

Giuseppina Federico

La Maestra
Prima edizione a cura del “Cenacolo accademico Poeti nella società” - Marzo 2025
Seconda edizione - Febbraio 2026

Non è mai facile parlare dei propri genitori senza incappare nel tranello della facile retorica, soprattutto quando se ne riconosca quell’essenza speciale, più unica che rara, sempre sublimata da una condotta di vita irreprensibile. Lino Lavorgna, però, giornalista e studioso di geopolitica con oltre mezzo secolo di “mestiere” alle spalle, abituato ad analizzare con severo distacco emotivo le fenomenologie sociali e le vicende storiche, è riuscito a scrivere della sua straordinaria Mamma (la “M” in maiuscolo è l’unica licenza che si sia concesso) accantonando il ruolo di “figlio” e vestendo unicamente i panni del biografo. Il lavoro finale, come già avvenuto con la biografia dedicata al Papà, trascende i confini familiari e s’incunea nei fatti salienti che hanno segnato la vita di intere generazioni. Giuseppina Federico, “la Maestra”, è la classica donna italiana che incarna quei valori oggi considerati desueti e anacronistici, ancorati al rigido rigore esistenziale, da inculcare soprattutto negli allievi, e ovviamente ai figli, affinché imparassero a percorrere i sentieri della vita senza deragliare. Lino Lavorgna ricorda, sorridendo, le cinque bacchettate sulla mano destra inferte a chi sbagliava i congiuntivi e la consecutio temporum ogni volta, che inorridito, vede la lingua italiana violentata da chi di essa dovrebbe essere padrone assoluto per ruolo e titoli. E ricorda quella Mamma meravigliosa, che sapeva guardare lontano, illuminando il cammino oltre le barriere del percettibile.
Per lei stava preparando uno spettacolo più bello di tutti quelli realizzati in oltre trenta anni di attività nello showbiz, per festeggiare il novantesimo compleanno, ma le distonie di un tempo perverso, più ancora che la caducità della vita, hanno negato a lui e alla sorella Annalisa questa gioia, soppiantata da quell’ultimo abbraccio e dall’urlo lacerante che squarciò l’alba del 21 f ebbraio 2014.
Pasquale Francischetti*
*Presidente del Cenacolo accademico “Poeti nella Società”
NOTA DELL’AUTORE
In questo quaderno biografico, dedicato a una donna straordinaria, si parla anche di un episodio di malasanità, purtroppo tragicamente conclusosi.
Voglio precisare, a scanso di equivoci, che quanto accaduto viene narrato in un contesto di “unicità”, com’è giusto che sia per qualsivoglia episodio analogo.
I medici italiani sono universalmente riconosciuti tra i più bravi al mondo e i singoli tragici eventi, per quanto estremamente dolorosi per chi li subisce, non possono in alcun modo inficiare una realtà che costituisce un vero vanto per il nostro Paese.
La crisi del sistema sanitario, in massima parte dovuta a distonie sistemiche, a cominciare dalla regionalizzazione, nulla ha a che vedere con la qualità dei professionisti, che in massima parte del sistema sono vittime alla pari dei pazienti. Non a caso molti di loro “scappano” all’estero, dimostrando un talento foriero di lusinghieri apprezzamenti e importanti gratificazioni: circa ventiduemila quelli emigrati dal 2019 al 2021.
Gli episodi di malasanità, pertanto, per onestà d’intenti e correttezza espositiva, devono essere necessariamente configurati come “eccezioni”. Eccezioni che si ridurrebbero drasticamente sol che si risolvessero le succitate distonie, si ripristinasse la centralizza zione del sistema sanitario e si creassero, soprattutto, i migliori presupposti per bloccare la fuga di tanti eccellenti medici. Le analisi settoriali dell’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, i report di importanti associazioni di categoria come l’AnaaoAssomed e le numerose inchieste giornalistiche, infatti, fanno emergere dati catastrofici sul livello di frustrazione che si registra sia in ambito ospedaliero sia nel campo della medicina di base per la carenza degli organici, con proiezioni per il futuro ancora più preoccupanti.

LE RADICI
Il cognome Federico è abbastanza diffuso in tutta la penisola, con massima concentrazione in Campania, seguita da Sicilia e Calabria.
Discreta la presenza anche nelle regioni Lazio, Lombardia e Abruzzo . La diffusione nelle altre regioni, per lo più, scaturisce dai flussi migratori avvenuti tra il XIX e il XX secolo. La matrice risale al nome germanico Frithurik, formato dalla composizione dei termini frithu (pace, amicizia) e rikia (signore, principe, potente). Il significato originario, quindi, sarebbe “potente nella pace; signore della pace; signore che assicura la pace”. Iniziato a diffondersi tra il XII e il XIII secolo, mutuando il nome di battesimo dei re e degli imperatori tedeschi, in particolare Federico I Barbarossa e Federico II di Svevia, nel XIV secolo ebbe un ulteriore impulso in Sicilia, dove regnava Federico III d’Aragona, a sua volta imparentato con la dinastia degli Hohenstaufen grazie alla madre Costanza, nipote di Federico II.
Un attento studio dell’onomastica e delle principali componenti, la toponomastica e l’antroponimia, ancorché reso molto difficile da fattori qui omessi perché ci porterebbero fuori tema 1, risulta importante per individuare le differenze peculiari tra i vari rami dei cognomi omonimi nelle diverse aree territoriali, soprattutto quando essi si configurano come retaggio diretto dell’unione con gli invasori di turno. Sia pure in forma empirica, infatti, è possibile fare luce su talune distorte interpretazioni propinate dal mainstream storiografico, protese ad esaltare l’epopea umanistico -rinascimentale a danno delle varie dominazioni straniere. Separare i buoni dai cattivi con un taglio netto, pregno di pregiudizi, ha consentito di sbrogliare in modo semplicistico una matassa oltremodo intricata, impedendo una corretta individuazione delle cause che hanno determinato il mancato sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, generalmente attribuito a fattori tutt’al p iù configurabili come concause, girando intorno al vero problema, scaturito dai quattro nefasti colonialismi: Bizantino, Angioino, Aragonese (sia pure con qualche eccezione) e Spagnolo 2
1 Si veda il capitolo introduttivo del saggio di Emidio De Felice, Dizionario dei cognomi italiani, Oscar Mondadori, 1978.
2 I Bizantini depredarono in modo sistematico il Mezzogiorno di ogni possibile risorsa, non furono in grado di creare una sana armonizzazione con le popolazioni autoctone, repressero in modo insulso floride attività commerciali e lasciarono, come retaggio della loro presenza, quello spirito notoriamente definito con il termine levantino, che caratterizza la propensione alla truffa, all’imbroglio, al raggiro, al mancato rispetto del prossimo. Gli Arabi si installarono prevalentemente in Sicilia e, a leggere la storiografia ufficiale, sembrerebbe che la loro presenza abbia solo prodotto effetti positivi in tutti i campi: arte, cultura, scienza, agricoltura, sviluppo urbano, medicina. Poco traspare circa le modalità comportamentali e un lascito “genetico” che non necessita certo di ampia trattazione. Per un quarantennio, dall'840 all'880, gli Arabi s'insediarono anche a Taranto e Bari e in quegli anni conquistò nefasta fama l’emiro di Bari, Sawdan, le cui puntate nell’entroterra seminavano morte e distruzione. Carlo d’Angiò non era dissimile dai tanti tiranni che la storia ha portato alla ribalta: ingordo di terre, potere e denaro; insensibile, disumano, sprezzante. Cancellò tutto quello che di buono era stato fatto dai Normanni e vessò il popolo con tasse insostenibili. I suoi soldati si macchiarono di crimini orrendi, emulando negli stupri e nelle razzie i Saraceni. In campo economico non esitò a farsi prestare cospicue somme di denaro dai banchieri del Centro-Nord, in particolare di Firenze. Non pagava i debiti, però, trovando molto più conveniente concedere ai creditori feudi, appalti di tasse e dogane, cariche amministrative. I banchieri gestirono le concessioni con la tipica mentalità usuraia di chi non si fa scrupoli e le popolazioni del Sud ne pagarono le tristi conseguenze. Non meno nefaste
Sulla natura dell’individuo si sono cimentati i grandi filosofi sin dall’antichità. All’innatismo di Platone e Cartesio 3 ha fatto da contraltare la corrente empirista che ha visto Locke, Hume e Hobbes tra i principali interpreti. Con una sintesi più in linea con l’evoluzione della scienza, tuttavia, si può sostenere che la conoscenza innata - retaggio ancestrale insito nel Dna di ciascuno - subisce alterazioni più o meno intense tanto dall'ambiente quanto dal livello di conoscenza acquisito vivendo. Il condizionamento ambientale, soprattutto, può fungere da stimolo per le co mponenti innate - positive o negative che fossero - o da elemento obnubilante. Nel primo caso il rapporto tra retaggio ancestrale e ambiente è consequenziale, anche se non scevro di eccezioni: Dna guasto più ambiente guasto generalmente sviluppano soggetti guasti; Dna positivo più ambiente sano, sia pure con sfumature diverse, sviluppano soggetti positivi. In quest’ultimo caso, infatti, le variabili sono davvero molteplici, per lo più determinate dalla maggiore o minore incidenza del condizionamento ambient ale, dal livello culturale dei singoli soggetti e dalle tante circostanze imponderabili e imprevedibili che afferiscono all’esistenza umana. La combinazione di questi fattori determina le azioni degli individui e sancisce le differenze sostanziali tra i vari soggetti.
Gli antenati di Giuseppina Federico abitavano nella zona rurale di San Lorenzello, piccolo centro del Sannio beneventano, quasi sulla linea di confine con il comune di Castelvenere. Le prime notizie di famiglia ci riportano agli albori del XIII secolo, in un contesto socio -economico degradante e avvilente soprattutto per le classi meno abbienti, vessate dai latifondisti con salari bassissimi e spesso costrette a indebitarsi con i cinici e spietati “gabellotti” (affittuari dei latifondisti): molti contadini, dopo un anno di duro lavoro, vedevano vanificati gli sforzi compiti a causa degli ingenti debiti per gli anticipi su grano e sementi, le tasse esose sui beni di prima necessità (sale e farina), dazi, decime ecclesiastiche e gabelle feudali In molte aree rurali si raccontava che il raccolto fosse diviso in tre: “Uno al padrone, uno al re, uno alla Chiesa… e al contadino restava la fame”. Una condizione meno disagiata caratterizzava i “possidenti”, termine che nei registri anagrafici e catastali dell’epoca indicava i proprietari di beni stabili - terre, case, oliveti - collocandoli in una fascia intermedia della società rurale. Non nobili, non feudatari, ma uomini dotati di una certa autonomia economica, spesso alfabetizzati e inseriti nella vita amministrativa del luogo. A questa categoria apparteneva Francesco Federico, nato nel 1740, che impresse un primo impulso all'attività agricola, integrandola con un modesto allevamento di mucche e con la realizzazione di un frantoio oleario che, in breve tempo, soppiantò le altre attività in termini di produttività economica. Passato sotto la guida del figlio Antonio (1770-1836), il frantoio registrò un sensibile sviluppo agli inizi del XIX secolo, consentendo alla famiglia un benessere non certo raggiungibile con la mera attività agricola. Siamo ancora ben lontani, infatti, dalle significative trasformazioni dei cicli produttivi che incominciavano a delinearsi nel Nord Europa e in alcune regioni del Nord Italia, alimentando progressivamente quel gap so cio -economico mai sanato. Generazione dopo generazione i Federico si tramandarono proprietà e tradizioni, cercando di superare senza scossoni i fermenti epocali generati dall'illusione giacobina, animata da ideali di rinnovamento ma incapace di radicarsi stabilmente in un tessuto sociale ancora profondamente legato alla tradizione monarchica; dal Decennio Francese, non meno complesso 4; dalla terribile restaurazione borbonica.
furono le dominazioni Aragonese (con qualche eccezione) e Spagnola. Di natura diametralmente opposta, invece, si possono considerare le dominazioni di Ostrogoti, Longobardi, Normanni, Svevi, che contribuirono sensibilmente a un concreto sviluppo politico ed economico del Mezzogiorno.
3 Per Platone una persona ha nozioni e concetti già all’atto della nascita, che precedono quelle successivamente apprese grazie all’esperienza di vita; per Cartesio sono innate le capacità di organizzazione di ciò che si apprende attraverso l’esperienza.
4 Con Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat furono avviate riforme importanti (abolizione del feudalesimo; soppressione di molti ordini religiosi; redistribuzione delle terre), ma di fatto le terre finirono alla nuova borghesia, in mas-
Dopo Antonio la proprietà passò al figlio Damiano Gaetano (1808-1860) e successivamente a Pasquale (1848-1927), primogenito di Damiano Pasquale, che la gestì con il supporto del fratello Luigi e delle due sorelle, Vittoria e Concetta. Ai fermenti storici pre-unitari fecero seguito quelli post -unitari, non meno complessi e condizionati dagli immani disastri provocati sia dalla destra Storica sia dalla Sinistra Storica 5; dalla fine del Potere temporale; dalla Grande Guerra, dall'avvento del Fascismo.
I fratelli Federico non si occupavano di politica e lavoravano duramente, dall’alba al tramonto, per mantenere integri i beni terrieri, alla pari della stragrande maggioranza dei meridionali, vessati dall’opprimente regime fiscale imposto dai Savoia al fine di ridurre il debito pubblico . Nel 1877 Pasquale contrasse matrimonio con Emanuela Ciambrella, dalla quale ebbe quattro figli: Damiano II (1878-1922); Luigi II (1880-1959, il papà di Giuseppina); Mitildo (1885-1982); Concetta II (1887).
Personaggio singolare e pittoresco fu Damiano II. Lo zio di Giuseppina era un gigante buono, alto più di due metri e dotato di forza sovrumana, che ha lasciato una ricca messe di aneddoti, a riprova di una vita vissuta all’insegna dell’allegrezza nonostante il quotidiano duro lavoro. Tra i più citati vi è lo scherzo fatto a un caro amico, vicino di casa. Avendo implementato il numero dei capi di bestiame, ebbe bisogno di acquistare del fieno e si rivolse proprio al vicino, che ne produceva in abbondanza. In quegli anni, e per molti decenni successivi, il fieno veniva raccolto attorno a un palo piantato nel
sima parte composta da spregiudicati faccendieri con fedina penale non certo adamantina ed ex amministratori non dissimili per modalità comportamentali e propensione allo sfruttamento. I contadini restarono con un pugno di mosche in mano e, in segno di protesta, in molte zone occuparono le terre ex feudali, arandole di notte per rivendicarne il possesso. La parabola murattiana si chiuse con la fucilazione a Pizzo Calabro (1815), suggellando il fallimento di un progetto riformatore che presentava, sin dalle origini, le crepe del velleitarismo napoleonico, poi divenute voragini per l'ostracismo dei nobili e il comportamento autolesionistico del popolo: i primi sempre pronti a difendere i propri privilegi; il popolo incline a schierarsi con chi lo opprimeva e non con chi per esso era pronto a sacrificare la vita. Tutto ciò al netto dei tanti errori commessi da Murat, incapace di gestire le complesse dinamiche storiche di cui egli stesso era parte.
5 La Destra Storica praticò una durissima pressione fiscale, inclusa la tassa sul macinato, che provocò rivolte represse nel sangue. Nel Meridione il processo unitario fu percepito come occupazione e diede vita al Brigantaggio, fenomeno sociale ancora oggi oggetto di anacronistiche partigianerie che alterano i fatti o, addirittura, li stravolgono completamente. Nel fronte filo borbonico si registra un’anacronistica vena nostalgica che prende in considerazione esclusivamente i primati in campo economico e sociale e le angherie subite dagli “invasori”, tacendo sulle condizioni pietose delle classi meno abbienti; sugli abusi perpetrati dai potenti protetti dalla Casa reale; sul comportamento eticamente discutibile dei reali e dei cortigiani, soprattutto nei momenti difficili. Nel più consistente campo opposto, invece, la faccenda si liquida con l’ineluttabilità del processo unitario e la necessità di reprimere i tentativi di restaurazione perpetrati dalla Chiesa con l’aiuto dei briganti, che di essa costituivano il braccio armato, considerati criminali e nemici dello Stato. Si glissa, però, sul depauperamento del Mezzogiorno, sulla insopportabile pressione fiscale e su una gestione politica che, sostanzialmente, era ancorata più a presupposti di sfruttamento e dominazione che non a quelli di un’armonica e proficua integrazione. Manca, di fatto, quell’equilibrio che consenta di rappresentare serenamente e in modo veritiero controverse pagine di storia nelle quali le ombre sovrastano, e non di poco, le luci. I contadini trasformatisi in briganti, dopo essere stati delusi da Garibaldi, al quale avevano ingenuamente assicurato il sostegno con la speranza di affrancarsi dallo sfruttamento e dalla prepotenza degli aristocratici, velocissimi nel passare al servizio dei nuovi regnanti, furono poi gabbati dal cardinale Ruffo, che li illuse circa la possibilità di una restaurazione che avrebbe posto fine a tutti i torti subiti. Rabbia, delusioni, frustrazioni, mistificazioni, manipolazioni e la difficoltà oggettiva, per limiti culturali, di comprendere appieno la complessa realtà politica, furono gli ingredienti che condizionarono le loro azioni, anche le più abiette. Nella Valle Telesina si distinse il cerretese Cosimo Giordano, ex sergente dell’Esercito borbonico, autore di una lunga scia di omicidi, furti e sequestri. La repressione dei briganti non fu immune da atrocità, ordinate dal nuovo Governo ed eseguite dal famigerato generale Cialdini. Il clima di confusione e i risentimenti rallentarono non poco il processo unitario, alimentando fratture mai sanate.
Con l'avvento della Sinistra Storica si sviluppò quella triste tendenza al trasformismo clientelare, basato su accordi che avevano alla base gli interessi reciproci di chi gestiva posizioni di potere, con buona pace di chi ne pagava le conseguenze. Disastrosa la politica protezionistica di Crispi, soprattutto per il Sud, e il velleitarismo imperialista, che determinò un insostenibile aumento della spesa pubblica.
terreno, formando dei covoni alti non meno di tre metri. Damiano chiese quanto avrebbe dovuto corrispondergli e gli fu comunicato il prezzo per ogni singolo fascio: un prezzo equo, scaturito anche dagli ottimi rapporti di buon vicinato e dal reciproco sostegno nel lavoro dei campi, in caso di necessità. «Sei sicuro di non esserti sbagliato? Il prezzo dei fasci mi sembra troppo basso e non vorrei approfittare della tua amicizia!» replicò Damiano all’amico, che a sua volta gliene ribadì la congruità, invitandolo a ritornare con il calesse, che presumeva sarebbe servito per trasportare il fieno. Lasciandolo di stucco, però, Damiano gli disse che non vi era bisogno del calesse perché avrebbe acquistato un solo fascio. Un attimo dopo lanciò una corda con maestria da cow-boy sul lato estremo del palo, lo spezzò alla base con un deciso strattone e si lasciò cadere dolcemente l’intero covone sulle spalle. Sorridendo, poi, salutò l’amico, rimasto a bocca aperta, e s’incamminò verso casa. Ovviamente gli pagò l’intero covone, ma lo scherzo, che aveva messo per l’ennesima volta in evidenza la giovialità e la straordinaria forza fisica, fece il giro dei paesi limitrofi, per essere poi allegramente narrato dai nonni ai nipot i, almeno fino a quando i nipoti si sono prestati ad ascoltare i racconti dei nonni.
Gli inizi del secolo furono caratterizzati dalla cosiddetta grande emigrazione, gradualmente sviluppatasi dopo l’Unità d’Italia. Tra il 1871 e il 1920 circa cinque milio ni di italiani attraversarono l’oceano in cerca di fortuna negli USA e in Canada; altri 126.000 gettarono le basi della prima comunità italiana in Brasile e circa due milioni fecero altrettanto in Argentina. Non meno imponente fu il flusso migratorio verso i paesi europei: a partire dal 1861, e quindi con dieci anni di anticipo rispetto alle rotte transoceaniche, circa 5.400.000 italiani si diressero precipuamente verso Francia, Germania e Svizzera; due milioni scelsero altri paesi del Nord Europa (Belgio in particolare), Turchia, Australia. Durante il Ventennio fascista l’emigrazione calò sensibilmente, anche in virtù delle leggi restrittive sugli espatri imposte dal regime; nondimeno furono oltre quattro milioni coloro che riuscirono ad espatriare tra il 1921 e il 1940.
Anche la famiglia Federico decise di coltivare il sogno americano , dividendosi i compiti: toccò a Luigi e Mitildo partire, mentre Damiano e Concetta continuarono a dare man forte ai genitori nella gestione dei campi e del frantoio.

Damiano Federico II
IL SOGNO AMERICANO
Luigi, agli inizi del 1902, si fidanzò con la quattordicenne Antonietta Ciarleglio, discendente di una famiglia castigliana giunta in Italia agli inizi del Seicento, al seguito del viceré Juan Alonso Pimentel de Herrera. I prozii portarono dalla Spagna preziose suppellettili e bellissimi quadri, dei quali, purtroppo, restano pochi esemplari a causa dei furti perpetrati nel corso degli anni. I Ciarleglio si stabilirono in una contrada limitrofa a quella dove abitavano i Federico, avviando una proficua attività nella cardatura della lana. Prima della partenza, nel mese di aprile, Luigi promise alla fidanzatina, per nulla felice della separazione, che sarebbe tornato per sposarla: sia lei sia i familiari, infatti, ritenevano che la lontananza avrebbe nuociuto al rapporto, sbagliando di grosso, come vedremo in seguito.

