZIONI RIESCONO A STARE IN EQUILIBRIO SUL LIMITE TRA L’INDOSSABILE E L’ASSURDO? Il limite tra indossabile e assurdo esiste solo nella mente di chi ha paura di essere guardata. SENZA L’INFLUENZA E LE COLLABORAZIONI CON GLI ARTISTI SURREALISTI, LA MAISON AVREBBE INTRAPRESO UN PERCORSO CREATIVO DIFFERENTE? Sarebbe stata un’altra maison. Probabilmente molto valida, ma anche molto dimenticabile. Dalí, Cocteau, Man Ray non mi hanno insegnato a sognare. Mi hanno piuttosto dato il permesso di farlo ad alta voce. E in un settore che, all’epoca, parlava soprattutto di proporzioni e di buon gusto, quel permesso valeva tutto. Ma attenzione: io non ero la loro esecutrice. Ero la loro pari. E questa è una differenza sostanziale.
di redazione stylist
Ritratto di Elsa Schiaparelli dell’artista Man Ray, 1933
LEI GIOCA CON L’ILLUSIONE. SECONDO LEI LA MODA SERVE A NASCONDERE LA CRUDA REALTÀ O A RIVELARNE UNA PIÙ SUPERIORE? Chi si veste per nascondersi sceglie l’uniforme, non la moda. L’abito Tears, con quelle lacrime stampate sulla seta, quel tessuto che sembrava lacerato, ferito, non nascondeva nulla. Al contrario, mostrava ciò che normalmente si tiene sotto la pelle. Una verità superiore credo che esista. E credo che si raggiunga attraverso il paradosso.
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L’ABITO DEVE RISPETTARE L’ANATOMIA DEL CORPO? L’abito è sempre una tela bianca! L’anatomia è solo un punto di partenza. Quando ho inventato le spalle imbottite, stavo ridisegnando la silhouette femminile. SE I CONFINI TRA SOGNO E REALTÀ SPARISSERO, CHE FORMA PRENDEREBBE OGGI LA MODA? Se i confini tra sogno e realtà sparissero, la moda smetterebbe di raccontare lo status – chi sei, quanto vali, dove vai – e diventerebbe pura proiezione interiore. Oggi, con tutto ciò che il mondo ha attraversato, credo che la moda dovrebbe avere finalmente il coraggio e la necessità di diventare quello che ho sempre voluto che fosse: un manifesto dell’inconscio collettivo. Non di una stagione, di un’epoca intera.
trasforma materiali umili in dichiarazioni universali, che ha fatto del proprio corpo e della propria libertà un’opera. Con lui non realizzerei un abito, ma una provocazione indossabile. Qualcosa che metta a disagio le persone giuste e liberi le altre.
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IL CONFINE TRA ARTISTA E DESIGNER ESISTE ANCORA O È DEFINITIVAMENTE DISSOLTO? Non è mai esistito. È il mercato che ha costruito quella frontiera, per proteggere il valore dell’arte da un lato e giustificare il prezzo di un abito dall’altro. Una questione commerciale travestita da questione filosofica. CREDE CHE LE NUOVE TECNOLOGIE POSSANO SOSTITUIRE L’ALTA MODA SARTORIALE? E QUALE IMPATTO HANNO SUL LIVELLO CULTURALE E ARTISTICO AL GIORNO D’OGGI? Sostituire? No. Impoverire? Questo è il vero rischio. Io ho usato i materiali più insoliti del mio tempo: cellofan, vetro, plastica.. La novità non mi ha mai spaventata, mentre la mediocrità sì. Ma attenzione: ogni materiale “strano” che ho utilizzato passava comunque attraverso le mani di una petite main – mani che ci mettevano dentro ore, sguardo, vita. La tecnologia può anche replicare una forma, ma non può replicare quel gesto. Sul piano culturale, mi preoccupa altro: che la velocità della tecnologia stia abituando le persone a consumare immagini invece che a viverle. OGGI TRA SOCIAL, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E FILTRI, SI VIVE UNA BELLEZZA NON REALE, BASATA SU PERSONAGGI DI FANTASIA CREATI DA UN COMPUTER. SECONDO LEI, COSA COSTITUISCE IL VERO SURREALISMO OGGI? Il vero surrealismo oggi è la realtà stessa: un filtro che trasforma un viso umano in una maschera perfetta. COLLABOREREBBE CON UN ARTISTA CONTEMPORANEO COME HA FATTO CON DALÍ? Naturalmente! Ho sempre cercato chi ha il coraggio di essere scomodo. Oggi senza esitazione sceglierei Ai Weiwei. Un uomo che usa l’arte come atto politico, che
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QUAL È LA PROSSIMA GRANDE FRONTIERA CHE LA MODA DOVREBBE VALICARE? La mortalità. La moda parla sempre e solo di giovinezza, di futuro, della prossima stagione. Non ha ancora avuto il coraggio di guardare in faccia il tempo che passa e che distrugge tutto. Io ho vestito donne potenti, dive e aristocratiche ma nessuna di loro era immortale. L’abito che indossavano sapeva bene quello che loro fingevano di non sapere. La prossima frontiera è fare della fine delle cose un linguaggio estetico – e non parlo di nostalgia perché quella è già diventata una forma di moda. Parlo di qualcosa di più brutale e più bello: un abito che invecchia insieme a chi lo indossa, che porta i segni del tempo come se fossero medaglie. Il vero coraggio non è scandalizzare, ma essere onesti. E la moda, ancora oggi, ha una paura tremenda dell’onestà. COSA NE PENSA DEL RILANCIO DELLA MAISON? Roseberry ha fatto qualcosa che non era scontato: ha capito che non doveva imitarmi. Doveva continuarmi. Quello che vedo è qualcuno che ha assorbito il DNA e lo ha reinterpretato con voce propria. Non tutto mi convince. Certe volte riconosco la forma, ma non sento l’anima. L’estetica senza il pensiero dietro è decorazione e io l’ho sempre detestata. Ma il coraggio c’è e Roseberry, per ora, ce l’ha. CHE CONSIGLIO DAREBBE AI GIOVANI FASHION DESIGNER DI OGGI? Smettete di guardare continuamente cosa fanno gli altri. Quando ho iniziato, non sapevo nulla di sartoria. Oggi invece vedo tanti giovani talenti bloccati dai riferimenti, dagli algoritmi, da tutto ciò che sembra funzionare sui social. Finiscono per imparare a piacere agli altri, invece di imparare davvero a dire qualcosa di personale.
Per rispondere a queste domande l’Intelligenza Artificiale si è liberamente ispirata a: Elsa Schiaparelli (1890-1973), in “Portale Antenati”; Schiaparelli, Elsa, in “Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani”, a cura di Giovanna Uzzani; Elsa Schiaparelli, Shocking Life, 2016 (1954), Donzelli editore; La Commedia Umana di Ai Weiwei a Venezia, Claudia Foresti, in “Interni” [26.07.2026].
