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Papa Francesco la rivoluzione dei gesti

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Fratel MichaelDavide

Papa Francesco: la rivoluzione dei gesti

edizioni la meridiana p a g i n e a l t r e

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Indice

Prefazione ...................................................................................................... 9 di Beppe del Colle Un biglietto di accompagnamento ............................................ 15 di Marcello Semeraro Un gabbiano

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Epilogo. Lasciamoci interrogare

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Un biglietto di accompagnamento

Un breve arco di tempo, quello scelto da fratel MichaelDavide per “sostare sui gesti e le parole” del nuovo papa: il tempo che intercorre fra la sua elezione e il suo insediamento sulla Cattedra di Pietro; un tempo per il quale si potrebbe dire “in principio”, cioè il tempo degli inizi, ch’è sempre tempo privilegiato. Illud tempus! Come per un nuovo nato, di cui amorevolmente si registrano le prime parole e le prime mosse, così in questo volume troviamo studiate quelle di Francesco, il Vescovo di Roma che i cardinali sono andati a prendere “quasi alla fine del mondo”. Non è un’interpretazione, giacché fratel MichaelDavide lo ammette candidamente: Come si attende la nascita di un bambino, al di qua della sala parto, abbiamo atteso tutti con una certa trepidazione di conoscere il nome e poi il volto del Vescovo di Roma e questo nome lo ripetiamo nel momento più sacro dell’Eucaristia.

Questa confessione, giungendo verso la fine dell’opera, più di altre mi ha fatto riflettere. Attendere la nascita del “padre”, forse è uno dei bisogni più nascosti, ma più veri della nostra epoca, almeno qui in Occidente. Figli che attendono l’arrivo – quasi la nascita – di un padre per poi farne memoria ogni giorno, nel momento più santo e più generativo della Chiesa: la celebrazione dell’Eucaristia. Questa memoria quotidiana è molto ignaziana ed è molto cara al “gesuita” Bergoglio/Francesco. La memoria è una grazia. 15

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Di memoria e di memorie è ricco questo libro. Da sfondo c’è la memoria del Concilio, che fa capolino fin dalle prime pagine. “Sembra che stia suonando lo shophar…”, si legge a un certo punto. Nella tradizione ebraica lo shophar è suonato pure per proclamare l’anno giubilare, per dichiarare santo il cinquantesimo anno. A cinquant’anni dal suo avvio, la grazia pentecostale del Vaticano II (come la chiamava il beato Giovanni XXIII, di cui Francesco ha decretato la canonizzazione) sembra di nuovo percorrere la Chiesa e il mondo. Perciò fratel MichaelDavide pare voglia raccogliere i tanti e tanti fili che hanno intessuto la storia della Chiesa e raccoglierli in un’unica, grata memoria: i pontefici come Gregorio Magno e papa Giovanni (che la Regola di Gregorio ebbe molto cara), Paolo VI e Benedetto XVI; santi antichi come Francesco e recenti come Charles de Foucauld; testimoni amati e seguiti come C.M. Martini e Tonino Bello… ecco alcuni fili, citati in questo libro, di una storia di fedeltà a Cristo e di amore alla Chiesa. Attraverso alcune coincidenze storiche, che poi sono i provvidenziali appuntamenti che Dio lancia a uomini e donne che hanno occhi per vedere e orecchie per intendere, fr. MichaelDavide cerca di offrirci una chiave di lettura per questi anni che Egli ci dona di vivere come occasione unica e irripetibile per rispondere al suo amore e alla sua misericordia. Pagine che si chiudono e altre che si aprono e hanno la loro continuità nello sguardo d’amore che il Signore ci riserva sempre, in ogni attimo della nostra storia. Queste pagine, conservate e rilette, ci aiuteranno a raccontare che in quei giorni – in illo tempore – noi c’eravamo. Marcello Semeraro vescovo di Albano Segretario della Commissione dei Cardinali per la Riforma della Curia romana

