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Dio è maschio? Chiesa, maschilità tossica e teologie di genere

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SELENE ZORZI

Dio è maschio?

Chiesa, maschilità tossica e teologie di genere

Selene Zorzi

Paginealtre... lungo i sentieri della differenza

Dio è maschio?

Chiesa, maschilità tossica e teologie di genere

Chiesa e masChilità tossiCa

La riflessione sulla responsabilità dell’educazione cattolica nella formazione della maschilità tossica non può essere elusa, soprattutto alla luce di eventi drammatici avvenuti in ambito cattolico, come i numerosi abusi sessuali e casi di pedofilia emersi negli ultimi decenni che hanno come protagonisti pastori della Chiesa, o femminicidi e infanticidi che hanno come agenti ragazzi e ragazze cresciuti in contesti cattolici.

L’analisi della matrice socio-culturale nella quale tali brutalità si scatenano rivela nodi problematici profondi che attraversano l’educazione cattolica, le strutture clericali e l’immaginario di genere proposto dalla Chiesa. La teologia femminista ha fornito strumenti di analisi e proposte di cambiamento.

Lo scandalo della violenza

contro donne: ruolo e responsabilità della Chiesa1

Rocca, 27 febbraio 2024

Tra tutti gli omicidi, solo una parte minore ha come vittime le donne. Tuttavia, l’80% degli omicidi di donne sono commessi in ambito affettivo e familiare, se non addirittura direttamente da compagni o da ex compagni, da persone cioè che dicevano di amarle. È a questo fenomeno che si fa riferimento quando si parla di femminicidio, eletta a parola dell’anno 2023: il femminicidio, infatti, non è semplicemente l’uccisione di una donna ma indica la mentalità che porta a quell’uccisione. La mentalità che considera le donne subordinate e funzionali al maschio.

C’è una corresponsabilità della Chiesa in questa mentalità? La risposta è sì e si potrebbero fare vari esempi. Ne propongo solo alcuni.

Ancora oggi i testi di Genesi 1-3 fanno parte di un immaginario collettivo che continua a formare archetipi, coscienze e giurisprudenza, benché la società oggi si sia del tutto emancipata da una cultura biblica e forse anche cristiana.

In Gen 2-3, Adamo ed Eva sono diventati i simboli del genere maschile e femminile, con la pretesa di diventare un riferimento per ogni maschio e per ogni femmina. Ben-

1 L’articolo è una sintesi di una relazione tenuta per il Dies Academicus dello Studio Teologico accademico di Bressanone, avvenuto il 29 gennaio 2024.

Dio è maschio?

ché oggi quasi più nessuno interpreti in modo letterale e storicistico questi testi, tuttavia il loro impatto sulla dottrina, sulle istituzioni, sulla struttura ecclesiale, ma anche nella società e nella mentalità è ancora molto forte.

Ricorderò molto velocemente come il testo di Gen 1,26 abbia avuto lungo la storia della teologia diverse interpretazioni antropologiche. La teologa Kari Elisabeth Børresen aveva individuato tre modelli antropologici dell’interpretazione di questo testo: un primo modello che chiamava monismo androcentrico, dove solo l’Adamo maschio veniva considerato a immagine di Dio; un secondo modello che chiamava dualismo androcentrico, dove uomini e donne sarebbero dovuti arrivare a un’immagine di Dio asessuale o metasessuale, dal momento che Dio non ha sesso e un terzo modello che la teologa chiamava monismo olistico, dove sia uomini che donne, in quanto uomini e donne (e non benché tali) sono considerati creati a immagine di Dio. Questo ultimo modello è stato iniziato dall’esegesi femminista ed è ora accettato “teoricamente” anche dal Magistero cattolico.

Inutile dire che alla base della teologia, dell’antropologia teologica e delle istituzioni cristiane ha però prevalso il primo modello o, al limite, una sintesi tra il primo e il secondo.

