TRA STORIA E DIRITTO: DALL’IMPERO AUSTRO-UNGARICO AL NATION BUILDING DEL PRIMO DOPOGUERRA La parabola della Repubblica cecoslovacca (1918-2018) a cura di Romano Orrù - Francesca F. Gallo - Lucia G. Sciannella
Il presente volume è stato pubblicato con il contributo dei fondi «FARDIB» (2019) dell’Università di Teramo.
Orrù, R.; Gallo, F.F.; Sciannella, L.G. (a cura di) Tra storia e diritto: dall’impero austro-ungarico al Nation Building del primo dopoguerra La parabola della Repubblica cecoslovacca (1918-2018) Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 2020 pp. 348; 24 cm ISBN 978-88-495-4334-6 © 2020 by Edizioni Scientifiche Italiane s.p.a. 80121 Napoli, via Chiatamone 7 Internet: www.edizioniesi.it E-mail: info@edizioniesi.it I diritti di traduzione, riproduzione e adattamento totale o parziale e con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i Paesi. Fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun volume/fascicolo di periodico dietro pagamento alla siae del compenso previsto dall’art. 68, comma 4 della legge 22 aprile 1941, n. 633 ovvero dall’accordo stipulato tra siae, aie, sns e cna, confartigianato, casa, claai, confcommercio, confesercenti il 18 dicembre 2000.
INDICE Introduzione
7
Relazioni Francesco Caccamo Le parabole della Cecoslovacchia attraverso il secolo breve
13
Oliver Panichi Genesi culturale e politica di uno scisma religioso: la Chiesa nazionale cecoslovacca (1918-1920)
35
Fabrizio Politi La nascita della Corte costituzionale austriaca e la tutela delle libertà nella Costituzione austriaca del 1920
63
Mauro Mazza La dissoluzione dell’impero austro-ungarico e la questione delle nazionalità
81
Angela Ferrari Zumbini Il diritto di essere sentiti nell’Impero austro-ungarico
101
Andrea Gratteri Il principio proporzionale nelle Costituzioni del primo dopoguerra
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Francesco Duranti Il processo di Nation Building del primo dopoguerra nel contesto nordico: la Costituzione finlandese del 1919
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Indice
Comunicazioni Giulio M. Salzano Immaginare la Nazione. Rappresentazioni dell’identità musulmana nella Jugoslavia socialista
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Lorenzo Venuti Le associazioni calcistiche ebree come fenomeno transnazionale dopo la disgregazione dell’impero austro-ungarico: i casi del Makkabi Brünn e dell’Hakoah Vienna
195
Alessandro Volpato La Legione Cecoslovacca in Italia contro l’Austria-Ungheria: genesi, sviluppo e contraddizioni
211
Fabrizio Rudi La fine della Grande Guerra, l’Italia, il processo di edificazione nazionale di Cecoslovacchi e Jugoslavi
225
Alessandro Tedde Dentro e contro Weimar: corporativismo e privatizzazione del conflitto sociale
259
Marco Rizzuti Diritto di famiglia e Costituzione nella vicenda Fiume
283
Mattia Gambilonghi Diritto del lavoro, consigli aziendali e democrazia economica nell’opera di Hugo Sinzheimer
299
Fiore Fontanarosa Il ruolo dei poteri statali nell’equilibrio costituzionale della Repubblica Ceca
315
Elenco degli Autori
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COMUNICAZIONI
Giulio M. Salzano IMMAGINARE LA NAZIONE. RAPPRESENTAZIONI DELL’IDENTITÀ MUSULMANA NELLA JUGOSLAVIA SOCIALISTA 1. Premessa. – La Costituzione della Repubblica socialista della Bosnia-Erzegovina, promulgata il 25 febbraio 1974, sancì, de jure, la «nascita» della nazione musulmana di Bosnia-Erzegovina, la sesta nazione costituente della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia1. Fu l’ultimo atto di un complesso percorso politico avviato dal Partito comunista jugoslavo nell’ambito della lotta popolare di Liberazione, durante le fasi decisive del Secondo conflitto mondiale. L’approccio dei comunisti jugoslavi alla questione nazionale musulmana aveva da subito evidenziato alcune criticità rispetto al tradizionale orientamento iperlaicista della dottrina marxista-leninista. L’elemento predominante di una presunta identità collettiva musulmana, in effetti, era e restava saldamente ancorato al patrimonio religioso islamico. L’idea di fondare la nazione musulmana su tali presupposti, nonostante l’opera di persuasione da parte di alcuni esponenti del mondo accademico bosniaco, fu considerata, dai comunisti più intransigenti, incompatibile con quei principi sui quali il partito aveva fondato, legittimato e preteso il consenso popolare nell’immediato secondo dopoguerra. Le strategie adottate dai funzionari politici comunisti favorevoli all’affermazione nazionale della componente bosniaco-musulmana si svilupparono essenzialmente in due direzioni: attraverso gli strumenti della storiografia e della pubblicistica di regime, tesi a rintracciare gli elementi della presupposta identità nazionale musulmana lungo un 1
Ustav Socijalističke Republike Bosne i Hercegovine in Službeni list SRBiH, 25.02.1974, n.4, pp. 90 e segg. La Jugoslavia del secondo dopoguerra nacque dall’unione di sei repubbliche (Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Montenegro) e cinque popoli-nazioni costituenti (sloveni, croati, serbi, macedoni e montenegrini). © Edizioni Scientifiche Italiane
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percorso ideale che dalla tradizione medievale bogumila giungeva, tramite il complesso processo di islamizzazione di epoca ottomana e le riforme dell’amministrazione asburgica, fino ai più recenti anni della Resistenza partigiana; l’altra, attraverso un articolato progetto istituzionale, contraddistinto dall’adozione di una serie di provvedimenti legislativi e atti amministrativi, che, nel tempo, favorirono il processo di inclusione della componente bosniaco-musulmana nel novero delle nazioni costituenti jugoslave. Il successo dell’azione politica comunista di orientamento «liberale» causò, inevitabilmente, alcuni assestamenti degli equilibri di potere all’interno del partito e aprì nuovi scenari nell’ambito delle relazioni tra le repubbliche, le nazioni e il governo federale jugoslavo. 2. Il protonazionalismo slavo nella Bosnia-Erzegovina tra i due Imperi. – Nella prima metà degli anni Sessanta del Novecento, la Lega dei comunisti jugoslavi favorì la proliferazione di numerose ricerche di carattere storiografico sui musulmani della Bosnia-Erzegovina. Le cause che spinsero diversi esponenti del mondo accademico a confrontarsi con un argomento tanto complesso quanto delicato, sono da ricondurre alla volontà del partito di legittimare un particolare indirizzo politico, i cui sforzi erano tesi essenzialmente a «riconoscere» e affermare l’esistenza della nazione bosniaco-musulmana. Sin dalle sue prime fasi, il processo di affermazione nazionale della componente musulmana incontrò una decisa resistenza sia tra gli stessi vertici del partito che in alcuni ambienti della società civile e accademica jugoslava. A partire dagli scritti di Enver Redžić e Atif Purivatra, l’approccio di una certa storiografia, che si affermò tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, nell’ambizioso tentativo di rintracciare gli elementi «laici» dell’identità «etnica» musulmana, si orientò inizialmente verso le vicende politiche che segnarono l’ultima fase del governo ottomano e i quattro decenni dell’amministrazione asburgica2. In questo primo paragrafo, il cui scopo è essenzialmente introduttivo, saranno evidenziati i momenti decisivi e i principali ele-
2 Enver Redžić, Prilozi o nacionalnom pitanju, Svjetlost, Sarajevo 1963; Salim Ćerić, Muslimani srpsko-hrvatskog jezika (I musulmani di lingua serbo-croata), Svjetlost, Sarajevo 1968; Atif Purivatra, Nacionalni i politički razvitak Muslimana, Svjetlost, Sarajevo 1969; Muhamed Hadžijahić Od tradicije do identiteta. Geneza nacionalnog pitanja Bosanskih Muslimana (Dalla tradizione all’identità. Genesi della questione nazionale dei musulmani bosniaci), Svjetlost, Sarajevo 1974.
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menti all’origine della questione nazionale musulmana, che sarebbero confluiti, molto tempo dopo, nel dibattito politico e accademico che si sviluppò a partire dai primi anni Sessanta del Novecento nella Jugoslavia socialista. Tra il 1839 e il 1876, la Bosnia-Erzegovina fu interessata dalle riforme «progressiste» (Tanzimat) che il governo ottomano aveva avviato nei territori soggetti all’Impero per la riorganizzazione del sistema giuridico, delle strutture militari, delle finanze e dell’istruzione scolastica. Il passaggio repentino dei territori bosniaci all’Austria-Ungheria, in seguito alle decisioni scaturite dal Congresso di Berlino (1878), fu caratterizzato da un’ulteriore riorganizzazione delle strutture governative e da una rigida pianificazione burocratica, attraverso cui la nuova amministrazione imperiale intese trasformare la provincia ottomana in un «moderno stato europeo». In entrambi i casi, i provvedimenti imperiali suscitarono reazioni di dissenso tra le popolazioni locali, che sfociarono spesso in rivolte, coinvolgendo a più riprese sia i notabili musulmani (in particolare tra il 1839 e il 1851), sia gli esponenti delle correnti panslaviste serbe e croate, che avvertirono tali iniziative come l’ennesima ingerenza da parte di agenti politici stranieri negli affari interni dei rispettivi territori3. Le prime sollevazioni dei «patrioti» serbi contro l’Impero ottomano (1804-1813; 1814) riscossero importanti successi e furono ricompensate con la nascita di un principato autonomo (1815) la cui reggenza fu affidata a Miloš Obrenović. Nel corso degli anni Trenta dell’Ottocento, il croato Ljudevit Gaj (1809-1872) diede vita a un movimento culturale e politico, riconducibile al diffuso fenomeno dell’Illirismo, e idealmente, al breve esperimento napoleonico delle Province illiriche (1809-1814), il cui principale obiettivo, all’inizio del secolo, era stato riunire, in una sorta di unica entità amministrativa, i territori sottratti all’Austria e quelli del litorale adriatico abitati prevalentemente dalle popolazioni slave: Istria e Dalmazia. A differenza del passato, però, questa volta la «grande Illiria» avrebbe dovuto includere i territori compresi tra le regioni abitate dagli sloveni e dai 3
J.R. Lampe, Yugoslavia as History. Twice There was a Country, Cambridge University Press, Cambridge, 1996 (2000), pp. 65-66; Fikret Karčić, Opšti građanski zakonik u Bosni i Hercegovini: kodifikacija kao sredstvo transformacije pravnog sistema, in Zbornik Pravnog fakultet u Zagrebu, vol. 63, n. 5-6, 2013, pp. 1027-1036, pp. 1027-1028. © Edizioni Scientifiche Italiane
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bulgari, compresa la Bosnia-Erzegovina4. A partire dal 1860, il progetto di riunire i popoli slavi sulla base della condivisione di elementi culturali e religiosi comuni fu ripreso e ampliato dal vescovo di Djakovo, Josip Juraj Strossmayer e dal sacerdote e storico Franjo Rački. In un articolo dal titolo Jugoslovjenstvo, pubblicato sulla rivista Pozor nel mese di ottobre del 1860, Rački pose le basi teoriche dello «jugoslavismo». Gli elementi politici, culturali e ideologici dello jugoslavismo ottocentesco avrebbero influenzato, negli anni successivi, generazioni di politici e, circa un secolo dopo, attraverso una singolare rilettura dei principi teorici del marxismo-leninismo e la loro declinazione in chiave locale, anche l’approccio del Partito comunista alla questione nazionale jugoslava5. A partire dagli anni Quaranta del XIX secolo, diverse formazioni «patriottiche» provenienti dalla Serbia e dalla Croazia, che avevano già sviluppato, seppur in forma embrionale, una certa coscienza protonazionale, iniziarono a guardare con particolare interesse alla «dormiente» Bosnia come a uno spazio in cui sviluppare e ampliare il processo di unificazione delle popolazioni jugo-slave. La Bosnia e i bosniaci, secondo una diffusa convinzione che circolava tra i gruppi nazionalisti più intransigenti, erano percepiti dalle élite serbe e croate come «parti naturali delle rispettive comunità nazionali»6. Questo atteggiamento avrebbe favorito, con il passare del tempo, l’insorgere di tensioni tra la componente musulmana, i cui riferimenti identitari si erano sviluppati attraverso l’adesione ai principi della tradizione islamico-ottomana, e le componenti serbe e croate i cui elementi culturali fondanti erano riconducibili rispettivamente ai valori e ai principi del cristianesimo ortodosso e del cattolicesimo romano. Gli ambiziosi
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M.R. Leto, Danica Ilirska i pitanje hrvatskoga Književnog jezika, in Slavica Tergestina, 2004, pp. 163-188, p.181; J.R. Lampe, Yugoslavia as History. Twice there was a Country, cit., pp. 39-50; Sulle diverse forme che assunse il fenomeno dell’Illirismo si rimanda al testo di E. Ivetić, La Jugoslavia sognata. Lo jugoslavismo delle origini, Franco Angeli, Milano, 2012, in particolare al capitolo terzo: «Dall’Illirismo alla cultura jugoslava», pp. 91-126. 5 J.R. Lampe, Yugoslavia as History. Twice there was a Country, cit., pp. 58-60; Egidio Ivetić, La Jugoslavia sognata…, cit., p. 116; William Klinger, A vent’anni dalla dissoluzione della Jugoslavia: le radici storiche, in Fiume, rivista di studi adriatici, XXXII, n.1-6, 25, pp. 67-71. A Rački è attribuita la paternità del neologismo Jugoslovjenstvo. 6 E. Hajdarpašić, Whose Bosnia. Nationalism and Political Imagination in the Balkans, 1840-1914, Cornell University Press, Ithaca and London, 2015, pp. 9-11. ISBN 978-88-495-4334-6
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progetti dei nascenti movimenti nazionali serbi e croati trovarono quindi l’opposizione dei notabili musulmani e dei legati ottomani, e più tardi, tra il 1878 e il 1914, dinanzi a qualsiasi ipotesi di autonomia, o, peggio, di secessione da Vienna, la decisa fermezza dei funzionari asburgici. Edin Hajdarpašić ha analizzato gli aspetti più rilevanti delle dinamiche del nazionalismo tra Otto e Novecento in Bosnia-Erzegovina, attraverso l’analisi di alcuni esempi tratti dalla tradizione letteraria locale di carattere «patriottico». Lo storico di origini bosniache ha rivolto la sua attenzione all’eterogenea produzione culturale del XIX secolo con l’obiettivo di evidenziare le poetiche comuni e maggiormente rappresentative del protonazionalismo slavo-meridionale. E lo ha fatto principalmente attraverso la rilettura delle opere dei serbi Dositej Obradović7, «che per primo percorse tutto il Meridione slavo e intese gli slavi meridionali come un’unica popolazione»8, e Vuk Stefanović Karadžić9, il riformatore della lingua serba; del croato Ljudevit Gaj10, dei francescani croato-bosniaci Ivan Franjo Jukić e Grgo Martić11, e, quindi, dei croati Ante Starčević12 e Antun Radić13. Se da una parte la letteratura patriottica riuscì a veicolare e instillare nelle élite locali i primi concetti rudimentali di appartenenza «nazionale», dall’altra servì a informare gli ambienti cattolici europei e quelli ortodossi dell’Impero russo riguardo le drammatiche condizioni di vita delle popolazioni cristiane 7 M.R. Leto, Il capolavoro imperfetto: forme narrative e percorsi culturali in «Vita e avventure di Dositej Obradović», Liguori, Napoli, 2011. 8 Egidio Ivetić, op. cit., p. 101. 9 M. Melichárek, The Role of Vuk Karadžić in Histoy of Serbian Nationalism (In the Context of Europen Linguistic in the First Half of 19TH Century), Serbian Studies Research, vol. 6, n.1, 2015, pp. 55-74. 10 E.M. Despalatović, Ljudevit Gaj, panslavist i nacionalist, in Radovi: Radovi Zavoda za Hrvatsku povijest Filozofskog Fakulteta Sveučilišta u Zagrebu, 1973, pp. 111-122. 11 J. Grbić, Etnografska građa u putopisima bosanskih franjevaca I.F. Jukića i G. Martića (Mogučnosti istraživanja razvoja identita i međuetnickih odnosa), in Narodna Umjetnost: Časopis za etnologiju i folkloristiku, 1995, pp. 109-126. 12 T. Markus, Društveni pogledi Ante Starčevića, in Časopis za suvremenu povijest, 2009, pp. 827-848. 13 J. Čapo Žmegać, Antun Radić i suvremena etnološka istraživanja, in Narodna Umjetnost, vol. 34/2, Institut za etnologiju i folkloristiku, Zagreb, 1997, pag. 9-33. Antun Radić è considerato il padre dell’etnologia croata. È stato, inoltre, co-fondatore, assieme al fratello Stjepan, del Partito Contadino Croato (HSS). L’attività intellettuale di Radić fu intensa sia come scrittore che come editore della rivista Zbornik za narodni život i običaje Južnih Slavena.
