

DALLA RAZIONALITÀ ECONOMICA
ALLA RAZIONALITÀ DELLA VITA
La socialità dell’homo vitalis contro la solitudine dell’homo oeconomicus
Giuseppe Marotta
DALLA RAZIONALITÀ ECONOMICA
ALLA RAZIONALITÀ DELLA VITA
La socialità dell’homo vitalis contro
la solitudine dell’homo oeconomicus
edizioni la meridiana
DALLA RAZIONALITÀ ECONOMICA
RAZIONALITÀ DELLA VITA
DELLA VITA
Piattaforma delle determinanti delle decisioni dell’homo
SANNIO: UNA TERRA DI MEZZO FRAGILE
Sannio vitalis: un ecosistema in fermento
Il cambio di paradigma nei processi di sviluppo delle comunità
Sannio vitalis: lo sviluppo sociale di una terra
PREFAZIONE
C’è un passaggio cruciale, oggi, che attraversa l’economia come attraversa le biografie: smettere di scambiare la potenza con il senso, l’efficienza con la giustizia, la crescita con la fioritura. Le pagine che seguono nascono esattamente da questa inquietudine feconda: la constatazione che la cultura economica dominante ha contribuito a “uniformare il modo di pensare e gli stili di vita”, rendendo i processi economico-sociali quasi ineluttabili e neutrali, mentre cresce un diffuso disagio esistenziale. Il libro di Giuseppe Marotta (con contributi, tra cui quello di Angelo Moretti) mette a tema una domanda che non è più rinviabile: se le crisi sono ormai ricorrenti e sistemiche possiamo davvero uscirne con gli stessi strumenti teorici e politici che le hanno prodotte?
Gli autori rispondono con chiarezza: no. E lo fanno proponendo un cambio di paradigma: dalla “razionalità economica” alla “razionalità strutturale della vita”, centrata sull’uomo, sul senso, sulle relazioni tra persone e con la natura, sulla visione di lungo periodo e sulla resilienza dei sistemi locali dentro un mondo globale. In assoluta linea con l’economia civile, e poi con lo sviluppo del manifesto del rinascimento economico – dove assieme a 300 colleghi italiani abbiamo delineato le caratteristiche di questo nuovo paradigma – incentrandolo su una figura di homo integralis, sviluppato assieme a Guidalberto Bormolini, Mario Biggeri e Giulio Guarino. È la frontiera delle evidenze empiriche che ci dice che siamo
homo integralis, ovvero che la nostra soddisfazione e ricchezza di senso di vita non dipende solo da consumi e reddito, ma primariamente e principalmente da senso/ significato, qualità delle relazioni, generatività/impatto della nostra vita, connessioni e trascendenza.
Partendo da questa necessaria premessa antropologica il punto non è demonizzare il mercato, ma riumanizzarlo: ricondurre l’agire economico dentro una grammatica morale e civile, in cui la libertà non sia soltanto formale, e l’efficienza non si paghi con esclusione, disuguaglianze e distruzione del vivente. In un passaggio illuminante, la critica al neoliberismo viene ricondotta a una questione antropologica: l’“ego isolato” e la pleonexia (il desiderio illimitato) generano fragilità sistemica e insostenibilità, mentre una teoria dell’“utile collettivo” rimette al centro relazione, cooperazione, accesso ai beni comuni e sostenibilità di lungo termine.
È in questo contesto che la figura dell’homo vitalis (in linea con la nostra visione di homo integralis) diventa più di una metafora: è un programma culturale. L’agente economico, in questa prospettiva, costruisce la propria felicità e il proprio benessere dentro un quadro di minimizzazione (fino all’azzeramento) del costo sociale del proprio agire, riconoscendo che diventa perfino “conveniente” partecipare all’azione collettiva per il bene comune e per il benessere dell’ecosistema vitale.
In altre parole: non c’è vera felicità privata senza felicità pubblica.
È esattamente la traiettoria dell’economia civile, ispirata da Antonio Genovesi, fondata su fiducia, reciprocità, fraternità e gratuità; un ’economia che considera l’attività economica come esercizio di socialità e cooperazione tra homines natura amici, che mira a massimizzare bene comune e felicità pubblica.
Non a caso, il testo ricorda come questa tradizione sia stata riscoperta e resa attuale da studiosi contemporanei (tra cui, con onore e responsabilità, anche il sottoscritto).
