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L'ONORE E LA SCONFITTA

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L’onore e la sconfitta Politica italiana e guerre perse dal Trattato di pace del ’47 al Fiscal compact del 2012


clessidra Collana di saggistica storica

L’ONORE E LA SCONFITTA Politica italiana e guerre perse dal Trattato di pace del ’47 al Fiscal compact del 2012 Andrea Cangini

Direzione editoriale: Roberto Mugavero Editor: Stefania Bigatti Impaginazione: Francesco Zanarini

In copertina: Il Galata suicida, copia romana, esposto al Palazzo Altemps a Roma © 2014 Minerva Soluzioni Editoriali srl, Bologna Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata. Prima edizione aprile 2014 ISBN 978-88-7381-567-9

Minerva Edizioni Via Due Ponti, 2 - 40050 Argelato (BO) Tel. 051.6630557 - Fax 051.897420 http://www.minervaedizioni.com e-mail: info@minervaedizioni.com


Andrea Cangini

L’onore e la sconfitta Politica italiana e guerre perse dal Trattato di pace del ’47 al Fiscal compact del 2012

Minerva Edizioni


INDICE INTRODUZIONE Due guerre perse, due storie diverse Lo sguardo fiero del Galata suicida Come foglia morta alla mercé degli eventi Altri tempi, altra tempra L‘immoralità del Fiscal compact Nel silenzio dei leader Nascita e morte dello Stato Fare gli italiani, un cantiere ancora aperto L’imposizione della virtù La sovranità dei ragionieri Da Monnet a Monti all’insaputa del popolo Il Sessantotto in tacco 12 Morale della favola Assemblea costituente seduta pomeridiana di giovedì 24 luglio 1947 Carlo Sforza Benedetto Croce Luigi Gasparotto Giuseppe Canepa Meuccio Ruini Assemblea costituente seduta pomeridiana di venerdì 25 luglio 1947 Guido Russo Perez Paolo Treves Fausto Pecorari Mario Cevolotto Pietro Adonnino Leo Valiani Assemblea costituente seduta pomeridiana di sabato 26 luglio 1947 Francesco Saverio Nitti Carlo Bassano Umberto Nobile Assemblea costituente seduta antimeridiana di lunedì 28 luglio 1947 Luigi Filippo Benedettini Epicarmo Corbino Emilio Patrissi Gennaro Patricolo

p. 7 p. 11 p. 14 p. 16 p. 19 p. 21 p. 24 p. 27 p. 30 p. 33 p. 35 p. 37 p. 39

p. 42 p. 49 p. 56 p. 59 p. 62 p. 69 p. 73 p. 74 p. 75 p. 78 p. 79 p. 84 p. 90 p. 91 p. 93 p. 95 p. 100 p. 101


Roberto Lucifero D’Aprigliano Arturo Labriola Celeste Bastianetto Assemblea costituente seduta pomeridiana di mercoledì 30 luglio 1947 Pietro Nenni Vittorio Emanuele Orlando Assemblea costituente seduta di giovedì 31 luglio 1947 Stefano Jacini Guglielmo Giannini Carlo Sforza Alcide De Gasperi Nota esplicativa Camera dei deputati seduta di mercoledì 18 luglio 2012 Francesco Tempestini Renato Cambursiano Claudio D’Amico Fabio Evangelisti Sandro Gozi Mario Tassone Marco Maggioni Franco Narducci Roberto Simonetti Camera dei deputati seduta di giovedì 19 luglio 2012 Giorgio La Malfa Karl Zeller Bruno Tabacci Roberto Antonione Fabio Evangelisti Benedetto Della Vedova Rocco Buttiglione Vincenzo Taddei Giancarlo Giorgetti Lapo Pistelli Franco Frattini Guido Crosetto Antonio Martino Sabrina De Camillis Giuliano Cazzola Giulio Santagata

p. 102 p. 102 p. 104 p. 106 p. 112 p. 122 p. 124 p. 127 p. 131 p. 135

p. 137 p. 138 p. 139 p. 139 p. 140 p. 140 p. 141 p. 142 p. 143 p. 146 p. 148 p. 148 p. 148 p. 149 p. 150 p. 151 p. 153 p. 154 p. 157 p. 159 p. 161 p. 163 p. 164 p. 165 p. 165


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Introduzione

«Si è preso oggi il vezzo di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra». (Benedetto Croce, 24 luglio 1947)

Due guerre perse, due storie diverse Questo libro prende spunto da una constatazione in fondo banale: quando un’autorità straniera dà ordini in casa tua, tu sei un reduce e la guerra l’hai persa. Puoi fingere che la guerra non ci sia stata, se vuoi, puoi persino fingere di averla vinta. Ma la guerra c’è stata e tu l’hai persa. Negli ultimi settant’anni all’Italia è accaduto già due volte. Nel 1947, con la ratifica da parte dell’Assemblea costituente del Trattato di pace che pose fine alla Seconda guerra mondiale; nel 2012, con la ratifica parlamentare del Fiscal compact che non ha posto fine alla crisi economica. Due guerre molto diverse, ma a tutti gli effetti due guerre. La prima si concluse con un’umiliante spoliazione nazionale, ma lasciò formalmente intatta la sovranità dello Stato italiano. La seconda non si è conclusa, ma con l’imposizione dell’obbligo costituzionale dei conti pubblici in pareggio e di un piano a tappe forzate di riduzione del debito – il Fiscal compact, appunto - ha privato lo Stato della propria sovranità di bilancio e perciò di ogni sostanziale margine d’azione politica. Per questa ragione i politici tendono oggi ad aggrapparsi alle questioni etiche o civili: perché sono facili da raccontare


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e possono essere riformate a costo zero. Governare è infatti diventato per lo più una finzione. A Bruxelles, a Berlino, a Francoforte e non più a Roma si decide la politica per l’Italia. È perciò in un certo senso illuminante andare a rileggere oggi i resoconti qui sintetizzati dei due dibattiti che uomini così diversi animarono a distanza di sessantacinque anni esatti dai medesimi scranni dell’aula di Montecitorio. Illuminante e un po’ deprimente. Ma se è vero che nella difficoltà e nella sconfitta si misura la reale tempra degli uomini e delle nazioni, è quantomeno un modo per conoscersi meglio. Il dibattito sul Trattato di pace fu prolungato, alto, coerente col dramma nazionale in corso e animato da tutti i maggiori leader politici dell’epoca. In quei giorni i giornali non parlarono d’altro. Il dibattito sul Fiscal compact è stato invece contingentato nei tempi, di modesto livello, per nulla incline a dare il giusto peso alle cose e i leader politici se ne sono tenuti scrupolosamente alla larga. In quei giorni sui giornali si è parlato d’altro. Solo d’altro. All’indomani della ratifica, nessun grande quotidiano generalista ha riportato la notizia: non solo in prima pagina, ma anche nelle pagine interne. Passi per i giornali, che in fondo sono fatti da semplici giornalisti e tendenzialmente raccontano quel che accade. Se in apparenza non accade nulla di importante, dunque, non c’è nulla da raccontare. Ma perché tutti i leader politici hanno scelto il silenzio? Possibile che i massimi rappresentanti della nazione non abbiano sentito l’urgenza di prendere posizione (a favore o contro, non fa differenza) su una scelta tanto rilevante per il Paese dal punto di vista concreto e simbolico? Possibile, basta cambiare nome alle cose: basta chiamare “crisi economica” la guerra. Se il diktat europeo imposto agli Stati membri sotto la minaccia del fallimento si spiega infatti con la crisi economica, la crisi economica squaderna dati da guerra persa. Nei sei anni che vanno dal 2008 al 2013 è accaduto questo: esattamente come al termine della Grande Guerra, sono finiti in fumo 8,8 punti di Pil (oltre 137 miliardi di euro); è raddop-


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piata la disoccupazione (oggi al 13%); sono raddoppiati i poveri (oggi 5 milioni); la produzione industriale è crollata del 25%; una impresa su quattro ha dovuto chiudere i battenti; il reddito delle famiglie è precipitato ai livelli di 25 anni fa; le retribuzioni hanno toccato la soglia raggiunta nel lontano 1992; nella graduatoria dell’Onu sulla felicità l’Italia è scivolata al quarantacinquesimo posto; la classe media si è scoperta povera e sta malamente liquidando il patrimonio dei padri (ormai diventati nonni) pur di sopravvivere. Suicidi a parte, non ci sono morti sui campi di battaglia né sulle strade, questo è vero. Ma solo perché oggi le guerre si combattono con mezzi diversi. Sempre devastanti, ma moralmente ineccepibili. A evocare la parola “guerra” in questi anni sono stati il presidente francese Sarkozy, il primo ministro britannico Cameron, il premier spagnolo Zapatero, il premier greco Samaras, il primo ministro lussemburghese Junker, gli ex ministri tedeschi Fisher e Lafontaine. I leader politici italiani hanno invece fatto finta di nulla. E quando l’Ufficio studi di Confindustria ha stimato «che i danni della recessione sono commisurabili solo con quelli di una guerra», l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta ha esibito come segno tangibile del proprio successo il calo dello spread, l’ormai famigerata differenza di rendimento tra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani. Ma lo spread non si mangia, né genera posti di lavoro. Non molto di più hanno fatto gli intellettuali. Con qualche lodevole eccezione, certo, ma la maggior parte era troppo occupata a parlare di Silvio Berlusconi. Anche Silvio Berlusconi era troppo occupato a parlare di Silvio Berlusconi. Mentre nell’agosto del 2011 otto premi Nobel americani dell’economia diffidavano il presidente Obama dall’emendare la Costituzione statunitense inserendovi un vincolo in materia di bilancio, i maggiori economisti italiani si apprestavano a far da coro alle insindacabili decisioni delle autorità europee. Obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione, dunque, e rientro forzato dal debito pubblico. Decisioni dure