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nei domini ottomani. Uno dei tratti che sembra accomunare gli autori passati in rassegna, nonostane l’appartenenza a contesti storici e geografici eterogenei, era la convinzione che le popolazioni slave di fede cristiana in Bosnia-Erzegovina, in larga parte serbi e croati, avrebbero potuto riscattare la propria condizione di popoli oppressi solo attraverso la riconquista dei territori occupati e l’assimilazione dei musulmani slavofoni nelle rispettive compagini nazionali. I musulmani bosniaci, infatti, secondo un’opinione ancora oggi diffusa in alcuni ambienti nazionalisti, erano considerati serbi o croati convertiti all’islam. Ciò sarebbe bastato a giustificare qualsiasi iniziativa posta in essere dai gruppi nazionali antagonisti per «ricondurre» i musulmani bosniaci nelle rispettive culture di origine. Circa un secolo dopo, la storiografia comunista avrebbe rigettato certe pretese come espressione della «borghesia serba e croata» e affermato, contestualmente, il diritto dei musulmani, in linea di massima, di poter rivendicare la propria indipendenza, l’autonomia e la sovranità nazionale e territoriale. Alcuni tra gli elementi più frequenti e abusati della letteratura patriottica per descrivere il «pathos collettivo» delle popolazioni autoctone di fede cristiana, sui quali si sofferma a lungo l’indagine di Hajdarpašić, sono riconducibili essenzialmente al tema generale della «sofferenza» e alla sua evoluzione nel motivo letterario della «povera – misera – Bosnia” (jadna Bosna). Uno dei primi testi che inaugurò questa tendenza fu, secondo lo storico bosniaco, il breve e noto poemetto pubblicato nel 1835 dallo scrittore croato Mate Topalović, dal titolo Tužna Bosna (la triste Bosnia). A questo primo esempio di letteratura «impegnata» seguì, qualche anno dopo, precisamente nel 1842, Echoes from the Balkans, The Tears of the Bulgarian, Herzegovinian, and the Bosnian Christians di Ognjeslav Utješenović (Ostrožinski), funzionario del confine militare (Vojna krajina o Militärgrenze), di origine serba, croato di adozione, che poteva vantare, tra le sue cosiddette amicizie strette, il bano Jelačić e Ljudevit Gaj. Il breve poema ottenne un successo inaspettato. Esso fu dapprima pubblicato in croato con il titolo Jeka od Balkana, ili suze bugarskih, hercegovačkih i bosanskih hristianah, quindi in tedesco, e successivamente tradotto in francese e in italiano. Attraverso il lavoro di Utješenović, le drammatiche vicende della raja, ovvero le locali comunità cristiane, iniziarono a circolare nei più importanti salotti europei14. La «soffe14 E. Hajdarpašić, op. cit., pp. 59-61. Il termine Raja era utilizzato all’epoca per riferirsi alla popolazione cristiana di Bosnia.
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renza», nella sua funzione di espediente narrativo, rappresenta uno degli elementi letterari che ricorre con una certa frequenza anche nel resoconto del viaggio in Bosnia di Matija Mažuranić: Pogled u Bosnu: ili kratak put u onu krajinu, učinjen 1839-40. Po jednom domorodcu (Uno sguardo sulla Bosnia: oppure breve viaggio in quella regione, compiuto tra il 1839 e il 1840. Dal punto di vista di un nativo). Si tratta di un volumetto che raccoglie le impressioni del viaggio che l’autore intraprese nei territori della «Turchia croata […] a rischio della propria vita», per verificare «alcune notizie sulle rivolte dei musulmani e dei serbi contro i turchi». Matija, spinto a compiere il viaggio dai suoi fratelli, i quali avevano abbracciato l’idea pan-illirica di Gaj, descrisse le misere condizioni di vita dei cristiani e dei musulmani slavofoni (o Turci, come venivano spesso identificati dai croati), nei territori bosniaci. Oltre a definire i musulmani bosniaci serbi o croati convertiti all’Islam alcuni autori, riportando certe opinioni ampiamente diffuse tra le popolazioni locali, identificavano i seguaci dell’islam, senza ulteriori distinzioni, come turchi ottomani. Alcuni di questi elementi emergerebbero anche in una delle opere più discusse dell’epoca. Il ministro serbo Ilija Garašanin e alcuni dei suoi più stretti collaboratori si erano dedicati, proprio in quegli stessi anni, alla stesura del Načertanje («Il piano» o «il progetto»); un testo dai contenuti controversi, considerato da diverse prospettive storiografiche l’espressione più acuta del nazionalismo serbo anti-imperiale15. Il Načertanje, tra le altre cose, affermava, nei fatti, il «naturale» protettorato serbo in Bosnia per difendere gli interessi dei «serbi delle tre religioni». In quegli stessi anni, d’altronde, certe posizioni erano diffuse anche tra gli intellettuali croati. Ante Starčević, ad esempio, sosteneva con particolare enfasi la presunta origine croata dell’aristocrazia musulmana di Bosnia16. Verso la metà dell’Ottocento, il dibattito politico riconducibile alle attività di alcuni gruppi nazionalisti e alle iniziative di certi funzionari locali iniziò a diffondersi anche attraverso le pubblicazioni periodiche nelle lingue slavo-meridionali e in quelle delle amministrazioni imperiali. Le riforme progressiste ottomane (Tanzimat), an15 J.R. Lampe, op. cit., pp. 52-53; Edin Hajdarpašić, op. cit., pp. 95-96; N. Stančić, Problem ‹Načertanja› Ilije Garašanina u našoj historiografiji, Historijiski Zbornik, 21-22 (1968-1969), pp. 179-196. 16 E. Redžić, op. cit., p. 72.
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renza», nella sua funzione di espediente narrativo, rappresenta uno degli elementi letterari che ricorre con una certa frequenza anche nel resoconto del viaggio in Bosnia di Matija Mažuranić: Pogled u Bosnu: ili kratak put u onu krajinu, učinjen 1839-40. Po jednom domorodcu (Uno sguardo sulla Bosnia: oppure breve viaggio in quella regione, compiuto tra il 1839 e il 1840. Dal punto di vista di un nativo). Si tratta di un volumetto che raccoglie le impressioni del viaggio che l’autore intraprese nei territori della «Turchia croata […] a rischio della propria vita», per verificare «alcune notizie sulle rivolte dei musulmani e dei serbi contro i turchi». Matija, spinto a compiere il viaggio dai suoi fratelli, i quali avevano abbracciato l’idea pan-illirica di Gaj, descrisse le misere condizioni di vita dei cristiani e dei musulmani slavofoni (o Turci, come venivano spesso identificati dai croati), nei territori bosniaci. Oltre a definire i musulmani bosniaci serbi o croati convertiti all’Islam alcuni autori, riportando certe opinioni ampiamente diffuse tra le popolazioni locali, identificavano i seguaci dell’islam, senza ulteriori distinzioni, come turchi ottomani. Alcuni di questi elementi emergerebbero anche in una delle opere più discusse dell’epoca. Il ministro serbo Ilija Garašanin e alcuni dei suoi più stretti collaboratori si erano dedicati, proprio in quegli stessi anni, alla stesura del Načertanje («Il piano» o «il progetto»); un testo dai contenuti controversi, considerato da diverse prospettive storiografiche l’espressione più acuta del nazionalismo serbo anti-imperiale15. Il Načertanje, tra le altre cose, affermava, nei fatti, il «naturale» protettorato serbo in Bosnia per difendere gli interessi dei «serbi delle tre religioni». In quegli stessi anni, d’altronde, certe posizioni erano diffuse anche tra gli intellettuali croati. Ante Starčević, ad esempio, sosteneva con particolare enfasi la presunta origine croata dell’aristocrazia musulmana di Bosnia16. Verso la metà dell’Ottocento, il dibattito politico riconducibile alle attività di alcuni gruppi nazionalisti e alle iniziative di certi funzionari locali iniziò a diffondersi anche attraverso le pubblicazioni periodiche nelle lingue slavo-meridionali e in quelle delle amministrazioni imperiali. Le riforme progressiste ottomane (Tanzimat), an15 J.R. Lampe, op. cit., pp. 52-53; Edin Hajdarpašić, op. cit., pp. 95-96; N. Stančić, Problem ‹Načertanja› Ilije Garašanina u našoj historiografiji, Historijiski Zbornik, 21-22 (1968-1969), pp. 179-196. 16 E. Redžić, op. cit., p. 72.
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nunciate nel 1839 con l’editto del sultano Abdülmecid I, furono accolte con un certo scetticismo dalla rivista Danica Ilirska17. Il 16 maggio 1866, su iniziativa dei funzionari ottomani, fu stampato il primo numero del foglio Bosna. Questo progetto editoriale, presumibilmente il primo del genere che vide la luce a Sarajevo, rappresentava chiaramente gli interessi della Sublime Porta. Bosna era uno dei mezzi adottati dagli amministratori del sultano per sensibilizzare la componente bosniaco-musulmana sui valori condivisi della tradizione islamico-ottomana e «al progresso e ai doveri civili» contemplati dalle recenti riforme. La rivista serba Zastava non tardò a manifestare il proprio disappunto nei confronti della pubblicistica ottomana, considerata una minaccia agli interessi strategici dei serbi in Bosnia-Erzegovina: «così al posto della lingua serba, essi scrivono lingua ‘bosniaca’ e popolo ‘bosniaco’, ora essi vogliono distruggere la nostra appartenenza nazionale, il nostro patrimonio sacro, il nostro orgoglioî»18. La pubblicistica ebbe un ruolo di primo piano nel sensibilizzare e nel rendere edotte le élite locali sugli sviluppi delle politiche nazionali, anche attraverso un uso sapiente dell’apparato linguisticosimbolico19. L’offerta l’offerta editoriale si ampliò notevolmente con la pubblicazione di Sarajevski Cvjetnik (1868-1872, Sarajevo) del giovanissimo editore Mehmed Šaćir Kutćehajić, in lingua turca e nella variante jiekavica della lingua bosniaca, utilizzando in parte i caratteri dell’alfabeto arabo e in parte quelli dell’alfabeto cirillico; la Neretva (1876, Mostar) in cirillico e arebica20, il Bosanski Vjestnik (1866-1867, Sarajevo) in cirillico e il Bosanski Prijatelji (1850-1870, Zagabria), di Ivan Franjo Jukić, Ljudevit Gaj e Antun Knežević, in croato, con i caratteri latini21. In epoca austriaca, l’attività editoriale 17 La rivista Danica Ilirska fu fondata da Ljudevit Gaj nel 1835, cfr. M.R. Leto, Danica Ilirska i pitanje hrvatskoga Knji_evnog jezika, in Slavica Tergestina, 2004, pp. 163-188. 18 E. Hajdarpašić, op. cit., pp. 165-166. 19 A. Sokol, Lingua e identità nazionale in Bosnia-Erzegovina. Dal multiculturalismo all’esclusivismo linguistico, in Scienze e Ricerche, 2015, pp. 92-98. 20 Si tratta di un particolare utilizzo dei caratteri arabi e persiani nella scrittura della lingua bosniaca. 21 In epoca austro-ungarica la lista dei periodici si ampliò con la pubblicazione delle riviste Босанска Вила (Bosanska Vila) stampata in cirillico nella variante jiekavica della lingua bosniaca (1885-1914); Bošnjak, in bosniaco stampato con i caratteri latini (1891-1910); Nada, la rivista edita dal governo territoriale austriaco della Bosnia-Erzegovina, stampata con i caratteri latini e cirillici, a cura di Kosta Hormann (1895-1903) e Sarajevski list, in caratteri latini e cirillici (1878-1918). Per una pano-
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conobbe un ulteriore sviluppo diventando il principale veicolo sia della propaganda imperiale che del diffuso atteggiamento anti-imperiale22. Nel 1875 ampi territori della provincia bosniaca furono teatro di gravi tumulti popolari. Il pretesto all’origine dei disordini fu la reazione dei contadini di confessione cristiana, principalmente serbi e croati, alle pressioni fiscali dei funzionari ottomani e alle dure condizioni imposte dai notabili musulmani. Fu subito evidente che l’insurrezione bosniaca si fondava su chiare «motivazioni socio-economiche e potenziali sviluppi irredentistici»23. In seguito al trattato di Berlino del luglio 1878, i territori bosniaci, come è noto, furono affidati alla tutela dell’Impero asburgico. Il passaggio repentino dalla plurisecolare amministrazione ottomana, i cui riferimenti normativi e culturali si fondavano sui precetti della legge sciaraitica e sugli elementi del patrimonio giuridico islamico (šerijat/shar a e fikh/fiqh), a quella austriaca, il cui sistema giudiziario, di tradizione cristiano-cattolica, alterò sensibilmente i rapporti di forza sia tra le componenti nazionali della regione che tra queste e la nuova amministrazione24. Ad esempio, nonostante alcuni articoli del trattato austro-turco del 1879 garantissero la libertà di culto e la tutela delle tradizioni religiose islamiche, si registrarono diversi casi di soprusi da parte dei funzionari asburgici, puntualmente denunciati dai rappresentanti delle comunità locali25.
