ILARIA DE VANNA COLTIVARE UMANITÀ
Manuale involontario di botanica umana

edizioni la meridiana
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edizioni la meridiana
Manuale involontario di botanica umana
edizioni la meridiana
di Anna Coppola De Vanna1
Questo libro, che è di non facile catalogazione secondo le categorie classiche, è un libro strano, stupefacente nel senso che in chi lo legge desta lo stupore di imbattersi nello stesso stupore dell’autrice allorché incrocia le imprevedibili e incredibili meraviglie in cui si dispiega l’esistenza degli esseri viventi, nello specifico esseri umani e piante, soprattutto in termini di connessioni, intrecci, mutualità, legami solidaristici, innesti e contaminazioni.
Già nel titolo è presente una chiara contaminazione terminologica derivante dall’associazione ardita di due termini, coltivare e umanità, che appartengono a due universi concettuali fondamentalmente diversi. Eppure, lungo tutte le pagine del libro, attraverso connessioni inusuali, percorsi cognitivi non ordinari, risonanze, cambi di sguardo e di prospettiva, resoconti di esperienze, ricostruzioni di storie personali e collettive, questi due termini ritrovano una loro congruenza semantica.
Questi percorsi sfociano in incredibili scoperte, in nuove visioni della straordinarietà delle cose minuziose, dei cambiamenti impercettibili, del potere ricostruttivo
1 Anna Coppola De Vanna è psicologa e psicoterapeuta, mediatrice familiare ed esperta di Giustizia Riparativa. Il suo Modello Mediterraneo di Mediazione, riconosciuto a livello nazionale e Internazionale, ridisegna un approccio umanistico-trasformativo orientato a ricostruire i legami interpersonali e comunitari lacerati dal conflitto.
delle fragilità, della qualità riparativa della resilienza, della costanza, della comprensione e della benevolenza.
Questo è un libro ricco di esortazioni alla cura, alla pazienza, alla lentezza, alla saggezza dell’attesa del disvelarsi del bello, anche quando il contesto suggerisce e orienta alla rinuncia, alla desolazione.
Recuperando il doppio significato del termine coltivare, che indica la capacità di rendere i terreni produttivi con particolari cure e anche l’attitudine alla dedizione e alla cura di qualcosa o qualcuno, l’autrice si muove con passo lieve e sguardo pensoso attraverso i sentieri che indicano la strada per la ricerca e il riconoscimento di quegli sprazzi di umanità portatori di una impensata forza trasformativa e riparativa dei singoli e delle comunità.
D’altra parte, l’accostamento dei due termini ha già ispirato altri studiosi: basti pensare a Marta Nussbaum che nel testo Coltivare l’umanità prospetta un’idea di educazione orientata a formare cittadini del mondo mediante percorsi educativi che sviluppano il pensiero critico capace di oltrepassare il pregiudizio, sviluppare processi logici autonomi e coltivare l’immaginazione narrativa e l’empatia in favore della costruzione di legami comunitari.
Si tratta di un saggio che ripropone, con un linguaggio tecnico-speculativo, teorie e principi, obiettivi e strategie per adeguare i processi educativi alle trasformazioni socioculturali dei tempi moderni e alle istanze evolutive dei singoli e delle comunità.
Nel caso del libro che stiamo esaminando, l’autrice, in maniera del tutto divergente, prende a prestito l’atteggiamento curioso del botanico per indagare le straordinarie strategie di radicamento, sviluppo, fioritura, sopravvivenza, mutualità delle piante e scoprire impre-
vedibili comportamenti “sociali” che rimandano alle organizzazioni nei consessi umani.
“La botanica è piena di storie di resilienza che nessuno studioso ha inventato: le ha solo osservate e ne è rimasto meravigliato.”
È la stessa attonita meraviglia che coglie di sorpresa l’autrice allorché il suo lavoro con target di gruppi diversi e difficilmente omologabili, proprio attraverso sotterranee connessioni umane, scopre il valore trasformativo e riparativo delle contaminazioni, degli incroci, degli innesti.
La botanica umana appunto.