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e di ulteriore danno per il ciclo economico. Decisioni imposte con la pistola caricata a spread sul tavolo dal Paese egemone: la Germania. Paese che nel ‘98 era considerato “il malato d’Europa” e che oggi dell’Europa è considerato “la locomotiva”. E da taluni “il freno”. La Germania è l’unico Stato europeo ad aver saputo trarre concreti vantaggi dalla crisi economica sia in termini di costo del denaro, sia in termini di produttività, sia in termini di esportazioni. Inoltre, pur rifiutando di esercitare una autentica leadership politica, i governi tedeschi hanno guadagnato un’assoluta e gratificante centralità sulla scena europea che nei fatti corrisponde a un concreto diritto di ingerenza. Ad esempio. Quando Gianfranco Fini deve riservatamente spiegare perché nel novembre 2010 il capo dello Stato Giorgio Napolitano concesse all’allora premier Silvio Berlusconi il tempo necessario per evitare di essere rovesciato dal voto parlamentare di fiducia sul suo governo, Fini dice: «Perché la Merkel non gli aveva ancora chiesto la sua testa». La testa di Berlusconi. Cosa che in seguito avvenne. Avvenne perché la coppia Berlusconi-Tremonti faticava con tutta evidenza ad adeguarsi ai diktat europei. E avvenne grazie all’impennata dello spread determinata dal panico che prese i mercati finanziari quando, nell’estate del 2011, la Deutsche Bank decise improvvisamente di disfarsi di buona parte dei titoli di Stato italiani che possedeva. Fu un effetto domino: il “rischio Italia” mise in fuga tutti e il Paese si trovò a un passo dal fallimento. «Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita causasse la distruzione dell’ordine europeo per la terza volta», ha commentato l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer evocando la Terza guerra mondiale. Di lì a poco la signora Merkel gli rispose, indirettamente, così: «Se cade l’Euro cade l’Europa, nessuno prenda per garantiti altri cinquant’anni di pace». La metafora è la stessa, ma stavolta ha il sapore non del monito bensì della minaccia.


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Lo sguardo fiero del Galata suicida Da Maastricht in poi, gli stati europei hanno accettato una continua e crescente spoliazione di sovranità. Di potere, dunque, e di autorità. Non è che quei poteri siano spariti – il potere non muore mai, semmai si traveste – semplicemente li abbiamo delegati in via esclusiva a delle autorità internazionali coerenti con interessi e visioni che non siamo in grado di controllare. Tutto è avvenuto talvolta tra le fanfare di una retorica frettolosa ma conforme e il più delle volte in silenzio sotto lo sguardo spento, distratto e rassegnato della classe politica di governo. Come si vedrà, il silenzio degli operosi costruttori dell’Europa e l’impotenza della politica hanno radici antiche e rami ancora lunghi: il primo risponde a uno stile, per non dire a una strategia pianificata; il secondo dipende dall’ormai evidente crisi degli Stati nazionali. Uno spettacolo penoso e anche piuttosto doloroso per i pochi che ne hanno reale coscienza potendolo osservare da vicino; uno spettacolo spaventoso per tutti gli altri. Che infatti si arrabbiano e ancor più si arrabbieranno perché nulla come l’immagine della politica che mette pomposamente in scena la propria manifesta impotenza suscita delusione, rabbia, disgusto e spirito di vendetta. Perciò non si vota, o si vota con furore. La questione è seria, anche se non ancora chiara. Quel che di grave accade è che è saltato il contratto sociale: io ti do parte della mia libertà, dei miei soldi e del mio tempo e tu, Stato, cosa mi dai in cambio? Come mi proteggi? Come pensi di potermi garantire quelle aspettative di benessere crescente su cui in fondo si regge il patto democratico? E infine, se lo Stato non c’è più né altra potestà legittima è sorta, cosa resta della politica e dei suoi moventi? Ben poca cosa, a giudicare dall’importanza data al dibattito sul Fiscal compact. Per ignoranza, anche, certamente pure per superficialità. Ma nel profondo, nel subconscio della nazione e della sua élite è stato un modo per nascondere, rimuo-


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vendoli, i segni della disfatta. Il marchio della vergogna. E anche questo testimonia l’ignavia dei tempi che viviamo, dal momento che la nobiltà della sconfitta non è solo un ghiribizzo dei giapponesi né la terribile bellezza nata dalla fallimentare rivolta di Pasqua (1916) messa in versi da Yeats era solo la cieca ostinazione d’un irlandese. Si tratta invece di sentimenti umani e naturali, sentimenti che in passato ci sono appartenuti e che si fondano su una certa idea di onore. Occorre solo metterla in scena, quell’idea, se i tempi proprio lo richiedono. Nell’Iliade e nell’Odissea, architravi della civiltà occidentale, l’eroe è vinto, non vincitore. Ma vincente è il suo stile. Come il Galata suicida che abbiamo messo in copertina: fiero, potente, sconfitto ma non domato dai greci e dunque ancora padrone del proprio destino poiché di fatto immortale. Si può accettare la realtà anche quando non piace, ma è importante farlo bene: con la solennità del caso. Mentre nulla di solenne ammanta la crisi dello Stato e il suicidio della politica di cui questo libro, in fondo, si occupa. Non si pretende certo, nel politico, lo spirito marziale dei paracadutisti francesi che ad Algeri sfilarono sconfitti e inquadrati cantando solenni Je ne regrette rien. Non si pretende neanche lo stile del comandante Piero Calamai che, caricato su una scialuppa anche l’ultimo passeggero del transatlantico Andrea Doria, decise di affondare con la propria nave perché questo imponeva ancora lo stile dell’epoca – un’epoca non lontanissima, era il 1956 – e desistette solo per salvare la vita ai suoi ufficiali che minacciavano di inabissarsi con lui. No, è chiaro che al politico non si può domandare tanto, anche perché, come ha inteso dire il conte Sforza durante il serrato confronto in Costituente, nessun politico ha il diritto di suicidare una nazione. Ma pur essendo assolutamente favorevole alla ratifica del Trattato di pace, al vecchio diplomatico repubblicano non sfuggiva, e dalle sue parole si capisce, che anche la politica, come la società, ha un disperato bisogno di eroi, di guide, di simboli e di modelli ideali. Li ha sempre avuti, in effetti. Da Pisacane a Che Guevara, da Bi-


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smarck a Mussolini, da D’Annunzio a De Gaulle, da Brandt a Schuman, da Kennedy a Mitterrand: mai era capitato prima, nella storia, che i possibili modelli e gli eroi politici fossero tutti morti e la loro memoria per sempre sepolta. Si è dunque perso il senso dell’onore, oggi, perché si è perso il senso di appartenenza a un gruppo nel quale rispecchiarsi e al quale riferirlo. È per questo che la politica dovrebbe porsi il problema della società: delle radici e delle identità; degli umori profondi della nazione e dei suoi simboli eterni. Ha scritto lo storico Lucien Febvre che l’onore, cioè il rifiuto di scendere a patti in nome di uno stile, «implica un senso tragico del destino e al tempo stesso della dignità nella cattiva sorte». Stile, tragedia, destino, dignità: parole ormai straniere; incomprensibili. Mentre comprensibilissime sono diventate parole come “spread”, “fiscal compact”, “default”... E allora a chi lo mostri, oggi, il tuo onore e che negozio ne potrai mai fare? Si capisce dunque che di materia per discutere ce ne sarebbe abbastanza, e invece si preferisce parlare d’altro. Di cose inutili o già note, molto spesso. Sulla prima pagina del Corriere della Sera di venerdì 20 luglio 2012, Sergio Rizzo firma un bell’editoriale per ricordare il terremoto in Emilia-Romagna, l’apertura è data a una ricerca di Confcommercio che stima la pressione fiscale ormai al 55%, cinque colonne in testa alla pagina servono a chiedere luce, assieme a Giorgio Napolitano, sulla morte del giudice Paolo Borsellino avvenuta vent’anni prima, e qua e là nella pagina ci si commuove per la storia di certi cagnolini beagle destinati a morte certa, si dibatte sulle tre torri che Pierre Cardin intende costruire a Marghera (e che poi, sopraffatto dalla burocrazia, naturalmente non costruì), si racconta che Umberto Bossi intenderebbe spaccare la Lega (cosa che poi, naturalmente, non fece), si annuncia la prossima uscita di un volume a fumetti di Spider Man... Di tutto, insomma, si parla, tranne che del voto finale della Camera sul Fiscal compact che si è svolto il giorno prima.


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È stato dunque così, distrattamente, che lo Stato italiano ha perso nel tempo il potere di battere la propria moneta, di fare una guerra legittima senza il consenso di tutti, di proteggere le proprie merci, di difendere i propri confini, di professare i valori che crede, di avere una politica giudiziaria totalmente autonoma, di pescare liberamente nei propri mari, di coltivare senza vincoli la propria terra, di selezionare l’immigrazione straniera, di governare il proprio bilancio pubblico... Ammettiamo pure che ne valga la pena, che alla fine qualcosa di grande, e perciò di “politico”, nascerà. Ma ne vogliamo parlare? I costituenti nel ’47 lo fecero. E lo fecero bene.

