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Mediaterraneo News 1-15 novembre 2019

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Anno 11 - N. 77 1-15 novembre 2019 Distribuzione gratuita

Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016

MEDI@TERRANEO news - Periodico del Master di Giornalismo di Bari Ordine Giornalisti di Puglia - Università degli Studi ‘Aldo Moro’ di Bari Editore: Apfg - Bari Direttore Responsabile: Lino Patruno Registrazione Tribunale di Bari numero 20/07 del 12/04/2007

Sporca è bella 1

Redazione: Palazzo Chiaia-Napolitano via Crisanzio, 42 - Bari email: master@apfg.it

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A ruba le mutande usate e sporche Il sesso si rinnova

Il mercato online di questa biancheria è quasi saturo. La colpa? Sembrerebbe la terza stagione della serie tv “Orange is the New Black”

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IL SITO SofiaGray è uno dei siti dove è possibile registrasi e vendere o comprare la merce di interesse divisa per categorie

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Ad alcune persone piace avere la biancheria usata. Meglio se è appertenuta ad altri. Non è una frase provocatoria, ma un dato di fatto. A essere predilette, le mutandine femminili, ma il mercato di questi indumenti si è ampliato inglobando anche a calze e qualsiasi altro indumento usato. Leva che fa scattare l’acquisto, l’odore personale di questi capi: più è stato indossato più aumenta il suo valore. Negli ultimi anni, complice anche la terza stagione del noto serial tv “Orange is the new black”, si è avuto un incremento di chi si iscrive ai siti di compravendita di biancheria usata convinta che sia un “gioco da ragazze”. Ma lo è davvero? Nel mondo orientale, questa pratica è già presente a partire dagli anni Novanta. Soprattutto in Giappone, il rapporto sessuale e tutto quello che gli ruota intorno non è visto come un tabù: i burusera-ten, nuovi luoghi di commercializzazione del sesso, dapprima hanno permesso ad alcune studentesse di vendere le loro uniformi scolastiche e altri indumenti vari. Poi hanno ampliato le vendite, aggiungendo ai prodotti acquistabili biancheria usata. A contraddistinguere il caso giapponese dalle altre piazze di mercato è la naturalezza delle forme con cui si esplica la vendita: avviene anche per strada, attraverso distributori automatici che erogano bian-

cheria intima, non sempre realmente usata, ma “contraffatta” ad arte appositamente per apparire come tale (illuminante il videoclip degli SteroTotal). In Occidente, invece, la vendita è organizzata per lo più attraverso siti specializzati che dovrebbero tutelare l’anonimato di chi vende. PantyDeal, SofiaGray e PantyTrust sono i siti maggiormente accreditati per questa tipologia di vendita. Un’ulteriore spinta a questo commercio è stato dato, secondo la rivista VICE, dalla promessa di arrivare anche a un guadagno di 65mila dollari annui. A vendere sono soprattutto donne, tra i 20 e i 29 anni mentre i costi dei capi variano, con un margine che va dai 25 euro fino ai 150; a modificarne il valore la tipologia (tanga, perizomi, culottes), tempo di impiego e valutazione. “Più recensioni positive hai, e più cresce il tuo business” spiega Kit che vende su PantyDeal dal 2016. Ma talvolta chi vende non sa a cosa può andare incontro e si ritrova con richieste di sessioni video o di invio altro materiale digitale in accompagnamento allo slip. Per arginare questo problema, alcuni siti hanno permesso alle loro iscritte di compilare una breve scheda informativa con tutti i servizi “extra” che offrono, da messaggistica erotica fino a vere e proprie chat. Altri invece, come PantyTrust, hanno deciso di tutelare le venditrici creando una commu-


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Simona Latorrata

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nity per scambiarsi i nomi degli acquirenti “problematici” in modo da segnalarli. Ma nella rete sconfinata di Internet è ben difficile mettere un argine a quello che, a tuti gli effetti, si trasforma in pornografia digitale. “Spesso la gente si iscrive a questi siti pensando di incontrare escort o prostitute. Mandano dick pic (foto del pene) non richieste e chiedono incontri, ma chi vende non offre prestazioni sessuali, ci limitiamo a soddisfare un desiderio che si basa su un oggetto” spiegano. A questo, vanno aggiunti i limiti pratici della vendita online. La maggior parte degli acquirenti richiede capi indossati almeno un giorno e massimo tre. In una settimana sono appena sette i prodotti vendibili, considerando che ogni acquirente chieda solo quel tipo di prodotto con quella tempistica alle spalle. Il numero di feticisti è stabile ma aumentano in maniera esponenziale i siti che cercano di sfruttare questo fenomeno, con il risultato di saturare il mercato, con una offerta ben più ampia della domanda. Dunque, se si vuole avviare questo business è opportuno farlo attraverso i siti specializzati. Ma se si è in cerca di soldi facili online è meglio che trovare un altro lavoro. Magari uno vero.

