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In data odierna ho cancellato il mio account sulla piattaforma “X”. Ritengo che prendere le distanze da un uomo decisamente pericoloso e ammalato di delirio di onnipotenza sia un dovere per chiunque abbia a cuore il bene dell’Europa.
Di seguito il link a un eloquente articolo pubblicato sul Financial Times ieri, 7 gennaio 2025: Musk’s war on America’s allies
8 gennaio
25 GENNAIO (errata declinazione del femminile di "soldato")

26 GENNAIO (la lezione è servita)


Le foto come simbolo di una tragedia
Nel giorno dedicato all’immane tragedia partorita dalla crudeltà umana propongo questo libro di Laura Fontana, storica della Shoah e autrice di molti pregevoli saggi.
(Sinossi editoriale)
Il libro coglie l’importanza straordinaria di un numero cospicuo di fotografie che, pur non raffigurando direttamente l’assassinio di massa, hanno la capacità di illuminarci sui fatti, inquadrando dettagli o momenti che hanno costituito la scena preliminare, preparatoria o collaterale al crimine e all’universo delle vittime e dei carnefici. La Shoah non è un evento che possiamo ricostruire come un quadro illuminato dal centro, ma nemmeno è una pagina buia segnata dall’irrappresentabilità. Dobbiamo pensarlo come un processo segnato da varie forme di prevaricazione e violenza che può essere
raccontato con l’aiuto di tanti tasselli luminosi – le fotografie che si sono conservate –che squarciano l’oscurità e fanno intravedere alcuni frammenti, lasciando alla nostra immaginazione quello che i documenti di archivio non mostrano. La sfida è quella di affinare la capacità di osservare e di metterne continuamente alla prova i limiti, alla ricerca di un equilibrio, o forse di un compromesso, tra due tendenze opposte che sembrano prevalere nel nostro modo di rapportarci alle fotografie storiche: l’ipertrofia del déjà -vu, generata da una saturazione di immagini che ne altera la percezione e ne cannibalizza il consumo, e la miopia o cecità del modo di guardare, che porta a ignorare o sottovalutare gli elementi visivi di sfondo, quelli informativi a corredo della foto e il suo sottotesto.
LILIANA SEGRE: INONDIAMOLA DI MESSAGGI.
In una intervista al “Corriere della Sera”, la senatrice Liliana Segre ha espresso il seguente monito: «Con la morte degli ultimi superstiti rischiamo di dimenticare cosa è stata la Shoah». Inondiamola di messaggi affettuosi (liliana.segre@senato.it), manifestandole innanzitutto la massima solidarietà per la sequela impressionante degli insulti e de lle minacce di cui è vittima da molti anni, intensificatisi negli ultimi tempi, sì da indurla addirittura a disertare degli eventi pubblici. Rassicuriamola, poi, circa il suo monito: la parte sana dell’umanità fa meno rumore di quella disumana, ma non permetterà mai al male di avere il sopravvento sul bene. Il male potrà vincere anche mille battaglie… ma non vincerà mai nessuna guerra. Nessuna. Nessuna. Nessuna.

27 gennaio

“Il tempo è galantuomo”. L’ho ripetuta tante volte questa frase, non senza amarezza, considerato il tanto tempo perso e pensando a quello che si dovrà ancora perdere prima che i piccoli passi che si incominciano a percorrere, faticosamente e con modalità non scevre di ipocrisia, si trasformino in quella marcia trionfale verso gli Stati Uniti d’Europa. Sono ancora tanti coloro che remano contro, infatti, e non mancavano certo tra le migliaia di persone che ieri erano presenti, come protagonisti o semplici spettatori, alla cerimonia di inaugurazione della “Prima Capitale europea della cultura transfrontaliera GO 2025!“, al netto di chi abbia seguito in TV l’evento o di esso se ne sia fregato.
Nel bel discorso del Presidente Mattarella, infatti, vi è una frase che risuona ancora come generosa illusione: «Sconfitti gli orrori dell’estremismo nazionalista, che tanto male ha prodotto in Europa, riemergono i valori della convivenza e dell’accoglienza ». Gli alberi dei nazionalismi, con i prolifici rami che si chiamano razzismo, subculture retrive e imbecillità, formano ancora impraticabili foreste e nulla lascia presa gire che possano essere disboscate in tempi brevi. Tutt’altro.
Le grandi marce, tuttavia, incominciano con piccoli passi e pazienza se qualcuno quei passi ha incominciato a percorrerli, vox clamantis in deserto, da oltre mezzo secolo. L’importante è che dell’ineluttabilità di una vera Unione Europea se ne incominc i a parlare anche nei palazzi del potere, tanto meglio se, come saggiamente affermato dal
nostro Presidente, i valori di un sano europeismo incarnino «i valori che possono opporsi all’oscurantismo della guerra e del conflitto che si è riproposto con l’aggressione russa all’Ucraina »
Il tempo è galantuomo, certo, ma a chi scrive non importa se negli ultimi anni in tanti vanno ripetendo le cose che egli sostiene da oltre mezzo secolo. Avere ragione non mi appaga certo. Mi sentirò appagato solo quando alle parole seguiranno fatti concreti, concepiti e sviluppati “qui”, in Europa. In Europa! (Meglio ripeterlo, affinché sia chiaro a tutti).
Discorso integrale del Presidente Mattarella.
Signora Presidente, cara amica Nataša, (lo so che è brutta cosa correggere il Presidente della Repubblica, ma ho giurato che avrei combattuto senza sconti la battaglia contro le distorsioni grammaticali che si stanno imponendo, si spera come moda passeggera: o si usa Presidente al maschile, magari omettendo Signora, o si costruisce il femminile correttamente, ossia Presidentessa. Ogni altro costrutto è abominevole), signori Sindaci di Nova Gorica e Gorizia, autorità slovene e italiane, care cittadine e cari cittadini di Slovenia e d’Italia, concittadine e concittadini europei, ringrazio la Presidente Pirc Musar, anzitutto per le parole che ha adoperato nei confronti miei e dell’Italia, e per avermi invitato a condividere con lei questo momento storico per due città, Nova Gorica e Gorizia, per la Slovenia e l’Italia e per tutta l’Unione Europea.
Desidero esprimere convinto apprezzamento agli organizzatori, alle autorità locali, ai rappresentanti delle istituzioni europee presenti, per il lavoro svolto in piena intesa e con lungimiranza per portare a compimento un progetto lanciato su questa piazza nel 2021 ma che affonda le sue radici nel lungo percorso di amicizia e riconciliazione di cui i nostri due Paesi, Signora Presidente, sono stati protagonisti e di cui possiamo essere orgogliosi.
In un mondo caratterizzato da crescenti t ensioni e da conflitti, dall’abbandono della cooperazione come elemento fondante della vita internazionale, Slovenia e Italia hanno saputo dimostrare che è possibile scegliere la via della cooperazione.
Nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale, un sopravvissuto ad Auschwitz, Roman Kent, ha osservato “non vogliamo che il nostro passato sia il futuro dei nostri figli”.
Con questo spirito abbiamo affrontato le pagine del dopoguerra, per scriverne una nuova e nulla può far tornare indietro la storia che Slo venia e Italia hanno costruito, e costruiscono, insieme.
In questo percorso due elementi hanno fornito un contributo determinante: la comune appartenenza all’Unione Europea e la cultura condivisa dai nostri popoli.
Con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea, venti anni or sono, i nostri Paesi si sono ricongiunti in un percorso condiviso: la Repubblica Italiana è stata lieta di poter sostenere e accompagnare il processo di adesione, affinché i due popoli si ritrovassero a contribuire a un destino comu ne.
Lavorando fianco a fianco nelle Istituzioni Europee si è consolidata la fiducia reciproca e vi è maturato senso di appartenenza e di una ulteriore identità: la comune identità europea.
Le differenze, le incomprensioni, hanno lasciato il posto a fattori che uniscono.
Questo esprime il grande valore storico della integrazione Europea.
Una cultura con tante preziose peculiarità nazionali, con più lingue, ma una cultura comune: quella che, insieme, quest’anno le due città celebreranno.
Nova Gorica e Gorizia ambiscono a celebrare la cultura dei confini.
Con Chemnitz, in Germania, Nova Gorica è stata scelta come Capitale europea della cultura 2025 e la città slovena ha voluto lanciare con la gemella Gorizia una sfida: proporsi come esperienza di cultura attraverso la frontiera.
Se la cultura, per definizione, non conosce confini, essa nasce, pur sempre, come espressione di una comunità ma aperta alla conoscenza, alla ricerca comune, ai reciproci arricchimenti.
Sconfitti gli orrori dell’estremismo nazionalista, che tanto male ha prodotto in Europa, riemergono i valori della convivenza e dell’accoglienza.
Sono i valori che possono opporsi all’oscurantismo della guerra e del conflitto che si è riproposto con l’aggressione russa all’Ucraina.
Essere Capitale europea della cultura transfrontaliera – la prima con questa esperienza – significa avere il coraggio di essere portatori di luce e di fiducia nel futuro del mondo, dove si diffondono ombre, incertezze e paure. Significa che Nova Gorica e Gorizia indicano una strada di autentico progresso.
È un compito che comincia oggi e per il quale mi affianco, con sincera e grande amicizia, alla Presidente Pirc Musar nell’augurarvi ogni successo.

FEBBRAIO: IL GIORNO DELLA VERGOGNA EUROPEA

“Trump avverte Zelensky: L’Ucraina può essere russa” “È impensabile che l’Ucraina possa ritornare ai confini del 2014”. “Zelensky deve accettare la pace. (Sottinteso: come stabiliranno Trump e Putin). “È fuori discussione l’ingresso dell’Ucraina della NATO”.
I succitati titoli costituiscono la sintesi mediatica odierna che ha surclassato tutti gli altri argomenti. Alla telefonata di novanta minuti tra Putin e Trump si è dato ampio risalto, senza mancare di caratterizzare con metafore eloquenti la scomparsa dell’Europa, per la quale non è nemmeno il caso di parlare di calci nel sedere. Anche per riceverli, infatti, avrebbe dovuto essere in qualche modo presente. “Non ha toccato palla”, invece, hanno osservato molti analisti, perché non era proprio in campo.
Al numero infinito di giornate mondiali su ogni cosa, pertanto, è lecito aggiungere il 13 febbraio come “Giorno della vergogna europea”.
Chi scrive ha il cuore che sanguina, avvilito da un senso di impotenza reso ancora più doloroso dai venti di stupidità e cinismo che spirano da ogni lato, travolgendolo.
A volte mi chiedo se abbia ancora senso continuare a combattere per “con-vincere” (ossia vincere insieme) un’umanità sorda e cieca, al netto dei fetenti complici del male che non fanno testo , o se non sia giunto il momento di dire basta e ritirarsi, come suggeriva Jü nger, sulla sponda di un mare nero , su quel paesaggio con pietre, rocce e montagne all’orlo dell’infinito, ultimo posto d’avanguardia sull’estremo limite del nulla dal quale combattere la battaglia. Sentinella perduta, quindi, in una
guerra surreale che vede goffi nemici impadronirsi di questo minuscolo puntino nella mappa della Via Lattea per colpa di una moltitudine di amici dissoltisi in una nebbia irreale. Ma la solitudine, il senso di abbandono, le forze che calano giorno dopo giorno, rendono quell’avamposto più tetro della morte; un avamposto del nulla contro il nulla, senza senso. Che cosa fare, dunque? Come sempre, l’unica cosa possibile: continuare a essere cavaliere. Non importa se l’armatura è oramai pesante; non importa se brandire Excalibur diventa giorno dopo giorno più faticoso. Un giorno la storia giudicherà gli uomini di questo Tempo e voglio pensare che qualche storico scriverà, come sempre accaduto, del resto, che anche nel decadentissimo XXI secolo vi è stato qualcuno che no n si è piegato al ciclone epocale scatenato da quattro babbei capaci di mettere sotto scacco un mondo intero non certo per loro merito ma solo per l’ignavia di una umanità povera di spirito, mentalmente coatta, prigioniera della propria ignoranza frammista alla presunzione. «Caro Lino, per quanto mi riguarda Putin può anche mangiarsela tutta l’Ucraina - mi disse un giorno il direttore di un albergo - a me interessa solo arrivare a fine mese e non è facile col mio stipendio. Ho tre figli, due dei quali all’u niversità, fuori sede, e la terza alle scuole superiori, prossima anche lei a trasferirsi dopo il diploma» Già, pur abitando a Roma, dove di certo non mancano le università, un figlio studia a Milano, l’altra a Siena e la terza sarebbe andata chissà dove. Poi vi è la Porsche Carrera da mantenere e la bella villa a Fregene. Poverino. Vita davvero dura! Come si può pensare a Zelensky, alle donne ucraine stuprate, ai soldati che muoiono a frotte anche per difendere la nostra libertà, ai bambini strappati ai genitori? Andassero pure al diavolo! Ha idea Zelensky di quanto costi il fitto di un appartamento a Milano? E di un altro a Siena? E di quanto consumi una Porsche Carrera? Vada al diavolo e la smetta di elemosinare aiuti! Non possiamo certo ridurre il nostro tenore di vita solo perché in Ucraina non vogliono arrendersi alla follia imperialista di Putin! Si facciano annettere in santa pace e non rompano le scatole! Ora c’è Trump finalmente! E metterà tutto a posto.
Come in un film pieno di flash back guardo all’indietro, col cuore che sanguina, e rileggo quanto già scritto nel 2016. A marzo fui l’unico su questo Pianeta a intuire che Trump avrebbe vinto le elezioni e descrissi quanto questo sarebbe risultato nefasto. Bye Bye american dream, scrissi. Ad agosto se ne convinse anche Michael Moore e finalmente fummo in due. Ma una rondine non fa primavera e ovviamente nemmeno due. A novembre, durante la notte delle elezioni, restarono tutti a bocca aperta. Mi divertii, non più di tanto a onor del vero, a massacrare tutti gli analisti in un paio di articoli. Ma c’era poco da stare allegri con quel tipo strampalato alla Casa Bianca.
Ora vi è tornato, grazie a un popolo pieno di problemi mentali e per la gioia degli imbecilli di tutto il mondo , provando l’ebbrezza di sognare l’impossibile e sparare ogni giorno, insieme con cazzate sesquipedali tipo l’acquisto della Groenlandia, l’annessione del Canada e altro ancora, proclami che sanciscono più che il suo smisurato potere la pochezza in cui versa il Vecchio Continente. Ben venga, quindi, la giornata mondiale della vergogna europea.
E come europeo posso solo chiedere perdono al presidente Zelensky, anche a nome di tutti quelli che hanno provato a cambiare il corso degli eventi e non ci sono riusciti.
Stampa e potere malato, il difficile rapporto