Quello che sorprende il lettore è che tutto accade nel qui e ora, come risultato di un paziente e sapiente lavoro di osservazione, comprensione, empatia, ascolto, dialogo tra persone che, sul piano sociologico e logico e del pensiero ordinario, non hanno nulla in comune e dunque non sono nelle condizioni di comunicare, ma sotto l’aspetto ontologico appartengono a una specie che li comprende, ovvero li include: quella umana.
Questa appartenenza oltrepassa anche la rigidità dei luoghi fisici e geografici che li separano, creando le condizioni perché insieme possano ricostruire un territorio condiviso, simbolico e relazionale che tutti possono abitare, coltivando riconoscimenti reciproci e metafore creative che ridisegnano storie passate e rappresentazioni di aspirazioni traducibili in progetti futuri di vita. Chi frequenta per scelta i territori delle emarginazioni, delle fragilità, delle solitudini, delle ingiustizie sa che non è possibile volgere lo sguardo altrove, che non sono contemplate indifferenza, superficialità, approssimazione o deleghe; al contrario, sente che è chiamato a osservare attentamente, a riconoscere sia i segni delle ferite, delle mancanze, delle crepe per prestarvi soc-
corso, sia i richiami della determinazione, della resilienza, del coraggio per incoraggiare e accompagnare possibili fioriture.
“Osservare le fioriture che nascono nelle crepe del disastro” è l’espressione utilizzata nel testo Botanica della meraviglia di Andrea Colamedici e Maura Gangitano, che raccoglie pensieri filosofici e riflessioni sulla necessità di restare umani, utilizzando l’arte di coltivare lo stupore e la meraviglia.
Un percorso filosofico che documenta i “fiori” che crescono nei posti improbabili, come si legge in alcune recensioni del testo.
Ci sono assonanze tra botanica umana e botanica della meraviglia: entrambe esortano, non per ingenuo ottimismo ma per un imperativo etico, a non arrendersi alle brutture del mondo e a cercare ostinatamente indizi di possibili rimedi, riparazioni, rinascite.
La differenza è nel metodo della ricerca: quella modulata nel testo di Ilaria De Vanna può davvero essere definita “sul campo ” in senso letterale, dal momento che essa è il risultato di un ’esperienza vissuta all’interno di un progetto di pratiche riparative di comunità.
L’espressione sul campo è pertinente anche perché la pratica riparativa si costruisce attraverso la condivisione di uno spazio, un luogo, un cerchio, un contenitore di confronto, di dialogo, di narrazioni, di riconoscimento reciproco tra componenti di due gruppi diversi: quello delle persone che hanno commesso un danno/reato e quello dei rappresentanti della comunità che ha subito una lacerazione dei legami a seguito di quel danno.
È possibile sperimentare “in quel cerchio la possibilità di parlarsi, guardarsi, di scoprire, spesso con sorpresa, che l’altro – quello che si immaginava lontano, diverso, persino pericoloso – assomigli, nei suoi desideri, nei suoi
dolori, nelle sue paure, in modo sconcertante a sé”.
In questo contenitore, sorprendentemente, si manifesta la peculiare attitudine alla cura, alla coltivazione dell’umanità.
Infine, tutti i partecipanti a questa inaspettata esperienza “sul campo ” hanno condiviso il programma di coltivazione degli spazi utilizzando gli arnesi di chi coltiva la terra e le qualità dell’attenzione e della pazienza che la cura delle piante reclama.
Il cammino di ricerca e scoperta dissemina il libro di tutta una serie di “istruzioni per la cura ” utili per la costruzione di un manuale, ma l’autrice lo definisce, gioiosamente, “involontario”, suggerendo che coltivare le piante o l’umanità richiede impegno, sapienza, fatica, ma restituisce leggerezza, stupore e meraviglia in uno scambio di reciprocità sorprendente e duraturo.
Prima di piantare qualcosa, bisogna conoscere il terreno
Esistono luoghi che la città conosce ma non guarda.
Il carcere è uno di questi. Esiste lì, oltre un confine preciso: un muro, un cancello, una distanza che non è solo fisica. E lo si lascia stare, come si lascia stare qualcosa che appartiene a un ordine di cose che è preferibile non interrogare troppo. Dentro ci sono persone. Fuori ci sono altre persone. E nel mezzo un vuoto che nessuno ha ufficialmente incaricato di colmare.
