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Anno 12 - N. 88 1-30 giugno 2020 Distribuzione gratuita www.mediterraneonews.com
Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016
MEDI@TERRANEO news - Periodico del Master di Giornalismo di Bari Ordine Giornalisti di Puglia - Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari Editore: Apfg - Bari Direttore Responsabile: Lino Patruno Registrazione Tribunale di Bari numero 20/07 del 12/04/2007
Redazione: Palazzo Chiaia-Napolitano via Crisanzio, 42 - Bari email: master@apfg.it
Giornalisti non solo un sogno All’interno servizi di Bussu, Carbone, Carlucci, Latorrata, Lopez, Mastrangelo, Mitarotondo, Pastore, Piscopo, Sarcinelli 1
1-30 giugno 2020
Il coraggio di inseguire i propri sogni con un master
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FOTO RICORDO I 10 allievi della 7 edizione del master con alcuni docenti il primo giorno di lezione il 17 settembre 2018
“Lettera a un giornalismo mai nato”: un percorso di crescita umana, e non solo nella scuola riconosciuta dall’Ordine professionale
Una notte ho saputo che c’eri. Eri dentro di me. Da quel momento avrei fatto sul serio. Quel timore quasi reverenziale che ho ancora oggi nei tuoi confronti, giornalismo, l’avrei affrontato. E quale miglior modo di misurarmi per capire se fossi stata alla tua altezza, se non quello di frequentare il master in giornalismo della città nella quale sono nata e vivo: Bari? Due anni, tremila ore tra lezioni accademiche e con giornalisti della carta stampata, del web, della radio, delle agenzie di stampa. Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, per nove ore. È iniziata così l’avventura di noi allievi, “dieci personaggi” in cerca di sé stessi, prima di tutto. All’interno di un’aula del dipartimento ForPsiCom dell’Università di Bari, che presto è diventata la nostra casa. E in una casa si ride, si piange, si cresce. All’inizio qualche docente l’ha definita una sorta di caserma. Altri un simulatore nel quale ci saremmo esercitati con tutti i mezzi a disposizione: dai laboratori radio, tv e montaggio video passando per l’aggiornamento quotidiano della nostra testata web “Mediaterraneo News”. Un vero e proprio praticantato riconosciuto dall’Ordine dei giornalisti al termine del quale è previsto l’esame di abilitazione. Io, che non credevo nelle scuole di giornalismo. Che pensavo fossero “un’invenzione” per allontanarci dalla professione, per non dirci che in realtà il lavoro non c’era e non c’è. E la romantica immagine del giornalista che cammina per
strada in cerca di notizie fino a consumarsi le suole delle scarpe, era appunto un’immagine. Che ora non può nemmeno rivivere nelle nostre memorie perché di quel tipo di giornalismo abbiamo soltanto un ricordo sfocato. Quello che riusciamo a fare è buttare giù statue di giornalisti che prima di noi qualcosa, nel bene e nel male, l’hanno fatta. Tuttavia, oggi siamo chiamati “resistere, resistere, resistere” anche se tutto intorno è incerto e terrorizzante. Anche se quotidiani come la “Gazzetta del Mezzogiorno” rischiano di chiudere e altre testate finiscono nelle mani di imprenditori il cui unico obiettivo è fare soldi a suon di “share” non pagando i giornalisti. Che nel frattempo sono diventati collaboratori precari, spesso senza un regolare contratto. Insomma, dobbiamo resistere anche se siamo la generazione delle mille collaborazioni e delle partite Iva. Della precarietà nel lavoro e nella vita. Ti sembra che esageri se ti dico che sento addosso il peso di una generazione? Mi vengono in mente i versi di Valerio Magrelli: “Giovani senza lavoro/ con strani portafogli/ in cui infilare denaro/che non è guadagnato”. Ma non è vero che non crediamo in te, giornalismo. Ci crediamo così tanto da straziarci perché ti vediamo così poco. E quello che vediamo di te non è quasi mai perfetto. La nostra grande sfida è quella di renderti, se non perfetto, quantomeno migliore. Anna Piscopo 1-30 giugno 2020
Giornalisti professionisti ma purtroppo ancora precari
IL SOGNO Sono 18 i mesi di praticantato necessari per poter fare l'esame da professionista
1-30 giugno 2020