Il feticismo è spesso associato al mercato della biancheria usata. Ma cosa si intende per feticismo? Lo abbiamo chiesto a Domenico Laera, docente di Psicologia dell’Università Aldo Moro di Bari. Il feticismo consiste nello spostamento esclusivo della meta sessuale dalla persona nella sua interezza ad un suo sostituto. In poche parole il feticista preferisce il “pezzo” all’incontro con l’Altro. Può essere considerato una malattia? “Il comportamento feticista non ha necessariamente una connotazione patologica. Diventa patologico quando non è più uno dei tanti ingredienti ma è l’ingrediente unico di un rapporto. Non userei il termine malattia, ma di disturbo quando l’eccitazione sessuale associata al feticcio, intensa e ricorrente, priva il soggetto della libertà e, nei casi più gravi, ne compromette il funzionamento. Non sempre il feticista patologico è consapevole di avere un problema, per questo spesso il percorso terapeutico appare pieno di insidie”. Da cosa è causato? “All’origine della perversione feticista c’è la difficoltà evidente di integrare la rappresentazione dell’altro. Spesso questo disturbo ha origini traumatiche, in altri casi può derivare da processi di condizionamento durante l’infanzia associati a tratti di carattere peculiari”. L’acquisto di biancheria usata può essere associata al feticismo? “Può esserlo e può non esserlo. Cerco di spiegarmi meglio. Le motivazioni che spingono ad acquistare biancheria intima usata possono essere molteplici e non necessariamente si inseriscono in un quadro psicopatologico di funzionamento”. Può minare i rapporti? “Il feticismo trasforma i rapporti interpersonali a rapporti dove l’altro è oggetto, gettato letteralmente via dal gioco caritatevole dell’amore”. Come influisce sulla psiche umana? “Il feticismo patologico spesso si presenta associato a disturbi d’ansia e disturbi dell’umore. Si innesca un circolo vizioso di dipendenza che obbliga il soggetto ad un teatro di rituali via via più rigidi, compromettendo la qualità della vita”. S. L.

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Feticismo, tra tabù e disturbo

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Focus su

PANTYDEAL Considerato il primo sito per venditori registrati e acquirenti, garantisce ai suoi iscritti il fake check

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“Tieniti le foto tue che io mi tengo le mutande mie”

PANTYDEAL Uno dei numerosi siti online di “pantyselling”, nell’immagine è raffigurata la sezione “compratori”

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Può succedere che le immagini che circolano nelle piattaforme social non corrispondano alla realtà, specialmente quelle pubblicate nei siti pantyselling

La mutanda, dal latino “mutare”, è un accessorio di biancheria intima che si “cambia” una o più volte al giorno. Con il passare del tempo, ciò che è cambiato, non è solo l’indumento nella forma e nella modalità di utilizzo, ma il suo scopo. Dagli anni 2000, infatti, si è diffuso il “culto dell’annusare”. L’apparente insolita tendenza, che consiste nell’acquistare mutande usate e sporche di persone sconosciute “a scatola chiusa”, è nata in Giappone, ha varcato i confini orientali approdando in America e da qualche

Parliamo di...

Deepfake e intelligenza artificiale

La tecnica consiste nel sovrapporre immagini o video di persone esistenti o false su immagini o video originali. Ciò che lo rende possibile è l’utilizzo di software di apprendimento automatico, attraverso i quali il computer riconosce un determinato insegnamento e lo ripropone in autonomia, senza il bisogno di ricevere ulteriori comandi specifici. Nata per gioco e per soddisfare alcune fantasie sessuali su "Le stanze virtuali" (siti pornografici che utilizzano volti di attori famosi) la deepfake sarebbe in grado di sostituire completamente il volto di un politico, attribuendogli una voce (identica a quella reale) che dichiara notizie false o frasi che non gli appartengono. La manipolazione delle immagini era già ampiamente diffusa con l'esplosione delle applicazioni per smartphone, che falsificano istantaneamente i volti con altre immagini, ma ciò che spaventa maggiormente è il realismo che ne viene conferito dall'introduzione dell'intelligenza artificiale. 1-15 novembre 2019

anno ha conquistato anche la nostra Penisola. Funziona così: il venditore o la venditrice, iscritto a una piattaforma, deve creare un profilo personale e scattarsi una serie di foto con addosso l’intimo da vendere nell’attesa di ricevere richieste, sperando che il prodotto offerto riesca ad accontentare le esigenze dell’eventuale cliente (in caso contrario, il compratore potrà fare specifiche proposte). Così il cliente avrà l’illusione di avere un rapporto intimo con una donna mai vista dal vivo, credendo di possedere una parte di lei. Per capire questo fenomeno è necessario precisare che il feticismo è “caratterizzato da una supervalutazione psicologica dell’oggetto sessuale, che si estende a ogni cosa sia associato”. Si tratta perciò dell’immaginario che un soggetto crea intorno alle sue aspettative o ai suoi desideri. Tra immagini di mutande evidentemente sporche e lati b pronunciati, può capitare di imbattersi anche in fotografie di volti in primo piano, di persone di qualsiasi età e sesso. Ma chi garantisce l’autenticità delle immagini pubblicate? Esistono dei “supervisori” che verifichino che quella foto appartenga effettivamente a una persona reale? Una cosa è certa: pubblicare immagini, che siano vere o meno, è semplicissimo. Chiunque potrebbe scaricare una foto dal contenitore delle immagini di Google e retendere


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di essere qualcun altro. Nel “Dizionario di Psicologia” di Umberto Galimberti questo fenomeno potrebbe rientrare nel significato dell’autoinganno: “atteggiamento mentale di difesa attraverso cui l’individuo falsifica consapevolmente immagine che ha di sé per non perdere l’autostima o per non rinunciare al soddisfacimento dei bisogni istintuali coscientemente rifiutati. Così facendo il soggetto riesce a raggirare la censura del super-io, offrendo a se stesso false motivazioni che giustificano ai suoi occhi i propri comportamenti ed i propri pensieri”.