Luigi Federico e Maria Antonietta Ciarleglio
Mentre la saggistica sugli emigranti è abbondante ed esaustiva, è pressoché inesistente quella che riguarda il viaggio via mare, percepito come ineludibile parentesi tra la partenza e un’avventura che,
di fatto, sarebbe iniziata solo dopo l’arrivo. Pur avendo prodotto una corposa corrispondenza con familiari e amici, chi attraversò l'Oceano in cerca di fortuna parlava poco delle esperienze vissute durante le traversate ed è solo grazie alle testimonianze di chi viaggiava per diletto o per affari che è stato possibile avere un quadro realistico di come si svolgesse la vita a bordo. Collocati nelle cabine di terza classe, gli emigranti erano divisi per sesso e sistemati in differenti compartimenti: gli uomini a prua; le coppie nella zona centrale; le donne a poppa. I pasti erano distribuiti negli spazi comuni di ciascun compartimento per ranci, cioè per gruppi di sei persone, una delle quali, a turno, era incaricata di ritirare le vivande dalla cucina. Il viaggio , condizionato dalle condizioni del mare e dal carico, durava dalle due alle quattro settimane. L’affollamento e la sporcizia dei dormitori erano tali da spingere l’igienista Vittorio Cantù a scrivere: «L’impressione di disgustosa ripugnanza che si riceve scendendo in una stiva dove hanno dormito gli emigranti è tale che, provata una volta sola non si dimentica più 6»
Nel 1903, grazie alla prima legge dedicata alle problematiche migratorie, si avviarono dei processi di miglioramento soprattutto in termini d’igiene, sicurezza e assistenza sanitaria. Occorreranno alcuni anni ancora, tuttavia, affinché anche la terza classe fosse dotata di bagni, docce, area ristoro, un’infermeria separata per gli ammalati contagiosi e spazi comuni più capienti, questi ultimi molto utili quando le avverse condizioni climatiche costringevano i viaggiatori a restare all’interno per molto tempo .
I fratelli Federico, dopo lo sbarco a Ellis Island, si stabilirono a Elizabeth, la prima capitale del New Jersey, che allora contava poco più di cinquantamila abitanti. Luigi trovò lavoro in una società di captazione e distribuzione di acqua potabile, distinguendosi per la bravura nel lavoro e guadagnandosi il rispetto e l’ammirazione dei colleghi In poco meno di cinque anni mise da parte abbastanza denaro per mantenne la promessa fatta a una dolce ragazzina, oramai trasformatasi in una splendida ventenne. Il viaggio di ritorno non fu soltanto una traversata dell’oceano, ma il compimento di un’attesa lunga cinque anni, nutrita di sacrifici, di risparmi messi da parte con ostinata disciplina e di notti in cui il pensiero correva sempre alla stessa immagine: quella di Antonietta che lo aspettava. Luigi aveva ventotto anni, un’età in cui i sogni non sono più ingenue fantasie, ma progetti da costruire con le proprie mani. Tornava diverso da come era partito: più uomo, più consapevole, temprato dalla fatica e dalla dignità del lavoro. Rientrava con la determinazione di chi ha visto il mondo e sceglie di tornare alle proprie radici per fondare una famiglia. Il 18 ottobre 1908, davanti all’altare, quando prese in moglie Maria Antonietta, non suggellò soltanto un amore giovanile rimasto intatto: diede forma concreta alla promessa fatta prima della partenza, trasformando l’incertezza dell’emigrante in certezza di marito e futuro padre. In quel giorno si intrecciarono due mondi: l’America delle o pportunità e la terra natia Luigi comprese che il vero approdo non era stato un porto oltreoceano, ma quella mano stretta alla sua, con cui iniziava la più grande delle avventure: costruire una famiglia e dare vita a una discendenza. Nei due anni successivi, grazie all’esperienza maturata negli USA, consolidò l’attività familiare e fornì un valido supporto anche alla famiglia della moglie. Per quanto non potesse certo lagnarsi per la qualità della vita, se comparata a quella di tanti altri conterranei, il gap sociale tra i due paesi era notevole ed ebbe il sopravvento sulla pur legittima voglia di restare ancorato alle radici. Nel 1910, rotto ogni indugio, fece ritorno negli USA attraversando l’oceano col nuovissimo transatlantico Duca d’Aosta, costruito due anni prima e già provvisto dei confort assicurati dai provvedimenti legislativi emanati per tutelare i viaggiatori di terza classe. Luigi riprese il vecchio lavoro mentre la moglie fu assunta da un’azienda che produceva ombrelli, legata alla Singer, che proprio a Elizabeth costruì nel 1863 la prima grande fabbrica per la produzione di macchine per cucire. Alla pari di tanti emigranti e al netto, quindi, di coloro che scelsero contorte strade per arricchirsi, la coppia
6 Vittorio Cantù, L’igiene a bordo dei piroscafi addetti al trasporto di emigranti: proposte di riforma, Roma, Tipografi a Delle Mantellate, 1895.
lavorò sodo, assicurandosi un tenore di vita inimmaginabile in Italia, riuscendo a mettere da parte anche una buona fetta degli emolumenti settimanalmente percepiti. Nel 1911 il matrimonio fu allietato dalla nascita di Cristina, cui seguirono Elisa nel 1913 e Maria nel 1915. Antonietta restava incinta con regolare scadenza biennale e lavorava fino a pochi giorni dal parto, per poi riprendere subito dopo, potendo contare su una discreta presenza di asili nido. Gli USA vantano questo primato nell’assistenza alle mamme lavoratrici grazie agli immigrati tedeschi che, già dalla metà del XIX secolo, adottarono e perfezionarono le idee del connazionale Friedrich Fröbel, pedagogista, pioniere dell’educazione infantile e fondatore del primo asilo nido al mondo, realizzato nel 1837 a Blankenburg. Nel 1917 nacque Pasquale (Patzy); nel 1919 Vincenzo (Jimmy); nel 1921 Donato (Danny). Nel 1922, avendo accumulato una discreta fortuna, Luigi e Antonietta decisero di rimpatriare.
Con i sei pargoli al seguito giunsero in nave a Napoli, nel mese di novembre, e proseguirono il viaggio in treno . Il piccolo centro sannita dove era ubicata la stazione, Telese, non poteva reggere il confronto con Elizabeth, che in pochi anni aveva raddoppiato la popolazione e vantava efficienti servizi in ogni ambito sociale. I bambini, pertanto, restarono impressionati da uno scenario degno di un film dark: il freddo pungente di una buia serata faceva da cornice a un vasto piazzale, scarsamente illuminat o e quasi deserto, rischiarato da lampade fioche che proiettavano ombre allu ngate sull’acciottolato. Rari passanti lo attraversavano con passo svelto e il capo chino, come figure sfuggenti, quasi irreali, simili agli uomini neri evocati dalle nonne per incutere timore ai piccoli disobbedienti. Dal piazzale partiva un lungo viale alberato che gemeva sotto le folate del vento, producendo un fruscio inquieto, simile a un lamento. Il papà di Luigi, imbacuccato nel pesante pastrano e illuminato dalla lanterna che reggeva in mano, apparve ai loro occhi come un personaggio sospeso tra fiaba e realtà. Discese dal calesse e corse incontro ai familiari pronunciando parole colme di gioia ma incomprensibili per i bimbi, i quali, ottemperando alle istruzioni ricevute, intonarono un corale “ciao nonno” cui tentarono di conferire tutto l’entusiasmo possibile, senza peraltro riuscirvi più di tanto. Consumato frettolosamente il rito dei saluti, tutti presero posto sul calesse e, con il tipico “Arri-aaa”, Pasquale ordinò al ronzino che lo trainava di intraprendere la strada del ritorno, suscitando un flebile sorriso su i volti ancora frastornati per l’insolito e tetro paesaggio che si dipanava allo sguardo. Superato il centro abitato, la campagna li avvolse in un buio compatto, appena inciso dal tremolio della lanterna. I bambini, smarriti in quell’oscurità che pareva senza confini, si strinsero gli uni agli altri donandosi reciproco conforto. I genitori li rassicuravano con sorrisi larghi e parole miti: in pochi minuti sarebbero giunti in una casa grande e accogliente, dove avrebbero trovato un bellissimo camino ardente, cibo caldo e volti amici. Tutto vero, in effetti. Peccato per la mancanza dell’energia elettrica, che negli USA rendeva più confortevoli le abitazioni già dagli albori del secolo: sarebbero dovuti trascorrere ancora trentacinque anni, invece, prima che, grazie al Papà di chi scrive, le aree rurali del comune fossero elettrificate 7
A quel tempo, nel mese di novembre, si era nel pieno della raccolta delle olive che, contrariamente a quanto avviene oggigiorno, andava avanti fino a dicembre inoltrato. I bimbi più grandicelli furono coinvolti nella raccolta, vissuta come piacevole gioco, almeno fino al momento in cui non si trasformò in qualcosa di sgradevole e faticoso. Lo spirito di adattamento è insito nella nat ura umana, ma il ricordo delle tante cose belle che allietavano la vita quotidiana negli USA era ancora più forte e, specialmente le tre femminucce, incominciarono a manifestare chiari segnali di scontento e il vivo desider io di ritornare in quello che, per loro, era il paese natio.
Anche i genitori, del resto, si resero conto del crescente disagio generato dall’arretratezza in ogni campo, da modalità comportamentali che ai loro occhi apparivano retrive e insopportabili, dalla mancanza dei servizi primari. Sia pure con un pizzico di rammarico, pertanto, decisero di ripartire dopo
7 Lino Lavorgna, Lorenzo Lavorgna – L’uomo che sapeva solo amare, Gallina Editore, Napoli, 2020.
aver affidato ad un affittuario la proprietà di recente acquisizione e i beni spettanti per lascito ereditario.
I loro propositi, però, furono inficiati da una scoperta che li lasciò esterrefatti. Avevano inviato ingenti somme di denaro per acquistare una corposa proprietà rurale nella zona occidentale del paese, sulla strada che lo congiunge a Faicchio, in una località denominata “San Marco” sei ettari di terreno, in massima parte adibiti alla coltivazione dell’uva e dell’olivo ; una grande fattoria con molte stanze, una capiente stalla e un pozzo a pochi metri dall'ingresso principale, la qual cosa risultava di fondamentale importanza soprattutto per chi aveva armenti da accudire 8 Ritenevano, quindi, di dover solo perfezionare l’acquisto dopo i contatti preliminari con il proprietario, un facoltoso medico, effettuati da papà Pasquale. Con somma sorpresa, invece, scoprirono che il rogito notarile era già stato sottoscritto e l'intera proprietà risultava intestata al fratello di Luigi, Damiano. A quanto pare l’abitudine di utilizzare le rimesse degli emigranti in modo distonico rispetto alle indicazioni ricevute era abbastanza diffusa e anche dal lato paterno si verificò una situazione analoga La sconcertante scoperta scompaginò tutti i programmi e fu fonte di seri problemi: per la stesura del nuovo atto Damiano pretese ben diecimila lire, pari a circa undicimila euro attuali ma con un potere di acquisto di gran lunga superiore. Luigi e Antonietta, pertanto, furono costretti a procrastinare il rientro negli USA avendo dato fondo a quasi tutti i risparmi per acquistare ciò che ritenevano fosse già di loro proprietà.
Nel giugno 1923, però, Antonietta scoprì di essere in dolce attesa e pertanto la partenza fu ulteriormente procrastinata. Il 15 marzo 1924, con parto domiciliare, come si usava allora, venne alla luce una splendida bimba, Maria Giuseppa, che sin dai primi vagiti fu per tutti “Giuseppina”.
Verso la fine dell’estate Luigi e Antonietta ritennero che era giunto il momento di r itornare negli USA e si recarono al consolato per chiedere il visto. Il repentino incupimento del funzionario con il quale stavano interloquendo, però, smorzò il gioioso entusiasmo che traspariva dai loro volti. Come se non fosse bastata la batosta economica subita per il riacquisto della proprietà, una nuova e non meno pesante tegola cadde sulle loro teste: le leggi vigenti non consentivano l’immediato espatrio ai bimbi nati in Italia e, di fatto, sarebbero potuti rientrare tutti, meno Giuseppina. La notizia, vero fulmine a ciel sereno, suscitò un forte sdegno per la leggerezza con la quale era stata posticipata la partenza, senza approfondire le leggi in materia. Con il cuore a pezzi i due fecero ritorno a casa, rincuorandosi reciprocamente. Bisognava iniziare un nuovo ciclo di vita completamente diverso da quello programmato e si ritenne opportuno , pertanto, trasferirsi nella casa di San Marco, molto più grande e accogliente di quella avita. Fino a quando? Impossibile prevederlo: a quel punto ogni progetto era inutile e bisognava attendere fiduciosi l’evolversi degli eventi. Volontà e forza di carattere non mancavano e tutti si misero all’opera per vivere decorosamente, rimandando a data da destinarsi il sogno americano, che mai, però, fu accantonato. Superati i primi momenti di sconforto, anche i giovanissimi pargoli incominciarono a integrarsi armonicamente nel territorio, realizzando che, dopo tutto, il diavolo non era così nero come ritenevano. L’abitazione divenne ben presto un primario punto di riferimento zonale e ciò contribuì sensibilmente a superare lo sconforto iniziale. È vero che non disponevano di energia elettrica, ma la dimora era almeno cinque volte più grande di quella negli USA e le ampie stanze consentivano un’abitabilità molto più confortevole. La cucina di circa sessanta metri quadrati, impreziosita da un grande camino, infondeva un senso di appagamento interiore che negli USA non era nemmeno possibile sognare. Il lungo tavolo poteva acco gliere agevolmente tutti i membri della famiglia e i continui ospiti senza essere costretti ad ammassarsi gli uni addosso agli altri. I bimb i potevano disporre di una propria camera, cosa che però divenne effettiva solo dopo qualche anno: essendo tutti ancora relativamente piccoli, infatti, decisero di occuparne solo due, una per le femminucce e una per i maschietti. La neonata Giuseppina, secondo ben consolidate tradizioni,
8 In quegli anni i pozzi costituivano l'unica fonte di approvvigionamento idrico ed aver li vicino casa consentiva di risparmiare tempo e fatica.
dormiva in una culla nella camera dei genitori. Il panorama che si godeva dall’abitazione era semplicemente stupendo e, all’esterno, si poteva disporre di così tanto spazio che agli occhi dei ragazzi appariva infinito. Sul lato opposto della strada, placido, scorreva il Titerno, il cui corso d’acqua, specialmente nel periodo di bassa po rtata, costituiva la meta preferita per scorribande e giochi. Tutte queste cose, nell’insieme, contribuirono a far digerire senza scossoni il nuovo corso esistenziale, reso ancora più accettabile dallo speciale rapporto intessuto con la comunità. A Elizabeth, pur trovandosi benissimo, erano comunque deg li emigranti, come tanti altri bimbi. Lo stesso valeva per i genitori, che frequentavano persone del loro stesso ceto, per lo più connazionali, con i quali era più facile interagire. Chi proveniva da altri paesi si regolava più o meno allo stesso modo e un po’ dappertutto, a cominciare dalla costa orientale, oltre alle Little Italy e alle Chinatown, vere e proprie “città nelle città”, sorgevano quartieri abitati prevalentemente da irlandesi, afroamericani, ispanici e così via, dando vita a quel composito e variegato melting-pot magistralmente descritto in tante opere letterarie e cinematografiche. In Italia, invece, la maggiore disponibilità economica, il saper parlare correttamente due lingue, l’abbigliamento ricercato, la grande casa che fondeva gusto e senso pratico, le modalità comportamentali che scaturivano da una più avanzata apertura mentale, suscitavano nelle persone frequentate una sorta di naturale soggezione, ben percepita e molto apprezzata sopratt utto dai ragazzi.
Mese dopo mese l’integrazione ambientale assumeva caratteri sempre più marcati, affievolendo la nostalgia. La qualità della vita incominciò a rivelarsi gradualmente più che soddisfacente, bilanciando il più avanzato livello sociale degli USA. I ragazzi frequentavano con profitto la scuola e l’immensa proprietà terriera, coltivata con impegno e dedizione, assicurava il sostentamento familiare. Nel 1927, infrangendo di poco la regola dei due anni, Antonietta mise alla luce una femminuccia, battezzata con il nome di Giovanna, anche se, come già avvenuto per Giuseppina, le fu subito affibbiato un vezzeggiativo: Giannina. La felicità regnava sovrana in una famiglia laboriosa, ancorata al rispetto di quei sani valori che una volta costituivano un condiviso patrimonio di larghi strati sociali. I ragazzi crescevano a vista d’occhio, belli per retaggio ancestrale e bravi per la buona educazione ricevuta. Oramai si erano completamente inseriti nel tessuto sociale locale e, dopo gli impegni scolastici, coadiuvavano i genitori sia nel lavoro agreste sia nella cura del bestiame, contribuendo in modo significativo alla riduzione dei costi per la mano d’opera. I limiti della natura umana, tuttavia, non consentono uno stato perenne di felicità e, prima o poi, tutti dobbiamo fare i conti con la caducità della vita.

La nave Perugia fu costruita nel 1901 nei cantieri navali D. and W. Henderson and Co Ltd. di Glasgow, in Scozia, per la Società inglese Anchor Line. Stazzava 4.438 tons, era lunga 114 metri e larga 14. Aveva motori a vapore a tripla espansione ed elica singola, che le facevano raggiungere i 13 nodi di velocità. Aveva lo scafo d’acciaio, due ponti, un solo fumaiolo e due alberi. Faceva servizio tra il Mediterraneo e New York e disponeva di 20 cabine di prima classe e 1150 cabine di seconda classe. Fu silurata ed affondata da un sottomarino tedesco nel 1916. I fratelli Federico arrivarono a N.Y. il 3 maggio 1902.
PIÙ DELLA GUERRA POTÉ LA SPAGNOLA
Luigi aveva una cugina, Luigia, che abitava pochi chilometri a nord della casa avita dei Federico col marito, Gennaro Piazza, intraprendente rampollo di una facoltosa famiglia di Castelvenere, e Pasqualino, nato nel 1900. Nel 1903 Gennaro emigrò negli USA e fu raggiunto dalla moglie e dal figlio qualche anno dopo, secondo consolidate abitudini dei flussi migratori. Gennaro riteneva di trascorrere molti anni negli USA e magari ritornare in Italia agli albori della vecchiaia. Un marcato ed efficace dinamismo imprenditoriale, però, gli consent ì di sganciarsi dal lavoro dipendente e di avviare una proficua attività commerciale, caratterizzata da crescente successo. Nel 1911, pertanto, a soli trentasei anni, decise di utilizzare la piccola fortuna accumulata per investimenti nella madre patria. La moglie non era d’accordo, pensando soprattutto al futuro d i Pasqualino , bravo studente che però non spiaccicava una sola parola di italiano, ma si piegò al volere del marito.
Rientrato in Italia, Gennaro si diede subito da fare, acquistando terreni per lo più destinati alla produzione di olio e vino. Acquistò anche uno dei palazzi storici più belli di San Lorenzello, in via Pasquale Massone, e due case limitrofe a quella di Luigia, sulla provinciale Telese-Cerreto, con cospicuo terreno annesso. Le tre abitazioni contigue furono ristrutturate e unite in un unico corpo abitativo, che funse da loro definitiva dimora.
Il Sud Italia non ha patito gli orrori della Prima guerra mondiale, anche se ha pagato un alto tributo d i vite umane, avendo contribuito più del Nord alla costituzione di un poderoso esercito, decimato dalla follia vanagloriosa di Cadorna più che dalla forza delle truppe austro-tedesche 9
Tra civili e militari furono 1.240.000 i connazionali che persero la vita. (Oltre 17 milioni le vittime complessive dei paesi belligeranti). Agli albori del 1918, inoltre, l’intera umanità, ancorché per buona parte l’una contro l’altra armata, si trovò a fronteggiare un nemico comune molto più spaventoso della guerra, perché invisibile: la pandemia definita “influenza spagnola”. Contrariamente a una diffusa credenza, il virus non ebbe origine in Spagna ma in Cina o negli USA: la questione è ancora oggetto di studi e le tesi sono numerose e contrastanti. La Spagna restò fuori dalla guerra e i giornalisti, non soggetti alla censura militare, pubblicarono dettagliati reportage sui contagi, che ben presto fecero il giro del mondo. Per scongiurare il rischio di panico sia tra i civili sia tra le truppe al fronte, pertanto, i governanti dei paesi in guerra diffusero la falsa notizia che l’epidemia riguardava solo la Spagna. Da qui l’errata definizione, che perdura ancora oggi. Indipendentemente dal luogo di origine, comunque, negli Stati Uniti il virus si espanse rapidamente grazie all’alto tasso di mobilità interna e internazionale; i circa due milioni di soldati inviati a combattere contro Austria e Germania, poi, contribuirono sensibilmente alla massiccia diffusione in Europa. La dura vita della trincea, la scarsa igiene e il sovraffollamento costituirono il terreno ideale per una rapida e vasta espansione. In tutto il mondo furono oltre cinquecento milioni le persone contagiate e ben cinquanta milioni le vittime, secondo statistiche ufficiali sicuramente errate per difetto. In Italia si raggiunse subito un alto numero di contagi per colpa del Governo e delle Amministrazioni locali, incapaci di intraprendere adeguate contromisure, anche perché impiegarono molti mesi per comprendere la gravità del problema.
In un paese di 36.000.000 di abitanti vi furono 4.500.000 contagiati e 600.000 morti. Le region i più colpit e furono la Lombardia e la Sicilia, ma il tasso di mortalità più alto si registrò nel Lazio, in Sardegna e in Basilicata. Tra le vittime della Campania, purtroppo, figurò il diciottenne Pasqualino, l’unico figlio di Maria Luigia Federico e Gennaro Piazza.
9 Cfr. Lino Lavorgna, Il Piave mormorava, saggio sulla Grande Guerra pubblicato a puntate nel mensile Confini da gennaio a novembre 2018 e disponibile nella piattaforma “Issuu” (www.issuu.com/linolavorgna - Raccolta articoli 2018).
È convinzione comune che non vi sia dolore più innaturale di quello di un genitore chiamato a seppellire un figlio. Vi è però una sofferenza ancora più lacerante: quella di chi avverte, sia pure senza colpa, il peso di aver concorso a determinare la tragedia. Gennaro Piazza volle ritornare dagli USA nonostante il parere contrario della moglie, sicuro di trascorrere il resto della vita tra gli agi assicurati dal talento e dal ricco patrimonio. Non ci è dato sapere, ovviamente, cosa sarebbe accaduto negli USA, dove solo un decennio più tardi, per esempio, ricchi possidenti e facoltosi uomini d’affari finirono sul lastrico (Grande depressione del 1929), ma quel complesso di colpa accompagnò entrambi per tutta la vita: l’uno per aver mutato l’ordine naturale delle cose, l’altra per non essere stata in grado di imporsi, pur avendo percepito che la decisione del marito non fosse tra le migliori. «Il destino mescola le carte e noi giochiamo», recita un famoso aforisma di Schopenhauer, obbligandoci non solo a fare i co nti con le nostre scelte, ma anche con la caducità della vita, sempre difficile da accettare.
Nel 1922, quando anche i Federico rientrarono dagli USA, tra le due famiglie si instaurò un solido legame, che andava ben oltre il vincolo parentale: la comune esperienza negli USA e il reciproco tenore di vita, più o meno simile, costituivano validi elementi di empatia. Gennaro e Maria Luigia trovarono nei parenti quel calore che, per quanto possibile, contribuì a lenire il forte dolore per la grave perdita. Gli scambi delle visite domiciliari s’intensificarono progressivamente e non mancarono reciproci support i anche in ambito lavorativo.
Nel 1924, quando nacque Giuseppina, Gennaro e Luigia manifestarono subito un affetto speciale nei suoi confronti. D i un amore sincero e genuino erano beneficiari anche gli altri nipoti, ma quel fiorellino appena nato, per quegli strani meccanismi della mente di non facile decriptazione in quanto dovuti a una miriade di elementi che si combinano tra loro anche irrazionalmente, ebbe l’effetto di una catartica palingenesi sulla coppia distrutta dal dolore.
Un giorno Gennaro trovò il coraggio di riferire a Luigi ciò che già rimuginava da tempo, con il pieno assenso della moglie: «Siamo entrambi abbastanza ricchi - gli disse - ma tu dovrai dividere il patrimonio tra otto figli, mentre io non ho nessun erede diretto cui lasciare il mio. Questa bimba ha una luce particolare, che la rende speciale agli occhi miei e, ancor più, a quelli di Luigia. Se tu e Antonietta siete d’accordo vorremmo farci carico della sua istruzione. Quanto più potremo vederla girare per casa tanto più saremo felici». Luigi comprese bene il tormento dell’amico e della cugina, ma non gli sfuggì nemmeno che, sia pure con piena purezza d’intenti, la richiesta prefigurava una vera e propria adozione. Tergiversò per non impegnarsi più di tanto, quindi, replicando che senz’altro ne avrebbe parlato con la moglie. All’inizio non se ne fece nulla, ma di tanto in tanto Giuseppina iniziò a trascorrere qualche fine settimana dagli zii. Ancora una volta, però, il destino si accingeva a gettare le carte e non furono quelle belle ad essere scoperte.
IL FIORE SPEZZATO
Mamma mi raccontava spesso le vicende legate agli anni giovanili, soffermandosi sulla straordinaria forza d’animo dei nonni e sulla loro capacità di tenere alto il morale della famiglia. Di nonno Luigi cesellava l’abilità manuale in tutte le attività in cui si cimentava. Brillava, per esempio, nella lavorazione delle carni, lasciando stupefatti i macellai professionisti, che surclassava anche nelle metodiche praticate all’atto dell’abbattimento dei suini, preservandoli da quella orribile tortura che sarebbe stata vietata solo in epoca recente. Ogni anno, nei mesi invernali, aveva il suo da fare per accontentare i tanti amici che gli chiedevano di fungere da gran cerimoniere di quel gioioso rito che vedeva coinvolte tantissime persone, allegramente intente a t rasformare in prelibatezze gastronomiche dei procaci maialini allevati per un anno intero con ghiande, mele e altri alimenti genuini. Non era ancora giunto il tempo dei mangimi, che avrebbero alterato, e non di poco, le proprietà organolettiche della carne.
La laboriosa giornata culminava con succulente grigliate, allietate da canti e balli, non mancando mai chi sapesse suonare la fisarmonica, la chitarra e il mandolino.
Anche Gennaro e Maria Luigia erano soliti affidare alla sua maestria i due carnosi maialini annualmente allevati.
All’alba del 20 gennaio 1928 una insistente pioggerellina accompagnò il sorgere del sole, alternandosi per tutto l’arco della giornata a brevi schiarite e a più consistenti acquazzoni. Era un venerdì e nel paesello si celebrava la festività di San Sebastiano. Il tempo incerto non scalfì il programma giornaliero di casa Piazza, tutto incentrato sull’ultimo saluto agli splendidi esemplari di suini perugini. Luigi partì di buon mattino con famiglia al seguito e si mise subito all’opera, coadiuvato da un nutrito gruppo di amici del padrone di casa. Nel giro di poche ore i due maialini finiro no appesi in un locale appositamente preparato per la lavorazione delle carni, gioiosamente eseguita da uno stuolo di donne raccolte intorno a un grande tavolo. Terminato il lavoro di sua pertinenza, Luigi intraprese la strada del ritorno con quel calesse che già da molto tempo aveva trasformato in una confortevole carrozza, all’occorrenza coperta da un t elone che proteggeva gli occupanti dalla pioggia e dal vento. Sul lato destro, al di sotto della panca, era stato ricavato anche un lungo vano porta oggetti che conteneva un po’ di tutto: utensili vari, l’attrezzatura per la macellazione e, per l’occasione, la discreta scorta di carne omaggiata dai generosi parenti.
Per nulla intimorite dal freddo pungente e dall’aria umida, le ragazze iniziarono a canticchiare vecchi stornelli e le canzoni più in voga, ascoltate alla radio, che allietava le case degli italiani da soli quattro anni. Luigi, intanto, incitava Barone, il superbo destriero, con prolungati “arriii-aaaa Baró ” , operando solo con le redini e senza utilizzare la frusta, da lui ritenuta uno strumento orripilante. Solo pochi chilometri, comunque, separavano le due abitazioni, percorribili in poco più di venti minuti, cinque dei quali erano già trascorsi quando il destino decise di allungare la sua mano ombrosa sull’allegra famigliola.
“Arriii-aaa”, gridava con voce ferma Luigi, già pregustando un rit emprante bagno caldo e una gradevole serata con gli amici. Conosceva a memoria la strada e avrebbe potuto percorrerla a occhi chiusi, nondimeno tenuti bene aperti perché la prudenza non è mai troppa, nonostante in quegli anni il traffico automobilistico non costituisse alcun problema. Un impedimento bisogna vederlo in tempo, però, per scansarlo. Quella grossa pietra, invece, che poteva stare dappertutto ma non sulla strada, comparve all’improvviso, dopo una curva. Senza nemmeno rendersene conto, infatti, vi finì sopra prima con la ruota anteriore e poi con quella posteriore, perdendo il controllo del calesse, che sobbalzò scompostamente, per poi riassestarsi un “attimo dopo”. Quanto dura un attimo? Davvero poco: anche un secondo, in effetti, è più lungo di un attimo. Eppure vi è da restare stupefatti nell’apprendere cosa possa accadere in un attimo, soprattutto constatando quanto tempo occorra per narrarlo, magari senza
nemmeno riuscire a cogliere tutti i dettagli: le ragazze furono sbalzate dalla panca e finirono ammucchiate al centro del calesse, una addosso all’altra; Antonietta, che manteneva una postura più salda, afferrò istintivamente il bordo della panca mentre con l’altro braccio proteggeva Giuseppina, seduta alla sua destra; Cristina fu la prima a cadere e contestualmente dal vano porta oggetti fuoriuscirono i coltelli, che presero a roteare all’impazzata; dall’urto di due coltelli quello più piccolo restò con la lama rivolta verso l’alto proprio mentre Cristina precipitava al suolo, a pancia in giù, con le sorelle addosso. L’impatto fu inevitabile e terribile: il corpo, sospinto da chi le stava sopra, si conficcò sull’affilatissima lama e, in quell’attimo - un tempo infinitesimale eppure eterno nella memoria - la vita di Cristina si spezzò. Un evento improvviso, crudele nella sua casualità, che avrebbe segnato per sempre l’esistenza di chi rimase, incidendo nel profondo una ferita destinata a non rimarginarsi.