Ungiornalista “deve” raccontarei fatticonobiettività, “osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”; “può” esprimere opinioni, separandole dai fatti, nel rispetto di un principio costituzionale che trova ampio risalto nel testo unico della categoria (Testo unico dei doveri del giornalista: Titolo I, art. 1; Titolo V, allegato 1, punto 2).
Tutto molto semplice, apparentemente, ma ovviamente così non è. Non lo è mai stato, in effetti, e la mistificazione, in campo comunicativo, precede la nascita della stampa: ricordate tutti un certo Costantino, fetentone impenitente e grande comunicatore, che spianò la strada a frotte di emuli adusi a legittimare le proprie sconcezze con l’ispirazione divina, per fregare le masse amorfe e credulone. La mistificazione, tuttavia, afferisce al male, con il quale siamo abituati da sempre a convivere, combattendolo o subendolo.
Oggi, però, un giornalista non asservito ad alcun potere (ve ne sono, per fortuna) si trova al cospetto di un problema di non facile soluzione: come gestire l’informazione scaturita dal “potere malato”, nella consapevolezza che una notizia, ancorché riferita nel modo più asettico possibile, condiziona comunque in qualche modo l’opinione pubblica. Alcuni esempi: il vice presidente degli USA auspica che in Germania le elezioni siano vinte da un partito nazista; Trump vuole annettersi Canada e Groenlandia e ritiene che Zelensky debba arrendersi a Putin lasciandogli mezza Ucraina (al netto delle tante altre strampalerie qui omesse per amor di sintesi); il suo fido sostenitore multimiliardario Elon Musk, oltre a manifestare la stessa simpatia di Vance per i neonazisti tedeschi (“solo AFD può salvare la Germania”) ha “sancito” che il Cancelliere tedesco Scholz è un idiota, che “l’America dovrebbe liberare il popolo britannico dal loro tirannico governo”, che i giudici italiani se ne devono andare. Riportare “asetticamente” (e quindi doverosamente) questi fatti, comunque altera l’equilibrio percettivo dell’opinionepubblica: senonditutta,diunabuonaparte. Sonomoltopotenti, queisignori; conoscono bene i fatti del mondo: e se avessero ragione? Ai fatti si contrappongono le opinioni. Lasciamo stare quelle a “sostegno” della mistificazione, che non fanno testo. Parliamo degli analisti che, con grande capacità espositiva, retaggio di onestà intellettuale, alta cultura e buon senso, confutano in modo eccellente le baggianate di cui sopra e tante altre ancora. Paradossalmente, più
alto è il livello della confutazione maggiore è la dignità interlocutoria che viene conferita a dei cialtroni con immensi poteri.
La contrapposizione “seria”, infatti, rende “serie” anche le baggianate. Nessuno si sogna di perdere tempo a confutare le scemenze quotidianamente sviscerate nei social media, se non in contesti di natura prettamente “sociologica”, nei quali si analizza il fenomeno nel suo insieme, non certo il singolo caso. Per i milioni di persone che parlano a vanvera, infatti, basta e avanza la vecchia battuta dell’attore statunitense George Burms: «È un vero peccato che tutti quelli che saprebbero governare il Paese siano già occupati a guidare taxi o a tagliare capelli». (In Italia, negli anni Settanta del secolo scorso, la battuta prese piede leggermente amplificata, con l’aggiunta della capacità di guidare anche la nazionale di calcio. In quel periodo, infatti, ogni giorno i quotidiani sportivi pubblicavano “la migliore nazionale” suggerita da migliaia di lettori). Ma qui parliamo degli uomini più potenti del Pianeta, non dello scemo del villaggio e dei leoni da tastiera! E il problema diventa maledettamente delicato. Non riferire ciò che dicono rappresenterebbe una violazione dei doveri del giornalista. Non confutare “adeguatamente” le loro baggianate, retaggio di un pericoloso delirio di onnipotenza, rappresenterebbe una violazione dei doveri degli opinionisti, come minimo passibili dell’accusa di codardia o asservimento. Entrambe le cose, però, fanno “aggio” principalmente ai diretti interessati, che di fatto beneficiano anche dell’opera di chi li combatte. Un bel dramma.
Come venirne fuori? Un’arma potente è l’ironia, che se utilizzata in modo appropriato può scardinare anche le fortezze meglio protette e far cadere dal trono gli “imperatori” di turno. La letteratura e altre modalità espressive ci vengono in soccorso.
Nel romanzo “L’uomo senza qualità”, per esempio, Musil proietta nel protagonista la sua straordinaria ironia corrosiva; l’irriverente ironia di James Joice dissacra persino Dio «che ha scritto il folio di questo mondo e l’ha scritto sbagliato»; «Dio fece il cibo, il diavolo i cuochi». Giordano Bruno, nel dialogo filosofico “La cena delle Ceneri”, teorizzando “l’universo senza margine”, massacra Aristotele e il suo mondo chiuso (Infinitum actu non datur) e un bel po’ di accademici inglesi, dovendo poi scusarsi per stroncare pericolosi ostracismi, che in un primo momento lo indussero a rifugiarsi presso l’ambasciata francese. Anche a casa nostra, l’inconsistenza di una classe politica che, nel suo insieme, si può definire “una barzelletta che non fa ridere”, trova una consona trattazione non tanto nelle critiche di “seri” analisti quanto nella dissacrante ironia dei comici Luca e Paolo, i quali, introducendo un talk show del martedì televisivo, si fanno beffe sia del mediocre Governo sia della non meno mediocre opposizione.
Mai l’umanità ha vissuto momentidi decadenza come quelli attuali, con prospettive future ancora più nefaste. Bisogna riconsiderare pertanto, tutto ciò che riguarda il diritto di parola e di replica per contrastare adeguatamente la follia al potere, senza correre il rischio di alimentarla, magari inconsapevolmente. “Seppelliamoli con l’ironia” deve diventare un grido di battaglia, in mancanza di armi più efficaci.
Soprattutto noi giornalisti dobbiamo convincerci che abbiamo una terribile responsabilità e non possiamo permetterci il lusso di eluderla nascondendo la testa nella sabbia. Nessun potente può resistere alla forza d’urto diun’opinione pubblica che decida di buttarlo giù. La vera battaglia, quindi, è tra il potere malato capace di contagiare miliardi di persone e chi quelle stesse persone può salvare offrendo loro un antidoto che li renda immuni dal contagio. Si può scegliere di stare con i primi e vivere serenamente, certo, ma è solo la tutela dei secondi che conferisce il diritto di definirsi Uomini e non quaquaraquà.
16 febbraio
Riscopriamo le nostre radici. Capire da dove veniamo ci aiuta a trovare la strada da percorrere verso il futuro.

Incipit
«Restate fermi, restate fermi, figli di Europa, fratelli miei! Vedo nei vostri occhi la stessa paura che potrebbe afferrare il mio cuore. Ci sarà un giorno in cui il coraggio degli uomini cederà, in cui abbandoneremo gli amici e spezzeremo ogni legame di fratellanza, ma non è questo il giorno! Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era degli uomini arriverà al crollo, ma non è questo il giorno! Quest’oggi combattiamo! Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella Terra vi invito a resistere, Uomini dell’OVEST! Per Zelensky!»
(Testo mutuato dall’appello di Aragorn prima della battaglia all’esterno del nero cancello, contro i mostri di Sauron)
Svegliati Europa!
Solo qualche giorno fa, da queste colonne, è partito l’appello a non perdere tempo nel commentare lo stupidario che traspare dalla follia al potere, contrastandola con l’ironia e facendo chiaramente trasparire la superiorità intellettuale, culturale, etica e morale di chi ad essa si contrappone. Ascoltiamo anche l’esortazione di Bachofen, che vede nel simbolo un elemento più importante delle parole. Nell’incipit l’elemento simbolico rappresentato dall’eterna lotta del bene contro il male serve da prodromo per l’appello a colorare di giallo e blu l’Europa in occasione del terzo anniversario dell’ignominiosa invasione dell’Ucraìna (con l’accento sulla i, mi raccomando). Facciamo capire a Zelensky che i veri europei, al di là dei tentennamenti di chi si barcamena tra chiacchiere senza costrutto e mille timori nelle stanze del potere, sono con lui senza se e senza ma. Non perdiamo tempo,
pertanto, a commentare l’indecente spettacolo che tre pseudo comici, ancorché con grandi poteri, hanno messo in scena a Washington durante la convention dei conservatori, con motoseghe, saluti nazisti, frasi ingiuriose nei confronti di noi europei e di quel gigante che si è dimostrato il presidente dell’Ucraina, per divertire un uditorio di cerebrolesi. Non ne vale proprio la pena. De minimis non curat praetor! Oggi, pertanto, parliamo della nostra bella Europa, per riconoscerci in essa e da essa trarre la forza per emulare quel pugno d i uomini idealmente raffigurato da Tolkien per combattere i mostri che ci tormentano nei sogni e, purtroppo, talvolta anche nella vita reale. L’Europa sarà pure una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, tutte culminanti in -ismo, ma resta pur sempre la cosa più bella che esist a su questo Pianeta. Noi siamo europei. Non dimentichiamolo mai e rendiamo omaggio alle nostre radici, esaltando chi da sempre ha sognato e lottato per un’Europa veramente unita. Per gli Stati Uniti d’Europa.
Alle radici del mito. Gli archetipi della civiltà europea.
Il primo documento scritto in cui compare il termine Europa è il terzo dei trentatré inni omerici, dedicato ad Apollo, risalente all’800 a.C. Parlando di un tempio da edificare a Delo, il Dio del sole e di tutte le arti annuncia: «Qui ho deciso di costruire un tempio glorioso, un oracolo per gli uomini, e qui port eranno offerte pubbliche coloro i quali vivono nel ricco Peloponneso, coloro che vivono in Europa». Europa è anche il nome della figlia di Agenore, re di Tiro, sedotta da Zeus, che la raggiunse sulla spiaggia della città fenicia dopo aver assunto le sembianze di un toro. L’episodio è narrato da secoli come “ratto di Europa”, definizione da smantellare senza indugi, traendo spunto dalla più realistica “visione” che traspare dalle opere di tantissimi grandi pittori. In nessuna di esse si notano segni di violenza; i volti di Europa e delle ancelle appaiono sereni e sorridenti. Nessun ratto, quindi, ma solo un cortese invito a montare in groppa, entusiasticamente accettato dalla principessa. Quale donna, del resto, farebbe storie sentendosi corteggiata da un Dio! È proprio insopportabile, inoltre, il solo associare, anche leggendariamente, il termine Europa a uno stupro. Furono proprio coloro che veneravano Zeus, del resto, a generare quella cultura senza della quale non si sarebbe mai formata la nazione europea così come oggi si presenta, anche nelle sue contraddizioni. Civismo, individualismo, cosmopolitismo, culto della conoscenza, democrazia, da elementi fondamentali della civiltà elladica ed ellenica sono stati assunti gradualmente quali archetipi della civiltà europea. Già Aristotele iniziò a differenziare gli europei dagli asiatici, sia pure con una chiave di lettura pretenziosa e superficiale. (I più curiosi possono sfogliare il libro settimo di “Politica”). Con l’impero romano , tra i popoli europei asso ggettati, prende forma il diritto scritto come limite all’arbitrio dell’uomo , da molti storici visto come elemento di coesione: «Legum servi sumus ut liberi esse possimus», pontificava Cicerone, non prevedendo , però, la nascita di coloro che delle leggi avrebbero fatto strame proprio per negare la libertà agli altri1 Dante, nel De Monarchia, pur nella palese forzatura relativa alla presunta “volontà divina”, con la quale aveva giustificato anche l’espansione romana, riserva all’Europa il compito di formare un impero universale destinato “ad una missione comune di ordine, di civiltà e di armonia” Peccato che questo nobile proposito sia stato costantemente smentito negli otto secoli successivi con le sanguinose lotte intestine e la netta contrapposizione ideologica e religiosa. Con l’avvento di Carlo Magno si forma una nuova idea di Europa, anche se ancora oggi persiste il dilemma tra chi ritiene che l’impero carolingio fosse un’evoluzione dell’antico impero romano e chi invece lo codifica come prodromo dell’Europa moderna. Di sicuro, proprio con la successione carolingia, inizia quella spartizione dell’Europa alla base d i tante sciagure continentali.
Nascita e crisi dell’idea europea
Agli albori del quindicesimo secolo, Enea Silvio Piccolomini, divenuto papa Pio II, conia il termine “Europeo”. Nel sedicesimo secolo, però, “l’idea Europa” registra un sensibile rallentamento. Profonde lotte intestine generano gli stati nazionali; il decadimento della morale romana scandalizza i popoli del Centro-Nord e anche i cristiani si dividono in cattolici e protestanti. La crisi è profonda,
nonostante il consolidarsi dell’Umanesimo , del Rinascimento e delle correnti di pensiero letterario, filosofico e artistico sorte nel secolo precedente. Tra i più illustri esponenti di questo periodo vi è Erasmo da Rotterdam, che crede fortemente nell’Europa unita, ma solo sotto l’egida del cristianesimo: «Il mondo intero è una patria comune (dove per il mondo s’intende l’Europa cristiana), non gli inglesi, né tedeschi, né francesi; perché ci dividono questi stolti nomi, quando il nome di Cristo ci ricongiunge?» Il suo pensiero non era di facile assimilazione e pertanto nessuno gli diede ascolto, lasciandolo nella triste condizione di incompreso Pur restando cattolico, infatti, condivideva molti punti della riforma protestante, della quale però non accettava il punto cruciale, relativo alla negazione dell’esistenza del libero arbitrio . Ciò lo rendeva inviso sia ai cattolici, che lo consideravano luterano, sia ai luterani, che non tolleravano la sua volontà di mantenersi neutrale per conferire un impulso più autorevole alla riforma della religione, scegliendo il meglio delle due parti. Quando le posizioni di qualcuno sono di difficile comprensione si fa più presto a cancellarle del tutto e così avvenne con Erasmo, i cui libri furono dati alle fiamme a Milano, nel 1543, insieme con quelli di Lutero. Un altro eminente umanista e convinto europeista, lo spagnolo Juan Luis Vives, nel 1529 scrive il “De concordia” ed esorta i popoli europei a trovare una più efficace coesione per respingere la minaccia ottomana. In Italia si leva forte il grido di Niccolò Machiavelli e Tommaso Campanella a favore della piena restaurazione dell’autorità papale.
Tra il XVI e il XVII secolo l’Europa precipitò in un periodo ancora più buio dei precedenti, caratterizzato da una lunga guerra che, dopo l’iniziale contrasto tra stati protestanti e cattolici, vide coinvolte quasi tutte le grandi potenze e fece riemergere la rivalità franco -asburgica per l’egemonia continentale. Nel 1568 iniziò la guerra tra le sette province unite - gli attuali Paesi Bassi - e la Spagna. Nel 1618, poi, il conflitto si estese al resto d’Europa (guerra dei trenta anni). La pace di Vestfalia, nel 1648, pose fine a ottanta anni di macelleria continentale, segnati da non meno di dodici milioni di vittime, tra militari e civili. Fu proprio in quel periodo, tuttavia, che il duca di Sully, ex primo ministro di Enrico IV di Francia, redige il “Gran Disegno” e prospetta una Confederazione di Stati composta da cinque monarchie elettive (Sacro Impero Romano Germanico, Stati Pontifici, Polonia, Ungheria, Boemia) e quattro repubbliche sovrane (Venezia, Italia, Svizzera, Belgio). La confederazione sarebbe stata retta da un Consiglio d’Europa e da un Consiglio Generale2. L’inglese William Penn inventa un lasciapassare in grado di far viaggiare le persone attraverso gli stati d’Europa senza problemi, anticipando di molti secoli il futuro passaporto europeo. Gli eventi dal diciottesimo secolo in avanti hanno fortemente condizionato la società contemporanea e val la pena di citare la dichiarazione di un membro dell’Assemblea Costituente francese nella seduta del 21 aprile 1849: «Giorno verrà in cui Francia, Italia, Inghilterra, Germania o non importa quale altra Nazione del continente, senza perdere le loro qualità peculiari e la loro gloriosa individualità, si fonderanno strettamente in una unità superiore e costituiranno la fraternità europea. Giorno verrà in cui le pallottole e le bombe saranno rimpiazzate dai voti, dovuti al suffragio universale dei popoli. Un Senato sovrano sarà per l’Europa quello che il Parlamento è per l’Inghilterra, la Dieta per la Germania, quello che l’Assemblea Legislativa è per la Francia. L’edificio del futuro si chiamerà un giorno Stati Uniti d’Europa. Giorno verrà in cui si vedranno questi due gruppi immensi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa, uno di fronte all’altro tendersi la mano attraverso i mari». Il suo nome è Victor Hugo Poco meno di un secolo dopo, nelle fredde celle di Ventotene, toccherà ad Altiero Spinelli riprendere quei concetti ed esaltarli nel famoso “Manifesto per un’Europa libera e unita”.
La necessità di superare i contrasti.
Questo excursus, necessariamente parziale, che sintetizza il “sogno europeo” sin dai suoi albori, serve soprattutto a evidenziare gli elementi fondamentali per la costituzione di una federazione di stati sovrani configurabile come nazione. La definizione corrente, infatti, che vede nella nazione una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni come la lingua, il luogo
geografico, la storia, le tradizioni, la cultura, l’etnia ed eventualmente un governo, non solo non è sufficiente a caratterizzare in modo compiuto il concetto di “Europa Nazione”, ma addirittura risulta ostativa: la lingua comune sarà un problema di non facile soluzione; la storia non ha ancora sanato vecchie ferite; all’interno di molti stati sono ancora forti le contrapposizioni tra entità regionali che aspirano all’indipendenza e governi centrali. La strada, inutile nasconderlo, è in salita. Una salita resa ancora più impervia da ciò che più chiaramente emerge in quanto innanzi scritto: il forte impulso religioso inferto ai passati progetti federativi. Già nell’attuale costituzione europea, entrata in vigore il 1° dicembre 2009, è stato escluso il riferimento alle radici cristiane dell’Europa, privilegiando un laicismo ritenuto più in linea con il fluire dei tempi. Bisogna prestare molta attenzione a questo aspetto, che a suo tempo generò un vero conflitto tra la Chiesa e i Governi europei, con dichiarazioni infuocate e bellicose da parte del Vaticano. Il laicismo insito nella carta costituzionale, invece, lungi dal voler limitare i diritti della Chiesa, tende a salvaguardare quelli di tutti, ossia anche dei non credenti e solo in t al guisa va concepito. Ogni altro riferimento, in particolare alla luce della realtà attuale, si configurerebbe come una nuova guerra di religione e ciò va evitato assolutamente. Gli Stati Uniti d’Europa, pertanto, devono essere caratterizzati da uno spirito che contenga precipuamente la volontà di stare insieme per essere più forti in tutto, preservando le peculiarità culturali di ciascuno . “Uniti nella diversità”, l’attuale motto dell’Unione Europea, è quanto mai azzeccato . Dimostriamolo , qu indi, prendendoci idealmente per mano da Roma a Berlino, da Praga a Dublino, da Parigi a Londra (sì, a Londra, perché siamo più forti della realtà contingente), da Bruxelles a Kyiv e gridiamo con forza, facendo risuonare l’urlo in ogni angolo del Pianeta: “Europa nazione sarà”. Il 24 febbraio 2025 scriviamola noi una bella pagina di storia, sventolando dappertutto, insieme con la bandiera europea, quella bandiera gialla e blu all’insegna della quale, da tre anni, tant i giovani si sono immolat i, per difendere anche la nostra libertà. Facciamo capire ai folli al potere che prima o poi sorgerà il sole su un continente che riscalderà i cuori e sarà tutore di pace per il mondo intero : gli STATI UNITI d’EUROPA Sarebbe davvero bellissimo se ciò accadesse prima e non poi e il primo presidente si chiamasse Volodymyr Oleksandrovyč Zelens'ky . Viva l’Europa e slava Ukraïni.
22 febbraio
Note.
1. Per amor di verità va precisato che non si dovette aspettare a lungo prima che il suo monito iniziasse a essere vilipeso. Il termine “assoggettato”, inoltre, stride fortemente se associato a “coesione”, che invece indica il legame profondo da cui deriva univocità di sentimenti e di atti Non ho mai mancato di far emergere, in passato, le profonde contraddizioni in site nella storiografia ufficiale, fortemente apologetica nei confronti dell’epopea romana. Ma questa è un’altra storia.
2. Massimiliano di Béthune, duca di Sully, già potente ministro delle finanze, alla morte di Re Enrico IV di Borbone, nel 1610, fu nominato membro del Consiglio di reggenza. Ben presto, però, entrò in contrasto con la vedova del sovrano, Maria de’ Medici, la cui politica estera, del tutto opposta a quella del defunto marito (la cui morte molti storici imputano proprio a lei), fu improntata al riavvicinamento con la Spagna, che favorì addirittura con due matrimoni: il figlio Luigi con l’infanta Anna e la figlia Elisabetta con l’infante Filippo, che divenne re di Spagna nel 1621. Costretto alle dimissioni, il duca si ritirò nel suo stupendo Hôtel de Sully, non distante dalla Piazza della Bastiglia, ed ivi redasse il progetto federativo, conferendone però la paternità a Enrico IV, non si sa se dicendo la verità o mentendo per rendere più esaltante la figura di un sovrano che, evidentemente, amava molto. Per conferire maggiore peso all’attribuzione aggiunse che Enrico IV aveva elaborato il progetto grazie a un’idea della regina Elisabetta d’Inghilterra, da lui incontrata nel 1601.