Il progetto che ha portato all’idea e alla creazione di questo libro nasce da un tentativo ostinato, artigianale, profondamente umano, di colmare quel vuoto. O meglio, di attraversarlo. Forse anche di abitarlo o di renderlo meno vuoto. Non con grandi dichiarazioni né con l’arroganza di chi pensa di avere soluzioni, ma con il gesto più antico e più semplice che esista: avvicinarsi. Sedersi. Parlare. Ascoltare.
Il progetto che queste pagine raccontano si inscrive in quelle che vengono definite pratiche riparative di comunità e che fanno parte dell’evoluzione della trentennale storia della Cooperativa C.R.I.S.I. nel campo della Giustizia Riparativa.
Le pratiche riparative di comunità sono percorsi di incontro e dialogo tra gruppi eterogenei di persone: da una parte detenuti, ex detenuti, persone in comunità di recupero; dall’altra cittadini comuni, rappresentanti della società civile, volontari, professionisti. Non c’è un reato specifico da affrontare, non c’è un tribunale che sorve-
glia, non c’è un giudice che decide. C’è solo lo spazio protetto del dialogo, la volontà di conoscersi oltre le etichette, il desiderio di ricucire legami comunitari lacerati. Il progetto è stato realizzato a Matera, dentro le mura della Casa Circondariale, e si è nutrito di un’idea apparentemente elementare: che un essere umano, qualunque sia la storia che ha alle spalle, non smette mai di essere un essere umano. Con le sue radici, le sue ferite, le sue zone d’ombra e le sue, a volte insospettabili, capacità di fiorire. Per diversi mesi, un gruppo di persone detenute e un gruppo di persone della comunità civile si sono incontrati con cadenza settimanale. Non c ’ era un programma rigido da seguire, non c ’ era una cattedra e non c ’ era un pubblico. C’era un cerchio di sedie e, dentro quel cerchio, la possibilità di parlarsi, di guardarsi, di scoprire – spesso con sorpresa – che l’altro, quello che si immaginava lontano, diverso, persino pericoloso, assomigliava nei suoi desideri, nei suoi dolori, nelle sue paure, in modo sconcertante a sé.
C’è qualcosa che questo progetto ha fatto con benevola determinazione, e che va oltre gli incontri, oltre le piante, oltre le parole scambiate in quel cerchio di sedie. Ha cambiato di segno l’identità del carcere. Il carcere di Matera, per il tempo di questo progetto, non è stato più un luogo di separazione, di esclusione, di confine invalicabile tra chi ha sbagliato e chi sta fuori. È diventato il suo opposto: un luogo di incontro.
Le sue mura, che nella funzione ordinaria dividono e trattengono, hanno compiuto per una volta il gesto opposto. Hanno tenuto insieme. Hanno contenuto, nel senso più generoso del termine, persone molto diverse tra loro: detenuti e cittadini, autori di reato e uomini e donne comuni, storie lontanissime che non si sarebbero forse mai sfiorate altrove. Il carcere, luogo dell’esclusione per 13
definizione, è diventato il contenitore di un ’esperienza di inclusione.
“Il grado di civiltà di una società si misura aprendo le porte delle sue prigioni.”
Dostoevskij scrisse queste parole in Memorie dalla casa dei morti, dopo anni di detenzione in Siberia e con tutta l’autorità di chi ha vissuto su di sé il peso di quelle porte. La sua intuizione era che il carcere non fosse un luogo separato dalla società, ma il suo specchio più onesto. Nel modo in cui una comunità tratta chi ha sbagliato si rivela la qualità profonda della sua umanità. Questo progetto, come altri della Cooperativa C.R.I.S.I., ha preso quella intuizione sul serio. Ha aperto le porte, non metaforicamente, ma concretamente, e ha lasciato che il dentro e il fuori si incontrassero. Il risultato è la conferma di un cambiamento potente e necessario che la giustizia riparativa e le pratiche riparative di comunità promuovono e sostengono.