Cristina Federico
GLI ANNI DELLA FORMAZIONE
La morte di Cristina rese ancora più unite le famiglie Federico e Piazza e le reciproche visite assunsero una cadenza quasi quotidiana. Si stava insieme per infondersi reciproco conforto e rendere più sopportabile il dolore lancinante. Sia pure con la pena nel cuore bisognava sforzarsi di andare avanti. Cristina era una sorta di seconda mamma per le sorelle e i fratelli e la sua scomparsa rese tutti tristi e cupi, cancellando quella scanzonata spensieratezza che li rendeva speciali agli occhi dei coetanei. S i dice che il tempo sia una buona medicina per lo spirito ed è senz’altro vero. Certi dolori, però, ti accompagnano per tutta la vita e con essi puoi solo imparare a convivere. La fattoria richiedeva impegno quotidiano e nessuno si tirava indietro, trovando nel lavoro e nella vicinanza con altre persone quegli elementi essenziali di sostegno che, quando ti cade il mondo addosso, consentono di non impazzire. Giuseppina passava sempre più tempo a casa degli zii, che la riempivano di mille attenzioni, tratt andola come una vera figlia.

1938
Quando iniziò le scuole elementari, di fatto, si trasferì quasi stabilmente da loro, ritornando a San Marco prevalentemente nei giorni festivi. Parte della casa, tra l’altro, ospitava la scuola elementare e pertanto doveva solo passare da una stanza all’altra per seguire le lezioni. Le scuole nelle case private costituivano una soluzione alla mancanza degli edifici scolastici, soprattutto nelle aree rurali. Venivano scelte le dimore meglio strutturate, in modo da assicurare degli ambienti confortevoli agli alunni e non sottrarre troppo spazio ai proprietari, per i quali costituiva comunque motivo di orgoglio contribuire all’erogazione di un primario servizio sociale. Nel 1933 la scuola si trasferì a meno di quattrocento metri, sulla stessa strada, nel cuore della contrada Cancello Massone, dove sorgeva la casa di Pasquale Lavorgna e Pasqualina Festa. La coppia, emigrata negli USA all’inizio del secolo, dovette rientrare nel 1915 perché Pasquale fu richiamato alle armi dopo la dichiarazione di guerra all’Austria.
Giuseppina,
Con loro vi era la piccola Teresa, di quattro anni, alla quale seguì Lorenzo, nel 1920 10. Giuseppina aveva nove anni e incominciò a recarsi a scuola da sola. Sicuramente ebbe modo di vedere, magari senza tributargli particolare attenzione, il vispo tredicenne figlio dei proprietari, che era solito trastullarsi con uno stuolo di amici giocando a lippa e organizzando allegre scampagnate nelle zone boschive e lungo il corso del Titerno .
All’epoca, soprattutto nelle aree rurali, si contavano sulle dita di una sola mano coloro che proseguivano gli studi dopo la licenza elementare. Per Giuseppina le prospettive future erano ben delineate e il discorso sul prosieguo o meno degli studi non fu proprio preso in considerazione: aveva imparato a leggere e a scrivere addirittura prima di iniziare il ciclo scolastico , dimostrando una notevole propensione all’apprendimento. Terminate le scuole elementari, però, si pose un problema di non facile soluzione, mancando in zona una scuola media pubblica. A Cerreto Sannita vi era un istituto gestito dalle Suore di carità di nostra Signora del buono e perpetuo soccorso che, nel 1930, avevano acquistato il vecchio monastero delle Clarisse, fondato nel 1369 da Francesca Sanframondi, collaterale e ciambellana della Regina Giovanna I di Napoli. La scuola media interna era riservata alle ospiti del convitto, appartenenti a famiglie di un certo rango, non essendo certo la retta alla portata di tutti. La formula convittuale, però, fu subito scartata e soprattutto gli zii di Giusepp ina intervennero con tutto il loro “potere persuasivo” affinché la nipote frequentasse la scuola da esterna, facendosi carico dei costi come se fosse un’allieva interna, ivi compresi quelli del vitto, pur senza fruirne, dal momento che la zia preferiva farle portare il cibo da casa. Per l’istituto, tutto sommato, si trattava di un vero affare, potendo incamerare utili senza dover corrispondere i relativi servizi. Con l’ ingresso di Giuseppina si crearono le premesse per l’estensione della frequenza ad altre alunne esterne. Nel dopoguerra, poi, si decise di consentirla anche ai maschi, con la sola esclusione della formula convittuale. I tre anni di scuola media furono molt o importanti sotto il profilo formativo: gli insegnanti sapevano ben armonizzare dolcezza e severità, inculcando valori e principi che poi avrebbero costituito un prezioso patrimonio per ogni allieva, da sfruttare nell’incedere lungo i sentieri della vita. Il cuore pulsante dell’istituto era incarnato da Suor Cunegonda, che più di chiunque altro riuscì a conquistare i cuori e la stima delle allieve 11 .
10 Lino Lavorgna, Lorenzo Lavorgna: l’uomo che sapeva solo amare, cit., pp. 6-7
11 Mamma, quando raccontava a noi figli le vicende legate agli anni giovanili, metteva spesso in risalto la grande cultura e la profonda umanità della sua insegnante preferita, costante punto di riferimento anche per sfoghi e consigli.


1939 - Corso di religione a Cerreto Sannita. Al centro Sua Eccellenza Mons. Salvatore del Bene. Alle spalle, leggermente sulla sinistra, Giuseppina. Il prete a sinistra è Don Alfredo Romano, di Castelvenere.
Giuseppina, a destra nella foto, in alto, con le compagne di classe in terza media. Al centro Suor Cunegonda

Foto 1, da sx: Giuseppina; i figli della scrittrice Air Rubano: Amalia, Giosuè, Liliana, Albarosa, la figlia del professore Ciletti, Gloria. Foto 2, da sx: Gloria Ciletti, Giuseppina, Amalia, Air Rubano, Albarosa, Liliana. Le foto sono state scattate nel 1939 sui tetti dell’abitazione di casa Ricciardi, in Via La Vipera - Benevento. Air Rubano, al secolo Antonietta Rubano, è stata l’insegnante di entrambi i miei genitori e autrice del diario di guerra “La morte e la vita”. Giosuè, alto dirigente del Senato della Repubblica, è stato il mio padrino di battesimo.
Conseguita la licenza media, si ripresentò il problema della mancanza di scuole nella zona di residenza. Giuseppina voleva frequentare l’Istituto Magistrale e la sede più vicina era ubicata a Benevento. Essendo molto complicata la trasferta quotidiana, Gennaro e Luigia si adoperarono per individuare una famiglia che, dietro adeguato corrispettivo economico, ospitasse la nipote durante l’anno scolastico e garantisse il massimo dell’affidabilità sotto qualsivoglia punto di vista. Scelta migliore non sarebbe stata possibile: a Benevento, in uno splendido palazzo di via Fragola, a pochi passi dal Duomo, viveva la famiglia Ciletti, originaria di San Giorgio La Molara. Nicola, il capo famiglia, rinomato pittore di fama internazionale, docente, fondatore della importante scuola La Bottega d’Arte, figura tra i più illustri personaggi del Sannio e dal 1943 al 1952 ricoprì anche la carica di sindaco del paese natio. Nel 1927 sposò l’artista italo -svizzera Fryda Lauret i, considerata la più grande pittrice italiana del Novecento, che gli diede tre fi gli: Gloria, Imperia, Sigfrido 12 . Giuseppina si trovò proiettata in una elettrizzante dimensione sociale, essendo frequentata casa Ciletti da artisti, letterati e accademici del calibro di Benedetto Croce, Francesco Cangiullo, Filippo Tommaso Marinetti, tanto per citare i più famosi di una lunga lista che, negli anni precedenti, comprendeva anche Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Maksim Gor’kij e tanti altri. La passione per lo studio , affinata anche grazie all’aiuto di tutori intrisi di profonda cultura umanistica e non solo, le permise di allargare notevolmente gli orizzonti cognitivi e di figurare tra gli allievi più brillanti e preparati. Un solido legame di amicizia si sviluppò soprattutto con la primogenita, Gloria, anche lei destinata a una fulgida carriera di pittrice. Le due ragazze, assolti gli obblighi scolastici, erano solite
12 Lucia Gangale, Fryda Ciletti. Storia di una pittrice, Edizioni Youcanprint - Tricase, 2018.
concedersi lunghe passeggiate, per lo più in direzione della villa comunale. Qualche volta si dirigevano verso la stazione ferroviaria, attraversando quindi quel ponte che, nel 1266, vide infrangersi il sogno ghibellino con la sconfitta di Manfredi, dovuta più al tradimento dei soldati italiani (se la svignarono a gambe levate nel momento cruciale della battaglia) che alla bravura degli Angioini. Il primo anno fuori casa fu caratterizzato da momenti lieti e appaganti, esaltati dai brillanti risultat i scolastici. La qualità della vita cittadina era di gran lunga superiore a quella riscontrabile nei paesi della provincia e gli effetti di tale condizione determinavano un sicuro benessere interiore, maggiormente percepito da chi aveva la possibilità di effettuare una chiara comparazione. Alla fine dell’anno scolastico, però, i venti di guerra so ffiarono impetuosi sulla nazione, sconvolgendola.
FRATELLI E COGNATI IN GUERRA
Il 10 giugno 1940, al cospetto di una folla acclamante, per buona parte ignara delle nubi che si addensavano all’orizzonte, Mussolini annunciò l’entrata in guerra dell’Italia, presumendo che nel giro di pochi mesi l’Europa avrebbe avuto un nuovo assetto. Non era il solo a crederlo, del resto, considerata la facilità con la quale le armate tedesche avevano occupato metà Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda e buona parte della Francia. «Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi vincitore al tavolo della pace», esclamò il duce, con cinico disprezzo della vita umana, e guerra fu, al fianco di un folle. Come poi andarono le cose, è noto: 472.354, tra militari e civili, gli italiani che persero la vita e molti milioni coloro che per anni hanno patito le disastrose conseguenze della follia umana in un paese ridotto in macerie.
La famiglia Federico, seppure residente in una zona che, fino al 1943, fu coinvolta negli orrori bellici solo di riflesso, visse comunque anni di forte apprensione: i tre fratelli di Giuseppina e due cognati furono chiamati a servire la patria in armi, su vari fronti, senza riuscire a fornire notizie sulla loro sorte per molto tempo .
Il fratello maggiore, Pasquale, si trovava in Libia per assolvere gli obblighi di leva quando scoppiò la guerra e cadde prigioniero degli inglesi il 6 febbraio 1941 nella disastrosa battaglia di Agedabia, meglio nota come battaglia di Beda Fomm, conclusasi con la disfatta della 10a Armata. Furono venticinquemila gli italiani catturati, tra i quali due generali, oltre a un ingente numero di armamenti. Pasquale fu trasferito in Sud Africa, nel campo di prigionia di Zonderwater 13, che ospitò ben centomila prigionieri. Il campo, ubicato una cinquantina di chilometri a est di Pretoria, all’inizio era una landa desolata: Zonderwater in lingua boera vuol dire “privo di acqua”. I soldati dormivano all’addiaccio, nelle tende, e subivano un trattamento molto rude da parte delle guardie, patendo anche la fame per l’insufficiente approvvigionamento alimentare. Dal dicembre 1942, fortunatamente, la direzione del campo fu affidata al colonnello sudafricano Hendrik Frederik Prinsloo, al quale non sfuggiva la durezza della segregazione, avendola subita a soli dodici anni, durante l’ultima guerra angloboera, esercitata con una dura repressione e la deportazione dei civili nei campi di concentramento, secondo le consolidate abitudini inglesi per far meglio percepire la supremazia nei territori occupati. Pervaso da profondo spirito umanitario, fece costruire dai prigionieri una vera e propria città, suddividendo la vasta area in quattordici blocchi, ciascuno dei quali conteneva ventiquattro baracche con tetto e lamiera. L’agglomerato fu munito di strade, mense, teatri, scuole, palestre, chiese e ospedali, con complessivi t remila posti letto. I soldati italiani, pertanto, poterono beneficiare di servizi che resero la prigionia più sopportabile. Agi ancora più significativi furono assicurati ai tanti che, decidendo di collaborare con gli inglesi, acquisirono il diritto di uscire dai campi e lavorare all’esterno.
13 Lorenzo Carlesso, Centomila prigionieri italiani in Sud Africa - Il campo di Zonderwater, Longo Editore, Ravenna, 2009
Pasquale, che alla pari dei fratelli era nato negli USA e ovviamente non aveva accettato volentieri di combattere al fianco dei tedeschi, trovò lavoro presso una famiglia di possidenti ebrei, proprietari di vasti appezzamenti di terreno destinati all’agricoltura, dai quali fu trattato con grande umanità e rispetto . Il rapporto di lavoro sfociò in sincera amicizia con tutti i membri della famiglia, a cominciare dalle due giovani figlie dei datori di lavoro, Nellie e Shir ley. Nel marzo1946 fece ritorno a casa e il 2 settembre portò all’altare la 28enne Livia Marenna, che lo aveva atteso per ben sei anni, si può immaginare con che stato d’animo. Nel 1947 la coppia fu allietata dalla nascita di una bella bimba che, manco a d irlo, ereditò il nome della nonna paterna, Antonietta. Papà Pasquale, però, iniziò a chiamarla Nellie, proprio come la maggiore delle due ragazze conosciute in Sudafrica, in segno di affetto e gratitudine nei confronti di brave persone che gli avevano alleviato, non di poco, il peso della prigionia
Vincenzo, che nel marzo 1940 era riuscito a farsi esonerare dal servizio di leva in quanto sostegno di famiglia, fu chiamato alle armi nel gennaio 1941 e assegnato al 32° Reggimento di fanteria “Siena”, dislocato sul fronte greco -albanese. Dopo il periodo di addestramento a Caserta, sbarcò a Corinto nel settembre 1941 e trasferito a Creta, parzialmente conquistata dalle truppe dell’Asse nel giugno precedente. Il reggimento ebbe l’ordine di occupare anche la zona orientale, dove si erano rifugiati i soldati del Regno Unito rimasti sull’isola dopo la ritirata del maggion1941 e i soldati greci sfuggiti alla cattura, dando vita alla resistenza che, di fatto, perdurò fino al giorno dell’armistizio, nonostante le feroci rappresaglie perpetrate dai soldati tedeschi. Soprattutto nelle aree montuose tra Sitia, Ierapetra e l’alto piano di Lassithi, piccoli nuclei della resistenza greca, sostenuti da ufficiali e agenti britannici, continuarono a organizzare sabotaggi, azioni di disturbo e attacchi improvvisi contro i presìdi dell’Asse. I reparti italiani furono impiegati in compiti di pattugliamento, rastrellamento e controllo delle vie di comunicazione, in un territorio aspro e difficile, dove il confine tra popolazione civile e combattenti irregolari era spesso indistinto. Fu in questo clima di costante tensione, segnato da imboscate e scontri a fuoco nelle gole e nei villaggi dell’entroterra, che Vincenzo diede prova di sangue freddo e determinazione, distinguendosi per il coraggio dimostrato in servizio e meritando il conferimento del “distintivo d’onore”.
Dopo l’otto settembre, essendosi rifiutato di passare tra le fila dei soldati tedeschi, fu inviato in un campo d i prigionia, a Magonza, dove subì le note vessazioni riservate ai prigionieri italiani considerati traditori. Liberato nel giugno 1945, arrivò a casa il 20 luglio dopo un viaggio avventuroso, in massima parte effettuato a piedi. Ivi lo attendevano la moglie Immacolata Camputaro e il primogenito Luigi, nato nel settembre1941.
Donato ebbe maggiore fortuna: in un primo momento fu esonerato dal servizio militare, avendo già due fratelli impegnati sui fronti di guerra. Chiamato alle armi nel gennaio 1942, restò inoperoso in patria e solo nel mese di novembre prese parte all’invasione della Corsica, guadagnandosi addirittura la Croce al merito di guerra per “il coraggio e l’ardimento dimostrati in battaglia”. Per dovere di cronaca va detto, tuttavia, che gli irredentisti filo italiani agevolarono l’invasione come meglio non avrebbero potuto, bloccando sul nascere ogni seria resistenza. All’atto dell’armistizio si trovava in Sardegna, preservata dall’occupazione e dagli orrori della guerra grazie all’intraprendenza del generale Antonio Basso, cui fu conferito anche il ruolo civile di governatore dell’intera regione. Ben consapevole delle conseguenze di uno scontro armato, disattese l’ordine di attaccare i tedeschi e favorì la loro evacuazione, nonostante le due Armate sotto il suo comando fossero superiori per numero di effettivi al distaccamento tedesco: 132 mila contro 32 mila. I soldati italiani, però, erano male armati e demotivati, eccezion fatta per i paracadutisti della Divisione “Nembo”, che mai avrebbero mosso un dito contro i tedeschi, essendo tutti convinti fascisti e quindi ostili all’armistizio. La saggia decisione, pertanto, scongiurò una sanguinosa guerra civile e la sicura occupazione dell’isola da parte dei tedeschi, che avrebbero avuto facile gioco grazie al sostegno di un leggendario reparto speciale. Nondimeno, nonostante i tragici fatti altrove verificatisi dopo l’armistizio, nell’ottobre 1944, quegli stessi
militari e politici ignominiosamente scappati a Brindisi, non ebbero scrupoli nell’arrestarlo «per non aver eseguito ordini di operazioni, senza giustificato motivo». Risparmiare decine di migliaia di vite umane, quindi, per loro non era “un giustificato motivo”. Dopo quasi due anni di detenzione venne processato dal Tribunale militare territoriale di Roma e assolto dall’infamante accusa. Donato continuò il servizio militare nel rinnovato Esercito Italiano fino al luglio 1944, senza correre alcun rischio, non essendo più l’isola territorio di guerra.

Giovanni Giannotta, nato a Faicchio nel 1910, entrò nel clan Federico a ventiquattro anni, sposando Elisa, secondogenita di Luigi e Maria Antonietta. Dal 1931 al 1932 aveva già svolto il regolare servizio di leva e si può ben immaginare, pertanto, lo sconcerto generato dal richiamo in servizio, nell’agosto 1939, per istruirsi sui nuovi armamenti. La situazione familiare non era tra le più felici: nel 1935 morì il primogenito, Raffaele, per complicazioni insorte al momento del parto, che in quel periodo avveniva in casa e quindi senza un adeguato supporto medico. Nel 1937 nacque un secondo maschietto, che prese il nome del fratellino deceduto. La moglie, con un bimbo piccolo da accudire, non poteva certo sostituirlo adeguatamente nel lavoro agricolo e nella cura degli armenti Come se non bastassero i disagi generati dal richiamo in servizio, per l’addestramento fu addirittura assegnato al contingente dislocato in Libia, dove restò fino al febbraio 1940. Il ritorno a casa fu allietato dalla nascita, nel 1941, di un altro maschietto, Arnaldo, che portò un raggio di sole in famiglia, creando l’illusione di aver lasciato il peggio alle spalle. Così non fu, purtroppo, perché il peggio doveva ancora arrivare: le esigenze belliche resero necessario il richiamo dei riservisti e nel gennaio 1942 Giovanni dovette di nuovo indossare la divisa e lasciare la moglie, questa volta con due pargoli. Dopo un periodo di ulteriore addestramento a Macerata, presso il 49° Reggimento fanteria “Parma”, aggregata all’omonima Divisione, nel mese di giugno fu trasferito in Albania, dove restò ininterrottamente fino al giorno dell’armistizio, eccezion fatta per una breve licenza di fine anno . Nel marzo 1943, per cause non meglio definite ma sicuramente dovute al periodo particolare, anche il piccolo Arnaldo morì. Ad agosto, però, nacque un nuovo maschietto , frutto della licenza natalizia, e fu d'uopo dargli il nome del fratellino defunto, proprio com’era già accaduto con Raffaele. Giovanni era distrutto dal dolore e in forte pena per non essere vicino alla moglie in un momento molto delicato, che vedeva alternarsi morte e vita in un crogiuolo di avvenimenti già per loro natura terribili e di difficile gestione. Desiderava solo ritornare a casa e, a mano a mano che passavano i mesi, si andava convincendo che quel momento non era lontano: “radio fante”, sia pure confusamente e senza alcuna possibilità di valutare compiutamente gli eventi che realmente stavano condizionando l’esito della guerra, parlava con crescente intensità di una pace imminente quale ineluttabile conseguenza della fine del fa-
Elisa e Giovanni - 50° anniversario del matrimonio - Faicchio, 1984
scismo. Altra pia illusione: l’otto settembre lo colse in quel di Valona a fronteggiare con pochi commilitoni la feroce e immediata repressione delle meglio armate truppe tedesche, che ebbero facile gioco nel catturare i soldati italiani, vergognosamente abbandonati a un triste destino dal momento che la Divisione “Parma” fu considerat a sciolta subito dopo la firma dell’armistizio. Giovanni fu internato prima in Austria, dove lavorò in una miniera di carbone, e poi in Germania. Il trattamento riservato ai soldati italiani che si rifiutarono di prestare giuramento alla neonata Repubblica Sociale fu molto duro e il loro status derubricato da “prigionieri” a “internati”, essendo considerati, come già detto, dei traditori.
Lasciato il campo di prigionia ai primi di maggio del 1945, dopo l’arrivo degli Alleati, giunse a casa alla metà del mese in condizioni così pietose che lo resero irriconoscibile. Era vivo, comunque, unica cosa che conta in qualsiasi circostanza.
Luigi Pacelli, nato a Faicchio nel 1908 da genitori residenti a San Salvatore Telesino, nel 1935 sposò Maria, terzogenita di Lu igi e Maria Antonietta. Anch’egli, come Giovanni, assolse gli obblighi di leva tra il 1931 e 1932, per poi essere richiamato in servizio nel gennaio 1941 e assegnato al 39° Reggimento di fanteria “Bologna”, dislocato a Caserta. Nel febbraio 1942 fu trasfer ito in Puglia, presso il 541° Battaglione Costiero. Rimasto ferito nell’agosto del 1943, molto probabilmente a causa di un bombardamento aereo o di un incidente (nel foglio matricolare non è stato trascritto come e dove fu ferito, ma essendo gli Alleati sbarcati a Taranto il 9 settembre, tra l’altro senza dover sparare un solo colpo perché i tedeschi erano già andati via e gli italiani li accolsero festosamente, una spiegazione plausibile può essere proprio quella del bombardamento o dell’incidente nell’espletamento di qualche servizio), fu inviato all’ospedale militare di Caserta, dove restò ricoverato fino al 23 agosto. Per lui la guerra finì quel giorno perché l’armistizio lo colse durante il periodo di convalescenza.