ramica sulle lingue e la scrittura in Bosnia-Erzegovina nel periodo ottomano e asburgico si veda: G. Selvelli, Caratteri arabi per la lingua bosniaca. Esempi di scrittura fra influssi ottomani e riappropriazioni locali, in Contatti di lingue-contatti di scritture, Filologie medievali e moderne, 2015, pp. 197-217; Id., Sistemi di scrittura, confini e identità nazionali. Uno sguardo su alcune ideologie alfabetiche in ex-Jugoslavia, in Eurasiatica. Quaderni di studi su Balcani, Anatolia, Iran, Caucaso e Asia Centrale, 3, Cà Foscari, Venezia e i Balcani, pp. 101-111. 22 N. Ćukac, Dva neobična stara časopisa, in Vjesnik bibliotekara Hrvatske, 2013. 23 M. Dogo, Movimenti risorgimentali in Europa sud-orientale: appunti di lavoro per una prospettiva comparata, Contributi italiani al IX Congresso Internazionale dell’Association Internationale d’Études du Sud-Est Européen, Tirana 30 agosto-3 settembre 2004, a cura di A. Basciani, A. Tarantino, in Romània orientale, XVII, 2004, pp. 29-47. 24 In alcuni casi, i termini che indicano particolari istituti della tradizione religiosa islamica sono riportati, rispettivamente, nella variante della lingua bosniaca e araba. 25 P. Pizzo, Fonti ottomane sui musulmani della Bosnia-Erzegovina asburgica (1878-1908), in S. Trinchese, F. Caccamo (cur.), Rotte adriatiche, tra Italia, Balcani © Edizioni Scientifiche Italiane
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Le autorità asburgiche, sin dal loro insediamento nella regione, intesero trasformare la provincia ottomana in un «moderno stato europeo». Nel perseguire questo fine, la nuova amministrazione si sforzò continuamente di limitare «la penetrazione – da tempo già in atto – delle ideologie nazionaliste serbe e croate in Bosnia» e di concedere maggiori autonomie alla comunità religiosa islamica, anche nel tentativo di recidere i legami tra Sarajevo e Istanbul26. Ciò provocò, inevitabilmente, crescenti e diffusi malumori tra le fazioni che avevano interessi diretti nella regione. «L’occupazione della Bosnia-Erzegovina aveva infatti mortificato ogni ulteriore aspirazione serba in tale contesto»27. Nel 1882, in seguito all’insediamento del ministro delle Finanze Benjamin Kállay, delegato imperiale per la Bosnia-Erzegovina, la comunità musulmana ottenne importanti concessioni riguardo l’autonomia nella gestione degli affari religiosi28. Lo stesso anno fu istituito il consiglio degli ulema/‘ulama-’ (ulema medžlis) e contestualmente fu insediato il reis/raı-s Mustafa Hilmi efendija Hadžiomerović, la cui nomina fu decisa a Vienna. Questo atto spostò di fatto il baricentro del potere politico-religioso da Istanbul nel cuore dell’Impero asburgico. Con l’istituzionalizzazione della Comunità islamica furono adottati nuovi regolamenti per la gestione dei beni appartenenti agli enti religiosi (vakuf/waqf)29. Il sistema scolastico fu riformato e nel 1887 fu inaugurata la šerijatska sudačka škola, l’istituto per la formazione degli esperti di diritto islamico, i kadija/qa-d.ı30. L’attenzione di Kállay nei confronti della comunità musulmana era chiaramente dettata da ragioni riconducibili a un sistema di ale Mediterraneo, collana Temi di Storia, Franco Angeli, Milano, 2011, pp. 82-94 e 89-90. 26 F. Karčić, Opšti građanski zakonik u Bosni i Hercegovini: kodifikacija kao sredstvo transformacije pravnog sistema, in Zbornik Pravnog fakultet u Zagrebu, 2013, pp. 1027-1036, p.1028; X. Bougarel, Survivre aux empires. Islam, identité nationale et allégeances politiques en Bosnie-Herzégovine, Karthala, Paris, 2015, p.34; 27 E. Ivetić, op. cit., p. 68. 28 P. Purivatra, H. Muhamed. ABC Muslimana, Muslimanska Biblioteka, Sarajevo, 1990, p. 24. 29 Letteralmente “capo degli ulema”. 30 F. Giomi, Tra Istanbul e Vienna. I musulmani di Bosnia nel periodo austroungarico (1878-1918): ricerca di identità fra tradizione islamica e suggestioni mitteleuropee, in D. Melfa, A. Melcangi, F. Cresti (cur.), Spazio privato, spazio pubblico e società civile in Medio Oriente e in Africa del nord, Atti del Convegno di Catania della Società per gli studi sul Medio Oriente, 23-25 febbraio 2006, Collana del Dipartimento di Studi politici, Università di Catania, pp. 459-480, p. 468. ISBN 978-88-495-4334-6
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leanze strategiche. Già in un memorandum redatto nell’aprile 1877, il governatore di origini ungheresi avrebbe sottolineato la necessità di rafforzare l’elemento musulmano per evitare qualsiasi alleanza tra questi e i movimenti indipendentisti serbi. Kállay perseguiva l’idea di una «nazione» bosniaca separata, incentrata sull’elemento musulmano, la cui identità andava rintracciata innanzitutto nella tradizione della nobiltà bogomila di epoca medievale. L’intenzione di Kállay era indebolire i gruppi nazionali antagonisti, serbi e croati, e limitare, quindi, le loro pretese territoriali sulla Bosnia-Erzegovina31. In seguito all’improvvisa e arbitraria annessione della Bosnia da parte dell’Austria (1908) i movimenti irredentisti e le neo-nate formazioni politiche serbe e croate inasprirono le loro attività di propaganda anti-imperiale, trovando spesso il sostegno di alcuni esponenti del notabilato musulmano. Quella che all’inizio assunse la forma di una dissidenza relativamente pacifica si tramutò ben presto in concrete azioni dimostrative dai risvolti spesso violenti. Le misure repressive della polizia austriaca e la politica estera asburgica, particolarmente severa e aggressiva nei confronti della Serbia, favorirono la proliferazione di numerose formazioni clandestine. Le attività illegali dei gruppi eversivi si inasprirono a ridosso delle guerre balcaniche, che tra il 1912 e il 1913 ridisegnarono ancora una volta il profilo della geopolitica regionale e gli equilibri tra le fazioni in lotta. Per chiarire meglio il clima di tensione che in quegli anni aveva raggiunto il dibattito pubblico sulla questione nazionale bosniaca, è opportuno rivolgere brevemente l’attenzione alle strategie della propaganda anti-imperiale riguardo la strumentalizzazione di alcuni fatti di cronaca. Il primo caso riguarda gli attivisti serbo-bosniaci Vladimir Gačinović, esponente del movimento Mlada Bosna (La Giovane Bosnia), e Bogdan Žerajić, lo studente che il 15 giugno 1910 tentò di assassinare, a Sarajevo, il governatore imperiale Marijan Varešanin. 31 D.T. Bataković, Prelude to Sarajevo: The Serbian Question in Bosnia-Erzegovina, 1878-1914, in Balcanica, 1996, p. 123. È interessante notare che Bataković, storico dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti (SANU), a un anno dalla fine della guerra in Bosnia-Erzegovina e dal trattato di Pace di Dayton (1995), poche righe oltre, a proposito dell’identità musulmana bosniaca, dichiara: «L’intera teoria di Kállay era una voce isolata dall’essere storicamente fondata: la maggioranza della nobiltà bosniaca cessò di esistere dopo la conquista ottomana, e i Musulmani erano prevalentemente discendenti di Serbi o Croati islamizzati (ogni famiglia musulmana conosce le proprie origini)».
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Il suicidio di Žerajić, in seguito al fallito attentato, fu descritto da Gačinović nei termini di un martirio per la libertà. Nelle parole di Gačinović confluirono tutti quegli elementi che la letteratura «patriottica» del secolo precedente aveva sviluppato attorno all’immagine mitica dell’eroe (junak, heroj); la rappresentazione iconografica di Žerajić assunse da subito i caratteri di una «figura apostolica»32. Il secondo caso riguarda un espisodio che si verificò a Sarajevo, due anni dopo, nel 1912. Durante un’azione della polizia, intervenuta per sedare una protesta degli studenti croati contro l’amministrazione imperiale, fu ferito gravemente lo studente musulmano Salih Salko Šahinagić. Negli ambienti del nazionalismo croato, Šahinagić fu elevato a figura martire (mučenik) della causa nazionale. Il caso Šahinagić e quello di Luka Jukić, lo studente serbo che qualche mese dopo tentò di eliminare, fallendo, il governatore della Croazia Slavko Cuvaj, suscitarono l’ammirazione di due attivisti particolarmente vicini alla Mlada Bosna: Gavrilo Princip e Ivo Andrić. Lo stesso Princip, e in modo diverso Andrić, sarebbero diventati a loro volta i simboli di una tensione sociale diffusa, sui quali si esercitarono, fino a tempi molto recenti, gli ideologi e i censori delle varie espressioni del nazionalismo regionale33. Le riforme imperiali avviate dall’Impero ottomano a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento e le successive politiche dell’amministrazione asburgica nei territori bosniaci favorirono l’insorgere di tensioni diffuse e la formazione di movimenti indipendentisti. Nonostante i numerosi tentativi di opporsi alla riorganizzazione amministrativa ottomana e quindi alla presenza asburgica, tra i musulmani bosniaci, almeno fino alla vigilia della Prima guerra mondiale, non sembrò affermarsi alcun movimento di carattere nazionalista paragonibile, almeno sul piano politico, a ciò che stava avvenendo tra i 32
V. Gačinović, Smrt jednog heroja, Beograd, Pijemont, 1912; N. Malcom, Storia della Bosnia. Dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 1994 (2000). 33 E. Hajdarpašić, op. cit., p. 153; R.J. Donia, Iconography of an assassin: Gavrilo Princip from Terrorist to Celebrity, in Prilozi, 43, Sarajevo 2014, pp. 57-78; V. Pavlović, Le reazioni interne in Bosnia-Erzegovina di fronte all’annessione del 1908, in A. Basciani, A. D’Alessandri (cur.) Balcani 1908. Alle origini di un secolo di conflitti, Beit, Trieste, 2009, pp. 101-113 B. Aleksov, Forgotten Yugoslavism and AntiClericalism of Young Bosnians, in Prilozi, 43, Sarajevo, 2014, pp. 79-87; V.Katz, Ideological use of Memorial Plaques dedicated to Gavrilo Princip in the upbringing and education of generations of youth in Bosnia and Herzegovina, in Prilozi, 43, Sarajevo, 2014, pp. 99-111. ISBN 978-88-495-4334-6
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serbi e i croati. L’élite musulmana, che in quegli anni era rappresentata dai grandi proprietari terrieri, dai mercanti, dagli artigiani e dagli esponenti della Comunità religiosa islamica, aveva mostrato una certa unità d’intenti a causa della necessità, particolarmente sentita, di salvaguardare i non pochi privilegi conquistati a fatica sia in epoca ottomana che durante la breve esperienza asburgica. La minaccia principale, se si escludono alcune scelte impopolari delle amministrazioni imperiali, proveniva dai locali movimenti nazionalisti. Questo timore, che si diffuse particolarmente tra i notabili musulmani, avrebbe caratterizzato le attività di quelle prime formazioni politiche, espressione degli interessi della comunità musulmana, che si affermarono in maniera più strutturata solo a partire dall’immediato primo dopoguerra. 3. L’incognita jugoslava tra le due guerre. – Il 17 agosto 1917, Šerif Arnautović, notabile di Mostar, direttore del locale vakuf e attivista dell’Ujedinjena Muslimanska Organizacija34, e Safvet-beg Bašagić, scrittore e presidente del locale consiglio bosniaco-erzegovese, consegnarono a Carlo I d’Austria un memorandum con le istanze di quei musulmani che avrebbero optato, una volta finita la guerra, per l’autonomia politico-territoriale della Bosnia-Erzegovina nell’ambito della compagine imperiale asburgica35. Il documento fu una diretta reazione sia alla ventilata ipotesi di una possibile cessione della Bosnia alla sola Ungheria sia alle attività parlamentari, e alla successiva «dichiarazione di maggio» del club jugoslavo (Jugoslovenski club) di Anton Korošec e Marko Laginija, i quali avrebbero invece desiderato affidare l’amministrazione dei territori bosniaci a una coalizione governativa serbo-croata-slovena «sotto lo scettro della dinastia d’Asburgo-Lorena»36. «Questa unione – affermò Arnautović – con nostra profonda convinzione non porterebbe alcun vantaggio, ma, come temiamo, sarebbe per noi solamente dannosa». Il reis-ululema Džemaludin Čaušević sembrò, al contrario, quasi entusiasta
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Organizzazione musulmana unita. Cfr. A. Jahić, Vrijeme izazova. Bošnjaci u prvoj polovini XX stoljeća, Bošnjačka nacionalna zajednica za Grad Zagreb i Zagrebačku županju, Zagreb, Bošnjački Institut - Fondacija Adila Zulfikarpašića, Sarajevo, 2014, p. 85 ss. 36 M. Trogrlić, La vita, la morte e la politica in Dalmazia durante la Grande Guerra, in S. Trinchese, F. Caccamo (cur.), Rotte adriatiche. Tra Italia, Balcani e Mediterraneo, Franco Angeli, Milano, 2011, p. 135; E. Ivetić, op. cit., p. 29. 35
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della «soluzione jugoslava» così come gli era stata prospettata dallo stesso Korošec durante un’incontro avvenuto a Sarajevo poco tempo prima37. Intanto, il 20 luglio 1917 si erano incontrati a Corfù i rappresentanti del Comitato jugoslavo (Jugoslavenski odbor), presediuto dal croato Ante Trumbić e da alcuni esponenti del governo serbo in esilio. Nonostante le opinioni divergenti riguardo l’assetto che avrebbe dovuto assumere il futuro stato jugoslavo, a Corfù furono comunque individuati i presupposti politici attorno ai quali i serbi, i croati e gli sloveni avrebbero sancito la loro unione e affidato il loro destino alla dinastia Karađorđević. Il successo di Corfù, nonostante «il difficile avvicinamento tra il Comitato jugoslavo e il governo serbo in esilio», fu tale che a maggio dell’anno seguente, secondo la testimonianza del generale croato dell’esercito austro-ungarico Stjepan Sarkotić, gran parte della popolazione bosniaca era stata «infettata» dall’idea jugoslava38. All’interno della nuova compagine statale del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (Kraljevina SHS), la cui proclamazione avvenne formalmente il primo dicembre 1918, gli esponenti della comunità bosniaco-musulmana tentarono di sviluppare un percorso politico autonomo attraverso l’Organizzazione Musulmana Jugoslava (JMO) e altre formazioni minori, tra cui il Partito popolare musulmano, il Partito radicale musulmano e il Partito contadino musulmano39. In seguito alla riforma agraria del 1919, che ridimensionò innanzitutto la posizione sociale ed economica delle famiglie musulmane più influenti della Bosnia-Erzegovina, il JMO, nel tentativo di salvaguardare gli interessi dei notabili musulmani e limitare l’ingerenza della classe di37 H. Kamberović, Hod po Trnju. Iz bosansko hercegovačke historije 20. stoljeća, Posebna Izdanja, Institut za istoriju Sarajevu, Sarajevo, 2011, p.13; X. Bougarel, Farewell to the Ottoman Legacy? Islamic Reformism and Revivalism in Inter-War Bosnia-Herzegovina, in N. Clayer, E. Germain, Islam in Inter-War Europe, Hurst, pp. 313-343, 2008. 38 E. Ivetić, op. cit., pp. 28-29; J.R. Lampe, op. cit., p. 108. Il governatorato di Sarkotić in Bosnia fu contrassegnato da una feroce repressione dell’elemento serbo. Si trattò, secondo Lampe, di una «pulizia etnica» nei confronti dei serbi di Bosnia, che contribuì ad aggravare le tensioni tra le comunità locali. 39 S. Ćerić, Muslimani Srpsko-Hrvatskog jezika, Svjetlost, Sarajevo, 1968, pp. 187188. L’Organizzazione Musulmana Jugoslava (Jugoslovenska Muslimanksa Organizacija o JMO) fu fondata a Sarajevo nel febbraio del 1919. Il primo presidente eletto fu Ibrahim Maglajić. Mehmed Spaho (1883-1939) subentrò alla guida dell’organizzazione nel 1921.