Nonostante il futuro del giornalismo si prospetti sempre più cupo ogni giorno che passa, c’è chi ancora sogna di poter fare “il lavoro più bello del mondo”
“Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera…”. È il celebre incipit del film “Trainspotting” di Dayne Boyle, diventato cult nel 1996. Il film, sebbene fosse la messa in video di chi letteralmente “guarda passare i treni” e non ci sale, facendo riferimento anche a chi le occasioni della vita se le lascia scivolare tra le mani, alla fine è diventato espressione di quella fetta di società che pur ripudiando il “posto fisso” dopo ringrazia per averlo ottenuto. Ma se quello stesso film avesse avuto come protagonista non un futuro impiegato statale ma un giornalista praticante alcune cose sarebbero cambiate. Di certo non sarebbe passato nessun treno, figurato o reale che fosse, senza che uno di noi avesse provato a saltarci sopra. E poi molto probabilmente la celebre scena iniziale si sarebbe conclusa con una sonora ristata, dopo l’imperativo di sceglierci una carriera. Perché è questa – purtroppo – la reazione che sopportiamo noi aspirati giornalisti quando, alle temute cene familiari, ci viene chiesto che cosa stiamo facendo della nostra vita: uno sguardo di compassione e una pacca sulla spalla, quando siamo fortunati. Se non lo siamo, la classica domanda “Ma quando ti trovi un lavoro vero? “. E come dare torto, ahinoi, a chi ci guarda con lo sguardo pieno di compassione per aver scelto un lavoro che ormai sembra far rima solo con il precariato? È pur vero che “le cose belle sono difficili”, ma
per quanto concerne la professione giornalistica si sta rasentando l’impossibilità. Essere giornalista non significa esprimere un commento sommario su un social, ma è un lavoro di critica e passione. E come le carriere di un ingegnere, o medico o avvocato che sia, anche quella del giornalista andrebbe riconosciuta e non svilita. Perché anch’esso è un lavoro che non si può improvvisare. Dietro ci sono anni di studio, acquisizione di competenze che non si limitano solo a saper “scrivere bene e correttamente” in italiano. Eppure oggi, chi riesce a inserirsi nel mondo attivo del giornalismo, viene visto più come una eccezione che non come la regola. Ad assestare il colpo finale dopo il qualunquismo, i tagli che le redazioni si sono viste imporre. Ed ecco che inizia il gioco al ribasso. Si accettano – quando va bene – contratti di lavoro ridicoli, con un compenso minimo e che non ripaga né la professionalità né il tempo messo a disposizione. Per fare questo chiediamo solo una cosa: una possibilità. Non vogliamo accontentarci. Non vogliamo ripiegare su un lavoro qualsiasi pur di mantenerci. Vogliamo mettere a frutto e magari un giorno tramandare quelle stesse competenze che ci sono state trasmesse. Dateci l’occasione di dimostrare che potremmo essere il futuro del giornalismo. Che il giornalismo è ancora una ideale per il quale impegnarsi una vita. Simona Latorrata
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Destino di giovani beffati dalle crisi e dal menefreghismo “Vattene o non ti realizzerai mai”: è il ricatto che devono subire i ragazzi per sperare di non vanificare i sacrifici e gli anni passati sui libri
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SMART WORKING Quello che sembra essere il futuro in realtà sta togliendo opportunità anche di socializzazione
Ai giovani è stato letteralmente rubato il futuro, ma nessuno ha mai chiesto loro scusa. E ora, dopo questa crisi, chi gli restituirà tutte le opportunità perse? Nessuno, esattamente come succede sempre. Le università sono sparite dai radar del Governo, nel senso che nessuno si preoccupa di stabilire quando e come riapriranno. Inoltre, per tutti quelli che in questo delicato periodo stanno concludendo il proprio percorso di studi e si stanno affacciando al mondo del lavoro c’è un incoraggiante, bellissimo messaggio che arriva dagli Stati generali dell’economia organizzati dall’esecutivo: nessuno ha pensato a loro! “Se vuoi lavorare dignitosamente devi andartene dall’Italia”: è il ritornello che ripetono quelli che però non fanno mai mea culpa. Ritornello che, per chi vive al Sud, si trasforma in “vai al Nord che qui non c’è niente”. Dicono questo, dopo essere andati in pensione a 40 anni grazie a leggi fatte ad hoc che lo permettevano, dopo aver ricevuto o fatto favori a chiunque, dopo aver creato un Paese in cui avere un’età compresa tra i 20 e i 30 anni, oggi, significa perdere un po’ di ottimismo o di speranza o peggio dover scendere a compromessi o accettare ricatti. È quella l’età in cui si vive in quel tempo sospeso per cui si è troppo giovani per essere assunti a tempo indeterminato, ma troppo vecchi per essere ancora alle prime esperienze. Così il tempo passa e se non si è pronti