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Cappotto da sera, Elsa Schiaparelli e Jean Cocteau, 1937. Nel riquadro: Disegno per Schiaparelli di Jean Cocteau, 1937 Fonte: Victoria and Albert Museum, Londra
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Abito da sera “Skeleton”, per la collezione Circus, p/e 1938, disegnato in collaborazione con Salvador Dalí Fonte: Victoria and Albert Museum, Londra
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1 Abito “Lobster”, realizzato in collaborazione con Salvador Dalí per Wallis Simpson, 1937 Fonte: Philadelphia Museum of Art
2 Il cappello-scarpa realizzato con Dalí nel 1937 Fonte: Ullstein Bild Vintage @ Getty Images
4 Ritratto dell’artista e attivista Ai Weiwei
5 Ai Weiwei, “La commedia umana”, presso la Basilica Palladiana di San Giorgio Maggiore a Venezia, 2022 Fonte: Interni. Foto: Francesco Allegretto. Courtesy the artist and Berengo Studio
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Abito da sera con velo “Tears” per la collezione Circus, p/e 1938, con tessuto disegnato da Salvador Dalí Fonte: Victoria and Albert Museum, Londra
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cura di geometric shapes/ aMarta Cavalli
#SILHOUETTE
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quando linee, volumi e geometrie plasmano il corpo VIVIENNE WESTWOOD
FERRARI
UJOH
MERUERT TOLEGEN GIVENCHY
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cura di OVER THE BLAZER/ aFrancesca Andrea Marino
#POWERDRESSING
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dal power dressing al blazer over, le maxi spalle combinano stile e comodità ANTONIO MARRAS
BOTTEGA VENETA
BALENCIAGA
MCQUEEN FENDI
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cura di NO SLEEVES/ aFrancesco Volturale
#SCOMPOSIZIONE #RIELABORAZIONE
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capi concettuali che ripensano il punto spalla modificandone i fondamenti costruttivi
VALENTINO
ALAÏA
INSTITUTION BY GALIB GASSANOFF BALENCIAGA
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cura di VEDO NON VEDO/ aGiorgia Guida
#SENSUALITÀ #PAROLA CHIAVE
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trasparenze audaci e abiti scivolati accompagnano le notti d’estate
ISABEL MARANT
JULIE KEGELS
BURC AKYOL
VIVIENNE WESTWOOD
SCHIAPARELLI
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cura di THE LACE/ aLudovica Lanza
#FEMMINILITÀ
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oggi
pizzi strutturati e pizzi leggeri vestono abiti formali, casual e da sera COMME DES GARÇONS
BLUMARINE
CAROLINA HERRERA
ANTONIO MARRAS
CUCCULELLI SHAHEEN
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cura di night core/ aCamila Amaguay
#COMFORT
#PAROLA CHIAVE
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tessuti, fluidità e raffinatezza ispirati al mondo del nightwear DOLCE & GABBANA
PIERRE-LOUIS MASCIA
MONSE
UJOH ANTONIO MARRAS
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cura di LAYERING/ aFederico Rege Cambrin
#STRATIFICAZIONE
#PAROLA CHIAVE
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sovrapposizione: la funzionalità incontra il disordine per sfidare la monotonia
HERMÈS
PRADA
MIU MIU
LOEWE
THOM BROWNE
90 photo AMBER BRUGMAN @ IIF MILANO styling CHRISTY BEMNET model ISABELLE MARCOVICH @ ABC MODELS MILAN speciale U.S.A. Fondazione IES Abroad Italy
15 stylist americani, ospiti della MKS Milano Fashion School in collaborazione con Fondazione IES Abroad Italy, hanno interpretato il tema del confine con abiti di Oh Carla e Volturale Couture. Per le scarpe si ringrazia l’archivio di Cristiano Burani.
make-up & assistance VANESSA UDOVICICH, BEATRICE LUCCHETTI @ MBA ACADEMY hair & assistance RITA DELL’ORCO, AGNESE RINALDI @ MBA ACADEMY
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photo AUGUSTO MARTINI @ IIF MILANO styling EIRA LE model SACHA MURRAY @ ABC MODELS MILAN
92 photo ALYSSA SARA EL BETTANI @ IIF MILANO styling ANGELA HUANG model ISABELLE MARCOVICH @ ABC MODELS MILAN
93 photo AUGUSTO MARTINI @ IIF MILANO styling JUNE PHAM model SACHA MURRAY @ ABC MODELS MILAN
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photo AUGUSTO MARTINI @ IIF MILANO styling MAYA ROBERTS BURBANK model SACHA MURRAY @ ABC MODELS MILAN
95 photo photo AMBER BRUGMAN @ IIF MILANO styling ADA GARDUNO SALAZAR model ISABELLE MARCOVICH @ ABC MODELS MILAN
photo photo AMBER BRUGMAN @ IIF MILANO styling PENELOPE REILLE model ISABELLE MARCOVICH @ ABC MODELS MILAN
98 photo photo AMBER BRUGMAN @ IIF MILANO styling LUZ TORIO model ISABELLE MARCOVICH @ ABC MODELS MILAN
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photo AUGUSTO MARTINI @ IIF MILANO styling MIA BENAISSA model SACHA MURRAY @ ABC MODELS MILAN
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photo AUGUSTO MARTINI @ IIF MILANO styling MATTHEW MCKINNEY II model SACHA MURRAY @ ABC MODELS MILAN
102 photo photo AMBER BRUGMAN @ IIF MILANO styling WEIXI ZHANG model ISABELLE MARCOVICH @ ABC MODELS MILAN
103 photo ALYSSA SARA EL BETTANI @ IIF MILANO styling RAYVIN GIERWATOWSKI model ISABELLE MARCOVICH @ ABC MODELS MILAN
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photo AUGUSTO MARTINI @ IIF MILANO styling AMY YANG model SACHA MURRAY @ ABC MODELS MILAN
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photo AUGUSTO MARTINI @ IIF MILANO styling SHANNON MCCALL model SACHA MURRAY @ ABC MODELS MILAN
107 photo ALYSSA SARA EL BETTANI @ IIF MILANO styling AIDAN IZ ANHOUR model ISABELLE MARCOVICH @ ABC MODELS MILAN
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da yves in poi: il ritorno del tuxedo la smoking jacket (nota anche come tuxedo) torna a far parlare di sé. sono passati sessant’anni esatti da quando yves saint laurent ne lancia la versione femminile, regalando alle donne una inaspettata arma di seduzione e affermazione di sé. che ancora oggi sa reinventarsi e fare tendenza.