Il cuore teorico del volume è l’idea che la “vita” sia il bene comune per eccellenza: ciò che va rigenerato e custodito in tutte le sue forme, dentro un umanesimo ecologico che sostituisca l’autocentrismo egoistico e competitivo con la responsabilità della rigenerazione permanente del vivente.
In questa visione anche la reciprocità si estende alla relazione uomo-natura: prendersi cura dell’ambiente diventa un gesto di riconoscenza e lungimiranza, perché dalla natura dipendono concretamente cibo, aria, acqua, salute, benessere e futuro.
Questa impostazione dialoga naturalmente con lo spirito del “Manifesto del Rinascimento Economico”: non un ’aggiunta cosmetica al paradigma dominante, ma un cambio di sguardo che rimette al centro la dignità, la qualità delle relazioni, la generatività sociale e la sostenibilità integrale. Il “rinascimento” non è nostalgia: è capacità di riaprire possibilità, di ricucire i legami tra economia e vita, tra territorio e destino comune.
È qui che il libro si fa particolarmente prezioso, perché non resta nel cielo delle buone intenzioni. Nella parte dedicata al Sannio, l’idea di homo vitalis viene messa alla prova come forma organizzativa della società: un ecosistema vitale è spazio umano, civile, relazionale, culturale e naturale, in cui la vocazione al bene comune e alla felicità pubblica si traduce in pratiche, reti, istituzioni di comunità.
È un messaggio importante: i cambi di paradigma non accadono solo nei libri o nelle conferenze; accadono quando diventano comunità; quando generano istituzioni; quando formano nuove competenze e nuove metriche del valore.
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Per tale ragione leggere questo volume significa anche accettare una sfida: smettere di pensare che il fine dell’economia sia “il bene totale” come somma di utilità individuali e tornare a pensare il bene comune, come “utilità di ciascuno insieme a quella di tutti gli altri”, con la conseguenza radicale che nessuno può essere lasciato indietro.
È una frase che non è solo etica: è strutturalmente economica, perché società diseguali sono società fragili, incapaci di reggere transizioni e shock, dunque incapaci di futuro.
Chi apre queste pagine troverà un ’analisi severa delle contraddizioni del paradigma mainstream, ma soprattutto una proposta: una piattaforma valoriale e concettuale che connette beni materiali, beni relazionali, beni comuni e beni pubblici come nutrimento della persona e della comunità, dentro un ecosistema vitale in cui l’autorealizzazione non è contro gli altri, ma con gli altri.
È, in fondo, un invito a reimparare la relazione, a riconoscere che la vita buona è sempre una vita “ con ” : con le persone, con i territori, con le generazioni future, con la natura.
Se un prefatore deve augurarsi qualcosa, è questo: che il lettore non cerchi in questo libro un manuale di consolazione, ma uno strumento di conversione dello sguardo e uno strumento che aggrega e spinge all’azione, rendendoci generativi. Perché oggi la vera innovazione non è fare le stesse cose un po ’ meglio. È scegliere fini diversi. È uscire dalla trappola dell’ottimizzazione. È rientrare nella logica della vita.
Leonardo Becchetti
Professore ordinario di Economia Politica, Università di Roma Tor Vergata
INTRODUZIONE
La fase storica che stiamo vivendo si caratterizza per il rarefarsi del “pensiero critico”; la presenza di diverse situazioni di “dipendenze”; una significativa asimmetria tra sviluppo tecnologico e sviluppo umano; un diffuso “disagio esistenziale”, che rende la vita sempre più infelice e svuotata di senso.
La cultura mainstream in campo economico ha plasmato la vita delle persone uniformando il modo di pensare e gli stili di vita, portando a considerare i processi economico-sociali e tecnologici come ineluttabili, indipendenti dalla volontà degli uomini e neutrali. Le eventuali conseguenze negative di tali processi sono etichettate come effetti indesiderati, non prevedibili, a cui è chiamato a rispondere lo Stato con politiche compensative e riequilibratrici.
La debolezza del “pensiero critico” risiede nell’assenza, all’interno della cultura dominante, di una tensione etica e politica orientata alla riflessione sulle cause determinanti le disfunzioni economiche e sociali, e in un agire mirato all’eliminazione/mitigazione dei sintomi. In tal modo le cause continuano a determinare una lunga storia di crisi ricorrenti, sempre più profonde, fino ad arrivare alla “crisi di sistema” attuale; una crisi multidimensionale (pluricrisi), che mette in grave affanno sia gli Stati (crescita del debito) sia i cittadini, prefigurando un futuro poco rassicurante per l’umanità e per il pianeta.