Lo sapevi che...

Molte venditrici, infatti, dichiarano che dopo aver avviato quest’attività, hanno acquisito più fiducia in sé stesse e consapevolezza nei rapporti di coppia. A questo proposito è necessario menzionare una recente invenzione attraverso la quale è possibile creare volti di persone inesistenti, cliccando sull’indirizzo del sito “thispersondoesnotexist.com”. Tutto ciò è possibile grazie all’intelligenza artificiale, che crea magini, attingendo da un database fotografico di facce appartenenti a persone reali o di cartoni animati. (Marìcla Pastore)

“STORIA DELLE MUTANDE. DALLE BRIGLIE DA CULO RINASCIMENTALI AL CULTO CONTEMPORANEO” Scritto da Luciano Spadanuda, il libro sull’evoluzione delle mutande

Le mutande sono vecchie quanto Roma

Già gli antichi romani, per fare attività fisica, indossavano la “subligatula”: un pezzo di stoffa con un capo che avvolgeva la vita e l’altro che passava in mezzo alle gambe. Ma la svolta arrivò nel ‘500 grazie a Caterina de Medici, moglie di Enrico II di Francia. La donna, fantasiosa e libertina, introdusse un tipo di cavalcata con il piede sinistro nella staffa e la gamba destra orizzontale sull’arcione. Perciò, con lo scopo di coprire le gambe delle signore durante l’equitazione, iniziò ad utilizzare mutande strette e attillate di cotone o fustagno, chiamate “briglie da culo”, che di lì a poco entrarono nell’egemonia dei bordelli: divennero strumento di lussuria delle prostitute. A Venezia, sempre in quegli anni, le autorità le imposero alle cortigiane per questioni igieniche e di decoro pubblico. Si chiamavano “braghesse” ed erano lunghe fino al ginocchio, spesso ricamate e impreziosite da nastri. Nell’800 le mutande continuarono a mantenere una certa carica erotica: diventarono sempre più corte e le ballerine di can-can le lasciavano intravedere sotto la gonna. A partire dai primi anni del ‘900, invece, sono stati introdotti gli slip (dal verbo inglese “to slip” far scivolare, infilarsi) per indicare mutande corte e aderenti, adatte soprattutto agli sportivi. Più avanti poi, negli anni ‘70, sono nati i primi tanga, probabilmente in Brasile, che consistono in uno splip eccessivamente sgambato, che si mantiene sui fianchi tramite un semplice cordoncino o nastrino. Oggi, molte donne dello spettacolo preferiscono farne addirittura a meno, per far sì che non si vedano cuciture attraverso gli abiti da sera. 1-15 novembre 2019

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“Francesco Padre” 25 anni e ancora nessuna giustizia Commemorate a Molfetta le vittime dell’affondamento. La figlia del comandante, Maria Pansini: “Continuiamo a ricercare la verità” 6 LA COMMEMORAZIONE Marinai della Guardia costiera portano dal duomo alla motovedetta la corona che sarà lanciata in mare

“C’è un’Ustica marittima”. Così iniziava l’arti­ colo di Sergio Annese che, sulla Gazzetta del Mezzogiorno due giorni dopo l’esplosione del “Francesco Padre”, raccoglieva le tante voci molfettesi che chiedevano da subito in­ chieste e giustizia. Rileggendolo oggi, dopo 25 anni, molte frasi hanno un sapore amara­ mente profetico. “Non sono ancora trascorsi gli anni che separano dall’incidente aereo di Ustica (all’epoca ne erano passati 14 n.d.r.), ma non si vuole certo che questo accada per conoscere la verità” scriveva Annese, men­

tre il sindaco di Molfetta di allora, Guglielmo Minervini, chiedeva che all’accertamento della verità non venissero “opposti vincoli di carattere militare”. Il motopeschereccio molfettese affondò al largo delle coste mon­ tenegrine il 4 novembre del 1994 con i cin­ que membri del suo equipaggio. Le prime azzardate ipotesi si focalizzarono sul possi­ bile scoppio di una bombola di gas o sul­ l’eventualità che una mina o un residuato bellico fossero rimasti imbrigliati nelle reti dei pescatori provocando l’esplosione.