Può una giacca diventare emblema di emancipazione femminile? Sì, se si tratta di “Le Smoking”. Era il 1966 quando Yves Saint Laurent, allora trentenne, ebbe un’intuizione geniale: ripensare per la donna un capo che fino a quel momento era stato indossato solo dagli uomini. In quell’anno Saint Laurent si trovava in stato di grazia. Il suo marchio, fondato insieme a Pierre Bergé dopo la turbolenta uscita da Dior nel 1960, stava decollando e la boutique che avrebbe aperto sulla Rive Gauche non era un negozio, ma un manifesto: non più abiti destinati solo a “stanchi miliardari”, ma una moda “à porter”, in sintonia con tempi di importanti cambiamenti sociali e di costume. In tutto questo fermento creativo e progettuale si inserisce “Le Smoking”, la giacca presentata nella collezione autunno-inverno 1966/1967 in due versioni: in velluto di seta e in lana grain de poudre, con revers a lancia in raso, da accompagnare a pantaloni di taglio dritto con la piega. Non un completo qualunque, ma una sfida, un gesto di rottura. Yves abbatte infatti gli steccati tra maschile e femminile e riscrive il concetto di seduzione, ispirandosi a Marlene Dietrich, che già nel 1930 recitava in “Morocco” con frac, cilindro e sigaretta a fior di labbra. Ai primi due modelli ne sarebbero seguiti negli anni molti altri, tra cui quello fotografato nel 1975 da Helmut Newton sulla modella Vibeke Knudsen per Vogue Francia. Ma gli inizi di questa rivoluzione furono tutt’altro che facili. Basti ricordare il celebre episodio del 1968 che vide protagonista la socialite newyorkese Nan Kempner: presentatasi al ristorante La Côte Basque, con un completo “Le Smoking” di Yves Saint Laurent, le fu vietato
l’ingresso perché portava i pantaloni. Lei risolse la situazione con ironia, togliendoseli e cenando con la sola giacca. Un atto forte di libertà e autodeterminazione che ha lasciato il segno. Esattamente sessanta anni dopo, anche la modella Eva Herzigova ha indossato “Le Smoking” a gambe scoperte in occasione della sfilata Saint Laurent autunno-inverno 2026/2027. Show aperto da una sequenza di otto modelli ripresi da quello originale, ma con proporzioni e fluidità completamente nuove. Più di una semplice celebrazione: una lezione di contemporaneità, partendo da un grande classico. Nel backstage il direttore creativo di Saint Laurent, Anthony Vaccarello, ha detto di aver voluto rendere omaggio a una “rivoluzione permanente”. Intanto altri designer si sono sbizzarriti, più che in altre occasioni, nella rilettura della giacca nera di taglio maschile abbinata al pantalone o alla gonna: da Pierpaolo Piccioli da Balenciaga, con il completo doppiopetto e pantaloni a tutta ampiezza, a Demna da Gucci, fino a Duran Lantink, neo-direttore creativo di Jean Paul Gaultier. Ma anche Antonin Tron da Balmain, Sarah Burton da Givenchy (sostituendo il pantalone con una gonna lunga con spacco), Maria Grazia Chiuri in casa Fendi, Seán McGyrr da Alexander McQueen, Adrian Appiolaza per Moschino e Dolce&Gabbana, con l’insolito abbinamento giacca doppiopetto e jeans oversize, strappati e decolorati.
di Alessandra Bigotta
Immagini delle sfilate a.i 2026.2027. In alto da destra: Saint Laurent, Balenciaga, Jean Paul Gaultier. In basso, da destra: McQueen, Fendi, Dolce&Gabbana
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nana benz, guerriere di confine
La storia che sto per raccontarvi è ambientata nel cuore pulsante di Lomé, tra il Grand-Marché e i moli del porto, negli anni che vanno dal secondo dopoguerra al pieno boom degli anni Settanta. Parla di un gruppo di donne togolesi, per lo più senza istruzione formale, capaci di trasformare rotoli di tessuto in fortune personali e in un intero sistema di potere. È una storia di cultura, di intreccio di rotte, e di senso di appartenenza, perché ogni pezzo di stoffa che vendevano portava un nome, una voce che parlava la lingua di chi lo indossava. Ma è, soprattutto, una storia di creatività: quella di chi ha saputo prendere ciò che veniva da fuori e restituirlo, trasformato, come qualcosa di profondamente proprio. Le Nana Benz possono essere lette come figure che presidiano un confine simbolico, quello tra la propria cultura e le culture esogene che si affacciano sul mercato togolese sotto forma di merci e canoni estetici imposti dall’esterno. Si possono definire guerriere di confine: dove sussistono tutte le condizioni per una ricezione passiva dell’alterità, si pongono invece come guardiane del proprio spazio culturale. L’elemento straniero non viene respinto, ma accolto attraverso una mediazione che ne comporta selezione, correzione e adattamento ai codici locali, fino a renderlo irriconoscibile rispetto alla sua origine. Anche il nome di queste commercianti riflette questa doppia appartenenza. “Nana” è un ipocoristico di na, termine mina che designa la figura materna, divenuto formula di rispetto per donne di alto rango. Il mina, o gengbé, è a sua volta un derivato dell’éwé, lingua di confine essa stessa, nata dall’incontro tra l’éwé, il mina di Aného e prestiti da francese, tedesco, inglese e portoghese. “Benz” rimanda invece alle Mercedes che queste donne furono le prime a potersi permettere, tanto che fu lo Stato togolese a doverle richiedere in prestito per le visite ufficiali, “perché il governo non ha i mezzi per comprare così tante Mercedes”.
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TEMPO E LUOGO DI UN MITO COMMERCIALE Le prime rivenditrici si rifornivano in Ghana, ma tra il 1950 e il 1960 il deterioramento dei rapporti tra Sylvanus Olympio e Kwame Nkrumah, dovuto alla contesa del Togoland, rese difficili gli scambi tra i due paesi, e le Nana iniziarono a rivolgersi direttamente alle case commerciali europee insediate in Togo: la britannica G.B. Ollivant, la United Africa Company, John Holt, le francesi CFAO e SCOA. Il rapporto con questi fornitori era inizialmente asimmetrico, ma si ribaltò progressivamente fino a rendere le Nana Benz interlocutrici dirette dei produttori olandesi e capaci di orientarne le scelte. Le Nana Benz erano estremamente giovani: l’ingresso precoce nel commercio, spesso già nell’infanzia, rappresentava per le ragazze togolesi un percorso di formazione economica alternativo alla scolarizzazione, riservata perlopiù ai maschi. Eunice Adabunu cominciò a vendere a undici anni, Patience Sanvee a otto; Dédé Rose Creppy è ricordata ancora oggi come una delle pioniere. Non fu un caso isolato di fortuna, dunque, ma l’esito di un apprendistato capace di trasformare piccole attività infantili in reti regionali organizzate per gerarchia, formate da grossiste, semi-grossiste, rivenditrici, venditrici ambulanti. Negli anni Settanta il fenomeno toccò l’apice: tra il 1976 e il 1984 le Nana Benz arrivarono a controllare almeno il 40% del commercio informale togolese, superando l’industria del fosfato. Una ricchezza simile non poteva restare priva di conseguenze politiche: il presidente Eyadéma concesse licenze e tasse ridotte, e in cambio le Nana Benz sostennero il regime, entrando nell’ala femminile del partito unico e trasformando il capitale commerciale in capitale politico.