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rigente serba nei propri affari, assunse i caratteri di un vero e proprio partito politico ispirato ai principi della tradizione religiosa islamica40. Nelle elezioni per la Costituente, convocate per il 28 novembre 1920, i voti dei musulmani bosniaci confluirono in larga parte nel JMO e il partito ottenne il maggior numero di consensi in Bosnia-Erzegovina. Le elezioni del 1920 segnarono il tracollo delle altre formazioni politiche musulmane che raccolsero, al contrario, solo qualche manciata di voti. Un successo inatteso fu invece registrato dal Partito comunista jugoslavo (Komunistička Partija Jugoslavija o KPJ)41, che ottenne numerosi seggi in Serbia, Macedonia e Montenegro. I risultati del KPJ, però, destarono preoccupazione in alcuni ambienti politici ostili. Subito dopo le elezioni, una coalizione governativa formata dal Partito radicale e dal Partito democratico, entrambi espressione della scena politica serba, riuscì a far approvare, nonostante l’opposizione dei rispettivi sostenitori, un bando (obznana) con il quale fu interdetta ogni attività politica pubblica organizzata o comunque riconducibile al Partito comunista jugoslavo42. Due settimane prima delle votazioni per la ratifica della Costituzione, il Partito comunista rinunciò, per protesta, a presenziare i lavori dell’Assemblea costituente. L’astensione dei comunisti e del Partito contadino croato contribuì a rafforzare la posizione parlamentare dell’elemento serbo. Il disegno costituzionale ottenne quindi i consensi necessari e il 28 giugno 1921 la Costituzione fu promulgata. Il sostegno del JMO al Partito radicale serbo per l’approvazione della Costituzione fu ricompensato con la promessa di garantire l’integrità «etnica» dei territori bosniaci compresi entro i confini di 6 dei 33 distretti (oblast) in cui fu organizzata l’amministrazione territoriale del regno SHS43. Le prime tensioni tra i vertici del JMO si manifestarono a causa dei disaccordi che emersero quando al Parlamento si tornò a discutere un disegno di legge su una possibile riorganizzazione amministrativa e territoriale della Bosnia-Erzegovina. L’ala minoritaria del JMO si riunì nell’Organizzazione nazionale musulmana jugoslava (Ju40
E. Mutapčić, Pravno-historijski kontekst agrarne reforme u BiH posle Prvog Svjetskog Rata, in Tranzicija/Transition, »asopis za ekonomiju i politiku tranzicije/Journal of economic and politics of Transition, Anno XIII, Tuzla-Travnik-Beograd-Bukurest, 2011, pp. 143-156. 41 Il Partito comunista jugoslavo fu fondato a Belgrado nel 1919. 42 A. Purivatra, Nacionalni i politički razvitak Muslimana, Svjetlost, Sarajevo, 1969, pp. 46-47; J.R. Lampe, op. cit., pp. 124-125. 43 A. Purivatra, M. Hadžijahić, op. cit., p. 31. © Edizioni Scientifiche Italiane
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goslovenska muslimanska narodna organizacija o JMNO), guidata dal Mufti Ibrahim Maglajilić. Tuttavia, alle elezioni del 18 marzo 1923, il JMO di Mehmed Spaho ottenne un ampio consenso confermandosi come l’unica forza politica dei musulmani bosniaci in grado di vantare una propria rappresentanza parlamentare44. Simili risultati furono confermati nelle elezioni del 1925 e del 192845. Eccetto una breve parentesi a supporto del governo Davidović, tra luglio e novembre del 1924, il JMO restò all’opposizione fino alle elezioni del 1927, quando, avendo ben chiare le limitate risorse per difendere i propri interessi, accettò di entrare a far parte della coalizione di Velimir Vukičević. In cambio dell’alleanza politica Mehmed Spaho ottenne il Ministero delle Finanze46. I primi a esprimere apertamente i malumori e il dissenso nei confronti delle politiche governative furono gli esponenti del Partito comunista jugoslavo. Nel corso della Terza conferenza territoriale del KPJ (Belgrado, gennaio 1924) i comunisti criticarono il serbo-centrismo del Regno SHS. La risoluzione che seguì la conclusione dei lavori affermò il «principio di autodeteminazione e di secessione dei popoli (nazioni)» e la necessità di convogliare le aspirazioni dei popoli oppressi nella «lotta della classe operaia contro la dominazione del capitalismo»47. Nel corso delle successive riunioni del partito, in occasione del terzo congresso di Vienna (17-22 maggio 1926), del quarto congresso di Dresda (ottobre 1928) e della quarta conferenza territoriale di Ljubljana (24-25 dicembre 1934), si palesò sempre più la necessità, in linea con le indicazioni del Komintern, di assumere un chiaro impegno riguardo la «questione nazionale» dei popoli jugoslavi «oppressi» dal regime assolutistico dei Karađorđević e dai «partiti borghesi» serbi e croati. L’iniziale approccio politico del dirigente comunista Sima Marković, che considerava i serbi, i croati e gli sloveni come «tre rami della stessa nazione» jugoslava, fu abbandonato già a partire dalla metà degli anni Venti a favore di una visione generale che contemplasse e garantisse separatamente a ognuno dei popoli jugoslavi il diritto all’autodeterminazione48. 44
Ivi, pp. 31-32. S. Ćerić, op. cit., p.197. 46 H. Kamberović, Mehmed Spaho (1883-1939). Politička biografija, Vijeće Kongresa bošnjačkih intelektualca, Sarajevo, 2009, pp.69-70; R. Petrović, Il fallito modello federale della ex Jugoslavia, Rubettino, Catanzaro, 2005, p. 40; A. Purivatra, M. Hadžijahić, op. cit., p. 32. 47 A. Purivatra, op. cit., p.48. 48 «Oslobođenje», 10 novembre 1968, anno XXV., n. 7343, A.Purivatra, Put do 45
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La riforma amministrativa e territoriale dello Stato, attuata qualche mese dopo l’instaurazione della dittatura del 6 gennaio 1929 (šestojanuarska diktatura), tolse ogni dubbio a coloro che avevano sperato in un miglioramento della questione musulmana. Il JMO e altre formazioni politiche furono estromesse dalle attività di governo. Il 31 gennaio 1930, malgrado l’opposizione degli esponenti della comunità islamica, tra i quali Mehmed Spaho e il reis Čaušević, fu emanata una nuova legge che di fatto sospendeva gran parte di quelle autonomie in materia religiosa che la componente musulmana aveva conquistato in epoca asburgica. A causa delle sue posizioni critiche, Čaušević fu invitato a dimettersi49. La sede della Comunità religiosa islamica (Islamska Vjerska Zajednica o IVZ), che proprio in quell’occasione estese la sua giurisdizione su tutti i musulmani del Regno di Jugoslavia (come era stato ridenominato il regno SHS dal mese di ottobre 1929), fu trasferita temporaneamente da Sarajevo a Belgrado e con essa la sede del neo-eletto reis ul ulema Ibrahim efendija Maglajilić. La suddivisione amministrativa della Jugoslavia in 33 oblasti, risalente al 1922, che aveva garantito una sorta di integrità dei confini storici della Bosnia-Erzegovina, fu riorganizzata in 9 banovine (province), che di fatto alterarono gli «equilibri» demografici della regione. I musulmani, da quel momento, rimasero in minoranza in ognuna delle quattro banovine in cui furono ridistribuiti i territori della Bosnia-Erzegovina50. Il ritorno ad un governo di coalizione serbo-croato in seguito all’attentato di Marsiglia del 1934, nel quale perse la vita il re Aleksandar I e decretò di fatto la fine della dittatura, coincise con il riaffermarsi dei desideri annessionistici dei partiti nazionalisti. Il punto più alto delle trattative politiche tra i serbi e i croati fu raggiunto il 26 agosto 1939 con la ratifica dello sporazum Cvetoković-Maček, l’accordo per il rafforzamento dell’intesa parlamentare, che garantiva un maggior peso politico al Sabor croato (la Dieta locale) e ampliava le rispettive giurisdizioni territoriali sui territori bosniaci. L’accordo rapravnopravnosti. Savez komunista Jugoslavije i nacionalno pitanje u Bosni i Hercegovini do 1946. Godine; A. Purivatra, op. cit., pp. 44 e segg. 49 A. Purivatra, M. Hadžijahić, op. cit., p. 33; D. Bečirović, op.cit., p.57. 50 Con la riorganizzazione amministrativo-territoriale del 1922, i territori bosniaci furono compresi nei sei oblasti di Bihać, Mostar, Sarajevo, Travnik, Tuzla e Vrbanja, i cui confini ricalcavano, a loro volta, i sei okrug (circoscrizioni) di epoca asburgica. Nel 1929, i territori bosniaci furono inclusi in quattro delle nove banovine in cui furono suddivisi i territori jugoslavi: Vrbaska, Primorska, Drinska, Zetska. © Edizioni Scientifiche Italiane
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presentò, seppur temporaneamente, il coronamento delle antiche aspirazioni territoriali di una ben nota e diffusa tradizione politica. Le reazioni alla spartizione dei territori bosniaci giunsero da più parti. Il 6 novembre 1939, Džafer beg Kulenović, l’erede politico di Spaho alla guida del JMO, fece pressioni al governo, principalmente attraverso la stampa, per ottenere la creazione di una quarta banovina bosniaca che tutelasse l’integrità territoriale della Bosnia secondo i confini amministrativi di epoca ottomana51. A novembre dello stesso anno fu resa pubblica una risoluzione della comunità islamica con la quale si dichiarava esplicitamente la contrarietà dei musulmani bosniaci allo sporazum: «l’autonomia della Bosnia-Erzegovina entro i confini storici, rappresenta le richieste generali di tutti i musulmani della Bosnia-Erzegovina, senza alcuna distinzione»52. Ad ogni modo, le timide reazioni allo sporazum da parte dell’inteligencija musulmana, minata al suo interno dalle correnti pro-serbe e pro-croate, non sortirono alcun effetto di rilievo sulle decisioni politiche del governo. Al coro delle proteste si unirono i giovani studenti comunisti, i quali reagirono inviando tre lettere aperte alle autorità governative. «Deve essere chiaro – si legge in una di queste – che qualsiasi divisione della Bosnia-Erzegovina comporta un’ingiustizia nei confronti dei musulmani che da sempre rappresentano una collettività […] Solo in una Bosnia-Erzegovina autonoma né l’Una né la Drina ci separeranno dai fratelli di entrambe le sponde»53. Il primo maggio 1940, il Partito comunista jugoslavo condannò apertamente l’accordo Cvetković-Maček come espressione politica della «borghesia» serba e croata. In occasione della Quinta conferenza territoriale del KPJ per la Bosnia-Erzegovina (luglio 1940) furono rivolte dure critiche ai dirigenti del JMO, accusati di aver collaborato con il regime monarchico per difendere i propri interessi. L’attenzione si spostò quindi sulla questione musulmana e i musulmani bosniaci, non più considerati esclusivamente sulla base dell’ap-
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D. Begić, Pokret za autonomiju Bosne i Hercegovine u uslovima Sporazuma Cvetković-Maček, in Prilozi, Institut za Istoriju Radničkog Pokreta Sarajevo, vol. 2., 1966, pp.177-191, p. 181; D. Bečirović, op. cit., p. 71. 52 M. Imamović, Historija Bošnjaka, Preporod, Sarajevo, 1997, pp. 519-521; Š. Filandra, Bošnjačka politika u XX stoljeću, Šejtarija, Sarajevo, 1998, pp. 107-108. 53 «Oslobođenje», 11 novembre 1968, anno XXV, n. 7344, A. Purivatra, Put do ravnopravnosti. Savez komunista Jugoslavije i nacionalno pitanje u Bosni i Hercegovini do 1946. Godine; A. Purivatra, op. cit., p. 53. ISBN 978-88-495-4334-6
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partenenza religiosa, ma come possibile espressione «etnica» (etnička grupa)54. A partire dall’aprile del 1941, con l’invasione e l’occupazione della Jugoslavia e la nascita dello Stato Indipendente di Croazia (Nezavisna Država Hrvatska o NDH), l’equilibrio tra i gruppi nazionali della regione, già provato da una serie di tensioni mai risolte, subì un inevitabile tracollo. Da quel momento, la questione nazionale musulmana entrò stabilmente nel programma politico del Partito comunista jugoslavo. 4. Rat svih protiv sviju (La guerra di tutti contro tutti). – Nell’ambito della narrativa storiografica socialista, la guerra di Liberazione ha rappresentato per lungo tempo il mito di fondazione della «seconda» Jugoslavia, e, sul piano politico, la legittimazione del Partito comunista alla guida della Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia (Federativna Narodna Republika Jugoslavija o FNRJ)55. È anche corretto affermare che l’impalcatura ideologica, politica e amministrativa della federazione jugoslava fu edificata in Bosnia-Erzegovina durante le fasi più concitate della guerra56. La Resistenza jugoslava, coordinata dal Partito comunista, confluì presto nel movimento popolare di Liberazione (Narodni Oslobodilački Pokret o NOP), la cui ala militare era costituita dalle formazioni partigiane. Tuttavia, la storiografia tradizionale di epoca socialista enfatizzò oltremodo l’epopea di «Tito e i suoi compagni»57, oscurando di fatto l’apporto prezioso, seppur indiretto, delle formazioni resistenziali non inquadrate nel Movimento di Liberazione. Fu il caso, ad esempio, delle bande musulmane autonome che operarono in Bosnia orientale, i cui successi, nonostante i metodi di guerriglia a dir poco discutibili, permisero ai partigiani di riconquistare ampie zone del Paese. La 54
Ivi, p. 55. L’aspetto semantico delle categorie utilizzate per definire i musulmani, nel secondo dopoguerra jugoslavo, fu oggetto, come vedremo, di accesi dibattiti sia in ambito accademico che in quello politico. 55 Dal 1963 la FNRJ cambiò denominazione in Socialistička Federativna Republika Jugoslavia o SFRJ (Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia). 56 Con «prima Jugoslavia» ci si riferisce, solitamente al periodo monarchico tra le due guerre (1918-1941). Il Consiglio popolare antifascista di Liberazione (AVNOJ) si costituì in qualità di governo provvisorio e operò essenzialmente in Bosnia-Erzegovina, dal novembre 1942 fino alla fine della guerra. 57 Il riferimento al recente lavoro di Jože Pirivijec, Tito e i suoi compagni, Einaudi, Torino, 2015, in particolare al capitolo settimo, Djilas, Kardelj, Ranković. © Edizioni Scientifiche Italiane
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partecipazione in massa dei musulmani alla lotta popolare di Liberazione (NOB) fu incentivata dal costante impegno del KPJ nel promuovere e sostenere il processo di affermazione nazionale della componente bosniaca di fede e tradizione islamica. Dietro la retorica marxista-leninista del Partito comunista jugoslavo, che aveva abilmente inquadrato la questione nazionale musulmana nelle azioni politiche di contrasto alla «borghesia serba e croata», si celavano, in realtà, interessi di altra natura riconducibili principalmente alle strategie delle attività resistenziali. D’altronde, fu subito chiaro a tutte le parti in conflitto che l’intesa con la componente musulmana avrebbe potuto determinare, in un modo o nell’altro, le sorti della guerra; di questo ne erano particolarmente consapevoli, oltre ai comunisti, i vertici dello Stato Indipendente di Croazia che con quelli si contesero, per qualche anno, la preziosa alleanza. I complessi rapporti tra il Partito comunista jugoslavo e la comunità musulmana della Bosnia-Erzegovina sono stati adeguatamente indagati da Marko Attila Hoare in uno dei suoi ultimi lavori dal titolo The Bosnian Muslims in The Second World War58. L’analisi dello storico inglese, che ha l’indiscusso merito di aver condotto la sua ricerca su un’ampia documentazione archivistica, tende a ridimensionare notevolmente alcuni aspetti del mito storiografico socialista della Lotta popolare di Liberazione. Contro la diffusa e abusata rappresentazione della «fratellanza e unità» (bratstvo i jedinstvo) dei popoli jugoslavi, la ricostruzione di Hoare evidenzia un quadro complessivo chiaramente meno omogeneo rispetto alle narrazioni canoniche e ingessate della storiografia di regime. Hoare ha rivolto la sua attenzione ai complessi rapporti intercorsi tra le bande autonome musulmane, i comunisti, il Movimento popolare di Liberazione (NOP), gli ustaša, i četnici e le forze d’occupazione dell’Asse. La complessità evidenziata da Hoare risiede nel dinamico e mutevole sistema di alleanze tra le fazioni in lotta, caratterizzate da infiltrazioni clandestine nelle formazioni nemiche e da continue e reciproche defezioni di massa. Un quadro generale dai contorni decisamente meno rigidi rispetto anche ai tradizionali approcci storiografici di tipo manualistico. Durante la guerra, i sentimenti di lealtà delle popolazioni coin-
58 M.A. Hoare, Bosnian Muslims in the Second World War: A History, C. Hurst & Co., London, 2013.
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volte negli scontri, indipendentemente dall’affiliazione alle forze governative o alle formazioni resistenziali, fluttuavano secondo l’evoluzione delle operazioni militari e alle ragioni ideologiche si sovrapponevano le impellenti necessità riconducibili alla sicurezza e alla sussistenza delle comunità locali59. I musulmani, in particolare, almeno sul piano politico, non si vincolarono né si schierarono in modo definitivo con nessuna delle formazioni in lotta. Più complessa fu la posizione degli esponenti della Comunità religiosa islamica (IVZ). In seguito alla morte del reis Fehim Spaho, avvenuta nel febbraio del 1942, all’interno della Comunità religiosa islamica si affermarono due indirizzi contrapposti: da una parte la tendenza laicizzante del «gruppo di Zagabria», dall’altra l’associazione degli ulema bosniaci El Hidaje, che aveva la sua sede a Sarajevo. I primi, legati da un vincolo di fedeltà al governo croato, erano rappresentati dal bosniaco-musulmano Džafer-beg Kulenović, ex leader del JMO, succeduto a Mehmed Spaho e ora vice presidente dell’NDH. Gli altri, riconducibili al gruppo di Mehmed efendija Handžić, ulema e figura di spicco nella tradizione bosniaca degli studi islamici, si distinsero per un approccio decisamente più conservatore e meno collaborativo nei confronti degli occupanti60. Uno dei meriti maggiori di Hoare è senza dubbio quello di averci disabituato a considerare le fazioni in lotta nel teatro di guerra bosniaco entro rigidi confini ideologici, riconducibili a precisi gruppi nazionali o a determinate formazioni politiche. «La lotta per la Bosnia – scrive Hoare – fu una lotta in cui le identità, le lealtà e i ruoli erano spesso sfocati: gli attivisti serbi si travestivano da musulmani; i musulmani adottavano nomi serbi; gli ustaša diventavano comunisti e i comunisti ustaša; i partigiani si trasformavano in cetnici; i cetnici lavoravano per i partigiani, gli uomini si travestivano da donne, le donne combattevano come uomini; e molti attivisti lavoravano contemporaneamente per fazioni opposte»61. Contrariamente a ciò che si è portati a immaginare, non era infrequente che persino in alcuni importanti nuclei famigliari coabitassero elementi di diverso orientamento nazionale e appartenenti a formazioni politiche tra loro antagoniste, come dimostra il caso dei fratelli musulmani Mehmed e Fehim 59 Ivi, p. 7; cfr. E. Greble, Sarajevo la cosmopolita. Musulmani, ebrei e cristiani nell’Europa di Hitler, Feltrinelli, Milano, 2012. 60 D. Bečirović, op. cit., pp. 85-89. 61 M.A. Hoare, op. cit., p. 64.