Il venticinquennale

Ricordato l’affondamento del Francesco Padre Il Comitato Francesco Padre ­ verità e giustizia continua, dopo 25 anni, a tenere viva la memoria della vicenda del peschereccio molfettese. La commemorazione dei 25 anni dell’affondamento si è tenuta a Molfetta con la partecipazione, oltre ai familiari delle vittime, delle autorità civili e militari e delle associazioni della marineria cittadina. Forti le parole durante l’omelia: “La storia del Francesco Padre è semplicemente una storia ingiusta, fatta di omissis, segreti di stato, menzogne, indifferenza, dolore e amnesie. Col Francesco Padre la giustizia italiana ha mostrato il volto contradditorio di chi cerca la verità con coraggio e determinazione e chi, cinicamente, la insabbia. Col France­ sco Padre lo Stato italiano ha messo in gioco la sua sovranità per una manciata di fragile sicurezza”. Dopo la messa, celebrata nel duomo, sono stati resi gli onori alle cinque vittime: una corona benedetta è stata lan­ ciata nello specchio d’acqua del porto da un’imbarcazione della Guardia Costiera mentre i pescherecci la attornia­ vano a sirene spiegate. Maria Pansini, presidente del comitato e figlia del comandante del peschereccio affondato, ha ribadito l’impegno dei familiari a proseguire nella ricerca della verità sottolineando come uno dei punti cruciali sia l’ottenimento di ri­ sposte alle rogatorie internazionali.

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Le vittime

Il ca

Mai recuperate le salme di 4 di loro

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Il Francesco Padre era un motope­ schereccio di circa 58 tonnellate di stazza, costruito nel 1970 da Giuseppe Pansini, un procugino del coman­ dante Giovanni Pansini. Nel tragico af­ fondamento oltre al capitano Pansini, di 45 anni, persero la vita il motorista, Luigi De Giglio di 56, i due marinai, Sa­ verio Gadaleta di 42 e Mario De Ni­ colo di 28 e il capopesca Francesco Zaza di 31 anni. L’unico corpo recupe­ rato fu quello di De Nicolo che, proba­ bilmente, era al timone mentre gli altri dormivano. Furono proprio le analisi effettuate sulla sua salma che confermarono la presenza di tracce di esplosivo escludendo l’ipotesi dello scoppio di una bombola di gas. La suc­ cessiva perizia sui primi resti dello scafo recuperati portò ad accusare i 5 marinai di essere trafficanti. Dopo vent’anni la terza inchiesta della Pro­ cura di Trani li scagionò definitiva­ mente dall’infamante accusa.

Qualcosa però non tornava, una bombola di gas difficilmente avrebbe potuto ridurre il peschereccio in mille pezzi e anche l’ipotesi di una mina in acque internazionali sem­ brava poco credibile. In più, in piena guerra Serbo­Croata, quel tratto del Mar Adriatico era battuto da navi militari di 14 Paesi per l’operazione della NATO “Sharp guard” con l’obiettivo di far rispettare l’embargo di armi deciso dal Consiglio di sicurezza dell’ONU nei confronti delle repubbliche indipenden­ tiste dell’ex Jugoslavia. Forse per questo già dai primi giorni si cominciò a parlare della possibilità di un siluramento e in molti a Molfetta cominciano a temere una nuova “Ustica”. La vicenda diventò ancora più amara quando, nell’aprile del 1995 fu depositata la perizia sui pochi reperti del peschereccio re­ cuperati. Le conclusioni del professor Giulio Russo Krauss, infatti, esclusero che l’esplo­ sione fosse stata causata da materiale di tipo militare affermando che vi erano “chiare tracce di una dinamica di esplosione dall’interno verso l’esterno”. Le cinque vit­ time vennero così bollate come trafficanti di armi. La prima inchiesta si chiuse nel 1997 con l’archiviazione da parte del giudice per le indagini preliminari, Giulia Pavese, che concluse che l’affondamento era stato cau­ sato dalla “detonazione di esplosivo dete­ nuto a bordo” per un “illecito traffico di armamenti” e ritenne “del tutto inutile” il

recupero del relitto. Nel totale silenzio delle autorità militari, l’unica altra ipotesi meno infamante riguar­ dava la possibilità di una ritorsione da parte dei trafficanti montenegrini (secondo alcuni con la possibile collaborazione della Sacra corona unita) per un’intervista rilasciata dal comandante Antonio Pansini qualche giorno prima della sua scomparsa a Federico Faz­ zuoli nella quale parlava di trasbordi effet­ tuati tra navi che “facevano finta di pescare” e pescherecci montenegrini. Solo la determinazione dei familiari delle vittime, uniti nel Comitato “Francesco Padre” ­ verità e giustizia, ha consentito di arrivare a una terza inchiesta e al recupero di resti del peschereccio che dopo 20 anni hanno portato a “una mezza verità”, come la definisce Maria Pansini, presidente del co­ mitato e figlia del comandante scomparso. La terza archiviazione, infatti, ha escluso l’ipotesi che ci fosse esplosivo a bordo. Il Francesco Padre fu mitragliato e fatto esplo­ dere ma gli autori restano ignoti, le rogato­ rie richieste dalla Procura di Trani a Stati Uniti, Serbia e Montenegro senza risposta e l’unico risultato concreto è di aver ridato di­ gnità a cinque uomini morti in mare senza aver ottenuto ancora giustizia. I familiari continuano la loro battaglia: venticinque anni, tre inchieste e sedici governi non sono stati sufficienti per arrivare alla verità. Claudio Carbone