Come foglia morta alla mercé degli eventi La situazione era tragica. Dopo l’8 settembre ’43, l’Italia aveva ribaltato il fronte denunciando l’asse con Germania e Giappone per schierarsi con le potenze alleate. Ma dopo due anni di guerra e 600mila italiani imprigionati dai tedeschi, gli Alleati ci imposero un Trattato di pace che non avemmo facoltà di negoziare e che, come recitava l’articolo 90, sarebbe entrato in vigore a prescindere dalla nostra firma. Un Trattato fortemente punitivo, che ci condannò a 230 milioni di dollari di riparazioni di guerra, alla rinuncia a tutte le colonie, alla cessione dei tre quarti della nostra marina militare, alla perdita di Trieste, Gorizia, Fiume, Pola e Zara lungo il confine orientale e a quella di Briga, Tenda, del Moncenisio e del Piccolo San Bernardo lungo il confine occidentale. Favorevoli e contrari, in Assemblea costituente, erano accomunati da un sentimento profondo: un sentimento di perdita, di umiliazione. Nessuno si azzardò a dire che in fondo la guerra era stata colpa nostra, che ce l’eravamo andata a cercare, che l’armistizio fu un mezzuccio all’italiana e che una punizione ci stava tutto sommato bene. Persino


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don Luigi Sturzo, il mite e illuminato sacerdote che nel 1919 aveva fondato il Partito popolare da cui nel dopoguerra germinò la Democrazia cristiana, persino lui aderì al fronte contrario alla ratifica perché, disse, la pace era «punitiva» e il Trattato frutto di un «diktat» di alleati «animati da spirito vendicativo». Quel che sorprende, a rileggere oggi le parti sostanziali del dibattito politico di allora, è l’evidenza di un retroterra culturale e di un sentimento comune tra destra e sinistra, fascisti e antifascisti, repubblicani e monarchici, laici e cattolici. C’era come una rete, allora, che teneva insieme le diverse parti della nazione e quella rete era il patriottismo. In un celebre discorso pronunciato a Canzo nell’ottobre del ’46, il vecchio capo socialista Pietro Nenni ne diede prova evidente. «Come lo abbiamo fatto per venticinque anni contro il fascismo – proclamò – non possiamo rinunciare mai alla difesa del nostro diritto e a inscrivere la nostra integrità territoriale e la nostra indipendenza nazionale politica ed economica tra gli obiettivi permanenti della nostra politica estera e della nostra politica generale». In aula, parole simili riecheggiarono in ciascun intervento. Il mitico dirigibilista Umberto Nobile, eletto col Pci, si sentì in dovere di intervenire a titolo personale per denunciare l’orribile «diktat», «lo spirito bassamente vendicativo, la nessuna fede mantenuta alla parola data, il feroce egoismo, infine, delle quattro Potenze che dettarono le condizioni di pace». Il socialista Arturo Labriola concluse il suo intervento con lo sdegno di chi si sente tradito: «Vi avevamo offerto una riconciliazione, ci avete imposto una punizione», disse. «Termino implorandovi a riflettere con tutta serietà sul tremendo voto che state per dare», implorò il democristiano triestino Fausto Pecorari rivolto all’aula. Persino il conte Sforza, che cinque mesi prima in qualità di ministro degli Esteri alla Conferenza di Parigi aveva sottoscritto il Trattato e che a nome del governo ora ne sosteneva la ratifica, avvertiva il peso d’un atto contro natura di cui fino all’ultimo chiese la


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revisione. «Il governo italiano mancherebbe all’onore – il patrimonio che gli è più sacro – se non avvertisse gli alleati che il Trattato peggiora ancora nelle sue clausole territoriali, economiche, coloniali e militari quella atmosfera di soffocazione demografica» all’origine della guerra, disse. E mai sostenne l’opportunità della ratifica con argomenti morali o storici, ma invocando il realismo, lo stato di necessità e i potenziali benefici del piano Marshall con cui gli Stati Uniti destinarono all’intera Europa meno del 2% del loro Pil. Sforza evocò un’immagine suggestiva: «Noi non dobbiamo metterci nella situazione di una foglia morta, alla mercé degli eventi». E concluse con un monito: «Un singolo uomo diventa un eroe se rimane in prigione; un popolo non ha il diritto di rimanere in un campo di concentramento, un popolo deve affermarsi, agire, espandersi». Espandersi: anche se sconfitta, la retorica imperialista riecheggiava ancora.

Altri tempi, altra tempra Tra tutti, furono in particolare gli statisti liberali a menar scandalo fino a sostenere l’impossibilità morale della ratifica. Quei vecchi liberali, cresciuti nel mito del Risorgimento e nella fatica della costruzione dello Stato, vedevano nella dignità nazionale l’essenza di ogni politica e il senso di ogni vita. L’onore sfregiato della Nazione equivaleva per loro al taglio delle radici, sì che nulla di vivo sarebbe stato più possibile trasmettere a quelle «generazioni future» in quei giorni di fuoco drammaticamente evocate da molti. «Questi sono voti di cui si risponde dinanzi alle generazioni future; si risponde nei secoli di queste abiezioni fatte per cupidigia di servilità», scandì Vittorio Emanuele Orlando, già capo del governo dopo la rotta di Caporetto, accusando apertamente il presidente del Consiglio. Il quale poi in aula a lungo gli replicò. «Onorevole De Gasperi – disse


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il grande economista liberale Epicarmo Corbino fissando i banchi del governo – ho due figli che tra qualche anno, se occorre, potrò, offrire al Paese; ma oggi mi sentirei menomato nella mia qualità di padre, se volontariamente accettassi di sottoscrivere una pagina che, in tutta coscienza, non sento di poter sottoscrivere». «Le future generazioni potranno sentire in se stesse la durevole diminuzione che l’avvilimento, da noi consentito, ha provocato nella tempra italiana, fiaccandola. Questo pensiero mi atterrisce», disse Benedetto Croce. E l’azionista Leo Valiani ne rilanciò le parole poiché, sostenne, ristabiliscono «veramente il legame storico tra le generazioni che ci precedettero, che fecero l’Italia, e la nostra generazione che rischia di perderla, e le generazioni di coloro che verranno». In ballo, denunciò Valiani, c’è «l’indipendenza politica ed economica» e il rischio che l’Italia si «arruoli sotto bandiere altrui». Era questo lo spirito dell’epoca. Tanto che quando, due anni prima, gli Stati Uniti ci chiesero di partecipare alla guerra contro il Giappone, il vecchio Nenni, costernato, sui suoi Diari annotò il seguente interrogativo: «Ma dove se ne va la democrazia quando un governo proclama una guerra, sia pure simbolica, per piacere a un governo straniero?». Altri tempi, altra tempra. Tempra di uomini cresciuti col mito dell’onore, il senso del dovere e il gusto per il bel gesto. Uomini come Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, il quale, inorridito, ci tenne a far sapere che controfirmava l’atto solo per assolvere a un dovere notarile, ritenendolo infatti «lesivo della dignità nazionale». Uomini come Francesco Saverio Nitti, che da presidente del Consiglio contestò il Trattato di Versailles perché inutilmente punitivo nei confronti della Germania, ora favorevole obtorto collo alla ratifica, ma non per questo incline a minimizzarne la portata. «Dopo tanti anni di lotta, d’esilio e di deportazione nell’amore della patria – disse – per me è più penoso che per ogni altro accettare il sacrificio di un sentimento che è profondo nella mia anima, l’orgoglio nazionale».


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Erano uomini dell’Ottocento cresciuti nel culto dello Stato e forgiati in giovane età da una letteratura romantica e avventurosa. Uomini come l’ottantasettenne Orlando, consapevole del fatto che «come ci sono momenti in cui bisogna umiliarsi e sottomettersi, ci sono pure i momenti in cui bisogna osare». E «l’uomo di Stato – aggiunse – si rivela proprio in questi momenti, quando si tratta di assumere le grandi responsabilità dell’azione, e non già di abbandonarsi a quella sostanziale fuga da ogni responsabilità che è la sopportazione…». Di «voluttà del martirio» e di «mentalità della colpa, della quale ci accusiamo sempre al cospetto degli stranieri», parlò il qualunquista Guglielmo Giannini. Di «Trattato ingiusto ed eccessivo», anche se «inevitabile», parlò Togliatti. Ma su tutte svettarono le parole di Benedetto Croce. Il grande filosofo antifascista iniziò il suo discorso ricordando che «la guerra l’abbiamo perduta tutti, anche coloro che l’hanno deprecata», e che questa di per sé non è una colpa poiché «la guerra è una legge eterna del mondo». Invece, notò, «si è preso oggi il vezzo… di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale pretesa che neppure Dio…». Era diffusa già, allora, l’idea dell’Italia vaso di coccio tra vasi di ferro; l’Italia come terra di scorribande di falsi amici inequivocabilmente mossi da concreti interessi. «Vincitori smodati», li accusò Croce dopo aver denunciato le tristi «sorti italiane come merce di scambio», come «fondo comune» al quale attingere per pura «cupidigia». Sulla Stampa di Torino, il direttore Filippo Burzio se la prese con «la canea di tante nazioni – ad alcune delle quali l’Italia ha donato civiltà benessere e opere pubbliche – che le si gettano addosso per spogliarla di quanto loro possibile arraffare». E di lì a poco, pensando agli italiani più che agli stranieri, con un memorabile discorso radiofonico perfino Alcide De Gasperi denunciò «la speculazione freddamente calcolatrice» che «gioca al