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Spaho, il primo guida del JMO, l’altro reis ul ulema62. Del resto, fa notare anche lo storico francese Xavier Bougarel «in certi momenti, cetnici e partigiani combattevano insieme, e talvolta risultava difficile distinguere gli uni dagli altri»63. Se a tutto ciò si aggiunge il diffuso fenomeno delle conversioni religiose di massa, molto frequente durante i primi anni di guerra, tanto da essere regolato da una serie di dispositivi di legge, il concetto di «appartenenza» e quello di identità assumono ulteriori sfumature. Tra aprile e ottobre del 1941 non meno di duemila ebrei, il venti per cento della comunità sefardita di Sarajevo, si convertirono in parte al cattolicesimo e in parte all’islam, con la speranza (vana) di evitare le persecuzioni degli agenti ustaša64. Negli stessi mesi, stando ai rapporti delle autorità croate, si registrarono frequenti casi di conversione anche tra i serbi di confessione ortodossa, che nell’inutile tentativo di sfuggire ai loro aguzzini decidevano di dichiararsi, secondo le necessità del momento, musulmani o cattolici. La pratica della conversione, nella provincia bosniaca, riguardava spesso interi villaggi o gruppi famigliari molto estesi. A Mali Gradac, un villaggio con qualche centinaio di anime, 19 persone di fede “greco-orientale” chiesero e ottennero il permesso di convertirsi alla fede cattolica65. Sia la base ideologica della Resistenza che le strategie politiche delle forze d’occupazione contenevano molti elementi attinti dall’articolato patrimonio della cultura tradizionale nazionalista, che i diversi gruppi della regione avevano portato in dote all’appuntamento con la guerra. Le teorie sulla nazione, che si affermarono nel corso dell’Ottocento, durante l’occupazione ottomana e asburgica, trovavarono piena applicazione nelle pratiche ideologiche del regime dello Stato Indipendente di Croazia. L’occupazione dei territori bosniaci da parte dell’NDH aveva comportato l’assimilazione della popolazione musulmana ad un presunto patrimonio biologico-culturale croato. L’elemento distintivo dell’appartenenza nazionale croata, infatti, all’epoca dell’NDH, non era ri62
Fehim Spaho, fratello di Mehmed, leader del JMO, ricoprì la carica di reis ul ulema dal 1938 al 1942. Il reis Spaho si dichiarava musulmano di nazionalità croata. 63 X. Bougarel, op. cit., p. 99. 64 E. Greeble, op. cit., p. 107. 65 HR-DAZG, Nezavisna Državna Hrvatska, (Mup-NDH, 21378/41) K. 45, 46, 53, Ministarstvo Pravosudja i Bogoštovlja, n. 1626-B-1941. Mali Gradac selo, «vjerozakonski prijelaz stanovnika grčko istočne vjere na rimo-katoličku». Zagreb, 9. rujna, 1941. ISBN 978-88-495-4334-6
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conducibile esclusivamente alla fede, tutt’altro: «il popolo croato si considerava omogeneo per razza»66. Ciò stava a significare che i musulmani di Bosnia-Erzegovina (dall’aprile del 1941 territorio dell’NDH), sia sul piano amministrativo che da una prospettiva di «appartenenza etnica», furono «naturalizzati», nel nuovo ordinamento statale, come cittadini di nazionalità croata di fede islamica. Basti pensare che il poglavnik (duce) Ante Pavelić, durante un colloquio con il mufti Ismet efendija Muftić, funzionario del Consiglio di Stato, avvenuto pochi giorni dopo l’occupazione dei territori bosniaci, si rivolse al popolo musulmano definendolo: «sangue del nostro sangue e fiore della nostra nazione croata»67. Anche sul fronte opposto, quello del Partito comunista, la questione musulmana occupò ampi spazi del dibattito politico riguardo il futuro assetto costituzionale della Jugoslavia. Il 25 e il 26 novembre 1943, a Mrkonjić-Grad, i delegati del Consiglio popolare antifascista di Liberazione della Bosnia-Erzegovina (ZAVNOBiH)68, tra i quali erano presenti numerosi esponenti del Partito comunista, si pronunciarono per una Bosnia che non fosse «né serba, né musulmana, né croata, ma serba, musulmana e croata – ovvero – una Bosnia-Erzegovina libera e affratellata in cui sarà assicurata la piena uguaglianza e unità tra i Serbi, i Musulmani e i Croati»69. Questa solenne dichiarazione, che fondava i suoi contenuti sull’inviolabile principio della fratellanza e dell’unità dei popoli jugoslavi (bratstvo i jedinstvo),
66 N. Kisić Kolanović, Islamska varijanta u morfologiji kulture NDH 1941-1945, in Časopis za suvremenu povijest, vol. 39, n. 1, 2007, p. 64. 67 Hrvatski Narod. Zagreb, anno 3, nr.71, 23 aprile 1941, p.5; Xavier Bougarel, op. cit., p.105. 68 Zemaljski Antifašističko Vijeće Narodnog Oslobođenja Bosne i Hercegovine. 69 Службени лист Федералне Босне и Херцеговине, anno I, n.1, 20 giugno 1945, Резолуција Земалјиског Антифашистичког Бијећа Нaродног Ослобођења Босне и Херцеговине, Сарајево, 20 novembre 1943, p.2. Nel testo originale “Srbi, Hrvati i Muslimani”. Secondo le regole ortografiche del serbo-croato-bosniaco, i sostantivi di nazionalità si scrivono con l’iniziale maiuscola. Nel nostro caso, «Musliman» si riferisce alla (presunta) nazione musulmana, mentre «musliman» è il termine con il quale ci si riferisce al seguace della religione islamica; una differenza non di poco conto se consideriamo le implicazioni che comportava, nella forma scritta, l’uso dell’uno o dell’altro termine. In una sorta di preambolo alla Costituzione della SRBiH del 1963, il termine Muslimani fu usato, per la prima volta in un documento del genere, nella sua accezione di «componente etnica» (Cfr. “Ustav Sočijalističke Republike Bosne i Hercegovine”, Službeni list NRBiH, XIX, n.14, 11 aprile 1963, vol. I, p. 153).
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fu disattesa pochi giorni dopo, come fa notare Hoare, in uno degli appuntamenti più importanti nella storia della lotta partigiana. Il 29 e 30 novembre si riunì a Jaice, a un anno di distanza dalla prima sessione di Bihać, il Consiglio popolare antifascista di Liberazione della Jugoslavia (AVNOJ)70. In quell’occasione, l’AVNOJ assunse le funzioni di governo provvisorio, e sancì uno dei principi fondanti della futura federazione: «la Jugoslavia deve essere costruita su basi federative, le quali devono garantire la piena uguaglianza di Serbi, Croati, Sloveni, Macedoni e Montenegrini e, rispettivamente, delle popolazioni di Serbia, Croazia, Slovenia, Macedonia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina»71. Con questa formula, dai contenuti a dir poco ambigui, i musulmani bosniaci, pur rappresentati in quanto cittadini jugoslavi, furono esclusi dalla ristretta cerchia delle nazioni costituenti72. In base alle premesse dell’AVNOJ, recepite dall’Assemblea costituente e confluite nella Carta costituzionale promulgata il 31 gennaio 1946, la «seconda» Jugoslavia assunse la struttura di una federazione composta da 6 stati, ma rappresentata da 5 nazioni73. Alla fine della guerra, dunque, i musulmani bosniaci furono relegati nel novero delle comunità religiose, e non tra i gruppi nazionali costituenti del paese, come era stato più volte prospettato loro durante la guerra. La Bosnia socialista, dunque, nacque come «uno stato-nazione senza una nazione»74. Nella costituzione della Repubblica Popolare di BosniaErzegovina (NRBiH), in vigore dal 31 dicembre 1946, fu confermato a chiare lettere il principio inviolabile della sovranità popolare, ma fu evitato accuratamente di indicare quali fossero i popoli, o meglio, le nazioni, che avrebbero dovuto rappresentare il Paese75. 70
Antifašitičko Vijeće Narodnog Oslobođenja Jugoslavije. Дekларација другог заседанја антифашистичког већа народног ослобођенја Југославије (29.XI.1943), in Службени лист демократске федеративне Југославије, 1 febbraio 1945, Београд, n. 1, anno I, p.4; Marko Attila Hoare, op. cit., pp.183-184. La nascita della «seconda» Jugoslavia, per il Partito comunista, avvenne proprio in occasione della seconda sessione dell’AVNOJ, il 28 novembre 1943 a Jaice, in Bosnia-Erzegovina. 72 X. Bougarel, op. cit., p.120. 73 A. Omerika, The Role of Islam in Academic Discourses on the National Identity of Muslims in Bosnia Herzegovina, 1950-1980, in Islam and Muslim societies: A Social Science Jurnal, vol. 2, n. 2, New Delhi, 2006, pp. 351-376, p 352. 74 M.A. Hoare, op. cit., p. 287; Xavier Bougarel, op. cit., p. 127. 75 Устав Народне Републике Босне и Херцеговине, in Службени лист Народне Републике Босне и Херцеговине, 8 gennaio 1947, n.1, anno III, pp. 2-18. 71
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5. Etnogenesi di una nazione. – L’occupazione della Jugoslavia da parte delle truppe dell’Asse e le drammatiche vicende della guerra avevano contribuito a esasperare le tensioni pre-esistenti tra i gruppi nazionali della regione. A partire dall’immediato dopoguerra, l’azione incisiva del Partito comunista nell’ambito delle relazioni tra i popoli e le repubbliche della Federazione, nonostante l’adozione di metodi discutibili, sembrò riportare una certa stabilità tra le componenti nazionali del Paese. Ma solo in apparenza, come avrebbero mostrato gli eventi nel corso degli anni successivi. La ricerca di una soluzione alla questione nazionale musulmana fu una delle cause che, nel corso della prima metà degli anni Sessanta, fece precipitare le relazioni tra le correnti «liberali» e le tendenze conservatrici che si erano manifestate all’interno della Lega dei comunisti (SKJ)76. La «nascita» della nazione musulmana, legittimata da una serie di atti giuridici e amministrativi, adottati tra il 1968 e il 1974, ebbe l’effetto di indebolire il già precario equilibrio dei rapporti tra le repubbliche jugoslave. Le conseguenze dell’indirizzo politico comunista riguardo la questione musulmana si sarebbero manifestati anni dopo, contestualmente all’implosione della Jugoslavia socialista e alla deflagrazione dei conflitti degli anni Novanta in Bosnia-Erzegovina. Il processo di affermazione nazionale della componente musulmana fu condizionato da diversi fattori; alcuni riconducibili alle complesse e delicate dinamiche interne al partito, e altri agli sviluppi della politica estera jugoslava, in seguito allo «scisma» tra il KPJ e il Partito comunista dell’Unione Sovietica (KPSS). Fino al 1953 il Partito comunista jugoslavo esercitò un capillare controllo sulle attività della Comunità religiosa islamica. Le relazioni tra i comunisti e la componente musulmana della Bosnia-Erzegovina migliorarono sensibilmente a partire dalla metà degli anni Cinquanta, in concomitanza con il nuovo corso della politica estera jugoslava. Dalla metà degli Sessanta, subito dopo l’VIII congresso della Lega dei comunisti jugoslavi (1964), la questione delle autonomie nazionali entrò, dunque, nel vivo del confronto politico e accademico, raggiungendo i momenti più critici del dibattito tra il 1968 e il 1971. Subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, oltre ai primi provvedimenti adottati dal nuovo governo, tra i quali la riforma agra76
Nel 1952, in occasione del VI Congresso del Partito comunista jugoslavo a Zagabria (dal 2 al 7 novembre), la denominazione del Partito cambiò in Lega dei comunisti jugoslavi (Savez Komunista Jugoslavije o SKJ). © Edizioni Scientifiche Italiane
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ria, la nazionalizzazione delle attività economiche e la riorganizzazione amministrativo-territoriale della Federazione, furono emanate diverse norme per regolare i rapporti tra le istituzioni dello Stato e le organizzazioni religiose77. La prima costituzione della FNRJ78 (1946) affermò una netta separazione dei rispettivi ambiti, specie in materia di diritto e istruzione pubblica. Alle organizzazioni religiose furono garantite alcune autonomie riguardo l’organizzazione delle attività cultuali, se non in contrasto con i rigidi principi di laicità espressi dalla Carta costituzionale. Fu questo il primo tentativo di estromettere le organizzazioni religiose dalla vita pubblica del Paese, senza ricorrere, per il momento, a misure particolarmente coercitive. La libertà di culto e l’organizzazione delle attività religiose furono di fatto limitate e garantite solamente sotto la stretta sorveglianza degli organi statali, coordinati dalla Commissione per gli Affari Religiosi (Komisija za Vjerska Pitanja o KZVP), un ente governativo di controllo istituito nel 194479. Inoltre, l’intensa campagna diffamatoria nei confronti dei dissidenti «cominformisti», in seguito allo scisma politico del 1948, colpì indistintamente numerosi esponenti delle istituzioni religiose che non avevano accettato di buon grado il nuovo corso politico jugoslavo. «La religione fu esclusa dalla sfera pubblica e sottoposta a un processo di privatizzazione; le vecchie élite bosniaco-musulmane persero la loro influenza, la quale era stata spesso legata al forte impatto della religione islamica sulla società musulmana»80. La Comunità religiosa islamica (Islamska Vjerska Zajednica o IVZ), l’istituzione di riferimento per tutti i fedeli musulmani della Jugoslavia fu riorganizzata secondo il nuovo statuto entrato in vigore nel 194781. I vertici dell’IVZ furono scelti tra i funzionari fedeli al regime in modo tale che il partito potesse controllare da vicino ogni attività dell’organizzazione e delle istituzioni religiose pe77 Cfr. V. Katz, Društveni i ekonomski razvoj Bosne i Hercegovine 1945.-1953., Institut za Istoriju, 2011. 78 Federativna Narodna Republika Jugoslavija (Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia). 79 Службени лист Федералне Босне и Херцеговине, год. I, бр. 1, 20.6.1945, стр. 5, Одлука Земалјског Антифашистичког Вијећа Народног Ослобођенја Босне и Херцеговине. 80 A. Omerika, op. cit., p. 352. 81 Ustav Islamske Vjerske Zajednice u Federativnoj Narodnoj Republici Jugoslaviji, Vrhovno Islamsko Stariješinstvo u FNRJ, Sarajevo, 1947.
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riferiche82. Nel marzo 1946, le competenze in materia di diritto islamico furono demandate esclusivamente ai tribunali civili83. Gran parte degli ingenti beni dei vakuf furono nazionalizzati. La popolazione musulmana e le altre organizzazioni religiose subirono un intenso processo di laicizzazione che interessò diversi ambiti della società, a partire dal sistema dell’istruzione pubblica. Le scuole islamiche islamiche per la formazione di base (mekteb), presenti nelle città e in quasi tutti i villaggi del Paese, furono ridotte drasticamente, fino a decretare la sospensione di ogni loro attività. L’insegnamento al di fuori dei luoghi autorizzati dal regime fu severamente vietato. Gli studi islamici potevano essere seguiti esclusivamente nella medresa di Sarajevo, l’unico istituto scolastico per la formazione dei funzionari religiosi musulmani autorizzato dal governo. Il processo di laicizzazione imposto dal Partito comunista agì innanzitutto sull’apparato simbolico e sulle consuetudini rituali delle comunità religiose. Nel 1950, ad esempio, in seguito alle pressioni del Fronte Antifascista delle Donne84, fu proibito alle musulmane di coprirsi con i veli rituali della tradizione (zar i feredža); una decisione che ebbe importanti e inevitabili ripercussioni sul sistema delle relazioni famigliari, in ambito pubblico e nei rapporti tra i fedeli e le autorità governative85. La libertà di culto, più volte ribadita dalla Costituzione, fu, al contrario, sottoposta a importanti limitazioni, ad esempio proibendo la celebrazione dei culti o l’assembramento di fedeli nelle abitazioni private per motivi religiosi. Il consueto pellegrinaggio alla Mecca ( hadž/hajj), uno dei cinque obblighi rituali per i musulmani, fu sospeso fino al 1954, con una eccezione nel 1949, quando fu concesso a cinque funzionari dell’IVZ, tra cui il compiacente reis-ul-ulema Ibrahim Feijć, di lasciare la Jugoslavia per recarsi in Arabia Saudita86. Tra il 1948 ed il 1950, nel clima di terrore scaturito dalla caccia ai «Kominformisti», furono celebrati diversi pro82 A. Zulfikarpašić, Bosanski pogledi, nezavisni list muslimana Bosne i Hercegovine u iseljeništvu. 1960-1967, Zurich, STAMACO, 1984, p. 422. 83 F. Karčić, op. cit., p. 1034. 84 Antifašistički Front Žena o AFŽ. 85 Službeni list narodne NRBiH, anno VI, n. 32, 272, Zakon o zabrani nošenja zara i feredže. 86 Il rituale del pellegrinaggio alla Mecca dalla prospettiva dei rapporti diplomatici jugoslavi è stato oggetto di un mio recente contributo dal titolo Viaggiare per fede. Il pellegrinaggio alla Mecca e la politica estera jugoslava (1949-1961), in Diacronie, Studi di Storia contemporanea, 36, 4/ 2018.