USA -1991. Giuseppina con i fratelli e le sorelle. Da sx: Maria, Patzy con la moglie Livia, Gimmy, Danny, Giuseppina, Giannina. (Manca Elisa, che viveva in Florida. La foto è stata scattata nel New Jersey).
LA
L’irrazionale entusiasmo per la cosa più stupida partorita dal genere umano iniziò a svanire a mano a mano che se ne rendevano più evidenti gli effetti disastrosi. I bombardamenti provocarono migliaia di vittime e tra le città più colpite vi fu Napoli. Il Sannio non subì le incursioni delle fortezze volanti nei primi due anni di guerra e ciò permise di mantenere ritmi di vita più regolari. Giuseppina, come abbiamo visto, dimorava a Benevento, dove frequentava con profitto l’Istituto Magistrale, sia per i meriti di studentessa modello sia per il particolare clima culturale di cui beneficiava in casa Ciletti. Si era ancora in una fase in cui le notizie dai fronti bellici giungevano attutite e distorte dalla propaganda di regime, protesa a diffondere il convincimento che la guerra si sarebbe conclusa presto e vittoriosamente. Non sapeva e non poteva sapere, per esempio, che nelle assolate dune libiche un fratello era già stato catturato dagli inglesi e quel vispo ragazzino spesso visto otto anni prima, quando frequentava la scuola elementare e di cui a stento ricordava il nome, dopo essere scampato miracolosamente a un attentato perpetrato dagli arabi ostili agli italiani, si accingeva a rientrare in Italia per curarsi le ferite e continuare la guerra in un battaglione costiero dislocato a Salerno 14
Un giorno del 1941, durante una passeggiata a ridosso del ponte sul Calore, iniziò a canticchiare il ritornello della canzone Voglio vivere così, che spopolava in radio da qualche mese grazie alla reboante voce del tenore Ferruccio Tagliavini. Il caso volle che, mentre intonava il ritornello, incrociasse il maestro Pino Rosiello, musicista e direttore d’orchestra che avrebbe conquistato maggiore fama negli anni Cinquanta grazie alla collaborazione con Beniamino Gigli. Incantato dal suono della voce, che definì «somigliante a quella di un usignolo», il maestro si presentò e disse che sarebbe stato felice di accoglierla nella corale da lui fondata e diretta. Da perfetto gentiluomo, poi, chiese di conferire con i genitori per chiedere la loro autorizzazione. Giuseppina, con gli occhi che luccicavano per la sorpresa e per la gioia, promise che avrebbe senz’altro riferito la proposta ai genitori non appena si fosse concessa una scappatella a San Lorenzello, aggiungendo che a Benevento era ospite della famiglia Ciletti, manco a dirlo ben conosciuta da Rosiello. Il professore Ciletti, appresa la notizia, non perse tempo nel creare i presupposti affinché Giuseppina potesse iscriversi alla corale, spiegando ai familiari che il fortuito incontro sarebbe stato senz’altro foriero di un arricchimento culturale e formativo di notevole portata. E di fatto così fu, con risultati che andarono ben oltre le aspettative. Giuseppina si distinse subito per l’impegno profuso durante le lezioni, agevolata da un talento naturale che le consentiva di eseguire facilmente ciò che ad altri appariva estremamente complesso.
Nel 1942, per la Festa di primavera al Foro Mussolini, strutturata come manifestazione ginnicocorale della Gioventù italiana del littorio, furono selezionati in tutta Italia oltre diecimila giovani, tra maschi e femmine: Giuseppina fu l’unica ragazza della provincia di Benevento a essere scelta, avendo quindi l’opportunità di esibirsi con un importante ruolo rappresentativo del territorio in un contesto sceno grafico e coreografico di altissima efficacia, secondo le ben studiate dinamiche messe in campo dal regime per colpire l’immaginario collettivo della popolazione 15 .
14 Lino Lavorgna, Lorenzo Lavorgna – L’uomo che sapeva solo amare, cit., pp. 10-25.
15 Video in rete: www.patrimonio.archivioluce.com - Festa di primavera al Foro Mussolini/La manifestazione ginnicocorale della GIL. In provincia di Benevento, alla pari di quanto avvenne un po’ dappertutto, soprattutto nel Sud, l’adesione al Fascismo risentì fortemente di quell’atavica propensione al trasformismo che consentì a tanti soggetti con ruoli importanti nella società e in politica di mantenere i propri privilegi e le posizioni di potere cambiando semplicemente vestito, né più n é meno di come accadde nel 1861, con la fine del Regno borbonico e di come sarebbe accaduto già a partire dal 1943, dopo il famoso voto del Gran Consiglio del Fascismo che sancì la caduta di Mussolini. Tutto ciò al netto delle adesioni convinte, che di certo non mancarono, e delle opposizioni non meno convinte, che però riguardavano precipuamente gli strati più poveri della popolazione, per lo più sensibili alla propaganda e alle sollecitazioni dell’ideologia comunista, percepita nella sua formula più semplicistica e suggestiva. La netta dicotomia tra le classi sociali
I mesi si succedevano l’uno dietro l’altro in un clima che, visto col senno del poi, alla luce delle testimonianze acquisite, si può senz’altro definire surreale. Dal fronte, nella prima fase della guerra, giungevano lettere entusiastiche di soldati sicuri dell’imminente vittoria, ricche di notizie sull’esperienza che stavano vivendo e sui luoghi visitati, manco fossero in gita di piacere. Già nel 1941, però, le cose cambiarono sensibilmente in virtù dei rovesci in Africa Orientale, dell’offensiva britannica in Libia, dei bombardamenti sempre più intensi su numerose città italiane e della guerriglia nei Balcani. I soldati incominciarono a prendere consapevolezza della vera essenza della guerra, la cui fine non appariva più tanto vicina. Ben presto, anche se gradualmente, si fecero sentire le restrizioni connesse alla limitazione dei consumi e all’istituzione degli ammassi delle derrate alimentari 16, a prezzo imposto, che penalizzarono precipuamente le classi meno abbienti. Le famiglie agiate, infatti, grazie al proliferare del mercato nero, riuscivano a sopperire agevolmente alle restrizioni.
Il peso della guerra, comunque, nel capoluogo sannita e nel resto della Campania non era per nulla comparabile a quello che si registrava nelle altre regioni, soprattutto del Nord, con l’unica eccezione, come già detto, dell'area napoletana, i cui centri industriali e portuali costituirono obiettivi primari da colpire con i frequenti bombardamenti, ovviamente non privi di disastrosi effetti co llaterali, che indussero molti civili a spostarsi nelle zone interne. Anche i docenti e gli allievi della “Nunziatella”, la prestigiosa scuola militare che ha fornito all’Esercito Italiano fior di ufficiali e alla società civile brillanti professionisti, si trasferirono proprio a Benevento nel marzo 1943, con grande gioia delle fanciulle locali, affascinate dagli splendidi giovanotti in divisa.
Nel capoluogo sannita la guerra “scoppiò” all’improvviso nell’estate del 1943, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, cogliendo tutti di sorpresa. I beneventani si erano abituati al passaggio delle fortezze volanti dirette altrove e non si allarmavano al suono delle sirene, che avrebbe dovuto indurli a scappare nei rifugi. Tutti ritenevano, infatti, che nel giro di pochi minuti sarebbe ritornata la calma.
Il 20 agosto, però, alle 13:40, una squadriglia di trentasei bombardieri partiti dalla Tunisia e una seconda squadriglia di quarantaquattro cacciabombardieri partiti dalla Sicilia, rovesciarono sulla stazione ferroviaria duecentosedici bombe, ciascuna delle quali pesava ben 2,26 quintali. Gli effetti del bombardamento furono devastanti. La stazione era gremita di passeggeri e su molti treni fermi, stremati e in condizioni pietose, i soldati in ritirata dalla Sicilia attendevano ansiosi di conoscere la loro sorte, confidando soprattutto di ottenere almeno qualche giorno di licenza per rivedere i propri cari. La normativa prevedeva l’immediato spostamento dei treni in caso di allarme aereo, scattato con largo anticipo, alle 12:50, senza, però, che nessuno lo prendesse in seria considerazione.
del ceto medio-alto, che sostenevano il regime per mera convenienza o sincera adesione, e gli oppositori con scarso o nullo ruolo sociale, consentì, nel dopoguerra, di dare impulso al tentativo di pacificazione nazionale avviato da Togliatti con la famosa amnistia del 1946. Emblematico il caso del più noto fascista della provincia di Benevento, Clino Ricci, visionario idealista che agognava una pulizia morale del paese e la sua rinascita grazie alla piena affermazione del Fascismo, salvo poi restare profondamente deluso nel vedere il vecchio pattume riciclarsi con maestria e perpetuare quelle metodiche comportamentali che lui intendeva stroncare definitivamente. Clino Ricci, che nel 1922 partecipò alla “Marcia su Roma” capeggiando la delegazione dei fascisti sanniti, morì nel 1924 a soli ventisei anni. Negli anni Trenta gli fu dedicata una strada nei pressi della stazione ferroviaria e quelle stesse persone che lui vedeva come il fumo negli occhi, nel dopoguerra, hanno ritenuto di non rimuovere il nome della strada, ancora oggi a lui intestata. Proprio a San Lorenzello, invece, caso più unico che raro, sulla parete esterna di una casa, nella piazza centrale, persiste, ben leggibile, una delle famose frasi di Mussolini, sopravvissuta, evidentemente, non solo all’usura del tempo.
16 La situazione divenne drammatica dopo lo sbarco alleato in Sicilia, come testimonia una lettera di una donna del capoluogo sannita che scrive al marito, operaio in Albania: «Sono otto giorni che non sono provato un pezzo di pane perché non si può macenare perché dicono che noi contadini dobbiamo consegnare tutto il grano ala masso 150 grammi di pane al giorno veti se si può lavorare più in queste condizioni ora tutti i massari abandonanno la cambagna e non si lavora più (…) ora si sta a fare la guerra». (Mario De Prospo, Resa nella guerra totale. Il Regio esercito nel Mezzogiorno continentale di fronte all’armistizio, Mondadori Education, 2016).
Giuseppina era al suo posto di lavoro nel Palazzo dell’Economia, oggi sede della Camera di commercio. Dopo essersi brillantemente diplomata, infatti, fu subito assunta presso il Ministero delle Corporazioni e assegnata alla sede di Benevento, dove si occupava dei consorzi agrari.
La poetessa e scrittrice Air Rubano, nel diario di guerra 17 pubblicato dalla figlia Liliana Ricciardi, riporta molte testimonianze di Giuseppina, a cominciare proprio dai tragici giorni del primo bombardamento. Alla data del 26 agosto, scrive testualmente: «Giuseppina è venuta via il 21 sera da Benevento. Anche lei dal Palazzo dell’Economia assistette al bombardamento della stazione, poi corse a sapere notizie di persone a lei care e aiutò anche a prestare i primi soccorsi. Ma, come Geremia del Toppo, mi narrava tutto con pacatezza e diceva di aver visto ogni cosa come in sogno e di non aver avuto paura. Stamane è tornata a Benevento per riprendere le sue robe e venirsene definitivamente qui (nella casa degli zii, a San Lorenzello; N.d.A.) perché ha rinunciato al posto. Ha fatto ritorno con un viso così esterrefatto che faceva impressione. Solo ora si è resa conto del pericolo corso. Narra cose raccapriccianti: nella stazione ci sono vagoni di treni che dopo sette giorni ancora bruciano. Alcuni di questi vagoni erano pieni di soldati che, stremati, tornavano dalla Sicilia dopo la disfatta e lo sbandamento che coinvolse tutte le forze armate, superando mille altri pericoli. Pensavano di essere salvi, oramai, ma i treni furono mitragliati e poi si svilupparono gli incendi Il panico e la confusione furono tali che tutti si spinsero per la sola uscita che c’era in ogni vagone e rimasero nei roghi, di modo che quelli che non morivano per la mitraglia, per le schegge e per l’incendio , morirono lo stesso soffocati. Quando si riuscì, nei giorni seguenti, a far uso delle pompe, l’acqua spruzzata nei vagoni veniva fuori arrossata di sangue umano. Ed ora quei cadaveri, carbonizzati in parte, hanno fatto un masso che rende problematica la rimozione. Ammonticchiati per terra - mi racconta Giuseppina - si vedono tanti elmetti con dentro le sole ossa del cranio bruciacchiate: macabro spettacolo. In ogni elmetto la fantasia si figura una testa su un corpo che ha avuto la più straziante agonia. Proseguono gli scavi e da sotto le macerie dei palazzi caduti si estraggono ancora cadaveri: a prestare quest’opera sono stati scelti i richiamati del 1909 che si trovano ancora a Benevento. Alcuni riferiscono che l’opera è quanto mai difficile e il fetore insopportabile. Sono già sette giorni, ormai, e siamo in agosto! Si raccontano particolari atroci dei cadaveri rinvenuti; li trovano in posizioni tali che è molto difficile caricarli sugli automezzi e trasportarli al cimitero. Spesso , per risparmiare tempo e spazio , sono costretti a spezzare quelle ossa già irrigidite dalla morte e in putrefazione. Al cimitero vanno seppelliti in fosse comuni, indistintamente. Il numero delle vittime? Mah! Sicuramente non sono affatto 71 morti e 221 feriti, come voleva far credere il bollettino del 21. Si parla di centinaia e centinaia, forse di migliaia».
Il giorno dopo Giuseppina è ancora a Benevento, nella casa dei Ciletti, e assiste alla seconda incursione aerea su Benevento. Gli aerei attaccarono poco prima delle tredici e sganciarono trecento bombe sulla stazione, completando l’opera distruttrice avviata il giorno precedente. Così è riportata la testimonianza nel diario di guerra di Air Rubano: «Ancora un’altra incursione su Benevento! Alla stazione s’era riattivato a malapena un binario - dice Giuseppina - ma vi sono cadute tante altre bombe che ora difficilmente si potrà riattivare la linea. Anche oggi ci sono stati morti ma non tanti come l’altra volta, poiché ora, all’avviso che dà la sirena, tutti scappano nei rifugi». (Vi furono quattro morti e undici feriti anche perché buona parte della popolazione si era rifugiata nelle campagne e i caccia italotedeschi riuscirono a intercettare i bombardieri della seconda e terza ondata, abbattendone molti e costringendo gli altri alla fuga, azione che indusse il Dipartimento della guerra a insignire i piloti di una menzione speciale, N.d.A. )
17 Air Rubano, La morte e la vita - tragiche ore di guerra vissute da una donna. Nuova Impronta Edizioni, Roma 2002. (La scrittrice è la mamma del mio padrino di battesimo, Giosuè Ricciardi).
A parlare è una ragazza di diciannove anni, proiettata in un futuro roseo, al servizio di una importante struttura ministeriale nella quale già occupava un ruolo di tutto rispetto, conferitole sin dai primi giorni dell’assunzione, avvenuta meno di due mesi prima! Nel giro di una settimana sogni e speranze furono sconvolti dai terribili bombardamenti protesi a seminare il panico tra i civili per indurre il Governo a smetterla con un comportamento ambiguo, tipicamente italiano, che lo vedeva da un lato trattare segretamente con gli Alleati e dall’altro continuare la guerra al fianco dei tedeschi.

Agosto 1943 - Giuseppina in ufficio, a Benevento.
La crudezza del racconto evidenzia la scoperta repentina di una realtà sconvolgente, celata da tre anni di rappresentazioni distoniche degli eventi bellici da parte del regime, con bollettini di guerra edulcorati e per nulla attinenti a ciò che realmente accadeva sui vari fronti. Una propensione alla mistificazione che non venne meno nemmeno con gli Alleati già sbarcati sul suolo patrio da quaranta giorni e in veloce ascesa della p enisola, lasciando sbigottiti gli increduli testimoni di fatti drammatici. In quanto alle vittime, nonostante ancora oggi i dati oscillino e non di poco , è lecito ritenere che la visione sconvolgente di quei corpi martoriati abbia suscitato un profondo turbamento in una ragazza senz’altro con i piedi per terra, ma molto sensibile e orientata verso orizzonti di vita ancorati a ben altre aspettative. Il bollettino ufficiale dell’epoca parla di sessanta vittime; Giuseppina riferisce di aver sentito dati diversi, 71 morti e 221 feriti, e di non credere a questa versione, ritenendo che il numero delle vittime fosse maggiore. Solo sui vagoni fermi in stazione, in effetti, vi erano centinaia di soldati provenienti dalla Sicilia. Complessivamente, comunque, dal 20 agosto al 1° ottobre 1943, furono oltre duemila le vittime civili a Benevento, come traspare dalla lapide collocata nel cortile di Palazzo Paolo V in occasione del conferimento della medaglia d’oro al valor civile da parte del presidente Saragat, il 15 giugno 1967.
Rientrata a San Lorenzello, genitori e zii furono irremovibili nell’indurla a dimettersi dal pur prestigioso incarico, spaventati dalla recrudescenza dei bombardamenti, che avevano ridotto Benevento
in macerie. Cinque membri della famiglia erano in guerra e solo di uno, Donato, si avevano notizie più o meno recenti. Il dolore per la perdita di Pasqualino e Cristina non si era certo assopito e il solo pensiero che potesse capitare ancora qualcosa di brutto, li sconvolgeva. Se l’impiego avesse rappresentato una fonte di reddito importante e insostituibile sicuramente si sarebbe fatta di necessità virtù, ma le agiate condizioni economiche e la relativa facilità, considerata la mancanza di docenti, con la quale fu possibile intraprendere la carriera di insegnante elementare, costituirono un valido supporto a una decisione che, di fatto, cambiò sensibilmente il corso della vita di Giuseppina.
SBOCCIA L’AMORE

1946 - Giuseppina e Lorenzo a Napoli. A sinistra Zia Luigia Federico
Il 26 gennaio 1944 Giuseppina esordisce come insegnante nella scuola elementare di Faicchio, per poi essere assegnata, durante la necessaria gavetta come supplente, in quasi tutte le scuole della Valle del Titerno. Ritorna anche in quella scuola di Cancello Massone frequentata come alunna agli inizi degli anni Trenta, ubicata nella bella casa di Pasquale Lavorgna e Pasqualina Festa, che nell’ottobre del 1943, nel pieno dell’avanzata delle truppe Alleate sbarcate in Sicilia, funse da alloggio per il Generale Troy Houston Middleton, comandante della 45^ Infantry Divison USA Ivi rivede il figlio dei proprietari, che ha venticinque anni ed è completamente diverso dal ragazzino un po’ discolo e sempre pronto ad allegre scorribande con uno stuolo di amici.
Bello come il sole, sguardo magnetico e sorriso accattivante, Lorenzo riscuoteva grande successo tra le ragazze, abbagliate da un fascino naturale, reso ancora più intrigante dalla voce stupenda con la quale raccontava gli aneddoti legati alle tragiche vicende belliche di cui fu protagonista in Libia prima e a Salerno dal 1941 al settembre 1943 18 Anche Giuseppina non scherzava in quanto a bellezza che, esaltata dalla profonda cultura, da uno stile comportamentale impeccabile, dai modi
18 L. Lavorgna, Lorenzo Lavorgna – L’uomo che sapeva solo amare, ibidem.
garbati e dalla raffinata eleganza, le conferiva un carisma che la elevava, e non di poco, sulle altre ragazze.
Seppure sostanzialmente diversi per formazione e carattere, i due giovani incarnavano l’essenza della solarità e fu inevitabile che tra loro scattasse quell'attrazione solitamente fonte di irrefrenabile amore, per la gioia delle rispettive famiglie, ciascuna delle quali, senza darlo troppo a intendere, sperava proprio che ciò accadesse.
La guerra, finalmente, era finita anche nel Nord Italia e tutti si rimboccarono le maniche per avviare una difficile ricostruzione, materiale e morale, perché il paese era in macerie anche nello spirito e non solo economicamente. Le conseguenze della pesante inflazione e il repentino aumento dei prezzi penalizzarono soprattutto i percettori di reddito fisso e le classi più povere. Come sempre accade nei periodi di grandi sconvolgimenti epocali, infatti, i soggetti più cinici, spietati e spregiudicati, trassero grande vantaggio dal caos imperante, corrompendo o lasciandosi corrompere. Iniziò in tal modo a saldarsi fortemente quel legame tra organizzazioni criminali e potere politico, tristemente noto per la devastante azione che ha penalizzato, non di poco, lo sviluppo economico e sociale soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia.
Nel marzo 1946 si tennero le prime elezioni amministrative e, il 2 giugno dello stesso anno, le prime elezioni politiche, contestualmente al referendum istituzionale per la scelta tra Monarchia e Repubblica 19. Per la prima volta fu concesso alle donne il diritto di partecipare alla vita politica, esercitando sia l’elettorato attivo sia quello passivo. Il cammino da percorrere per una reale emancipazione femminile sarebbe stato lungo e tortuoso, ma la legge iniziò immediatamente i dare i suoi frutti: alle amministrative si registrò un discreto numero di elette e ventuno donne riuscirono anche ad entrare nel Parlamento, avendo così modo di contribuire alla stesura della Costituzione. In virtù della nuova legge poterono essere scelte anche per le incombenze ai seggi elettorali e Giuseppina fu la prima e unica donna a svolgere il ruolo di scrutatrice nella circoscrizione di pertinenza.
Il fidanzamento sfociò nell’inevitabile matrimonio, celebrato il 26 agosto 1950 presso il santuario di Pompei. Molti invitati ebbero modo di visitare per la prima volta uno dei luoghi più conosciuti al mondo, percorrendo un tratto di strada costiera che consente di ammirare scorci panoramici di incommensurabile bellezza. I genitori di Giuseppina e Lorenzo noleggiarono un autobus, cosa più unica che rara in quei tempi, in modo da consentire a coloro che lo desideravano - la maggioranza degli invitati - di raggiungere Pompei senza problemi: nel 1950, ovviamente, non tutti possedevano un’automobile. Quella d i Lorenzo era una stupenda Lancia Ardea, comprata pochi mesi prima e pagata 1.330mila lire (poco meno di settecento euro, che allora avevano un potere di acquisto pari a trentamila mila euro). Per rendersi conto dell’inflazione che sconvolse l’Italia nel dopoguerra basti pensare che, nel 1940, la stessa vettura costava solo ventisettemila lire, ossia poco meno di quattordici euro, con potere di acquisto pari a circa ventiquattromila euro attuali! Negli anni precedenti Lorenzo girava in Vespa, con la quale accompagnava la fidanzata quando veniva inviata ad insegnare in siti scolastici non facilmente raggiungibili a piedi o in bicicletta.
Terminata la cerimonia religiosa, sposi e invitati raggiunsero a piedi il vicino ristorante per il sontuoso banchetto nuziale. Lorenzo si era premunito di portare tre prelibati vini prodotti da Gennaro Piazza: Pallagrello e Agostinella, ricavati dai vigneti di Cancello Massone appartenenti alla moglie
19 Per quanto concerne il referendum istituzionale, Mamma e Papà mi hanno riferito di aver votato per la Repubblica, sia pure con forti perplessità. Non se la sentivano di votare per la Monarchia, imputando ai Savoia i disastri della politica post unitaria e la condotta tenuta durante la guerra, in particolare dopo l’armistizio, segnata dall’ignominiosa fuga che consegnò l'Italia alla feroce repressione tedesca. Ben presto si resero conto, però, che anche la “baraonda repubblicana” non lasciava presagire nulla di buono: troppe persone, improvvisamente “fulminate sulla via della democrazia” dopo aver egregiamente e proficuamente convissuto con il precedente regime, bramavano posizioni di potere per mantenere i vecchi privilegi o conquistarne di nuovi, non certo per contribuire fattivamente alla rinascita del paese.

26 agosto 1950 - Pompei
di Gennaro; Cerasuolo, prodotto sempre nella cantina di Cancello Massone con uva raccolta nei vigneti di Gennaro, ubicati a Castelvenere. Due bianchi e un rosso, quindi, di altissimo pregio. I gestori del ristorante, dopo averli assaggiati, espressero il desidero di acquistarne cospicue scorte, restando delusi nell’apprendere che non era possibile perché quel gusto particolare, che esaltava la qualità dei singoli vitigni, scaturiva da una produzione limitata, realizzata esclusivamente per il matrimonio. Commercialmente, infatti, venivano prodotti dei vini miscelando più tipi di uva, traendo dai vitigni principali una percentuale non superiore al 30%, in modo da rendere competitivo il prezzo di vendita.
Rientrati dal viaggio di nozze, che ebbe come prima tappa Capri, per rispettare una vecchia promessa fatta da Lorenzo a Giuseppina, la coppia iniziò una felice vita coniugale nella casa di Cancello Massone. Giuseppina espletò le funzioni di insegnante alternandosi tra la casa in cui viveva e quella degli zii, fino al momento in cui non fu costruito un edificio scolastico proprio a metà strada tra le due abitazioni 20 . Lorenzo, appassionato viticoltore, realizzò un imponente vitigno nei terreni di proprietà, in massima parte prospicienti l’abitazione, prendendosi cura anche di quelli assegnati a Giuseppina dagli zii, insieme con la casa che ospitava la scuola. Tutto sembrava procedere a gonfie vele e ben presto, in primavera, il classico lieto evento che corona ogni sogno d'amore avrebbe cesellato nel migliore dei modi la solida unione di una splendida coppia che guardava al futuro con rinnovata fiducia, desiderosa di recuperare il troppo tempo perduto durante gli anni della follia bellica. L’ombra del male, però, ancora una volta volle oscurare il sole che splendeva in una casa serena e felice. All’ottavo mese di gravidanza, purtroppo, Giuseppina contrasse il morbillo e la femminuccia che portava in grembo non vide l’alba del primo giorno in cui venne al mondo: le incubatrici erano una realtà già consolidata in
20 La scuola elementare di Cancello Massone si alternò ripetutamente tra le abitazioni dei coniugi Federico-Piazza (gli zii di Giuseppina, che poi ereditò la casa) e Festa-Lavorgna (genitori di Lorenzo, futuro marito di Giuseppina). Dal primo decennio del XX secolo fino al 1933: casa Piazza; 1933-1945: casa Lavorgna; 1945-1957: casa Piazza; 1957-1960: casa Lavorgna; 1960-1965 casa Piazza. Nel 1965 fu inaugurato l’edificio scolastico, dove Giuseppina insegnò fino al 1969, anno in cui si trasferì a Caserta.