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rialzo... e attende in agguato la crisi nella criminosa speranza di farsi ricca nella miseria generale». Sui giornali e nel Paese il dibattito fu intenso e duro come lo fu a Montecitorio. Il cuore di ciascuno, in quell’aula, batteva per le parole di Croce, di Orlando e degli altri vecchi leoni liberali. Ma per calcoli diversi la ragione indirizzò le coscienze della maggioranza verso l’approvazione di quello che veniva tutto sommato percepito come un male necessario. Di sicuro il minore. Il Trattato di pace fu approvato il 31 luglio 1947 con 268 voti a favore, 68 contrari e 80 astenuti, i comunisti. Nei giorni seguenti De Gasperi si sentì in dovere di pronunciare un appello radiofonico per giustificarsi di fronte alla nazione nella speranza di sopire sul nascere quei tumulti popolari che ciascun costituente dava allora per scontati, ma che invece – e a ripensarci oggi non fu un buon segno – non avvennero. «Scenderà in quest’ora la notte su una delle più tristi giornate della nostra storia», concluse De Gasperi con voce tremante.

L’immoralità del Fiscal compact Nulla di tutto questo è accaduto quando, il 19 luglio 2012, la Camera ha definitivamente approvato il Fiscal compact. Ovvero l’impegno a portare il rapporto tra il debito pubblico (cioè i soldi che formalmente lo Stato deve al sistema finanziario e ai cittadini che hanno comprato titoli pubblici italiani; le uscite) e il Pil (cioè il valore dei beni e dei servizi complessivamente prodotti nel Paese; le entrate) al 60% nell’arco di vent’anni. Come? Attraverso tagli obbligatori del 5% all’anno. Considerando che oggi l’Italia veleggia attorno al 133% del rapporto debito-Pil, nelle condizioni economiche e finanziarie odierne significa trovare circa 45 miliardi ogni anno a partire dal 2016. E non conta obiettare che, al netto della sostenibilità del sistema pensionistico e


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sanitario, quel nostro 133% sia pari all’81% tedesco e inferiore al 93% francese. Si è deciso che il parametro che conta è quello debito-pil così com’è, e si è deciso di portarlo al 60% in vent’anni. Prendere o fallire. Ma ci sono due modi di affrontare il problema del debito pubblico: promuovere la crescita economica, dunque l’aumento del Pil e delle entrate fiscali, dunque la riduzione del debito; oppure tagliare tutto quel che è possibile tagliare e tassare tutto quel che è possibile tassare per finanziare direttamente i creditori. Generare ricchezza o deprimere l’economia pur di arraffare alla svelta i soldi. Naturalmente, con logica da rapina, “l’Europa” ci ha imposto la seconda “cura”; quella opposta all’interesse nazionale, quella contraria al dovere morale che grava su ogni governo nazionale: promuovere il benessere e lo sviluppo. Sì che l’Italia si ritrova oggi nelle condizioni di quelle imprese strangolate dalle banche che anziché svilupparsi finiscono smembrate e sparpagliate sui mercati. L’oneroso impegno fu nella sostanza assunto dal governo di un frastornato Silvio Berlusconi il 4 ottobre 2011, quando il ministro dell’Economia Giulio Tremonti appose la propria firma all’accordo denominato Six Pack approvato dal Consiglio dei ministri europei delle finanze. Nessuno, allora, diede particolare peso a quella decisione. Un atteggiamento perfettamente in linea con il voto del Senato che, con 222 sì e 4 no, il 17 aprile 2012 approvò in quarta lettura l’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio obbligatorio. Norma che il governo Berlusconi si era zelantemente impegnato ad anticipare dal 2014 al 2013 nell’illusione di sfamare la bestia dei mercati. Fu un’illusione, appunto; il branco puntò l’animale ferito e fatalmente lo sbranò. Per far passare il Fiscal compact, in aula furono sufficienti due sedute con tempi contingentati: quattro minuti per gruppo parlamentare e via, la “regola aurea” si intese così approvata. «Regola sacrosanta», osservò l’ex ministro degli Esteri del Pdl Antonio Martino, quando la spesa pubblica è partico-


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larmente bassa. Ma non essendo notoriamente questo il caso italiano, in aula l’economista liberale obiettò che obbligarci a tenere il bilancio in pareggio fosse una scelta «semplicemente demenziale» dalle «conseguenze potenzialmente disastrose». Il combinato disposto del pareggio di bilancio obbligatorio e del Fiscal compact rende infatti a dir poco complicato ogni intervento pubblico a sostegno dell’economia e, conoscendo le resistenze della classe politica e di quella burocratica a ridurre la spesa pubblica, scoraggia ogni possibile abbattimento della pressione fiscale esponendoci costantemente al rischio per non dire alla certezza di un ulteriore aumento delle tasse. La politica nazionale ne esce in catene. Tendenza già evidente quando sottoscrivemmo il Two Pack, cioè l’accordo che impone agli Stati membri di sottoporre alla Commissione europea le proprie manovre finanziarie per un’approvazione che emblematicamente preceda il vaglio dei parlamenti nazionali.

Nel silenzio dei leader Relatore del Fiscal compact alla Camera è un deputato del Pd, Francesco Tempestini, uomo piuttosto sbrigativo e non esattamente incline alla mediazione: «Il Fiscal compact – dice – è indiscutibile e ineliminabile». Punto e basta. Ad assumersi l’onere di una difesa formale del provvedimento è il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi, che farcisce il boccone amaro con spezie esotiche e lontane. Evoca infatti la «prospettiva degli eurobond» con la stessa convinzione con cui Mussolini drammaticamente arroccato a Salò evocò le «armi segrete» di Hitler. Ma così come la Germania nazionalsocialista non disponeva di tecnologie belliche in grado di sovvertire l’esito della guerra, la Germania della signora Merkel non pare affatto orientata a farsi carico del traballante debito pubblico dei Paesi dell’eurozona consentendo l’emissione di obbligazioni europee.


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Eppure, non si può dire che Moavero bluffi. Parlando di eurobond non indica infatti una realtà ma invoca «una prospettiva»: quella terza dimensione, cioè, che nelle arti figurative illude lo spettatore d’essere innanzi a una finestra aperta anziché a una tela appesa al muro. Dopo di che, il ministro con tutta evidenza si ingarbuglia fino a indicare solennemente un «percorso europeo che non può non guardare a quell’unione politica a cui deve guardare chiunque creda nell’Europa». Un percorso, uno sguardo, una fede: insomma, un sogno. Il sogno (certo affascinante) dell’unità politica europea o, come hanno scandito diversi deputati nel corso del dibattito, degli «Stati Uniti d’Europa». Un sogno già annunciato nella medesima aula dal ministro Sforza e da altri costituenti ben sessantacinque anni prima. Un sogno rimasto tale. Il centrista Rocco Buttiglione invoca dunque, «al più tardi per le elezioni europee del 2014, la possibilità di eleggere una Costituente europea che dia al continente una sua Costituzione nel senso degli Stati Uniti d’Europa». Il leghista Giancarlo Giorgetti teorizza «l’Europa federale dei popoli». Il democratico Lapo Pistelli gli «Stati Uniti d’Europa». Mentre dritto sul cassero l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini con piglio sicuro già avvista «davanti a noi la sponda del governo politico dell’Europa». Un caso di ottimismo della volontà analogo a quello degli immigrati extracomunitari scaricati al largo di Lampedusa eppure convinti d’essere già sul continente. Alcuni lo dicono esplicitamente, altri sembrano darlo per inteso: aver fatto nascere la moneta unica prima di aver creato le condizioni per una vera unità politica è stato un errore. Non si costruiscono le case partendo dal tetto, occorre prima scavarne le fondamenta. Bene, finalmente. Ma il tempo stringe, la crisi avanza, il default incombe. Risultato: si persevera nell’errore e quand’è ormai chiaro che nessuna unità politica vi potrà essere nel breve e medio periodo, la si invoca come fosse a portata di mano sommando così alla perdita della sovranità monetaria la perdita della sovranità di bilancio.