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cessi farsa nei confronti di numerosi esponenti della comunità islamica accusati di collaborazionismo nell’ultimo conflitto e di sovversione nei confronti del nuovo ordine politico87. Tali misure non risparmiarono nemmeno i rappresentanti del clero cattolico e ortodosso, verso le cui attività i funzionari del partito avevano riservato una particolare attenzione. Questo atteggiamento fu all’origine, ad esempio, della crisi diplomatica tra la Jugoslavia e la Santa Sede, i cui rapporti si interruppero ufficialmente dal 1952 al 1963, in seguito alle vicende del caso Stepinac, l’arcivescovo di Zagabria arrestato e condannato per collaborazionismo con le forze di occupazione88. L’approccio del governo comunista alla questione nazionale musulmana, contrariamente alle narrazioni veicolate da una certa storiografia apologetica che si affermò nel corso degli anni Sessanta, fu decisamente contraddittorio, mai lineare né costante, e non privo di importanti criticità. La discontinuità ideologica del partito riguardo la questione nazionale musulmana emerge chiaramente attraverso la lettura dei dati demografici pubblicati periodicamente dall’Istituto di statistica jugoslavo in occasione dei censimenti della popolazione. I criteri per la compilazione delle schede censitarie, riguardo l’ambito dell’appartenenza nazionale, furono formulati e adottati sulla base di specifiche indicazioni provenienti dal governo, e quindi dallo stesso partito. Nel nostro caso, dunque, i censimenti rappresentano il punto di vista privilegiato dal quale osservare gli sviluppi della questione nazionale musulmana dalla prospettiva delle istituzioni dello Stato. Nel primo censimento della Jugoslavia socialista (15 marzo 1948), l’elemento distintivo dell’identità bosniaco-musulmana si fondava esclusivamente sulla dimensione religiosa89. Le istruzioni riservate ai compilatori, riguardo l’appartenenza nazionale, sembrano non lasciare mar-
87 S. Jaliman, Politički osuđenici u kazneno-popravnom domu u Zenici 1945-1954 Godina, in Dru_tvena istra_ivanja, »asopis Pravnog fakulteta Univerziteta u Zenici, Rivista della Facoltà di Giurisprudenza, Università di Zenica; n. 2, anno II; Zenica 2008, pp. 13-27; Suđenje organizatorima i rukovodiocima terorističke organizacije “Mladi Muslimani”, in Oslobođenje, Organ Izvršnog Odbora Narodnog Fronta Bosne i Hercegovine, anno VI, n .865, p. 2. 88 N. Žutić, Protokol Jugoslavije i Vatikana iz 1966. Godine, in Istorija 20. Veka, 1/2013, pp. 135-156; M. Akmadža, Pregovori Svete Stolice i Jugoslavije i potpisivanje protokola iz 1966. Godine, in »asopis za suvremenu povijest, 36(2), pp. 473-503. 89 I. Lučić, Making the “Nation” Visible: Socialist Census Policy in Bosnia in the early 1970s, in The Ambiguos Nation, Case Studies from Southeastern Europe in the 20th Century, Oldenbourg Verlag München, 2013, pp. 423-448, p. 426.
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gini di dubbio: «ogni persona registrerà la propria nazionalità (narodnost), ad esempio Serbo, Croato, Sloveno, Macedone, Montenegrino, Ungherese, Albanese, Rumeno ecc. I Musulmani scriveranno Serbo-musulmano (Srbin-musliman), Croato-musulmano (Hrvat-musliman) o musulmano di nazionalità indeterminata (musliman-neopredeljen)». I musulmani bosniaci, dunque, all’atto pratico, potevano dichiararsi, dal punto di vista dell’appartenenza nazionale, serbi o croati di fede islamica. L’alternativa, la stessa che poi si affermò come la scelta condivisa dalla totalità dei musulmani bosniaci, consisteva nella possibilità di non esprimere alcuna specifica appartenenza nazionale, limitandosi, dunque, a indicare la categoria musliman-neopredjeljeni, «musulmani – dal punto di vista nazionale – indeterminati» o di «nazionalità non dichiarata»90. Il 15 marzo 1948 in BosniaErzegovina furono censite 2.565.277 cittadini, di cui 1.136.116 serbi, 614.123 croati e 788.403 musulmani «indeterminati»91. Nonostante le dichiarazioni e le rassicurazioni in merito alla questione nazionale musulmana, espresse dal Partito comunista jugoslavo durante la lotta popolare di Liberazione, con il censimento del 1948 la posizione dei musulmani era tornata di fatto alla situazione antecedente il conflitto. Mentre gli sloveni, i serbi, i croati, i macedoni e i montenegrini, con la costituzione del 1946 avevano acquisito lo status di popoli costituenti della federazione jugoslava, i musulmani bosniaci continuavano a essere identificati e censiti esclusivamente sulla base dell’appartenenza religiosa, come accadeva nelle rilevazioni del 193192. 90 Federativna Narodna Republika Jugoslavija, Savezni Zavod za statistiku i evidenciju. Konačni rezultati popisa stanovništva od 15 marta 1948 godine, Knjiga V, Stanovništvo po pismenosti, Beograd, 1955, p. XI. 91 Federativna Narodna Republika Jugoslavija, Savezni Zavod za statistiku i evidenciju. Konačni rezultati popisa stanovništva od 15 marta 1948 godine, Knjiga I, Stanovništvo po polu i domaćinstva, Beograd 1951, p. LXXII; Federativna Narodna Republika Jugoslavija, Savezni Zavod za statistiku i evidenciju. Konačni rezultati popisa stanovništva od 15 marta 1948 godine, Knjiga IX, Stanovništvo po narodnosti, Beograd, 1954, pp.128-129; Nacionalni Sastav Stanovništva SFR Jugoslavije, knjiga I, podacima po naseljima i opštinama, Savezni zavod za statistiku, Beograd, 1991, p.11. Oltre ai principali gruppi nazionali jugoslavi (serbi, croati, sloveni, macedoni e montenegrini), nel 1948, in Bosnia-Erzegovina, furono censite piccole comunità di bulgari, cechi, slovacchi, russi, russo-ucraini, albanesi, ungheresi, tedeschi, rumeni, valacchi, italiani, turchi e cigani. 92 Cfr. Kraljevina Jugoslavija. Definitivni rezultati popisa stanovništva od 31 marta 1931 godine. Knjiga II. Prisutno stanovništvo po veroispovesti. Državna štamparija, Beograd, 1938.
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Il 31 marzo 1948, i musulmani scelsero la categoria «nacionalno neopredjeljeni» (nazionalità non dichiarata), respingendo, in questo modo, l’ennesimo tentativo, questa volta avallato proprio dal Partito comunista jugoslavo, di essere identificati, dal punto di vista dell’appartenenza nazionale, come serbi o croati di fede islamica. Cinque anni dopo, nelle rilevazioni del 1953, il termine musliman fu escluso dalle categorie censitarie. Il partito intese affermare di fatto la netta separazione tra l’aspetto confessionale e l’appartenenza nazionale, evitando pericolose sovrapposizioni tra due ambiti, che nelle ambiziose intenzioni dei comunisti, erano destinati a essere separati definitivamente93. Accanto alle pre-esistenti categorie nazionali, l’Istituto di Statistica introdusse, nel censimento del 1953, la denominazione «jugoslavi di nazionalità indeterminata»94. Con questa scelta il partito intese riproporre, seppur con le dovute distinzioni, la mai tramontata idea ottocentesca dell’unità dei popoli jugoslavi. Però, mentre nell’Ottocento lo «jugoslovjenstvo» si affermò in funzione antiimperiale, lo jugoslavismo di epoca socialista fu essenzialmente la risposta politica alla tardiva, o del tutto assente, coesione tra i gruppi nazionali del paese. In quest’ultimo caso si trattava, per dirla con le parole dello storico Egidio Ivetić, di un «meta-luogo di riferimento per la costruzione di una generica identità jugoslava»95. Nel censimento del 1953, secondo l’Istituto federale di Statistica, 891.798 bosniaci musulmani, quasi un terzo della popolazione totale, si dichiararono jugosloveni neopredjeljeni, jugoslavi di nazionalità “indeterminata”96. Ancora una volta, i musulmani bosniaci confermarono la volontà comune di respingere il tentativo di essere identifi93 «Il termine musliman designa l’appartenenza alla confessione musulmana e non ha nessun rapporto con la questione nazionale», M. Pijade, O popisu stanovništva, Borba, vol. XVIII, n. 20, 21 gennaio 1953, riportato in M. Pijade, Izabrani spisi, tomo 1, libro 5. Beograd: IIRP, 1966, pp. 946-949, citato da M. A. Hoare, op. cit., p. 132; Popis stanovništva 1953, libro I, Vitalna i Etnička Obeležja, Federativna Narodna Republika Jugoslavija, Savezni Zavod za Statistiku, Beograd, 1959, p. XXXIV. 94 «Jugosloveni neopredjeljeni». 95 E. Ivetić, op. cit., pp. 9-12. Ivetić mette in guardia sul significato del termine jugoslavenstvo (croato)/jugoslovenstvo (serbo): «Non è semplice cogliere il corrispettivo italiano (e in altre lingue) di jugoslavenstvo/jugoslovenstvo, poiché a seconda della circostanza del dicorso, del libro o del saggio di riferimento, esso potrebbe essere tanto la jugoslavità, cioè l’essere jugoslavi (popoli o culture), quanto lo jugoslavismo nel senso di ideologia o progetto politico». 96 Nacionalni Sastav Stanovništva SFR Jugoslavije, knjiga I, podacima po naseljima i opštinama, Savezni zavod za statistiku, Beograd, 1991, p. 11.
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cati alcuno dei gruppi nazionali antagonisti. La scelta condizionata dei musulmani fu considerata dagli storici coevi come la dichiarazione implicita della loro presunta identità nazionale. Questa posizione sembrerebbe però più un’attribuzione di senso a posteriori, che aveva l’intento di superare alcuni aspetti critici delle narrazioni storiografiche riguardo i rapporti tra il partito e la comunità bosniaco-musulmana. Il principale obiettivo dei musulmani bosniaci restava la salvaguardia della propria identità religiosa, minacciata dall’atteggiamento iper-laicista dello Stato e, in ogni caso, mal conciliabile con le premesse culturali e religiose dei serbi e dei croati. Rinunciando a identificarsi con l’una o l’altra comunità nazionale, i musulmani bosniaci avevano espresso la propria identità per viam negationis. Dichiarandosi «jugoslavi di nazionalità indeterminata», essi non intesero affermare, quindi, un’idea di nazione sulla base di determinate coordinate politiche, linguistiche o territoriali, ma rigettare i modelli disponibili, proposti dalle autorità governative attraverso il censimento. Non sarebbe del tutto azzardato ipotizzare che i musulmani bosniaci avessero sviluppato maggiormente l’ideale senso di appartenenza alla Umma, la comunità islamica universale (ummat al-isla-miyya), rispetto alle altre forme secolari di espressione nazionale97. L’elemento predominante dell’identità musulmana bosniaca, secondo le autorità politiche e governative jugoslave, andava ancora ricercato, nel 1953, esclusivamente nella dimensione religiosa. I segnali di una timida riconciliazione tra la dirigenza comunista e la Comunità religiosa islamica si intravidero a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta. Nel 1957 Sulejman Kemura subentrò alla guida dell’IVZ al posto del dimissionario reis Ibrahim Fejić. L’elezione di Kemura, il reis «rosso», a causa della sua estrema «vicinanza» al partito, coincise con un rinnovato atteggiamento dei funzionari governativi nei confronti della comunità musulmana. In politica estera, dopo la crisi del 1948, la Jugoslavia si era gradualmente inserita in un nuovo sistema di alleanze, spinta dalla necessità di ricercare una maggiore sicurezza e una certa stabilità economica per il Paese. I principali interlocutori di Tito, in quegli anni, erano: il presidente indonesiano Akmed Sukarno, il Primo Ministro indiano Jawaharlal Nehru,
97 Cfr. G. Vercellin, Istituzioni del mondo musulmano, Einaudi, Torino, 2002, pp. 15-21.
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e il ministro degli interni egiziano, poi Presidente, Gama-l ‘Abd alNa-ir H . usayn. Con loro, il Maresciallo jugoslavo avrebbe dato vita, in due distinti momenti, a Bandung nel 1955 e a Belgrado nel 1961, al Movimento dei Paesi non allineati, un organismo internazionale alternativo ai blocchi delle due maggiori superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. Le relazioni tra la Jugoslavia e il mondo islamico, rappresentato da numerosi Paesi che aderirono al Movimento, esigevano però un radicale cambiamento delle politiche governative nei confronti della componente musulmana. La mediazione dei leader religiosi musulmani della Bosnia-Erzegovina con i governi dei Paesi islamici fu imprescindibile per il buon esito dei rapporti diplomatici, come dimostrano le frequenti e reciproche visite che le rispettive delegazioni religiose si scambiarono regolarmente a partire dal 195898. Il 1961, l’anno in cui la Lega dei comunisti jugoslavi si apprestava ad accogliere a Belgrado le delegazioni di 25 Paesi del costituendo Movimento dei non allineati, fu decisivo per i rinnovati rapporti tra il partito e la Comunità religiosa islamica. Un primo passo in questa direzione fu la rimozione definitiva del limite al numero dei musulmani ammessi a partecipare all’annuale pellegrinaggio alla Mecca99. Il 31 marzo 1961 fu effettuato il terzo censimento della popolazione dalla fine della guerra. L’Istituto di statistica introdusse la categoria «Musulmani nel senso di appartenenza etnica» (Muslimani u smislu etničke pripadnosti)100. Alcune indicazioni riportate nei formulari per il censimento non lasciano dubbi circa il significato di questa importante decisione: «Riguardo al fatto che la risposta Musliman significa appartenenza etnica e non religiosa, tale risposta può essere 98 Uno strumento prezioso per ricostruire le attività «diplomatiche» della Comunità religiosa islamica è la rivista Glasnik Vrhovno Islamskog Starješinstva u Federativnoj Narodnoj Republici Jugoslaviji (abbreviato: Glasnik VIS-a) 99 Glasnik VIS-a, XIII (XXV), 1-3/1962, p. 54. Da quel momento in poi, diversamente dal passato, le istanze d’espatrio per il pellegrinaggio alla Mecca, in assenza di particolari impedimenti, sarebbero state tutte autorizzate indipendentemente dal numero delle richieste. 100 Popis stanovništva 1961, libro I, Vitalna, etnička i migraciona obeležja, Sočijalistčka Federativna Republika Jugoslavija, Beograd, 1970, pp. XVIII-XIX. Popis stanovništva, domaćinstava i stanova u 1961. Godini. Nacionalni sastav stanovništva FNR Jugoslavije, podaci po naseljima i opštinama, Vol. III. Savezni Zavod za Statistiku, Beograd, 1994, p. 5; Demografska Kretanja i karateristike stanovništva jugoslavije prema nacionalnoj pripadnosti, Belgrade, IDN, 1978, p. 15, citato in X. Bougarel, op. cit., p. 142.
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sottoscritta anche dalle persone senza credo, se si considerano appartenenti a questo gruppo»101. Si trattava di un chiaro atto politico con il quale la Lega dei comunisti intese distinguere e separare formalmente due aspetti (inscindibili) dell’identità musulmana: la dimensione «etnica» (avulsa, secondo i comunisti, da qualsiasi elemento religioso) e quella propriamente religiosa. A partire dal censimento del 1961, i due aspetti dell’identità musulmana, etnica (Musliman) e religiosa (musliman), avrebbero potuto coesistere, almeno sul piano amministrativo, indipendentemente l’uno dall’altro102. In un suo lavoro del 1969, Atif Purivatra affermò che l’espressione «particolarità etnica» (etnička posebnost), riferita ai musulmani bosniaci, era da intendersi come sinonimo di narod, «popolo», ovvero «nazione». Narod, in effetti, è un termine da sempre caratterizzato da frequenti oscillazioni semantiche che non sempre corrispondono a interpretazioni univoche103. Possiamo però affermare che nel 1969, quando fu pubblicato il lavoro apologetico di Purivatra, dal titolo Nacionalni i politički razvitak Muslimana (Sviluppo politico e nazionale dei Musulmani), il significato e l’uso della locuzione etnička grupa (gruppo etnico) erano ben distinti dai rispettivi usi e significati dei termini narod e narodnosti. Nel censimento del 1961, i musulmani erano classificati come «gruppo etnico». Diversamente, il termine narod era utilizzato, in ambito amministrativo, per designare le nazioni costituenti della Federazione jugoslava: serbi, croati, sloveni, macedoni, montenegrini e, solo più tardi, dal 1971, per riferirsi anche alla nazione musulmana104. Appare poco convincente, quindi, il tentativo, non isolato, di Purivatra nel sovrapporre il significato di etnia a quello di nazione. Tali affermazioni mal celavano, verosimil101 S. Mrdjen, Narodnost u popisima. Promjenljiva i nestalna kategorija, in «Stanovništvo», 1-4, 2002, pp. 77-103, p. 80. 102 Nei documenti amministrativi, il termine Musliman, nella sua funzione di etnonimo, era riportato con l’iniziale maiuscola, mentre musliman, con l’iniziale minuscola, continuava a essere utilizzato per riferirsi ai seguaci dell’islam. 103 E. Hajdarpašić, op. cit., pp.18-20. Nel caso dei volumi pubblicati in lingua italiana, narod è stato tradotto sia come «nazione» che «popolo». Nel volume di Jože Pirjevec, Tito e i suoi compagni, pubblicato da Einaudi nel 2015 (titolo originale: Tito in tovariši) l’aggettivo narodni è stato tradotto a volte come «popolare» altre come «nazionale» e a volte con il sostantivo «Stato». 104 Il termine narodnost veniva solitamente impiegato per indicare le entità nazionali non costituenti che avevano i propri «riferimenti etnici» fuori dai confini jugoslavi: a quei tempi in Jugoslavia ci si riferiva, ad esempio, agli albanesi, ai tedeschi, agli italiani e alle altre minoranze nazionali presenti nel territorio federale.