La razionalità economica e la ricerca spasmodica dell’interesse personale hanno radicato negli uomini l’ansia del possesso materiale, declinato in varie forme: ricerca di profitto illimitato, che porta a vivere in funzione di esso, a identificarsi con esso, causando un condizionante legame di dipendenza; la “bulimia consumistica”, che fa perdere il valore dei beni, creando insoddisfazione e frustrazione latenti, dipendenza dall’acquisto continuo, indipendentemente dai bisogni e, talvolta, dalla disponibilità economica.
Lo sviluppo tecnologico ha conosciuto un’impennata, mai sperimentata prima, a partire dall’inizio del nuovo secolo, sotto la spinta delle Big Tech Company a ricercare nuovi e più remunerativi mercati per soddisfare l’ansia (dipendenza) da profitto degli azionisti. La preoccupazione prevalente del management di queste company è stata, ed è, quella di produrre beni in maniera crescente, non per rispondere ai bisogni dei cittadini e della società, ma per assecondare il desiderio di ricchezza illimitata degli azionisti. Gli ultimi quarant’anni sono stati, infatti, segnati dalle priorità esclusive di questi ultimi, ai cui interessi si sono strumentalmente uniformati i management aziendali, ignorando i problemi e le esigenze del mondo reale che, di fatto, ruotava principalmente intorno a loro. Così, mentre pochi supercapitalisti si sono andati arricchendo sempre più, concentrando la ricchezza mondiale, la società ha sperimentato (e sta sperimentando) situazioni di disuguaglianze crescenti, di povertà, di disagi plurimi, registrando uno svuotamento della vita dell’uomo.
Siamo di fronte a una significativa asimmetria tra sviluppo tecnologico e sviluppo umano, avendo raggiunto i massimi livelli tecnologici, causa di uno stato di “ebrezza di invincibilità” dell’umano e conseguenza, al tempo stesso, di un ’ampia “povertà esistenziale”, che in molti casi
17 determina vere e proprie sindromi di “mal di vivere”. In sostanza gli esiti dello sviluppo economico neoliberista hanno sicuramente fatto registrare elementi positivi di crescita materiale della ricchezza e dei tenori di vita, ma, contemporaneamente, hanno indotto la società a essere dominata da disagi esistenziali plurimi (economici, sociali, tecnologici, ambientali, climatici), che hanno trasformato il senso della vita, in direzione di una tensione continua al possesso illimitato di beni materiali, indipendentemente dai bisogni. Un possesso come simbolo effimero di autorealizzazione e di status sociale che, svuotando di significato e di valori la vita, rende gli uomini sempre più alienati e infelici, alla ricerca di compensazioni che spesso sfociano nelle moderne forme di dipendenza oppure nella partecipazione a forme di radicalismo politico che minacciano la democrazia. Il quadro schematicamente richiamato è la conseguenza dell’agire indisturbato del potente homo oeconomicus che – in circa due secoli e mezzo dalla sua nascita – è riuscito a plasmare la società, in tutti i suoi ambiti (economici, sociali, politici), facendole assorbire, come naturale regola comportamentale, la sua logica razionale, basata sull’egoismo, sull’interesse personale e sull’efficienza ottimizzante delle scelte, in ogni campo dell’agire umano. È stato, quello dell’homo oeconomicus, un agire indisturbato, poiché tutti i tentativi di correzione del suo modus operandi, intervenuti nel corso della storia, hanno operato sempre all’interno della cornice del paradigma della razionalità economica e dell’individualismo metodologico, senza mai metterla seriamente in discussione, ma semplicemente mitigandone e/o compensandone i “fallimenti”.
Tuttavia lo scenario è cambiato negli ultimi anni: le criticità economiche e sociali, derivanti dall’ancora non
superata crisi del 2007-2008, sono significativamente peggiorate a partire dal 2020, per effetto di alcuni shock esogeni non prevedibili: quali la pandemia, il blocco del canale di Suez, dovuto all’incagliamento di una nave container, l’invasione russa dell’Ucraina. Tre eventi comparsi sullo scacchiere globale, inaspettati e improbabili, che hanno improvvisamente messo in ginocchio l’ordine economico globale, determinando una situazione di instabilità e incertezza, generando una diffusa situazione di fibrillazione del potere politico mondiale, alla ricerca di un nuovo ordine globale che non appare semplice da raggiungere.