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Sembra una barzelletta, e in un certo senso lo è. Come quando in aula Pistelli paragona l’Europa a una macchina «con il freno, ma senza acceleratore e senza volante» e un attimo dopo a nome del Partito democratico annuncia trionfante che su quella macchina saliremo tutti e affideremo senz’altro al guidatore, ammesso che ve ne sia uno, la gestione dei conti di casa nostra. Degni di nota gli interventi di due deputati del Pdl in dissenso rispetto al gruppo parlamentare di appartenenza: per passione politica, quello di Guido Crosetto, che voterà contro; per lucidità d’analisi quello di Antonio Martino. Un liberale vero, Martino, che come i vecchi liberali del ’47 in nome della «sovranità nazionale» teorizza le ragioni del no pur scegliendo poi di riparare nell’astensione. «Dove sono gli Stati Uniti d’Europa a favore dei quali dovremmo rinunciare alla sovranità nazionale?», domanda retoricamente. Anche Giorgio La Malfa, europeista figlio di europeista al pari di Martino, non vota contro ma mette comunque a verbale il proprio scetticismo di fronte a una ratifica compiuta «senza gioia, senza soddisfazione, e, quasi, senza speranza che la condizione dell’Europa possa migliorare». Il Fiscal compact viene approvato in via definitiva dalla Camera dei deputati con 368 sì, 65 no e altrettanti astenuti. Tranne 5 voti contrari, quasi la metà del gruppo berlusconiano si defila tra astensioni e assenze. L’Idv si astiene in blocco, non uno dei deputati del Pd fa mancare il proprio assenso. Votano no solo la Lega e la Südtiroler Volkspartei: curiosamente, le uniche due forze politiche più o meno esplicitamente antiunitarie, e dunque antinazionali, rappresentate in parlamento. No, non è stato un bello spettacolo, e infatti tutti i leader della “strana maggioranza” che sostiene il governo Monti scelgono di non esporsi. Muti durante il dibattito e assenti al momento del voto sono Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani, Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini. Frattini a parte, non uno dei ministri uscenti ha ritenuto di intervenire sulle scelte di chi gli è succeduto, non uno ha sentito l’urgenza di mettere agli atti


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della Storia la sua opinione in materia. Persino Mario Monti, presidente del Consiglio e grande sponsor dell’operazione, nell’aula della Camera quel giorno non ha proferito verbo. Non è solo l’evidente ed ennesimo segno dell’avvenuto decadimento del Parlamento come luogo della politica, è il segno dell’avvenuto decadimento dello Stato. E di conseguenza della politica, che senza più torri né confini cade in terra e si secca come un rampicante privo di sostegno. Non si tiene, né, come vedremo, a tenerla in forma è nel caso nostro una nazione forte di sé. Una nazione vera, un gruppo compatto di uomini e donne protesi verso un destino comune. Lo Stato, poi: ma cosa si intende oggi, concretamente, per Stato? Cosa ne resta?

Nascita e morte dello Stato Nel Cinquecento, i filosofi Jean Bodin, Thomas Hobbes e Niccolò Machiavelli offrirono al mondo i capisaldi del concetto moderno di sovranità statuale. I due secoli successivi, culminati nella pacifica Rivoluzione inglese (1689) e nella sanguinosa Rivoluzione francese (1789), furono sostanzialmente dedicati a individuarne la fonte, che, passando per la Guerra di indipendenza americana (1775-1783), fu universalmente riconosciuta nella nazione. Emblematico fu ciò che accadde il 20 settembre 1792 nella regione francese della Champagne-Ardenne secondo la ricostruzione di diversi testimoni diretti riferita dagli storici. A mezzogiorno, il fumo delle cannonate si dirada sulle alture di Valmy. I francesi guidati dal generale Kellerman vedono distintamente la fanteria prussiana di Brunswick venir loro addosso su tre colonne, baionette in canna. Da una parte un’armata raccogliticcia «di camerieri e sarti», dall’altra soldati esperti e agguerriti. Un moto di inquietudine percorre le file francesi. Kellerman se ne accorge e col piglio del comandante in poche frasi illustra alla truppa la posta in gioco.


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Ecco la scena che seguì nella vivida descrizione che ne fece Jules Michelet in Storia della Rivoluzione francese: «Brunswick puntò l’occhialino e vide uno spettacolo sorprendente, straordinario. Imitando Kellerman, tutti i francesi – i cappelli sulla punta delle sciabole, delle spade, delle baionette – avevano lanciato un grande grido… Quel grido di tremila uomini riempiva la vallata: era come un grido di gioia, ma sorprendentemente prolungato; non durò meno di un quarto d’ora; finito, ricominciava sempre con più forza: la terra ne tremava… Era: Vive la Nation!» A completare il racconto sono le parole dello storico Marie Joseph Thiers, primo presidente della Terza repubblica francese: «In quell’istante si poteva essere valorosi o vigliacchi. Il grido di Vive la Nation! fa tutti valorosi e i nostri soldati, trascinati, marciano ripetendolo: Vive la Nation! A questa vista, Brunswick, che tentava l’attacco con ripugnanza e con molto timore del risultato, esita, ferma le sue colonne, e finisce per ordinare la ritirata». Fu così che, sulla scia d’un urlo belluino, il concetto moderno di nazione si fece largo a sciabolate sul proscenio della Storia. Pochi anni prima, nella Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino del 26 agosto 1789, all’articolo 3 fu scritto: «Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare alcuna autorità che non ne emani chiaramente». La dottrina del filosofo Jean Jacques Rousseau si era dunque fatta norma. Il potere si fonda ora non più su una corona, su una chiesa o su una classe ma sul popolo. La «volontà generale», intesa come il volere della maggioranza, diventa l’unica, infallibile, fonte di legittimazione possibile. Nasce allora, prima in America e poi in Francia, la democrazia per come la intendiamo ancora oggi. Il secolo successivo, l’Ottocento, fu quello in cui nacquero, crebbero e cominciarono a farsi largo gli Stati nazionali, già pronti all’estrema tenzone dei primi quarant’anni del secolo a venire: il Novecento.


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Ma quello che produssero cinque secoli di lavoro intellettuale e di impegno politico, di rivolte e di rivoluzioni, di sacrifici collettivi e di eroismi individuali fu un pezzo per volta smontato sulla scia dello choc generale dovuto alle carneficine della Prima e della Seconda guerra mondiale. Le élite globali vedono allora negli Stati nazionali un limite ai mercati e una minaccia alla pace. La Società delle nazioni e poi le Nazioni Unite, la Comunità economica del carbone e dell’acciaio e poi la Comunità economica europea nascono per questo: per sbrindellare la sovranità degli Stati in ragione di un ideale di pace universale dietro al quale si nascondono spesso concreti interessi economici non più nazionali ma globali. La guerra, elemento essenziale della politica al pari della forza, viene moralmente bandita lasciando lo Stato evirato, incapace di vincere sia le guerre asimmetriche, che ora combatte chiamandole ipocritamente «missioni di pace», sia quel gigantesco conflitto economico mondiale permanente nel quale è giocoforza calato contro nemici potenti e senza volto. Si passa così dalla dimensione nazionale a quella sovranazionale e l’Onu di New York, la Commissione europea di Bruxelles, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, il Tribunale penale internazionale dell’Aia, la Banca centrale europea di Francoforte, il Fondo monetario internazionale di Washington, la Corte europea di Giustizia di Lussemburgo e via elencando acquisiscono competenze fino ad allora esercitate in via esclusiva dagli Stati nazionali. La morale ha preso il posto della politica, la giustizia della forza. L’antico concetto di sovranità è ormai andato, ma nessuno s’è preso la briga di avvertirci. Sì che negli ultimi anni si moltiplicano i libri di studiosi i quali, sconvolti dalla paralisi della politica, dallo svuotamento delle democrazie e dallo stallo dei governi, riflettono angosciati sulla «fine del potere» come fosse un capriccio divino e non il frutto di un lungo e meticoloso processo umano. È datato 30 marzo 1975 il rapporto intitolato La crisi della democrazia presentato a Kyoto dalla Commissione Trilaterale


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(la influente lobby fondata dal banchiere Rockefeller che riunisce le élite americana, europea e giapponese). Pubblicato in Italia con prefazione di Gianni Agnelli, nella parte che ci riguarda (scritta dal sociologo francese Michel Crozier) comincia denunciando l’«ingovernabilità» delle democrazie e finisce auspicando la pur «impossibile» unità dell’Europa. Ma quel che la Guerra fredda rendeva allora «impossibile» divenne possibile dopo il crollo del Muro di Berlino nel fatidico 1989.

Fare gli italiani, un cantiere ancora aperto Se dunque gli Stati vengono progressivamente espropriati della propria sovranità tanto da lasciare i politici afoni e smarriti di fronte ai rivolgimenti della storia e del potere, le nazioni vengono omologate da un unico modello globale di comportamento, col suo stile, i suoi consumi, i suoi tabù e i suoi “valori”. E anche questo contribuisce a togliere peso e senso alle parole dei politici. Che infatti ormai twittano. «Questa non è una guerra simile a quelle del passato. Chiunque occupi un territorio gli impone anche il proprio sistema sociale», osservò Giuseppe Stalin verso la fine della Seconda guerra mondiale. E così fu. Hanno vinto gli angloamericani, il resto ne consegue: si è così imposta la più impolitica delle visuali, quella materialista e individualista, contro cui si scagliava un secolo prima il nostro Giuseppe Mazzini. Quella visuale che gli americani superano solo grazie alla loro profonda religiosità. Una religiosità – nazionale e calvinista – totalmente estranea a noi cattolici “romani”, da cui promana quello straordinario spirito etico che fa di loro una grande nazione. Ma se tutte le nazioni occidentali sono alle prese con un’evidente crisi di identità, quella italiana lo è più delle altre perché più delle altre l’Italia ha faticato storicamente a riconoscersi. E ciò che ha visto il più delle volte non le è piaciuto.