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Un gabbiano

L’immagine di un gabbiano appollaiato sul comignolo della Cappella Sistina ha fatto il giro del mondo. Non è stato un semplice passaggio, ma un sostare sereno, tranquillo, naturale. Se avessimo potuto scegliere, avremmo certamente posto sul camino della Cappella Sistina una bella colomba bianca simbolo di purezza, d’ispirazione, in realtà, di tradizione… quella vera che dà sicurezza e assicura stabilità. Invece, nonostante i timori dell’attesa, un gabbiano aspettava con la folla in piazza San Pietro e con quanti attendevano in tutto il mondo con gli occhi sui televisori, che i Padri Cardinali portassero a termine il compito di dare alla Chiesa di Roma il suo Vescovo. Così mentre lui era appollaiato a fare le sue cose in cima al comignolo, i cardinali hanno eletto come Vescovo di Roma, papa Francesco. Come lui stesso ha detto, i cardinali sono andati a prendere il Vescovo di Roma dalla “fine del mondo”. Forse non ha osato dire, per rispetto ai suoi confratelli cardinali che lo avevano appena eletto, di averlo preso dal “nuovo mondo” in cui tanti hanno cercato di ritrovare non solo fortuna, ma anche speranza. Il nuovo Vescovo di Roma viene dall’estremo Occidente che, in realtà, per gli antichi e per gli stessi Conquistatori, coincideva con l’estremo Oriente preso alle spalle. Sulla via delle Indie orientali, scoprimmo le Indie occidentali e questa fu la scoperta di un “nuovo mondo” di cui i papi dell’inizio della modernità si sentivano padroni tanto da pensare di poterlo spartire tra i potenti della terra a loro piacimento. In quel nuovo mondo, che accese

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tante speranze e in cui fu piantata la croce di Cristo come un trofeo, abbiamo vissuto le cose più belle – come l’avventura e la speranza – come pure quelle più tristi quali la violenza e il disconoscimento della differenza. Da quel mondo, come un gabbiano che ha percorso molte miglia, ci è giunto il nuovo Vescovo di Roma che si è sentito accolto – lo ha detto lui stesso – dalla Chiesa di Roma che “presiede all’unità e alla carità di tutte le Chiese”. Non è sfuggito a nessuno il riferimento ai Padri della primissima ora per i quali il Vangelo era ancora l’unico “archivio”1 cui attingere il senso delle cose di Dio e degli uomini. Alla loggia centrale della Basilica di San Pietro, papa Francesco, ha citato Ignazio di Antiochia successore di Pietro sulla sua prima Cattedra – in Oriente – il quale pensava alla Chiesa di Roma come ad una comunità di sollecitudine, di attenzione e di amore per tutti. La domenica di Pasqua, sempre alla loggia – di nuovo festosamente adornata – il riferimento è ad Ireneo che apprese il Vangelo sulle ginocchia di Policarpo, discepolo del discepolo amato, e così da Smirne divenne vescovo di Lione. Anche in questo caso si tratta di una citazione che allarga il cuore e fa risentire gli antichi e leggeri profumi degli inizi della testimonianza di Cristo: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”2. Di certo, papa Francesco, sin dal primo momento, ha parlato una “lingua nuova” che si è espressa con le parole e, soprattutto, con i gesti. In questo senso si potrebbe dire che il Vescovo di Roma incarna, nel suo ministero petrino a servizio amorevole di tutte le Chiese e nel pieno rispetto di ogni Chiesa, ciò che il Concilio Vaticano II ha ritenuto essere il cardine della stessa rivelazione. Il Concilio dice che in Cristo si è manifestato pienamente il volto di Dio

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IGNAZIO DI ANTIOCHIA, Ai Filadelfesi, VIII.

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IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, IV, 20; 27.