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mente, lo sforzo di attribuire al Partito comunista più meriti di quanti, in realtà, ne avrebbe potuti rivendicare105. I dati del terzo censimento, nel caso dei musulmani bosniaci, confermarono la tendenza dei primi due. In tutta la Jugoslavia furono censiti 972.954 «musulmani in senso etnico», 842.248 dei quali risultarono residenti in Bosnia-Erzegovina106. Il numero dei cittadini bosniaci che scelse di identificarsi nella categoria «Musulmani in senso etnico» coincideva, con le debite proporzioni, al numero di coloro che nel 1948 scelsero la categoria «neopredjeljeni» (di nazionalità indeterminata) e nel 1953 la categoria «Jugoslavi [di nazionalità] indeterminati». Nell’aprile del 1963 fu promulgata una nuova Costituzione. Il Paese assunse la denominazione di Repubblica socialista federativa di Jugoslavia (Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija o SFRJ). Questa scelta sembrava tradire la necessità di conciliare le tendenze «centraliste» e «periferiche» interne al partito. La costituzione del 1963, secondo alcuni osservatori, non fu il tanto auspicato punto di svolta del federalismo jugoslavo, ma «un momento di esitazione», un punto di partenza dal quale il partito si sarebbe orientato, poco alla volta, verso un percorso di decentramento politico e amministrativo. Un deciso passo in tale direzione fu compiuto in occasione dell’VIII Congresso della Lega dei Comunisti (1964). In quegli anni vi erano essenzialmente due tendenze in seno al partito: l’una «liberale», riconducibile alle posizioni di Kardelj, l’architetto delle costituzioni jugoslave, sostenitore del decentramento di alcune prerogative governative e fautore di una sorta di «federalizzazione» del partito; l’altra, «conservatrice», sostenuta dal serbo Aleksandar Ranković, il temutissimo capo dell’OZNA (poi UDB-a)107, ministro degli Interni, fa105
A. Purivatra, op. cit., p. 59. Purivatra, a tal proposito scrive: «In base a ciò è opportuno ricordare che l’individualità etnica dei Musulmani bosniaco-erzegovesi nella maggior parte dei documenti del partito della guerra di Liberazione nazionale e della rivoluzione popolare si esprime con il concetto di narod». 106 Savezni Zavod za statistiku, Nacionalni sastav stanovništva SFRJ po naseljima i opštinama, Beograd: SZS, 1991; H. Kamberović, op. cit., pp. 59-81, p.61; A. Purivatra, op. cit., pp.32-34. SR BiH sta per Socijalistička Republika Bosna i Hercegovina. 107 K. Boeckh, Vjerski progoni u Jugoslaviji 1944.-1953.: staljinizam u titoizmu, in Časopis za suvremenu povijest, anno 38, n. 2, dicembre 2006, pp. 373-716. OZNA è l’acronimo di Odeljenje za Zaštitu Naroda (Dipartimento per la difesa del popolo). Dopo la riorganizzazione del 1946, l’OZNA cambio denominazione in Uprava Državne bezbednosti o UDB-a (Amministrazione per la sicurezza dello Stato). ISBN 978-88-495-4334-6
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vorevole alla concentrazione dei poteri politici, delle funzioni amministrative e burocratiche nelle mani del governo federale, espressione diretta del partito108. «L’opposizione al progressivo decentramento del partito e dello stato stava finalmente crollando durante i lavori del IV Plenum di Brioni del 1966 con la caduta di Aleksandar Ranković»109. Il duro colpo inferto alle tendenze conservatrici, se da una parte favorì il ridimensionamento dei rapporti di potere tra il governo federale e le repubbliche, in secondo luogo contribuì, seppur indirettamente, alla preoccupante recrudescenza dei fenomeni di «nazionalismo e sciovinismo», specialmente in Bosnia-Erzegovina110. A ciò si aggiunsero momenti di tensioni e un diffuso senso di malessere che irrigidirono i rapporti tra le repubbliche della federazione e le rispettive istituzioni politiche e accademiche. Il 17 marzo 1967 il quotidiano croato Telegram pubblicò la “Dichiarazione sul nome e la posizione della lingua letteraria croata” (Deklaracija o nazivu i položaju hrvatskog književnog jezika), un documento sottoscritto dalla Matica Hrvatska e dai più autorevoli esponenti del mondo accademico croato, che esprimeva chiaramente la volontà degli intellettuali di rivendicare una maggiore autonomia linguistica e culturale111. 108
Sull’uso del termine «liberale» e «conservatore» nell’ambito della politica jugoslava di epoca socialista si fa riferimento all’uso che propone Sabrina P. Ramet: «Per liberale, nel contesto jugoslavo intendo qualcuno che favorisce la riduzione del controllo del partito centrale e una minore supervisione del partito sulla società. Per conservatore, nel contesto jugoslavo intendo qualcuno che favorisce un forte controllo del partito centrale e uno stretto controllo del partito sulla società». Cfr. S.P. Ramet, The Three Jugoslavias. State-Building and Legitimation, 1918-2005, Woodrow Wilson International Center Press, Washington, D.C. 2006, p. 211. 109 I. Štiks, Nations and Citizens in Yugoslavia…, cit., p. 69. 110 (ABH) ACKSKBiH, K. 7, Aktivnost Saveza Komunista povodom pojava nacionalizma, šovinizma, djelovanja konzervatnih snaga poraženih na IV plenum CK SKJ i drugih vidova neprijateljske djelatnosti. Sarajevo, marta 1968. Nell’inchiesta del Comitato Centrale della Lega dei comunisti bosniaci, condotta nelle città di Nevesinje, Stolac e Kiseljak, emersero frequenti e preoccupanti casi di violenza di matrice nazionalista. A Nevesinje, l’anno successivo la caduta di Ranković, se ne contarono 27. «Qui – si legge nel rapporto – non sono rare le canzoni su Ranković […] ci sono sempre più casi di esaltazione dell’atteggiamento cetnico e grande-serbo». RankoviÊ veniva costantemente celebrato dai gruppi pro-cetnici come il «più grande figlio della Serbia». 111 Il documento fu una chiara denuncia all’Accordo di Novi Sad del 1954 in occasione del quale fu dichiarata l’unità linguistica “serbo-croata” o “croato-serba” © Edizioni Scientifiche Italiane
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Secondo la condivisibile analisi dello storico Husnija Kamberović, il processo di affermazione dell’identità nazionale musulmana, nella sua fase decisiva, si articolò in tre momenti: il primo, dal 1961 al 1963, in cui si creò uno spazio politico per il riconoscimento dei musulmani come nazione; il secondo, dal 1963 al 1966, in cui il dibattito politico fu traslato in ambito accademico, e coincise con la circolazione delle prime argomentazioni “scientifiche” sull’identità nazionale musulmana; e infine, dal 1966 al 1968, gli anni in cui il processo di affermazione nazionale dei musulmani trovò accoglienza nel più ampio contesto della politica federale jugoslava112. In ambito accademico, il dibattito vide contrapporsi, da una parte i bosniaci Enver Redžić, Atif Purivatra, Muhamed Hadžijahić, Salim Ćerić, Muhamed Filipović, Hamdija Ćemerlić, Mustafa Imamović, sostenitori dell’identità etnica e nazionale bosniaco-musulmana, dall’altra, i detrattori dell’idea nazionale musulmana, tra cui lo scrittore Dobrica Ćosić e lo storico Jovan Joco Marjanović, entrambi accademici e funzionari della Lega dei comunisti di Serbia (SKS)113. Sul piano politico, secondo Kamberović, la questione nazionale musulmana trovò un sostegno molto importante, sia nell’ambito della repubblica che a livello federale, grazie all’azione dell’élite comunista bosniaca: Cvijetin Mijatović, presidente del CK SKBiH, Branko Mikulić, presidente
come uno dei simboli più evidenti dell’unità jugoslava. La Dichiarazione del 1967 fu considerata come una preoccupante manifestazione di nazionalismo dai vertici del Partito comunista croato e dallo stesso Tito. 112 H. Kamberović, op. cit., p. 275. Per avere un’idea del complesso dibattito sulla questione nazionale musulmana, in particolar modo in ambito accademico, è opportuno fare riferimento alla rassegna bibliografica curata da Muhamed Hadžijahić e Atif Purivatra, pubblicata dalla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sarajevo nel 1971, con il titolo: Građa za bibliografiju o nacionalnoj problematici Bosnaskih Muslimana. Prilog studijskom projektu „Međunacionalni odnosi u Jugoslaviji i problemi federalizma“ Instituta društvenih nauka u Beogradu. (Materiale per la bibliografia sulla problematica nazionale dei musulmani bosniaci. Contributo al progetto di studio «relazioni tra le nazioni in Jugoslavia e il problema del federalismo» dell’Istituto di Scienze sociali di Belgrado). 113 “Oslobođenje”, 30 maggio 1968, godina XXV, n. 7178, p. 4. Demokratsko dogovaranje o politici nacionalne ravnopravnosti; “Oslobođenje”, 31 maggio 1968, Anno XXV, n. 7179, pp. 4-5. Platforma Ćosić i Marjanovića je nacionalistička, nesamoupravna i birokratska. Clanovi Centralnog komiteta oštro osudili stavove Dobrice Ćosića i Jovana Marjanovića o ravnopravnosti među narodima i narodnostima. In seguito alle polemiche sollevate nei confronti del partito, Ćosić e Marjanović furono esautorati delle loro funzioni politiche. ISBN 978-88-495-4334-6
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Secondo la condivisibile analisi dello storico Husnija Kamberović, il processo di affermazione dell’identità nazionale musulmana, nella sua fase decisiva, si articolò in tre momenti: il primo, dal 1961 al 1963, in cui si creò uno spazio politico per il riconoscimento dei musulmani come nazione; il secondo, dal 1963 al 1966, in cui il dibattito politico fu traslato in ambito accademico, e coincise con la circolazione delle prime argomentazioni “scientifiche” sull’identità nazionale musulmana; e infine, dal 1966 al 1968, gli anni in cui il processo di affermazione nazionale dei musulmani trovò accoglienza nel più ampio contesto della politica federale jugoslava112. In ambito accademico, il dibattito vide contrapporsi, da una parte i bosniaci Enver Redžić, Atif Purivatra, Muhamed Hadžijahić, Salim Ćerić, Muhamed Filipović, Hamdija Ćemerlić, Mustafa Imamović, sostenitori dell’identità etnica e nazionale bosniaco-musulmana, dall’altra, i detrattori dell’idea nazionale musulmana, tra cui lo scrittore Dobrica Ćosić e lo storico Jovan Joco Marjanović, entrambi accademici e funzionari della Lega dei comunisti di Serbia (SKS)113. Sul piano politico, secondo Kamberović, la questione nazionale musulmana trovò un sostegno molto importante, sia nell’ambito della repubblica che a livello federale, grazie all’azione dell’élite comunista bosniaca: Cvijetin Mijatović, presidente del CK SKBiH, Branko Mikulić, presidente
come uno dei simboli più evidenti dell’unità jugoslava. La Dichiarazione del 1967 fu considerata come una preoccupante manifestazione di nazionalismo dai vertici del Partito comunista croato e dallo stesso Tito. 112 H. Kamberović, op. cit., p. 275. Per avere un’idea del complesso dibattito sulla questione nazionale musulmana, in particolar modo in ambito accademico, è opportuno fare riferimento alla rassegna bibliografica curata da Muhamed Hadžijahić e Atif Purivatra, pubblicata dalla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sarajevo nel 1971, con il titolo: Građa za bibliografiju o nacionalnoj problematici Bosnaskih Muslimana. Prilog studijskom projektu „Međunacionalni odnosi u Jugoslaviji i problemi federalizma“ Instituta društvenih nauka u Beogradu. (Materiale per la bibliografia sulla problematica nazionale dei musulmani bosniaci. Contributo al progetto di studio «relazioni tra le nazioni in Jugoslavia e il problema del federalismo» dell’Istituto di Scienze sociali di Belgrado). 113 “Oslobođenje”, 30 maggio 1968, godina XXV, n. 7178, p. 4. Demokratsko dogovaranje o politici nacionalne ravnopravnosti; “Oslobođenje”, 31 maggio 1968, Anno XXV, n. 7179, pp. 4-5. Platforma Ćosić i Marjanovića je nacionalistička, nesamoupravna i birokratska. Clanovi Centralnog komiteta oštro osudili stavove Dobrice Ćosića i Jovana Marjanovića o ravnopravnosti među narodima i narodnostima. In seguito alle polemiche sollevate nei confronti del partito, Ćosić e Marjanović furono esautorati delle loro funzioni politiche. ISBN 978-88-495-4334-6
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del SIV, Avdo Humo, funzionario del CK SKJ, Džemal Bijedić, presidente dell’Assemblea parlamentare della Bosnia-Erzegovina114. Una prima e importante svolta politica nella questione nazionale musulmana si ebbe nel primo semestre del 1968. Durante i lavori della XVII e della XX seduta del CK SKBiH, convocate rispettivamente per gennaio e maggio, i comunisti bosniaci espressero in maniera inequivocabile la posizione del partito riguardo la componente bosniaco-musulmana. «L’esperienza ha mostrato i danni delle diverse forme di espressione e insistenze del passato, quando all’inizio i musulmani venivano classificati, dal punto di vista nazionale, come serbi o croati, poiché oggi si è dimostrato, e lo conferma l’attuale prassi socialista, che i musulmani sono una nazione distinta». Questa dichiarazione in particolare, riportata nei verbali del Comitato Centrale e pubblicata il 18 maggio su Oslobođenje, è stata considerata da diversi autori la chiave di volta del nuovo impianto politico della Lega dei comunisti riguardo l’annosa questione nazionale musulmana115. Affermando ufficialmente l’esistenza della nazione musulmana, per la prima volta dalla fine della guerra, i comunisti bosniaci rigettarono definitivamente le pretese territoriali sulla Bosnia-Erzegovina e le pressioni sulla comunità musulmana avanzate negli anni dai nazionalisti serbi e croati. Ad ogni modo, ad accelerare la risoluzione della questione musulmana, nonostante l’opposizione degli ambienti conservatori interni
114 Centralni Komitet Saveza Komunista Bosne i Hercegovine o CKSKBiH (Comitato Centrale della Lega dei comunisti della Bosnia-Erzegovina); Savezno izvršno Vijeće o SIV (Consiglio esecutivo federale); Centralni Komitet Saveza Komunista Jugoslavije o CK SKJ (Comitato Centrale della Lega dei comunisti jugoslavi). 115 “Zaključci o idejno političkim zadacima komunista Bosne i Hercegovine u daljem ostvarivanju samoupravnosti naroda i narodnosti i razvijanju međurepubličke saradnje” in Oslobođenje-Nedjelja, anno XXV, n.7166, 18 maggio 1968, p. 6. «Praksa je pokazala štetnost raznih oblika pritisaka i insistiranje iz ranijeg perioda da se Muslimani u nacionalnom pogledu opredjeljuju kao Srbi odnosno kao Hrvati, jer se i ranije pokazivalo, a to i današnja socijalistička praksa potvrđuje da su Muslimani poseban narod». Iva Lučić, Stavovi Centralnog Komiteta Saveza Komunista Jugoslavije o nacionalnom identitetu Bosanskih Muslimana/Bošnjaka. Između afirmacije, negacije i konfesionalne artikulacije, in Rasprave o nacionalnom identitetu BošnjakaÉ, cit., pp. 97-115, p.106; Höpken W., Die Jugoslawischen Kommunisten und die bosnischen muslime, in Die muslime in der Sowjetunion und in Jugolsawien: Identität, Politik, Widerstand, Colonia 1989, citato da Noel Malcom, Storia della Bosnia, Bompiani, 2000, p. 266; Atif Purivatra, Nacionalni i politički razvitak Muslimana, Svjetlost, Sarajevo, 1969, p. 30.