I tre shock globali richiamati – più di tutte le crisi susseguitesi nei decenni a partire dagli anni Settanta – hanno aperto una breccia profonda nel paradigma neoliberista, facendo fiorire un’interessante e proficua letteratura economica tendente a proporre paradigmi alternativi a quello dominante della razionalità economica, in ragione della sua evidente incapacità a fronteggiare le sfide globali, le loro interconnessioni e la complessità che le sottende.
Il presente volume si colloca su questa scia, proponendo un ulteriore contributo al dibattito, in un momento in cui pare sia molto cresciuta la sensibilità di tutti (cittadini, politici e istituzioni) sui grandi temi delle sfide globali e, contestualmente, va decisamente scemando l’incondizionata fiducia nelle capacità dell’homo oeconomicus di poterle trattare efficacemente.
L’idea è quella di definire un programma di ricerca finalizzato a ridare senso alla vita, attraverso stili comportamentali dell’uomo orientati alla rigenerazione materiale e spirituale della vita stessa – di tutte le forme di vita –per arrivare a un equilibrio armonico nelle relazioni economiche e sociali (uomo-uomo) e nelle relazioni ecologiche (uomo-natura).
Un percorso possibile che è, in primo luogo, di costruzione teorica di una razionalità sistemica più umana, che abbiamo definito “razionalità strutturale della vita”, intesa come una bussola per l’agire umano in coerenza con una “forma di vita ottimale” di lungo periodo. Coerentemente con tale paradigma viene definito l’homo vitalis, vocato alla socialità, alla cooperazione con un alto senso della vita, il quale considera il presente come una tappa importante per costruire un futuro migliore di felicità, di autorealizzazione, per sé e per tutti gli uomini, di rigenerazione permanente degli ecosistemi naturali, ridefiniti “ecosistemi vitali”. L’impianto teorico proposto ha la finalità di dare senso alla vita, di dare dignità agli uomini e a tutti gli esseri viventi nello spazio e nel tempo. Una visione che assume la “vita, tutte le forme di vita” come un bene comune universale, che si contrappone alla logica distruttiva della vita dell’homo oeconomicus, logorato dall’ansia di consumare tutto il presente, come se il mondo fosse all’ultimo step, all’ultimo respiro, prima del vuoto totale.
Un percorso che è, in secondo luogo, di testimonianza di una realtà territoriale dove le “vite” hanno valore, sono curate, hanno una dignità, sono quotidianamente celebrate. Nel testo – a dimostrazione che il paradigma sistemico della “razionalità strutturale della vita” non è utopia, ma qualcosa di concreto che si sta già sperimentando dal basso, dai territori – viene riportata l’esperienza in progress di “economia sociale” che il mondo del “Terzo settore” sta sperimentando nel Sannio (Benevento).
Il Sannio, provincia interna della Campania, è un territorio fragile, tormentato dallo spopolamento e dall’invecchiamento, a cui l’efficienza contabile della razionalità economica ha chiuso (e sta chiudendo) molti dei “servizi essenziali” (istruzione e formazione, sanità, trasporti, ser-
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vizi commerciali, servizi vari) nelle realtà territoriali più critiche, in quanto finanziariamente insostenibili. Una chiusura che mortifica la dignità degli uomini residenti, i cui diritti sono, di fatto, riclassificati verso il basso dall’efficienza dell’homo oeconomicus, che per ridurre i costi dei servizi, finisce per crearne di enormi per il presente e il futuro, a causa dei danni irreparabili ai territori (frane, incendi boschivi), ai patrimoni edilizi, al paesaggio e agli ecosistemi, che si vedono minacciata la sopravvivenza. Il venir meno delle persone in questi territori significa, infatti, ridurre le prospettive di vita presente e futura. Quello che un tempo era l’“osso” – nella felice metafora del grande meridionalista Manlio Rossi-Doria –per l’homo oeconomicus può diventare “ carcassa ” , materia in decadimento senza vita.