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gestis verbisque3, attraverso le parole e i gesti. Quell’attimo di lungo silenzio, che ha preceduto l’inatteso saluto familiare di un semplice ed intimo “buonasera”, ha permesso di comprendere come il nuovo Vescovo di Roma veniva a salutare la Chiesa di Dio che è in Roma e, attraverso di essa, tutte le Chiese sparse nel mondo. Era rivestito degli abiti propri che indicano il suo ministero, in realtà spogliandosi di tutto ciò che perpetuava i segni del potere imperiale. Rivestendo il ministero petrino ha dismesso quel sommo pontificato ereditato dal paganesimo così stridente con la nudità del Crocifisso. La memoria della Pasqua è rimasta quella di sempre ed era sul suo cuore assicurata dalla croce pettorale di vescovo, che non luccica ma esige attenzione per riconoscervi l’immagine del bel pastore che è Cristo. Il nome scelto – Francesco – certo ci ha fatto sognare una Chiesa capace di accogliere la sfida sempre nuova di ritornare al Vangelo. La semplicità del tratto e l’essenzialità dei paramenti ci hanno fatto sperare in un recupero della centralità della “trascendenza”. Quest’ultimo termine, alquanto inusuale nel linguaggio ufficiale, è stato usato con una certa passione da papa Francesco parlando ai delegati fraterni e rappresentanti delle altre religioni. La scelta accurata dei termini ci fa desiderare – dopo cinquant’anni – una ricezione senza tentennamenti di quanto la “colomba” dello Spirito Santo ha sussurrato alla Chiesa durante il Concilio Vaticano II. Il suo umile inchinarsi davanti al popolo di Dio – chiamato proprio con questo nome e riconosciuto come luogo teologico di benedizione – ci ha fatto sentire finalmente “in ordine” con quella parola esigente dell’unico Signore e Maestro: “Voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8).

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Dei Verbum, 2.

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Non dimentichiamo che Francesco, Vescovo di Roma, è stato preceduto da un gabbiano indicatore. Sin da subito, dopo il suo presentarsi al popolo di Dio come vescovo della Chiesa di Roma, si è scatenata la furia dei cercatori di ombre e di macchie nel passato del nuovo papa! La Chiesa non ha bisogno di un pastore senza macchia. Il successore di Pietro non può e forse non deve essere impeccabile, proprio come l’apostolo cui Cristo affidò il compito di “confermare i suoi fratelli” (Lc 22,32) dopo aver sperimentato, in prima persona, la misericordia e le lacrime di pentimento. Siamo stati felici, fin dal primo momento, che papa Francesco si sia presentato come uno di noi, chiedendo di essere benedetto e accompagnato con la preghiera e la “tenerezza” di cui, proprio nell’Eucaristia di inizio del suo ministero petrino, ha chiesto a tutti di non avere paura. Di certo – e grazie a Dio – anche lui conosce la fatica di cercare e trovare le vie per realizzare ciò che è meglio, talora dovendosi arrendere a ciò che è impossibile. I gabbiani non sono colombe! L’immagine del gabbiano è in genere portatrice di sensazioni inebrianti legate al senso di libertà e di spazio, al sentirsi immersi nella luce e partecipare intimamente e profondamente della vita. Come dimenticare Jonathan Livingstone?! Presente in alcuni miti e racconti indiani, come colui che possiede la luce, il gabbiano è un animale che vola sul mare e sulla terraferma, in solitudine o in grandi stormi, che si ciba di pesce fresco appena catturato o di resti rinvenuti nelle discariche di immondizie, che resta indipendente e libero pur vivendo a stretto contatto con l’uomo e non mostrando timore nei suoi confronti. Il gabbiano è un grande esempio di adattabilità, di utilizzo delle proprie risorse per sopravvivere, di capacità di vivere la bellezza e la leggerezza dell’esistenza senza dimenticare il senso pratico, la concretezza che lo fa ritornare a terra a becchettare qua e là come un animale da cortile. Eppure nelle sue scor-