Nel numero de L'Espresso in edicola :
1) Editoriale di Emilio Carelli che parla delle radici culturali dell’Europa come antidoto al caos e cita il mio vecchio concetto di “Europa come faro”;
2) Sebastiano Messina stritola Trump “quasi bene” come sto facendo io dal 2016;
3) Carlo Tecce stritola Musk meglio di come lo stia stritolando io;
4) Massimiliano Panarari massacra Trump e Musk con argomenti molto validi, ipotizzando però un Medioevo postmoderno cui fa seguito “mala tempora currunt”: tutto perfetto, ma il riferimento al Medioevo associato al male è sbagliato;
5) Lucia Bellinello espone con chiarezza ciò che vado ripetendo un giorno si e l’altro pure, da tre anni, sui rischi che stanno correndo i Paesi Baltici, anche se si sofferma precipuamente sull’Estonia;
6) Vincenzo Giardina espone chia ramente ciò che vado ripetendo da sempre in merito alla presenza nell’Unione di troppi filo russi, anche se si sofferma sulla sola Romania;
7) Carlo Cottarelli scrive uno STUPENDO articolo con finale a sorpresa, che ovviamente non rivelo per non rovinarvi la sorpresa;
8 ) Stefano Vastano intervista Peter Sloterdijk che parla del suo ultimo saggio “Il continente senza qualità. Segnalibri nel libro dell’ Europa”. (A breve in libreria edito da Meltemi). Da quel che ho capito una splendida rassegna di ciò che vado ripetendo da oltre mezzo secolo;
9) Loredana Lipperini massacra con raffinata eleganza Trump e Musk (“si comportano come il tiranno dei libri di Asimov ed è il sapere l’arma per sconfiggerli”).
Complimenti a tutti… e grazie. Meglio tardi che mai. ����
Il riarmo europeo è “un primo passo necessario” ma poi “subito un unico comando con un’unica strategia per un unico esercito” europeo. Lo ha detto Romano Prodi intervenendo a “Che Tempo che fa”.

Il riarmo, ha spiegato, “è una tappa per arrivare alla difesa comune, questo mi auguro, vedo e spero. Sono anni che predico la difesa comune, è necessario andare in questa direzione. Quando la Russia attaccò l’Ucraina mi dissi ‘se avessimo avuto un esercito comune non lo avrebbe fatto’. Poi l’America ha unito gli europei dietro di sé. Ora si
deve cominciare con quello che si può fare oggi, poi subito dopo un comando unico. Dentro o fuori della Nato lo diranno le circostanze”.
“Se si fa l’esercito europeo siamo talmente più forti e avanti della Russia che certamente si ferma. Altrimenti è probabile che abbia ragione Macron”.
L’esercito comune sarebbe il migliore strumento per “garantire la nostra sicurezza con spese limitate e nella tutela dei diritti maturati e delle conquiste democratiche”.
“Certamente”, ha aggiunto, se fossi stato io presidente della Commissione europea “sarei partito dalle difesa comune” e non dal riarmo, ma “siamo onesti: questo è un passo che può spingere alla difesa comune”. Quella in cui “c’è un comando comune a cui tutti partecipano. Capisco che ci voglia tempo, ma nei prossimi giorni mi aspetto più politica e meno armi”.
Si proceda, ha aggiunto Prodi, con chi ci sta, perché “l’unanimità è antidemocratica” e lo stallo deve essere superato con le “maggioranza qualificate” come è stato fatto con l’euro. “Orban non vuole l’esercito europeo? Stia fuori”, ha detto ancora. Certo, non si potrà fare un esercito “in cui uno comanda e l’altro paga”, come la Francia che ha le testate atomiche e il diritto di veto all’Onu e la Germania che non ha né le une né l’altro, ma un budget di spese per la difesa doppio rispetto a quello francese
Prodi ha anche avuto parole dure per il “cinismo” di Trump nei confronti di Zelensky. “Lui e il suo vicepresidente come Gianni e Pinotto”, ha sottolineato.
(La Repubblica , 9 marzo 2025)

Il Parlamento Europeo approva la risoluzione sul rafforzamento militare dell’Ue. Il testo sul Libro Bianco (il programma sul futuro della difesa europea che la Commissione presenterà nei prossimi giorni) è passato con 419 voti a favore, 204 contrari e 46 astenuti. Dagli eurodeputati è arrivato un invito ad agire con urgenza e garantire la sicurezza dell’Unione. L’Europarlamento ha chiesto poi che le risposte ai rischi esterni siano «simili a quelle in tempo di guerra» e «ha accolto con favore il piano ReArm Europe» della presidente Ursula von der Leyen. I deputati europe i hanno proposto inoltre di «introdurre un sistema di obbligazioni europee per finanziare
investimenti militari su larga scala e di fare ricorso ai coronabond inutilizzati, a integrazione del ReArm Europe». Infine hanno invitato «la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) a investire più attivamente nell’industria militare europea grazie all’abolizione delle restrizioni al finanziamento della difesa».
Oltre al piano di riarmo, l’Europarlamento ha votato un testo non vincolante sul sostegno all’Ucraina. Anche questa volta è arrivato il via libera con 442 voti a favore, 98 contrari e 126 astensioni. L’Eurocamera ha affermato che «l’Ue è ora il principale alleato di Kiev dopo l’apparente cambio di posizione degli Usa» e ha criticano fermamente la scelta di Donald Trump «di rappacificarsi con la Russia», chiedendo di «aumentare in modo significativo il sostegno militare a Kiev».
Di qui l’invito agli Stati Uniti a riprendere l’assistenza militare e la condivisione delle informazioni a Kiev, più il sostegno a un accordo sul cessate il fuoco di 30 giorni.
(Estratto da ” Milano Finanza – 12 marzo 2025).
Come presidente di Europa Nazione, a nome di tutti gli associati e di coloro che, pur non essendo iscritti al Movimento ne condividono gli alti ideali, porgo le più sincere scuse al Presidente Zelensky, al popolo ucraino, ai valorosi soldati dell’Esercito ucraino, alla comunità ucraina residente in Italia, per l’ignominiosa condotta dei parlamentari italiani. Chi si riconosce nello spirto di Europa Nazione non cesserà mai di gridare: SLAVA UKRAÏNI – ZELENSKY WAR HERO.
12 marzo
VERGOGNA USA. EXSURGE EUROPA, MA IN FRETTA.

