

ANTIFASCISMO
TRA I GIOVANI
a cura di GABRIELLA FALCICCHIO e DANIELE TAURINO
Prefazione di GIUSEPPE MOSCATI
edizioni la meridiana
Aldo Capitini
ANTIFASCISMO
TRA I GIOVANI
A cura di Gabriella Falcicchio e Daniele Taurino
Prefazione di Giuseppe Moscati
edizioni la meridiana
Tra e per i giovani, antifascismo sempre di Giuseppe Moscati 7
Riaprire la storia: antifascismo, nonviolenza e formazione dei giovani in Aldo Capitini di Gabriella Falcicchio e Daniele Taurino
TRA E PER I GIOVANI, ANTIFASCISMO SEMPRE
di Giuseppe Moscati1
Cronologicamente, con la ricostruzione proposta da Antifascismo tra i giovani, siamo tra gli anni Venti, la Resistenza e poi la Liberazione, maturata anche attraverso la tenace esperienza della opposizione nonviolenta al regime mussoliniano promossa e praticata da Aldo Capitini e da non molti altri. Ma, dal punto di vista del lascito che, con questa opera non certo riducibile a una mera autobiografia, ci ha consegnato il filosofo sui generis perugino, non vi è dubbio che l’insegnamento fuoriesce ampiamente dall’arco temporale del ventennio fascista per illuminare a dovere ogni lato oscuro della storia dell’umanità. A essere posto sotto la lente capitiniana, infatti, è ogni forma di violenza, ogni regime totalitario, ogni ideologia liberticida, ogni società chiusa. Hanno fatto bene i due curatori di questa meritoria nuova edizione del testo, apparso nel 1966, a insistere su due aspetti che considero fondamentali per rileggere il Capitini antifascista persuaso nonviolento. Intanto l’impianto etico-socio-politico e insieme pedagogicocivile di un antifascismo che è, appunto, soprattutto esperienza ed è capace di tenere unite le componenti dell’azione e della formazione: mentre libera, pone le basi
1 Giuseppe Moscati è Dottore di ricerca in Filosofia e Scienze Umane, formatore sui temi della pace, della nonviolenza e della solidarietà internazionale; è presidente della Fondazione Centro studi Aldo Capitini. Responsabile della Biblioteca Neoumanistica della Fondazione Cucinelli di Solomeo (Pg), scrive per varie testate giornalistiche e culturali.
perché il giovane possa formarsi una coscienza critica, imprescindibile per l’autoemancipazione (Gabriella Falcicchio); e, al contempo, l’“esercizio continuo di liberazione e assunzione di responsabilità” (Daniele Taurino) che, tra l’altro, educa implicitamente e kantianamente all’anticonformismo e che rimane al fondo di tutte le riflessioni che questo libro raccoglie e stimola.
Basterebbe già questo per ribadire come si tratti di un ’ opera sui giovani di allora, pensata per i giovani dell’avvenire. Quindi per l’oggi, per il nostro stesso tempo, così orfano di quegli spazi di partecipazione e di quelle grandi idee che hanno animato stagioni politicamente molto più vive e feconde, le quali, peraltro, paiono ormai lontane anni luce.
È però opportuno tornare anche a quella che considero la questione delle questioni in Capitini: il potere. Da essa passano ogni energia e attenzione di Capitini stesso, il cui liberalsocialismo di radice nonviolenta è interamente teso a decentrare il potere affinché non scada mai a dominio, a esercizio di forza a detrimento dell’esistenza, della libertà e dello sviluppo degli altri. Il primo degli obiettivi è, infatti, il perseguimento di una società più giusta, non solo liberata dalla violenza, ma allo stesso tempo arricchita del massimo della libertà nel massimo della socialità. In breve: come si può immaginare di essere veramente liberi senza la giustizia sociale? Ed è una falsa libertà quella di chi ricorre alla violenza per imporre un’idea, una visione, una Weltanschauung.