Accanto agli incontri, il gruppo ha condiviso un ’altra pratica: la cura di spazi verdi nell’area esterna alle sezioni. Mani diverse – alcune abituate al lavoro manuale, altre no – che imparavano insieme a riconoscere una pianta, a capire di cosa aveva bisogno, a darle ciò che le serviva per crescere. Un gesto concreto, visibile, misurabile. Un gesto che diceva, senza bisogno di molte parole: siamo stati qui, e ci siamo presi cura di qualcosa. Insieme.
Sul linguaggio delle piante
La scelta della botanica come linguaggio di questo libro ha un senso molto profondo. Le piante hanno una saggezza antichissima e sanno molte cose che noi facciamo finta di non sapere, o forse abbiamo solo dimen-
ticato. Sanno che la crescita richiede tempo e non può essere forzata. Che esiste una differenza fondamentale tra accelerare e affrettare, che si può creare un ambiente favorevole, eliminare gli ostacoli, garantire luce e nutrimento, ma il momento della fioritura appartiene alla pianta, non al giardiniere.
Così è per le persone. Si possono creare le condizioni dell’incontro, si può offrire uno spazio protetto e accogliente, si può avere cura, ma il momento in cui qualcosa si apre – in cui una fiducia nasce o una parola finalmente trova il coraggio di essere detta – appartiene a quella persona sola, e non può essere programmato né sostituito.
Le piante conoscono il valore delle radici. Esistono piante che crescono su terreni aridi, sassosi, apparentemente ostili, e che proprio in quella difficoltà sviluppano radici più profonde, più tenaci, più creative nel cercare l’acqua. Esistono specie che sopravvivono a tagli radicali e rifioriscono. Esistono bulbi che restano sotto terra per anni, in un silenzio che dall’esterno sembra morte, e che aspettano semplicemente il momento giusto per emergere. La botanica è piena di storie di resilienza che nessuno studioso ha inventato: le ha solo osservate e ne è rimasto meravigliato.
Le piante sanno che certi innesti tra specie diverse, tra caratteri lontani, producono i frutti più straordinari. L’innesto è un gesto antico e audace: unire due nature distinte e scommettere che dalla loro unione nasca qualcosa che nessuna delle due avrebbe potuto generare da sola. Non è molto diverso da quello che accade quando due esseri umani si incontrano davvero e qualcosa di nuovo, che non apparteneva né all’uno né all’altro, prende forma nello spazio tra di loro.
Sanno, soprattutto, che nessuna pianta cresce bene nell’isolamento. Anche le più resistenti, anche quelle abituate ai climi più aspri, rispondono alla cura, all’acqua, alla vicinanza di altra vita. C’è una ricerca, ormai nota, che ha dimostrato come le piante all’interno di 15
una foresta comunichino tra loro attraverso reti sotterranee di funghi microscopici, scambiandosi nutrimento e segnali di pericolo. Gli alberi più grandi sostengono le piante giovani che non ricevono ancora abbastanza luce. La solidarietà, nella natura, non è un sentimento: è una strategia evolutiva. È ciò che permette alla vita di continuare.
Abbiamo scelto questo linguaggio perché ci sembrava autentico. Perché parlare di radici, di innesti, di fioritura, di potatura e di cura ci permetteva di dire cose vere sugli esseri umani senza l’ovvietà ragionata del linguaggio tecnico né la retorica di quello sentimentale.
Infine, le piante non giudicano. Non hanno pregiudizi. Non sanno nulla di reati, di condanne, di etichette. Crescono e basta, se ne hanno la possibilità.
Sul senso di coltivare
Coltivare è una parola antica. Viene dal latino colere, che significa non solo coltivare la terra ma anche prendersi cura, onorare. Coltivare ha la stessa radice da cui nascono le parole cultura e culto. Un indizio nascosto nell’etimologia dice che prendersi cura di qualcosa –della terra, di una persona, di un’idea – è sempre un atto di civiltà e, talvolta, di devozione.
Coltivare non è produrre. Non è estrarre. Non è ottenere nel minor tempo possibile il massimo rendimento. Coltivare è un processo che implica presenza, continuità, attenzione, pazienza. Implica la capacità di stare in un tempo lento, di accettare che certe cose non si possono anticipare né controllare, di imparare a leggere i segni – una foglia che ingiallisce, un ramo che si piega, un silenzio che pesa – e di rispondervi con la giusta misura.