di Erica Marigliani
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Fonti: tutte le immagini sono sotto Creative Commons in Public Domain
Il Grand-Marché di Lomé, cuore commerciale delle Nana Benz
Una Mercedes 280 S di fine anni Sessanta, il modello che diede il nome alle Nana Benz, simbolo del prestigio conquistato sul Grand-Marché di Lomé
Una donna mina di Agoué, fotografata nel 1900. Dalla stessa area costiera tra Togo e Benin, culla del popolo mina, proverranno una generazione dopo le prime Nana Benz
Dédé Rose Creppy, meglio conosciuta come Maman Creppy, una delle pioniere delle Nana Benz, scomparsa nel 2023
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Rotoli di tessuti wax esposti in un negozio dell’Africa occidentale. Foto di Alexander Sarlay
Un negozio di tessuti wax: la stessa estetica vivace che ha reso celebri le Nana Benz si ritrova, con nomi locali diversi, in molti mercati dell’Africa subsahariana
Una commerciante presenta i suoi tessuti colorati in Togo
Junya Watanabe, p/e 2009
Stella Jean, p/e 2013
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IL CONFINE COME MESTIERE: MEDIATRICI, NON SEMPLICI COMMERCIANTI Il wax print nacque ibrido: tentativo olandese di riprodurre il batik giavanese, trovò il proprio mercato solo quando, tra fine Ottocento e inizio Novecento, venne adattato ai gusti dell’Africa occidentale. Un’ibridità non è però automaticamente sostanza: come si è osservato a proposito della moda contemporanea, la contaminazione tra codici rischia di ridursi a “un feticcio vuoto” quando resta solo estetica. Il wax sfuggì a questo rischio grazie alle Nana Benz, che per sette decenni agirono da traduttrici culturali, riscrivendo non solo l’aspetto del tessuto ma il suo nome e la sua voce sociale. Erano loro a scegliere i disegni dai cataloghi UAC e CFAO, a negoziare in contanti l’esclusiva su determinati motivi. Inoltre questo gruppo di grossiste era estremamente esclusivo: solo una trentina riuscì a farne parte, ma bastò per fortune imponenti. Durante i viaggi annuali nei Paesi Bassi sceglievano i motivi e li battezzavano con nomi pensati per l’Africa occidentale: il gesto più chiaro del loro ruolo, prendere un oggetto straniero e renderlo proprio. IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI TESSUTI I nomi dati ai tessuti erano tutt’altro che decorativi. Questioni matrimoniali, rivalità tra co-mogli, messaggi da inviare senza esporsi diventarono il soggetto privilegiato delle prime collezioni: “l’occhio della mia rivale”, “corro più veloce della mia rivale”, “mio marito ne è capace”. Senza pronunciare parola, un abito poteva recapitare un avvertimento a un’intera comunità. Non era un’esclusiva togolese. In Ghana, la ricerca di Naa Densua Tordzro mostra che la nominazione ricadeva sulle rivenditrici, che condensavano proverbi in formule memorabili, leggendo la pratica come decolonizzazione non verbale. Un parallelo emerge negli studi di Chudi-Duru sui gruppi igbo della Nigeria sud-orientale: i tessuti, anonimi codici di fabbrica, diventavano riconoscibili solo una volta ribattezzati al mercato di Ogbo Abada. In Togo, Ghana e Nigeria si ripete la stessa dinamica: donne che fanno proprio un prodotto straniero attraverso il linguaggio. LE NANETTES: EREDI DI UN CONFINE PIÙ AMPIO Negli anni Novanta il monopolio si sgretolò: crisi politica, svalutazione del franco CFA e tessuti cinesi spezzarono equilibri di mezzo secolo. Il testimone passò alle Nanettes, eredi più modeste, alcune ribattezzate ironicamente “Nana Toyota” perché non potevano più permettersi una Mercedes, che spostarono il confine fino alla Cina. Oggi restano poche Nana Benz in vita, ma il mito sopravvive
nel Grand-Marché, nella moda africana e in un’idea di potere femminile costruito dal nulla. L’eredità più duratura non è la ricchezza, ormai dispersa, ma il gesto che l’ha generata: trasformare ciò che arriva da fuori in qualcosa di irriducibilmente proprio.
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CONCLUSIONE: UN CONFINE SEMPRE RIAPERTO Il wax non ha mai smesso di attraversare confini. Oggi lo si trova in alta moda grazie a Stella Jean e Ozwald Boateng, mentre una nuova generazione di stilisti africani, da Thebe Magugu, primo sudafricano a vincere il Premio LVMH, a Imane Ayissi, primo designer subsahariano in calendario ufficiale all’Haute Couture di Parigi, lo affianca ad altri tessuti tradizionali. Anche l’artigianato etico se ne appropria: brand come l’italiano MAFRIC lo lavorano in chiave sostenibile. Il tessuto che le Nana Benz avevano imparato a nominare continua così, un secolo dopo, a essere reinterpretato da mani diverse: il confine che avevano presidiato resta ancora un varco aperto.
Fonti: Chika Chinyeogwa Chudi-Duru, Decolonizing Cultural Names: A Driving Force Behind the Choice of Certain African Wax-Printed Fabrics as Uniforms for Igbo Women’s Groups in South-Eastern Nigeria, in “African Anthropologist”, 2025; Beletchei Ebia, Traders in Global Value Chains: The Case of Togolese Female Traders and African Print Textiles, 2023; Anne Grosfilley, Wax & Co. Anthologie des tissus imprimés d’Afrique, 2017; Erica Marigliani, Quando il gioco si rompe. Il feticcio della moda ibrida e il rischio della superficialità strutturale, in “Collage Tag”, 2025; Nina Sylvanus, Chinese Devils, the Global Market, and the Declining Power of Togo’s Nana-Benzes, in “African Studies Review”, 2013; Nina Sylvanus, The Fabric of Africanity: Tracing the Global Threads of Authenticity, in “Anthropological Theory”, 2007; Naa Densua Tordzro, Decolonising African Costume and Textiles: Naming, Symbols and Meaning in the Ghanaian Context, 2021; Comi Toulabor, Les Nana Benz de Lomé. Mutations d’une bourgeoisie compradore, entre heur et décadence, in “Afrique contemporaine”, 2012; I brand africani che stanno ridefinendo la moda globale oltre i confini, in “La Testata Magazine”; Il cotone wax, in “TOOitaly”; Le Mina, in “Mina Lingo”; Tessuti wax e produzione sostenibile, in “MAFRIC”; The History of the Nana Benz of Togo, in “Togo Archives”.