Alla guerra e, più in generale, alla violenza, massimamente rappresentata e “codificata” dal fascismo e da un duce che alla più studiata retorica ha affidato il compito di sostenere l’ideologia dei bicipiti, Capitini oppone “l’amore, la parola, l’animo affettuoso”, incalzando sempre ciascuno ad autoeducarsi gandhianamente alla prassi
nonviolenta. Tutto ciò nella consapevolezza che non si è mai nonviolenti una volta per tutte. Ecco allora che l’opposizione capitiniana alla violenta autoreferenzialità del fascismo ha al suo cuore una “apertura totale dell’animo, reverenza dall’intimo”: vale a dire una ferma opposizione amorosa e “religiosa” nel senso della Religione aperta (libro del 1955 che, va sempre ricordato, Pio XII mise all’Indice), contro ogni forma di egoismo, individualismo, autoritarismo.
Qui l’attenzione rivolta alla dimensione educativa in chiave politica è altissima, come Capitini stesso ribadirà in un editoriale della sua amata rivista “Azione nonviolenta”, apparso di poco postuma:
Una società democratica ha bisogno di una larga presenza dell’educazione come di cosa essenziale alla sua vita, che è dinamica, trasformantesi, capace di risentire e di valersi delle critiche e dei contributi Una società militare, una società suddita di una casta sacerdotale hanno bisogno di una più semplice educazione, che è in sostanza di ubbidire e ricevere. L’educazione in una società democratica deve accrescere la volontà e la capacità di partecipare alla comunità, che in una società democratica ha strutture complesse.2
Un punto che ritengo decisivo, d’altra parte, è proprio quello che riguarda la peculiarità dell’antifascismo di Capitini: è politico e culturale insieme; mira a una trasformazione morale perché egli considera il fascismo – come precisa già in Elementi di un ’esperienza religiosa (1937) – un vero e proprio “ errore morale e sociale”; presuppone un impegno individuale e collettivo che ha dello “spirituale” accanto al civile; si caratterizza come lotta di opposizione non meno che come lotta di costruzione di una “realtà liberata” e non più “insufficiente”, come quella dominata
2 Capitini, 1968, p. 1.
dalla legge del più forte. Una limpida lezione di resistenza nonviolenta, per ogni tempo, di un grande educatore alla lotta politica.
La violenza è inaccettabile, come inaccettabile è la tesi che, se la violenza c’è sempre stata, sempre ci dev’essere: Capitini, avvertendo che non va confusa una constatazione storica con un presunto dover essere, rinforza così la triade “nonviolenza, nonmenzogna, noncollaborazione con il male”, dove il male non è certo male metafisico bensì il fascismo stesso, e anzi direi i fascismi.
Un fine, quello della nonviolenza, naturalmente nobile nella misura in cui siamo in grado di perseguirlo – non senza sacrificio – attraverso altrettanto nobili mezzi quali, appunto, la scelta di rifiutare ogni menzogna o quella di apportare una propria “aggiunta” o, ancora, quella di ascoltare anche chi si trova ai margini della società.
Una nuova edizione critica di Antifascismo tra i giovani ci voleva. Credo si possa dire che Aldo Capitini ai giovani abbia dedicato la sua vita di persuaso nonviolento e di testimone di una pace possibile solo se costruita con la difesa della libertà, la ricerca della giustizia sociale e la cultura della qualità delle relazioni umane quotidiane. Egli, che ha pagato il proprio antifascismo con il carcere e una asfissiante “sorveglianza speciale” che dal 1933 giunge sino al 1968, anno della sua morte3 , donava attenzione ai giovani allora trascurati dalla politica e “colonizzati” dal fascismo perché noi ne donassimo altrettanta a quelli di oggi e a quelli di domani.
3 Cfr. Maori, Moscati, 2014.
ANTIFASCISMO TRA I GIOVANI
ANTEFATTI
Non ho ancora parlato in modo organico e continuato della mia attività di antifascismo dal 1931 al 1943: ho scritto soltanto poche pagine qua e là; qualcuno ha ricordato aspetti di quella posizione e di quel lavoro; ho visto anche inesattezze. Seguo ora la sollecitazione di amici, e mi accingo a un ’esposizione ordinata, che però tralascerà molti fatti, e salverà le linee generali e i concreti insegnamenti che ne risultano: questi soprattutto m’interessano, per accrescere e migliorare la nostra fede e le iniziative di oggi e di domani. Sono un insistente consideratore dei fatti nelle linee che li inquadrano e collegano; mi è cara la “filosofia della storia” che abbozzavo fin da ragazzo, ben prima che conoscessi Vico, Hegel e i profeti ebrei. E come non applicare al lungo – inaspettatamente lungo –periodo della mia vita una tale considerazione? Se non altro, per chiarire lo strettissimo rapporto tra me e il contesto dei fatti nel quale mi sono trovato.