a lasciare famiglia, amici ed eventuale fidanzato/a, il percorso diventa decisamente più lungo e a volte anche più doloroso. Ed è questa, forse, la cosa terribile: non sentirsi liberi di decidere di voler rimanere a casa. Dover prendere una valigia e metterci dentro il sogno di una carriera all’altezza dei sacrifici fatti e lasciarsi dietro quello di invecchiare con i profumi che ricordano l’infanzia. Come se andarsene altrove fosse una soluzione. Come se sentirsi realizzati lontani da casa rendesse felici davvero. Come se non fosse già abbastanza frustrante mandare cento curriculum al giorno sperando che qualcuno risponda, ma poi magari rispondono che “sei troppo qualificato per noi” oppure “non hai abbastanza esperienza sul campo”. Ripercorrendo a ritroso gli ultimi venti anni della storia italiana (e non solo) ci si rende conto che praticamente più della metà sono stati “funestati” da crisi economiche, politiche di austerity, poi di nuovo crisi e infine la pandemia come ciliegina sulla torta. Non trascurando il fatto che il cancro della poca dinamicità del mondo del lavoro italiano ha le sue radici anche in altri fattori come la forte evasione fiscale, la corruzione, il gioco clientelare. E tutto quello che si riesce a dire ai millennials per uscirsene, elegantemente, con le mani pulite è: «Siete solo dei bamboccioni, alla vostra età avevo già dieci anni di contributi!». Maria Cristina Mastrangelo 1-30 giugno 2020
Virus non hai vinto: storie di giovani per ripartire
LE VOCI Le testimonianze dei giovani che hanno affrontato la quarantena mettendosi in gioco e rinnovandosi
1-30 giugno 2020
Milioni di posti di lavoro a rischio a causa del Covid Il racconto di chi ha dovuto reinventarsi e acquisire nuove competenze
Ci hai costretto a non poter abbracciare i nostri cari. Hai distrutto progetti, sogni e aspettative. Hai cancellato quelle poche certezze che avevamo, costringendoci a fare i conti con un futuro difficile da immaginare. Eppure, caro Virus, noi siamo qui. Studenti, stagisti, infermieri, imprenditori, artisti…giovani spaventati, ma con tanto coraggio. Secondo uno studio condotto dal McKinsey Global Institute, nota società internazionale di consulenza, a causa della pandemia Covid19 sono a rischio oltre 24 milioni di posti di lavoro in tutta Europa. La maggior parte delle imprese sarà costretta a innovarsi: trasferire parte del lavoro in via telematica, riprogettare gli spazi, ideare nuovi metodi di comunicazione. Ci sarà bisogno di reinventarsi e acquisire nuove competenze. Ecco la sfida. Ed ecco cosa hanno fatto molti durante la quarantena: prepararsi al dopo. Anzitutto c’è chi col Virus ha dovuto combattere. Corpo a corpo. Vita, 25 anni, infermiera nel reparto Covid dell’ospedale di Acquaviva: “I pazienti non ci potevano riconoscere. L’unica cosa che si vedeva erano gli occhi. Il peggio è che erano soli. Anche in punto di morte…Noi siamo stati l’unico punto di riferimento. Ci è toccato chiamare i loro familiari, che fino a un momento prima avevano visto, magari in video chiamata, grazie ai tablet, per dirgli ‘non ce l’ha fatta’. È un’esperienza che non dimenticherò mai e ripensandoci la prima cosa che mi verrà in mente saranno le