Per fortuna nel Sannio, oltre all’homo oeconomicus, ci sono tanti uomini veri, in carne e ossa, che amano la vita e si impegnano per rigenerarla, frenando la triste prospettiva del “territorio carcassa ” . Tra questi ci sono anche tante persone del Terzo settore che col tempo hanno creato diverse cooperative sociali, generando una sorta di “ecosistema sociale”, che ha dato vita a modelli di “welfare di comunità”, come risposta alle carenze di “servizi essenziali”: dove lo Stato ha buttato la spugna, il Terzo settore si è rimboccato le maniche per ridare dignità alla vita. Le esperienze realizzate dal Terzo settore hanno creato fermenti vitali diffusi, da cui si è generata una “cultura sociale” di valorizzazione della solidarietà, della reciprocità, della fiducia e, in generale, della vita che ha costituito un humus fecondo per la creazione della “Fondazione di Comunità” di Benevento. Una fondazione con la finalità di raccogliere donazioni per finanziare progetti di sviluppo locale, di sviluppo umano e di rigenerazione urbana e territoriale, con l’obiettivo strategico di ridare
senso alla vita, a tutte le forme di vita, rendendo il territorio accogliente: un “territorio welcome” . Il Sannio rappresenta un insieme di “fermenti sociali”, che vanno in direzione della creazione di un “ecosistema vitale”, animato da homines vitalis, che si impegnano per sanare i passaggi distruttivi della vita dell’homo oeconomicus.
Questo libro nasce anche dall’esperienza di economia sociale che i tre autori, con ruoli e responsabilità diverse, hanno vissuto nel Sannio; nasce dal confronto continuo con territori e persone fragili, la cui sofferenza spesso si aggrava per l’assenza di una prospettiva di vita dignitosa.
Il libro si compone di sei parti. Nella prima vengono descritte le criticità del mondo economico, sociale, ambientale e climatico, che hanno portato alla crisi di sistema attuale.
Nella seconda vengono richiamate le principali critiche all’egoismo e alla razionalità economica, insieme a un ’analisi delle disfunzionalità implicite dell’homo oeconomicus, basata su una metafora originale dell’“uomo prisma”.
La terza – partendo da una ricostruzione degli elementi caratterizzanti alcune importanti teorie alternative a quella mainstream (economia civile, economia umana ed economia per lo sviluppo integrale dell’uomo) – conduce alla definizione di un paradigma sistemico denominato della “razionalità strutturale della vita”.
La quarta individua e definisce gli elementi fondanti della “razionalità strutturale della vita”: ecosistema vitale, homo vitalis, economia vitale identitaria ed etica sistemica della vita.
Nella quinta viene presentato il “caso-studio Sannio”. Infine, nella sesta, viene indicato un possibile percorso per un cambio di paradigma ineludibile.
La proposta qui formulata non è la risposta alla crisi.
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Essa vuole essere semplicemente un contributo al dibattito in corso, messo sul tavolo da chi quotidianamente opera, professionalmente e/o con attività di volontariato, a contatto con territori e persone con “povertà esistenziali”, ma che amano la vita e chiedono una mano per rigenerarla.
CRISI DI SISTEMA
CRONACA DI UNA CRISI DI SISTEMA
ANNUNCIATA
Crisi ricorrenti
L’economia mondiale sta attraversando una lunga fase di difficoltà strutturali, una vera e propria crisi di sistema che sta mettendo in forte affanno gli Stati, le cui politiche economiche risultano essere sempre più inefficaci. Si tratta di una crisi che viene da lontano. Dopo il crollo del 1929 e la Seconda guerra mondiale, l’Occidente ha conosciuto il “trentennio glorioso”, caratterizzato dalla crescita della produzione, del commercio internazionale e del reddito delle famiglie. Finita questa fase comunemente nota come boom economico, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso è iniziato un periodo, tuttora in corso, caratterizzato da un susseguirsi di crisi, sempre più frequenti:
• le due crisi petrolifere del 1973 e 1979, che hanno portato alla stagflazione, caratterizzata dal manifestarsi contestuale di inflazione e recessione;
• la recessione globale del 1980-1982, causata in buona parte dalla seconda crisi petrolifera del 1979;
• il “lunedì nero ” del 1987, ricordato come uno dei più famosi crolli nella storia delle borse, che dimostrò la fragilità dei mercati e la loro interconnessione globale. L’indice Dow Jones a Wall Street registrò un calo del 22,6%, mentre Hong Kong e Madrid cali ancora superiori.
Dalla risposta alla crisi del 1929, fino a tutti gli anni Ottanta, le ricette anticrisi praticate in Occidente sono state prevalentemente di ispirazione keynesiana, basate, cioè, su un ruolo centrale dell’intervento pubblico a sostegno della domanda aggregata, come stimolo della crescita. Queste politiche sono state di riferimento per la gran parte dei paesi occidentali. Tuttavia, pur attenuando le criticità delle crisi, esse non riuscivano a mettere stabilmente al sicuro l’economia dal loro continuo ripresentarsi, divenendo sempre più inefficaci e costose per i contribuenti.