Io sono della generazione dei Rosselli e di Gobetti (Carlo Rosselli è nato il 16 novembre 1899, Nello il 29 novembre 1900, Piero Gobetti il 19 giugno 1901; io il 23 dicembre 1899): come mai la mia attività di antifascismo cominciò dopo la Conciliazione del 1929? E come ho potuto salvarmi dall’esser fascista io che pur avevo tanti coetanei impegnatissimi nel fascismo? Come mai io, che parlavo e scrivevo di nonviolenza, mi son trovato a suscitare e guidare in tanti giovani l’antifascismo, che li portò poi a essere partigiani nella lotta armata? Com’è che non
ho avuto politicamente nessun rilievo sulla scena italiana dal 1944 in poi, pur dopo tanto lavoro politico? Ripeto che le risposte non avranno un valore autobiografico, perché – come prova il fatto che scrivo oggi ciò che avrei potuto scrivere diciannove anni orsono – sono preso da altre cose che dall’autobiografia; ma è il significato delle risposte che può interessare, e proprio per il lavoro futuro, forse più di altri che mio.
Posso contare di avere, fino al 23 dicembre di ogni anno, gli anni del secolo: si pensi quanti eventi e quante mutazioni sono avvenute nei sessantacinque anni di questo secolo! Nel primo quindicennio del secolo continuava molto dell’Ottocento, e io lo vedevo nei miei genitori; ma c ’ erano cose recenti e anche novissime che arrivavano a un fanciullo e a un giovanetto sensibile e sveglio, che a otto anni guardava i giornali; c ’ erano il dannunzianesimo, il militarismo (l’esercito colpiva molto), il nazionalismo che si esprimeva anche nel Pascoli (copiai a dodici anni tutto il discorso La Grande Proletaria si è mossa), l’eresia modernistica, la poesia crepuscolare, il futurismo, “La Voce” e “Lacerba”. Se guardo da oggi il primo quindicennio del secolo, vi trovo molte altre cose e perfino alcune somiglianze con la situazione sociale e politica attuale: sviluppo industriale, maturazione delle classi lavoratrici, una certa politica di “centrosinistra” allora in un quadro monarchico, edonismo e lusso dell’alta borghesia, e gravi remore per l’insufficiente controllo dal basso, per il pericolo di involuzioni reazionarie e ritorni di fiamma militaristica, la reluttanza della scuola alle ideologie socialiste.
Allora la scuola era assolutamente estranea al socialismo e animata da un patriottismo scolastico che all’esaltazione dei “quattro fattori” del Risorgimento associava gl’impeti carducciani, il Cuore di De Amicis, il D’Annun-
zio: nulla di religioso cristiano (eccettuati I promessi sposi, ma non molto efficaci), nulla di rivoluzionario socialista o anarchico. Tutti, figli di modestissime o di agiate famiglie, siamo stati immersi in quell’aria, tanto da sospingere, per estremismo nazionalistico, quei pochissimi insegnanti che volessero vedere la patria moderata in rapporti di blanda democrazia internazionale: la campagna per l’intervento in guerra nel ’15 unì tutti, e salutammo entusiasti e devoti i professori partenti per il fronte. Che cosa avveniva intorno? Dove ci riuscirono, gli operai neutralisti picchiarono gli studenti interventisti. Ma il popolo italiano fu trascinato alla guerra. Inutilmente Giacomo Matteotti aveva scritto (nella “Critica sociale” dell’1-15 febbraio 1915):
È permesso affermarsi recisamente, assolutamente neutralisti senza essere dei “sentimentalisti”, senza diventare “temerariamente demagoghi”, senza sentirsi dire (non dico senza essere) imbecille?
È permesso indicare al nostro partito il dovere di opporsi con tutte le armi possibili all’intervento, senza confondersi né con i miracolisti anarcoidi, né con i dogmatici che segnano sempre il passo sullo stesso piede di terreno? [...]