1950 - Capri
molti Paesi del Nord Europa e negli USA, non certo nel derelitto Mezzogiorno d’Italia. Pasqualina - così fu chiamata la bimba, in onore dei nonni paterni - pagò con la vita questo grave gap sanitario, gettando nello sconforto tre famiglie. Anche per Giuseppina le co se si misero molto male e i medici furono espliciti nello spiegare la gravità della situazione. Vi era solo una labile speranza di guarigione grazie a un farmaco , la penicillina, utilizzato con buoni risultati contro le infezioni batteriche soprattutto tra i soldati statunitensi, negli ultimi anni di guerra. Una dose costava venti dollari, che oggi sembrano davvero pochi: si deve considerare, invece, che a parità di peso costava 250 volte più dell’oro! Alla fine della guerra, però, se ne produssero miliard i di dosi e negli USA incominciò a essere venduta in farmacia all’accessibile prezzo di sei centesimi. In Italia la distribuzione iniziò nella primavera del 1945, secondo i dati ufficiali forniti dall’Ente nazionale per la distribuzione dei medicinali alleati, ma nella famosa commedia di Eduardo De Filippo, “Napoli milionaria”, ambientata negli anni 1942 e 1943, è proprio alla penicillina che si fa riferimento quando si parla di un farmaco difficile da reperire se non a costi proibitivi, al mercato nero. Nella finzione teatrale, la bontà di un ragioniere, ridotto sul lastrico proprio dalla mamma della bimba che ne aveva bisogno, oltre a fungere da lezione di civiltà consentì di salvare una vita umana. Sette anni dopo, nella vita reale, a Lorenzo si presentarono gli stessi problemi di reperimento perché di penicillina negli ospedali e in farmacia non se ne trovava nemmeno l’ombra, nonostante già dal 1947 a Milano fosse iniziata la produzione del Supercillin, su licenza della casa produttrice st atunitense. Lo scozzese Fleming, come noto, scoprì l’azione anti- batterica della muffa alla fine degli anni Venti, ma solo una decina di anni dopo si riuscì a isolare e a stabilizzare la molecola in grado di curare le infezioni 21. Gli inglesi, nel 1941, rimasti soli in Europa a fronteggiare i tedeschi a causa della scellerata resa dei francesi 22 , non furono in grado di produrre il farmaco e pertanto cedettero la formula alle industrie farmaceutiche statunitensi, che ne trassero grande beneficio proprio per il massiccio utilizzo nei vari fronti bellici. Nel 1946, con spirito di genuina cooperazione internazionale, gli USA iniziarono a donare stabilimenti di produzione anche ai paesi alleati, ivi compresi quelli europei gravitanti nell’orbita sovietica. Il repentino deterioramento dei rapporti con questi ultimi e l’insorgere di quel clima passato alla storia col termine “guerra fredda”, però,
21 In realtà gli effetti benefici delle muffe furono scoperti nel 1895 da un italiano, Vincenzo Tiberio, medico e ufficiale sanitario della Marina Militare. Notò che l’acqua di un pozzo, quando le pareti venivano pulite dalle muffe verdi, provocava delle enterocoliti in chi la beveva. L’acqua che presentava la presenza di muffe, invece, non causava alcun problema. Pubblicò i risultati delle analisi sulla rivista scientifica “Annali di Igiene Sperimentale”, la cui scarsa diffusione gli impedì di essere insignito del premio Nobel con mezzo secolo di anticipo rispetto a Fleming.
22 Invece di affidarsi a De Gaulle fecero decidere le sorti della Francia al vegliardo Petain, legato ai vecchi schemi tattici che gli consentirono di brillare nella Grande Guerra, del tutto inadeguati a fronteggiare la terribile macchina bellica tedesca. Va anche detto, in aggiunta, che il conclamato antisemitismo e la simpatia nei confronti dei movimenti fascisti condizionarono non poco le sue scelte. Nei confronti di De Gaulle, inoltre, nutriva sentimenti di ostilità generati da quella gelosia che è tipica dei capi al cospetto di subalterni più in gamba di loro.
cancellarono dans l’espace d’un matin i presupposti solidaristici: il prezioso farmaco e le tecnologie ad esso legate furono considerati strategici alla pari delle armi, determinando il blocco delle esportazioni nell’area sovietica e in Cina, dove l’esercito popolare di Mao Tse-tung, grazie anche al supporto bellico assicurato da Stalin, sco nfisse le truppe nazionaliste di Chiang Kai- shek, a loro volta supportate dagli USA, evindentemente non in modo sufficiente a impedire l’avvento del comunismo. Con lo scoppio della guerra di Corea gli USA sospesero le licenze di esportazione anche nei paesi alleati, Italia compresa, per timore che in qualche modo il farmaco potesse finire nelle mani dei nemici. Il provvedimento restrittivo alimentò il mercato nero: chi aveva mani in pasta si accaparrava le poche scorte disponibili e le rivendeva a caro prezzo. A Lorenzo fu detto chiaramente che per reperire il farmaco , in mancanza dei contatti “giusti” con chi gestiva le scorte nel territorio di residenza, poteva solo recarsi a Napoli e rivolgersi ai soldati americani che bazzicavano nella zona del porto. Lorenzo non si perse d’animo e si precipitò a Napoli con un foglio nel quale era stato scritto «I need penicillin» Non impiegò molto tempo per individuare uno dei tanti marinai statunitensi che alimentavano il mercato nero con gli ambiti prodotti made in USA, tra i quali il farmaco costituiva il pezzo forte che consentiva lauti profitti: una dose, acquistata per pochi centesimi di dollaro, equivalenti a una ventina di lire, veniva rivenduta ai bisognosi per cinquantamila lire. Lorenzo ne comprò tre, come g li era stato prescritto dal dottore. Spese, quindi, l’equivalente di circa ottanta euro, ma con potere di acquisto pari a poco più di 3.300,00 euro attuali. Dopo la terza fiala, finalmente, Giuseppina guarì dalla brutta malattia e riprese l’attività scolastica.
FERMENTI EPOCALI E SCELTE DIFFICILI
Giuseppina e Lorenzo erano devastati nell’anima sia per la grave perdita sia per quanto venne loro riferito dagli specialisti: avrebbero dovuto attendere qualche anno prima di mettere al mondo una creatura, essendo molto forte il rischio di aborto. Nondimeno si rimboccarono le maniche e si sforzarono di andare avanti, amorevolmente coadiuvati dai genitori di Lorenzo, che trattavano la nuora come una regina. I fratelli e le sorelle di Giuseppina, intanto, tutti nat i negli USA, eccezion fatta per Giannina, incominciarono a rendersi conto che i forti cambiamenti sociali imponevano scelte radicali, non essendo possibile continuare con le prerogative lavorative prebelliche. Le condizioni generali erano disastrose e il t anto decantato boom economico, noto anche come miracolo economico italiano, era ancora in uno stato embrionale, riguardava precipuamente le regioni del Nord Italia e dappertutto era fortemente condizionato da una classe politica che depredava ciò che poteva, senza ritegno. Il recupero del patrimonio abitativo e delle infrastrutture, duramente colpiti durante la guerra, procedeva a rilento soprattutto nel Sud, dove anche l’agricoltura subiva danni incalcolabili: la progressiva mancanza di fertilizzanti 23 e di mano d’opera riduceva la produttività del terreno e in più si registrava un forte ritardo nell’impiego delle moderne risorse tecnologiche, già abbastanza diffuse a nord di Roma. Le campagne si svuotarono alla velocità della luce e furono tanti coloro che, reiterando dei cicli storici post unitari, andarono alla ricerca di migliori condizioni di vita nelle grandi città del Nord e all’estero. Gli Stati Uniti d’America costituirono la meta più ambita e così, tra il 1948 e il 1956, i fratelli e le sorelle di Giuseppina attraversarono l’Atlantico con i rispettivi coniugi e ben diciotto figli complessivamente, contribuendo in modo sensibile alla realizzazione di quell’american dream inseguito da tanti connazionali. La sola Giannina soggiornò per alcuni anni a Biot, in Francia, dove il marito trovò facilmente lavoro grazie ad alcuni congiunti ivi trasferitisi precedentemente. Nel 1967
23 In pratica si verificò quanto già accaduto al termine della Grande Guerra a causa della mancanza di nitrati e fosfati, massicciamente utilizzati per la produzione di munizioni. Si riporta il dato come mero resoconto di fatti importanti che si verificarono in quel periodo. L’autore di questo testo avversa convintamente l’utilizzo dei fertilizzanti non naturali in agricoltura, ritenendoli causa primaria dell’inquinamento.
cedette ai pressanti inviti dei fratelli e si trasferì anche lei negli USA con il riottoso marito - voleva restare in Francia - e i quattro figli nati tra il 1953 e il 1958.

Giuseppina, intanto, continuava l’attività di maestra, arricchita da iniziative sociali interessanti e appaganti: la dimora nella quale viveva con Lorenzo, che già ospitava la scuola elementare, fu adibita anche a sede del “Centro di lettura”, riservato a persone di tutte le età. Giuseppina aveva ben chiaro nella mente quanto fosse importante combattere l’analfabetismo, accrescere il livello culturale e sviluppare una maggiore apertura mentale in quelle classi sociali ancora prigioniere di logiche retrive che, purtroppo, per certi versi sopravvivono anche nei tempi attuali. Opera meritoria, la sua, fortemente ostacolata da quella fetta di borghesia (ma ella sosteneva che non era nemmeno il caso di co nsiderarla tale) che amava essere temuta e venerata dal “popolino” e trovava appagante sfogo nello sfruttamento, concepito come subdolo strumento sia per avvalersi di mano d’opera senza retribuirla decorosamente sia - e per certi versi “soprattutto” - come segno distintivo del proprio potere, esercitato al di sopra della legge. Gli esempi emblematici di quel torbido periodo sono molteplici e qui basta ricordare ciò che accadde in Sicilia nel 1948, con l’omicidio di Placido Rizzotto, commissionato dal medico mafioso Michele Navarra, importante esponente della Democrazia Cristiana. Gli assassini del sindacalista furono visti da un pastorello dodicenne, Giuseppe Letizia, che cadde in un profondo stato confusionale e non riuscì ad aprirsi con i genitori, i quali, preoccupati per un turbamento le cui cause non riuscivano a comprendere, lo fecero visitare proprio dal medico mafioso. Navarra riuscì facilmente a farlo parlare e, per evitare possibili problemi una volta che si fosse ripreso, fece uccidere anche lui con una iniezione letale, nell’assordante silenzio delle Istituzioni, che su certi fatti chiudevano non uno ma entrambi gli occhi. Si baciavano le mani, a persone come Navarra e ai cosiddetti “notabili” con un disgustoso rito che incominciò a sparire solo negli anni Settanta!
1953 Il Centro di lettura nella casa di Cancello Massone. La stanza, in fascia oraria mattutina, fungeva da scuola elementare

Pasqualino - 1955
Loschi figuri simili allo spietato mafioso siciliano si trovavano dappertutto e la loro propensione al male era sempre caratterizzata dal cinico disprezzo della vita umana, essendo ben fedeli al motto “mors tua vita mea”. Giuseppina restava senza parole quando si sentiva ripetere a mo’ di mantra che sbagliava a combattere l’analfabetismo perché, le persone da lei istruite, un domani «avrebbero cacciato la testa fuori dal sacco accampando pretese, togliendo il pane ai suoi e loro figli!» Che cosa si poteva replicare, in effetti, agli esseri spregevoli che ragionavamo in quel modo? Dava davvero molto fastidio il suo impegno formativo e pertanto, quando i parvenu - termine da lei spesso utilizzato per definire le persone di infima qualità ma con qualche potere conquistato leccando sederi - si resero conto che a nulla sarebbero serviti i tentativi di indurla ad allinearsi al vergognoso modus operandi, decisero di passare alle maniere forti e convinsero l’allora sindaco a spostare il Centro di lettura in una struttura dell'area urbana, a ridosso del municipio, col chiaro proposito di farlo naufragare, cosa che avvenne nel giro di pochi mesi. Non meno importante era l’attività sociale del marito di Giuseppina, Lorenzo, che nel 1950 s’impegnò alacremente per elettrificare le zone rurali, i cui abitanti vivevano ancora, non solo per la carenza dei servizi, come se si fosse nel secolo precedente. Anch’egli dovette combattere contro le gelosie dei potentati locali e contro l’ignoranza degli stessi beneficiari della sua meritoria attività, riluttanti ad accettare il nuovo che avanza ed emuli dei nostalgici delle diligenze quando apparvero le prime automobili: all’inizio si rifiutarono di concedere il permesso di impiantare i pali per l’elettrificazione nei loro terreni e qualcuno giunse addirittura a minacciarlo con un fucile. Solo la pazienza e la caparbietà di un uomo straordinario fecero sì che l’opera giungesse a compimento, nel 1957, e inaugurata con una solenne cerimonia nella quale Giuseppina funse da madrina 24
Nel 1955, intanto, nacque chi scrive questi ricordi, ereditando il nome dei nonni paterni, cui furono aggiunti Michele e Pompeo 25, anche se fu subito Pasqualino quello che s’impose per tutti. Nel luglio
24 Lino Lavorgna, Lorenzo Lavorgna – L’uomo che sapeva solo amare, cit. pp. 27-30
25 Un giorno chiesi a Mamma perché avesse scelto Pompeo come secondo nome. «Lo sto studiando ora - le dissi - e non è che mi piaccia molto». «Sapevo che non ti sarebbe piaciuto - rispose, sorridendo - ma non ti dirò perché ti ho chiamato come lui. Dovrai scoprirlo da solo e ti ci vorrà un po’ di tempo». «E come farò a scoprirlo?» «Vi sono solo tre modi: studiare molto, soprattutto la storia; non fidarti di ciò che leggi nei libri di storia; impegnarti a scoprire dove si celi
1957, in una casa che si accingeva ad aprirsi al progresso grazie alla elettrificazione, giunse maggiore luce grazie alla nascita di Luigi, che ereditò il nome del nonno materno, associato ad Augusto e Valerio. Anch’egli ebbe subito il nome di battesimo mutato in un vezzeggiativo e fu per tutti Gino o Gigino

1957 - Gino
Le mutate esigenze familiari indussero Mamma a garantirsi una maggiore autonomia operativa perché, abitando in campagna, si rendeva necessario utilizzare quotidianamente l’automobile. Ogni volta, però, doveva essere Papà a fungere da autista e non sempre era possibile conciliare i reciproci impegni. Mamma, pertanto, pensò di sciogliere il nodo gordiano che l’affliggeva con l’unica soluzione possibile: prendere la patente e rendersi completamente indipendente. Mi ha sempre rifer ito, a tal proposito, che Papà non pensò minimamente di contraddirla, sia pure mal celando le preoccupazioni, che lo indussero invece a fungere da supporto sia per la parte teorica sia per quella pratica. Considerando che egli non si sognava minimamente di entrare nelle automobili come passeggero, anche se condotte da autisti di provata esperienza, si può solo immaginare lo sforzo prodotto per affiancare chi addirittura frequentava ancora la scuola guida. Dopo il primo ciclo di lezioni, comunque, Mamma superò brillantemente l’esame e poté finalmente ottemperare ai propri impegni senza doverli necessariamente conciliare con quelli di Papà, sempre più preso da un rapporto collaborativo l’imbroglio. Se vi riuscirai, sarai un uomo migliore». «E se non vi riuscirò?» «Poco male, saresti come la maggioranza delle persone e potresti addirittura vivere più spensieratamente, ma ti perderesti il gusto di aver capito il senso della vita e la natura del genere umano e credimi, non vi è gioia più appagante». Avevo più o meno dieci anni quando posi la domanda. Ne sono occorsi almeno altri quindici per capire le differenze tra i tanti “Cesare” e “Pompeo” che da sempre si fronteggiano nei vari cicli storici, spesso solo come pallide controfigure degli originali, e perché Mamma avesse deciso di farmele tenere sempre ben nitide nella mente.

1966 - Annalisa
con la Montecatini-Edison (poi Montedison), in qualità di distributore zonale dei prodotti utilizzati in agricoltura.
Nel luglio 1966, uno splendido evento portò nuova luce nella famiglia Lavorgna- Federico, per poi rivelarsi, a causa delle tante controverse vicende susseguitesi nei decenni successivi, di fondamentale importanza per l’equilibrio familiare: la nascita di Annalisa.
Il biologo e filosofo francese Jacques Monod, nel celebre saggio Il caso e la necessità, s’interroga su cosa contraddistingua gli esseri viventi e se realmente vi sia un disegno intelligente dietro la presenza della vita nell’universo, prestando particolare attenzione al caso, l’evento fortuito che dà origine a una forma di vita, e alla necessità, che traduce in miliardi di copie quel carattere, replicato secondo le ferree leggi della duplicazione genetica, consentendo al caso di condizionare l’esistenza umana, a volte in modo positivo e a volte in modo negativo. Nella fattispecie, il seme della maturità permise a Lorenzo e Giuseppina di mettere al mondo una creatura che si sarebbe rivelata semplicemente straordinaria, capace, sin da giovinetta, di fronteggiare le avversità della vita con grande forza d’animo e mantenere la barca in rotta anche durante le più impetuose tempeste.
Annalisa non fu l’unico arrivo in famiglia: nonna Antonietta, che alla morte del marito, nel 1959, si ricongiunse con il resto della famiglia negli USA, decise di ritornare in Italia per stare vicino alla figlia che aveva goduto di meno. Insieme con nonna Pasqualina apportò un significativo supporto a Mamma, alle prese con gli impegni scolastici e con le esigenze di una neonata.
Gli anni Sessanta, spesso definiti “favolosi”, hanno incarnato in Italia la parte più consistent e del boom economico e, un po’ dappertutto, una radicale trasformazione della società, che avrebbe influenzato e modificato profondamente valori, aspirazioni e stile di vita delle future generazioni. Processi inevitabili, favoriti dal progresso tecnologico , dalla sensibile riduzione dell’analfabetismo, dalla necessità di chiudere i ponti con un passato che, giorno dopo giorno, portava alla luce putride incrostazioni, soprattutto nel rapporto tra i due sessi. Si viaggia di più, si legge di più, la televisione accorcia
le distanze, le case diventano più confortevoli grazie agli elettrodomestici e altri utili strumenti. Tutto sembra evolversi verso una radicale e fascinosa trasformazione epocale. Le donne, soprattutto, iniziano a liberarsi dalla secolare subalt ernità all’universo maschile, ergendo la minigonna a simbolo dell’agognata emancipazione. Il radicale mutamento dei costumi, però, insieme con indiscutibili effetti positivi, fece emergere anche due gravi cancri sociali, le cui conseguenze si sarebbero rivelate devastanti nel giro di pochi anni: marcata affermazione del materialismo di stampo marxista, soprattutto tra i giovani, abbagliati dai falsi profeti della Scuola di Francoforte; sensibile sviluppo della già consistente collusione tra politica e criminalità organizzata, in ogni ambito. La società civile non possedeva antidoti efficaci per contrastare adeguatamente queste forze ben strutturate che, in talune circostanze, avrebbero addirittura trovato comodo allearsi per stroncare sul nascere ogni tentat ivo di ostacolare la loro ascesa. Nel panorama politico nazionale, un solo partito, il Movimento Sociale Italiano, levava forte la propria voce contro il pericolo rappresentato dalle corrotte forze di governo e dalla minacciosa crescita del comunismo. La sua, però, era una battaglia persa in partenza: prevalentemente composto da nostalgici fascisti, incapaci di storicizzare un ciclo epocale senza futuro, attraeva giovani in massima parte culturalmente inadeguati a fronteggiare i coetanei di sinistra, indottrinati da una valida scuola di partito, strutturata secondo i rigidi presupposti gramsciani e protesa alla conquista di consistenti fette di potere nei gangli vitali del paese. Un potere condiviso con soggetti che provenivano dagli istituti religiosi, a loro volta beneficiari di facili accessi negli ambiti lavorativi e professionali grazie ai solidi legami con i partiti di governo. A destra, eccezion fatta per rare eccezioni, si predicava un idealismo intriso di ingenuo romanticismo e si lottava convintamente nelle piazze, spesso rimettendoci la vita, all’insegna del trittico Dio, Patria, Famiglia, ritenuti non solo valori assoluti e inconfutabili, insieme con l’onestà, ma ingenuamente considerati patrimonio comune di chiunque scegliesse una militanza attiva o sostenesse il partito nel segreto dell’urna. La figura carismatica di Giorgio Almirante riusciva a tenere saldo e compatto un fronte eterogeneo e variegato, pieno di contraddizioni, nel quale abbondavano mediocri mestatori che, dopo aver fatto invano il giro delle sette chiese in cerca di spazio, si dedicarono con ottimi risultati a uno dei principali sport nazionali: predicare bene e razzolare male. Le avvisaglie del cambiamento sociale, per chi fosse stato in grado di percepire gli scricchiolii della storia, si potevano cogliere già verso la fine degli anni Cinquanta e per Mamma fu ben presto chiaro che la vita in un paesino di provincia non poteva offrire valide prospettive, a meno che non si entrasse a far parte di qualche clan e ci si affidasse a un “protettore politico”, la qual cosa, per una donna con spiccata personalità e fedele a solidi principi etici, era semplicemente inconcepibile.
Il direttore didattico (allora si chiamavano così i dirigenti scolastici), per esempio, quando era già sposata, si permise di mancarle di rispetto e si buscò un paio di ceffoni che avrebbe ricordato per tutta la vita. Essendo un personaggio molto influente, si vendicò impedendo ai miei genitori di acquistare una casa in cooperativa, con le condizioni vantaggiosissime riservate agli insegnanti. L’acquisto si sarebbe tramutato in un ottimo investimento sia in caso di locazione sia in caso di futura vendita. Che fosse giunta l’ora di cambiare aria lo pensava già da tempo, anche considerando i crescenti problemi nella g estione della proprietà, dovuta alla mancanza di mano d’opera. La nascita di una figlia femmina la indusse a rompere ogni indugio e così, penalizzando molto sé stessa - va considerato che insegnava a quattrocento metri da casa, dopo aver insegnato per anni addirittura nelle case di proprietà - chiese il trasferimento per Caserta, ritenendo che in città si sarebbero create migliori condizioni di vita soprattutto per noi figli. Papà accettò seraficamente la decisione, senza contrastarla, pur soffrendo molto: per lui, nonostante tutti i problemi, lasciare la casa di Cancello Massone era qualcosa che gli scombussolava l’equilibrio esistenziale.
Nell’estate del 1969, pertanto, ci trasferimmo nel capoluogo della Terra di Lavoro, in via Fulvio Renella, meglio not a come via Napoli, in una casa grande abbastanza per contenere agevolmente sette
persone, anche se non grandissima come quella in campagna, per giunta impreziosita dallo stupendo vigneto impiantato nei cinquemila metri quadrati di terreno che la contornavano. Ai primi di settembre scoppiò la rivolta per la mancata ratifica della promozione in serie B della locale squadra di calcio e la città fu messa a ferro e fuoco. Non dimenticherò mai il volto sconsolato di Papà alla vista dei feroci scontri tra tifosi e forze dell’ordine e le esilaranti comparazioni con le vicende belliche.
A Mamma fu assegnata la scolaresca di una disagiata frazione del comune di Maddaloni, quasi al confine con la provincia di Napoli. Solo dopo quattro anni di faticose quotidiane trasferte ottenne il trasferimento in una sede cittadina, nella frazione “Sala”, comunque distante quattro chilometri da casa. Il processo di integrazione con la nuova comunità sociale, nonostante le sostanziali differenze con quella di provenienza, fu immediato e senza scossoni per tutti, eccezion fatta per Papà, che non perdeva occasione per ritornare a Cancello . Andava al mattino e rientrava la sera, anche quando non vi erano particolari necessità per giustificare la trasferta, per il solo piacere di respirare l’aria di casa sua.
Mio Fratello e io facemmo tante amicizie e Annalisa poté frequentare l’asilo ubicato proprio di fronte al palazzo nel quale abitavamo, ma per poco tempo: le insegnanti la trattavano come una bimba di tre anni, che avrebbe dovuto giocare con la plastilina e con il cavallo a dondolo. Lei, però, aveva già superato quella fase, o per meglio dire non l’aveva proprio vissuta, e chiedeva con la tipica insistenza dei bimbi quaderni e album, avendo solo voglia di scrivere e disegnare. Le maestre l’accontentarono, ma quando notarono che si dilettava con scarabocchi partendo da destra verso sinistra, impugnando penna e matita con la mano sinistra, spaventate dissero a Mamma che non se la sentivano di gestirla. Mamma, pertanto, decise di portarla co n sé a scuola, consentendole di apprendere i primi rudimenti della scrittura a soli quattro anni! Tutte le colleghe, a cominciare da colei cui fu affidata e che poi l’avrebbe seguita fi no alla quinta elementare, restarono sbalordite nel vedere quella scrittura invertita, che tentarono di correggere con forte determinazione: all’epoca non si era ancora affermato il principio di rispettare la tendenza al mancinismo, che risponde a una predisposizione genetica, nella fattispecie ereditata da Papà. Per fortuna, quella che oggi viene definita una violenza psicologica, non produsse alcun effetto negativo su mia sorella, che imparò a utilizzare “anche” la mano destra, senza rinunciare in toto, peraltro, a privilegiare la sinistra.
Nel 1971 la famiglia crebbe all’improvviso di ben sei unità! Dagli USA, infatti, giunsero i cugini Arnaldo e Sergio Giannotta, con le rispettive mogli e le due figlie piccole di Arnaldo, Lisa e Cristina. Avevano scelto di trasferirsi in Italia per conto della Holiday Magic, una società fondata da uno spregiudicato imprenditore 33enne, operante nel campo della cosmetica con una formula di vendita diretta denominata MLM (Multi-level marketing), che obbliga i venditori a procacciare non solo clienti ma anche altri venditori, in modo da essere ricompensati sia per le vendite effettuate in proprio sia per quelle dei venditori reclutati. Una sorta di catena di Sant’Antonio che aveva consentito facili e ingenti guadagni a molti soggetti, soprattutto a chi era alla piramide del sistema. I cugini avevano ritenuto che in Italia avrebbero avuto vita facile, essendo i primi a promuovere quel sistema. Quando me ne parlarono mi resi conto che avevano anticipato, e non di poco, i tempi per un concreto sviluppo del MLM e glielo spiegai, sia pure con il tatto necessario per non urtare la loro suscettibilità, senza riuscire, però, a farli desistere dai loro propositi. I miei Genitori, quindi, con uno spirito solidaristico più unico che raro, soprattutto per la mentalità statunitense, 26 affittarono un appartamento ancora più grande, proprio di fronte a quello occupato, al fine di ospitarli fino al momento in cui non fossero stati
26 La società statunitense è spietata e anche negli ambiti familiari prevale quella sorta di calvinismo, magari inconsapevolmente, che tende a privilegiare chi riesca ad affermarsi e ad abbandonare chi annaspi, indipendentemente dalle cause. La solidarietà scaturita dal cuore, che è cosa ben diversa da quella praticata da chi possegga ingenti risorse e magari la effettua con fini reconditi, è pressoché sconosciuta e non si riesce nemmeno a concepire che degli zii si facciano carico di esosi oneri per supportare dei nipoti, per giunta con basi progettuali traballanti.
in grado di rendersi autonomi. Pur senza credere alla bontà del progetto, cercai di dare loro una mano in tutti i modi possibili. Come avevo ampiamente previsto, tuttavia, dopo alcuni mesi di faticosi tentativi, i due si resero conto dell’errore commesso 27
Sergio ritornò negli USA con la moglie; Arnaldo, invece, fu assunto nel dipartimento civile della base militare statunitense d islocata prima a Pozzuoli e poi a Giugliano, avviando un brillante percorso professionale che lo portò al vertice della struttura dopo pochi anni.