7 LE CINQUE VITTIME Da sinistra: Giovanni Pansini, Saverio Gadaleta, Mario De Nicolo, Francesco Zaza e Luigi De Giglio

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Il cuore antico di Bari 8

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‘SANTA SUBITO’ Piva e il suo film: “Coraggio, donne”

“Sono stato ispirato da Rosa Maria Scorese: sua sorella non è stata l’unica vittima di questa tragica vicenda, ma anche il suo persecutore”

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ANCORA UN TRIONFO

Il regista Alessandro Piva premiato al Festival di Roma 2019: il suo film ‘Santa subito’ ha battuto ‘The Irish Man’ di Scorsese

Ancora una volta il regista Alessandro Piva ci ha sorpresi, stupiti, meravigliati. Come accadde con ‘La Capagira’, che nel 2000 ebbe un successo straordinario quanto inaspettato. Stavolta Piva ha sbancato al Festival di Roma con “Santa subito”, pellicola che ha vinto il premio più ambito, quello del pubblico, battendo un mostro sacro come Martin Scorsese e il suo “The Irish Man”. Piva ha narrato la storia di Santa Scorese, ragazza ventitreenne di Bari, assassinata la sera del 15 marzo 1991 dal suo persecutore.

Cinema

Lo sguardo realista di Piva

Se c’è un merito da attribuire ad Alessandro Piva, oltre ai premi ricevuti in carriera, il principale è quello di aver restituito al cinema italiano uno sguardo straordinariamente realista. Il regista, salernitano di nascita ma barese di adozione, ha saputo narrare le vicende pugliesi, approfondendo tematiche di interesse generale e di stringente attualità, senza separare per amor di fama la narrazione dal contesto. Lo ha fatto spesso prima degli altri. Come nel caso del documentario “A zero ore”, in cui Piva raccontava “la storia di una notte in pullman di un gruppo di operai dell’Italsider (il siderurgico di Taranto, ora nelle mani di ArcelorMittal, ndr) che andavano a Roma per una manifestazione nazionale”. “Già all’epoca – racconta Piva - il problema era semplicemente difendere un posto di lavoro. A distanza di quasi trent’anni, penso che sia cambiato ben poco. L’unica aggiunta, che rende il problema ancora più grave, è il dilemma inaccettabile di dover scegliere tra ambiente, salute e lavoro. 1-15 novembre 2019

Qual è stata l’ispirazione che l’ha spinta a raccontare la storia di Santa? “Ho saputo della vicenda di Santa Scorese in un evento pubblico in cui era intervenuta sua sorella Rosa Maria. La sua riflessione mi colpì molto: oltre a Santa, la cui tragica scomparsa ha provocato un dolore terribile nella famiglia e tra gli amici, una vittima di questa vicenda è anche l’assassino. Un’ammirevole presa di coscienza: Rosa Maria notava come il persecutore di sua sorella poteva essere neutralizzato in tempo, in modo da non nuocere agli altri e a sé stesso. All’epoca, le istituzioni erano impreparate ad affrontare temi quali la violenza di genere e lo stalking”. Oggi le storie di femminicidio e stalking vengono raccontate partendo spesso dal profilo del persecutore. Non crede che ci sia una sorta di pericolosa esaltazione del male? “Io credo che per una sorta di voyarismo indotto, anche dalla nostra indole personale, ma anche per come i media assecondano i nostri istinti più bassi. In un fatto di sangue andiamo a guardare la mano dell’assassino più che la back-story della vittima: le sue ambizioni, i sogni spezzati, il dolore di chi rimane. Credo che sia necessaria una riflessione su questo. È vero che la televisione ha bisogno di trovare colpevoli, di ragionare sul mostro, però non è compito di chi vuol fare cinema di un certo tipo. Ho dedicato questo film a chi è rimasto e a chi con tanta dignità


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e coraggio sta raccontando il dramma di un suo congiunto che gli è stato portato via ingiustamente, perché queste storie non si ripetano in futuro o si ripetano in maniera meno sistematica di ciò che succede oggi”. Chi delinque ha fascino, potere e denaro. È una narrazione verosimile? E quali sono i rischi di proporre sempre più spesso questi modelli come vincenti? “In certi casi, la situazione c’è sfuggita di mano. Oggi mi sembra che si cerchi di assecondare i bisogni del basso ventre dello spettatore. Sono tantissimi a far questo. Il mio storytelling racconta il mondo della malavita in maniera un po’ più complessa. Ne ‘La Capagira’, i malavitosi fanno finta di essere molto potenti e di avere chissà quale gang alle spalle, ma in realtà sono dei poveri cristi. Ne ‘I milionari’, la storia del sogno di grandezza di un clan si misura con una serie di effetti collaterali che vogliono dire clandestinità e rischio di essere ammazzati tutti i giorni. Quando penso alla malavita, penso a dei boss miliardari, che vengono scovati magari nelle villette della provincia più sperduta e degradata. Un modo eloquente per raccontare che, se si prendono delle scorciatoie nella vita, prima o poi se ne paga il prezzo. E questo, aiuta a ridimensionare il rischio di emulazione che soprattutto le frange più deboli della nostra popolazione rischia di subire come un’influenza nefasta”. Michele Mitarotondo