Coltivare umanità significa questo. Significa scegliere, ogni giorno, di non distogliere lo sguardo dall’altro. Di
non cedere alla tentazione della semplificazione, ma di avvicinarsi abbastanza da vedere la complessità, la contraddizione, la storia. Significa accettare che le relazioni, come i giardini, richiedono manutenzione ordinaria: non grandi gesti straordinari, ma piccole cure quotidiane, ripetute con costanza e con amore.
E significa, soprattutto, credere che ogni persona, indipendentemente da dove si trova, da ciò che ha fatto, da quanta strada sembra ancora mancare, porti dentro di sé qualcosa che può crescere. Un potenziale che non si esaurisce finché la vita continua. Non è ottimismo ingenuo ma, probabilmente, la cosa più concreta e più documentata che abbiamo. È ciò che accade ogni volta che si crea uno spazio in cui una persona può, finalmente, essere vista. È il mistero racchiuso nella ricchezza dei processi umani e nel loro sconfinato potenziale creativo.
Il titolo di questo libro – Coltivare umanità – racconta esattamente questo. Non si tratta di una metafora astratta. Si tratta di una pratica. Di qualcosa che si fa ogni giorno, con piccoli gesti, con pazienza, con la disponibilità a sporcarsi le mani. Si tratta, soprattutto, di una responsabilità collettiva. L’umanità non si coltiva da soli. Si coltiva insieme, in quella terra di mezzo che si crea quando due persone decidono di incontrarsi davvero.
Sul significato di manuale. E di involontario
La parola manuale è scelta con una certa ironia affettuosa e, insieme, con serietà. Un manuale promette istruzioni. Promette un ordine, una sequenza, la rassicurante sensazione che, se si seguono i passaggi indicati, si otterrà il risultato desiderato. I manuali piacciono perché liberano dall’incertezza, o almeno così sembra.
Ma questo manuale è involontario. E nell’involontario sta, forse, la sua parte più vera.
Nessuno, all’inizio di questo progetto a Matera, stava pensando di scrivere manuali o istruzioni. Si stava semplicemente cercando di fare qualcosa di buono, con gli strumenti disponibili, in un luogo difficile, per delle persone reali. Non c ’ era un protocollo da seguire. C’era una metodologia validata, e poi c ’ erano le persone, e la volontà di incontrarle e di incontrarsi.
Le istruzioni sono venute dopo, come vengono sempre le cose più importanti: non pianificate, non previste, ma riconoscibili, nel momento in cui arrivano, come qualcosa che si aspettava da tempo.
Involontario non significa casuale. Significa che certi apprendimenti non si cercano, ma accadono e si ricevono. Che certe verità non si costruiscono a tavolino; piuttosto emergono spontaneamente nel corso dell’esperienza, come fanno le piante, seguendo una logica propria, che la mente razionale può accompagnare ma non sostituire.
I processi umani profondi hanno questa caratteristica: non si lasciano pianificare completamente. Conservano sempre una zona di mistero, uno spazio in cui accade qualcosa che nessuno aveva previsto e che nessuno, dopo, saprebbe spiegare del tutto.
È in quello spazio che, generalmente, accade il meglio. Questo manuale, quindi, non dirà esattamente cosa fare. Racconterà, piuttosto, cosa è successo quando alcune persone hanno avuto il coraggio di stare insieme, di fidarsi, di prendere in mano una pianta, una relazione, un pezzo di vita e di occuparsene, di prendersene cura.
Da dove viene un progetto, e perché proprio qui
Nel 2025 la Cooperativa Sociale C.R.I.S.I. di Bari partecipa a un bando del PRAP – Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria di Puglia e Basilicata – dedicato alla selezione di progetti per il recupero e il reinserimento delle persone detenute. Il progetto viene selezionato e finanziato. I beneficiari previsti sono gli ospiti della Casa Circondariale di Matera.
La storia di questo progetto comincia molto prima del bando. Comincia trent’anni fa, quando la Cooperativa C.R.I.S.I. muoveva i suoi primi passi nel campo della giustizia riparativa – una disciplina allora quasi sconosciuta in Italia, che poneva al centro non la punizione del reato ma la possibilità di riparare il danno, di restituire umanità a tutti i soggetti coinvolti: l’autore, la vittima, la comunità.