Resta fissato in generale che il Partito socialista di ogni paese ha il dovere di opporsi continuamente alla guerra e al suo strumento e creatore, il militarismo. Ogni Partito socialista vota contro le spese militari ordinarie del proprio paese (ancora non ho sentito da nessuna parte enunciare il contrario) per significare l’intesa, le aspirazioni internazionali dei lavoratori contro i Governi dominanti.
Perché, proprio io, non mi sento di rallegrarmi troppo che “altre forze abbiano sorretta la neutralità” fino ad oggi anche senza di noi. Una neutralità che continui così, per quelle altre forze all’infuori della pressione proletaria, non dà nessuna garanzia, non rappresenta alcun progresso di
azione e di influenza della classe lavoratrice; e domani, in altre circostanze, saremmo in balìa di quelle stesse forze che volessero invece la guerra.
Così come la moralità di un uomo non è maggiore per il fatto che, essendo piccolo, non osi picchiare uno più grande, o altre circostanze materiali glielo impediscano.
[...]
Una neutralità che fosse imposta al Governo dal Partito socialista (e per singolare fortuna nostra, in questo momento, senza pericolo di sottomettere il popolo italiano alla maggiore schiavitù di una borghesia straniera) avrebbe in questo momento un effetto immenso sull’Internazionale di tutto il mondo. Ne segnerebbe la rinascenza più florida. Ogni proletariato degli altri Stati saprebbe finalmente (mai invece socialisti francesi e tedeschi confidarono gli uni negli altri) di avere nel proletariato italiano il fratello pronto a impedire la strage.
[...]
Un milione di proletari organizzati nell’Italia settentrionale sono sufficienti a far riflettere qualsiasi Governo sull’opportunità di aprire una guerra, poiché non soltanto noi dovremmo preoccuparci di “aggiungere anche la guerra civile”; e non sappiamo fino a dove si possa temere uno spargimento di sangue, se altrimenti la grande guerra moderna falcerebbe, nel nostro stesso campo, centinaia di migliaia di vite.
Unica preoccupazione reale: la possibilità di un simile moto, specialmente dopo i traviamenti di alcuni, le titubanze di altri. E certamente le città, che sono di solito i primi focolai, questa volta sono più facili a dare ascolto agli inni degli studenti in vena di far chiasso.
Ma io conosco anche regioni di campagna, dove il proletariato è pronto a qualsiasi appello.
[...]
Il militarismo, che è essenzialmente violenza, non può limitarsi a funzione di giustizia; il Bene, che se n’è servito,
diventa Male, per continuare a servirsene
La vittoria della Triplice Intesa preparerebbe inevitabilmente nuove guerre; il popolo tedesco non potrebbe non preparare la rivincita.
Non è facile elevarsi su quel patriottismo scolastico che ci coglie proprio nel momento, dai dieci ai quindici anni, in cui cerchiamo un impiego esaltante delle nostre energie, una tensione attiva e appoggiata a miti ed eroi. Quaranta anni successivi di esperienza in mezzo a una storia movimentatissima ci hanno ben insegnato due cose: che la devozione alla patria deve essere messa in rapporto e mediata con ideali più alti e universali; che la nazione è una vera società solo in quanto risolve i problemi delle moltitudini lavoratrici nei diritti e nei doveri, nel potere, nella cultura, in tutte le libertà concretamente e responsabilmente utilizzabili. Quella “patria” che la scuola ci insegnò, che era del Foscolo e del Carducci, e diventava del D’Annunzio e del Marinetti, non poteva essere il centro di tutti gli interessi; e perciò potei essere nazionalista tra i dieci e i quindici anni, ma non poi restarlo, quando vidi la guerra in rapporto, meno con la nazione, e più con l’umanità sofferente e divisa: quando dalla letteratura vociana e di avanguardia salii (da autodidatta e più tardi che i coetanei) alla più strenua, vigorosa, e anche filologica classicità, vista nei testi latini, greci e biblici, come valori originali; quando portai la riflessione politica, precoce ma intorbidata dall’attivismo nazionalistico, ad apprezzare i diritti della libertà e l’apertura al socialismo come cose fondamentali, insopprimibili per qualsiasi motivo.