Tanto tuonò che piovve. L’ignominiosa sceneggiata che ha visto la casa bianca (le minuscole non sono un refuso) trasformarsi in un teatrino di provincia, con due comici d i terz’ordine recitare la loro parte sotto i disastrosi effetti provocati dal delirio di onnipotenza, a suo volta retaggio di un popolo in continuo declino, e un ex comico ergersi come un gigante al loro cospetto, senza perdere il controllo nonostante le offese, gestite con elevata capacità psicologica, come è giusto che accada quando provengono da soggetti con gravi disturbi mentali, finalmente ha messo a nudo una realtà ora non più mistificabile nemmeno dai più incalliti emuli dei giocatori delle tre carte adusi a gabbare i turisti scemi Il re è nudo. «L’America, non c’è più », ha scritto Massimo Giannini su la Repubblica, sublimando il concetto facendo ricorso al Vangelo di Matteo: «Oportet ut veniant scandala» (serviva uno scandalo per scatenare una giust a reazione) Il 15 marzo Roma si riempirà di bandiere blu per dire sì all’Europa. L’iniziativa promossa da Michele Serra ha già riscosso un successo trasversale e molti politici si recheranno a Roma «con zero bandiere di partiti»; l’unico colore ammesso è il blu monocromo europeista. Si è fatto vivo anche il mio amico Gianfranco Fini, al quale perdonai la deriva berlusconiana dopo il famoso «Che fai, mi cacci?», accettando la candidatura alla Camera nel 2013. «Se l’Europa non sostiene l’Ucraina sparirà come entità politica», ha dichiarato rispondendo alle domande di Francesco Bei (la Repubblica). Il primato della frase più bella, tuttavia, va al leader
inglese Starmer: ieri, abbracciando Zelensky al suo arrivo a Londra, gli ha detto: «Con voi fino alla fine», ossia le uniche parole che vuole sentire chi combatte.
Bravi. Bravi. Bravi. E grazie ai due fuori di testa statunitensi per essere riusciti, in pochi minuti, a scuotere quelle coscienze degli europei che chi scrive non è riuscito a scalfire nemmeno di un millimetro in oltre mezzo secolo di impegno europeista e a far percepire, finalmente, che l’Ucraina va difesa con decisione e serio impegno, come vado ripet endo da quattro giorni prima che fosse invasa: Il tramonto dell’Occidente – 24 febbraio 2022/24 febbraio 2025.
Ora che le carte sono scopert e, pertanto, possiamo anche smettere di denunciare la disastrosa essenza trumpiana e cercare di capire le cause recondite che hanno portato allo schifo attuale, in modo da o rientare le vele verso l’unico approdo possibile: gli Stati Uniti d’Europa. Non farò altro, quindi, che ripetere le cose di cui parlo da sempre, ma mai come in questo momento repetita juvant. Nel 2016 previdi la vittoria di Trump - unico al mondo, al netto dei suoi sostenitori, che non fanno testo - già nel mese di marzo. Poi ad agosto si aggiunse il regista Michael Moore e restammo in due fino a novembre, ossia fino alla notte delle elezioni, quando tutti gli analisti restarono a bocca spalancata mentre affluivano i dati. Non capire gli scricchiolii della storia - è la storia che lo insegna - provoca sempre disastri. Per capire il successo di Trump occorre andare molto indietro nel tempo, fino agli albori della colonizzazione europea delle Americhe. Un’ideologia americana esiste solo come rifiuto di quella europea e non potrebbe essere altrimenti, considerato che l’America stessa è il rifiuto materiale dell’Europa. Tutto ciò che l’Europa non so pportava e tutti coloro che l’Europa non sopportavano, hanno trovato terreno fertile nel Nuovo mondo , realizzando quel melting pot che sopravvive tutt’oggi: puritani perseguitati dagli anglicani, cattolici perseguitati dai protestanti, protestanti perseguitati dai cattolici, ebrei vittime dei pogrom, insofferenti con pulsioni anarchiche, visionari di ogni ordine e grado. A costoro si aggiunsero gli affamati, che il vecchio continente abbandonarono loro malgrado e con sommo rammarico, per necessità vitali legate alla mera sopravvivenza. Dall’incontro -scontro di queste due componenti nacquero gli Stati Uniti d’America e le tante contraddizioni che ancora oggi permeano la società. Molto negativo il condizionamento sociale generato dai rifiuti, che diedero vit a alle varie organizzazioni criminali; fondamentale quello degli affamati che, lavorando sodo, crearono il mito dell’american dream. Le colonizzazioni, del resto, sotto questo profilo, si assomigliano tutte. Gli italiani di oggi, in massima parte, sono i d iscendenti dei tanti dominatori che si sono succeduti nel corso dei secoli e portano nel DNA sia il retaggio ancestrale delle dominazioni positive (Normanni, Svevi, Longobardi) sia quello nefasto delle colonizzazioni negative (Arabi, Bizantini, Aragonesi, Spagnoli, Angioini) .
Il primo dato da prendere in considerazione è il marcato calvinismo insito nella società americana, intriso di quel puritanesimo che, sostanzialmente, genera una società non solo incapace di individuare dove si annidi il male ma addirittura lo confonde col bene In Europa siamo abituati a concepire le guerre d’indipendenza come la rivalsa dei popoli tiranneggiati. La guerra d’indipendenza americana fu solo l’arrabbiata reazione dei coloni alle restrizioni commerciali imposte dalla madre patria. Il collante fu determinato dal primato del profitto su ogni altro elemento sociale e il possesso di beni e soldi come unico termine di paragone per sancire le differenze. Lo stesso concetto di uguaglianza naturale, che è bene ricordarlo precede quello affermatosi in Francia, è antitetico al modello europeo. In America è dalla libertà che deriva l’uguaglianza e non viceversa e la differenza, che a prima vista potrebbe apparire effimera, essendo analogo il presupposto originario - tutti gli uomini nascono liberi e uguali - assumerà un rilievo fondamentale nel processo evolutivo della società americana, che ha visto associare il concetto di libertà a quello di libero arbitrio impositivo, anche con la violenza: «se
non rispetti la mia libertà impositiva non puoi essere amico mio e saranno guai per te», ha detto sostanzialmente Trump a Zelensky.
Un altro aspetto che può aiutarci a capire fenomenologie sociali sconvolgenti per un europeo, è la naturale propensione al cattivo gusto, in ogni contesto. Con il progressivo distacco dall’Europa l’America ha potuto affermare il primato mondiale della volgarità in tutti i campi, co nferendo nobiltà esclusivamente al dio denaro.
Nonostante le radici britanniche, la parola gentleman non esiste nel costrutto sintattico statunitense, alla pari di lady. Il termine business, che originariamente intendeva caratterizzare un individuo semplicemente “impegnato a fare qualcosa”, è stato mutuato in quello più consono al tipo di mentalità che si andava affermando, divenendo “affare”. Di rilevante importanza, a tale proposito, il saggio di Guglielmo Ferrero, “Fra i due mondi”, del 1913, nel quale lo storico distingueva le civiltà quantitative da quelle qualitative, spiegando che l’accumulo delle ricchezze porta al progressivo declino della società. Nelle società qualitative (mondo greco -romano) si producono capolavori, opere d’arte in grado di elevare lo spirito, muovendosi entro limiti prestabiliti. Nelle società quantitative l’unico scopo è l’accrescimento della ricchezza, senza limiti e “senza regole”, generando quelle fratture sociali che, inevitabilmente, sfociano in guerre. Già nel 1913 quindi, Ferrero vedeva nel dinamismo americano uno sviluppo incontrollato e incontrollabile della tecnica produttiva. Una civiltà, quindi, senza valori stabili e senza freni interni, che preparava da sé la propria catastrofe. È stato un valido profeta. Lo storico statunitense Henry Steele Commager, nel 1952, con il saggio “Lo spirito americano”, ripropone la tesi di Ferrero. “La peggior disgrazia che potesse capitare a un partito politico era una crisi economica e la più grave obiezione a una legge era la sua nocività per gli affari. Tutto ciò tendeva a dare una forma quantitativa al pensiero, conducendo l’americano a mettere pressappoco al di sopra di tutto una valutazione quantitativa. Quando domandava quanto valeva un uomo, voleva parlare del valore materiale, e si irritava di ogni altro sistema di apprezzamento. Anche la soluzione che proponeva a numerosi problemi era quantitativa, e che si trattasse dell’educazione, della democrazia o della guerra, il trattamento attraverso i numeri era il rimedio sovrano”. L’american way of life trasforma una società viva in una società meccanica, avulsa dai reali valori e tutta imperniata sull’apparire, in funzione del conto in banca e del “ben-essere” che si riesce a mettere in mostra. Il concetto di “essere” è del tutto sconosciuto. Voglio citare, in merito, un episodio emblematico di cui sono stato diretto testimone. Qualche anno fa, a New York, conobbi un facoltoso businessman, innamorato dell’Italia e della costiera amalfitana in particolare, desideroso di acquistare una villa a Positano. Vi avrebbe trascorso solo pochi giorni all’anno, buona parte dei quali a bordo di una di quelle barche che assomigliano a veri transatlantici. Gli feci notare che la scelta non mi sembrava pertinente. Avrebbe speso molti soldi per la villa e avrebbe avuto problemi con la barca. Molto più razionale risultava l’acquisto di una villa a Vietri sul Mare o a Salerno, che dispone di un porto turistico all’avanguardia. La costiera l’avrebbe potuta godere via mare, raggiungendo i vari siti con il motoscafo di bordo. Soprattutto avrebbe risparmiato un buon 50% sul prezzo dell’immobile, a parità di superficie. Mi guardò come se avessi detto la baggianata più grande del mondo. “Oh yeeeea… posso capire che le case a Vietri sul Mare o a Salerno costano di meno e che è comodo avere il porto vicino casa, ma ai miei amici una cosa è dire ho una villa a Positano e altra cosa è dire ho una casa a Vietri o a Salerno, che nemmeno sanno dove siano”. Il dato più importante di tutta la storia era “poter apparire” agli occhi degli amici come il proprietario di una villa a Positano. E pazienza se ciò significava “buttare” qualche milione di dollari e perdere un’oretta solo per raggiungere il porto.
Una società sostanzialmente mediocre, quindi, vuole essere rappresentata da uomini mediocri, che sente vicini. Uomini colti e raffinati, che pure vi sono, non hanno alcuna possibilità di affermarsi oltre certi limiti. Al Gore, che sarebbe stato il miglior presidente della storia degli USA, è un esempio eclatante di questo postulato. Il Capo dello Stato deve essere un uomo come gli altri, un “brav’uomo”; se fosse superiore, un “uomo bravo”, inquieterebbe. In una democrazia normale si spera che siano i migliori a prevalere. In America, invece, si amano i “winners”. Non importa come siano diventati tali, purché siano e appaiano il più possibile delle persone comuni. Nella campagna elettorale i l politico che vuole vincere le elezioni deve preoccuparsi di “assecondare” gli umori della massa, recitando la propria commedia con un tasso di ipocrisia che non ha eguali al mondo. Il secondo emendamento, che costituisce un abominio, è argomento tabu per ogni politico che aspiri a vincere le elezioni. Parlarne significa mettersi contro la maggioranza degli elettori e le potenti lobby delle armi: la sconfitta è sicura. La cinematografia, anche quella statunitense, non ha mancato di evidenziare le molteplici e gravi distonie sociali. Qualche anno fa, con la fiction “House of cards”, si è passati a una divulgazione quasi didattica del marciume insito nel sistema. Paradossalmente, invece di aprire gli occhi, gli americani sembrano affascinati dallo scarso o nullo senso etico con il quale vengo rappresentati i cinici politici, pronti a tutto pur di raggiungere il potere.
Un altro aspetto da non sottovalutare è la scarsa propensione degli americani a conferire un potere immenso a una donna. Ho ascoltato il parere di molti amici che hanno sempre sostenuto i candidati democratici, i quali, con sconcertante naturalezza e senza alcun imbarazzo, hanno dichiarato “che non è possibile affidare la valigetta a una donna”. Una estrema sintesi di un ragionamento molto più profondo e complesso, tra l’altro ben sviluppato in un vecchio film del 2000, che invito a vedere: “The contender”, diretto da Rod Lurie. Nel film la vittima del misoginismo statunitense era una semplice vice-presidente, che nell’impianto costituzionale americano conta come il due di coppe a briscola, quando la briscola è di un altro colore Solo con la degenerazione trumpiana si è visto un vice-presidente rozzo e volgare permettersi di insultare il presidente di un altro Stato.
La crisi della società americana è un problema per l’Europa solo se lo permette l’Europa. Un’Europa realmente unita farebbe ballare la quadriglia a tutti e diventerebbe il faro del mondo nonché vera tutrice di pace. Con un esercito europeo guidato da un unico Stato Maggiore e composto dai migliori reparti di ogni Paese, compresa quella Gran Bretagna che va perdonata per il colpo di testa del 2020, favorendone il pieno rientro nell’Unione, farebbe tremare i polsi a chiunque. I danni generati dalla nostra testardaggine sono immensi e siamo tutti responsabili per la tragedia che sta sconvolgendo l’Ucraina. Risorgi dalle tue ceneri, vecchia baldracca che hai puttaneggiato in tutti i bordelli contraendo le peggiori infezioni, e corri in soccorso dei fratelli ucraini. Non permettiamo a un puttaniere rozzo e incolto di ferire il P ianeta più di quanto non abbia già fatto. I rapporti con gli USA devono cambiare nel rispetto della nostra visione del mondo. Noi siamo Europei. Con la “E” maiuscola in segno di rispetto per la nostra storia, e tocca a noi gettare le carte. Viva l’Europa e Slava Ukraïni.
4 marzo