ansie e le paure. Ma è stato un momento di crescita professionale, anche per molti altri giovani scelti per il reparto Covid”. Antonio, 24 anni, studente e speaker radiofonico, vive a Casale di Carinola (Caserta): “Ho ripetuto i corsi che ho seguito per fare lo speaker, ho allenato la voce, ho approfondito molti argomenti, sono rimasto più informato rispetto ai giorni precedenti. L’informazione è stata alla base di tutto. Prima per i tanti impegni vivevo una vita molto sregolata. Il virus ha azzerato il mio strafare e quindi ho vissuto la quarantena con la mentalità di chi diceva ‘la mia vita andava a trecento ora invece va a cinquanta’. Sono riuscito a mettere a fuoco le priorità e pensare a molti nuovi progetti”. Emanuele, 25 anni, musicista, compositore e membro dei Duni Jazz Choir di Matera: “Per noi artisti è stato un dramma. Tuttavia il fatto di essere costretti a stare a casa ha spronato tutti noi a utilizzare software musicali e materiale tecnologico. Sono così nate collaborazioni virtuali e un nuovo modo di fare musica. Il primo video che abbiamo realizzato è piaciuto tantissimo, il secondo anche… al terzo abbiamo ricevuto una proposta da un artista internazionale. inoltre In due mesi di stop sono stato molto più produttivo tant’è che riuscirò a laurearmi in anticipo”. Insomma, Virus, noi non ci arrendiamo. Noi abbiamo speranza.
Saverio Carlucci
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Le Rsa nel mirino ora chiude anche Minervino
Gravi inadempienze da parte della struttura locale (un tempo deginita “efficiente”) nella gestione del Covid-19 6
IL FATTO La Residenze per anziani sono state in tutta Italia un pericolo di contagio e diffusione dell’epidemia
Anche la Rsa "Opere Pie Bilanzuoli" di Minervino Murge nel mirino degli inquirenti. Dopo la chiusura del San Giuseppe di Canosa di Puglia e della Fontanella di Soleto, è la volta ora di una struttura che prima dell'emergenza sanitaria era definita dalla cittadinanza una delle Rsa più efficienti del territorio. Fondata alla fine del 1800 da benefattori che hanno profuso ingenti somme di denaro per quella che doveva essere la “casa dell'ospitalità”, la Rsa era attualmente gestita dalla comunità ecclesiale. La cessazione del contratto di convenzionamento con la Asl, disposto con la determina regionale del 1° giugno 2020 sarebbe stata dovuta a gravi inadempienze che si sono riscontrate nella gestione dell'emergenza Coronavirus. Nella struttura si sono avuti infatti 56 contagi tra ospiti e personale socio-sanitario, con dieci che hanno perso la vita. A farsi carico degli ospiti durante l’emergenza, secondo la Asl, sarebbero stati soltanto tre infermieri e una decina di Oss. Anche per questo nelle scorse settimane il Dipartimento di prevenzione ha rilevato “l’inadeguatezza organizzativa” della struttura, chiedendo il trasferimento di tutti gli ospiti nell’ex ospedale di Canosa e nei reparti Covid di Bisceglie. La determina regionale ha avuto un forte impatto sulla cittadinanza: la Rsa “Opere Pie Bilanzuoli” conta circa cinquanta dipendenti
che ora rischiano di rimanere disoccupati. La chiusura della struttura per anziani rappresenta un dramma per la comunità di Minervino Murge, duramente provata dal Covid-19. I dipendenti della Rsa hanno espresso il loro dissenso in una manifestazione pubblica e con una petizione firmata da 3461 persone ed indirizzata proprio all'Asl pugliese. “In un paese già provato da una miriade di privazioni e chiusure, non ultima quella del presidio ospedaliero, e del primo intervento, la vicenda della Rsa Opere Pie Bilanzuoli sembra un'ulteriore penalizzazione che stravolge gli equilibri assistenziali ed occupazionali, già troppo fragili”. Così si è espressa Maria Laura Mancini, sindaca della cittadina. Il dissenso della sindaca non è tardato ad arrivare anche sui social, dove ha puntato il dito contro una politica diretta a sopprimere le piccole realtà del Mezzogiorno. Tra le voci accorate si è elevata anche quella del vescovo mons. Manzi il quale da una parte ha invitato a tacere su pettegolezzi e dall'altra ha chiesto che venga fatta luce sulla vicenda, affinché si adottino decisioni a salvaguardia dei posti di lavoro e a tutela degli anziani ospiti e delle loro famiglie. Tante le visioni contrastanti della cittadinanza, ma per il seguito della vicenda bisognerà aspettare i prossimi mesi. Maria Michela Sarcinelli 1-30 giugno 2020
Esami mascherati la maturità con il Covid