A partire dall’immediato secondo dopoguerra, parallelamente allo svolgersi delle dinamiche economiche richiamate, si sviluppò in Europa un movimento politicoeconomico teso ad affermare il pensiero neoliberale in economia, che portò alla fondazione ad aprile del 1947 della “Mont Pelerin Society”, inizialmente composta da 36 membri (economisti, storici, filosofi e altri) divenuti circa un migliaio verso il Duemila. Dalla nascita della “Mont Pelerin Society” iniziò la lunga marcia che ha portato il neoliberismo a conquistare un ’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa e degli Stati Uniti, in contrapposizione alle politiche keynesiane1 e a ogni altra politica basata sull’intervento pubblico.
La Thatcher nel 1979 e Reagan nel 1980 sono stati i primi governanti occidentali a implementare politiche basate su principi neoliberisti. L’essenza dell’economia liberista, i cui padri ispiratori sono stati gli economisti Friedrich von Hayek e Milton Friedman, componenti di primo piano della “Mont Pelerin Society”, è sintetizzabile in un mercato libero – inteso come deregola-
1 Per un approfondimento sull’ascesa del neoliberismo in Occidente si veda Foroohar, 2025; Gallino, 2024; in quest’ultimo articolo l’autore ricostruisce la storia del neoliberismo dal 1947 fino ai giorni nostri, evidenziandone anche i molteplici fallimenti.
In sostanza, contrariamente alle politiche keynesiane, il neoliberismo attribuisce un ruolo centrale alle imprese private e alle agevolazioni fiscali rivolte alle stesse, al fine di stimolare l’offerta, dunque, la crescita. Lo stimolo continuo dell’offerta ha portato al cosiddetto “paradigma della crescita illimitata”. Le imprese, infatti, per realizzare gli obiettivi di massimizzazione del profitto, e la crescita del valore delle azioni, hanno puntato in modo significativo sull’efficienza e sulle economie di scala, determinando le condizioni per la concentrazione della produzione e l’ascesa delle imprese multinazionali in tutti i settori dell’economia.
Le grandi imprese, ma soprattutto le multinazionali, sulla scia dell’onda neoliberista che si andava consolidando, al fine di trovare sbocchi alla produzione in continua crescita, hanno spinto, oltre che sulla differenziazione dei mercati, anche e soprattutto, in direzione dell’allargamento del mercato a livello globale. Così in due tappe importanti – il 1994 con la nascita della World Trade Organization (WTO) con la finalità di favorire il libero mercato e il commercio a livello mondiale; il 2001 con l’apertura della WTO alla Cina – si è dato l’avvio alla globalizzazione del mercato, ovvero l’estensione dell’eco-
27 mentato, capace di autoregolarsi – e nella riduzione del ruolo dello Stato e delle politiche pubbliche. L’equilibrio complessivo del sistema economico sarebbe stato garantito dall’effetto trickle-down (effetto gocciolamento), secondo il quale le agevolazioni fiscali per le imprese (e per i ricchi) avrebbero portato benefici, che in una fase successiva si sarebbero riversati a cascata su tutta la società, a vantaggio di tutti. Così si affermò l’idea che le forze di mercato avrebbero garantito lo sviluppo: mercato e competizione divennero le parole d’ordine per tutti: politici, imprenditori, manager e cittadini.
nomia di mercato neoliberista a livello mondiale, salutata come la panacea di tutte le criticità economico-sociali, che avrebbe garantito un futuro di progresso e prosperità a livello globale.
In questa direzione il terzo millennio parte con il trionfo a livello globale della visione neoliberista, a cui la “Mont Pelerin Society” aveva consacrato la sua mission fondamentale.