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Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani fu scritto nel 1824 da Giacomo Leopardi, ma potrebbe essere stato redatto oggi da un attento sociologo straordinariamente dotato di bella ed aulica penna. C’è, ovviamente in chiave pessimistica, tutto quello che siamo, siamo stati e presumibilmente ancora saremo. Tutti i nostri limiti e le nostre furbizie, i nostri vizi e il nostro cinismo, che determinano quel nostro essere, scrisse il poeta, «molto più filosofi di qualsiasi altro filosofo straniero» poiché gli italiani «sono immedesimati in quella opinione e cognizione che è la somma di tutta la filosofia, cioè la cognizione della vanità d’ogni cosa». Insomma, siamo un popolo di nichilisti; gente che non crede in nulla. Ai primi dell’Ottocento, Madame de Staël, scrittrice mondana francese con un debole per la Germania, al termine del canonico viaggio nel Belpaese annotò che «gli italiani sono indolenti come gli orientali». Per loro, scrisse, «la vita non è niente di più che un sonno pieno di sogni sotto un bel cielo». Così anche il grande Stendhal: «Solo la musica vive in Italia, e in questo bel Paese non bisogna far altro che l’amore… Qui si muore di malinconia se si vuol essere cittadini». Analoghi concetti, ma con un po’ d’astio in più, nelle parole di Arthur Schopenhauer. «Il tratto principale del carattere nazionale degli italiani è un’impudenza perfetta», scrisse il filosofo tedesco, «questa consiste sia a non sentirsi troppo impari a nessun compito, onde la loro presunzione e sfacciataggine; sia nel non sentirsi troppo alti per nessuna cosa, onde la loro bassezza». Nello stesso periodo, rivolto all’ambasciatore d’Austria a Parigi (era il 1847, esattamente un secolo prima della ratifica del Trattato di pace) il principe di Metternich la mise così: «La parola Italia è una denominazione geografica, una qualificazione utile per la lingua, ma priva del valore politico che gli ideologi rivoluzionari tendono ad attribuirle e piena di pericoli per l’esistenza stessa degli Stati di cui si compone la penisola». Parole che ci fanno ancora rosicare, però…


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Però siamo ancora fermi lì, al dover “fare gli italiani”. «Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani», scrisse a metà Ottocento il marchese Massimo D’Azeglio, gran patriota e buon letterato. Ma tristemente realista, perciò consapevole che gli italiani «hanno voluto fare un’Italia nuova e loro rimanere gl’italiani vecchi di prima, colla dappocaggine e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; perché pensano a poter riformare l’Italia e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna che gli italiani riformino loro stessi». Vasto programma, ahinoi. E così, mentre l’opera di costruzione nazionale mostra la concretezza del completamento della Salerno-Reggio Calabria, tocca riflettere sul fatto che secoli di dominazione straniera hanno generato in noi uno spirito inesorabilmente mafioso refrattario al potere legale e che duemila anni di convivenza con una Chiesa non riformata ci hanno resi impermeabili a quello spirito del capitalismo teorizzato dal sociologo Max Weber e hanno letteralmente minato sul nascere il nostro carattere di uomini riuniti in una nazione. Dunque il nostro senso dello Stato. A furia di parlare solo dei nostri difetti, infatti, siamo i primi a riconoscere che c’è del vero nei luoghi comuni sul conto nostro così come nell’accusa di aver cicaleggiato per decenni a debito. Perciò ciclicamente desideriamo addirittura calarci nei panni usati di un’altra nazione: essere tedeschi a fine Ottocento, inglesi ai primi del Novecento, americani dal dopoguerra. Nuovamente tedeschi oggi, almeno secondo il professor Monti che da presidente del Consiglio alla signora Merkel ha illustrato questo suo ambizioso progetto: trasformare gli italiani in tedeschi. Un po’ come «l’italiano nuovo» teorizzato da Mussolini, prima di giungere alla conclusione che governare gli italiani è in effetti cosa più «inutile» che «difficile». I più furbi – cioè i più “italiani” – come Giolitti, col realismo di un sarto adattano la propria politica alla “gobba” della nazione. I democristiani l’hanno capito dopo i primi otto anni di governi De Gasperi; a Silvio Berlusconi sono bastati i primi otto mesi. Otto mesi appena. E a Matteo Renzi…


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L’imposizione della virtù È per questo, perché non crediamo in noi stessi, che volentieri ci mettiamo sotto padrone. Qualcuno che vinca per noi. Qualcuno che ci protegga. Qualcuno, addirittura, che ci costringa alla virtù. È stato in base a quest’ultima logica, l’importazione coatta della virtù (prospettiva persino più avventurosa dell’esportazione della democrazia), che l’ideale europeista s’è fatto largo nelle coscienze dell’élite italiana. Dall’Europa armonica e pacificatrice mitizzata nel ’47 da diversi costituenti favorevoli alla ratifica del Trattato di pace, all’Europa legislatrice rigorosa auspicata da Beniamino Andreatta nei primi anni Novanta. Fu lui, l’economista e politico bolognese maestro di Romano Prodi e di Enrico Letta, il primo a dire apertamente quel che molti nell’establishment sussurravano: da soli non ce la possiamo fare, i nostri vizi superano le nostre virtù, abbiamo bisogno di un «vincolo esterno» che ci obblighi al buon governo. Almeno al buon governo dei conti, che in fondo sono l’unica cosa che davvero interessi: interessano ormai solo quei parametri economici che possono brillare dallo schermo di un computer. La pensava così anche il ministro del Tesoro che il 7 febbraio del 1992, sulle rive del Mosa, firmò il Trattato di Maastricht, Guido Carli. Il quale, nelle sue memorie, con onestà la mette così: «Ho informato tutta la mia azione all’idea che per il nostro Paese la presenza di un vincolo internazionale avesse una funzione positiva agli effetti del ripristino di una sana finanza pubblica, ritenendo, pessimisticamente, che senza questo obbligo difficilmente la nostra classe politica avrebbe mutato indirizzo». Magari aveva anche ragione, ma si tratta comunque di «un obbligo», una ragione imposta contro la volontà generale e infatti dichiaratamente in conflitto con «la classe politica». Ma le convinzioni e i metodi di Guido Carli erano, il più delle volte in buona fede, largamente condivisi nell’establishment, sì che, a sessant’anni di distanza, il professor Carli


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poté ripercorrere le orme lasciate da Giulio Einaudi lungo quel sentiero sotterraneo che, scesi i vertici della Banca d’Italia, conduce dritto alle leve del potere politico nel momento delle scelte. Dopo di lui vennero Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Fabrizio Saccomanni… Per Mario Draghi c’è ancora tempo. Poco, probabilmente, ma c’è ancora tempo. C’è, ad attenderlo, l’ipotesi Quirinale e male che vada c’è la prassi, invalsa dal ‘92, per cui al ministero dell’Economia vengono chiamati prevalentemente dei “tecnici”. Altro che i politici: come anche Matteo Renzi ha dovuto constatare nel momento in cui ha formato il suo primo governo, in quel ruolo si richiede personale omologo al potere reale. Non Graziano Delrio, dunque, ma, come massima concessione possibile, Pier Carlo Padoan. Col Trattato di Maastricht l’Italia ha, tra le altre cose, ancorato i propri conti pubblici a un parametro che fissa al 3% il limite massimo del rapporto tra deficit e Pil (il che, concretamente, significa tasse o tagli) e ha accettato di rinunciare alla propria sovranità monetaria a beneficio di una moneta unica che dal primo gennaio 1999 viene governata, con attenzione prevalente alla stabilità dei prezzi, da un’apposita Banca centrale europea. Con sede in Germania, a Francoforte, dove ha sede anche la Deutsche Bank. E l’unità politica di cui, secondo la retorica, l’unione economica avrebbe dovuto rappresentare «il primo passo»? Nulla, niente di concreto. Solo un solenne impegno a una politica estera e di sicurezza comuni di cui, naturalmente, non si fece poi nulla, essendo noto che dall’11 settembre alla crisi economica attuale, dalla gestione dell’immigrazione extracomunitaria alle cosiddette “primavere arabe” fino alla rivolta in Ucraina, non c’è stato appuntamento internazionale di rilievo “storico” al quale l’Europa non si sia presentata in ordine rigorosamente sparso. Era possibile non prevederlo? Era davvero possibile illudersi del contrario? In certi casi ipotizzare la malafede della classe dirigente è di conforto.


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E invece parrebbe proprio che anche i politici di allora, vecchi e scaltri “professionisti della politica” con uso di mondo e solide relazioni internazionali, non si siano resi conto fino in fondo dell’enormità del passo che stavano compiendo. Lo intuirono, ma non lo capirono del tutto. E mai avrebbero pensato che l’Euro sarebbe entrato in conflitto con l’Europa dopo appena otto anni di vita... Senza che alcuno opponesse resistenza, dunque, tutte le forze e le correnti dell’epoca tirarono verso Bruxelles un Paese stanco, con le vele rattoppate e appesantito da un enorme debito pubblico da risanare. A quell’idea che dal male potesse nascere il bene, dalla rinuncia il rilancio, nell’inverno del ‘92 finirono per attaccarsi anche il ministro degli Esteri Gianni De Michelis, il capo dello Stato Francesco Cossiga e perfino il presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Il quale, abbandonandosi a un raro momento di verità, in seguito ammise che la politica aveva assunto quella decisione senza averne valutato appieno le conseguenze. «La classe politica italiana non si è resa conto che, approvando il trattato, si è posta nella condizione di aver già accettato un cambiamento di una vastità tale che difficilmente vi sarebbe passata indenne», scrisse Carli quando l’inchiostro delle firme al Trattato non si era ancora seccato. Consapevole o meno, anche allora la classe politica fece il possibile per parlare d’altro trincerandosi, se proprio costretta, dietro il consueto mix di ipocrisia, conformismo e autoinganno. Perfetto esempio ne fu il neoministro degli Esteri Emilio Colombo, che intervenendo in aula per la ratifica parlamentare, il 30 ottobre del ‘92 la mise prudentemente così: «Il trattato di Maastricht, con tutti i suoi limiti, rappresenta comunque un considerevole passo in avanti verso il nostro ideale d’Europa». Alla certezza dei «limiti» si contrappone dunque l’evidenza di un «ideale». Che per molti divenne un alibi. Sì che oggi assistiamo a questo curioso dibattito: quasi tutti dicono che è stato un errore partire dalla moneta trascurando la politica, quasi tutti aggiungono che occorre più


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interdipendenza economica. E la politica? E «l’unità» di cui tanto si parla? Nulla, ancora nulla. Forse perché, come ha acutamente osservato il professor Carlo Maria Cipolla ne Le leggi fondamentali della stupidità umana, delle specie animali l’uomo è l’unica incapace di trarre insegnamento dai propri errori. Dunque, volentieri, persevera.