Si chiama Mattia Vlad Morleo ed è il giovanissimo compositore che ha curato le colonne sonore di “Santa subito”, il film di Alessandro Piva premiato al Festival di Roma. Un successo inaspettato per il 19enne talento barese che ci ha raccontato della sua emozione in sala Petrassi al momento della proiezione: “La sala era completamente piena. Lì ho quindi iniziato a prendere coscienza che un tema del genere, già prima di vedere il film, aveva colpito profondamente il pubblico. Ci siamo sentiti una grande responsabilità addosso, dovevamo cercare di confermare le aspettative. È stata un’oretta in cui mi sono goduto il momento dall’inizio alla fine, ma sempre con questa leggera ansia da prestazione. Essendo convinti del lavoro che avevamo fatto, eravamo comunque tranquilli. E alla fine del documentario c’è stata la conferma molto positiva con i dodici minuti di applausi. Il pubblico calorosissimo si è avvicinato ad Alessandro, ai genitori di Santa e alla sorella presenti in sala. Insomma, è andata molto bene, anche più del previsto quindi è stata un’emozione grandissima”. Nel film sono presenti brani inediti e alcuni già pubblicati in passato da Morleo, come ‘Rugiada’, tema principale del film. “Ho conosciuto Alessandro ad una festa – ha raccontato il compositore barese, parlando dell’inizio della sua collaborazione con Piva -. In quell’occasione, ha ascoltato un mio brano e ne è rimasto colpito. Mi ha detto che aveva una produzione, che stava lavorando ad un documentario e mi ha offerto il lavoro. Di lì ad un paio di settimane, abbiamo iniziato a lavorare”. Morleo ha mosso i primi passi seguendo una passione di famiglia: “La musica c’è sempre stata in casa. Mio padre è percussionista e aveva anche un pianoforte. Ho iniziato con il pianoforte a sei anni, per poi iscrivermi ad una scuola privata. Ho iniziato il mio percorso accademico a undici anni e dà lì è cominciata la mia carriera artistica. A quindici anni ho iniziato a pubblicare le mie composizioni e ad ottenere i primi successi. Questo mi ha dato una carica sempre maggiore, fino ad arrivare alla collaborazione con Piva”.

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Il giovane talento Mattia Morleo

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Musica

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Mattia Morleo è il pianista diaciannovenne di Bari che ha curato la colonna sonora di ‘Santa subito’, film premiato a Roma

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CASTROVILLI dai vetri rotti di Minervino alla Nazionale

L’ESORDIO In Nazionale il 15 novembre 2019 durante la partita Bosnia-Italia, valida per le qualificazioni agli europei

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È il primo pugliese a essere convocato fra gli Azzurri dopo Antonio Cassano. Orgoglio per la famiglia e il suo paese, dove ora tutti tifano per la Viola

Febbre a novanta per novanta minuti se Gaetano Castrovilli è in campo. Dopo la convocazione del centrocampista della Fiorentina nella Nazionale di Roberto Mancini a Minervino Murge, paese d'origine del neo azzurro, è iniziata la “Castrovilli mania”. Se in Italia Castrovilli è conosciuto come il calciatore del momento, a Minervino, paese dell'Alta Murgia, Gaetano, 22 anni, è visto come un eroe, un ragazzo che fin da piccolo si è sacrificato pur di vedere realizzato il suo sogno. Muove i suoi primi passi all'età di nove anni nella squadra del suo paese, ma già qualche anno dopo viene notato dai dirigenti del Bari, che lo portano nel settore giovanile del club biancorosso. "Aveva 12 anni, finiva le lezioni a scuola, passava da casa per salutare la mamma e prendere un panino al volo e io l'accompagnavo al San Nicola, dove quotidianamente Gaetano si allenava. Ogni giorno un viaggio di circa 200km, fra andata e ritorno" ci racconta lo zio Nimbo. È stato lui a credere per primo nelle potenzialità di Gaetano ed ora spetta a lui riavvolgere la bobina dei ricordi. Zio Nimbo ci ha raccontato che un giorno, dopo un allenamento chiese a Gigi Nicassio, mister della squadra biancorossa, se quel sacrificio sarebbe stato ripagato: "Nicassio sorrise e mi rispose che Gaetano avrebbe un giorno potuto sfamare sette generazioni. In quel periodo ero stanco di quei continui viaggi, volevo sapere

se ne valesse la pena, se Gaetano potesse avere un futuro calcistico”. Le conferme tanto attese sono arrivate. A partire dalla stagione 2016-2017 Castrovilli entra in pianta stabile nella prima squadra del Bari, disputando dieci incontri nel girone di andata di serie B. Nel febbraio del 2017 viene acquistato dalla Fiorentina, ma qualche mese dopo viene ceduto in prestito alla Cremonese, neopromossa in Serie B. Resta nella Cremonese fino alla scorsa estate, quando la Fiorentina lo riprende nel suo organico. Questo è l'inizio di una nuova era per il centrocampista, che negli anni ha acquisito velocità e dinamismo in campo. La sua professionalità viene notata da Roberto Mancini che lo convoca in Nazionale. È il primo pugliese dopo Antonio Cassano a giocare con gli Azzurri. Castrovilli debutta il 15 novembre subentrando a Lorenzo Insigne all'86esimo minuto di Bosnia-Italia 0-3, gara valida per le qualificazioni al campionato europeo di calcio 2020. Tramite lo zio Nimbo abbiamo contattato Gaetano Castrovilli per chiedergli se questo traguardo possa in qualche modo cambiare la sua vita: “Non mi vendo per qualche spicciolo, resterò sempre il ragazzo dai sani principi, rimarrò umile. Scordo presto le mie vittorie, forse la mia forza è in questo. Per me è solo la prima convocazione in nazionale, la considero un inizio”. Anche Michela Superbo, madre del calcia-