I teologi avevano confezionato un ricco dossier di testi biblici che appoggiavano questa interpretazione e dossier che si sono formati anche sulla base di una certa cultura pagana, sia greca che romana, nella quale i testi sono stati scritti. Questa concezione della donna in quanto secondaria e funzionale è stata anche alla base delle argomentazioni, piuttosto inconsistenti, per l’esclusione delle donne dal ministero dell’ordine (vedi più avanti il capitolo “Sacerdozio femminile: le dubbie motivazioni contrarie”).

Per quanto riguarda Genesi 2-3, la teologa Mary Daly ha messo in luce come questi testi abbiano contribuito alla creazione del “capro espiatorio Eva”. Il tipo di interpretazione che ne emerge ha avuto un impatto negativo sui rapporti tra i sessi che si è inciso nella dottrina, nelle istituzioni, nelle leggi, nella società, nella cultura ma anche nella psiche. Attribuendo all’altro, cioè alla donna, tutto il male, il maschio deresponsabilizza se stesso. Ma poiché la prospettiva degli autori biblici è una prospettiva maschile e patriarcale, da questi testi risulta anche una prospettiva fortemente falsata su Dio, sulla donna, sull’uomo, sui rapporti tra uomini e donne e, infine, anche su ciò che è bene e male. Infatti, il punto di vista del maschio diventa il punto di vista di Dio, con una conseguente errata denominazione di tutta la realtà. Gli effetti di questa interpretazione sono stati devastanti non solo per le donne ma anche per gli uomini (relegati a un ruolo di potere e forza che li imprigiona come persone): si giustifica un’impostazione sessista della società e della Chiesa, si giustifica l’oppressione dell’uomo sulla donna. La femminilità viene disprezzata e così la donna dirige verso se stessa questo disprezzo; anche l’uomo, non riconoscendo una positività nel ruolo di altro, dirige il disprezzo verso se stesso, cioè verso quella parte altra di sé che ha in se stesso (si pensi al concetto di ombra di C.G. Jung). Ne consegue anche un rapporto competitivo delle donne tra loro. Infatti, condannate a recitare il ruolo di altro, le donne accettano di assumere comportamenti di compiacenza per essere accettate dal maschio, entrando in competizione tra loro; assumono e introiettano la prospettiva maschile su di sé, la visione negativa di se stesse e infine accettano di agire per se stesse solo in forma vicaria tramite il maschio. Ne consegue che alla fem-

minilità vengono associati valori come amore sacrificale, sopportazione della sofferenza, umiltà, silenzio, secondarietà. Sono ritenuti vizi femminili atteggiamenti come la loquacità, l’indipendenza affettiva e sessuale, l’emotività, la vulnerabilità.

A questo schema si aggiunge un parallelismo di origine patristica (introdotto da autori cristiani del II secolo come Giustino e Ireneo di Lione) quello tra Eva e Maria. Si tratta di un binarismo femminile che oppone un’unica donna perfetta e inarrivabile, Maria, la quale funziona come un modello coercitivo, a tutte le altre donne che di fatto non possono che essere ricondotte a Eva, la pessima. Nessuna di noi, infatti, è sia vergine che madre, come Maria, dunque siamo tutte Eva. Si tratta di un sistema binario conosciuto anche dalle culture pagane, dove le donne “perbene” sono coloro che rientrano nei ruoli del patriarcato, o che il patriarcato decide per le donne, quali quella di figlia vergine e obbediente, madre premurosa e moglie devota e casta. Dall’altra ci sono le donne “pocodibuono” ovvero tutte coloro che, in qualche modo, esulano da questi rigidi schemi, le “devianti”: sono state chiamate streghe, isteriche, ninfomani e, come tali, punite. Infatti, ogni volta che gli uomini hanno voluto definire le donne che non rientravano negli schemi delle donne perbene, hanno attribuito loro appellativi fortemente dispregiativi.