MATURITA’ 2020 Il maxi orale dei diplomandi con il rispetto delle linee guida previste dal Miur per il Covid-19
1-30 giugno 2020
Protezione individuale e distanziamento sociale sono le parole chiave della Maturità 2020. Dal 17 giugno in tutt’Italia
“Mi sono divertita, non vedevo l’ora di tornare a scuola anche se per poco, ora sono contenta e soddisfatta”. Desirée Bovino classe 2001, ormai ex liceale del Linguistico “Cartesio” di Triggiano, ha concluso così il suo percorso scolastico durato 5 anni (4 e tre quarti). Nessuna prova scritta, solo un maxi-orale diviso in tre parti. Se è vero, da un lato, che l’esame di maturità 2020 è stato snellito dal Miur per via dell’emergenza sanitaria causata dal Covid-19, bisogna tenere presente che rispetto agli altri anni gli studenti hanno dovuto condensare in un unico colloquio l’intero programma scolastico annuale. La prova è stata così suddivisa: la discussione di un elaborato in sostituzione dello scritto “che ho realizzato in inglese e tedesco”, ha ricordato Desirée; l’analisi di un testo d’italiano, tra i 28 messi a disposizione dai docenti e, infine, un intervento basato su un “input”, cioè una foto o un documento assegnato dalla commissione, da cui partire per introdurre un percorso tematico che collegasse tutte le materie. Tra le numerose novità della maturità 2020, al di là della valutazione del colloquio per un massimo di 40 punti (contro i 60 delle sessioni precedenti), i componenti della commissione sono stati tutti interni, ad eccezione del presidente. Dalle 8,30 del 17 giugno sono così partite le prime prove. Mascherina obbligatoria per tutti, compreso per quell’unico accompagna-
tore (amico o parente) scelto per assistere all’esame. E mascherina che solo l’esaminato ha potuto abbassare durante il colloquio, purché rispettasse la distanza di due metri. “La scuola ci ha chiamati a turno, ogni giorno per classe c’erano 5 candidati. A ognuno è stato assegnato un orario specifico. Dovevamo presentarci un quarto d’ora prima e non potevamo rimanere più di 5-10 minuti dopo”, ha aggiunto Desirée. Ogni classe ha affrontato il colloquio in aule distanti l’una dall’altra, con un supervisore all’esterno, chiamato per verificare il rispetto delle norme di distanziamento sociale e per evitare che si formassero assembramenti. “Inizialmente l’ho vissuta male perché mi sono ritrovata a dover preparare e ripetere tutto in una sola settimana – ha spiegato la diplomata – ripetevo senza fermarmi un secondo con l’ansia di non finire in tempo. Poi il 15 giugno è stata estratta la lettera del cognome dal quale avrebbero iniziato e mi sono tranquillizzata”. E poi c’è chi, come Massimiliano Di Gemma, di una sezione del Classico dello stesso liceo di Desirée, che ha vissuto il suo esame come un’esperienza divertente, ma certamente da non ripetere: “È stata una figata, ero lì e sapevo che non mi sarebbe più capitata qualcosa del genere, che non avrei mai più vissuto quelle stesse emozioni anche se in momenti diversi. Mi sono goduto il momento e ora è finalmente finita”. Maricla Pastore
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Palestre scolastiche ancora tutto in alto mare
SPORT A RISCHIO Fasi di riscaldamento prima di una gara di pallavolo in una palestra scolastica
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In forse l’utilizzo per le società sportive, che richiederebbe continui cicli di sanificazione e aumenterebbe i rischi oltre che i costi
Se le modalità per la ripresa del nuovo anno scolastico sono ancora confuse, ad essere preoccupati per il 2020/2021 non sono solo studenti, genitori o insegnanti. Ai più diretti interessati, infatti, bisogna aggiungere una cospicua fetta (secondo alcuni fino all’85%) delle circa 95mila società sportive dilettantistiche italiane che utilizzano regolarmente le strutture scolastiche per svolgere la loro attività. I timori appaiono più che giustificati, considerando che nessuno sembra volersi assumere la responsabilità di far entrare “estranei”, seppur nelle ore extracurriculari, nelle palestre scolastiche che costituiscono un patrimonio indispensabile per tutta l’attività sportiva dilettantistica, dalla pallavolo al basket, dal tennistavolo alla