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oltre il rosso quando valentino e albini trasformano un colore in un’icona
Dove finisce la moda e dove inizia il design? È una domanda che oggi appare più attuale che mai. Viviamo in un’epoca in cui le discipline creative si contaminano continuamente, dando vita a nuovi linguaggi, nuove esperienze e nuove forme di espressione. Eppure, osservando la storia del Made in Italy, ci accorgiamo che questo dialogo non è affatto recente. Moda e design hanno sempre condiviso lo stesso obiettivo: migliorare la vita delle persone attraverso la bellezza. La differenza è che la moda veste il corpo, mentre il design veste lo spazio. Entrambi, però, parlano di identità. Entrambi raccontano chi siamo. Entrambi trasformano materiali, colori e forme in emozioni. Questo è un territorio in cui moda e design cessano di essere discipline autonome e iniziano a dialogare tra loro. È un luogo fatto di ricerca, proporzione, materia e cultura. Un luogo nel quale il progetto non riguarda più soltanto un abito o un arredo, ma diventa un’espressione dell’identità contemporanea. Per lungo tempo il design è stato associato alla funzione e la moda all’estetica. Oggi questa distinzione appare sempre meno netta. Entrambi i settori progettano esperienze, costruiscono immaginari e influenzano il modo in cui viviamo gli spazi e interpretiamo noi stessi. La storia della creatività italiana è costruita proprio su questa contaminazione. Architetti, designer, artisti e stilisti hanno condiviso per decenni gli stessi riferimenti culturali, gli stessi territori produttivi e spesso gli stessi laboratori. Non sorprende quindi che molte delle qualità che riconosciamo oggi nell’eccellenza della moda italiana siano le stesse che hanno reso celebre il design italiano nel mondo: la cura ossessiva per il dettaglio, il rispetto per la materia, la ricerca della proporzione e la capacità di trasformare un oggetto in un’esperienza emotiva. In questo dialogo continuo tra discipline, le figure di Franco Albini e Valentino Garavani rappresentano due esempi particolarmente significativi. Apparentemente appartengono a universi distanti. Il primo è uno dei protagonisti più autorevoli del design e dell’architettura del Novecento; il secondo è il couturier che ha trasformato l’eleganza italiana in un simbolo globale. Tuttavia, osser-
vando il loro lavoro emerge una sorprendente affinità progettuale, sintetizzata da un elemento che attraversa entrambi i percorsi creativi: il colore rosso.
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di Michael Milesi
IL ROSSO COME IDENTITÀ Esistono colori che decorano e colori che cambiano il modo in cui guardiamo il mondo. I primi appartengono all’estetica, i secondi diventano cultura. Un rosso che attraversa la moda e il design, il corpo e la città, l’intimità di un abito couture e il ritmo quotidiano di una metropolitana. Un rosso che, nelle mani di Valentino Garavani e Franco Albini, smette di essere una semplice scelta cromatica per trasformarsi in linguaggio, identità e progetto. A prima vista, il dialogo tra uno dei più grandi couturier italiani e uno dei maestri del Razionalismo potrebbe sembrare inaspettato. Eppure esiste un filo sottile che li unisce: la capacità di trasformare un colore in un simbolo senza tempo. Valentino ha costruito un universo estetico attorno a una tonalità diventata leggenda. Il “Rosso Valentino” non è mai stato soltanto un rosso. È una dichiarazione di stile, una forma di presenza. Intenso ma sofisticato, teatrale ma mai eccessivo, rappresenta una delle più potenti identità visive della storia della moda. Un colore capace di evocare Roma, la passione italiana, il glamour internazionale e l’eleganza assoluta. IL ROSSO CHE VESTE LA CITTÀ Se Valentino veste il corpo attraverso il rosso, Franco Albini veste la città. Quando negli anni Sessanta progetta “la Rossa”, la linea 1 della Metropolitana di Milano insieme a Franca Helg e al grafico Bob Noorda, Albini introduce un concetto rivoluzionario: il colore come strumento architettonico. Nasce così quella fascia rossa che ancora oggi accompagna milioni di persone lungo le banchine della città. Un gesto progettuale semplice e geniale, che trasforma il colore in orientamento, riconoscibilità e memoria collettiva. Non è un rosso decorativo. È un rosso funzionale.
Foto: Close-up della locandina del film su Valentino, The Last Emperor – Interno della Fondazione Franco Albini dedicato alla Linea Rossa
a proposito di
Eppure possiede la stessa forza iconica del rosso di Valentino. Entrambi comprendono che il vero lusso non consiste nell’aggiungere, ma nel dare significato. Un abito rosso Valentino è immediatamente riconoscibile anche senza logo. Allo stesso modo, la fascia rossa della metropolitana milanese è diventata parte integrante dell’identità visiva della città. Un segnale che permette al viaggiatore di orientarsi ancora prima di leggere una parola, a distanza di oltre sessant’anni quel segno continua a funzionare. Due esempi straordinari di branding ante litteram, costruiti non attraverso la complessità ma attraverso la coerenza. Valentino utilizza il rosso per costruire desiderio, Albini utilizza il rosso per costruire orientamento. Valentino trasforma un colore in emozione, Albini trasforma un colore in metodo.
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IL METODO ALBINI Franco Albini non progettava oggetti, progettava sistemi. La celebre libreria Veliero del 1940 rappresenta perfettamente questa filosofia. Fino a quel momento una libreria era concepita come un elemento massiccio e pesante. Albini smonta completamente questa idea, elimina la massa e costruisce una struttura fatta di tensioni, equilibri e leggerezza. Ogni elemento viene affinato fino a raggiungere una forma che appare inevitabile. Persino la celebre sedia Luisa, vincitrice del Compasso d’Oro nel 1955, nasce attraverso un lungo processo di riduzione. Albini lavora per anni sul progetto eliminando progressivamente ogni eccesso fino a raggiungere una forma essenziale che sembra inevitabile. Ed è proprio questa la più alta forma di eleganza progettuale, far apparire semplice ciò che è stato incredibilmente complesso da realizzare. UNA LEZIONE DI MADE IN ITALY Osservati oggi, questi due mondi raccontano una lezione sorprendentemente contemporanea. Entrambi comprendono che il vero lusso non coincide con l’abbondanza, coincide con la precisione. In un’epoca dominata dall’eccesso visivo, Valentino e Albini dimostrano che un singolo elemento, se utilizzato con intelligenza e rigore, può diventare più potente di qualsiasi sovrabbondanza. Il rosso diventa quindi un confine da attraversare. Da una parte la dimensione emotiva, sensuale e narrativa della moda. Dall’altra la precisione razionale del “metodo Albini” applicato al design e all’architettura. In mezzo, un territorio comune fatto di cultura progettuale, visione e capacità di lasciare un segno. Forse è proprio questa la vera essenza del design italiano: trasformare ciò che appare semplice in qualcosa di indimenticabile. Entrambi ci ricordano che la forza di un progetto non dipende dalla quantità di elementi utilizzati, ma dalla loro capacità di generare significato. Un colore, una linea, una proporzione, un dettaglio. È questa la lezione più profonda del Made in Italy. Perché il rosso di Valentino e il rosso di Albini non sono soltanto colori, sono idee. E le idee, quando sono davvero grandi, non conoscono confini.