Un altro luogo in cui la Chiesa appare corresponsabile della cultura dello stupro è l’essere ancorata a una concezione arcaica della sessualità: nella Bibbia i termini ebraici che indicano uomo e donna possono essere tradotti con penetrante (zara) e penetrabile (qebah). In questa concezione il corpo maschile è descritto come un’arma, mentre quello femminile come qualcosa che subisce violenza. È

una impostazione predatoria dei rapporti sessuali. È, però, anche una visione della sessualità esclusivamente maschile, che riduce gli atti dell’amore alla genitalità e alla penetrazione, con una prospettiva in cui il piacere è sempre collegato alla fecondazione. Questa impostazione si ritrova nella concezione aristotelica della riproduzione, nella quale la donna è considerata del tutto passiva. Una concezione che implica un dualismo antropologico molto forte tra corpo e anima e che sembra faccia fatica ad aprirsi alle conoscenze che derivano dalla psicologia circa l’energia erotica.

Infine, la Chiesa stessa resta un luogo produttivo di abusi: è noto infatti come lo squilibrio di potere produca violenza e abusi sessuali in ogni luogo. Nella Chiesa il potere è esclusivamente collegato alla maschilità. La struttura binaria, o se vogliamo dire clericale, della Chiesa permette una ingiustizia di fondo prevedendo un gruppo di battezzati che si raccontano “ontologicamente” differenti rispetto a un altro gruppo di laici, tra i quali le donne.

Proprio per il fatto che tutto il potere è in mano esclusivamente a maschi, anche il circuito di feedback non esiste. Vorrei prospettare ora alcune vie di uscita che ritroviamo nello stesso cristianesimo.

Anzitutto la prassi di Gesù: il Vangelo ci racconta di un uomo, assai fuori dagli schemi per quanto riguarda il suo essere maschio, maestro e Signore, che chiama alla sequela uomini e donne senza discriminazione di genere.

Occorre riconoscere, come già faceva papa Giovanni nella Pacem in Terris 22, che lo stesso movimento di emancipazione delle donne si è costituito principalmente proprio nei popoli di tradizione cristiana. Nella prassi e nel messaggio di Gesù si è infatti individuato un messaggio di liberazione per i poveri, per gli esclusi, quindi anche per le donne.

Dio è maschio?

L'interpretazione di Gen 1,26 vede uomini e donne, in quanto uomini e donne, entrambi fatti a immagine di Dio. Resta tuttavia una incongruenza tra l’accettazione teorica di questa interpretazione e la struttura istituzionale che ancora risente dell’antica concezione.

Per quanto riguarda Gen 2-3, abbiamo diverse interpretazioni anche liberanti di quel testo alcune delle quali prevedono un compito per noi donne: liberarci dall’interiorizzazione di una femminilità negativa, avere il coraggio di mangiare dall’albero della conoscenza e “cadere nella libertà” come dice Mary Daly, ovvero osare noi stesse in tutti i campi. In realtà, le donne hanno già iniziato a rigettare certi modelli standard di femminilità tipici del patriarcato. Ma non si riesce a entrare in nuovi modelli di relazione tra uomini e si sperimenta la reazione violenta dei maschi. Infatti, una tale liberazione chiamerebbe a un “liberi tutti” anche i maschi, costretti dal patriarcato in ruoli e identità che opprimono uno sviluppo autentico delle loro personalità.

La teologia morale dovrebbe confrontarsi più seriamente con le ricerche che provengono dalle scienze umane, penso alla concezione di Sigmund Freud sull’erotismo, di Alfred Adler sul potere, di Carl G. Jung sugli elementi (archetipi) maschili e femminili di ogni persona, sui dispositivi di potere e controllo dei corpi analizzati da Michel Foucault, magari anche sul potere del linguaggio nel rivelare o nascondere i corpi considerati “abietti”, come illustrato da Judith Butler.

Tra i compiti che sarebbero in capo agli uomini, invece, ve ne sono certamente due urgenti e chiari: assumersi collettivamente la responsabilità della violenza contro le donne, anche se, in quanto singoli, non si è responsabili di violenza e scardinare l’associazione acritica e invisibile tra maschilità e potere.

Guardatevi le spalle!