Incipit
«L’uomo ragionevole si adatta al mondo. L’uomo irragionevole persiste nel tentativo di adattare il mondo a sé. Perciò ogni progresso dipende dall’uomo irragionevole ». (George Bernard Show)
Innanzitutto il metodo propositivo, per evitare il caos Ho iniziato a parlare di Esercito Europeo (per i colleghi giornalisti: le due “E” in maiuscolo) nel 1972, quando fondai il Movimento Libera Europa, poi mutatosi nell’attuale Europa Nazione. Nel 1977, in un contesto pazzescamente assurdo e contraddittorio, militando in un partito che da un lato cantava Europa nazione sarà e dall’altro inneggiava a quel male assoluto che si chiama nazionalismo (pag. 4), grazie alla superiore intelligenza di un uomo straordinario, Gaetano Rasi, potei parlarne nella “Rivista di Studi Corporativi”, da lui diretta, con esplicito riferimento nientepopodimeno che ad Altiero Spinelli (per i più giovani: eravamo nel pieno degli anni di piombo e parlare di un antifascista in un contesto di destra era molto più di un’eresia e poteva costare caro; la rivista, però, era letta per lo più da attempati studiosi e giovani intellettuali che avevano già fatto i conti con la storia e pertanto mi risparmiai una sonora scarica di legnate, per non dire di peggio) e al Manifesto di Ventotene, che solo in questi giorni, quindi dopo circa mezzo secolo, ha trovato rinnovato vigore grazie alla bella manifestazione svoltasi il 15 marzo a Roma, su iniziativa di Michele Serra. Si può immaginare, pertanto, con quanta ansia assista al
vociare convulso di improvvisati analisti che alimentano una confusione già di per sé ai massimi livelli, mentre in Ucraina si continua a morire.
La cosa più importante, in questo delicato momento storico, prima ancora di decidere cosa fare, è stabilire come farlo, togliendo dal terreno le erbacce che fungono da ostacolo al seme che - finalmente - si sta piantando, perché di seme si tratta, ancorché foriero di efficacia immediata purché la semina sia effettuata con accuratezza.
Noi esseri umani siamo abituati a pensare con una logica conseguenziale che si può definire di stampo “verticale”, sviluppando una sequenza di azioni univoche razionalmente ritenute ovvie e insostituibili. Ciascuno sviluppa il pensiero in funzione della propria visione del mondo, della cultura, del carattere. In poche parole si può definire il pensiero verticale come il risultato dei “limiti” di ciascuno. I conflitti, di qualsiasi natura, nascono proprio da ciò: si conferisce al proprio pensiero valore assoluto, con buona pace del relativismo che dovrebbe costituire il fondamento di ogni ragionamento, ritenendo di essere nel giusto e che non vi siano alternative a ciò che si sostiene. Il pensiero verticale, di fatto, non è in grado di offrire nuove interpretazioni della realtà ma solo di elaborare, molto spesso negativamente, le vecchie interpretazioni.
Al pensiero verticale si contrappone il pensiero laterale, che si discosta dalle considerazioni ovvie e cerca soluzioni alternative con metodi deduttivi che non danno alcun peso alle sequenze predefinite.
L’incipit, per esempio, che istintivamente viene respinto dai più, è una chiara espressione di pensiero laterale, grazie al quale si manifesta una scomoda verità. Per discutere efficacemente di “Esercito Europeo”, pertanto, occorre stabilire il metodo “propositivo”, altrimenti si gira a vuoto. Il pensiero laterale ci aiuta.
Eliminare le erbacce
Nei media traspare con chiarezza la natura del dibattito che si sta sviluppando intorno ai problemi contingenti: l’avvento di un uomo pericoloso alla Casa Bianca e le conseguenze a livello planetario del new deal statunitense, che obbliga noi europei a riconsiderare il nostro essere e il nostro divenire.
Stabilire il “punto di partenza” per il viaggio da compiere è fondamentale. Non si arriva da nessuna parte se nza un percorso ben strutturato. Il punto di partenza, pertanto, è rappresentato dalla necessità di consentire all’Europa una piena autonomia in qualsivoglia contesto - e quindi anche militare - non essendo più gli USA un partner affidabile. Su questo dato non sono ammesse discussioni, se davvero si vuole costruire qualcosa di buono.
Essendo anche la politica divisa, non solo in ambito nazionale, tocca alla società civile “spingere” affinché chi governa recepisca un messaggio che ne condizioni le scelte. La bella manifestazione di Roma ha rappresentato senz’altro un momento molto
importante per far percepire concetti che - mi si perdoni l’autocelebrazione - chi scrive sostiene da sempre (siamo europei; diversi ma europei; uniti nella diversità; il nazionalismo è il male assoluto) e concetti sostenuti con fermezza sin da prima che la Russia invadesse l’Ucraina, quando era chiaro che l’avrebbe invasa (L’Ucraina va sostenuta senza se e senza ma; serve un Esercito Europeo in grado di indurre chiunque a miti consigli ). È ben chiaro, però, che cinquantamila persone non sono sufficienti a determinare una significativa svolta decisionale e me glio sarebbe stato se a Roma fossero accorse almeno un milione di persone. Pazienza : combattiamo con le armi che abbiamo e non con quelle che vorremmo avere.
Evitiamo di perdere tempo, pertanto, a confutare le tesi dei fan di Trump e Putin, di chi si oppone al riarmo; di chi predica bene e razzola male facendo il gioco delle tre carte, come chi dice «Sempre al fianco di Zelensky e del popolo ucraino, ma no all’invio di soldati», senza spiegare come cacchio voglia assicurarlo, il sostegno. Non serve a nulla: è come tentare di convincere un tossico a smettere di drogarsi dicendogli semplicemente che le droghe fanno male.
Il dibattito si sviluppi esclusivamente in quella fetta di società civile rappresentata dai cinquantamila di Roma, che hanno le idee chiare sulla necessità di essere pienamente europei, affinché si crei anche un idem sentire su “come” costruire la nuova Europa. Non ci si stanchi mai di ripetere iniziative come quella organizzata da Michele Serra. Una coscienza europea può superare le barriere delle divisioni po litiche e unire anche chi provenga da esperienze diverse. "Serve subito un Esercito Europeo " funga da grido di battaglia per dimostrare a tutto il mondo che l’Ucraina non sarà abbandonata nelle fauci dell’orco russo e che sarà fatto di tutto per assicurarle quella libertà oggi compromessa anche dalla vigliaccheria di una buona fetta di Occidente e il pieno recupero delle terre occupate, Crimea compresa. Bisogna stroncare sul nascere, infatti, tutti i tentativi protesi ad esaltare una mediazione che risulti vantaggiosa per Putin, sostenendo con una forza d’urto “impressionante” le dichiarazioni di Zelensky: «Niente resa e nessuna fiducia in Putin». Consentire alla Russia di occupare parte dell’Ucraina sancirebbe il trionfo della forza bruta sul diritto e sulla ragione. Cosa che non ci possiamo permettere. L’Europa, pertanto, deve diventare subito “abbastanza forte” per impedire un regresso della civiltà verso la barbarie. Deve essere l’Europa a gettare le carte, ridimensionando con determinazione tanto il velleitarismo di Trump quanto quello di Putin.
Come costruire un esercito europeo
Questo articolo, necessariamente, chiude un ciclo narrativo durato ben 53 anni e ne apre un secondo che sarà gestito con nuove formule analitiche, ancorate alla realtà contingente. Basta parlare in prospettiva: il ciclo è durato anche troppo. Ovviamente in questa prima fase saranno esposte solo delle linee guida passibili di riconsiderazioni e stravolgimenti anche radicali, ma da qualche parte occorre pure iniziare.
L’Esercito Europeo ha una funzione primaria: indurre la Russia a desistere da ogni proposito espansionistico, nell’immediato e in futuro. Il primo dato da analizzare, pertanto, è l’entità numerica, indipendentemente dal fatto che, nelle guerre moderne, il numero degli effettivi ha un valore intrinsecamente più basso, e non di poco, rispetto alle guerre del passato. La Russia conta 143 milioni di abitanti e le Forze armate (Forze terrestri, Marina Militare, Forze Aerospaziali, Forze missilistiche strategiche, Truppe Avitrasportate), superano i tre milioni di effettivi (1.320.000 risorse in servizio attivo; 2.000.000 di riserva). A ciò si d eve aggiungere una notevole capacità di mobilitazione in tempi brevi di risorse civili, divise tra volontari e coscritti, sorvolando sul supporto delle truppe Cecene (almeno centomila uomini) e della Bielorussia (più o meno altri centomila soldati tra regolari e riserve).
L’Europa - Europa, non Unione Europea - ha 466 milioni di abitanti, al netto di quei Paesi che solo sulla carta “figurano” geograficamente nel continente europeo, ivi compresa l’Ungheria, del cui ingresso nella UE non ci pentiremo mai abbastanza.
L’Istituto Bruegel ricorda che l’Europa, compreso il Regno Unito, conta attualmente 1,47 milioni di militari in servizio attivo, ostacolat i dalla mancanza di un comando unificato e dal troppo tempo perso - perdonatemi se insisto su questo tasto - nel non dare ascolto a chi pervicacemente da sempre parla di una difesa europea sganciata dalla NATO, egemonizzata dagli USA. La continua penalizzazione delle risorse destinate alle Forze Armate, di fatto, ha ridotto a meno della metà gli effettivi degli eserciti europei rispetto a trenta anni fa. La Germania dispone di un ventesimo dei carri armati; la Francia un decimo, il Regno Unito un sesto. Va peggio per l’artiglieria, che ha dimostrato la propria efficacia in Ucraina: gli obici oggi disponibili nei tre principali eserciti europei sono meno di un decimo rispetto a quanti fossero nel 1992. Secondo uno studio di Bruegel e del Kiel Institute for the World Economy, in virtù del disimpegno USA l’ Europa dovrà reclutare 300.000 nuovi soldati, acquistare 1.400 nuovi carri armati e, nei prossimi cinque anni, raddoppiare la spesa per la difesa. Servono anche almeno 2.000 veicoli da combattimento per la fanteria e 700 pezzi di artiglieria. Inoltre, bisogna accumulare adeguate scorte: «almeno un milione di proiettili da 155mm per garantire 90 giorni di combattimenti ad alta intensità» Tutto ciò è possibile solo se vi sia una concreta volontà politica di agire in tal senso, protesa anche a sviluppare una industria militare continentale e non dipendere più dalle forniture statunitensi. Personalmente - lo spiegherò meglio in un prossimo articolo, con adeguate comparazioni - ritengo le succitate prospettive numeriche inferiori, anche se non di molto, al reale potenziamento che ci consentirebbe di dormire sonni tranquilli. Un ulteriore aspetto da non sottovalutare è la struttura gerarchica da conferire a un vero Esercito Europeo. Anche su questo punto sarà opportuno scendere nei dettagli in un prossimo articolo. Qui basti dire, non fosse altro per soddisfare le legittime aspettative di chi - più di chi scrive e per varie ragioni - attende con il cuore che palpita il passaggio dalle parole ai fatti, che bisogna fare di tutto per superare i conflitti interni, le gelosie, le invidie, le ambizioni personali, producendo ogni sforzo per gettare il cuore oltre l’ostacolo, dal momento che si scherza con la vita di milioni di persone. A capo del
nuovo Esercito Europeo deve andare una figura di grande spessore e grande competenza, in grado di fungere soprattutto da simbolo per dimostrare che tutti gli sforzi sono protesi a far capire che l’Ucraina è nel cuore degli europei. Va premiato un Paese come la Polonia, per esempio, che tra l’altro vanta una delle unità terrestri più efficaci del mondo, il GROM, ritenuto il reparto d’élite della Nato. Affidare il comando al generale Kukula consentirebbe di cogliere non due ma tre piccioni con una fava: si libererebbe un posto alla guida dell’Esercito polacco, che vanta molti alti ufficiali in grado di onorare degnamente il ruolo; si manterrebbe intatta la forza propulsiva del GROM, almeno nei primi tempi ben felice di operare al servizio di un connazionale (col tempo, poi, è chiaro che ciascuno dovrà sviluppare la capacità di sentirsi innanzitutto “europeo”); si darebbe un forte segnale di sostegno all’Ucraina, che comunque dovrebbe ben figurare nell’istituendo Stato Maggiore, con una figura di rilievo in un ruolo fondamentale. Manco a dirlo, infine, non si può non riconoscere la giusta gratitudine a Macron e a Starmer, in questo momento molto simili ai fuochi di Amon Din, che si accesero quando tutto sembrava perduto e indussero Gandalf a pronunciare la fatidica frase: «La speranza divampa».
17 marzo
L’ARROGANZA DELL’IGNORANZA
La gaffe del presidente Meloni sul Manifesto di Ventotene ha legittimamente generato profonda e condivisa indignazione, al netto dei sodali sempre pronti a giustificare l’ingiustificabile, che ovviamente non fanno testo.
L’ignobile “sparata”, però, evidenzia in modo molto più eloquente di quanto non sia mai accaduto in passato quell’eterogenesi dei fini che contribuisce a creare molta confusione sulla contrapposizione tra “destra” e “sinistra”.
A tal proposito voglio citare un episodio che contribuisce a fare un po’ di chiarezza sulla vera essenza di quel variegato universo politico, generalmente definito “destra” e ripudiato da chi alla destra attribuisce una dimensione socio -politica di ben altra natura. Un episodio casualmente citato in un articolo del 17 marzo scorso , e quindi prima della sparata di Giorgia Meloni, casualmente preceduta anche dalla splendida lezione europeista di Benigni, a riprova che, come sosteneva Jacques Monod, caso e necessità sono due facce della stessa medaglia.
Correva l’anno 1977 e da meno di due ero stato eletto presidente della Consulta Provinciale Corporativa, in quel di Caserta. Gaetano Rasi, fondatore e presidente della Consulta dal 1972, lo avevo conosciuto in un convegno. Pur appartenendo a una scuola di pensiero che aveva “già” fatto i conti con il passato e si proiettava verso il futuro auspicando una destra moderna, sociale ed europea, guardavo con interesse al Corporativismo, le cui tematiche, se sapientemente interpretate, avrebbero potuto costituire una valida alternativa alle derive marxiste e capitaliste, superando l’anacronistica lotta di classe e legando in modo indissolubile due primari fattori produttivi: capitale e lavoro. Siffatt a teoria, però, nel vecchio MSI, più che azzardata e temeraria, appariva semplicemente assurda, incomprensibile e impraticabile. La Consulta, infatti, aveva un seguito prossimo allo zero, obnubilata dagli elementi di natura sentimentale e di facile presa per la stragrande maggioranza degli elettori, fortemente ideologizzati. Predicare il primato della politica sull’economia era senz’altro positivo, ma la riluttanza con la quale si affrontavano le problematiche economiche costituiva un serio problema. Gaetano Rasi queste cose le aveva capite benissimo e le predicava con forza e determinazione, che non bastarono però, a scuotere più di tanto l’ambiente. La rivist a, pertanto, costitu ì un importante punto di riferimento per chiunque volesse studiare le tematiche sociali elaborate da analisti che erano sì schierati, ma rispondevano precipuamente alla loro coscienza ed erano orientati verso il futuro, avendo ben chiari i limiti dell’anacronistico passato. Grazie al mio ruolo iniziai una assidua frequentazione con il vertice dell’Istituto e Gaetano Rasi prese a ben volermi. Non gli sembrava vero che un giovane di 22 anni si appassionasse a una disciplina ostica e molto snobbata. Quando l’intesa divenne più marcata trovai il coraggio di parlargli della mia forte vocazione europeista, ritenendo giusto riferirgli che, non fosse altro per un fatto generazionale, il mio approccio con la storia doveva essere necessariamente diverso da quello di coloro che avevano vissuto, magari con ruoli importanti, l’esperienza fascista. “Puoi dirmi tutto quello che vuoi” replicò, esortandomi ad aprirmi senza riserve. Fu così che gli manifestai il proposito di scrivere un articolo scevro della retorica che portava da un lato a cantare “Europa nazione sarà” e dall’altra a considerare l’Italia il centro del mondo. Il dado era tratto e fu facile, a quel punto, convergere su un idem sentire: degli uomini possono venire da mondi diversi e anche contrapposti, ma se in buona fede intenti a operare per il bene comune, inevitabilmente molte barriere sono destinate a cadere. E sotto questo profilo, sulle tematiche europeiste, non vi erano sostanziali differenze col pensiero di Altiero Spinelli. Pur consigliandomi di stare molto attento, ricordandomi la fine fatt a da tutti coloro che avevano precorso i tempi, accettò di pubblicare un articolo nel quali parlai del Movimento Federalista Europeo, esaltandone i dati salienti, e della necessità di costruire quell’unità europea configurabile come Stati Uniti d’Europa. Per la prima volta in un contesto di destra si parlò di “Esercito europeo”, sia pure contestualizzando l’argomento alle difficoltà imposte dal momento (eravamo in piena Guerra fredda). In poche parole,
nel lontano 1977, a destra vi era già chi non aveva alcun timore di propugnare modelli sociali che superavano, e non di poco, le terribili barriere imposte da una società prigioniera delle ideologie. Ho continuato per decenni, vox calmantis in deserto, a ribadire quei concetti partoriti negli anni Settanta, adeguandoli ai vari contesti storici, sempre corroborati da una frase ripetuta come un mantra: «L’Europa è una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, tutte culminanti in -ismo, ma resta pur sempre il Continente che ha dato al mondo quanto di meglio sia apparso su questo Pianeta. E purtroppo anche una buona parte del peggio ». Benigni ha magistralmente riassunto questo concetto nel suo splendido “Sogno”, trasmesso dalla Rai il 19 marzo. Giorgia Meloni, pertanto, con la sua sparata “non ha fatto impazzire la sinistra”: ha solo dimostrato, caso mai ve ne fosse stato bisogno, di non essere ancora in grado di fare i conti con la Storia e di pensare di essere qualcosa che non è. In Italia, infatti, una vera “destra”, moderna, sociale, “realmente europeista”, che ovviamente non potrebbe avere alcuna affinità né col paranoico velleitarismo di Trump né con la propensione imperialista di Putin, non esiste e , purtroppo, nulla lascia presagire che possa trovare in futuro un terreno fertile per un concreto sviluppo. L’ossimoro insito nelle espressioni “destra liberale” (pag. 8) (come se il liberalismo e il liberismo potessero in qualche modo essere associati alla destra), “centro -destra” con e senza trattino, insieme con lo stupidario che quotidianamente traspare da quel mondo che le gravita intorno, è destinato a condizionare ancora a lungo la vita sociale di un Paese che, sostanzialmente resta quello che spalancò le porte a Carlo VIII ed è alla perenne ricerca di “qualcuno” capace di togliere le castagne dal fuoco, salvo disarcionarlo quando si rende conto di aver preso un abbaglio.
21 marzo

Fonte: la Repubblica, 23 marzo 2025.
Bruxelles – «Una scandalosa ridicolizzazione». Guy Verhofstadt, ex premier del Belgio e cofondatore del gruppo federalista “Spinelli” al Parlamento europeo, non certo un “comunista” ma un politico dalla solida tradizione liberale, non ci sta all’interpretazione data dalla premier Giorgia Meloni al “manifesto di Ventotene”. E risponde punto per punto alle critiche mosse dalla leader di Fratelli d’Italia a quella che viene considerata la base politica e culturale dell’Europa moderna.
Eppure la presidente del consiglio ha sostanzialmente definito il manifesto di Spinelli e Rossi una specie di trattato per la rivoluzione comunista.
«Ma come si fa? Quell’opera non può essere considerata solo socialista, ma anche e soprattutto democratica. Si tratta di un’interpretazione che stravolge completamente la realtà».
Perché?
«Ma perché quell’opera ha come obiettivo primario gli Stati Uniti d’Europa. È quello il senso più profondo del manifesto. Un o biettivo su cui concordavano uomini come De Gasperi, Schuman e Adenauer che certo non erano socialisti. Quella del capo del governo italiano è un’accusa ridicola».
Quindi in cosa altro sbaglia Meloni?
«Lancia un messaggio sbagliato sull’Europa agli italiani. Il manifesto è stato un’ispirazione anche in Italia. Lo è stato per Einaudi, il primo presidente della Repubblica dopo la caduta del fascismo, lo è stato per De Gasperi. È stato una delle basi del Trattato per la Costituzione europea e un punto di riferimento per l’Europa unita. Lei ha ridicolizzato tutti: l’Europa, tutti gli europeisti e le maggiori culture democratiche del nostro Continente».
Con quelle parole lei ritiene che la premier abbia svelato il suo volto antieuropeista?
«È bizzarro che lei insista ancora sull’Europa dei popoli. L’Europa dei popoli e delle nazioni è quella della Seconda guerra mondiale. È quella che ha portato alla guerra. La nuova Europa è stata importante per tutto il Continente e per mantenere la pace. Non è stata certo quella dei nazionalismi».
Lei vede un pericolo in tutto questo?
«Vedo che il mondo sta rischiando un ritorno agli Stati-Nazione. E poi devo dire che quel che Meloni ha fatto nel Parlamento italiano è davvero assurdo».
Il vento anti -europeo è cresciuto con la vittoria di Donald Trump in America. Il pericolo vero è dunque dividere l’Europa?
«Chi in Europa può fermare da solo Trump o Putin? Come si può sopravvivere separatamente? Non credo che Meloni ne abbia idea».
Infatti sostiene che l’Europa di Spinelli non è la sua Europa.
(Mi scuso col direttore Orfeo e con Claudio Tito per la pubblicazione di un articolo riservato agli abbonati. Sono sicuro, del resto, della loro piena com prensione. Questa intervista trascende i limiti della mera cronaca giornalistica e si configura come documento formativo-educativo in grado di elevare il livello qualitativo di milioni di persone, confuse sia per i propri limiti sia per l’imperante mistificazione che si registra in ogni ambito sociale. È un documento, pertanto, da diffondere come antidoto al virus della disinformazione.
Avendo riportato scritti altrui, non ho corretto le distonie linguistiche che mi vedono impegnato in un’altra difficile battaglia contro la diffusa e insulsa moda della violenza nei confronti della lingua: si dice “il premier”, non “la premier”.