Per la gracilità della salute e per la vista evitai di essere chiamato con l’ultimo quadrimestre del 1899 e di andare in guerra; potei continuare così l’ultimo processo di con-
sumazione del nazionalismo e del futurismo, che erano state le prime forme del mio attivismo. Dico “prime forme” perché quella precoce compostezza religiosizzante che era stata in me fino a dieci anni non si era data una sua forma, e dovetti bere molti amari calici prima di riacquistarla e di svolgerla vigorosamente. Mi prese l’attivismo politico e futuristico, lasciai il cattolicesimo. Tanto più oggi me la prendo con la scuola borghese e angusta di allora, con gli insegnanti che non mi parlarono bene del socialismo e dell’eresia modernistica. E sono contento di dedicare oggi energie alla scuola, perché i preadolescenti e adolescenti sappiano prestissimo tutto il bene politico, sociale, religioso che c’è, e l’apprendano con capacità aperta e critica di scegliere; e siano tutti i ragazzi salvi dal complesso di inferiorità culturale. Figlio di un modestissimo impiegato comunale (anche custode della torre campanaria del Palazzo comunale, dove abitavamo), fu già molto se potei frequentare la Scuola tecnica e l’Istituto tecnico per ragionieri; integravo con moltissime letture di letteratura contemporanea (anche durante le lezioni), ma mancava la struttura; non avevo nessun amico che conoscesse il latino (lo avrei subito imitato).
Da me dovetti a poco a poco guarirmi dal disordine culturale e spirituale dell’età più difficile per ogni essere umano, dagli undici ai diciotto anni. Ero diventato umanitario e avviato al moralismo, indicato, del resto, già dalle vive preferenze nel periodo precedente per Boine (a me il più caro), Slataper, Jahier, Ibsen. Le parole con cui Papini (da cui mi ero staccato) cominciò nel 1917 il necrologio di Giovanni Boine: “Ci sono altre guerre, buona gente, fuor di quella che si guerreggia lassù, guerre senza tonfi e senza fasce. Si muore anche in quelle”1, mi risuonano ancora. Era proprio la scoperta di un valore
1 Giovanni Pioli, Testimonianze, Facchi, Milano 1919, p. 77.
che venivo facendo, o rifacendo con consapevolezza di orizzonte universale: il valore del dolore, il limite della potenza. Ma dentro mi spingeva il bisogno di costruzione culturale, e lasciato l’impiego e buone offerte del genere, in piena povertà (dovetti chiedere a mio padre i soldi per acquistare il vocabolario latino del Georges), mi misi allo studio del latino proprio rosa-rosae, il giorno 16 giugno 1919, data che scrissi sul frontespizio della Grammatica latina dello Zenoni; e poco tempo dopo, sul frontespizio della Sintassi latina dello Zenoni, scrissi queste parole di Cicerone:
Ego vero ardenti quidem studio hoc fortasse efficiam, quod saepe viatoribus, cum properant, evenit, ut, si serius quam voluerint forte surrexerint, properando, etiam citius quam si de nocte vigilassent, perveniant quo velint (ad Q. fr. II, 13). (Sicuramente io, con applicazione appassionata, forse otterrò quello che spesso accade ai viaggiatori, quando si affrettano, che, se per caso si sono levati più tardi di quanto volessero, affrettandosi arrivino dove vogliono, anche prima che se avessero vegliato la notte.)