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THROUGH THE EDGE photographer SALVATORE VARO
make-up and hair NEA – NUOVA ELITE ACADEMY
stylist FRANCESCO VOLTURALE
models JOLE, ELISABETTA, GIULIA, NOEMI, MARTA
abito lungo con spacco davanti BIG FLASH BY ELVIRA BUONOCORE collana scultura, clutch e décolleté / archivio
118 abito VOLTURALE COUTURE copricapo / archivio orecchini pendenti STEFANIA MAZZOTTI
giacca a scacchiera con paillettes ADRIENNE VITTADINI miniabito dorato con frange C’EST MONIQUE occhiali da sole con strass OTTICA MAURO orecchini a cerchio STEFANIA MAZZOTTI collana a maxi catena e clutch / archivio
bomber stampato OSCAR DE LA RENTA gonna a balze VOLTURALE COUTURE collant lavorate a pizzo CALZEDONIA décolleté VALENTINO GARAVANI
121 abito con paillettes VOLTURALE COUTURE borsina in oroton / archivio
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maglia a maniche lunghe in pizzo GIVENCHY gonna in tulle VOLTURALE COUTURE collana / archivio
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124 abito ricamato con paillettes LAURENCE KAZAR mocassini con tacco e fiocco davanti MARC JACOBS collant a rete CALZEDONIA orecchini e anello coordinati / archivio
125 abito in tulle con balze BIG FLASH BY ELVIRA BUONOCORE borsa shopper ISSEY MIYAKE collana a strozzo ALESSANDRO FUSCO décolleté con cinturino / archivio
126 trench doppiopetto in pelle BIG FLASH BY ELVIRA BUONOCORE miniabito con paillette PINKO collana multicolore / archivio
abito a tubino con sottogonna a balze DAVID FIELDEN copricapo a turbante VOLTURALE COUTURE collana con pendente e bracciali STEFANIA MAZZOTTI orecchini a corno e décolleté a punta / archivio
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SINISTRA • camicia con maniche a sbuffo RINASCIMENTO gonna lunga con baschina VOLTURALE COUTURE borsa a mano ricamata GHUNGROO CENTRO • abito con applicazioni e paillettes VOLTURALE COUTURE occhiali con montatura quadrata OTTICA MAURO collana e bracciali con pietre / archivio DESTRA • miniabito con frange FACE TO FACE STYLE copricapo a bandana VOLTURALE COUTURE borsa baguette ANTONIO SINISCALCHI décolleté con strass e collana con pendente / archivio
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STANDBY REALITY
photographer CHIARA ESPOSITO stylist FEDERICO REGE CAMBRIN make-up and hair ELENA RIGHETTI model DAVIDE DE LUCA
camicia da baseball NIKE gonna a balze VOLTURALE COUTURE sneakers NIKE × OFF-WHITE gambaletti bianchi, cintura di pelle e orecchini con brillante / archivio
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camicia trasparente con doppio collo in pizzo VOLTURALE COUTURE jeans con patch in tessuti misti MARNI sneakers Air Force nere NIKE orecchini con brillante / archivio
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blusa stampata e orecchini con brillante / archivio berretto con arabeschi SUPREME
135 blusa stampata, articolo BRAND foulard, gambaletti e articolo BRAND orecchini con brillante / archivio articolo jeans conBRAND orlo sfrangiato FIVEFOURFIVE articolo BRAND ballerine Speedcat PUMA berretto con arabeschi SUPREME
articolo BRAND articolo BRAND articolo BRAND articolo BRAND
polo a maniche lunghe RALPH LAUREN gonna longuette, gambaletti e orecchini con brillante / archivio sneakers Air Max rosa NIKE collana con charms BREIL cravatta verde SAINT LAURENT
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camicia bianca con colletto inglese CANNELLI gonna a tubo, gambaletti e orecchini con brillante / archivio cravatta stampata GIORGIO ARMANI sneakers Air Force bicolore NIKE
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articolo BRAND articolo BRAND articolo BRAND articolo BRAND
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gonna a balze VOLTURALE COUTURE sneakers NIKE × OFF-WHITE gambaletti bianchi / archivio
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stylist FLAVIA SPATARO
not just male photographer JACOPO GIUSTARINI
make-up and hair DAFNE SARUGGIA
assistant photographer MIHAELA PATRASCU
model BEATRICE SALA
camicia sciancrata ZARA cravatta a righe CAPORICCIO occhiali da sole PAWAKA orecchini con brillante STROILI
142 tailleur nero in raso FEDERICA TOSI cravatta bordeaux con effetto moiré / archivio reggiseno nero in pizzo YAMAMAY
orecchini con brillante STROILI bracciale in argento SIGILLO
143 camicia bianca con polsini alti SISLEY décolleté nere in pelle GUCCI anello in argento STROILI gambaletti in spugna / archivio
taillieur gessato SISLEY camicia bianca sciancrata ZARA reggiseno nero in pizzo INTIMISSIMI décolleté nere in pelle GUCCI orecchini con brillante STROILI bracciale in argento SIGILLO
145 giacca blu scuro PAOLONI foulard stampato in seta / archivio orecchini con brillante STROILI
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dual attitude photographer LUCA PANTALENA
make-up and hair MADALENA SIRI
stylist MARTA CAVALLI
model ANDREA ROVATI
giacca in ecopelle e pantaloni da tuta BERSHKA canottiera nera a coste TEZENIS
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overshirt in ecopelle con zip e jeans a zampa ZARA maglia a maniche lunghe con polsini BERSHKA occhiali da sole TOM FORD
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gilet grigio gessato CALLIOPE MAN camicia bianca in cotone LIBERO jeans grigio ZARA occhiali da sole TOM FORD
151 polo in maglia con motivo a catena AUTOGRAPH pantaloni taglio sartoriale maschile PULL&BEAR
florentina leitner È una designer austriaca formatasi alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, dove consegue il master nel 2020. Dopo un’esperienza nel womenswear di Dries Van Noten, nel 2021 fonda in Belgio il brand Florentina Leitner. Amata da celebrity, artisti e icone fashion, le sue collezioni combinano femminilità, ironia e spirito semicouture attraverso stampe floreali, dettagli 3D e silhouette audaci. Centrale nel progetto è lo storytelling: ogni collezione costruisce un universo narrativo ispirato a figure femminili forti e a un immaginario cinematografico. I capi, prodotti tra Italia, Belgio e Bulgaria, riflettono attenzione a qualità artigianale e sostenibilità.
Ritratto Florentina dal sitoflorentinaleitner.com – Foto di sfilata: courtesy of press office
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di Marta Cavalli
talenti
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kenneth ize
Photo: courtesy of Intervention BFW press office. Immagini di sfilata di Finnegan Koichi Godenschweger
Nato a Lagos nel 1990, è cresciuto in Austria, dove si trasferisce con la famiglia all’età di quattro anni. Studia moda all’Università di Arti Applicate di Vienna sotto la guida di Bernhard Willhelm e Hussein Chalayan. Dopo la laurea, nel 2013, debutta con il brand Kenneth Ize alla Lagos Fashion Week, rilanciandolo nel 2015 dopo un master. Il marchio, rivolto a un pubblico internazionale, valorizza l’artigianato tessile nigeriano attraverso l’uso dell’Aso Oke, un tessuto tradizionale. La sua estetica unisce colori vivaci, silhouette androgine e riferimenti panafricani. Finalista al Premio LVMH 2019, ha debuttato alla Paris Fashion Week nel febbraio del 2020 e collaborato con la Maison Karl Lagerfeld nel 2021.
di Sara Rossi
qooq Hülya Aslan fonda Qooq Store a Istanbul nel 2016, lanciando il brand Qooq con un’intenzione precisa: esprimere una femminilità essenziale, raffinata e autentica attraverso il dialogo tra tessuto, movimento e identità. La sua formazione tessile si riflette in una profonda ricerca sui materiali, prediligendo le texture naturali. Ingredienti fondamentali per capi dalle silhouette pulite, che si muovono con il corpo senza limitarlo, plasmando una visione raffinata e silenziosa della femminilità. Il lavoro di Hülya è influenzato dalle sue radici culturali, dall’architettura e dalle profondità emotive delle città che attraversa. Con Istanbul nel cuore: un luogo tra due continenti, scrigno di culture e storie da raccontare.