31 ottobre 1957 - Grand Hotel delle Terme - Telese. Cerimonia di inaugurazione dell'elettrificazione delle aree rurali. Mamma a capo tavola nelle vesti di madrina. Sulla sinistra, nella foto, si vede Papà - il terzo dal fondo - presidente della cooperativa che effettuò i lavori.
27 Il multilevel, promosso dai cugini con strategie empiriche in un circuito territoriale ridotto, circoscritto alle province di Napoli e Caserta, non attecchì perché risultava di difficile comprensione alle persone che poi avrebbero dovuto formare altre risorse e pertanto i ricchi fatturati registrati negli USA si rivelarono una pia illusione. La società madre, poi, alla pari di tante altre che avevano sfruttato quella formula, ebbe seri problemi giudiziari e chiuse i battenti nel 1974. Il fondatore, intanto, che fu anche condannato per truffa, aveva accumulato un patrimonio di oltre 250 milioni di dollari. Dovranno passare ben ventitré anni prima che attecchisse in Italia, facendo arricchire un emulo del giovane spregiudicato imprenditore statunitense, Virgilio De Giovanni, che però lo lanciò a livello nazionale con ampio supporto mediatico e molte controverse attività, tutte finite nel mirino della magistratura per peculiarità non proprio ortodosse, inevitabilmente destinate al fallimento, non prima di avergli consentito di rastrellare tra incauti creduloni fior di miliardi delle vecchie lire.
GLI ANNI DI PIOMBO E LA TERRIBILE TRAGEDIA
Gli anni Settanta, passati alla storia come i terribili anni di piombo, videro la vita familiare per buona parte condizionata dalla mia scelta di cimentarmi in politica. Aderire al “Fronte della Gioventù” e al “Movimento Sociale Italiano”, a diciassette anni, in un contesto di forte contrapposizione ideologica, mi sembrò la cosa più logica e naturale del mondo, sentendomi lontano mille miglia da quell’universo intriso di vento sessantottino e sentori anarcoidi, proteso a portare avanti una anacronistica e fuorviante lotta di classe, nonché a diffondere quella sub-cultura assimilata da pessimi maestri, i cui disastrosi effetti avrebbero rovinato la vita a milioni di giovani, condizionando pesantemente la società. Le pur tante contraddizioni insite in un partito nel quale convivevano troppe anime, alcune delle quali decisamente anacronistiche, non mi spaventarono più di tanto, essendo convinto che col tempo si sarebbero creati i presuppo sti per l’affermazione di una vera destra: moderna; realmente “sociale” e attenta alle esigenze di tutti, soprattutto di chi aveva bisogno di aiuto; aliena dalle distonie del capitalismo; culturalmente evoluta; proiettata nel futuro; fortemente europeista e capace di gestire, fin quando si fosse reso necessario, sia i “nostalgici” di un qualcosa che oramai apparteneva già alla storia sia i tanti giovani che ne seguivano le orme, con idee confuse e grande approssimazione culturale. I fatti avrebbero dimostrato che mi sbagliavo su tutto e nessuna previsione si sarebbe realizzata, ma questa è un’altra storia.
Pur avendo solo diciassette anni, i dirigenti territoriali decisero di valorizzare le mie doti comunicative affidandomi il ruolo di responsabile del setto re “Stampa e propaganda” in quella che allora si chiamava “Federazione provinciale”. Iniziai anche l’attività giornalistica, come corrispondente del “Secolo d’Italia”. La candidatura alle elezioni comunali, nel 1975, fu la logica conseguenza di cotanto impegno, per la verità in quella prima fase gratificato da unanimi apprezzamenti, anche perché mi guardavo bene dal far emergere in modo eloquente le pur tante riserve nei confronti dell’intero apparato partitico, confidando, come già accennato, nel tempo 28
Le elezioni erano previste per il 15 giugno. Il giorno precedente, verso le 15 del pomeriggio…
QUEL POMERIGGIO DI QUARANTA ANNI FA
(Ricordo tratto dal blog www.galvanor.wordpress.com, pubblicato il 14 giugno 2015)
È davvero complicato comprendere i misteri della mente, connessi alla memoria, che ancora presentano tanti lati oscuri, nonostante i numerosi e articolati studi effettuati da grandi scienziati.
A volte mi capita di sentire citare eventi, anche importanti, che mi hanno visto testimone o protagonist a e, per quanti sforzi producessi, non riesco proprio a lasciarli affiorare nella mia mente. Altre cose, invece, restano nitide e ben definite, come le immagini di un film.
28 Nelle tante riunioni con gli amici che condividevano analoghi presupposti, suggerivo spesso di essere pazienti e non forzare la mano. Ciò accadeva un po’ dappertutto, ma eravamo comunque una minoranza e anche se ci sentivamo la componente più preparata a fronteggiare le sfide di una società già in veloce evoluzione e fortemente minata da un sistema politico marcio, non avevamo alcuna possibilità oggettiva di condizionare il pensiero non solo di coloro che avevano in mano le redini del partito, ma anche quello di tanti elettori, assolutamente non ancora in grado di percepire le nostre innovative idee. Lo scontro interno, fra due componenti che perseguivano obiettivi inconciliabili, fu molto aspro e si arrivò addirittura ad espellere gli intellettuali più in vista, a livello nazionale, privando il partito delle menti pensanti e lasciandolo completamente nelle mani soggetti i cui limiti sarebbero affiorati in modo eloquente con l’avvento di Berlusconi, alla cui corte si precipitarono con ignominiosa solerzia, diventando complici e compagni di merende di coloro che, fino al giorno precedente, erano ritenuti delinquenti matricolati.
Nel pomeriggio del 14 giugno 1975, verso le 15,00 mi accingevo a uscire per raggiungere gli amici a Piazza Vanvitelli. Eravamo alla vigilia delle elezioni amministrative, che mi vedevano candidato per la prima volta con l’ingenuo entusiasmo del ventenne che vuole cambiare il mondo.
Ti vidi, Fratello mio, disteso sul divano e ti lanciai u no sguardo e un sorriso, allontanandomi poi silenziosamente, per non disturbare la tua pennichella.
Papà, come spesso accadeva, si era recato di buon mattino nella casa avita e sarebbe rientrato in serata. La Mamma e le Nonne erano intente alle loro faccende. Annalisa, fanciulla in erba, ronzava loro intorno, assimilando come una spugna quelle regole di vita trasmesse con amore e maestria, che le hanno consentito di essere ciò che è: una donna straordinaria.
In pochi minuti raggiunsi la sezione e mi ricongiunsi con gli amici. Eravamo sereni e si sapeva già che avremmo ottenuto un buon risultato - come di fatto poi avvenne, raddoppiando i voti e il numero degli eletti - e così ci concedemmo un caffè, forse al Bar Esedra o in uno limitrofo: su questo dato la memoria mi tradisce e ricordo solo le battute scherzose di Nicola Raucci che, non essendo candidato , era ancora più tranquillo di chi comunque doveva fare i conti con i voti personali
I minuti scorrevano veloci, mentre si salutavano le persone in transito nell’affollata Via Mazzini. Il sole picchiava forte e il caldo si faceva sentire. Verso le 16,30 avvertii una improvvisa vampata di calore, iniziando a sudare copiosamente. Una sudorazione eccessiva, nonostante l’afa. Avrei potuto tranquillamente utilizzare il bagno della sezione per rinfrescarmi, ma percepii forte il bisogno di rientrare a casa, cosa che feci d’impeto, salutando frettolosamente gli amici. Ho bisogno di una bella doccia, pensai, mentre percorrevo, a piedi, il chilometro che separa Via Mazzini da Via Fulvio Renella.
Giunto a casa vidi la Mamma che si stava accomiatando dalla signora Lo Vallo, nostra dirimpettaia, continuando serenamente a discorrere sul pianerottolo, dopo il sicuro caffè degustato in precedenza, secondo una consolidata abitudine che vedeva spesso le rispettive famiglie riunite.
Entrai in casa, ma non feci in tempo a raggiungere il bagno. Lo squillo del telefono mi bloccò un attimo prima. Risposi.
Vi è una florida letteratura scientifica sulle modalità da osservare nella comunicazione di talune notizie e, addirittura, sono previste procedure ben definite, affidate a persone appositamente preparate. Ovviamente non sempre ciò è possibile e, in ogni caso, poco cambia la sostanza, come ben sa chiunque abbia provato questa esperienza.
La voce che giunse alle mie orecchie, dopo aver sollevato la cornetta, mi fece precipitare istintivamente in uno stato di profonda costernazione. L’interlocutore si qualificò come u n appuntato della Polizia, in servizio presso l’o spedale civile. Mi resi conto solo in quel momento che, alcune percezioni, chissà in base a quali arcani misteri della natura già torturatrici della mente sin da quell’inusitata ventata di calore e violentemente scacciate dall’ottimismo della volontà che cercava di imporsi su l pessimismo della ragione, decisamente preponderante, stavano per essere legittimate da una drammatica conferma.
«Che cosa è successo» - chiesi, con voce tremula.
«Quanti anni ha?» - rep licò, con toni sommessi, il poliziotto.
«Venti» - risposi, mentre il cuore mi saliva in gola.
«E’ adulto allora… lei è il fratello di Luigi?»
«Che cosa è successo?», chiesi ancora, senza rispondere alla domanda e senza più speranze…
«Suo fratello ha avuto un incidente. È morto».
Il grido che squarciò il cielo non riuscii a fermarlo, e Mamma si precipitò all’interno, spaventatissima, seguita dalla signora Lovallo, anch’ella bianca in volto.
«Dobbiamo andare in ospedale - dissi - Gino è lì. Ha avuto un incidente».
Non aggiunsi altro e in silenzio scendemmo le scale, ciascuno tormentato dai propri pensieri. Non ho mai chiesto a mia Madre se avesse compreso subito la drammatica realtà, ma sono convinto che qualsiasi madre sappia carpire i pensieri di un figlio
Chiudo qui questa pagina di ricordi, Fratello mio, perché non sono tanto bravo da trovare le parole giuste per andare oltre.
Canna al vento per una vita intera, perenne naufrago in un mare tempestoso, con Te sempre nel cuore. Quell’immagine di te sul divano, che riposavi, mentre io mi apprestavo a uscire, si staglia così nitida che potrei trasferirla su una tela, sol che fossi in grado di mantenere tra le dita in modo degno dei pennelli. Se solo avessi deciso di svegliarti, di dirti: «Ehi, ti va un caffè?»
Un semplice caffè, quattro chiacchiere e magari poi percorrere un tratto di strada insieme, prima di prendere ciascuno la propria.
Non ti saresti incontrato con Edy, non gli avresti chiesto di farti provare la sua nuova vespa - quella tua passione per le due ruote che tanta apprensione generava in me, capace a stento di guidare una bicicletta - e non ti saresti trovato in quel posto, a quell’ora… e sarebbe cambiata la storia. Se, se, se… troppi se.
Mi manchi tanto, Fratello mio. Ci manchi. Si dice che il tempo contribuisce a lenire il dolore. È senz’altro vero per tanti, ma non per tutti. Non per coloro che, incrociando due strade nel bosco, scelsero la meno battuta.
Ci manchi, ma qui tutto parla di Te, perché nonostante il filo si sia spezzato troppo presto, sei riuscito a lasciare il segno ed è come se fossi qui. Anzi, sei qui. I see you, Fratello mio.

1974 - Gino a Como
SI VA AVANTI
L’ennesima tragedia familiare determina uno spartiacque netto tra passato e futuro. Nulla più sarebbe stato come prima. Troppo forte il dolore, ma si cerca comunque di andare avanti. Per fortuna c’è Annalisa, che cresce e matura in fretta, diventando presto un importante punto di riferimento. Per fortuna c’è Mamma, distrutta dal dolore, ma ben consapevole che, ancor più di quanto non avesse fatto in passato, tocca a lei prendere in mano le redini della famiglia perché Papà è avviluppato nei tormenti che non esprime e cerca rifugio nelle continue e spesso solitarie fughe nella casa avita. Gino è sepolto nel cimitero del paesello ed è facile presagire che corra da lui ogni volta che può, con il cuore in frantumi e la mente in continuo tumulto a causa dei troppi “se”. Io inizio a lavorare presto e mi tuffo in una frenetica vita, che mi vede impegnato su più fronti, imparando a convivere con quel dolore lancinante che non cessa mai. Si va avanti, nonostante tutto. Gli anni Ottanta e Novanta vedono la famiglia alle prese con la piena maturità di Annalisa, che si fidanza con un giovane di soli tre anni più grande di lei, Felice, che incarna quanto di meglio dei genitori possano desiderare da un genero: bello come il sole, serio oltre ogni possibile aspettativa, gran lavoratore e pervaso di quella lucida intelligenza che gli consentiva di districarsi efficacemente in ogni situazione, anche complessa. Quel ventennio fu caratterizzato da una mia quasi totale lontananza dalla famiglia, le cui vicende più rilevanti ho scoperto solo dopo molto tempo, essendo state gestite precipuamente, e con grande efficacia, da Mamma e da Annalisa. A mano a mano che apprendevo fatti di vita vissuta aumentava lo sconcerto e il senso di colpa per non essere stato di supporto nei momenti più duri, contrastando a modo mio le squallide azioni perpetrate da soggetti ostili e intrisi di cattiveria, invidiosi di uno stile di vita irreprensibile, che mal si conciliava con la diffusa propensione all’asservimento politico. Per far fallire un progetto di lottizzazione di un terreno, sul quale sarebbe sorto un complesso commerciale che avrebbe consentito anche ingenti opportunità lavorative per i giovani locali, fu intentata una posticcia rivendicazione di una porzione di terreno che faceva parte di un lotto venduto una ventina di anni prima. Una causa snervante, impegnativa e costosa, del tutto infondata, che solo dopo tredici anni si concluse con il pieno successo dei miei Genitori. Ma quanto stress e soprattutto quanti soldi persi, anche per una gestione legale che presentò qualche distonia, evinta solo verso la fine della fase processuale. In precedenza no n mi ero mai interessato della vicenda, infatti, troppo preso dai miei molteplici impegni. Quando scoprii che qualcosa non andava per il verso giusto decisi di accompagnare mia madre e mia sorella dall’avvocato, alla vigilia di un’udienza, imponendogli la linea da seguire. Il giorno dopo mi presentai in Pretura e assistetti all’udienza, accertandomi che l’avvocato eseguisse alla lettera quanto concordato. Al termine dell’arringa ebbi modo di intercettare una conversazione con l’avvocato della controparte, che non mi conosceva, subito stoppata con un deciso gesto della mano. Giunti a casa decidemmo che sarebbe stato il caso di recarci allo studio dell'avvocato, l’indomani, per un confronto che avrebbe senz'altro portato alla revoca del mandato, ma non fu necessario: la sera stessa, infatti, per ragioni che afferivano ai tormenti della mente generati da varie vicende personali, come si apprese dalla cronaca locale, l’avvocato non resse più il peso dell’esistenza umana e si suicidò con un colpo di fucile. Fu scelto un altro avvocato e, come anticipato, la causa si concluse con pieno successo.
A mia sorella fu riferito che un “illustre” personaggio, da sempre ostile alla mia famiglia e principale artefice delle nefaste azioni, andò su tutto le furie quando gli comunicarono l’esito della sentenza, ritenendo «assurdo e impossibile che Annalisa e Giuseppina avessero vinto contro di lui». Uscì di senno in modo così eclatante che le urla si sentirono per tutto il paese.
Annalisa e Felice si sposarono nel 1992 e decisero di vivere nella casa di San Lorenzello, insieme con Mamma e Papà, che alla notizia esplosero in una gioia incontenibile: il solo pensiero di separarsi da Annalisa, infatti, li angustiava non poco; in più potevano fare ritorno nella casa di campagna, cosa che a quel punto faceva piacere a entrambi e, ovviamente, a Papà più che a chiunque altro. Annalisa fu anche eletta pe tre volte di seguito al consiglio comunale, onorando l'impegno con grande dedizione


e nel rispetto di quei valori e principi che costituiscono da sempre il suo patrimonio più prezioso. Una sorte maligna, purtroppo, la privò anzitempo dello straordinario marito, deceduto nel 2008 dopo aver combattuto a lungo contro un terribile male, per giunta gestito malissimo da un luminare napoletano, nella prima fase. Papà era volato in cielo nel 2003, portandosi nella tomba un incupimento che già lo tormentava da alcuni anni, al quale sicuramente aveva contribuito la mancata accettazione della mia vita frenetica, non sfociata nella regolare costruzione di una famiglia.
Una grande famiglia, che un tempo si poteva considerare un vero e proprio “clan”, si era ridotta a tre sole persone. Mamma sembrava indomita e indistruttibile nonostante le avversità patite nel corso della vita: guidava l’auto con grande perizia, ottenendo regolarmente il rinnovo della patente e sorprendendo ogni volta i medici per la forte vitalità. Prodiga di consigli, analizzava con grande acume il crescente disfacimento di una società nella quale sempre più prepotentemente si andavano affermando usi e costumi da lei definiti “disastrosi”.
Con Annalisa formava una coppia indissolubile e straordinaria, le cui peculiarità avrei assimilato appieno solo a distanza di anni, grazie alle continue narrazioni di toccanti episodi rivelatimi proprio da mia sorella.
Nel luglio 2011 ci concedemmo una vacanza di oltre un mese negli USA per il novantesimo anniversario dello zio Danny 29. Tutta la famiglia si riunì per l’occasione e fu un momento particolarmente toccante. Mamma ebbe modo di rivedere i fratelli Danny e Jimmy, la sorella Giannina e una nutrita schiera di nipoti e pronipoti. Trascorremmo tre settimane tra New Jersey, Connect icut e New York, ospiti dei cugini ivi residenti, e una settimana in Florida, dove abitava lo zio Danny. La sua gioia era incontenibile ma, allo stesso tempo, ogni momento lieto era accompagnato da pensieri non espressi che mia sorella e io comunque ben percepivamo: di quell’immensa e stupenda famiglia, che costituiva un clan affiatato e per nulla turbato da elementi distonici, non certo rari nei gruppi familiari di rilevante entità numerica, aveva goduto solo brevi periodi. Quella quotidianità, che spesso consentiva i raduni per celebrare compleanni o altri importanti avvenimenti, le mancava tantissimo e si vedeva.
Nell’agosto 2013 mi assentai da casa per una settimana, essendo impegnato a Taormina per uno spettacolo. Al rientro venni a sapere che Mamma era stata male e si erano resi necessari dei consulti medici, ai quali mia sorella aveva ottemperato da sola, senza riferirmi nulla telefonicamente per evitarmi preoccupazioni o repentini rientri a rotta di collo.
Tutto sembrava evolversi per il meglio , comunque, e solo agli inizi del 2014 dei nuovi accertamenti rivelarono la necessità di un intervento chirurgico per la rimozione di un calcolo che occludeva le vie biliari. Dopo vari consulti fu scelta una rinomata clinica nella quale, settimanalmente, effettuava degli interventi chirurgici uno specialista che godeva di ottime referenze. Il caso volle che la clinica fosse proprio quella dove, nel 1966, nacque Annalisa. La particolare coincidenza, tuttavia, non influì minimamente sulla decisione, ancorata precipuamente al buon nome del chirurgo, che tra l’altro avrebbe solo dovuto asportare un calcolo con un intervento per via endoscopica, considerato non particolarmente invasivo.
Il 18 febbraio venne effettuato il ricovero e, dopo aver espletato tutti gli accertamenti di rito, il giorno dopo si procedette con l’intervento che, a detta del chirurgo, era perfettamente riuscito. Dopo poche ore, però, iniziarono a manifestarsi delle preoccupanti scariche di melena, che misero in allarme mia sorella, rimast a al fianco di Mamma notte e giorno, sin dal momento del ricovero.
A nulla valsero i tentativi di richiamare l’attenzione dei medici su quanto stava accadendo e fu solo disposta una semplice trasfusione. Mia sorella tempestò di telefonate anche il chirurgo che aveva praticato l’intervento, il quale ammise che il calcolo si era spezzato durante l’estrazione, causando la ferita fonte dell’emorragia interna. Aggiunse anche che siffatta conseguenza non era rara in interventi
29 Il video della vacanza è disponibile nel canale YouTube “Lino Lavorgna”, con il titolo USA 2011 - The Journey.
del genere e che sarebbe stato pronto a ritornare in clinica per effettuare la causticazione della ferita. Invitò mia sorella, pertanto, a riferire il tutto ai medici, precisando che avrebbe provveduto egli stesso a telefonare per spiegare cosa fosse accaduto e cosa si sarebbe reso necessario per risolvere il problema. Purtroppo i medici della clinica non diedero seguito né alla telefonata del chirurgo né alle continue e pressanti sollecitazioni di mia sorella, la quale, quando si rese conto che nulla si faceva per venire in soccorso di Mamma, chiese espressamente che fosse trasferita presso il vicino ospedale, dove senz’altro avrebbe potuto beneficiare della necessaria assistenza. Anche questa richiesta, però, non fu soddisfatta e intanto le condizioni cliniche di Mamma peggioravano visibilmente. Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio mia sorella mi telefonò esortandomi a raggiungerla in clinica perché Mamma stava molto male. In men che non si dica la raggiunsi, infrangendo senza indugio la mia proverbiale prudenza nella guida, nonostante la p ioggia battente. Non fu facile accedere, tra l’altro, perché la clinica era chiusa e solo dopo molte insistenze mia sorella riuscì a farsi dare da un’infermiera le chiavi di un accesso di servizio.
Entrai nella stanza con il cuore in gola e vidi Mamma visibilmente dolorante, ma ancora pregna di quella lucidità che le consentiva di infondere forza; lei a noi. Le sorrisi e lei mi sorrise; mi sedetti al suo fianco, sulla sponda del letto, cingendole le spalle. Mi chiese di massaggiarle i piedi e poi la schiena e si assopì. Sembrava quasi che i dolori lancinanti che tanto avevano spaventato Annalisa si stessero sedando e il medico di turno ci disse di non preoccuparci, «che era tutto a posto; che era normale». Ma nulla era posto, ovviamente, e quel tenue afflat o di illusoria serenità - lo avrei capito solo dopo - era dettato esclusivamente dal fatto che eravamo “insieme” ed era quella l’unica cosa che contava, per lei.
Le ore passavano veloci e aspettavo l’alba per parlare a muso duro col primario e “ordinare” i l trasferimento, avendo ben compreso, oramai, che il ricovero in quella clinica era stato un grosso errore. «In un minuto c’è il tempo per decisioni e scelte che il minuto successivo rovescerà», diceva Thomas Stearns Eliot. Come aveva ragione! La vita, beffarda, a volte ti nega il tempo che invochi, stravolgendoti l’esistenza. «Massaggiami la schiena», mi disse ancora, verso le sette del mattino. E io iniziai a massaggiargliela, mentre Annalisa le accarezzava le mani. Le nostre mani scorrevano sul corpo, t ra abbracci e baci, fiduciosi che di lì a poco avremmo avuto la possibilità di portarla via. Ancora pochi minuti, perdinci. Già nei corridoi si percepiva il convulso vociare dei primi arrivi e gli infermieri avevano iniziato le terapie mattutine. Ancora po chi minuti, perdinci. Mamma era tra le nostre braccia, sommersa di baci e abbracci e, nonostante il freddo già incominciasse a calare nell’anima, riusciva ancora a impartire ordini con ferma lucidità e con il piglio che le era solito: «Togliete quella sedia, ostruisce il passaggio; togliete tutta quella roba dal mobiletto». È sempre lei, pensavamo, senza alcun bisogno di dircelo. È con noi. Ancora pochi minuti, perdinci… ma la vita è beffarda. In un attimo la sentimmo venire meno e l’urlo di entrambi squarciò il cielo, facendo precipitare nella camera degli infermieri e un paio di medici.
Con il cuore che batteva forte mia sorella e io iniziammo un convulso giro di telefonate, aggrappandoci a una labile speranza perché non volevamo accettare ciò che, inesorabilmente, già struggeva l’anima. Chiedemmo subito di trasferirla in ospedale, ma anche in quei momenti di disperazione, con la cinica lucidità di chi è abituato a certe scene, qualcuno ci disse che se volevamo un’autoambulanza con urgenza dovevamo prender ne una “privata”: quelle del 118 “erano tutte occupate”.
Ben sapendo cosa si celava dietro quella informazione, iniziai a comporre il numero dei Carabinieri, facendo in modo che mi sentissero mentre dicevo che mi accingevo a contattarli per chiedere il lo ro aiuto. Come d’incanto una voce m’ingiunse di fermarmi perché «proprio in quel momento erano riusciti a reperire l’autoambulanza del 118, che sarebbe arrivata nel giro di pochi minuti». E in effetti così fu. Non potrò mai dimenticare la faccia dei medici che provvidero al trasferimento di Mamma, uno dei quali non mancò di dire a mia sorella: «Ma che ci fa qui questa paziente, in queste condizioni?»
Gettammo un ultimo sguardo a Mamma mentre entrava nell’ascensore, per poi recarci precipitosamente in ospedale, già presaghi di qualcosa che solo il cuore si rifiutava di accettare.
Alle nove in punto ci fu detto ufficialmente che Mamma era volata in cielo, anche se era ben chiaro, come sarebbe emerso in seguito, che aveva esalato l’ultimo respiro tra le nost re braccia, un attimo prima che il nostro urlo squarciasse il cielo, all’alba del 21 febbraio 2014.
Il quindici marzo avrebbe compiuto novanta anni ed era già stata organizzata presso un prestigioso resort una grande festa di compleanno, alla quale avrebbero partecipato l’unico fratello ancora in vita, Danny, e un esercito di nipoti e pronipoti provenienti dagli USA, secondo quanto concordato sin dal 2011, in occasione del compleanno di Zio Danny.
Non vedeva l’ora di riunirsi ancora una volta con i suoi cari e ne parlava con toccante entusiasmo, pregustando la gioia che avrebbe provato nel sentirsi circondata da chi tanto le mancava.
Gioia negata non dalla caducità della vita, già non facile da accettare, ma da quelle distonie dell’essere che inducono molt i uomini a tradire l’essenza del proprio ruolo sociale, causando tanto male al prossimo.
Giuseppina Federico è una grande donna italiana, una “Maestra” pervasa di grandi pregi e rare virtù.
«Ѐ», perché Annalisa e io ne percepiamo la presenza in ogni momento. E nel suo nome percorriamo ogni passo.