pallamano, dalla ginnastica alle arti marziali. Come regolamentare l’alternanza di società diverse all’interno di una struttura? E l’utilizzo degli spogliatoi? Dovranno essere garantite sanificazioni tra un utilizzo e l’altro? Chi ne sarà responsabile? Chi ne affronterà i costi? E se mai si scoprisse un positivo la scuola sarebbe a rischio chiusura, con tutte le problematiche correlate. Al momento il ministero dell’Istruzione non si è espresso ufficialmente e, tra l’altro, non è detto che lo faccia, anche in considerazione del fatto che, in realtà, i proprietari delle strutture scolastiche sono gli enti locali, Comuni e Province. Il rischio è quindi anche
quello di trovarsi di fronte a decisioni diverse a distanza di pochi chilometri. Nel mondo dello sport dilettantistico si avverte dunque la necessità di una soluzione omogenea per consentire alle società di programmare la prossima stagione sportiva: allenamenti, tornei, manifestazioni e campionati non si possono certo pianificare se non si sa ancora dove poterli svolgere. Per questo Coni e federazioni hanno già chiesto un incontro a livello nazionale, l’obiettivo è di sedersi intorno a un tavolo con il ministero della Salute, ministero dell'Istruzione e il ministero dello Sport per cercare delle soluzioni. Soluzioni tutt’altro che semplici. Tra pochi giorni inizieranno le nuove stagioni sportive e l’intero movimento dilettantistico dovrebbe già mettersi in moto per ripartire dopo l’estate. La legge (289/2002) prevede espressamente che “Le palestre, le aree di gioco e gli impianti sportivi scolastici, compatibilmente con l’attività didattica, devono essere posti a disposizione di società e associazioni sportive dilettantistiche aventi sede nel medesimo comune in cui ha sede l'istituto scolastico”. È fondamentale, quindi, rendere compatibili, in questo momento di emergenza, l’attività sportiva extrascolastica con la normale attività didattica. In caso contrario sarebbe un disastro per tutto lo sport. Claudio Carbone 1-30 giugno 2020
I monumenti all’ingiustizia non li vogliamo
Dalle proteste per George Floyd è nata la polemica contro le statue degli oppressori. A Cagliari quella di Carlo Felice rischia IL SIMBOLO La statua di Carlo Felice addobbata con i colori del Cagliari dopo la vittoria del campionato di serie B 2016/17
1-30 giugno 2020
Nessuna statua è al sicuro, nemmeno quella di Carlo Felice di Savoia a Cagliari. Effetto, in tutto il mondo, delle proteste contro il razzismo divampate dopo la morte dell’afroamericano George Floyd il 25 maggio a Minneapolis, in Minnesota, a causa della violenza della polizia. Così i monumenti legati allo schiavismo e all’ imperialismo sono stati messi in discussione, imbrattati e abbattuti. Quello situato oggi nella cagliaritana Piazza Yenne ed eretto, nel 1827, all’uomo che fu prima viceré e poi re di Sardegna non è certo tra i più celebri, eppure si è tornati a parlare della possibilità che venga rimosso, esattamente come molte statue contestate dal movimento Blacks Lives Matter (le vite delle persone nere contano). Negli USA le più colpite sono state quelle dei generali confederati degli Stati del Sud, che nella guerra di secessione (svoltasi tra il 1861 e il 1865) combatterono contro i nordisti anche per i danni economici dati dai limiti alla schiavitù che il Governo voleva imporre. Non che dall’altra parte non ci fossero schiavisti. E i manifestanti lo sanno, visto che anche le statue di Thomas Jefferson, terzo presidente degli USA e proprietario di piantagioni e schiavi, sono state abbattute in Oregon e a Richmond, in Virginia. Nel mirino è finita anche la statua di Cristoforo Colombo, ritenuto il simbolo del colonialismo. In Inghilterra, invece, quella del mercante di schiavi Edward Colston è finita nel fiume a Bristol, mentre in