Tratto da “I figuranti del clericalismo”, Rocca, 15 luglio 2023

Quando nel 2017 l’eurodeputato polacco Janusz Korwin-Mikke affermò che è giusto che le donne siano pagate meno perché sono più piccole, più deboli e intellettualmente inferiori, scatenò giustamente la reazione della parlamentare spagnola Iratxe García-Perez, che affermò: “Sono qui per difendere le donne europee da uomini come lei”. L’eurodeputato fu poi colpito da una punizione senza precedenti del Parlamento Europeo: gli fu tolta l’indennità giornaliera per trenta giorni, fu sospeso dalle attività parlamentari per dieci giorni e non poté rappresentare il Parlamento Europeo per un anno.

L’allora presidente Antonio Tajani chiese scusa a chiunque si fosse sentito offeso o ferito dallo sfogo del deputato, affermando che un simile comportamento era intollerabile “specialmente quando si tratta di una persona che dovrebbe esercitare – con la dovuta dignità – le proprie funzioni in qualità di rappresentante dei popoli europei. Offendendo tutte le donne, l’eurodeputato esprime disprezzo per i nostri valori fondamentali”.

Prendo questo esempio perché manifesta chiaramente come al giorno d’oggi possano esserci certamente persone ancorate a valori patriarcali che, a livello teorico, sostengono ancora la posizione di Aristotele e di san Tommaso sulle donne, secondo la quale le donne sarebbero inferiori, incapaci di decidere e di avere autorità; tuttavia, a livello sociale, non è più considerato accettabile che dei rappre-

sentanti delle istituzioni palesino pubblicamente tali immaginari senza restare impuniti.

La Chiesa cattolica, invece, risulta l’unico pezzo di mondo in cui certi sfoghi possono essere ancora non solo teorizzati, ma esternati e praticati senza conseguenze, incidendo sulla costruzione dei ruoli di genere in seno alla comunità ecclesiale (di fatto la posizione di Aristotele, appena poco rettificata da san Tommaso, soggiace ancora alla motivazione dell’esclusione delle donne dal sacerdozio), complice un’esegesi biblica mediocre e “banale”. Luigi Epicoco, un prete influencer di alto gradimento, si è permesso di affermare, senza essere ripreso da autorità superiori, che le donne sarebbero un grande “fondale” dal quale spiccano i personaggi (maschi ovviamente!) in prima linea. Non è necessario impegnarsi in esegesi approfondite per ricordare che tutta la Bibbia risente di una impostazione culturale patriarcale e che, senza farci i conti, falliamo a captarne il messaggio. Perfino papa Benedetto XVI, che certo non brillava per progressismo esegetico, si era allineato all’interpretazione di Gen 2,22, secondo la quale la creazione di Eva dalla “costola”, fianco, significa la sua uguaglianza e parità, cioè il suo stare di fronte, davanti, come dirimpettaia, dunque allo stesso livello e non si intende il suo essere “funzionale” come la parola aiuto ha suggerito per secoli.

Sulla questione gender, invece, Epicoco sembra essere rimasto a posizioni imbarazzanti, come quelle del Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche del 2006, che nemmeno il Magistero ha più il coraggio di portare avanti. Sul sex-gender system la conferenza episcopale tedesca si è espressa in modo più circostanziato e certi testi di Amoris Laetitia (56 e 286) di papa Francesco hanno fatto fare piccoli passi in avanti rispetto a quella

iniziale posizione della Chiesa cattolica sull’argomento. La caricatura degli studi di genere, che certi cattolici hanno assunto e denigrato, non ha niente a che vedere con l’importante studio dei dispositivi di potere e di esclusione che vengono agiti negli stereotipi patriarcali e che sono in azione contro tutte le minoranze discriminate, donne in primis. L’Ideologia del gender è una “invenzione polemica creata tramite una strategia di etichettamento che distorce quanto prodotto dagli studi di genere per poterlo delegittimare”2 (Damiano Migliorini) ma purtroppo contribuisce a lasciare feriti e morti sul campo: i nostri ragazzi e le nostre ragazze, femministi o omosessuali o trans, che perdono il dialogo con la Chiesa, con i loro genitori e con la cultura cattolica, la quale appare convinta che il gender porterà questi figli all’inferno, accettando piuttosto che essi vivano drammatiche scissioni interiori pur di mantenere una “facciata rispettabile”.