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ribande aeree esprime tutto il piacere della libertà, nei suoi gridi rauchi e sgraziati la gioia della vita e del movimento. Non ci vorrà molto tempo, né per i cardinali né per tutto il popolo di Dio, per capire che il nuovo Vescovo di Roma più che a un gallo dominatore e stanziale, assomiglia di più a un imprevedibile gabbiano. Il segno di un gabbiano ci ha indicato il modo per accogliere il vescovo Francesco che abbiamo riconosciuto come un fratello e come un padre nella vita e nella fede. In quel secondo momento di silenzio che ha inondato piazza San Pietro, tutte le nostre benedizioni sono scese su questo fratello perché ci aiuti – come padre – a fare il possibile per trovare la strada di ciò che è buono, vero, bello… per il bene e la gioia di tutti. Non vogliamo sovraccaricare il nostro fratello e vescovo Francesco di inutili attese: egli è uno di noi che il Signore ha scelto perché si faccia padre per noi nella piena coscienza che siamo tutti figli di Dio e fratelli tra di noi. Se conosciamo il nostro cuore sappiamo quanto la luce e l’ombra vi convivano necessariamente… ma lasciamo spazio alla luce della speranza tenendo insieme “fisso lo sguardo su Gesù” (Eb 12,2) e non su Francesco, ma con Francesco. La Chiesa è corpo di Cristo e noi tutti siamo le sue membra talora radiose e talora doloranti… l’essenziale è amare e perdonare come ricorderà incessantemente papa Francesco con i suoi primi gesti e le sue prime parole, quasi fosse un sottofondo cui abituarsi e sulla cui tonalità accordare tutti gli altri canti… tutti gli altri toni. Lo stesso motto episcopale non lascia dubbi: miserando et eligendo! Già nel suo primo Angelus ciò è stato sottolineato come fosse un annuncio da non dimenticare: “Dio non si stanca di perdonare mentre noi ci stanchiamo di chiedere perdono”. Come ricordava un altro gesuita come papa Francesco, Michel de Certeau, “l’uomo in preghiera è un albero di

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gesti”. La rivoluzione dei gesti che caratterizza il ministero petrino del Vescovo di Roma Francesco è come un albero che sta crescendo sotto i nostri occhi serenamente e in modo naturale. Potremmo completare il detto di Michel de Certeau dicendo che l’uomo di preghiera “è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52)… parole nuove e parole antiche. Vorremmo, in queste pagine, sostare sui gesti e le parole di papa Francesco tra la sua elezione e il suo “sedersi” sulla Cattedra della Basilica del Laterano come Vescovo della Chiesa che è in Roma. Non solo i gesti e le parole, ma anche quello spazio di vuoto necessario4 – fatto di silenzio e di sospensione – che talora fa da interiezione tra i gesti e le parole come la necessaria interiezione tra due respiri o tra due battiti del cuore.

Lex orandi, Lex vivendi Tutti conoscono l’antico adagio: lex orandi, lex credendi! Potremmo allargare questo saggio detto della tradizione, dicendo che la legge e il modo della preghiera non sono soltanto lo specchio del nostro modo di credere, ma sono la rivelazione del nostro modo di vivere e il modo più efficace e profondo per condividere ciò che ci sta maggiormente a cuore: il nostro desiderio. I primi segni dell’albero di gesti che ci sembra ben rappresentare il Vescovo di Roma Francesco e la sua pacifica rivoluzione, si possono racchiudere simbolicamente tra il suo apparire nella loggia centrale della Basilica di San

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Si rammenti il simbolo così forte della sedia vuota al concerto del 22 giugno 2013 nell’aula Paolo VI da molti interpretata come una provocazione e che, forse, andrebbe intesa come il simbolo della necessaria e giusta libertà: poter scegliere le priorità senza sentirsi obbligato da nessun tipo di protocollo.

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senza per questo cedere a nessun timore di essere diverso, forse dando così ancora più gioia al cuore di chi, con la sua rinuncia, ha permesso la sua elezione. La gratitudine più grande che dobbiamo a Benedetto XVI è di aver rimesso decisamente la Chiesa nelle mani di Cristo suo Sposo e Signore sapendo che sarebbe stata in mani sicure. Con il suo volo verso Castelgandolfo ci ha confermato, con le immagini e i mezzi del nostro tempo, ciò che si trova scritto della Chiesa negli Atti degli Apostoli: “Si consolidava e camminava nel timore del Signore” (At 9,31). Ci sono dei gesti da cui non si torna più indietro e quello compiuto da Benedetto è stato uno di questi: tutto non è più come prima e non solo per il Vescovo di Roma, ma per tutti! Di quanto questo fosse vero ci siamo accorti subito dopo la fumata bianca del comignolo della Sistina che ha preceduto una cascata rigenerante di gesti tanto nuovi quanto stupendamente antichi.