Italia è stata colpita quella del giornalista Indro Montanelli, per il suo passato coloniale 9 in Etiopia. Ma cosa ha in comune con questi personaggi un rampollo della famiglia Sabauda? Secondo molti anche lui è un simbolo di oppressione, vista la brutalità che ha contraddistinto la sua opera da viceré nell’Isola, tale da fargli meritare il nomignolo di “Carlo Feroce”. La Sardegna è stata sempre considerata dai Savoia inferiore rispetto al Piemonte, e i suoi abitanti dei selvaggi da educare o, meglio, dei sudditi da saccheggiare. In fondo, è lo stesso trattamento subito dai nativi americani e dagli africani imbarcati per le piantagioni oltreoceano. Una forma di razzismo anti-sardo che resiste ancora oggi, con la mitizzazione della Barbagia criminale e del sardo bandito “per natura”. Carlo Felice è stato il sovrano che più si è distinto per le torture, i soprusi e le violenze contro i sardi, quelli “da ammazzare per il bene dell’umanità”, come lui stesso scrisse al fratello Vittorio Emanuele I. Ormai la statua che lo ritrae vestito da centurione romano è diventata simbolo della città e viene colorata da sciarpe rosso-blu in occasione di ogni vittoria del Cagliari Calcio. Ma i movimenti nati per chiederne la rimozione continuano la loro lotta. Perché sarà anche vero che la storia la fanno i vincitori, riscrivendola e autocelebrandosi, ma anche tra i “vinti” c’è chi non dimentica com’è andata davvero. Luigi Bussu
Bari, Matera Foggia, Lecce e Taranto: no al razzismo
LA PROTESTA Migliaia di persone scese in piazza in Puglia e Basilicata in memoria di Floyd contro il razzismo
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Tutti uniti al grido “Le vite dei neri contano”: George Floyd le ha risvegliate. Ma noi siamo davvero diversi?
Un unico filo rosso ha unito Minneapolis a Puglia e Basilicata: <Black lives matter>. Le vite dei neri contano, infatti, anche a Matera, Bari, Taranto, Foggia e Lecce, città in cui si è manifestato contro il razzismo, sottolineando come, nel 2020, morti come quella di George Floyd non possono più essere tollerate. Il movimento, formatosi spontaneamente dopo il brutale assassinio del cittadino afroamericano, ha avuto una eco mondiale. Perché il razzismo è un problema globale, in tutte le sue forme. E così la voce di Floyd, ignorata dai suoi carnefici, è stata gridata e si è diffusa ovunque. Quel respiro soffocato ha ritrovato spazio, moltiplicato il suo soffio vitale. Ha conosciuto cieli e colori finora sconosciuti. Quelli delle nostre terre, ad esempio, pugliesi e lucane. Terre in cui l’uomo di colore è inferiore. Schiavizzato nei campi di pomodoro, parcheggiato dalle istituzioni e dalla burocrazia nei centri di accoglienza, emarginato e guardato con sospetto in strada, sui mezzi pubblici, nei negozi. Ghettizzato e sfruttato sessualmente nei quartieri più popolari delle nostre città. Croci bianche distanti un metro le une dalle altre, flash mob in cui i manifestanti si sono inginocchiati per otto interminabili minuti - il tempo che è servito all’agente Derek Chauvin per soffocare Floyd - e ancora pugni chiusi sollevati al cielo. Cittadini e mondo delle associazioni che hanno manifestato per
rivendicare l’esistenza di un problema che va oltre Floyd e che viene taciuto. E che forse, solo il regista afroamericano Spike Lee ha saputo cogliere meglio di altri, con le sue parole: “È facile dire guarda l’America e quello che gli americani stanno facendo. Ma il razzismo è in tutto il mondo. Voglio implorare i nostri fratelli e sorelle italiani di guardare a quello che sta accadendo nelle loro città, come sono trattati gli africani e quello che devono affrontare, perché i razzisti sono ovunque, non solo negli Stati Uniti d’America”. Qualcuno a migliaia di chilometri di distanza, tra i nostri politici, i giornalisti, tra la gente di tutti i giorni, ha subito dimostrato che ciò che dice Spike Lee è tristemente vero. Siamo razzisti in Italia. Lo siamo a parole e nei fatti, perché neghiamo il problema che è davanti ai nostri occhi. Perché chi si inginocchia in Parlamento è tacciato di snobismo. Chi manifesta nelle piazze insieme alla gente di colore è una “zecca rossa” e poco altro. Lo siamo perché neghiamo che nelle nostre città pugliesi e lucane, così come nel resto d’Italia, ci sia lo sfruttamento e l’emarginazione dei neri. E, cosa peggiore, pur ammettendolo, neghiamo che tutto questo rappresenti un problema contro il quale scagliarsi, inginocchiarsi e sollevare i pugni al cielo. Invece tutto questo conta, eccome.