Furono più di due anni di grande passione e della massima applicazione (dodici ore di studio al giorno: cinque, quattro, tre) da diciannove anni a ventuno, e superai molto bene la grammatica e sintassi latina (con qualche controllo nelle traduzioni), la grammatica e sintassi greca (da me), lessi diligentemente moltissimi testi classici e biblici, studiai anche un po ’ di ebraico, mi avvicinai veramente a Leopardi, a Manzoni, ai Vangeli. Solo con questo impeto e solo staccandomi dalle abitudini della vita precedente, dal caffè, dalle vie cittadine, dal cinema, dagli amici che non avrebbero capito, potevo mutare l’animo, ricostruire la mente, affidarmi ad una tensione morale. Erano gli anni del dopoguerra e io seguivo i fatti ma senza prendervi parte; simpatizzavo per i socialisti, vedevo gli auto-
carri delle squadre fasciste tornare dalle Camere del lavoro devastate. Mi ricordo che una sera, nella nostra abitazione sotto la Torre comunale mio padre, simpatizzante socialista, condusse un assessore della giunta comunale socialista, che era cercato dalle squadre fasciste di Perugia e di Firenze congiunte da alcuni giorni in imprese nella nostra città; una persona semplice e fine, con cui parlai molto: gli cedetti volentieri la mia camera e dormii nello studio accanto; e la notte i fascisti invasero la casa mia, mentre tutti eravamo a letto, per recarsi a togliere la bandiera rossa dalla torre campanaria, e passarono accanto allo studio e alla camera senza sospettare che l’assessore socialista dormisse nella mia camera. Lo sforzo nervoso dello studio gravò sul mio corpo gracile (ero magro non solo nel volto tra gobettiano e mistico, ma in tutto il fisico fin da dopo la nascita), e mi trovai in un estremo esaurimento, perdendo – per il poco moto – il sonno e la capacità di digerire. Ho visto poi chiarissimo come quella era un ’altra parte della mia costruzione e rinascita spirituale, che seguiva a quella culturale ed etica; era la costruzione religiosa, la coscienza della finitezza umana, del distacco da una civiltà che valuta positivamente soltanto chi fa, chi rende, chi è forte, chi è attivo, e provai, invece, che cos’è aggirarsi sfiniti per le vie sonanti, e vedere gli altri avanzarsi nel lavoro, nelle “affermazioni”. Oggi non so dire a quale delle due esperienze di quegli anni io debba di più: all’appassionata costruzione culturale classica nel vero senso di modelli venerati con simpatia, o alla sfinitezza conseguente e al dolore, all’insonnia, all’umiliazione delle medicine.
Per riassestare le condizioni fisiche accettai un posto di precettore nella campagna umbra, e potei così anche soddisfare il mio perenne, profondo amore delle prospettive, delle viste armoniose, dei silenzi della campagna e dei
boschi. Un altro elemento si aggiungeva, ed era di tipo georgico e petrarchesco. La mia tendenza a far poesie ora non più del tipo crepuscolare, ma piuttosto leopardiano e alla Keats e Shelley, si ravvivò. Ma anche in questo periodo, dal ’21 al ’24, poco potei partecipare agli avvenimenti politici. Vivevo in campagna in una villa e vedevo, tra l’altro, “Rivoluzione liberale”, ma come una forza interna teneva ferma la possibilità di assecondare, di associarmi di colpo, di darmi tutto a quelle cose. Oggi mi sembra quasi impossibile che io, pur con una tendenza piuttosto etica, libera religiosa, letteraria e molto meno esperto di politica e di filosofia, ultraprovinciale com ’ ero, non vedessi risvegliarsi in me quell’attivismo che era semplicemente latente, e che era stato così vivo quando trascinavo io alla politica nazionalistica o al futurismo i coetanei di undici o quattordici anni. Mi ricordo che quando Giuseppe Bastianini – che abitava anche lui nel Palazzo comunale perché suo padre era custode del Sindaco (il Bastianini andò in guerra e al ritorno fu molto vicino a Mussolini, ed ebbe, come è noto, alte cariche) e che sapeva, anche perché gli davo io i ritagli dei giornali, il mio impulso patriottico – una volta tornò da Torino e ci rivedemmo poco dopo lo scoppio della guerra libica, ci abbracciammo dall’entusiasmo! Avevamo undici-dodici anni. Se non passò all’azione, nel periodo dal ’19 al ’24, la mia avversione al fascismo, se non mi resi conto di come mi potevo unire con Gobetti o con i socialisti, riuscii anche a non farmi prendere da nessuna occasione fascista, né quando nel corso di Perugia Bastianini mi parlava delle qualità di Mussolini e io protestavo, né la mattina in cui vidi dei conoscenti che erano con me partire per la “Marcia su Roma”. Intuii che quello era un atto di disordine che non avrebbe portato del bene: mi ricordo chiarissimo questo pensiero.