Giuseppina Federico: Una Donna Italiana (Blog www.galvanor.wordpress.com -15 marzo 2014)

Cara Mamma, per la prima volta, nella mia vita, avverto un totale senso d’impotenza e d’inadeguatezza al cospetto di un foglio bianco. Un vuoto assoluto che m’impedisce di trovare le parole da affidare alla tastiera. Ciò, tuttavia, non mi genera sgomento ma gioia. La gioia che scaturisce dalla consapevolezza di avere una Mamma fantastica (avere, perché non parlerò mai di t e al passato), con una vita straordinaria alle spalle, non facile da cesellare nelle sue infinite e delicate sfumature. Lungi da me il solo tentare di provarci in quest a nota, ovviamente, nel giorno del tuo compleanno, e con la casa piena di cari amici che sono venuti a omaggiarti e a vedere la bella stampa che Annalisa e io abbiamo collocato in quella stanza che hai frequentato come alunna,
come insegnante, per poi consacrarla con la tua presenza più pregnante, quella di padrona di casa.
Ciò sarà fatto, in modo degno, in un volume che raccoglierà fatti e pensieri, testimonianze e, naturalmente, tantissime foto.
Ora, seguendo l’insegnamento di tanti Maestri e soprattutto quello tuo, non resta che abbandonarmi a quel senso d’impotenza e d’inadeguatezza, senza tentare di sconfiggerlo, perché del tutto impossibile. Del resto, anche in virtù di quella natura che simbolicamente mi proietta nel magico mondo dei cavalieri erranti, intriso della purezza che hai plasmato con il tuo esempio, quale gioia più profonda, potrei provare, del dover mi inginocchiare al t uo cospetto , con il capo chino ? Lancillotto dovette vagare per anni e anni, prima di provare questa gioia, grazie a un Re. Io ho avuto il privilegio e l’onore di provarla in ogni momento, grazie a t e.
Anche per questo dono ti dico grazie, cara Mamma; ma il grazie più profondo è per il dono più prezioso. Un dono che ha un nome bellissimo: Annalisa.
Tu, lo sai bene, sei al mio fianco in ogni attimo della mia vita e guidi i miei passi. Questa presenza forte, tuttavia, è resa ancora più travolgente grazie a colei che da te ha ereditato tutto il bene che ha pervaso la tua esistenza. In lei è te che vedo, in ogni gesto, nelle parole, nelle azioni. Non sono il solo, a onor del vero. Tutti restano affascinati, incant ati, dai modi, dalla dolcezza e da quella calda voce, che sa colorarsi di stupefacente determinazione quando le circostanze lo impongono.
Insieme percorreremo i sentieri della vita nel t uo nome, rispettando i tuoi precetti e soprattutto la tua volontà. Questo è un giuramento facile da declamare e ancor più facile da rispettare, perché noi siamo i rami di un albero con solide radici e sappiamo resistere a ogni vento. Ce lo hai insegnato tu.

Quell’ultimo abbraccio (Blog www.galvanor.wordpress.com – 21 f ebbraio 2015)

Un anno è volato via, ma sembrano trascorsi solo pochi attimi da quell’ultimo abbraccio, al sorgere del sole, quando l’umana negligenza privò Annalisa e me del t uo sorriso, del t uo calore, del t uo amore e di quella straordinaria forza interiore che forza generava. La malasanità è uno dei tanti tarli di questo derelitto Mezzogiorno, non ancora affrancato dal retaggio medievale,
quello peggiore e più becero, non certo quello illuminato dai grandi scrittori, artisti, poeti e condottieri. E di malasanità si muore, spesso senza che i colpevoli paghino, perché anche la Giustizia fa i conti con i rapporti di forza più che con i nobili princìpi cesellati in bellissimi e profondi aforismi, magari ben incorniciati e in bella vista proprio lì dove essa viene quotidianamente offesa e vilipesa. Ma oggi non è di questo che voglio parlare. “Vi sarà pure un giudice a Berlino”, affermò il mugnaio di Potsdam; faccio mio il pensiero, trasformando in Berlino ogni luogo in cui vi sia fame e attesa di Giustizia. E aspetto. Oggi voglio parlare di quell’ultimo abbraccio, durante il quale ci hai detto, con un sospiro, un miliardo di cose, che non dimenticheremo mai, perché sei sempre con noi, in ogni attimo della nostra vita, vissuta all’insegna dei t uoi insegnamenti
Erano le tre di notte quando mi giunse la telefonata di Annalisa, che ti era sempre stata accanto, durante la degenza, per dirmi che stavi soffrendo molto e che il personale sanitario, medici e infermieri, non le davano ascolto quando invocava aiuto : un trasferimento d’urgenza presso l’ospedale, una trasfusione, qualsiasi cosa potesse servire in un momento come quello. Nel giro di quaranta minuti giunsi al tuo capezzale e mi sorridesti. Eravamo uniti, tutti e tre, come sempre. Mi chiedesti di massaggiarti i piedi e poi la schiena e ti assopisti. Sembrava quasi che i dolori lancinanti che tanto avevano spaventato Annalisa si stessero sedando e il medico di turno ci disse di non preoccuparci, “che era tutto a posto”, “che era normale”. Ma nulla era posto , ovviamente e quel tenue afflato di illusoria serenità - lo avrei capito solo dopo - era dettato esclusivamente dal fatto che eravamo “insieme” ed era quella l’unica cosa che contava, per t e.
Le ore passavano veloci e io aspettavo l’alba per parlare a muso duro con il Primario - e sai bene quanto la mia lingua possa essere più affilata di una lama - e “ordinare” il trasferimento, avendo ben compreso, oramai, che il ricovero in quella clinica era stato un grosso errore.
“In un minuto c’è il tempo per decisioni e scelte che il minuto successivo rovescerà”, diceva Thomas Stearns Eliot. Come aveva ragione! La vita, beffarda, a volte ti nega il tempo che invochi, stravolgendoti l’esistenza. «Massaggiami la schiena», mi dicest i ancora , verso le sette del mattino. E io presi a massaggiarti, alle tue spalle, mentre Annalisa, a t e di fronte, ti accarezzava le mani. Ti abbracciavamo e ti baciavamo, mentre le nostre mani scorrevano sul tuo corpo, fiduciosi che di lì a poco avremmo avuto la possibilità di portarti via. Ancora pochi minuti, perdinci. Già nei corridoi si percepiva il convulso vociare dei primi arrivi e gli infermieri avevano iniziato le terapie mattutine. Ancora pochi minuti, perdinci. Eri tra le nostre braccia e ti co privamo di baci e abbracci e tu, nonostante il freddo già incominciasse a calare nell’anima, impartivi ancora con ferma lucidità e “forza” i tuoi ordini, con il piglio che ti era solito: «Togliete quella sedia, ostruisce il passaggio»; «Togliete tutta quella roba dal mobiletto». È sempre lei, pensavamo, senza alcun bisogno di dircelo. È con noi. Ancora pochi minuti, perdinci… ma la vita è beffarda. In un attimo ti sentimmo venire meno e l’urlo di entrambi squarciò il cielo.
Cara e dolce Mamma, da sempre il dubbio è stata la mia unica certezza e sono ben poca cosa al cospetto della complessità della vita e delle sue leggi. Non so dove sei ora, ma davvero mi auguro che esista il Paradiso dei Giusti e che tu sia lì, ad insegnare a tanti tutto ciò che a tanti hai insegnato in vita.
Da un anno, i miei numerosi amici che con la mente umana hanno dimestichezza quotidiana, per vincoli professionali, cercano di convincermi che è inutile tormentarmi per delle scelte “imposte” da chi aveva i giusti titoli per imporle. I più saggi di loro, però, quelli che meglio mi conoscono e più di altri sono riusciti a scandagliare il mio universo, non si sono sforzati più di tanto in tal senso, ben sapendo che era perfettamente inutile e che sono sempre io a farmi carico
di tutto. «Abbandonati al tuo dolore», mi dicono, consapevoli che esso è ora parte di me e che il “terribile fardello” mi accompagnerà per sempre e nulla potrà mai sedarlo.
Perdonami, dolce Mamma, se non sono stato in grado di salvarti la vita. Di malasanità si muore, in questo derelitto Mezzogiorno e dovevo prevederlo.
Perdonami per i tanti ritardi accumulati nel corso della mia vita. Costa, e tanto è costato, voler vivere con la schiena dritta e poter sempre alzare il dito indice, con la testa alta, gridando “J’accuse!”, senza offrire mai il destro a chicchessia di fare altrettanto. Non avrei potuto vivere diversamente, del resto, senza abbassare gli occhi, vergognandomi, al t uo cospetto e al cospetto di mio Padre, t uo marito.
È costato tanto, ma è un prezzo che ho pagato volentieri, perché la Libertà è il bene supremo e quella Libertà che non mi sono fatta mai mancare è il retaggio dei vostri insegnamenti.
Mi manchi in ogni momento. Ci manchi in ogni momento e mancherai ancor più quando, fra qualche settimana, uscirà “Prigioniero del sogno”, che leggesti nella sua prima edizione. Come sarebbe stato bello averti alla presentazione ufficiale e vedermi rubare la scena da t e, Mamma speciale, da tutti amata. Ti luccicavano gli occhi, quando lo leggesti, ma non esitasti a rampognarmi per il finale, eccessivamente duro e nichilista. «La speranza non deve mai morire», mi dicesti. Dolce Mamma, la speranza non muore e nella nuova versione il finale è stato variato. Ti piacerà, ora. È già in tipografia e l’editore aveva scritto: “Finito di stampare nel mese di febbraio”. Gli ho chiesto di correggere la frase, che pertanto sarà: “Finito di stampare nel mese di marzo”, il mese che ti ha vista nascere, come un fiore di primavera. Il cavaliere errante cui hai donato la vita continua la sua battaglia, indomito. E continuerà a sorridere, nonostante tutto, perché sa che è questo che vuoi. E vivrà nel t uo nome, dedicandoti ogni momento della sua vita, perché sa che è giusto e, soprattutto, è ciò che vuole. Ed è solo questo, tra l’altro, che gli dona un po’ di pace.
Tuo figlio.

Giuseppina Federico: La Maestra Blog www.galvanor.wordpress.com -1° agosto 2017

2 aprile 1949 - Faicchio. Scuola Elementare di Tavernavecchia, nella frazione di Massa. Precetto Pasquale delle classi terza, quarta e quinta elementare. Mamma è al centro. Alla sua sinistra il prof. Luigi Fusco, l'arciprete Ernesto Zarrella e un altro insegnante.
Michele Di Leone, ex allievo di Mamma, mi ha fatto omaggio di un libro autoprodotto 30 nel quale parla di tempi lontani, ma nitidi nella memoria. Nel 2007 si rese promotore di una riunione con i compagni di classe e la Maestra.
Ringrazio Michele Di Leone per la testimonianza di affetto e mi complimento per la pregevole opera realizzata.
Nel 2007, quando fu organizzato l’evento, vivevo altrove, ma di esso mi giunse l’eco, perché non vi era giorno che non mi sentissi con l’adorata Mamma. Me ne parlò con entusiasmo e palese emozione, ben comprensibile del resto, considerato che aveva rivisto molti allievi a distanza di 58 anni!
Mi riferì, però, anche un aneddoto che mi fece ridere molto. Come noto a tutti, il mondo è pieno di tipi strani ed è davvero difficile che della loro presenza resti immune un contesto
30 Massa - Amata terra mia. (Massa è una frazione del comune di Faicchio).
caratterizzato da un numero cospicuo di persone. In occasione dell’evento organizzato da Michele Di Leone, il tipo strano di turno non trovò di meglio che avvicinare tutti i convenuti, riferendo che la maestra presente nella foto del 1949 non era mia Madre ma la sua.

2 giugno 2007 - Mamma incontra i suoi alunni dopo 58 anni.
Il fatto generò viva apprensione, anche perché accadde prima di pranzo e tutti si chiesero che cosa sarebbe accaduto dopo qualche bicchiere di buon vino. Per fortuna non accadde nulla e il vino, caso mai, servì a placare i turbamenti del tipo strano, il cui tentativo di appropriazione indebita di Mamma altrui generò solo umana pietas
A chi mi conosce bene è noto un mio vecchio aforisma, concepito in chiave antirazzista: «Nessuno ha colpe o meriti per dove nasce ma solo colpe o meriti per come vive». Se fossi stato più cattivo lo avrei leggermente modificato per l’occasione e lo avrei inviato al tipo strano: «Nessuno ha colpe o meriti per i Genitori che si ritrova e può solo ritenersi fortunato se gliene capitano due straordinari e speciali come Lorenzo Lavorgna e Giuseppina Federico ». Pensando alla madre vera del tipo strano, però, che forse non meritava quel gesto insulso , contai fino a dieci e non gli scrissi nulla.
Detto questo, devo aggiungere altro.
Appartengo a una scuola di pensiero che rappresenta una sintesi tra la teoria innatista di Cartesio e quelle sviluppatesi in epoca recente, che privilegiano il condizionamento ambientale quale fattore primario del comportamento umano. A mio avviso, ferma restando la pregnante importanza dell’ambiente, il retaggio ancestrale - l’eredità di sangue - sia pure in forme diverse tra i vari soggetti, incide a sua volta sul comportamento, oltre a condizionare i tratti somatici e a trasmettere, talvolta, quelle che generalmente vengono definite malattie ereditarie.
Il papà dello strano tipo, infatti, negli anni Sessanta si rese protagonista di un fatto che lascia aperte molte ipotesi, tutte poco piacevoli. A seguito dell’acquisto di un terreno appartenente
alla mia famiglia, non si sa come, nell’atto notarile, con definizioni sibilline furono inserite le particelle catastali della casa avita, costruita dai nonni ed ereditata da Papà, e del terreno circostante, nonostante fossero distanti circa due chilometri dal terreno venduto! L’imbroglio fu scoperto molti anni dopo, nel 1984, ma non fu possibile classificarlo come tale: si trattò - fu detto - di un errore perpetrato dal notaio per una banale distrazione. «Nulla di grave - disse l'intestatario abusivo della proprietà Lavorgna con la voce tremula di chi viene colto con le mani nella marmellata - basta una semplice rettifica», senza spiegare, però, perché l'errore non fu corretto subito! Fatto sta che gli ingenti costi per il nuovo rogito - sette milioni delle vecchie lire per riappropriarsi di qualcosa che già si possedeva - furono tutti a carico dei miei Genitori! Anche il notaio (una donna) si comportò in modo subdolo, sfruttando una situazione che aveva generato profondo sconcerto. Nell’atto di vendita è scritto che l’intero corpo immobiliare fu riacquistato per quattro milioni. Ovviamente si trattava di sanare quello che, ufficialmente, si configurava come un pregresso errore di un collega oramai non più in servizio. La parcella, pertanto, si sarebbe dovuta calcolare in funzione dell’eccezionalità dell’evento o, al limite, della cifra registrata sull’atto! La malandrina, invece, pretese una somma quasi doppia di quella trascritta nel rogito, chissà, forse divisa co l tipastro che, zitto zitto e mogio mogio, lasciava passare gli anni tenendosi intestato impropriamente un bene di ingente valore economico e di ancor più ingente valore storico per ciò che rappresentava sia a livello familiare sia a livello sociale! Questo tristissimo episodio , insieme con tanti altri, è stato scoperto da me in epoca recente. In quel periodo vivevo una vita iper dinamica che mi teneva impegnato su più fronti. Nel 1984, tra l’altro, abitavo a Siena, dove dirigevo l’ufficio economato della locale Questura, occupandomi ad interim anche dell’u fficio stranieri. La vicenda fu risolta come sopra descritto, ma se fossi stato messo al corrente di quanto stava avvenendo, mi sarei letteralmente mangiato l’indebito appropriatore di beni altru i e avrei senz’altro fatto radiare dall’albo dei notai la signora senza cuore, quanto meno colpevole di illecito deontologico, per non dire di peggio.
Quell’Alba tragica di sette anni fa (Blog www.galvanor.wordpress.com - 21 febbraio 2021)

Dal 1968 ogni anno inizia con una importante ricorrenza, istituita da papa Paolo VI: “Giornata mondiale della pace”. All’epoca l’umanità era scossa dalla feroce guerra in Vietnam e il Papa, rifacendosi ai principi della Pax romana, rivolse un accorato appello affinché si concordasse una tregua e si creassero i presupposti per far tacere le armi.
La ricorrenza è stata sempre caratterizzata da una tematica di matrice etico -filosofica protesa a incidere sul sociale con il nobile proposito di contribuire alla crescita morale e culturale dei popoli. Quanto vana sia risultata questa encomiabile iniziativa è sotto gli occhi di tutti e per comprenderne il perché si può far riferimento ai celebri versi di Robert Frost tratti dalla poesia “La strada non presa”: «Due strade divergevano in un bosco, io ho preso quella meno battuta e ciò ha fatto la differenza». La strada meno battut a, o “percorsa”, volendo tradurre fedelmente i versi, è senz’altro la più fascinosa ma anche la più impervia. La maggioranza del genere umano, da sempre, è abbagliata da ciò che sente più alla propria portata e pazienza se i sentieri percorsi, magari in gradevole compagnia, solo apparentemente risultano più facili e più belli degli altri, essendo in realtà costellati di trappole e di false radure che nascondono mortali precipizi.
Sono davvero tanti gli insegnamenti che i pontefici hanno lasciato in eredità all'umanità dal 1968 ad oggi! Ma quante persone hanno letto e assimilato quei messaggi? Poche, purtroppo, e
tra l’altro tutte afferenti a quel ristretto club di rari nantes in gurgite vasto che in essi hanno trovato solo il piacere di vedere confermati principi morali già saldamente insiti nel proprio essere.
In questo giorno, per mia sorella e per me tristissimo, riportandoci esso a quell’ultimo abbraccio che Mamma ci concesse in un’alba tragica segnata dalla nequizia umana, ho inteso proprio riferirmi ai tanti messaggi diffusi in occasione della giornata della pace, in particolare a quelli che affrontano le tematiche della giustizia, del perdono e del valore della vita in modo senz’altro più incisivo rispetto alle altre, a riprova della loro fondamentale importanza per creare un mondo migliore.
Iniziò proprio Paolo VI, nel 1972, sviluppando il tema: «Se vuoi la pace, lavora per la giustizia», per poi cesellare il concetto nel 1977 con il messaggio: «Se vuoi la pace, difendi la vita».
Nel 2002, a pochi mesi dai tragici eventi del settembre precedente, papa Giovanni Paolo II diffuse il messaggio: «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono », per me illuminante, perché contribuì a sedare il tormento scaturito da un pensiero in netto contrasto con la diffusa propensione a privilegiare una insostenibile leggerezza dell’essere protesa a giustificare ogni cosa, a perdonare con estrema facilità ogni azione nefasta, sostituendosi a Dio e anche alle leggi, prevedendo l’ordinamento giuridico il perdo no in un ambito molto ristretto che riguarda solo i minorenni. La meravigliosa riflessione di papa Giovanni Paolo II mi è stata di conforto, fungendo da guida - anche se ne avrei fatto volentieri a meno - in occasione della tragica morte di Mamma per malasanità, imponendomi di invocare giustizia.
Sostiene papa Giovanni Paolo II, infatti: «[…] non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono».
Si può e si deve perdonare, quindi, tenendo ben presente che il perdono si oppone al rancore e alla vendetta, non alla giustizia. La pace, intesa nella sua accezione più ampia, come sancito dal Concilio Vaticano II, è il frutto dell’ordine immesso nella società umana dal suo Fondatore.
Un ordine che deve essere attuato da uomini assetati di una giustizia “sempre più perfetta”. Parole forti, come si vede, che si ispirano al delicato e, allo stesso tempo, imponente principio propugnato da Agostino: «La pace, a cui mirare con l’apporto di tutti, consiste nella tranquillitas ordini, nella tranquillità dell’ordine». Una tranquillità impossibile da ottenere quando viene meno il presupposto di giustizia e traballa la fiducia nei confro nti di essa.
La strada maestra del perdono, quindi, non può prescindere dalla giustizia e ogni deriva da questo presupposto costituirebbe un’offesa a Dio, avendo esso una radice e una misura divine. Costituirebbe, poi, un’offesa a tutti coloro che, a prezzo di immani sacrifici, quel giorno che incontrarono due strade nel bosco, scelsero la meno battuta per percorrere solo i sentieri della rettitudine e del bene, magari pagando un prezzo altissimo per quella scelta. Non perdiamo mai di vista, pertanto, che se l’umanità ancora non è sprofondata in un abisso è solo grazie a loro e non stanchiamoci mai di invocare, anzi, pretendere, giustizia, senza della quale non è possibile alcun perdono.