La Crimea è nell'Ucraina, non in Russia; l'Artsakh (Nagorno Karabakh) è in Armenia, non in Azerbaigian. Gli sta ti in bluette restano sotto l'influenza degli Stati Uniti d'Europa, fatte salve possibili future adesioni. La Bielorussia è colorata in verde: colore della speranza. Possa sganciarsi presto dall'asservimento alla Russia e avvicinarsi sempre più marcatamente all'Europa.
«Gentile Lettore, ho scelto un argomento che, me ne rendo conto, meriterebbe di essere trattato da qualcuno più autorevole di me, cosa che anche il deprecabile stato dell’Europa esige. Spero che non me se ne vorrà per questo articolo, che potrebbe spingere degli scrittori più abili a migliorarlo e a realizzarlo con maggiore discernimento e successo. Non dirò altro in mia difesa se non che questo lavoro è frutto delle attente meditazioni intorno alla pace dell’Europa. La gente dovrebbe davvero mancare di carità tanto quanto il mondo manca di quiete per essere seccata da una proposta così pacifica!»
Carina la premessa, vero? Peccato solo che, pur avendola fatta mia, sia stata scritta da qualcun altro: un certo William Penn, autore della prima proposta di un Parlamento europeo eletto, con il compito di risolvere pacificamente le controversie tra stati. (Ho solo sostituito il sostantivo “saggio con “articolo”). Correva l’anno 1693 e il fatto che risulti attualissima quasi quattro secoli dopo, la dice lunga sulla strada da percorrere, prima di vedere davvero realizzato quell’antico sogno chiamato “Stati Uniti d’Europa”.
L’Armenia bussa alle porte dell’Europa.
Il Parlamento dell’Armenia ha approvato, con sessantaquattro voti a favore e sette contrari, il disegno di legge per la richiesta di adesione all'Unione Europea Un altro significativo passo di allontanamento dalla Russia è stato compiuto, ritenuto definitivo da molti osservatori, tra i quali figura chi scrive. I rapporti, del resto, hanno iniziato a deteriorarsi in modo crescente dopo la disfatta de l 2020 e la perdita dell’Artsakh, occupato e “violentato” dall’ Azerbaigian, grazie al prezioso aiuto della Turchia, delle milizie sunnite della Coalizione siriana che co mbatteva contro il dittatore Bas har alAssad e alle ingenti forniture di armi offerte da Israele. In virtù degli accordi bilaterali la Russia avrebbe dovuto intervenire militarmente in difesa dell’Armenia, cosa che non è avvenuta. Non solo: i peacekeeper russi avrebbero dovuto proteggere il transito attraverso il corridoio di Lachin e garantire la sicurezza della popolazione locale, ma sono rimasti inermi a godersi ciò che si può definire un film dell’orrore, con protagonisti i feroci soldati azeri che impedivano di far giungere i soccorsi e i beni di prima necessità nell’enclave armena.
Il premier Nikol Pashinyan, europeista e fermamente deciso a chiudere ogni rapporto con la Russia (almeno fino a quando vi sarà Putin al potere) sa bene che le uniche serie prospettive di sopravvivenza per la piccola Repubblica Caucasica sono ancorate all’Europa: i potenti eserciti della Turchia e dell’Azerbaigian tolgono il sonno.
In Europa, però, dove la confusione regna sovrana e diventa sempre più difficile adottare provvedimenti che riflettano presupposti di “civiltà”, nessuno dei ventisette Paesi UE ha fatto salti di gioia e la sola Marta Kos, ex campionessa slovena di nuoto e oggi commissario per l’allargamento dell’UE (i suoi effettivi poteri sono prossimi allo zero) si è esposta con una semplice dichiarazione più formale che sostanziale: «Se la domanda sarà presentata l’accetterò ». Che brava!
Putin non ha perso tempo nel minacciare l’Armenia tramite il suo fidatissimo Segretario del Consiglio di Sicurezza Sergei Shoigu: espulsione dei lavoratori armeni in Russia, aumento del prezzo del gas, mancate agevolazioni sugli scambi commerciali. Pashinyan, tuttavia, sta dimostrando coraggio e grandi doti di leadership, nonostante il suo pacifico popolo non abbia certo la capacità di reazione del popolo ucraino e le forze armate, di fatto, con soli 25mila professionisti e una dozzina di aerei, possono definirsi tali solo sulla carta.
Già dal febbraio 2024 ha congelato la partecipazione dell’Armenia all'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva guidata dalla Russia : una sorta di alleanza militare, più o meno simile alla NATO, che ingloba molti Stati dell’ex Unione Sovietica. Con l’adesione alla Corte penale internazionale (CPI), poi, la volontà di distacco si è resa ancora più eloquente. Se Putin volesse recarsi in Armenia, infatti, dovrebbe essere arrestato in ossequio a quanto sancito il 17 marzo 2023: mandato di arresto per i crimini di guerra e la deportazione di abitanti dell’Ucraina invasa e occupata, ivi compresi migliaia di bambini. (Proprio due giorni fa una dirigente del Centro per libertà civili, con sede a Kyiv, ha dichiarato che i russi stanno trasformando i bambini in fanatici patrioti). A questa importante decisione fanno eco i colloqui per la liberalizzazione dei
visti con l'UE, avviati nel settembre 2024, e l’intensificazione dei rapporti con la Fra ncia, soprattutto per quanto concerne i legami di difesa.
Che deve fare l'Unione Europea
Partiamo da lla realtà contingente, trascrivendo quando riportato nell’enciclopedia Treccani.
“Dal 17° secolo venne proposta, quale confine tra Europa e Asia, la catena degli Urali. Soluzione ancora abitualmente seguita, ma non soddisfacente per vari motivi: a) la catena uralica, poco elevata, non costituisce in alcun modo una discontinuità o una barriera e non ha significato politico, economico, culturale; b) i paesaggi, naturali e umani, si ripetono pressoché identici ai due lati della catena; c) gli Urali terminano alla latitudine di circa 50° Nord. Più a Sud nessun elemento fisico può essere ragionevolmente assunto quale confine dell’Europa. Nell’impossibilità di definire con esattezza il limite dell’Europa verso Est, si utilizzerà la linea ideale che unisce le foci del Don (Rostov) e della Dvina Settentrionale (Arcangelo), lasciando quindi al di là del confine la massima parte del territorio russo e l’intera regione caucasico-caspica”. Armenia e Georgia, pertanto, restano fuori dai “confini” geografici dell’Europa, nonostante figurino nell’elenco degli Stati europei da un punto di vista storico-culturale e facciano parte del Consiglio d'Europa. Anche il limitrofo Azerbaigian, che di certo non può vantare analoghi presupposti storico-culturali, figura nell’elenco degli Stati europei ed è membro del Consiglio d’Europa. Un bel caos, come si vede, intensificato dalle divisioni territoriali di stati che geograficamente si trovano un po’ di qua e un po’ di là, come la Russia e la Turchia. Deve essere ben chiaro, pertanto, che la struttura dei confini può essere stabilita solo “convenzionalmente”, per favorire i migliori presupposti di pacifica convivenza. Lasciamo stare la fascinosa linea che unisce Rostov ad Arcangelo, almeno fino a quando la Russia non si trasformerà in una democrazia compiuta, e pazienza se nella stupenda ed “europeissima” San Pietroburgo potremo recarci solo col passaporto. La linea di demarcazione a Est sarà costituita da Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ucraina (alla quale occorre consentire il pieno recupero delle terre occupate dall’ignominiosa invasione russa, Crimea compresa), dalla quale partiranno due direttrici che chiuderanno i confini a Ovest (Moldavia, Romania, Bulgaria, Grecia) e a Est (Georgia e Armenia). Questa, con gli Stati non citati della zona occidentale, è l’Europa continentale, nella quale ne figurano molti che hanno chiesto di entrare nella UE e non figura no la cosiddetta Turchia parte europea, la cosiddetta Russia europea e l’Azerbaigian.
Ciò premesso, non è il caso, in questo contesto, di parlare anche di alcuni Paesi richiedenti (Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro e Serbia) perché il discorso diventerebbe troppo complesso.
Di sicuro possiamo chiudere l’articolo asserendo che sarebbe davvero un bel giorno il giorno in cui la bandiera europea sventolasse anche in Macedonia (basta con la ridicola
estensione “del Nord”); Moldavia; Georgia; in quella Piazza Maidan di Kyiv, magari ribattezzata “Piazza Europa” mantenendo come sottotitolo il nome originale per ricordare la “rivoluzione della dignità; a Yerevan, con Kyiv gemellata nel commosso ricordo delle comuni tragedie patite in passato e nel presente, affinché restino confinate nei ricordi e siano per sempre scongiurate nel futuro.

Martedì, 6 maggio, programma televisivo “DiMartedì”, condotto da Giovanni Floris e trasmesso dal canale televisivo “La7”.
Ospiti Corrado Augias, che non necessita di presentazioni, e la professoressa Silvia Ronkey, saggista e docente di Studi umanistici presso l’Università di Roma 3. I loro interventi (cliccare qui per rivederli), manco a dirlo, hanno messo in evidenza l’alto livello culturale non scevro di profondo senso etico. (Non sembri banale la precisazione: non sempre la cultura viene “sfruttata” a fin di bene, come traspare, per esempio, dalle troppe mistificazioni storiche e dalle dotte testimonianze di scienziati disponibili a sostenere che le moderne centrali nucleari siano avulse da rischi e che le scorie non rappresentano alcun problema).
I due autorevoli personaggi intervistati da Floris su vari argomenti di pregnante attualità, fer mo restando quanto sopra esposto, hanno pronunciato in modo distonico due parole così delicate da inficiare la stabilità di un castello per altri versi costruito in modo impeccabile: “liberale” e “genocidio”.
Partiamo dalla prima.
Floris, parlando di Tru mp, invita Augias a esprimersi sulla seguente riflessione: «C’è una visione del potere, in questi tempi, per cui chi ha vinto , poi, può fare quello che gli pare. Vinci, seguendo le regole, e poi la questione delle regole è chiusa». La risposta di Augias: «No, non è così perché le regole valgono per chiunque in una “democrazia… (pausa) liberale”; per chiunque sia eletto anche con un vasto consenso popolare, perché dopo il consenso popolare che ti manda alle più alte cariche dello Stato, continuano a vincere le regole, cioè i limiti, le forme, i contrappesi, la divisione dei poteri. Quelli non vengono mai meno». Non perdiamo tempo a commentare un concetto che, caso mai, suscita tristezza solo perché necessita ancora di essere ribadito. Soffermiamoci sull’associazione dell’aggettivo “liberale” al sostantivo “democrazia”, che non costituisce un caso isolato, essendo entrato nel linguaggio comune come accezione positiva di un sistema, con varie estensioni, tra le quali “destra liberale”, un ossimoro che fa rabbrividire. «Le parole sono importanti», sosteneva Moretti in un celebre film, accompagnando l’asserzione con un gesto volutamente scorretto - uno schiaffo a una giornalista - plausibile solo nella finzione cinematografica, affinché la frase restasse impressa nella memoria collettiva, come di fatto è avvenuto, sia pure invano . Stendendo un velo pietoso sui social media e su i leo ni da tastiera, infatti, nei dibattiti politici e mediatici le parole pronunciate a vanvera si sprecano . Il liberalismo, poi, soprattutto nella sua degenerazione verso le nefaste formule del tecnocapitalismo e del neoliberismo anglosassone, assomiglia a quelle letali polveri sottili che nessuno vede, pur costituendo esso la componente più consistente dei tanti mali che affliggono l’umanità. Richiamo un mio articolo del 2019, pubblicato nel mensile Confini: “Il male oscuro” (pag. 117), nel quale cerco di spiegare come la tradizionale distinzione tra liberalismo politico , liberalismo economico e liberalismo filosofico abbia oscurato le cose piuttosto che chiarirle. Qui posso solo aggiungere che forse sarebbe il caso di leggere il prezioso saggio di Alain de Benoist “Critica del liberalismo - la società non è un mercato”, Arianna Editore, 2019. (Continuo a citare de Benoist perché cinquanta e passa anni di “idem sentire” non si cancellano con un colpo di spugna, nonostante bruci la ferita provocata dalle divergenze insorte negli ultimi tre anni, relativamente all’invasione dell’Ucraina). Sarebbe il caso, altresì, di tirare fuori dalla libreria anche il vecchio ma sempre attuale saggio di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito calvinista”, nel quale, di riflesso, traspare l’essenza del liberismo - liberalismo, che vede nel profitto addirittura un segno della grazia divina, a prescindere dai mezzi utilizzati per conseguirlo. I poveri, a loro volta, incarnando la
“disgrazia divina”, per non infastid ire e impaurire i ricchi, vanno isolati e relegati con la forza in luoghi di detenzione.
La professoressa Ronkey, senza tanti giri di parole, ha accusato Israele di compiere un genocidio a Gaza. Ciò è molto grave per due semplici motivi: 1) il termine genocidio è ben definito dalla Convenzione delle Nazioni Unite e va utilizzato cum grano salis; 2) con tutta la buona volontà di questo mondo, quando lo si sente utilizzare a sproposito, soprattutto da persone che non possono accampare come alibi un basso livello culturale, diventa difficile credere che l’utilizzo avvenga in buona fede. Come diceva qualcuno: “A pensar male si fa peccato ma ci si azzecca” e in molti casi non è difficile dimostrare un marcato antisemitismo negli accusatori di Israele.
La professoressa Ronkey ha sostenuto molte tesi ampiamente condivisibili e proprio ciò rende ancora più grave l'improprio utilizzo di un termine così delicato. Le “masse” sono disorientate sia per i tanti limiti magistralmente enunciati nelle opere di Gust ave le Bon, Sigmund Freud, Elias Canetti, George Mosse, sia per la disinformazione galoppante, efficacemente gestita da gruppi di pressione ben strutturati.
Un conto è produrre ogni sforzo possibile (cosa che non si fa) per creare presupposti di pacifica convivenza in quella martoriata terra; altra cosa è accusare di genocidio chi ha subito quello più terribile che memoria d’uomo ricordi. Ciò serve solo ad allontanare la pace, alimentando l’odio. Non si può non provare profondo dolore di fronte alle tragiche immagini che giungono da Gaza, soprattutto quando i protagonisti siano i bambini con il terrore disegnato sul volto. Sapere che centinaia di migliaia di persone siano senza acqua, senza cibo, senza casa, non può lasciare indifferenti chiunque abbia un minimo di sensibilità e aneli al bene comune. Va condannato con fermezza, però, chiunque la succitata “sensibilità” manifesti a senso unico, sostenendo dei t erroristi il cui unico scopo, come più volte dichiarato, è la distruzione di Israele, anche a costo di contribuire allo sterminio di quel popolo che ha conferito loro immeritato potere nelle elezioni del 2006.
12 maggio