Photo: courtesy of Hülya Aslan
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di Francesco Volturale
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soshi otsuki
Photo: courtesy of Pitti Immagine
Nasce a Chiba, in Giappone, nel 1990 e si forma al Bunka Fashion College e, contemporaneamente, alla scuola privata Coconogacco. Nel 2015 lancia il brand Soshiotsuki, entrando rapidamente nel panorama internazionale della moda maschile. Finalista al LVMH Prize nel 2016, riceve il Tokyo New Designer Award nel 2019 per poi conquistare l’LVMH Prize nel settembre 2025. La sua estetica nasce dall’incontro tra eleganza europea e sensibilità giapponese, reinterpretando il passato attraverso tecniche artigianali contemporanee e dettagli ispirati alla tradizione. Il designer è stato Guest Designer all’edizione di gennaio 2026 di Pitti Immagine Uomo.
di Eleonora Marro
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chiara naretto piccolo manuale di una stylist Chiara Naretto, torinese oggi basata a Milano, è una fashion stylist arrivata a questa professione quasi per caso. Dopo gli studi in fashion design, iniziati in un liceo sperimentale e proseguiti con una laurea alla NABA, immaginava infatti un futuro da stilista. La svolta arriva durante la realizzazione della sua collezione di tesi: occupandosi personalmente dello styling, scopre una dimensione creativa che la appassiona più del design stesso e decide di trasformarla nella propria professione. Inizia così il suo percorso lavorando come assistente stylist in un’agenzia di Bologna. Successivamente frequenta il corso di Fashion Styling alla MKS Milano Fashion School, un’esperienza affrontata con maggiore maturità e consapevolezza, che le consente di ampliare il proprio network professionale e definire con maggiore chiarezza la propria identità nel settore della moda. Con lei abbiamo attraversato il confine tra formazione e professione, un tema cruciale per chi muove i primi passi nel fashion system.
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UNA VOLTA TERMINATA LA SCUOLA, COME INIZIARE A LAVORARE NELLA MODA? Il modo migliore per costruire una carriera nella moda è iniziare il prima possibile, senza aspettare la fine degli studi. Fare esperienza sul campo permette di capire le dinamiche del settore e accelerare la propria crescita. Un elemento fondamentale, soprattutto nella libera professione, è conoscere persone, intrecciare relazioni e partecipare a piccoli progetti. Se, invece, si vuole lavorare in un press office o in un contesto più aziendale, l’iter è più tradizionale. È un percorso che si graduale, un passo alla volta. Ed è metodo che ha funzionato per me.
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TRE MOSSE PER AFFRONTARE LE PRIME DIFFICOLTÀ? Regola numero uno, ripeto, è fare networking, lavorare con più persone possibili. Secondo, accettare tutti i lavori che ti capitano. All’inizio non puoi permetterti di fare scremature (e forse neanche dopo). Terzo, ma non per importanza, avere fiducia nelle proprie capacità, facendosi scivolare addosso gli atteggiamenti non proprio amichevoli di alcuni professionisti che si incontrano lungo il proprio percorso.
di redazione stylist
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Foto: Courtesy of Chiara Naretto
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QUALE ESPERIENZA LAVORATIVA TI HA CONFERMATO DI AVER SCELTO LA STRADA GIUSTA? Non ce n’è una in particolare. Diciamo che è stato un crescendo. Le soddisfazioni arrivano e sono quelle che ti caricano e ti aiutano anche a sopportare tante rotture di scatole, dinamiche e interferenze tipiche di questo lavoro. IL PRIMO INCARICO SUPER IMPORTANTE È GIÀ ARRIVATO? Nell’ultimo periodo mi sono presa delle soddisfazioni, però si punta sempre a qualcosa di più. Mi è capitato di lavorare anche per brand di una certa rilevanza, come Max Mara ed Ermanno Scervino. TRA I TUOI SOGNI NEL CASSETTO C’È QUELLO DI VESTIRE UN PERSONAGGIO FAMOSO? Il discorso celebrity non mi appassiona particolarmente. È un percorso totalizzante e non sentendolo molto affine ai miei interessi non ci ho mai investito più di tanto. Però mi è capitato di lavorare con la tennista Jasmine Paolini per un’intervista a Sky, un rapporto occasionale e mi ci sono dedicata volentieri. SE IL TUO ARMADIO POTESSE PARLARE, COSA RACCONTEREBBE DI TE? Che ho tantissime personalità. Mi vesto in base all’umore e all’ispirazione del giorno. Però c’è sempre un fil rouge, uno stile di fondo con parecchie sfumature. DOVE CERCHI ISPIRAZIONE QUANDO NON HAI IDEE? Viaggio sempre con un taccuino per annotare quell’idea che può nascere da una conversazione con una persona, da un ascolto musicale, da un paesaggio. È possibile che la recuperi più avanti. UN CONSIGLIO PER CHI SI AFFACCIA ALLA PROFESSIONE? Non farsi troppi problemi. Perché la partenza è difficile e tutti abbiamo paura del rifiuto, di non essere all’altezza, ma bisogna cercare di superare e fare quante più cose possibili. Anche gratuite: agli inizi è frequente – per quanto sia ingiusto e sbagliato il concetto di lavorare gratis – confrontarsi con lavori non retribuiti. Ma sono esperienze che possono rivelarsi utili per costruire un portfolio e una rete professionale. La maggior parte dei progetti iniziali non andranno da nessuna parte, però ne basta uno a farti dire: “Ah okay, allora vedi che funziona!”. E si va avanti, confidando anche un po’ nella fortuna. IL MIGLIOR RICORDO DELLA TUA PERMANENZA ALLA MKS MILANO FASHION SCHOOL? Nessun fuoco d’artificio, però tante cose positive. Già solo il fatto di essere riuscita a rimettermi sui libri da adulta è stata una soddisfazione personale. E poi ero innamorata dello styling, quindi ho affrontato il percorso gasata, cercando di carpire ogni opportunità e mettendocela tutta a superare i momenti critici.