Certo, si dirà, non è importante evidenziare certe interpretazioni pseudoteologiche che tutto sommato sono effimere. Però, ha ragione Marinella Perroni quando ritiene che certe posizioni nella Chiesa siano da osteggiare in modo deciso, reagendo con la stessa forza della deputata García-Perez davanti alle parole del deputato polacco.

L’arroganza che emerge dall’immaginario clericale è infatti davvero pericolosa: donne che devono aiutare l’uomo a realizzarsi, donne che dallo sfondo permetterebbero l’emergenza del protagonista. Cosa diventa tutto questo quando nell’ideale clericale, cioè nella trasposizione, i protagonisti ufficiali nella Chiesa cattolica, che rappresentano pubblicamente il popolo di Dio, si sentono sul palcoscenico del mondo cattolico, relegando le donne a loro fondale?

2 migliorini, 2017, pp. 21-22.

Dio è maschio?

Cosa accade quando questi soggetti si sentono legittimati da una mentalità clericale, da una cultura di genere retrograda, per mediocrità di un robusto approccio esegetico e per mancanza di reazioni che li sanzionino a identificarsi con il “Protagonista” della storia della Salvezza? Accade il passaggio lineare all’abuso spirituale e sessuale (si veda il caso Marco Rupnik nel prossimo capitolo). Per riprendere le parole della deputata spagnola: abbiamo bisogno di difendere le donne cattoliche da preti come questi.

Non solo: il livello medio(cre) della catena di trasmissione di queste convinzioni diventa pericolosissimo proprio perché questi preti parlano, incrociano persone, ravvivano il cuore di tanti nei circuiti più semplici e pastorali e gli scaffali delle nostre librerie si riempiono di cibi così, invece di osare altro, benché più duro da masticare e decodificare.

Questa banalità contribuisce a trasmettere e a giustificare l’ignoranza, l’ingiustizia, il sessismo e il narcisismo clericale. Ecco perché occorre reagire con fermezza e possibilmente in modo massivo.

Siamo stufe di scrivere libri di teologia che restano sul fondale delle librerie di certa formazione seminariale, di dover sanare le ferite spirituali e fisiche che lasciano sulle nostre sorelle le parole e le opere di omileti che non sanno misurarsi con la complessità e le trasformazioni del mondo odierno. Certi “protagonisti”, infatti, potremmo perfino ritrovarceli alla Congregazione della Fede a giudicare l’operato di noi teologhe che tentiamo una più acuta elaborazione del dato di fede. Attendo invece che si levi una voce autorevole a denunciare il fatto che chi continua a esprimere una tale visione delle donne “esprime disprezzo per i nostri valori fondamentali”, cioè per i valori del Vangelo.

Guardare alla tradizione significa oggi ispirarci a quei padri e madri della Chiesa che hanno saputo elaborare in modo nuovo e trasmettere in modo fecondo il messaggio di liberazione del Vangelo nella loro cultura. In un mondo come il nostro, invece, il messaggio biblico sulle donne si riduce a considerale nonne, madri e sorelle che diano appoggio ai protagonisti maschi. Se è così, allora è legittimo che donne e uomini femministi abbandonino la Chiesa cercando altrove risposte più consistenti alle loro vite assetate di senso, giustizia e speranza.

Ma regna la confusione tra i protagonisti del palcoscenico clericale di oggi, i quali sembrano non avere più nulla di significativo da dire a chi vive nel turbine di sfide socio-culturali, economiche, ecologiche e tecnologiche epocali come quelle di oggi.

Dalla considerazione che essi hanno delle donne non può che emergere una esortazione per questi soggetti in primo piano: guardatevi le spalle!

“La teologia femminista ha denunciato come nella Bibbia e nella teologia il punto di vista del maschio sia diventato il punto di vista di Dio, con una conseguente errata denominazione di tutta la realtà: dell’identità di Dio, dell’uomo, della donna e della loro relazione, ma anche della colpa. Gli effetti di questa interpretazione sono stati devastanti non solo per le donne ma anche per gli uomini, relegati a un ruolo di potere e forza che li imprigiona come persone.”

Euro 16,50 (I.i.)

ISBN 979-12-5626-089-8

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