Tutti gli avvenimenti successivi fino al ’29 non fecero che rafforzare la mia totale separazione dal fascismo. E chi ha vissuto quegli anni sa che non era facile resistere a quelle prove di una certa energia di governo e di decisioni amministrative che la confusione del dopoguerra e l’inettitudine di molti democratici avevano portato a desiderare o a stimare. È noto che molti insigni italiani, intrinsecamente liberali o democratici, non nascosero di apprezzare quelle prove di energia, e una volta mi parve di vedere che l’Italia aveva in guerra perduto della forza, ma aveva acquistato dell’energia. Ma non erano le “ energie nuove ” gobettiane e gramsciane, che dovevano poi maturare lungo tutta l’opposizione e la Resistenza; era l’eccitazione data dalla guerra e dall’arditismo, alimentata prima dalla possibilità di usare la violenza e poi dal potere, e giustificata da concezioni futuristiche, strapaesane, dannunziane, irrazionalistiche. Uccisione di Matteotti, dittatura, fascistizzazione della scuola, dominio di Farinacci: io avevo vinto un posto di studio alla Scuola Normale Superiore di Pisa, collegio universitario statale per studenti delle Facoltà di Lettere e di Scienze dell’Università di Pisa. Era un sogno per me, povero e autodidatta, poter essere studente universitario frequentante.
E siccome io posso egualmente star bene da solo o in compagnia, lì avevo il modo di formarmi nuovi amici in persone che facevano gli stessi studi e mangiavano alla stessa mensa. La mia salute era ancora incertissima, la capacità di lavorare ridotta, ma reggevo con una grande pazienza. Per di più, in quel felice 1924, avevo conosciuto all’esame di licenza liceale a Perugia, che io davo da esterno, un amico di qualità superiori, devoto alla musica e alla poesia, di animo vicino ai classici, fieramente antifascista, Alberto Apponi, e lui mi fece cono-
scere altri. Così la mia socievolezza era soddisfatta pienamente nei periodi passati a Pisa e in quelli passati a Perugia, con assoluto distacco dal fascismo che allargava il suo dominio.
Alla Normale conobbi nel ’25 Vittorio Enzo Alfieri e Umberto Segre, che era alunno esterno: essi erano concretamente impegnati in politica, amici dei redattori di “Pietre” di Genova, e furono anche imprigionati per questa causa; io risultai alla Polizia amico loro, ma non attivo politicamente: la Normale si comportò malissimo con i due valentissimi amici, che si laurearono altrove. All’Università c ’ erano giovani antifascisti come Francesco Tocchini e Ferdinando Frattini; la mia simpatia era per professori avversi al fascismo, specialmente Attilio Momigliano e Manara Valgimigli. Mi laureai nel ’28, ebbi il perfezionamento alla Normale per l’anno 1928-1929: era con me un amico entrato, come me, alla Normale nel ’24, Delio Cantimori, allora gentiliano e fascista, studiosissimo e romagnolo. Egli “sopportava” il mio antifascismo, e quando Alfieri fu messo in prigione, egli lo andò generosamente a trovare, sebbene alla Normale lo vedesse poco volentieri. Debbo dire che gli studenti della Normale, allora una trentina perché era il vecchio edificio senza l’aggiunta del nuovo che venne dopo sotto la direzione di Giovanni Gentile, erano alcuni fascisti, altri antifascisti (ricordo anche Manlio Pirrone, Alberto Caccavelli, Claudio Baglietto), e i più inerti o indifferenti. Verso il ’29 c ’ era un buon gruppo di “catascotisti” o antioscurantisti o anticlericali, alcuni per derivazione di scuola saittiana anti-Controriforma, altri, come me, per un certo moralismo kantianeggiante e antistituzionale. La nostra buona occasione fu la Conciliazione in quel gelido febbraio del ’29. Il vicedirettore della Normale, Francesco Arnaldi, sarebbe stato ben lieto se noi aves-