Sono trascorsi CINQUANTATRE anni e qualche mese da quando, nel marzo 1972, fondai il “Movimento Libera Europa”, trasformatosi in “Europa Nazione” a partire dal 2013. I documenti relativi ai primi anni dell’impegno europeista, purtroppo, non sono più reperibili. È stato più volte ribadito, invece, anche in queste colonne, l’articolo del MILLENOVECENOSETTANTASETTE pubblicato dalla prestigiosa Rivista di Studi Corporativi, diretta da un uomo di destra che aveva ben compreso , a differenza di tanti altri della medesima area, quanto fosse avanti, in ogni campo, quel giovincello ventiduenne che aveva già “regolato” i conti con la storia, percependone gli scricchio lii futuri, invano proposti in decine di art icoli e convegni e forieri solo di abbondante messe di “fuoco amico”, ben più micidiale di quello “nemico”. Parlare del Movimento Federalista Europeo, di Ventotene, di Spinelli & Co. negli anni Settanta, in ambienti di destra, più che eresia appariva come una vera e propria follia. L’europeismo che trasudava dai ritornelli di alcune canzoni, infatti, era ancorato precipuamente al concetto di “anti”, non di “pro”: «americani a casa, cosacchi (erroneamente assimilati all’intero universo bolscevico) nella steppa, Europa nazione sarà». Di un vero spirito europeo, però, non se ne vedeva nemmeno l’ombra: l’Italia era il centro del mondo; sui colli di Roma continuava a sorgere il sole libero e giocondo e il mito degli antichi romani, “portatori di civiltà”, costituiva il dogma imprescindibile da ogni confutazione e chi scrive era considerato alla stregua di un eretico quando cercava di spiegare che forse sarebbe stato il caso di riconsiderare l’intera epopea, analizzando con calma le figure di Cesare, Co stantino e tutti coloro che dell’Europa, Africa Settentrionale e Medio Oriente fecero strame fino alla deposizione di Romolo Augustolo. Da oltre mezzo secolo anni, quindi, parlo dell’ineluttabilità di quel processo di integrazione che deve sfociare negli Stati Uniti d’Europa, dello spirito di Ventotene, di Esercito Europeo (che sarebbe il più potente del mondo e sicuro spauracchio per chiunque avesse pruriti bellicistici), di inculcare nelle giovani generazioni una vera coscienza europea affinché si sentissero a casa propria a Roma o a Berlino, a Praga e a Stettino e in qualsiasi altra città del continente. Uso tutte le strategie possibili, anche subliminali, ma con risultati effimeri, per non dire nulli. Quando mi si chiede per quale squadra calcistica tifi, nonostante il mio scarso interesse per il calcio, rispondo : «Paris Saint -Germain, ma mi piace anche il Barcellona», lasciando a bocca aperta l’interlocutore, che inevitabilmente sbotta nella frase “ma sono squadre straniere”! Gli faccio notare, a quel punto, che in Italia, quindi nella “propria patria”, è normale tifare delle squadre ubicate in regioni diverse da quella nella quale si viva. Se uno
allarga i propri confini, quindi, e considera la “propria patria” l’intera Europa, si può tranquillamente tifare per una squadra francese, tedesca, spagnola. Non è che si convincano, per carità, però qualche scossone iniziano a riceverlo ed è già tanto.
Oggi ho ricevuto il numero 28 de “L’Espresso”, che sarà in edicola da domani, 11 luglio. Si può ben immaginare la reazione emotiva nel vedere la copertina con una bella bozza di bandiera europea (anche se non bellissima come quella di Europa Nazione) ancorché simbolicamente intrigante con l’esplicito riferimento ai colori dell’Ucraina, Paese che aspettiamo nella “nuova Europa” a braccia aperte, per poi invaderla come davvero merita di essere invasa, ossia con milioni di turisti che devono contribuire alla sua rinascita e a donare un sorriso a chi sta patendo per l’ennesima volta le pene inferte dall’orco russo. Come una dolce melodia, inoltre, sotto la bandiera compare la scritta che incarna un sogno antico, STATI UNITI D’EUROPA, accompagnata da un magnifico catenaccio, che ricalca sinteticamente le t esi sul nazionalismo come male assoluto da me ribadite fino alla nausea: «Federarsi o soccombere. Non c’è spazio per 27 deboli voci nell’Europa smarrita tra nazionalismi e sovranismi. Per imporsi nello scacchiere (perdoniamo il refuso presente in copertina, bestia nera di noi giornalisti) degli Stati Continente, l’Ue ha un’unica possibilità: tornare allo spirito originario di Ventotene e realizzare una vera Unione politica». (Vi è un riferimento anche al riarmo, in chiave critica, nonostante la sua ineluttabilità. Pazienza: non si può avere tutto e quanto emerge dalle pagine del settimanale, al di là di qualche distonia che appare davvero parva res, è grasso che cola).
All’interno vi è un buon articolo di Giacomo Marramao, che inizia la co llaborazione con il settimanale. Non amo nascondermi dietro il dito e soprattutto non amo mistificare i fatti. Le cose che mi dividono da Marramao sono più numerose di quelle che ci uniscono perché comunque veniamo da mondi diversi. Nondimeno, in un moment o come questo, è ciò che accomuna le persone che deve prevalere su ciò che le d ivide. Non esiterò, pertanto, a invitarlo a qualche convegno di Europa Nazione. Il tempo, oltre a essere galantuomo è una buona medicina e gli ho perdonato , oramai, lo “scherzetto” che mi fece il 5 ottobre 1987, quando, col cuore che batteva forte, mi recai presso l’Istituto Suor Ordsola Benincasa per ascoltare nientepopodimeno che quel gigante della cultura europea che risponde al nome di Ernst Jünger. Mi ero preparato una miriade di domande, ben strutturate in modo da consentire comunque delle risposte e non garbati rifiuti, per lo più incentrate su fatti storici che ancora presentavano lati o scuri: il rapporto con i padri fondatori della rivoluzione conservatrice; il rapporto con gli autori dell’attentato a Hitler nel 1944 (in particolare con il colonnello Von Stauffenberg e con i suoi familiari, che ospitò nella sua casa di Kirchhorst ); ovviamente sul rapporto con Hitler e se davvero pensava che il figlio fosse stato mandato a combattere in Italia col chiaro scopo di farlo uccidere per vendicarsi della mancata condanna a morte dopo il fallito attentato a Hitler); le “impressioni” durante il soggiorno a Parigi nel periodo dell’occupazione… e altro ancora. Marramao, però, insieme con gli altri relatori, tra i quali spiccavano Biagio de Giovanni, Roberto Esposito e Carlo Galli, monopolizzò il convegno producendosi in una lunga relazione in tedesco, di fatto impedendo gli interventi dei numerosi convenuti. Una splendida occasione perduta per dare vera voce a un protagonista della storia europea del Novecento, al quale fu riservato pochissimo e scarsamente consistente spazio. Mi auguro che Marramao voglia ripagare il perdono partecipando gratuitamente ai convegni, anche perché l’opera didattica proposta è di per sé appagante.
“Europa Nazione sarà”, quindi, e un giorno sui passaporti troneggerà la scritta Stati Uniti d’Europa Sarà un bel giorno, non solo per l’Europa ma per il mondo intero.

Antonio Di Pietro, amico e collega, è volato in cielo. La mente vola inseguendo i ricordi, mentre la gola brucia e le dita tremano sulla tastiera, perché seimila anni di civiltà non sono ancora riusciti a farci accettare la caducità della vita.

Ad Antonio, luce gentile
Lieve la pioggia sulle mani, come il tuo fare, discreto e chiaro, tra carte e voci, un lume raro, che al cuore dava pace e rami.
Tra scrivanie d’ufficio stanche, tu eri il canto e l’intelletto, sempre avanti in ogni branca, e da tutti ritenuto perfetto.
Empatia non studiata, ma tua natura: chiara, intera.
Oltre il dovuto ogni tuo impegno, sempre onorato con alto ingegno.
Quanto hai dato!
Nel silenzio, mai clamore, hai pagato in corpo e cuore l’oro che in altri fu viziato.
Nel petto brillava un altro fuoco: la tua terra, viva e ferita, dolce e ardita, che or trema e fa tremare. Tu l’amavi senza freno, come si ama ciò che duole.

E la tua casa, il tuo respiro, la famiglia, roccia e vela. Per loro il tuo amore era più alto, era sostanza, era l’assalto del cuore a ogni suo coraggio.
Ti han visto andare i potenti, senza che il merito brillasse come doveva, mentre altri, masse di nulla, strisciando han fatto i loro intenti
Ma noi che t’abbiamo vissuto sappiamo il vero, il tuo splendore. Nel gelo d’oggi resta il calore del tuo passare muto e acuto.
Grande Antonio, dolce e fiero, il più bravo, il più leale. Resti in noi, sempre uguale, nel tempo triste e nel pensiero.


Il 20 maggio 2022, dopo oltre tre mesi di strenua resistenza, i valorosi soldati del reggimento Azov, asserragliati nell’acciaieria Azovstal, si arresero agli invasori russi. La bellissima città di Mariupol era stata completamente accerchiata sin da marzo e subì immani distruzioni. Buona parte della popolazione riuscì a scappare verso Ovest. Chi restò subì le “note” sevizie di cui i soldati russi sono maestri, più volte documentate in ogni angolo della martoriata Ucraina sotto occupazione. La disinformazione studiata a
tavolino, aggravata dall’ignoranza storica e dalla diffusa propensione a parlare anche di ciò che non si conosce, fece passare i valorosi combattenti per neonazisti, reiterando metodiche propositive non certo nuove: ancora oggi vi è che assimila i combattenti dell’IRA (Irish Republican Army) ai terroristi, il che vorrebbe dire che andrebbero considerati “terroristi” anche i nostri nonni e bisnonni che attraversarono il Piave, il 24 maggio 1915, per riconquistare le “terre irredente”.
I soldati ucraini furono trasportati nella prigione di Olevinka, cittadina ubicata un centinaio di chilometri a nord di Mariupol, dove subirono immani torture.
Nella notte tra il 28 e 29 luglio 2022, con efferata crudeltà, la prigione fu bombardata e 53 eroici combattenti del reggimento Azov persero la vita.
Ogni anno, il 28 luglio, a Kyiv si ricordano le vittime della ferocia russa. “Non tacere! Liberate i difensori di Azovstal! La prigionia è un inferno” hanno gridato in coro le mogli, le mamme, i figli di soldati che hanno già conquistato un ruolo importante nella storia. Chi di loro riuscirà a sopravvivere sarà un importante testimone di un tempo infame, che sta vedendo un intero popolo subire l’ennesimo martirio dall’ingombrante vicino e un Occidente balbettante, diviso tra indifferenza, paura e vigliaccheria, invece di ergersi compatto e correre con orgoglio a difendere chi sta combattendo e morendo anche per difendere la nostra libertà.










Foto: Mykola Timchenko, “Rubrika”, tratte dalla pagina Facebook “Ucraina chiama Italia”. Di seguito il link a un servizio sugli eroi di Azovstal risalente al maggio 2022
“Dmytro Kozatsky - Combattente ucraino”
“Il tramonto dell'Occidente” - Raccolta articoli dedicati all'invasione dell'Ucraina dal ma rzo 2022 al marzo 2025.
Articolo su “la Repubblica” – 27 maggio 2025