On the road Il segno posto da Benedetto XVI e accolto con generosa lungimiranza dai cardinali di santa romana Chiesa ha creato le condizioni per poter di nuovo sognare. Un sogno è quello che il nostro vecchio e stanco continente europeo, in cui vivono e lottano Chiese locali, talora stanche e provate dalle proprie nostalgie e invecchiate dalla fatica di rinunciare ai propri fasti e alla pretesa di essere modello della società, ritorni al grembo della sua madre naturale: l’Oriente, cercando il quale scoprimmo le Americhe! È necessaria una de-europeizzazione come capacità di ritrovare le proporzioni giuste nelle relazioni tra popoli e culture. Come diceva padre Kolvenbach, la nostra Europa – che immaginiamo così grande da porla sempre al centro delle nostre cartine – non è che una piccola propaggine del grande continente asiatico cui l’Africa, prima dello scavo 89

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del canale di Suez, era rigorosamente ancorata. Le nostre parole, i nostri sistemi di pensiero e di desiderio “in essa sono nati” (Sal 86,5), lambiti dalle acque dell’oceano Indiano. Le più alte vette e le acque più sacre svettano e scorrono oltre quei deserti e si immergono in oceani ben più grandi dei mari… nelle sconfinate sponde di cuori così diversi eppure così tesi verso l’Alto, verso l’Altro. Accanto alla storia ufficiale e alla geografia, che si pensa di leggere attraverso le antiche e nuove cartografie più necessarie ai commercianti che non ai cercatori di senso, vi sono una storia e una geografia più segrete. Sono tali non perché elitarie, ma perché inutili per quanti non accettano di portarsi oltre se stessi e le proprie rachitiche comprensioni che spesso meritano il nome più adeguato di pregiudizi. Troppo facilmente dimentichiamo che il germe e il nocciolo della razza ariana, divenuta un’immagine terribilmente ambigua nella nostra non così lontana storia dell’Europa così cristiana, stende le sue radici molto lontano. Il germe e il nocciolo si trovano, infatti, nei Veda e la sua prima cristallizzazione storica la troviamo nella dottrina trinitaria di Krishna che conferisce l’impronta più caratteristica al Bramanesimo indiano. Quattrocento anni dopo Krishna, il Buddha non farà altro che rendere accessibile a tutti ciò che era stato appannaggio delle caste sacerdotali chiuse in un rigido sistema aristocratico esclusivo ed escludente. I più recenti studi hanno dimostrato che “i preti di AmonRa professassero l’alta metafisica che, sotto altre forme, s’insegnava sulle rive del Gange” e il cui mistero le mummie egizie custodiscono da oltre quattromila anni. Dal Gange al Nilo sembra che la sapienza si riversi, attraverso il delta del padre dell’Egitto, com’era chiamato il Nilo, direttamente nel mare nostrum. Il Mediterraneo non solo permette alle terre d’incontrarsi, ma anche alle anime di riconoscersi e di stringere continuamente alleanze contro