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tore, ha voluto raccontarci le sue emozioni: "Eravamo convinti che Gaetano potesse arrivare dove oggi è arrivato. A 13 anni voleva lasciare il calcio, sapeva che per lui tutta la famiglia stava facendo enormi sacrifici. Io mi sono opposta, ero disposta a qualunque cosa pur di vederlo giocare, perchè mio figlio è felice solo quando è in campo". La signora Michela si è rifiutata di parlare con altre testate giornalistiche perché per lei il successo di suo figlio è motivo di orgoglio, da condividere solo in famiglia. "La sua forza è stata l'umiltà - e continua Michela- il viaggio più lungo che abbiamo fatto insieme, io e mio figlio, è stato quello per Firenze, prima che entrasse nella Fiorentina, l'abbiamo soprannominato il viaggio della speranza". Poi ci ha raccontato l'infanzia di Gaetano che non smentisce il profilo degli altri campioni da serie A: “Era il classico bambino innamorato del pallone. Ha rotto tanti vetri alle signore che abitavano nel centro storico di Minervino”. Quella di Castrovilli è una famiglia semplice e dai sani principi, una famiglia che nonostante il trionfo di Gaetano continua a restare con i piedi per terra e questo ce lo testimonia la gente del posto. Una signora, Luigia, anche lei mamma di due ragazzi che quotidianamente dopo la scuola viaggiano per inseguire la loro passione calcistica, ci ha confermato tutti i sacrifici fatti dalla famiglia di Gaetano, per seguirlo in questa car-

riera. Sacrifici nei quali lei stessa si rivede. Minervino è un piccolo paese, mal collegato con le città che ospitano società calcistiche nelle quali muovere i primi passi. Sono decine le famiglie a Minervino che credono nello sport, e soprattutto nel calcio e sono disposte ad accompagnare i loro figli pur di vedere realizzato un sogno. “Non si sa se sia più un sogno dei nostri figli o un desiderio di noi genitori”, ci dice Luigia, raccontandoci come in piccole realtà, lo sport sia un'attrattiva per tanti giovani anche se comporta l'onere di doversi spostare per gli allenamenti quasi tutti i giorni. Una piccola cittadina che forse fornirà al mondo del calcio altre leve, ma in queste ultime settimane il cuore del paese batte forte per il centrocampista della Fiorentina. “Qui sono tutti tifosi di Bari, Juventus e Inter eppure ormai da giorni nei bar o nei negozi non si fa che parlare della Fiorentina e di Gaetano. Mi auguro che l’attenzione su di lui e sul nostro paese resti alta pure a livello nazionale” ci ha detto la sindaca Maria Laura Mancini. Intanto gruppi di cittadini si stanno organizzando per fondare nel paese un fan club dedicato al giovane, mentre quando gli Azzurri rincaseranno per la pausa natalizia la sindaca promette: “Su Gaetano una pioggia di fuochi d'artificio, grande orgoglio”.

CASTROVILLI Il giovane centrocampista, 22 anni, ha cominciato col Bari, poi la Cremonese e ora la Fiorentina

Mariamichela Sarcinelli 1-15 novembre 2019

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A Triggiano papà picchia compagno di scuola del figlio 07/11/2019

Un uomo ha preso a schiaffi e pugni un ragazzino di 14 anni, compagno di scuola del figlio, a causa delle numerose liti e discussioni che i due giovani avrebbero avuto in passato. La vicenda è accaduta ieri nella scuola Media Statale “De Amicis” di Triggiano. Il genitore era andato a scuola per un colloquio con i docenti. Secondo quanto appreso, per un puro caso avrebbe incontrato il 14enne per i corridoi dell’istituto e non avrebbe perso l’occasione per rimproverarlo delle liti con il figlio. Dalle parole l’uomo poi sarebbe passato ai fatti, colpendo il ragazzino con uno schiaffo e un pugno, causandogli - a quanto pare - una ferita al labbro. L’aggressione è stata confermata dai Carabinieri della Compagnia di Triggiano che stanno indagando per ricostruire l’accaduto.

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07/11/2019

I Cera restano agli arresti domiciliari

Restano ai domiciliari ma con accuse diverse Angelo e Napoleone Cera (foto in alto), padre e figlio rispettivamente ex parlamentare e consigliere regionale pugliese dell'Udc, arrestati il 17 ottobre su disposizione della Procura di Foggia per un episodio relativo alla procedura di nuove assunzioni nel Consorzio per la Bonifica della Capitanata.