In tre decenni, il C.R.I.S.I. ha costruito un patrimonio di esperienze, di metodologie, di percorsi fecondi e di successi documentati che ha progressivamente orientato il suo lavoro verso una forma particolare e potente di riparazione: le pratiche riparative di comunità.
Le pratiche riparative di comunità – questo il nome con cui il C.R.I.S.I. identifica la sua proposta metodologica più matura – non nascono a tavolino. Nascono dall’osservazione, ripetuta nel tempo e in contesti diversi, del potere trasformativo e taumaturgico dell’incontro e del dialogo in chiave riparativa.
Quando le persone, anche molto diverse tra loro, vengono messe nelle condizioni di incontrarsi davvero, qual-
cosa cambia. Non sempre in modo spettacolare. Non sempre in modo misurabile nell’immediato. Ma cambia.
Con una costanza che nel tempo è diventata per il C.R.I.S.I. una certezza metodologica prima ancora che una convinzione valoriale.
Il progetto di Matera si inscrive in questa storia lunga. È una delle tante seminagioni che il C.R.I.S.I. ha effettuato nell’ultimo decennio in diversi contesti territoriali. Ed è, come le precedenti, un tentativo di disvelare la risposta a una domanda che vive in tutta la rete delle nostre relazioni: cosa succede quando riusciamo ad andare oltre i muri – quelli di mattoni, della diffidenza, dello stigma, della distanza sociale – e lasciamo che le persone si guardino e si incontrino come esseri umani?
Le due azioni del progetto
Il progetto si è sviluppato in due azioni complementari, pensate per sostenersi e arricchirsi a vicenda.
La prima è quella degli incontri: un ciclo di appuntamenti settimanali, protrattosi per diversi mesi, tra un gruppo di persone detenute presso la Casa Circondariale e un gruppo di persone della comunità civile esterna. Gli incontri si sono svolti all’interno del carcere, in uno spazio predisposto per il dialogo, secondo un format consolidato dalla pratica riparativa: cerchio, ascolto, parola condivisa, regole di rispetto reciproco, confidenzialità.
La seconda azione è quella della cura del verde: l’intero gruppo integrato – detenuti e partecipanti esterni insieme – è stato guidato da esperti di giardinaggio e botanica nella cura di un ’ area verde. Questa attività è un elemento chiave del progetto, perché il gesto di prendersi cura di qualcosa di vivo è uno dei gesti più
chiari, più universali e più potentemente simbolici. Le due azioni si sono completate l’una con l’altra. Gli incontri hanno creato il tessuto relazionale dentro cui l’attività del verde acquistava senso; l’attività del verde ha offerto agli incontri un ancoraggio concreto. È dalla sintesi di queste due esperienze – il dialogo e la cura – che è nata l’idea di questo libro.
Questo libro nasce da un’esperienza di pratiche riparative di comunità, promossa dalla cooperativa C.R.I.S.I. nella
Casa circondariale di Matera, dove per mesi detenuti e cittadini si sono incontrati in un cerchio di dialogo, condividendo parole, storie e gesti concreti.
Coltivare è una parola antica. Richiede tempo, pazienza, attenzione; significa creare le condizioni perché qualcosa possa crescere. Le piante lo sanno bene: alcune affondano radici nei terreni più difficili, altre sopravvivono ai tagli e rifioriscono, altre ancora comunicano tra loro attraverso reti sotterranee che permettono alla vita di sostenersi reciprocamente.
Osservando la botanica, è nato questo manuale “involontario”, dove storie di resilienza, innesti e fioriture inattese parlano anche degli esseri umani. Si delinea così una botanica umana, uno sguardo sulle relazioni, sulle fragilità e sulle possibilità di crescita delle persone e delle comunità. Il libro invita a osservare le relazioni proprio come si osserva un giardino: con attenzione, pazienza e fiducia nelle possibilità di fioritura anche nei luoghi e nelle storie più inattese.
Perché l’umanità, come la terra, cresce solo quando qualcuno decide di prendersene cura.