Michele Mitarotondo 1-30 giugno 2020
Per la street art la vendetta in Puglia è legge
Dopo anni di dibattito ora murales e graffiti vengono apprezzati La Regione finanzia e dà nuovi spazi agli artisti GRAFFITI E MURALES I writer e gli artisti di strada ora avranno più soldi e più spazi per esprimere la loro creatività e fantasia
1-30 giugno 2020
Chi un tempo la definiva vandalismo, oggi rimarrà stupefatto nel sapere che la street art viene supportata, tutelata e finanziata. La Regione Puglia è la prima in Italia a mettere in campo una grande operazione di supporto all’arte creativa urbana. È stata approvata la proposta sulle “Disposizioni per la valorizzazione, promozione e diffusione della street art”, sottoscritta dai consiglieri Enzo Colonna e Sabino Zinni. Quasi quattro milioni di euro che serviranno - ha sottolineato l'assessora regionale al turismo e alla cultura, Loredana Capone - “a rigenerare luoghi e beni pubblici e rendere più belle e attrattive le nostre città, soprattutto le periferie che possono diventare più inclusive e vivibili”. Già nel 2012 a Bari venne istituito l’albo dei writer. Nel 2019 la Regione ha messo a disposizione 450mila euro (in tre anni) per i Comuni interessati a colorare le città. Adesso il finanziamento diventa decisamente più corposo e si prevede che i singoli Comuni redigano un elenco di spazi pubblici o privati che nel loro territorio saranno a disposizione degli artisti. La misura pugliese è in linea con il programma del ministero per i Beni culturali in collaborazione con Inward Osservatorio nazionale sulla creatività urbana per effettuare una ricognizione di opere di muralismo e graffiti. Il dibattito sulla street art, che va avanti da decenni, ha portato a parlare di un vero e proprio contemperamento tra diritti. Se infatti da
una parte l’articolo 1 della legge sul diritto d’autore, tutela “le opere dell’ingegno di ca11 rattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative […] qualunque ne sia il modo o la forma di espressione” dall’altra parte c’è l’articolo 639 del Codice penale, che impone di punire “chiunque […] deturpa o imbratta cose mobili o immobili altrui”. Lo stesso episodio veniva interpretato da alcuni come atto gratuito e altruista, di abbellimento di un ambiente cittadino monocromo e, da altri, come volontaria degradazione di un bene o di uno spazio altrui, meritevole di sanzione. E numerosi artisti sono stati un giorno puniti e il giorno dopo elogiati. Una contraddizione a cui bisognava mettere fine. Certo, le inutili verniciate su mezzi pubblici e monumenti o le dediche sui muri tipo “Amelia ti amo” non si possono definire arte. Ci sono però opere grafiche o coloristiche, concepite da menti con un’ispirazione fuori del comune, che danno nuova veste a palazzi, scuole e ospedali. La Puglia ora appoggia questi artisti e dà uno schiaffo morale a tutti coloro che pensavano che l’Italia non fosse pronta culturalmente alle nuove forme d’arte. Come diceva un certo Banksy: “Ci sono quattro bisogni umani fondamentali: cibo, sonno, sesso e vendetta.” Ecco, gli street artists stanno avendo la loro vendetta. Michela Lopez
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1-30 giugno 2020