La sovranità dei ragionieri Sia chiaro: se furto di sovranità vi è stato, a non molto ammonta il maltolto. La Repubblica italiana nasce infatti debole e per i suoi primi quarantacinque anni vive in un regime di libertà condizionata dalla Guerra fredda e dalla presenza in casa del partito comunista più forte d’Occidente. L’Italia divenne così un Paese a “sovranità limitata”, naturale terreno di scontro e laboratorio politico delle contrapposte intelligence. Ci fu addirittura chi teorizzò, esagerando ma non troppo, l’esistenza di «un doppio Stato»: una formale obbedienza nazionale, una sostanziale regia atlantica (cioè americana). Qualcosa di simile al rapporto che esiste oggi tra l’Italia e l’Europa, solo in chiave politica anziché ragionieristica. Si può anche pensare che fu proprio grazie a questo vincolo internazionale che il Paese riuscì a tenersi tutto sommato “in forma”; ma che in Italia lo Stato, parola che i sensi di colpa per il fascismo resero a lungo tacitamente proscritta, potesse in quelle condizioni rafforzarsi, non lo pensava davvero nessuno. E infatti così non fu. Ricostruire lo Stato è perciò tuttora, e forse ancora sarà, l’imperativo categorico che le menti migliori d’Italia si tramandano senza mai crederci fino in fondo. Ricostruirlo o comunque ridefinirlo. Anche qui, nulla è eterno e sarebbe ovviamente inutile oltre che sconveniente abbarbicarci a un corpo morto. Ammesso che lo sia. Grandi studiosi hanno infatti da tempo messo in luce un problema “epocale”. Il fatto cioè che, come ha scritto il sociologo liberal-conservatore Daniel Bell, con la


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globalizzazione «gli Stati nazionali diventano troppo grandi per i piccoli problemi e troppi piccoli per quelli grandi». Ma la politica ha bisogno di confini e se i confini spariscono ha bisogno di ideali e di una qualche autorità cui riferirsi. Qualcosa che la circoscriva e la identifichi. Nel Nomos della terra, il giurista tedesco Carl Schmitt mette a frutto idee maturare già negli anni Trenta proclamando il superamento dello Stato dal momento che, ricorda, «quello di statualità non è un concetto universale, valido per qualsiasi epoca e qualsiasi popolo». Lo Stato è un fenomeno storico, dunque in quanto tale può esaurirsi. Ma con qualcosa bisognerà pur rimpiazzarlo... Schmitt, ad esempio, teorizzava «grandi spazi» caratterizzati da potenze egemoni in una logica imperiale. Ma quell’idea si è già realizzata con l’egemonia globale americana per poi, con lo scongelarsi della Guerra fredda, progressivamente esaurirsi. «Siamo entrati in un’epoca post-egemonica», ha sentenziato il potente ex consigliere per la sicurezza statunitense Zbigniew Brzezinski. E poiché nessun ordine alternativo nel frattempo è sorto, ci troviamo nella spiacevole condizione di dover partecipare ai funerali dello Stato senza avere più una casa dove fare ritorno né una meta verso la quale incamminarci. Ma non tutto ciò di cui lo Stato si compone è in effetti avvizzito. Nelle giunture di quel corpo pubblico deforme e malato qualcosa è sopravvissuto, e più la politica si fa debole più si va via via fortificando occupandone gli spazi naturali: no, non è la magistratura. Non solo. È la burocrazia. L’alta e illuminata burocrazia che in nome della scienza dell’amministrazione e della certezza del diritto si sostituisce alla politica e ne condiziona o ne vanifica le scelte: i capi di gabinetto, i capi dipartimento, i direttori generali, i capi dei servizi legislativi, i segretari generali, i presidenti di sezione, i governatori, i ragionieri generali dello Stato… Non si salvano più neanche le apparenze, e nessuno si stupisce più di nulla. Pare addirittura cosa normale che la Ragioneria generale dello Stato, imbuto da cui passa ogni


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stilla della spesa pubblica, pur essendo organo del ministero dell’Economia si sia dotata d’un simbolo proprio. E che simbolo: un triangolo con appesa al vertice una stella repubblicana; molto piccola, come impiccata o comunque tenuta al laccio. Chiaro il messaggio: a comandare siamo noi. Si è formata così una casta nazionale che approfittando di una politica debole si è fatta Stato per ragioni di potere, di interesse e di presunta sapienza “tecnica” al pari della casta internazionale che stabilmente governa l’Europa. Entrambe amano l’ombra, le brume, la nebbia. Comunque il silenzio. Perché silenziosissima fu l’intera opera di costruzione intellettuale e politica dell’Europa economica, e il conseguente smantellamento degli Stati nazionali.

Da Monnet a Monti all’insaputa del popolo L’unione economica europea nasce sulla spinta ideale e pratica di Jean Monnet, un raffinato francese grande, ma davvero grande amico degli inglesi. Non un politico, ma il suo contrario: «Un burocrate nato che diffida dei politici», lo ha definito lo studioso olandese Ian Buruma. Di sicuro un grande tessitore, al cui attivismo si devono la costituzione nel 1951 della Comunità europea del carbone e dell’acciaio e la firma nel 1957 del Trattato di Roma. Cioè l’atto di nascita della Comunità economica europea. Scriveva Jean Monnet nel 1952: «Le nazioni europee dovrebbero essere guidate verso un superstato senza che le loro popolazioni si accorgano di quanto sta accadendo. Tale obiettivo potrà essere raggiunto attraverso passi successivi ognuno dei quali nascosto sotto una veste e una finalità meramente economica». L’Euro è nato così, nascostamente. Perché quella enunciata da Monnet non è l’invenzione di un uomo, ma il programma di un’élite. E il bello è che non c’è nulla di segreto, essendo infatti loro i primi a parlarne.


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«Se i governi si facessero vincolare dalle decisioni dei loro parlamenti, una disintegrazione dell’Europa sarebbe probabile», sostenne col tono di chi dice l’ovvio il professor Mario Monti nell’agosto di quand’era premier. Non è da complottisti osservare che la stessa logica e lo stesso fine caratterizzano quei ristretti circoli finanziari di cui ormai fin troppo si parla: la Trilaterale, il Bilderberg, l’Aspen... William Vincent Shannon, ambasciatore americano ai tempi della presidenza Carter, così ne spiegò gli obiettivi: «I membri del Bilderberg stanno costruendo l’era del post-nazionalismo: un’economia globale; un governo mondiale (selezionato piuttosto che eletto) e una religione universale». Sulla «religione universale» non sapremmo dire, ma del «governo mondiale selezionato piuttosto che eletto» abbiamo avuto sotto gli occhi per anni le goffe avanguardie più o meno tecnocratiche. Intervistato da Enrico Mentana su La7, Monti, candidamente, dichiarò: «L’espressione campagna elettorale mi fa un po’ ribrezzo». “Ribrezzo” per il vocabolario è una «violenta impressione, fisica o morale, di repulsione e di schifo». Non era la prima volta che il Professore entrava in conflitto con i capisaldi della democrazia, o con i suoi luoghi comuni. Lo scontro è dunque aperto: l’élite tecnocratica ha dichiarato guerra all’élite politica, non senza argomenti la accusa di inefficienza e in ragione di un superiore sapere “tecnico” pretende di sostituirla. O di usarla come la mala usa un uomo di paglia. L’idea di seguire il metodo democratico viene infatti scartata a priori perché ritenuta inefficace (e si è visto con la “salita in campo” di Mario Monti quanto in effetti possa esserlo). Per conquistare il potere, l’élite tecnocratica confida in metodi piuttosto simili a quelli abitualmente usati dai terroristi d’ogni latitudine e fede politica: drammatizzare, creare paure, alimentare il panico e accreditarsi come l’unica possibile forza pacificatrice. E infatti Monti ha anche ammesso che «abbiamo bisogno delle crisi». Perché senza le crisi la politica resiste e gli Stati non si lasciano smontare. Mentre


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è proprio quello il fine: smontare gli Stati, privandoli della propria sovranità. Il Professore lo dice chiaramente. Poiché, dice, «i passi avanti dell’Europa sono cessioni di parti di sovranità nazionale, non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di gravi crisi per fare passi avanti». Una logica stringente. Ma si tratta della negazione, totale, del metodo democratico e della logica politica.