12/11/2019

Droga e cellulari dietro le sbarre

04/11/2019

Hamilton campione del mondo

La gara di Austin ha spalancato a Lewis Hamilton, e alla sua Mercedes, le porte dell’Olimpo dei piloti. Al termine di una gara eccezionale in cui è mancata solo la vittoria, il britannico ha conquistato il suo sesto mondiale piazzandosi a un solo titolo dal più grande di tutti i tempi: Michael Schumacher. Il tedesco che sembrava inarrivabile ora è a un passo dall’essere raggiunto da un Hamilton che a 34 anni è ancora nel pieno della forma fisica e tecnica. Le sue 87 pole position conquistate sono già un record assoluto, con i suoi 83 GP vinti è al secondo posto tra i piloti più vincenti di sempre, ancora dietro Schumacher. La sua scalata verso il successo cominciò undici anni fa, quando conquistò il suo primo mondiale alla guida della monoposto McLaren. 1-15 novembre 2019

Nel carcere di Taranto sono stati sequestrati 30 grammi di hashish e un minicellulare capace soltanto di ricevere telefonate. È il secondo caso in poco tempo nelle carceri pugliesi, nonostante un mese fa la polizia avesse scoperto che la droga veniva consegnata in carcere utilizzando addirittura droni. Stavolta sono stati denunciati due detenuti originari di Brindisi e Manduria. Protesta Il sindacato della polizia penitenziaria: serve personale.


“Vaccinati, non farti influenzare” è il motto della nuova campagna vaccinale lanciata dalla Regione Puglia che ha come testimonial l’attore Lino Banfi. Alla presentazione della campagna hanno partecipato il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, il direttore dell’Aress, Giovanni Gorgoni e il regista Alessandro Piva, autore con Banfi dello spot ufficiale confezionato per convincere i pugliesi a vaccinarsi. Banfi è il volto che consiglia agli 'over 65' e alle persone a rischio di proteggersi contro il virus influenzale per «proteggere anche gli altri». Oltre allo spot, che sarà diffuso attraverso i canali istituzionali e i social, saranno affisse e distribuite nelle farmacie e negli studi dei medici di base locandine e manifesti.Nel 20182019 in Puglia la copertura vaccinale è stata del 52,7%, al di sotto della soglia minima del 75% fissata dall’Organizzazione mondiale della salute.

12/11/2019

Attentato in Kurdistan feriti militari italiani

Accoltella anziano Fuori dal carcere

Un permesso premio di dodici ore: un tempo sufficiente per Antonio Cianci, 60 anni, detenuto nel carcere di Bollate per accoltellare nel corso di un tentativo di rapina un anziano che si trovava nel parcheggio dell'ospedale San Raffaele a Milano. La vittima ha una prognosi riservata, ma non è in pericolo di vita. Poco dopo l'aggressione gli agenti della Polizia hanno fermato il pregiudicato che indossava una felpa da inserviente e, poco distante, hanno trovato il cellulare che aveva tentato di rubare, e un taglierino sporco di sangue. Antonio Cianci aveva 20 anni quando, nella notte tra l'8 e il 9 ottobre del 1979, ha ucciso tre Carabinieri che lo avevano fermato ad un posto di blocco nel Milanese, a bordo di un'auto che risultava rubata. Al processo di primo grado venne condannato all'ergastolo, confermato in appello nel 1983.

Ieri pomeriggio lo Stato Islamico (o Isis) ha rivendicato l’attacco esplosivo che domenica aveva ferito cinque militari italiani nella zona di Sulaymaniyya, nel Kurdistan iracheno. L’organizzazione terrorista ha rivendicato l’attentato tramite un comunicato apparso su Amaq, la sua agenzia di stampa e organo di propaganda in Iraq e Siria. La nota è stata

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Nuova campagna vaccini in Puglia

11/11/2019

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06/11/2019

PAGINA A CURA DI: Luigi Bussu Saverio Carlucci Michela Lopez Anna Piscopo Cristina Mastrangelo

ripresa anche dal sito del SITE Intelligence Group, un’organizzazione no profit che traccia l’attività on-line dei jihadisti e dei suprematisti bianchi.Nel comunicato l’Isis non ha menzionato la nazionalità dei militari, ma i terroristi si sono compiaciuti del ferimento di soldati della coalizione internazionale.

05/11/2019

Svimez: Dal 2000 via dal Sud 2 milioni di giovani La gente fugge dal Sud, soprattutto i giovani. Sono più di due milioni, infatti, le persone che dal 2000 a oggi hanno lasciato il Meridione e per la metà sono giovani. La Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno) ha presentato ieri il rapporto annuale sullo stato dell'economia e dei servizi al Sud, e i dati sono preoccupanti, anche per quanto riguarda le prospettive future. Sull’emigrazione, si legge nel rapporto: “Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati”. Il Rapporto Svimez ha lanciato anche l’allarme sulla “trappola demografica”: nel 2018 in Italia è stato raggiunto “un nuovo minimo storico delle nascite”, si ricorda, sottolineando che al Sud ogni anni nascono meno bambini. Senza un’inversione di tendenza “nel 2065 la popolazione in età da lavoro diminuirà del 15%.

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Mediaterraneo News 1-15 novembre 2019 by Medi@terraneo News - Issuu