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l’oblio che genera l’ignoranza che è madre di molti mali, i più perniciosi. Forse potremmo volgerci tutti ad Oriente passando attraverso quell’estremo Occidente da cui siamo andati a cercare il nuovo Vescovo di Roma: “dalla fine del mondo”. Forse quest’uomo e questo pastore che viene “dalla fine del mondo” potrà aiutarci a celebrare dolcemente il lutto della fine di un mondo e di un modo cui siamo abituati per preparare le nozze di tempi e di modi nuovi così necessari da essere improrogabili. Dall’Oriente, che è sempre dietro di noi e davanti a noi, ma che mai può identificarsi con noi stessi, potremo ancora accogliere la luce che sorge sempre nuova e sempre di nuovo è capace di illuminare, scaldare, risvegliare. Il fatto che papa Francesco – un poliglotta secondo la consuetudine della Compagnia – parli la lingua quotidiana della Chiesa di cui è stato eletto vescovo, è un segno non certo di chiusura, ma di apertura e di rispetto nello spirito della Pentecoste. Non si tratta di sapere tutte le lingue, ma di parlare fino in fondo la propria lingua per permettere all’altro di fare altrettanto. Il suo primo gesto di nominare un gruppo di cardinali per consigliarlo nella riforma della Curia Romana è un modo chiaro per sottolineare la necessità di una piena ricezione della collegialità riscoperta dal Concilio Vaticano II e che è sempre stata in conflitto con quanto affermato al Concilio Vaticano I. La comunione è tanto più evidente quanto più chiara è la differenza e quanto più amata e rispettata è la diversità. All’incontro con i cardinali del 15 marzo, papa Francesco ha parlato non in latino – non lo ha fatto neanche nella Sistina – lingua pensata come universale, ma in italiano. In modo sottile ha prima indicato questa scelta e poi spiegato che il sogno non è quello di Babele – “un’unica lingua e uniche parole” (Gn 11,1) – in cui si maschera sempre la tentazione del monopolismo imperiale di cui quello reli-

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gioso, normalmente, è quello riuscito meglio. Così spiega Angelo Casati il funzionamento di questa tentazione: Voler essere grandi, farsi un nome, è l’anima del progetto. La logica che soggiace è la logica dell’onnipotenza, è la pretesa dell’immortalità. La logica non è “custodire il giardino”, il giardino dell’umanità, ma farsi un nome, avere successo, dominare sugli altri. La torre del controllo: tutto sotto controllo! Sembra di leggere qui l’origine di ogni razzismo, di ogni totalitarismo, di ogni soffocamento della diversità. È la contestazione del mito della scalata, essere sopra gli altri, se possibile sopra Dio. E infatti, quando un uomo, una donna, un popolo diventa benedizione? Quando costruisce una torre, o quando discende? Al mito della scalata del cielo la Bibbia risponde con un Dio che semina e cammina: “Sono stato con te dovunque sei andato” (2Sam 7,9). Risponde con la storia di Gesù, il Figlio di Dio, sceso nella carne dell’uomo. Davvero una benedizione78.

Per questo, ancora una volta, l’autentico Spirito è quello che ha fatto tremare il cenacolo il mattino di Pentecoste riversando tutti sulla strada. Ecco le parole di papa Francesco rivolte ai cardinali che rappresentano visibilmente l’aspetto universale del mistero della Chiesa: Il Paraclito fa tutte le differenze nelle Chiese, e sembra che sia l’apostolo di Babele. Ma dall’altra parte, è Colui che fa l’unità di queste differenze, non nella “ugualità”, ma nell’armonia.

78 CASATI A., Storia della torre. Un Dio oltre i confini, in “Servitium” III, 133 (2001) pp. 76-84.

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In modo del tutto naturale viene alla mente uno dei testi più antichi e fondativi della tradizione: “Dove c’è composizione, lì c’è melodia, dove c’è melodia, lì c’è tempo giusto, dove c’è tempo giusto, lì c’è vantaggio”79. Ireneo ci parla in modo assai preciso della Chiesa di Roma e del suo ruolo: Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la tradizione ricevuta dagli apostoli e la fede (cfr. Rm 1,8) annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi.[…] Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d’accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte — essa nella quale per tutti gli uomini è sempre stata conservata la tradizione che viene dagli apostoli80.

E Ireneo a Roma ci andò più volte, intrattenendo con questa Chiesa – lui che dall’Asia era diventato vescovo in Gallia – relazioni devote e franche al contempo. A Roma Ireneo fece onore al suo nome, suggerendo moderazione a papa Vittore, consigliandogli rispettosamente di non scomunicare le Chiese dell’Asia che non volevano celebrare la Pasqua nella stessa data delle altre comunità cristiane. Come si attende la nascita di un bambino, al di qua della porta della sala parto, abbiamo atteso tutti con una certa trepidazione di conoscere il nome e poi il volto del Vescovo di Roma e questo nome lo ripetiamo nel momento più sacro

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IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, IV, 20, 7.