Il neoliberismo ha, inoltre, favorito anche un cambiamento sostanziale nello sviluppo delle imprese high tech, con la contestuale affermazione di una nuova forma di capitalismo – a cui è stato dato il nome di “capitalismo della sorveglianza”2 – nato dalla crisi delle grandi società high tech, intervenuta sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, a causa della saturazione del mercato del software. Queste imprese, sotto pressione dall’ansia di guadagno da parte degli investitori (azionisti), iniziarono a esplorare nuovi modelli di business. Nel Duemila Google determinò una svolta: mutando il servizio rivolto ai cittadini (clienti) in sorveglianza, catturandone informazioni personali, poi archiviate in cosiddetti big data. L’evoluzione di questa scelta ha determinato un passaggio da parte delle imprese high tech, grazie all’uso di algoritmi sempre più sofisticati: dai dati personali dei cittadini (big data) ne vengono ipotizzati i “comportamenti futuri” – definiti dalla Zuboff “surplus comportamentali” – ovvero prodotti predittivi, venduti alle imprese per una pubblicità “mirata” agli stili di vita e ai gusti delle persone.
Il capitalismo della sorveglianza entra, così, nella vita delle persone: i dati elaborati dal loro comportamento diventano materia prima di un nuovo business model, quello dei comportamenti futuri da vendere agli agenti
2 Cfr. Zuboff, 2019.
economici per consentire loro di realizzare un ’offerta mirata, grazie alla quale indurre i cittadini a comportamenti di acquisto a loro favorevoli3.
Un’ulteriore forma evolutiva del capitalismo, diffusa soprattutto negli Stati Uniti, è quella che va sotto il nome di “capitalismo woke4” . Il termine woke compare per la prima volta nel 1962 nel titolo di un articolo pubblicato su “The New York Times” dal titolo If You’re Woke, You Dig It. A giugno del 2017 il termine woke (inteso come consapevole, all’erta) è entrato nell’Oxford English Dictionary, chiarendo che, nel linguaggio afroamericano, si riferisce comunemente all’essere “ben informati” o “attenti” alla discriminazione e alle ingiustizie razziali o sociali.
Come è spesso accaduto, nella storia degli Stati Uniti, il gergo afroamericano ha assunto, col tempo, un significato opposto, tale da essere oggi utilizzato per connotare una persona con una moralità falsa, superficiale e ipocrita.
In economia l’aggettivo woke è stato associato a imprese che, pur continuando la loro politica di massimizzazione del profitto, sostengono pubblicamente cause sociali e socialmente progressiste. Per capitalismo woke si intende l’insieme di queste imprese, nonché della cultura sottostante.
Questa tendenza è stata (ed è) molto criticata dai “capitalisti puri”, i quali hanno sempre sostenuto che essere woke significa distrarre risorse aziendali dalla mis-
3 Il capitalismo della sorveglianza si è affermato rapidamente nei primi decenni del terzo millennio grazie a due circostanze: la prima è stata la spinta alla diffusa deregolamentazione neoliberista, che ha frenato l’intervento regolatorio su un mercato, peraltro delicato (si pensi alla privacy), quale quello dell’estrazione dei dati sui comportamenti delle persone; la seconda è legata all’esplosione del terrorismo internazionale (a partire dall’11 settembre 2001), che ha reso la sorveglianza uno strumento di prevenzione utile ai governi. Peraltro la compiacenza della politica nei confronti del capitalismo della sorveglianza è legata anche al fatto che spesso essa stessa si è avvantaggiata, e si avvantaggia, di questi strumenti in campagna elettorale.
4 Cfr. Rhodes, 2023.
sione principale di un ’azienda, che è quella di fare profitti per gli azionisti. Milton Friedman (come già ricordato, tra i padri del neoliberismo) è stato uno dei principali ispiratori delle critiche al capitalismo woke, sostenendo che la vera responsabilità sociale delle imprese è quella di aumentare i propri profitti; mentre i “capitalisti woke” sostenevano, e sostengono, che le imprese dovrebbero essere attivamente coinvolte in cause politiche progressiste a beneficio della società.
Rhodes avverte in merito alla pericolosità della posizione sostenuta dai capitalisti woke:
lo spostamento dell’azione delle imprese a favore di cause politico-sociali e ambientali sposta la sfera politica nelle mani di queste ultime (imprese), le quali valuteranno tutto secondo il loro metro naturale della convenienza e del profitto.5
Le due forme di capitalismo appena richiamate (sorveglianza e woke) rappresentano un ulteriore passo avanti del dominio dell’economia sulla politica, che porta a una società sempre più materiale e più tecnologica, in cui perdono importanza le persone, i beni immateriali, i beni comuni e la cultura umanista, con ripercussioni preoccupanti sulla tenuta della democrazia.