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al partito e di una parte consistente del mondo accademico jugoslavo, contribuirono sia gli avvenimenti che segnarono il tornante geopolitico regionale del 1968 sia alcune preoccupanti vicende di politica interna: la crisi in Polonia, l’azione militare sovietica in Cecoslovacchia, le prove di forza ai confini tra la Jugoslavia e la Bulgaria, le rivolte studentesche a Belgrado e Sarajevo, le proteste e le prime sommosse popolari nella regione autonoma del Kosovo e i gravi attentati dinamitardi che colpirono Belgrado: a maggio, nella centralissima stazione ferroviaria e a novembre nella sala cinematografica «20 ottobre»116. La concomitanza di questi fattori richiese, da parte del governo, l’adozione di misure straordinarie, volte principalmente a garantire la sicurezza dei confini, reprimere i disordini interni e rafforzare l’azione diplomatica con i Paesi non allineati. La percezione di un imminente attacco militare alla Jugoslavia da parte dei Paesi del Blocco sovietico era più che reale, come si evince dai rapporti del Comitato Centrale e in particolare dalla trascrizione dell’incontro tra Tito e Ivan Benediktov, ambasciatore sovietico a Belgrado, nove giorni dopo l’invasione della Cecoslovacchia117. Ulteriori passi in avanti nel processo di affermazione nazionale dei musulmani bosniaci furono compiuti nelle prime settimane del 1970. In vista del quarto censimento della popolazione, la Lega dei comunisti avviò alcune importanti riflessioni sulla questione nazionale musulmana, nel corso di tre distinti appuntamenti: il 14 gennaio, du116
“Oslobođenje”, 31 maggio 1968, anno XXV, n. 7179, p. 5; “Oslobođenje”, 24 novembre 1968, Anno XXV, n. 7357, p. 1. 117 (ABH) ACKSKBiH 1968 str. Pov. […] a intervenciji u ČSR, NN. Strogo Povjerljivo 221, Centralni Komitet Saveza Komunista Jugoslavije, str. Pov. 03-14/1, 6 septembra 1968. god. Materijale sa zajedničke sednice Predsedništva i Izvršnog Komiteta Centralnog Komiteta SKJ održane 2 septembra 1968. godine, p. 18; ABH ACKSKBiH, K. NN, Strogo Povjerljivo […] o intervenciji u ČSR, CKSKJ, Strogo pov. br. 03-14/1, 6 septembar 1968. god. Beograd. Materijal sa zajedničke sednice Predsedništva i Izvršnog Komiteta Centralnog Komiteta SKJ održane 2.septembra 1968. godine. Beleška o prijemu sovjetskog ambasadora kod Predsednika Tita, 30. avgusta 1968, pp. 1-18, Brioni 31 avgusta 1968. Ad un punto del discorso, Tito, rivolgendosi all’ambasciatore russo, disse: «I popoli della Jugoslavia hanno combattuto contro il fascismo. La Jugoslavia ha avuto un milione e settecentomila vittime. Siamo pronti anche oggi al sacrificio se si mette in pericolo la nostra indipendenza e la nostra via autonoma per l’edificazione del socialismo. Qualora la Jugoslavia fosse minacciata, come da Oriente così da Occidente, essa si difenderà risolutamente. Se l’attacco alla Jugoslavia arrivasse da Occidente, così come da Oriente, la Jugoslavia combatterà risolutamente per la difesa della sua indipendenza. Su questo non si può dubitare». ISBN 978-88-495-4334-6
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rante i lavori della seduta ordinaria del CKSKBiH; il 16 gennaio, nel corso delle consultazioni del «gruppo di lavoro per le nazionalità e i gruppi etnici» della Presidenza dello SKJ, e quindi, il 18 febbraio in occasione della seduta ordinaria dello SKJ. Le indicazioni emerse nel corso di questi incontri furono recepite e riformulate dall’Istituto di Statistica per il censimento del 31 marzo 1971118. Riguardo la posizione dei musulmani, Ibrahim Laftić, direttore dell’Istituto di Statistica, in un rapporto inviato ai vari organi politici e governativi, scrisse: «i Musulmani si dichiarano liberamente nel senso nazionale. Nell’imminente lavoro politico in occasione del censimento è necessario spiegare che in questo caso non si esprime l’appartenenza religiosa, in modo che si possano distinguere gli appartenenti della comunità religiosa islamica che si sentono e si dichiarano Macedoni, Albanesi, Serbi, Montenegrini, Croati, da coloro i quali si considerano Musulmani in senso nazionale»119. Questa importante distinzione era stata in qualche modo anticipata, pochi mesi prima, dall’ulema Husein Đozo, una delle figure più autorevoli della Comunità religiosa islamica in Bosnia-Erzegovina: «da ora il concetto musliman non designa più solamente colui che appartiene alla fede islamica, ma colui che appartiene alla nazione musulmana, a prescindere se si tratti di un credente oppure no»120. Nel censimento del 1971 fu quindi introdotta la categoria «Musulmano in senso nazionale» (Musliman u smislu narodnosti). Con questa importante decisione, gli organi governativi legittimarono formalmente la «nascita» della nazione musulmana, la sesta nazione costituente della Repubblica socialista federativa di Jugoslavia121. Il 31
118 Socijalistički savez radnog naroda Jugoslavije (Lega socialista del popolo lavoratore della Jugoslavia) 119 AJ KPR 2-4-b/45 27. I-18. VII 1970. br. 762/1 9. II 1971, Pripreme za popis stanovništva i stanova u 1971. godini. 120 H. Đozo, Islam i Musliman, in Glasnik Vrhovnog islamskog starješinstva u SFRJ, XXXIII/5-6, maggio-giugno 1970, pp. 201-206, p.205. Sulla vita di Husein Đozo si rimanda alla biografia di E. KariÊ, Husein Đozo, Dobra Knjiga, Sarajevo, 2010. 121 La scelta della denominazione da utilizzare per la componente nazionale musulmana fu il risultato di lungo dibattito che vide schierarsi da una parte i sostenitori del termine Musliman e dall’altra coloro favorevoli all’alternativa Bošnjak. Nel 1971 la scelta cadde quindi sull’etnonimo Musliman. Nel 1993, il Bošnjački sabor (il consiglio dei bošnjaci) decise di abbandonare l’etnonimo Musliman/Muslimani a favore di Bošnjak/Bošnjaci. Cfr. X. Bougarel, Od ‘Muslimana’ do ‘Bošnjaka’, pitanje
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marzo 1971, in Bosnia-Erzegovina furono censiti 1.482.430 Muslimani, 1.393.148 serbi e 772.491 croati122. Da quel momento, dunque, i musulmani si affermarono quale il gruppo nazionale più numeroso della Bosnia-Erzegovina; un primato che avrebbero mantenuto sino e oltre la dissoluzione della Jugoslavia. Tre anni dopo, nel febbraio del 1974, la costituzione della Repubblica Socialista di Bosnia-Erzegovina sancì, sul piano giuridico, l’inclusione della nazione musulmana nel novero delle nazioni costituenti della SFRJ123. Fu l’inizio di «una nuova era politica per la Repubblica socialista della Bosnia-Erzegovina e per l’intera Jugoslavia»124. 6. Conclusioni. – Come suggerisce Iva Lučić «al posto di un’identità nazionale musulmana e di una politica nazionale all’interno della Lega dei comunisti (SK), si dovrebbe discutere delle identità dei Musulmani […] e allo stesso modo delle [differenti] politiche/posizioni dei membri dell’SK»125. La nazionalizzazione dei musulmani bosniaci, infatti, fu l’esito di un approccio politico diversificato nel tempo, discontinuo, spesso contraddittorio, che vide impegnati in un costante confronto, non privo di tensioni, diversi esponenti del partito, i rappresentanti del mondo accademico e delle istituzioni religiose islamiche. Ad essere escluse dal dibattito, paradossalmente, furono proprio le «silenti» masse musulmane, che subirono le decisioni nacionalnog imena bosanskih muslimana, in Rasprave o nacionalnom identitetu Bošnjakać, cit., pp. 117-136. 122 Popis Stanovništva, domačinstava i stanova u 1971 godini. Nacionalni Sastava Stanovništva SFR Jugoslavije. Podaci po naseljima i opštinama, Libro II, Savezni Zavod za Statistiku, p.11. I bosniaci che si erano identificati come «Jugoslavi» furono 43.796, mentre la categoria «altri» registrò 54.246 adesioni; in termini di percentuali, i Musulmani risultarono essere i più numerosi anche nel successivo censimento del 1981 e nel più recente censimento del 2013. Cfr. Popis Stanovni_tva, domačinstva/kuÊanstva i stanova u Bosni i Hercegovini 2013. godine. Konačni rezultati, Bosna i Hercegovina, Federalni zavod za statistiku, Sarajevo, 2016. 123 Costituzione della Repubblica Socialista di Bosnia-Erzegovina del 1974 (Ustav SRBiH 1974), in Službeni list SR Bosna i Hercegovina 1974, p. 90 e seg., n. 4; 25 febbraio 1974; H. Kamberović, op. cit., pp. 59-81; Š. Filandra, Bošnjačka politika u XX stoljeću, Biblioteka Posebna izdanja, Sarajevo, 1998, pp. 229-240. 124 I. Lučić, Političke kontroverse o popisu stanovništva 1971. godine, in T. Jakovina (cur.) Hrvatsko Proljeće 40 godina poslije, Zagreb, 2012, pp. 225-243, p. 243. 125 I. Lučić, Stavovi centralnog komiteta Saveza komunista Jugoslavije o nacionalnom identitetu Bosanskih Muslimana/Bošnjaka. Između afirmacije, negacije i konfesionalne artikulacije, in Rasprave o nacionalnom identitetu Bošnjaka, Sarajevo: Institut za istoriju, Sarajevo, 2009, pp. 97-115, p.114. ISBN 978-88-495-4334-6
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imposte da un’esigua minoranza politica. Si trattò dunque, anche nel caso della nazione musulmana, di un fenomeno «duale», prodotto essenzialmente dall’alto, che, come avverte Eric Hobsbawm, per essere ben compreso, andrebbe indagato anche dal basso, ossia «in termini di assunzioni, speranze, esigenze, aspettative e interessi della gente comune, che non sono necessariamente nazionali, e ancor meno nazionalistici […] Questa visione dal basso – aggiunge Hobsbawm – è estremamente difficile da indagare»126. Dopo l’iniziale entusiasmo manifestato durante la lotta popolare di Liberazione, al quale fece però seguito l’intensa attività repressiva che contraddistinse l’immediato secondo dopoguerra jugoslavo, le ragioni che spinsero i comunisti a riconsiderare la questione nazionale musulmana da una prospettiva diversa furono molteplici non sempre dipendenti dall’esclusiva volontà delle parti sociali coinvolte. Anthony Smith ha puntualizzato i caratteri generali del nazionalismo inteso come fenomeno politico, in uno dei passaggi conclusivi del suo lavoro dal titolo Le origini etniche delle nazioni: «La creazione-di-nazioni è un’attività ricorrente, che dev’essere rinnovata periodicamente. Essa comporta incessanti reinterpretazioni, riscoperte e ricostruzioni; ogni generazione deve riplasmare le istituzioni e i sistemi di stratificazione nazionali alla luce dei miti, memorie, valori e simboli del “passato” in modo che possano soddisfare al massimo i bisogni e le aspirazioni delle sue istituzioni e dei suoi gruppi sociali dominanti. Perciò quella attività di riscoperta e reinterpretazione non è mai né completa né semplice ma è il prodotto di dialoghi continui tra i gruppi sociali e le istituzioni più importanti entro i confini della “nazione”, e risponde ai loro ideali e interessi così come sono percepiti»127. L’inattesa apertura al dialogo da parte delle istituzioni politiche e delle autorità governative nei confronti della componente religiosa bosniaco-musulmana fu determinata, in primo luogo, da un’accurata pianificazione strategica, messa in atto dai vertici della Lega dei comunisti, dinanzi alle vicende di politica estera successive alla crisi del Kominform (1948) e agli importanti sviluppi dell’attività diplomatica con i Paesi islamici non allineati. Ciò avrebbe favorito, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, una decisa quanto inevitabile di-
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E.J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1870. Programma, mito e realtà, Einaudi, Torino, 1991 (2002), pp. 12-13. 127 A.D. Smith, Le origini etniche delle nazioni, il Mulino, Bologna, 1998, p. 422. © Edizioni Scientifiche Italiane
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stensione dei rapporti tra il partito e i vertici della Comunità religiosa islamica. «Fino al 1963 – scrive Sabrina P. Ramet – la Jugoslavia fu uno stato centralizzato con una patinatura federale»128. La caduta di Ranković nel 1967, uno dei maggiori oppositori dell’affermazione nazionale dei musulmani bosniaci, e l’ascesa dei comunisti «liberali» in alcune posizioni chiave delle istituzioni politiche e governative, coincise con una maggiore apertura del governo alle istanze provenienti dalle singole repubbliche. Nei cinque anni successivi all’esautorazione del capo dell’UDB-a e vice-presidente della Jugoslavia, la questione nazionale musulmana entrò nella sua fase decisiva. Le vicende geopolitiche regionali, le tensioni interne al partito e i frequenti episodi di «sciovinismo e nazionalismo», che nel corso degli anni Sessanta attraversarono la Bosnia-Erzegovina e diverse altre regioni della Federazione, non fecero altro che accelerare un processo politico già in atto. Nel maggio del 1968, i comunisti bosniaci espressero una posizione chiara e indubbia riguado la questione nazionale bosniaco-musulmana: «I musulmani sono una nazione distinta». Le indicazioni politiche del partito furono convogliate prima nel censimento del 1971 e successivamente nella Costituzione bosniaca del 1974. Non poteva essere altrimenti. Ogni opposizione, come abbiamo visto, fu stroncata sul nascere. Il censimento fu uno degli strumenti con cui il governo federale jugoslavo, come nel caso dello stato coloniale ottocentesco analizzato da Benedict Anderson «generò – inconsapevolmente – la grammatica dei nazionalismi che alla fine gli si rivoltarono contro per combatterlo»129. Con la Costituzione del 1974, i musulmani bosniaci avrebbero potuto esercitare, almeno sul piano formale, alcune funzioni politicogiuridiche, tra cui la sovranità territoriale, il diritto all’indipendenza o alla secessione, essendo queste alcune delle prerogative riservate alle nazioni costituenti della Repubblica socialista federativa di Jugoslavia130. Sulla base di tali diritti, il 25 gennaio 1992, la Presidenza della Bo-
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S. P. Ramet, op. cit., p. 212. B. Anderson, Immagined comunities. Refelctions on the Origin and Spread of Nationalism, Verso, London-New York, 1983, 2nd edition, 1991 (ed. it. Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Laterza, Bari-Roma, 2018, p. 5). 130 M. Snježana, Narodnost u popisimia. Promjenljiva i nestalna kategorija, Biblid, 0038-982X 1-4, pp. 77-103, p. 82. 129
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snia-Erzegovina, dinanzi agli imprevedibili sviluppi della pericolosa crisi che si era aperta l’anno precedente con la dichiarazione d’indipendenza della Slovenia e della Croazia, invitò l’Assemblea parlamentare a organizzare un referendum, per riaffermare la sovranità del Paese e, allo stesso tempo, vagliare la possibilità di dichiarare l’indipendenza da ciò che restava della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia. Il 29 febbraio e il primo marzo 1992, quasi due milioni di cittadini (il 63.4 per cento dell’intera popolazione), su un totale di circa 3.15 milioni di aventi diritto al voto, si recarono alle urne. Gran parte dei serbi di Bosnia, su invito del Partito democratico serbo (Srpska Demokratska Stranka), non prese parte alle votazioni, in quanto considerava il referendum «un atto illegale e illegittimo»131. Il 99.7 per cento, 1.986.202 cittadini, in larga maggioranza di nazionalità musulmana e croata, votarono per la sovranità e l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Fu l’inizio del secondo atto della guerra civile in Bosnia-Erzegovina, a distanza di quasi mezzo secolo dal precedente conflitto.
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The referendum on Indipendence in Bosnia-Herzegovina, February 29-March 1, 1992, Commission on Security and Cooperation in Europe, 102nd Congress, Ist Session, p. 10. © Edizioni Scientifiche Italiane
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