simo mandato un telegramma di gioia a Mussolini, e un nostro compagno di perfezionamento, Marino Gentile, grande conformista, annuiva. Noi rifiutammo, senza la minima esitazione; e questo servì anche per far capire che i miei interessi religiosizzanti non erano affatto confessionali, erano di un libero religioso che di lì a poco doveva trovare il suo orientamento pratico nella conoscenza dell’azione di Gandhi. La reazione alla Conciliazione ridestò il mio attivismo politico. Presi il diploma di perfezionamento con l’amatissimo maestro Attilio Momigliano (che mi ha insegnato tanto), e dopo non molti mesi (nel 1930) fui chiamato dal Gentile a fare il segretario della Normale, cosa che mi consentiva di stare in un ambiente di grande studio con molte ore libere; diventai infatti assistente volontario di Momigliano e preparavo alcuni lavori. Ma la Normale si era arricchita di giovani di grande valore, sì che nel ’30 e nel ’31 fu possibile cominciare nelle stanze della Normale un ’attività periodica di conversazioni decisamente antifasciste. Feci così un passo in avanti sull’antifascismo precedente. Nei primissimi anni del fascismo io, quasi insensibile alla soddisfazione “patriottica”, mi ero trovato contrario alla politica estera e interna. Per l’estero ero stato press ’ a poco un federalista, e mi era parso che un ’unione di Italia, Francia, Germania (circa centocinquanta milioni di persone) avrebbe costituito una forza viva e civile, anche se l’Inghilterra fosse voluta rimanere per suo conto; ma ci voleva uno spirito comune, che, invece, il nazionalismo fece rovinare. Avevo sentito sempre un certo rispetto per la Società delle Nazioni, e mi era parso che l’Italia avesse avuto molto col Trattato di Versailles, malgrado le strida dei nazionalisti. Avevo approvato il lavoro di Amendola e degli altri per un patto con gli Jugoslavi, che ci avrebbe risparmiato tante tragedie e
tante vergogne. Per la politica interna la Milizia in mano a Mussolini, il delitto Matteotti, la dittatura e il fastidio, a me lettore e raccoglitore di vari giornali, che dava la lettura di giornali eguali, l’avversione che sentivo per il saccheggio e la distruzione e l’abolizione di tutto ciò che era stata la vita politica di una volta, le Camere del lavoro, le varie sedi dei partiti, le logge massoniche, mi aveva tenuto staccato dal fascismo. Sapevo degli arresti, delle persecuzioni. Dov’era più quel bel fermento di idee, quella vivacità di spirito di riforme che avevo vissuto dal ’18 al ’24? Quanti libri liberi, riviste (“Coscientia” per esempio, un foglio periodico protestante, che conservavo come preziosa), erano finiti!
L’Italia, che avrebbe dovuto riformarsi in tutto, era ora affidata a un governo reazionario e militarista! E io ricordavo il mio entusiasmo per le amministrazioni socialiste: come seguivo quella di Milano, quella di Perugia, mia città! Le amministrazioni socialiste mi erano parse una cosa preziosa, con quegli uomini presi da un ideale, umili di condizione, e “diversi”, lì impegnati ad amministrare per tutti. Sicché, già contrario al regime, la Conciliazione mi confermò pienamente.
Non ero più cattolico sul finire della guerra, e lo studio successivo, anche filosofico e storico, sulle origini del cristianesimo, di là dalle leggende e dai dogmi, mi aveva concretato un teismo di tipo morale. Guardando il fascismo, vedevo che lo avevano sostenuto in modo decisivo due forze: la monarchia che aveva portato con sé (più o meno) l’esercito e la burocrazia; l’alta cultura (quella parte vittima del patriottismo scolastico) che aveva portato con sé molto della scuola. C’era una terza forza: la Chiesa di Roma. Se essa avesse voluto, avrebbe fatto cadere, dispiegando una ferma noncollaborazione, il fascismo in una settimana. Invece aveva dato aiuti continui.
Le pagine di Antifascismo tra i giovani offrono il racconto di un incontro vivo tra giovani e resistenza al fascismo, sviluppandosi oltre i confini di un memoriale, per configurarsi come laboratorio di idee, relazioni e formazione civile.
Tra gli anni della dittatura, la Resistenza e la Liberazione, emerge infatti un antifascismo insieme etico, politico e pedagogico, fondato sulla nonviolenza, ovvero su una critica radicale a ogni forma di dominio e di violenza, accompagnata dalla proposta di una società aperta al “tu” di Tutti, fondata sulla partecipazione dal basso e sulla maturazione di una coscienza critica radicale. Al cuore dell’esperienza capitiniana ci sono i giovani, protagonisti di una formazione che si estende lungo varie generazioni, in una storia corale, fatta di incontri, dialoghi e intense relazioni spesso rimaste ai margini della narrazione ufficiale dell’antifascismo. Riletto oggi, questo libro offre una chiave per comprendere le molteplici sfumature di quel periodo così drammatico, mostrando come l’antifascismo possa e debba essere inteso come pratica viva, da rinnovare instancabilmente.
Euro 15,00 (I.i.)
ISBN 979-12-5626-081-2