Nel mentre il neoliberismo prendeva corpo e si consolidava, nelle sue diverse forme, incluse quelle della sorveglianza e del woke, le crisi economiche non hanno cessato di esistere né hanno rallentato, anzi, il loro susseguirsi ha registrato intensità talvolta superiori. A cadenze periodiche, infatti, si sono manifestate:
• la crisi finanziaria asiatica, avvenuta tra il 1997 e il 1998, ha avuto ripercussioni negative anche in Occidente;
5 Ibidem.
• la crisi argentina del 2001, con un forte impatto su un ’ampia platea di risparmiatori, soprattutto occidentali, che avevano sottoscritto i titoli del debito argentino su indicazione di consulenti finanziari e banche; • la crisi dei titoli subprime del 2007-’08, esplosa negli Stati Uniti ed estesasi in Europa, considerata una crisi emblematica del fallimento neoliberista, una sorta di crisi di sistema, di cui ancora oggi si avvertono le conseguenze; una crisi non opportunamente avvertita (il neoliberismo non l’ha prevista), non spiegata e i cui rimedi proposti (politiche di austerity) hanno peggiorato la situazione6.
Come mai – pur cambiando i paradigmi (da Keynes al neoliberismo) e le forme del capitalismo (finanziario, sorveglianza, woke) – le crisi continuano a rincorrersi con frequenze sempre più ravvicinate, fino ad arrivare alla crisi di sistema attuale?
Per rispondere alla questione è necessario approfondire alcune tra le dinamiche più significative degli ultimi decenni, partendo da un ulteriore interrogativo: qual è stata la strategia delle imprese dell’economia reale nel corso degli ultimi quarant’anni al fine di cogliere i benefici del libero mercato globale?
Sotto la pressione continua degli azionisti le grandi imprese occidentali hanno scelto la strategia dell’efficienza e dell’esternalizzazione, cioè la delocalizzazione della produzione e del lavoro nelle aree del mondo –soprattutto l’Asia, in particolare la Cina – dove il costo della manodopera era (e rimane tuttora) più basso e i vincoli ambientali meno stringenti. Questa strategia, favorita anche dalle innovazioni nei trasporti via mare (navi con-
6 Cfr. Gallino, op cit
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tainer)enelletelecomunicazioni(leretidelcapitalismo dellasorveglianza),haprodottounnuovoordineeconomicomondiale,basatosulle“catenelunghediapprovvigionamento”.Grazieaquestonuovoordinemondiale,le grandiimpreseoccidentalihannofattoricorso,peranni, afornitoridisemilavoratie/oprodottifiniti,localizzati nell’altrapartedelmondo,occupandosisolodiassemblaggiofinaleosemplicementedellameraapposizione del“brandaziendale”perlacommercializzazionesul mercatoglobale.Unalogisticaproduttivachegarantiva l’efficienza,lacrescitadelprofittoedelvaloredelle azioni(shareholdervalue),chehafattoassurgerelaCinaa nuova“fabbricadelmondo”,contassidicrescitaeconomicamoltoimportanti7.
7 Perunapprofondimentodelnuovoordineeconomicobasatosulle “catenelunghediapprovvigionamento”sirimandaaForoohar, op.cit.
Mai come in questa fase storica c’è tanta incertezza e confusione sul futuro dell’umanità e del pianeta; la ricchezza si produce senza uomini e senza materie prime. La sorveglianza dei comportamenti umani e la “produzione di denaro a mezzo di denaro” sono diventate le linee strategiche dell’attuale fase del capitalismo. La nuova religione di un’élite di super-capitalisti e di tecno-capitalisti indica e impone una nuova visione del mondo, induce scelte e comportamenti in tutti gli ambiti dell’agire umano, rendendo la vita alienata, disumana, funzionale al meccanismo perverso dell’accumulazione illimitata di ricchezza, concentrata sempre più nelle mani di pochi e senza alcun rispetto dell’ecosistema ambientale. Partendo da queste analisi, Giuseppe Marotta si chiede se sarà possibile, e in che modo, superare questo paradigma economico, elaborandone uno ispirato alla vita nella sua complessità strutturale e integrale, in cui l’uomo, nella sua pienezza valoriale, persegua la felicità pubblica e il benessere della natura nello spazio e nel tempo, in una logica di “One Life”. La risposta è nella capacità trasformativa della società civile, che già in molte realtà territoriali fragili sta dando prova di una capacità rigenerativa della vita, in tutte le sue forme, riconsegnando una prospettiva di senso alla presenza umana sul pianeta.
Euro 20,00 (l.i.)
ISBN 979-12-5626-102-4