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158 photo ANDREA DI FUSCO @ IIF MILANO styling TEAGAN MCINTOSH model HEAVEN LEE @ ABC MODELS MILAN speciale U.S.A. Fondazione IES Abroad Italy
15 stylist americani, ospiti della MKS Milano Fashion School in collaborazione con Fondazione IES Abroad Italy, hanno interpretato il tema del confine con abiti di Oh Carla e Volturale Couture. Per le scarpe si ringrazia l’archivio di Cristiano Burani.
make-up & assistance VANESSA UDOVICICH, BEATRICE LUCCHETTI @ MBA ACADEMY hair & assistance RITA DELL’ORCO, AGNESE RINALDI @ MBA ACADEMY
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photo ANDREA DI FUSCO @ IIF MILANO styling SAVANNA GOHMANN model HEAVEN LEE @ ABC MODELS MILAN
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photo BEATRICE MANIERO @ IIF MILANO styling ZORA JOHNSON model CAROLA CANDIANI @ LUV MANAGEMENT
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photo AMBER BRUGMAN @ IIF MILANO styling ANNA SUNDWALL model CAROLA CANDIANI @ LUV MANAGEMENT
163 photo LUIGI COLONNA @ IIF MILANO styling MICHELLE CABRERA model AMANDA JIMENEZ @ LUV MANAGEMENT
164 photo AMBER BRUGMAN @ IIF MILANO styling ANITA HARTLAND model CAROLA CANDIANI @ LUV MANAGEMENT
165 photo BEATRICE MANIERO @ IIF MILANO styling PAUL JOHN WALLACE model CAROLA CANDIANI @ LUV MANAGEMENT
166 photo AMBER BRUGMAN @ IIF MILANO styling JENNIFER RODRIGUEZ REYES model CAROLA CANDIANI @ LUV MANAGEMENT
photo ANDREA DI FUSCO @ IIF MILANO styling RHAMSEI PHILLIPS model HEAVEN LEE @ ABC MODELS MILAN
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photo ANDREA FARAO @ IIF MILANO styling EVAN BURKEY model ZLATA @ ABC MODELS MILAN
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photo ANDREA FARAO @ IIF MILANO styling IRINA LI model ZLATA @ ABC MODELS MILAN
171 photo ANDREA FARAO @ IIF MILANO styling JADA BULLARD model ZLATA @ ABC MODELS MILAN
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photo DENNIS PATRIGNANII @ IIF MILANO styling ALEXANDER KOZIN model FRANCESCA VAILATI
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174 photo LUIGI COLONNA @ IIF MILANO styling MAXWELL CREATARO model AMANDA JIMENEZ @ LUV MANAGEMENT
photo DENNIS PATRIGNANI @ IIF MILANO styling SALLY HENDRICKSON model FRANCESCA VAILATI
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archetipi
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INNOCENTE JW ANDERSON di Sara Rossi
Purezza, fiducia e uno sguardo spontaneo e meravigliato verso il mondo. Legato all’infanzia, alla ricerca di armonia e a una visione semplice e autentica della realtà. JW Anderson lo interpreta attraverso una creatività libera e giocosa, trasformando il quotidiano in sorpresa. Le sue forme morbide e i dettagli inaspettati evocano meraviglia infantile, unendo candore e sperimentazione.
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GUERRIERO RICK OWENS di Giorgia Guida
Le creazioni di Rick Owens evocano forza, resistenza e protezione; le silhouette ricordano armature moderne che trasformano il corpo in una figura scultorea e difensiva. Il guerriero, nel suo caso, non è eroico in senso classico, ma simbolo di identità e resistenza interiore. Così la sua moda diventa forza personale e presenza radicale.
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AMANTE ANTHONY VACCARELLO di Francesca Marino
In Vaccarello l’archetipo è reinterpretato in chiave contemporanea, più essenziale e radicale, attraverso un’estetica che unisce desiderio, seduzione e potere. Silhouette che mettono il corpo al centro, lavorando sui colori come il nero e materiali come il latex. Seduzione per potere non per concessione.
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ORFANO DEMNA di Rebecca Taschieri
Chi si sente escluso e deve trovare da solo il proprio posto nel mondo. Ovvero Demna, perché porta nella moda un punto di vista periferico, anti-élite e molto legato all’esperienza reale, non all’immagine patinata del lusso. Si manifesta nella centralità di un’estetica anti-idealizzata, spesso costruita attorno a codici quotidiani, riferimenti urbani e tensioni sociali, che restituiscono la complessità dell’esperienza contemporanea.
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ANGELO CUSTODE PIETER MULIER di Eleonora Marro
Gli abiti di Pieter Mulier non impongono la propria presenza, ma accompagnano e sostengono la figura, creando un equilibrio tra struttura e delicatezza. La sua moda è una forma di protezione discreta del corpo e della persona; l’estetica, essenziale e controllata, riflette un’idea di cura silenziosa, in cui il capo diventa quasi una seconda pelle che avvolge e protegge senza costringere.
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CERCATORE MATTHIEU BLAZY di Marta Cavalli
La ricerca di materiali, artigianato e riferimenti culturali, con attenzione a come i capi funzionano e non solo a come appaiono. In questo Blazy rispecchia l’archetipo del cercatore: non si ferma alla superficie ma continua a cercare, trasformare e superare i limiti, rendendo la moda un viaggio continuo di scoperta.
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archetipi
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CREATORE IRIS VAN HERPEN di Flavia Spataro
L’individuo prende consapevolezza di sé e diventa regista della propria vita: Iris Van Herpen è un’anticonformista, guidata dal desiderio di espressione personale e innovazione, che punta a lasciare un segno concreto nel mondo. Tuttavia, è caratterizzato da perfezionismo ossessivo e una ricerca compulsiva di nuove idee, teme il blocco creativo e la mediocrità.
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MAGO DANIEL ROSEBERRY di Camila Amaguay
Nel lavoro di Roseberry, intuizione, memoria e inconscio prendono forma in creazioni surrealiste che trasformano il corpo e il quotidiano in simboli. Il suo processo creativo, fatto di introspezione e visione, rende tangibile ciò che normalmente resta invisibile. Quando però manca la saggezza, questa “magia” può diventare ombra e trasformarsi in illusione o manipolazione.
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SAGGIO REI KAWAKUBO di Federico Rege Cambrin
La moda elevata a indagine filosofica che scardina le convenzioni estetiche. Attraverso la decostruzione, Rei Kawakubo ricerca una verità profonda oltre l’illusione che trasforma l’abito in una parabola visiva. Le sue creazioni non sono semplici costumi, ma testimonianze autentiche che privilegiano l’integrità del concetto sulla seduzione superficiale.
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DISTRUTTORE GLENN MARTENS di Francesco Volturale
In seguito a un dolore profondo e destabilizzante nasce una tensione che può trasformarsi in consapevolezza oppure in disordine. Se non viene riconosciuto e integrato, il suo lato oscuro può manifestarsi in comportamenti autodistruttivi. Glenn Martens interpreta questo archetipo attraverso forme taglienti, spigolose e caotiche.
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SOVRANO PIERPAOLO PICCIOLI di Francesco Volturale
Il compimento e l’integrazione che incarna l’unione degli opposti in un equilibrio maturo e consapevole. Un principio che si riflette nella capacità di armonizzare elementi diversi in una visione coerente e completa. Pierpaolo Piccioli esprime queste qualità nelle sue creazioni, mostrando equilibrio in ogni capo e collezione.
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FOLLE DURAN LANTINK di Ludovica Lanza
Non si preoccupa né della morale né delle convenzioni e si distingue per il comportamento irriverente e irresponsabile. Portato a non impegnarsi e a non assumersi responsabilità, alternato al raggiungimento di piaceri e libertà, Duran Lantink è conosciuto per il suo approccio sperimentale e creativo alla moda.
Francesco Volturale, Oltre l’abito. Dolce&Gabbana e Valentino × Giorgio De Chirico
Camila Amaguay, Chromatic escape. Emilio Pucci e Gianni Versace × Fornasetti
Dopo l’inserimento, allargare immagine fino al centro del volume (Non è stato fatto per problemi di InDesign nella gestione delle informazioni nelconfine tra pagine)