Il Sessantotto in tacco 12 E infatti sempre e solo di economia si parla. Di numeri, di parametri, di percentuali. Con gli Stati europei inesorabilmente schiacciati tra l’incudine dei mercati finanziari e il martello della cessione di sovranità richiesta. Navi alla deriva in un mare tempestoso senza più vele né capacità di comando. Ogni giorno si sposta sui mercati finanziari un volume di denaro pari a dieci, undici volte il Pil mondiale: un rapporto aumentato di sette volte rispetto ai livelli del 1995. E il mercato non è “libero” ma egemonizzato da un ristretto numero di grandi operatori che, dopo aver assaltato le banche, da qualche anno a questa parte amano scommettere sugli Stati e sui loro eventuali fallimenti. Ora sembrano essersi calmati. Forse. Chiaro che la politica non ha più alcun ruolo e che gli Stati hanno ormai il senso dell’archeologia industriale pronta per essere riconvertita o abbattuta. Chi governa la finanza è dieci, undici volte più influente di chi produce beni o servizi; le cose tangibili. Le cose che la politica può in qualche maniera controllare. Si realizza così il sogno dello studioso americano James Burnham, che nel 1941 scrisse la Rivoluzione manageriale immaginando l’avvento della supremazia dei tecnici sui politici. Ma a cosa serve questa supremazia? Priva com’è di vita politica, può tendere solo agli affari. Ai numeri. E infatti è l’epoca dei ragionieri, dei governatori, dei banchieri e degli statistici.


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L’onore e la sconfitta

Il famoso economista di origini tedesche e formazione americana (scuola di Chicago) Rudi Dornbusch scrisse che, entrando con un cambio sopravvalutato, con l’Euro l’Italia si sarebbe trovata in condizioni simili a quelle, tragiche, vissute nel 1992 e la Banca centrale europea avrebbe finito per comportarsi come il lungo braccio della Banca centrale tedesca, la Bundesbank. È andata proprio così. Anzi, nonostante gli sforzi (relativi) del governatore Draghi, per noi è andata decisamente peggio del ‘92. Dai primi anni Novanta abbiamo privatizzato beni per circa 130 miliardi di euro, ma il debito pubblico è comunque passato dagli 850 miliardi del ‘92 ai 2.107 miliardi del febbraio 2014 (dati Bankitalia). Quasi il triplo. In compenso, dalla Cirio alla Fiat, abbiamo liquidato l’industria pubblica e quella privata, e tutto lascia credere che persino il brand “Made in Italy” verrà presto acquisito dai cinesi essendo stati già ceduti i marchi Fendi e Valentino, Gucci e Loro Piana, Bulgari e Pomellato, Ferrè e Fiorucci, Perugina e Pernigotti, Parmalat e Buitoni, Algida e Peroni, Ducati e Benelli, Rex e Zoppas, Molteni e Zanussi, Poltrona Frau e Lamborghini, Krizia e parte di Versace… Una crisi di identità commerciale che si rispecchia nella crisi di identità politica. E perciò, allora, cosa dico quando dico “italiano”? Vengono in mente solo vecchie cose; cose che non esistono più. Cose in fondo legate all’onore, cioè, lo si è detto, a uno stile. Stile: altra parola ormai irrimediabilmente vecchia come tutte quelle parole antiche che alludono a una rinuncia, a una consacrazione, a un vincolo. A un’estetica. È infatti questa l’epoca dell’eterno presente, l’epoca del “tutto e subito” sessantottino realizzato, anche se senza zeppa ma in tacco 12. Ogni autorità è stata, scientificamente, demolita. Minata alle fondamenta. E nella paralisi di ogni potere si rispecchia ora l’infinito novero delle possibilità individuali amplificate dalla Rete. Grandi speranze, dunque, e grandi frustrazioni.


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Grandi solitudini, soprattutto, perché nulla regge più di quel che fu “collettivo”. Le chiese perdono fedeli, le elezioni elettori, i partiti iscritti. È l’epoca in cui la parola fiducia si spegne con tutti i suoi ulteriori significati: il credito, la fede, l’affidarsi. È l’epoca in cui va ufficialmente in crisi l’autorità: il padre, il prete, il politico, il soldato, lo statista… Si salveranno solo gli scienziati, forse, ma per ignoranza e disperato anelito di futuro. Al politico – in quest’epoca senza storia, senza cuore e senza gloria – manca l’appiglio per issarsi, lo sperone dal quale ergersi e pure lo scoglio a cui aggrapparsi. Non sanno letteralmente più a cosa attaccarsi, i politici. Perciò preferiscono tacere. O parlar d’altro.

Morale della favola E allora, per parlare di politica e non di morale: da dove ripartire? Su quale punto poggiare la leva di una nuova coscienza collettiva? Ripartire dalla realtà e da un certo qual senso dell’onore potrebbe non essere una cattiva idea. Dalla guerra persa, dunque, perché la presa d’atto della disfatta e dell’umiliazione impostaci dagli “alleati” furono nel ‘47 il presupposto alla ricostruzione, ma da dove potrà mai ripartire una nazione colpita e abbattuta da uno schiaffo nel buio? Occorre rompere il silenzio, allora, occorre dare alle cose il loro vero nome e parlarne apertamente senza ipocrisia e senza tabù. Fare i conti con la sconfitta, porsi il problema della forza e confidare in un ideale. Un’idea di potenza. Perché senza una grande idea di sé e del futuro la politica si riduce davvero, come disse Sforza impugnando il tema della parte avversa, a «foglia morta alla mercé degli eventi». Ma per essere viva, quella foglia, ha bisogno di una pianta, di un’idea di “patria”, di un sentimento di appartenenza. Perché se non se ne creano di nuovi, si risveglieranno i sentimenti vecchi: si


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riscoprono le “piccole patrie”, dunque, e fioriscono i “revival etnici”. Non ci si lamenti, poi, se non piacciono. Ci sono parole alle quali non si può rinunciare. Le parole del padre al figlio, le parole dell’uomo di Stato alla nazione. Come il padre deve motivare l’improvvisa perdita di autorità agli occhi del figlio, così la politica ha il dovere (e in fondo anche l’interesse) di spiegare le ragioni della propria impotenza e deve farlo secondo una visione. Quella visione che da sempre necessariamente ruota attorno a due parole, due parole da cui tutto, in fondo, poi discende: patria e autorità. Chi sono (chi siamo) e chi comanda. Ci sono diversi modi, oggigiorno, di declinarle, ma qualsiasi leader che le eludesse si spegnerebbe al primo vento come si sono spenti i governi incapaci di maneggiare la fiamma dei due marò abbandonati in India con le loro uniformi inutilmente tirate a lucido. Un caso emblematico, quello: un altro segno del fatto che la politica senza più forza né coscienza si è ormai persa nel labirinto del politicamente corretto. «Li rispediamo in India perché abbiamo dato la nostra parola», si giustificò il governo rendendo così evidente il fatto che le buone maniere si sono ormai mangiate la ragion di Stato. Lo si è detto, la materia è quella che è: questi siamo noi italiani e questo è lo Stato nostro. Si può sentire di dover completare l’opera di costruzione nazionale e si può razionalmente ritenerla un’inutile fatica di Sisifo. Non si può, in ogni caso, prescindere dalla politica e dal popolo. Anche perché non è possibile congelare a lungo la prima né ingannare a lungo il secondo, e a reciderli ributtano. Il consenso si sposta, allora, e genera una politica imprevista che dell’accusa di “populismo” bellamente se ne infischia. «Oddio, avanzano i populisti!»: sai che sorpresa se alle elezioni Europee si leva dal basso la voce di un popolo che, come l’orfano che si scopre in realtà abbandonato, chiede spiegazioni e lo fa con rabbia. O, sdegnato, si astiene. Non la fermi, quell’onda, arricciando il naso né menando scandalo. La fermi con la politica. Con una visione, cioè, e con la


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capacità di comunicarla. E poco conta che a cavalcare l’onda ci sia oggi anche chi ieri ha contribuito per ignavia a levarla, questi sono dettagli. Quel che conta è la realtà: cioè l’onda montante del malcontento popolare, l’inconsistenza politica dell’Europa, l’ottusità tecnocratica dei suoi burattinai, lo svuotamento degli Stati nazionali. Mettere questi quattro elementi in uno shaker con un po’ di ghiaccio e agitare, non mescolare. Uscirà da lì una politica nuova, anche se ancora non ne conosciamo il gusto. È persino probabile che, nelle particolari condizioni politiche in cui si trovava, in quel soffocante luglio del ’47 l’Italia non potesse far altro che ratificare il Trattato di pace, così com’è probabile che per analoghe ragioni non potessimo ormai far altro che recepire il Fiscal compact nel luglio 2012 (sempre di luglio, il settimo mese, accadono le cose grandi e spaventose). Ma questo non basta. Occorre comunque una retorica, occorre una politica. Occorre una politica, e occorre una retorica, sia per abdicare lo Stato sia per ricostruirlo. Occorre una retorica, e occorre una politica, sia per sostenere quest’Europa sia per avversarla sia per costruirne una migliore. Occorre pertanto una certa idea di sé, dell’Italia. La capacità di prendere la parola a Montecitorio e parlare in nome di qualcosa che abbia radici profonde e tronco robusto. Occorre un idolo. E la consapevolezza che si può perdere senza necessariamente perdersi.


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