IL PROCESSO
Nessuna pena potrà mai placare la perdita della Mamma, nondimeno la Giustizia va invo cata e pretesa quando le gravi distonie dell’essere segnano in modo indelebile l’esistenza delle persone. Niente e nessuno, inoltre, potranno sedare il complesso di colpa di un figlio che, nonostante la profonda esperienza di vita e la conoscenza delle tante problematiche che penalizzano la sanità campana, soprattutto nelle aree interne, si è lasciato convincere con troppa leggerezza nel ricoverare la Madre presso una clinica privata invece di affidarsi a una più solida e qualificata struttura pubblica. Le gravi colpe di cui si sono macchiati coloro che avrebbero dovuto prendersene cura, nel rispetto del codice etico e deontologico, non potevano restare impunite.
Dopo le prime settimane di sbandamento, mia sorella e io, in preda a un irreparabile sconforto, poiché la straordinaria forza di Mamma ce l’aveva resa ai nostri occhi quasi “immortale”, iniziammo a reagire, sia pure con grande fatica e incessante dolore.
Un paio di mesi dopo il decesso , pertanto, decidemmo di denunciare i medici che ne avevano causato la morte.

San Lorenzello, 10 aprile 2014
PROCURA DELLA REPUBBLICA
Oggetto: Maria Giuseppa Federico, nata a San Lorenzello il 15 marzo 1924, deceduta a ********* il 21 febbraio 2014
Ill.mo Signor Procuratore della Repubblica, dopo attente valutazioni e vari consulti, ho deciso di esporle, in via ufficiale, quanto verificatosi dal 18 al 21 febbraio 2014 presso la Clinica ******** di *********. Di concerto con mia sorella Annalisa e dietro parere favorevole del medico di famiglia, il giorno 18 febbraio abbiamo ricoverato nostra madre, per un intervento di E.R.C.P., finalizzato all’asportazione di due calcoli che ostruivano le vie biliari.
L’intervento è stato effettuato in data 19 febbraio 2014 e sembrava fosse andato a buon fine. Nel corso della notte, però, si manifestava una emorragia che perdurava anche il giorno 20, in virtù della quale i sanitari hanno disposto una trasfusione.
Mia sorella Annalisa, che di fatto non ha lasciato mai sola Mamma, appurato il peggioramento repent ino delle condizioni di salute, ha chiesto ripetutamente che fosse trasferita presso un centro più attrezzato a fronteggiare eventuali emergenze, ottenendo un rifiuto. Consultatasi telefonicamente con il chirurgo che aveva eseguito l’intervento, presente in clinica solo il mercoledì, si è sentita rispondere che “l’emorragia, in tali circostanze, nel 90 % dei casi rientra”.
Nel corso della notte tra il 20 e il 21 febbraio mia sorella ha notato un ulteriore peggioramento di Mamma e mi ha telefonato affinché corressi subito in clinica.
Nel frattempo aveva allertato il medico di guardia, il quale aveva disposto una seconda trasfusione. Ivi giunto alle ore 04,00, mi sono subito reso conto che Mamma aveva difficoltà nell’articolazione della parola e, a mia volta, non senza i fremiti di una crescente preoccupazione, ho chiamato ripetutamente il medico di guardia, che però nulla più ha disposto.
Verso le ore 07:00 del 21 febbraio, mia sorella e io abbiamo sollevato Mamma dal lettino per provocarle un minimo sollievo, in quanto si lamentava fortemente. Annalisa le era davanti e io ero alle sue spalle, per massaggiarle la schiena. L’abbiamo vista cedere all’improvviso e l’urlo di mia sorella ha fatto sì che in camera si precipitassero il medico di guardia e un infermiere, che subito ci hanno intimato di uscire. Disperati, abbiamo tentato di contattare il 118, che in un primo momento non era disponibile. Ho chiamato mio cugino a Caserta, dipendente ospedaliero, per vedere se era possibile far venire un’autoambulanza da Caserta. Dopo qualche minuto, però, ci è stato detto che l’autoambulanza sarebbe giunta a momenti.
Mamma è stata portata al Pronto Soccorso dell’ospedale, dove il medico di turno ha solo potuto certificare il decesso.
Mamma, di fatto, è volata in cielo mentre Annalisa e io la tenevamo abbracciata.
Cosa ha determinato l’emorragia? I cinque prelievi effettuati dal chirurgo per l’esame istologico? Cosa sarebbe successo se Mamma fosse stata trasferita in tempo utile presso una struttura munita di sala di rianimazione? Perché non è stato fatto un emocromo dopo la prima trasfusione? Erano sufficienti solo due trasfusioni, la seconda delle quali disposta forse quando già era troppo tardi?
Questi “interrogativi”, insieme con alcuni altri qui non espressi e che mi auguro possano essere esposti rispondendo alle domande di un PM, angosciano non poco sia me sia mia sorella. Mi è stato chiaramente fatto intendere da amici legali, beneficiari della massima fiducia, che, in caso di denuncia della struttura sanitaria, correrei il rischio non solo di non vedere accertata la realtà dei fatti, ma di subire una notevole penalizzazione economica per le spese legali.
Sono abbastanza vecchio per comprendere che i rapporti di forza surclassano quasi sempre la volontà di Giustizia, ma non per questo bisogna rassegnarsi all’idea che la Giustizia debba essere offesa e vilipesa. Se la mia Mamma è stata l’ennesima vittima di malasanità, deve essere appurato e qualcuno deve pagare. Non è più possibile tollerare che si scherzi con la vita umana e in Italia siamo ben oltre ogni possibile soglia di tollerabilità.
Un caso più o meno analogo sta riempiendo le cronache giornalistiche proprio in questi giorni e il PM ha disposto l’autopsia della bimba di dieci anni deceduta in una clinica privata di Roma. Mamma era una “roccia granitica”, con lucidità invidiabile e una “forza psico - fisica” assolutamente sorprendente per una donna della sua età, come facilmente evincibile da chiunque la conoscesse, che ha rinunciato volontariamente a guidare più l’auto mobile solo pochi mesi fa, avendo sempre ottenuto il rinnovo della patente.
L’abbiamo ricoverata per un intervento routinario, speranzosi di poter festeggiare, con i parenti appositamente convenuti dagli Stati Uniti, il novantesimo compleanno. Il giorno 15 marzo, invece, abbiamo solo potuto apporre una targa ricordo, nella casa avita, ove ora abitiamo solo mia sorella e io, che l’ha vista prima come allieva, poi come maestra e poi come padrona di casa e maestra.
Invocando solo Giustizia e rimettendomi a Sua disposizione per qualsivoglia azione dovesse ritenere opportuna, La ringrazio per l’attenzione e porgo cordiali saluti.
Pasquale Lavorgna
Il PM incaricato delle indagini dispose una perizia, affidando l’incarico a due importanti accademici. Nonostante il relativo ritardo con il quale presentai l’esposto non avesse consentito di effettuare l’autopsia, gli elementi evinti dalla cartella clinica furono più che sufficienti per redigere un’articolata e “devastante” relazione dalla quale emergevano in modo chiaro e inconfutabili le gravi omissioni che avevano portato alla morte di Mamma, l’insufficienza delle trasfusioni effettuat e alla luce della grave situazione che si era registrata dopo l’intervento, la mancanza di accurati e continui controlli secondo i protocolli previsti per quei determinati eventi, il mancato intervento chirurgico per fermare l’emorragia. Né mia sorella né io, ovviamente, nutrivamo alcun dubbio circa il reale svolgimento dei fatti, ma la lettura della relazione ci provocò una immane ulteriore sofferenza perché da essa si evinceva chiaramente che, sol che si fosse disposto il trasferimento presso l’ospedale quando fu insistentemente richiesto da mia sorella (e rifiutato perché a detta dei medici il decorso post operatorio non presentava aspetti che giustificassero il provvedimento), Mamma avrebbe ricevuto il necessario intervento di sutura e tutto si sarebbe risolto senza conseguenze.
Alla luce dei dati circostanziati esposti dai periti nominati dalla Procura, al termine dell’udienza preliminare il PM chiede il rinvio a giudizio degli imputati, che viene accolto dal GUP.
La fase processuale, come spesso accade in simili circostanze, è stata lunga, dolorosa e pregna di costanti tensioni generate dal possibile sovvertimento “dei fatti acclarati” perché non sempre in un’aula di giustizia trionfa la verità e i rapporti di forza contano moltissimo, come storia e cronaca insegnano. Va anche tenuto presente che, all’atto della denuncia, pur avendo esposto in modo chiaro i fatti, non essendomi avvalso dell’ausilio di un legale, non utilizzai quelle formule che avrebbero conferito maggiore peso al documento. Mia sorella Annalisa, che non aveva mai lasciato la clinica e poteva riferire minuto per minuto tutto quello che era accaduto dal momento del ricovero all’alba del 21 febbraio, si riservò di fornire una più dettagliata esposizione dei fatti nella fase dibattimentale, in modo da suggellare in modo ancora più pregnante sia il mio esposto sia la pur chiara e articolata perizia redatta dai luminari di Napoli nominati dalla Procura.
Con nostra somma sorpresa, però, nell’udienza del 21 gennaio 2021, il PM accolse la richiesta di non procedere con l’interrogazione delle parti lese, ritenendo sufficienti tutti gli elementi probatori acquisiti. Ovviamente sia mia sorella sia io fummo invitati a dare il nostro assenso alla richiesta e, presi alla sprovvista, non avemmo l’improntitudine di rifiutarlo e chiedere di essere ascoltati.
Rientrati a casa fummo assaliti da mille pensieri e dubbi. Mia sorella voleva chiarire in modo più incisivo alcuni aspetti che avrebbero fatto meglio comprendere la gravità del comportamento dei medici e il non aver potuto parlare fu fonte di profondo stress. Decidemmo, pertanto, di esternare le nostre perplessità al PM, pur nella consapevolezza che non sarebbe stato possibile ripetere l’udienza, a norma di legge. Tra l’altro il tempo “volava” e stava per sopraggiungere l’infausta data che avrebbe determinato quell’ignominiosa prescrizione che nessuno si decide ad abolire, vera manna per quei bravi avvocati molto abili nell’assicurare ai propri assistiti infiniti rinvii, approfittandosi anche di un sistema giudiziario già di per sé lacunoso per la netta sproporzione tra l’esiguo numero di risorse disponibili e l’altissimo numero di pratiche da smaltire.
In men che non si dica, pertanto, redigemmo un documento nel quale furono meglio esposti i dati contenuti nella denuncia in iziale.
Nell’udienza del 21 luglio 2021 la colpevolezza dei medici fu acclarata dalla sentenza di condanna, ancorché più formale che sostanziale, dal momento che in Italia l’omicidio colposo è disciplinato da norme che prevedono la galera solo in casi particolari. Nondimeno gli imputati decisero di ricorrere in appello e, nell’udienza del 26 giugno 2023, la condanna fu confermata.
Alcuni giorni dopo il legale di fiducia ci comunicò che era stato contattato dal collega che assisteva i medici e invitato a proporci un risarcimento economico in modo da evitare il contenzioso civile e l’eventuale ricorso in Cassazione. La proposta prevedeva l’erogazione di una somma irrisoria, giustificata dal fatto che l’importo “doveva risultare conveniente per i medici”. Mia sorella e io , letteralmente scioccati per quella frase, lasciammo lo studio dell’avvocato senza parole, riservandoci di fornirgli una risposta entro un paio di giorni.
Giunti a casa, dopo un breve conciliabolo, decidemmo di comunicare le nostre decisioni via e- mail e non verbalmente, a futura memoria. Il 7 luglio 2023, pertanto, inviammo all’amico avvocato il seguente messaggio, che non necessita di ulteriori chiarimenti.
«Gentilissimo Sandro, desideriamo esprimere in forma scritta la replica alla propost a dei medici responsabili della morte di Mamma, con piena autorizzazione alla divulgazione del testo senza alcuna restrizione, in modo che traspaia inequivocabilmente tanto il nostro pensiero quanto il nostro stato d’animo. Come sempre: verba volant scripta manent.
Riteniamo la proposta risarcitoria offensiva e irricevibile. Ancor più la riteniamo “improponibile”. Il semplice fatto che sia stata effettuata, pertanto, sconcerta e lascia trasparire, più di quanto non sia già emerso, un cinismo e una mancanza di sensibilità che, seppur sempre deprecabili, lo sono maggiormente quando espressi da soggetti i cui vincoli professionali dovrebbero suggerire di approcciarsi al prossimo con ben altre modalità relazionali, in qualsivoglia circostanza.
Comprendiamo l’invito ad accantonare, in questa fase dell’incresciosa vicenda, ogni riferimento all’etica e a quei principi umanitari che dovrebbero invece rappresentare la base di partenza di ogni comportamento umano, ma proprio non possiamo permetterci di mercanteggiare sulla vita di Maria Giuseppa Federico, per tutti Giuseppina la “Maestra” e per noi la Mamma che prima ci ha donato la vita e poi ci ha insegnato a viverla nel modo più dignitoso possibile.
Fai leggere ai medici della clinica ******* questi due ricordi, il secondo dei quali dedicato proprio a loro in quanto parla di giustizia e perdono: GIUSEPPINA FEDERICO: LA MAESTRA (blog www.galvanor.wordpress.com 1/8/2017); QUELL’ALBA TRAGICA DI SETTE ANNI FA (il ricordo risale al 21/2/2021, reperibile sempre nel blog www.galvanor.wordpress.com). Forse leggendoli si renderanno conto con chi abbiano a che fare, perché finora ci hanno dato solo l’impressione di volerci trattare alla stregua delle mosche fastidiose, che gli elefanti spazzano via con un colpo di coda, senza nemmeno provare a pensare al dolore straziante che ci hanno provocato.
Vedi, Sandro, ci sono cose che non ti abbiamo mai detto e sulle quali comunque riteniamo di glissare, limitandoci, in questo contesto, a un labile accenno. Abbiamo improntato l’intera vicenda - e ovviamente non poteva essere altrimenti – sulla mancanza di assistenza e sulle deficienze strutturali, ma sin dai primi giorni del dolore straziante vi è un pensiero che ci tormenta, anche perché è destinato a restare senza risposta: “Perché è successo ciò che è successo?” E ci fermiamo qui.
Ritornando ai fatti acclarati: non una parola da parte dei medici; non le dovute scuse; non un accorato appello per chiedere perdono; nessun tentativo di far percepire il “loro” dolore per gli errori commessi, per la disattenzione, per il mancato trasferimento presso altra struttura nonostante la ferma e pressante richiesta di Annalisa, che non ha lasciato un solo attimo Mamma da sola ed è “l’unica persona” che può riferire, minuto per minuto, il “reale” andamento dei fatti, come riportato nella nota inviata al PM dopo che ci fu chiesto se volessimo testimoniare o meno e, colti alla sprovvista, demmo l’assenso a procedere senza essere ascoltati; nessuna spiegazione per non aver richiamato il chirurgo (forse per non pagarlo?) quando lo stesso si rese disponibile a ritornare subito in clinica per causticare la ferita provocata durante l’intervento. Non una parola, ma solo il malsano tentativo di discolparsi senza alcun rimorso. E ora quella terribile espressione che lascia trasparire una profonda inadeguatezza alla vita: “La trattativa economica deve essere per loro conveniente”. “Per loro conveniente!” Non vi sono parole, Sandro, per commentare questa frase che offende la nostra dignità di figli di una Grande Mamma. Si può solo tacere al cospetto della sua oscenità, perché confutarla significherebbe conferirle dignità interlocutoria, mentre merita solo silenzioso disprezzo.
Tutto ciò premesso, è giusto che l’avvocato amico che ci sta seguendo da dieci anni sia messo in condizione di dialogare con la controparte, riportando fedelmente le decisioni di noi persone offese.
Ѐ ben evidente che siamo pronti a evitare le lungaggini della Giustizia, ma solo se ciò non costituisca “oltraggio alla nostra dignità”, consentendo a “chiunque” di equivocare e confondere la sete di giustizia per mercimonio. Non comprendiamo molti aspetti d i natura meramente procedurale connessi al coinvolgimento dell’assicurazione, ma non ci interessa entrare nel merito. Ci dici che la compagnia assicuratrice si sia completamente disinteressata della vicenda e questo, evidentemente, è un problema che riguarda il rapporto tra clinica, medici e compagnia assicuratrice.
[…omissis per motivi di privacy]
Il risarcimento economico è giusto e doveroso, ma l’importo che ci sarà corrisposto assume un valore meramente giuridico perché, sia ben chiaro, la vita di nostra Madre non ha prezzo.
Un cordiale saluto
Annalisa e Pasquale
Cara Mamma,
POSTFAZIONE
sono trascorsi dodici anni da quell'alba tragica che ha spezzato il tempo. Mentre Annalisa e io ti stringevamo ancora tra le braccia, speranzosi di condividere con te giorni lieti, la mano crudele di un destino infame spezzò in un attimo fatale i nostri sogni. Tenevi tanto alla festa del novantesimo compleanno, con un esercito di familiari che avrebbero attraversato l'Oceano per renderti omaggio. Quella gioia ti è stata negata, purtroppo, e a noi figli è stata negata la gioia di vederti felice.
Si sbagliava, Sallustio, quando lasciò in eredità all'umanità il motto “Faber est suae quisque fortunae”. Non hai mai sbagliato nulla e tanto hai costruito, con rettitudine, sacrificio, amore. Sei stata faro e radice di una grande famiglia, illuminandola con la tua saggezza. Eppure, come talvolta accade anche alle vite più limpide, altri hanno staccato il filo, non ha importanza se per mero errore. Molto più pertinente, ancorché terribile, quindi, quel “Sic transit gloria mundi” - chissà perché ancora oggi non attribuito all'unico che può averlo davvero concepito tra i religiosi inseriti nella rosa dei possibili autori, ossia Tommaso da Kempis - non per negare il valore di ciò che è stato, ma per ricordarci quanto fragile sia la condizione umana.
Non ha mai sbagliato nulla neppure Annalisa, figlia nata dal seme della maturità, meravigliosa nella sua rigorosa essenza di donna pervasa da grandi pregi e rare virtù, leonessa indomita capace di fronteggiare le avversità con il piglio di una guerriera, ma costretta ad arrendersi a quell'effimero senso della vita, pagando un prezzo che nessuna coerenza e nessuna virtù avrebbe meritato di pagare.
Ora siete insieme: Tu, Papà, Annalisa, Gino, Pasqualina. E con voi Felice, che entrò nella nostra Famiglia con la delicatezza di un gentiluomo d'altri tempi, degno compagno di una donna straordinaria: bello, bravo, geniale, eccellente in tutto e rispettoso di Te e di Papà più di quanto, talvolta, non lo sia un figlio nei confronti dei genitori. Una coppia stupenda… troppo per questo mondo, dice qualcuno, mentendo sapendo di mentire.
Io sono rimasto solo, condannato a torturarmi, giorno dopo giorno, con tanti “se” e “ma” destinati a restare senza risposte.
Mi annullo nel dolore, dolce Mamma, e cerco conforto solo nei ricordi, perché è in essi che trovo ancora un sentiero. L'Amore che hai seminato è il mio cibo. Un cibo che si rigenera senza mai esaurirsi. Vive in questa casa, che Tu e Annalisa avete difeso contro ogni asprezza umana; vive nei valori che Tu e Papà avete trasmesso a noi figli; vive nei gesti che ogni giorno mi sforzo di compiere per essere degno di tutti voi.
Ne sarò all'altezza? Non lo so. Sarà il Tempo a emettere la sentenza. Di una sola cosa sono certo e mi dà forza: se il Tempo ha potuto interrompere con troppo anticipo la vostra presenza, non potrà mai cancellare ciò che siete stati. Anzi: “ciò che siete”, perché finché avrò respiro, continuerò a camminare con voi accanto.
Con tutto l'Amore del mondo, Pasqualino.

L’AUTORE
Giornalista, scrittore, poeta, attore… e tante altre cose. L’eclettismo di Lino Lavorgna, nato nel 1955 a San Lorenzello, un paesino del Sannio beneventano, si può sintetizzare proprio nella frase iniziale, per non scadere in una narrazione involontariamente apologetica. Trasferitosi giovanissimo a Caserta, nel 1972 iniziò l’attività giornalistica, occupandosi prevalentemente di ecologia. Convinto assertore dei dettami sanciti dal famoso rapporto sui limiti dello sviluppo, redatto dagli scienziati del M.I.T., nel 1975 abbandonò le vecchie associazioni settoriali, “dedite esclusivamente alle allegre scampagnate e alla difesa dei leprotti e degli uccellini, nobilissimi propositi ma non bastevoli per propugnare una sana cultura ecologica, in grado di rimediare ai guasti di una società in disfacimento” e fondò l’Associazione nazionale salvaguardia ecologica. Di fatto, mezzo secolo fa, sosteneva ciò che oggi, purtroppo con scarsa fortuna, viene ribadito dagli ambientalisti di tutto il mondo. Appassionato e valente fotografo, nello stesso periodo fondò a Casertavecchia, co n due amici, il Circolo fotografico “Il Borgo”, che si rese promotore di importanti eventi culturali a livello nazionale e internazionale. Nel 1977 fondò il “Movimento Libera Europa”, successivamente trasformatosi in “Europa Nazione”, con lo scopo di promuovere quel processo integrativo teso alla realizzazione di un antico sogno agognato in tanti progetti federativi: gli Stati Uniti d’Europa. All’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, con l’associazione culturale Excalibur, organizzò la prestigiosa mostra internazionale “I Ponti di Leonardo”, cesellando il progetto ingegneristico che ha unito la Svezia e la Danimarca grazie al ponte di Öresund. Nel 2015 ha pubblicato il romanzo Prigioniero del Sogno, utilizzando la metafora dei Cavalieri di Camelot per denunciare il continuo degrado del mondo moderno. Nel 2018 ha scritto un saggio sulla Grande Guerra, Il Piave mormorava, pubblicato a puntate sulla rivista “Confini”. Sempre su Confini, nel 2021, ha pubblicato la Storia d’Irlanda, quale debito d’amore nei confronti di un Paese che lo ha affascinato sin dagli anni giovanili, durante i quali ha avuto modo di frequentare i mitici combattenti dell’Irish Republican Army grazie al legame sentimentale con una militante della Brigata “Belfast”, guidata dall’eroe Bobby Sands. Dal 2003 collabora col “Cenacolo Accademico Poeti nella Società”, sulla cui omonima rivista pubblica poesie e racconti. Nel 2020, centenario della nascita del Papà, ha pubblicato una biografia conferendo particolare risalto al periodo bellico e all’impegno sociale: Lorenzo Lavorgna - l’uomo che sapeva solo amare. In una dicotomia operativa che sorprende per l’entità degli impegni, Lino Lavorgna, dopo una breve e deludente esperienza giovanile in campo teatrale (amava mettere in scena opere impegnative, puntando sulle repliche di lunga durata, in netto contrasto con un sistema che privilegia le produzioni di basso costo, lautamente finanziate grazie alla massiccia ingerenza politica) si è dedicato allo showbiz, organizzando e conducendo spettacoli, sfilate di moda, fashion awards. Dal 1989 al 1994 ha diretto l’emittente televisiva “Teledue”, ubicata a Nola. Nel 2001 ha recitato nel film “Come Sinfonia”, diretto da Ninì Grassia. Contestualmente, secondo una consolidata propensione di molti giovani nati nel primo dopoguerra, non ha disdegnato l’impegno pubblico e - “senza raccomandazioni”, come tiene sempre a ribadire con fermezza, vinse tre concorsi: Ferrovie dello Stato, Ministero delle Poste e Telecomunicazioni, Ministero dell’I nterno. Bersagliere nel 18° Battaglione “Poggio Scanno”, erede del leggendario 3° Reggimento, ancora oggi il più premiato Corpo militare dell’Esercito Italiano, dopo aver diretto la sezione ANB di Caserta ed espletato il ruolo di vicepresidente provinciale, dall’ottobre 2023 al marzo 2025 ha ricoperto il ruolo di presidente regionale.
Dal gennaio 2026 la Rassegna multimediale città di Caserta ha mutato il nome in “Rassegna Multimediale Europea” e contempla un sezione speciale dedicata alla sorella Annalisa, prematuramente sco mparsa l'otto settembre 2025.
(Nota curriculare a cura di Pasquale Francischetti)
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