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Ibidem, III, 3, 1-3.

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dell’Eucaristia. Pronunciando il suo nome ci impegniamo a continuare il cammino verso il Regno di Dio in modo incarnato e ciò significa sempre in modo libero, ma obbediente e capace di autentica e non servile comunione. Stiamo un po’ sognando – forse anche il papa sta sognando – eppure nessuno si sente in colpa per i propri sogni… ciò che resta importante è di saperne cogliere i segni senza mai sottrarsi alla fatica del cammino… del cammino insieme in un desiderio condiviso in cui speriamo di raggiungere il desiderio grande di Dio per l’umanità. Un desiderio che sia come un fuoco su cui poniamo il nardo dell’amore e della compassione, perché riempia “tutta la casa” (Gv 12,3) dell’umanità. Di questa casa comune è simbolo quella Cappella Sistina81 che ha le stesse dimensioni dell’antico Tempio di Gerusalemme e in cui Michelangelo ha riversato i tesori dell’umanità intera attingendo all’alchimia, alla kabbala, alla teosofia e in cui, in una sorta di immersione nel mistero di Dio e dell’umanità, si suole scegliere il successore di Pietro. Proprio le lacrime (Lc 22,61) dell’apostolo, sgorgate davanti allo sguardo infuocato del Signore in cammino verso la sua passione, sono diventate la pietra e al contempo l’inciampo di ogni cammino di fede autentica: “E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32).

Aprire le porte Non possiamo certo dimenticare la commozione davanti all’immagine di piazza San Pietro non così gremita di fedeli e, per molti aspetti, composta e quasi pensosa, nel giorno in cui papa Benedetto XVI ha inaugurato l’Anno della Fede nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio

81 Cfr. BLECH B., DOLINER R., I segreti della Sistina. Il messaggio proibito di Michelangelo, BUR, Milano 2010.

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Don Tonino nel catalogo delle edizioni la meridiana A Sara e alle altre donne A tutte le donne. Rosario meditato Ad Abramo e alla sua discendenza. Lettere ai patriarchi Al pozzo di Sichar. Appunti sulle alterità Affliggere i consolati. Lo scandalo dell’Eucaristia Ci vuole audacia. Parole ai giovani Convivialità delle differenze. Omelie crismali Coraggio! Lettera agli ammalati Da mezzogiorno alle tre. Riflessioni sulla Via Crucis Dissipare l’ombra di Caino. Appunti sulla nonviolenza Dalla testa ai piedi. La Quaresima tra cenere e acqua Don Tonino. Il volto del Sud Fate presto, bambini Icona della Trinità. Lettera sulla famiglia In confidenza di Padre. Confessioni di un vescovo Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi. Progetto pastorale L’uno per l’altro. Alla ricerca del volto La bisaccia del cercatore. Scarti minimi per il futuro La carezza di Dio. Lettera a Giuseppe Milagro. Piccolo prodigio di luce Mistica arte. Lettere sulla politica Nelle vene della storia. Lettera a Gesù Oltre il futuro. Perché sia Natale Parole d’amore. Poesie e preghiere Partire dal futuro. Promuovere l’Avvento Pietre di scarto. Pagine sulla marginalità Profeta... abbastanza. Lettere sulla guerra che ritorna Quella notte a Efeso. Lettera a Maria Senza misura. Riflessioni sulla carità Sotto la Croce del Sud. Diario di un viaggio Sud a caro prezzo. Il cambiamento come sfida Sui sentieri di Isaia. Scritti sulla pace Ti voglio bene. I giorni della Pasqua Preghiera a Cristo (in A. Bello, M. Lobaccaro, Un’ala di riserva. Messa laica per don Tonino Bello) Sul sito www.lameridiana.it è possibile leggere articoli di e su don Tonino, documenti, tesi, interviste; conoscere iniziative e incontri e accedere a documenti audio.

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