L'articolo lincato risale a fine maggio, ma ne sono venuto a conoscenza solo oggi. Il contenuto mi ha lasciato perplesso perché il fenomeno trascende il fatto di cronaca narrato ed è destinato a diventare costume, per miliardi di persone, alla pari di tutte le altre distonie (esistenziali e materiali) affermatesi dal dopoguerra e oramai inalienabili. La psicologa afferma cose sensate, ma il suo ruolo le consente di intervenire - come correttamente ha fatto - sul caso singolo, sia pure inquadrandolo in un contesto generale. Non è compito suo risolvere il problema nel suo insieme.
Ho voluto sperimentare personalmente la fascinazione del dialogo con una macchina sfruttando una tematica realmente oggetto di una conferenza tenutasi molti anni fa, quando iniziai a criticare le nascenti stramberie - poi allargatesi a macchia d'olio - dei tanti registi che tentavano, con risultati deludenti, di emulare il grande David Linch. Di seguito la trascrizione integrale della conversazione.
«Pur essendo chiara la trama, non ho capito il senso del film “ La casa sul lago del tempo”. In pratica non capisco perché, nonostante il loop temporale, i due protagonisti non siano riusciti a incontrarsi prima. A prescindere: non mi è chiaro il messaggio che ha voluto lanciare il regista con una storia che a tratti appare strampalata rispetto ad altri film nei quali si intrecciano vicende tra passato e futuro (penso a Edge of tomorrow e Source code, per esempio). Per favore mi chiarisci i tanti punti oscuri?»
ChatGPT ha detto :
Ti chiarisco punto per punto, perché La casa sul lago del tempo (The Lake House, 2006) è uno di quei film che, pur con trama lineare in superficie, lascia diverse ambiguità.
1. Perché non riescono a incontrarsi prima
Il nodo centrale è che Kate (Sandra Bullock) e Alex (Keanu Reeves) vivono sfalsati di due anni: lei nel 2006, lui nel 2004, comunicano solo tramite la cassetta della posta magica della casa sul lago. Ogni volta che uno propone un incontro “ora”, per l’altro quello stesso momento è o già passato o troppo lontano. Inoltre, fino a un certo punto Kate non sa di conoscerlo già nel passato: nel 2004, durante una festa di fidanzamento, lo aveva incontrato ma non aveva idea che fosse “lui” della cassetta. Il “mancato incontro” deriva quindi sia dal ritardo temporale, sia dal fatto che lei lo incontra nel passato senza sapere chi sia.
2. Il loop temporale e la mancata sincronizzazione
Non è un loop in stile Edge of Tomorrow (dove il personaggio rivive lo stesso giorno), ma un paradosso di comunicazione asincrona:
Loro non rivivono gli eventi, li vivono una sola volta.
La cassetta è il solo canale che “buca” il tempo.
Se uno non scrive qualcosa all’altro, quell’informazione non viene mai trasmessa indietro o in avanti.
Questo rende il film meno “meccanico” e più sentimentale rispetto a Source Code o Edge of Tomorrow, nei quali la logica temporale è più stretta.
3. L’incidente
Il momento chiave è l’incidente stradale davanti a Daley Plaza (Chicago), nel 2006: Kate, nel suo tempo, vede un uomo morire investito e scopre solo dopo, grazie alle lettere, che si trattava di Alex. Lui era lì perché, due anni prima nel suo tempo (2004), aveva deciso di cercarla “nel presente” di lei, senza capire che in quell’istante sarebbe morto. Il colpo di scena finale è che lei, rendendosene conto, riesce a scrivergli in tempo per impedirgli di andare in quel punto in quella data, salvandolo.
4. Il senso e il messaggio del film
A differenza dei film che hai citato, questo non è un racconto di fantascienza pura ma una favola romantica con un pretesto fantasc ientifico. Il messaggio non è “come funziona il tempo”, ma:
L’amore come forza che supera il tempo e lo spazio.
L’attesa come prova di maturità emotiva: non è importante “vedersi subito” ma essere pronti a vivere quell’incontro.
L’idea che, per trovare la persona giusta, a volte bisogna lasciare che il destino faccia il suo corso (anche se con un po’ di magia).
Il regista Alejandro Agresti non sembra puntare a una coerenza temporale ferrea: privilegia atmosfera, malinconia e il contrasto fra la solitudine d i due persone e la connessione che riescono a stabilire.
���� In sintesi:
Non si incontrano prima perché vivono in due linee temporali diverse che non si sovrappongono mai davvero, se non attraverso la posta magica. L’incidente avviene a Daley Plaza nel “presente” di lei, e il finale chiude il paradosso salvando Alex. Il film non vuole essere un rompicapo di viaggi temporali, ma una parabola poetica sulla speranza e sulla pazienza in amore.
Se vuoi, posso anche farti uno schema cronologico preciso degli eventi, così il puzzle diventa completamente chiaro. Vuoi che lo prepari?
Hai detto: «Te ne sarei molto grato. Soprattutto, ti sarei grato se mi spiegassi COME MAI il telefono non riesce a superare la barriera temporale, o una e- mail, che avrebbe consentito senz'altro un incontro nel presente di entrambi...»
ChatGPT ha detto: ☺ «Perfetto, facciamo ordine con uno schema cronologico e poi vediamo il nodo della “cassetta sì / telefono no” »
Cronologia degli eventi di “La casa sul lago del tempo” - 2004 (tempo di Alex)
Alex si trasferisce nella casa sul lago.
Trova una lettera nella cassetta: è di Kate, che però scrive dal 2006.
Inizia lo scambio di lettere.
Festa di fidanzamento di Morgan (ex di Kate): Alex incontra Kate di persona, ma lei non sa ancora che sia “lui” delle lettere.
Alex si innamora, ma capisce che non può “saltare” fino al 2006.
2006 (tempo di Kate)
Kate vive in città, lavora come medico.
Davanti a Daley Plaza vede un uomo investito e morire (non sa chi sia).
Continua lo scambio d i lettere con Alex (che scrive dal 2004).
Si accorge, ricostruendo date e luoghi, che l’uomo morto era Alex.
Gli scrive disperata chiedendogli di non andare a Daley Plaza quel giorno.
Finale
Alex riceve l’avvertimento due anni “prima” dell’incidente e cambia programma. Evita la morte. Nel 2006 di Kate, Alex si presenta sano e salvo alla casa sul lago, finalmente nello stesso tempo di lei.
Perché la cassetta funziona e il telefono no
Il film non lo spiega scientificamente, e qui c’è la differenza con Source Code o Edge of Tomorrow: la cassetta della posta è un oggetto magico (ereditato dalla versione originale coreana Il Mare), non un dispositivo tecnologico. Funziona come “portale” fisso tra due istanti precisi: la casa nel 2004 e la casa nel 2006. È l’unico punto di contatto tra le due linee temporali; tutto il resto (telefono, e-mail, incontro fisico) resta soggetto alle normali regole del tempo.
Quindi:
Se Kate prova a telefonare al numero di Alex nel 2006, lui non esiste ancora in quel presente.
Se Alex prova a inviarle un’e- mail nel 2004, l’e-mail finisce nella sua casella del 2004… dove lei non può leggerla perché nel 2004 non la conosce o non l’ha ancora aperta.
In altre parole: l’unica falla nel tessuto del tempo è quella cassetta, e serve proprio a rendere impossibili le scorciatoie facili, altrimenti non ci sarebbe storia romantica da raccontare.
Messaggio implicito del regista su questo punto:
Se avessero potuto usare telefono o internet, sarebbe diventata una storia logica e veloce, non una favola sull’attesa. La “barriera” tecnologica è voluta, non spiegata, per mantenere il tono poetico e sospendere la nostra incredulità.
Se vuoi, posso prepararti una doppia linea temporale grafica, con gli eventi di Alex in alto e quelli di Kate in basso, così si vede subito dove (e perché) si mancano. Vuoi che te la faccia?
Hai detto: «No, grazie, ora mi è tutto chiaro... ���� però... complimenti al regista ».
ChatGPT ha detto: «Eh sì, complimenti davvero: Agresti è riuscito a trasformare una premessa che in mano ad altri poteva diventare un puzzle di fantascienza freddo, in una favola malinconica e sospesa, dove la “magia” resta inspiegata proprio per dare spazio all’emozione. Un po’ come dire: il tempo non lo capiamo fino in fondo, ma il cuore sì». ❤
Hai detto: «Hai ragione... buon week end ».
ChatGPT ha detto: Grazie, Lino! ���� Buon weekend anche a te, con tanto relax e zero loop temporali… o almeno loop piacevoli!
Se pubblicassi questa conversazione “ ringraziando Pinco Pallo” per le spiegazioni fornite, per giunta condite con cortesi scambi di riflessioni sulla bravura del regista (mia provocazione per vedere la risposta), i saluti di rito e anche gli auguri intelligentemente ancorati al messaggio, proprio come in tanti siamo adusi a fare in mille circostanze, chi potrebbe dubitare che non sia avvenuta tra due esseri umani? Altro dato significativo è rappresentato dalla spiegazione. Parliamoci chiaro: solo il regista può dire se il suo intento fosse quello di trasmettere un messaggio tipo “l'amor che move il mondo e l'altre stelle” e “l'attesa del piacere è essa stessa piacere” e ho seri dubbi in tal senso, per ragioni che riguardano la sfera cinematografica sulle quali non mi dilungo in questo contesto. L'IA, tuttavia, ha fornito spiegazioni plausibili, che sarebbero facilmente accettate da chi non abbia adeguati strumenti di confutazione, sorvolando sui punti oscuri di difficile decriptazione, abilmente utilizzati dal regista per dare corpo alla trama.
Quello che traspare dall'articolo e dal dialogo uomo -macc hina non è cosa da poco. Alla mia età è facile resistere alle tentazioni... ma mettiamoci nei panni di ragazzi, di giovani, o anche di adulti facilmente abbindolabili da un “ universo in espansione” che - diciamo la verità - esercita una forza attrattiva paragonabile a quella di un buco nero o, per restare sulla Terra, a quella del pifferaio magico di Hamelin. E si sa che fine fecero i topi della città.
Da cinque anni dirigo una rassegna culturale e già dalla scorsa edizione sto iniziando a fare i conti con elaborati taroccati. Per ora posso avvalermi di strumenti che consentono di smascherare i furbetti, ma mi è stato chiaramente spiegato che in futuro sarà sempre più complicato discernere il grano dal loglio.
Che cosa fare? Ritenere tutti i finalisti possibili fruitori di intelligenza artific iale e sottoporli ad esami per valutare se le prove effettuate nel chiuso di una stanza, dopo averli adeguatamente perquisiti, corrispondano al livello delle opere candidate? Chiedere di allegare poesie, racconti e roma nzi scritti negli anni precedenti per effettuare delle comparazioni? Troppo complicato, se non impossibile. È evidente che seri e severi provvedimenti vanno adottati al più presto, altrimenti dovremo rassegnarci all’idea, non certo nuova, che il mondo sia davvero un grande teatro dove ciascuno recita la propria parte e sono i furbetti a prevalere anche su chi fosse più in gamba di loro. Il teatro, però, è come il burro: o è di primissima qualità o sa di margarina. Oggi di margarina in giro ve n’è già tanta. Se non si corre subito ai ripari ne vedremo ancora di più, sempre più scadente, fino a diventare tossica.
10 agosto

Buon San Lorenzo, Papà. I tuoi figli.

Ogni volta che vedo il buffo e bullo “vice guappetiello” che in un palazzo presidenziale europeo, fatta eccezione per qualche Stato, a voler essere generosi, al massimo lavorerebbe nella segreteria di un Capo di gabinetto, penso a quanto sarebbe bello se si ripristinassero i duelli!
C’era un tempo in cui l’onore non era parola vana, ma un bene prezioso da difendere. Il duello , lungi dal rappresentare un barbaro sfogo di violenza, era retto da regole precise, in cui l’offesa veniva riparata non con chiacchiere interminabili o tribunali ingolfati, ma con il coraggio e la lealtà.
Sono convinto che se si ripristinassero i duelli tanti stronzetti ci penserebbero due volte prima di sparare cavolate a profusione. Non servono quelli all’ultimo sangue: basterebbe poter sfidare gli stronzetti a spada, secondo le regole previste dall’ordinamento sportivo di categoria, o a pugni, qualora lo stronzetto dovesse riconoscere di non essere in grado di impugnarla. Se poi non si dovesse presentare, pubblico ludibrio e sputtanamento a vita. Intanto sarebbe buona cosa se i governanti europei (ma anche tanti cittadini) incominciassero a comportarsi in modo più dignitoso. Ho letto il testo della dichiarazione congiunta sulla posizione dell’Europa in merito alla guerra in Ucraina e non ho difficoltà ad ammettere che sono dovuto correre in farmacia a comprare del Maalox perché lo stomaco è andato in subbuglio subito dopo il primo rigo, per poi degradare velocemente in spasmi dolorosi Leggere “Accogliamo con favore l’impegno del
Presidente Trump (guappetiello capo N.d.R.) volto a fermare le uccisioni in Ucraina, porre fine alla guerra di aggressione della Federazione Russa e raggiungere una pace giusta e duratura, nonché la sicurezza per l’Ucraina” è stato come ricevere una scarica di pugni, uno dietro l’altro, dal campione mondiale dei pesi massimi!
Ma non si vergognano nemmeno un po’? Altro che cortigiani delle vecchie monarchie dei secoli scorsi! Qui siamo al livello dei “servi dei cortigiani”.
La “prosopopea americana”, nel mio piccolo, l’ho sempre combattuta e sconfitta, divertendomi anche un mondo. Quando dirigevo un importante dipartimento di una grande azienda dovetti seguire un corso di formazione per imparare un complesso programma varato da una multinazionale statunitense (come tante con sede a Dublino per motivi fiscali). Una delle ragioni per le quali mi fu affidato l’incarico è la perfetta conoscenza dell’inglese. All’atto della formazione, però, mi rifiutai di seguire le lezioni in inglese e imposi o la presenza di un formatore che parlasse correttamente l’italiano o di un traduttore. Il maalox quella volta dovettero assumerlo i due ingegneri statunitensi, adusi a darsi arie con il solito spocchioso complesso di superiorità, subito accantonato con la coda tra le gambe quando si resero conto con chi avevano a che fare. Uno di loro fu subito sostituto con un collega che parlava italiano. Da buon padrone di casa non mi esimei dalle regole della sana ospitalità, pagando il conto al bar. Patrizio, però, l’amico barista, sapeva ciò che avrebbe dovuto fare quando fossi entrato con gli spocchiosi americani. A me mesceva il caffè in una normale tazza; a loro due serviva un caffè più bollente della lava di un vulcano in una tazza rovente come un pezzo di ferro pronto per essere lavorato. Si può immaginare la loro faccia quando tentavano di toccare la tazza, soprattutto notando la naturalezza con la quale io e gli altri avventori so rseggiavamo il caffè. Alla richiesta di versare il caffè in una tazza fredda ottenevano un cortese rifiuto: “non era possibile per motivi d’igiene e se fossero stati accontentati il bar rischiava addirittura una multa salata e la chiusura per un prolungat o periodo”. Poi spiegavo loro, con estrema calma, che non vi era alcun problema nel prendere tra le dita la tazza rovente e bere il caffè bollente: occorreva solo cambiare la percezione pensando di trovarsi in Alaska, in pieno inverno, all’aperto, durante una tempesta di neve. A quel punto la tazza e il caffè si sarebbero trasformati magicamente in qualcosa di sublime. I loro sguardi allucinati erano per me doni più graditi di una vacanza premio!
Non solo con loro, poi, ma anche con altri bulli americani, in diverse occasioni, mi sono divertito al ristorante. Il loro modo di mangiare è da voltastomaco e pertanto, con la solita complicità interna, li ho resi martiri. Pizza. Chiedono il parmigiano grattugiato. Il cameriere: «Mi dispiace, non è possibile. Sulla pizza non va il parmigiano!» «Oh , ma noi sempre mettere parmisano su pizza…»; «Comprendo… negli USA è possibile, ma qui siamo in Europa (precisazione: a tutti ho sempre detto di fare riferimento all’Europa e non all’Italia, quando si discute con gli americani) e il rispetto per gli altri clienti non ci consente di accontentarvi… mi dispiace» «Ma pecché?» «Perché gli altri clienti troverebbero disgustoso il gesto e si rovinerebbero la cena… ieri, per esempio, dei vostri connazionali volevano mettere il ketchup sugli spaghetti alla carbonara… nemmeno loro sono stati accontentati». Sono solo alcuni esempi, ma potrei citarne molti di più e sempre, nelle conversazioni, mantengo un piglio alto e taglio corto dicendo a chiare lettere che non capiscono nulla dei problemi del mondo ed è solo per questo che portano alla presidenza dei bulli come Trump. Poi mostro loro il bellissimo testo dei De Benoist “Il male americano” e la sequela dei miei articoli, in molti dei quali si parla della genesi degli Usa, visti come cestino dell’immondizia dell’Europa: «Un’ideologia americana esiste solo come rifiuto di quella europea e non potrebbe essere altrimenti, considerato che l’America stessa è il rifiuto materiale dell’Europa. Tutto ciò che l’Europa non sopportava e tutti coloro che l’Europa non sopportavano, hanno trovato terreno fertile nel “Nuovo mondo”, realizzando quel melting pot che sopravvive tutt’oggi: puritani perseguitati dagli anglicani, cattolici perseguitati dai protestanti, protestanti perseguitati dai cattolici, ebrei vittime dei pogrom, insofferenti con pulsioni anarchiche, visionari di ogni ordine e grado».
Una rondine, però, si sa, non fa mai primavera. Ed è questo il vero guaio.
Svegliati, Europa, e risorgi dalle tue ceneri. Questa subalternità a essere abominevoli, inutili e dannosi è mortificante. Corri in soccorso dei nostri confratelli d’Ucraina con le tue forze, senza comportarti come gli accattoni che chiedono l’elemosina vicino ai carrelli dei supermercati. E voi, cittadini d’Europa, incominciat e a lanciare il vostro guanto di sfida a chiunque si permetta di guardarvi dall’alto in basso! Voi siete EUROPEI! Macron, come cacchio ti sei sognato di sottoscrivere quel documento ignominioso? Non lo hai sentito Trump quando ha detto che “sei un bravo ragazzo ma non conti nulla?” E così che ti fai trattare da un puttaniere, rozzo, incolto, fuori di testa? E sì che te la sei cercata: dire di voler riconoscere la Palestina mentre è governata dai terroristi di Hamas ti fa assomigliare un po’ allo scemo del villaggio che parla di tutto e di più al “Bar dello sport”, divertendo i clienti. Ma tu non diverti nessuno! Sei all’Eliseo e le tue parole pesano, perdinci.
8 agosto

Lino, a chara,
The National Hunger Strike Commemoration will take place on Sunday 24th August 2025 in Belfast.
Assemble: 2:15 pm
Depart: 3:00 pm sharp
Expected Finish: 5:00 pm
Assembly Points:
The parade will be organised in sections along Grosvenor Road, Springfield Road, and Falls Road, with stewards on hand to direct participants. Please follow steward instructions on the day to ensure the event runs smoothly.
Additional Information:
• An Fhuiseog Shop at 55 Fa lls Road will be open during assembly.
• Buses should enter via Divis Street, drop off at Dunville Park, then proceed to Blackstaff Way.
We encourage everyone to attend and take part in this important commemoration to honour the Hunger Strikers and their legacy.
Beidh Comóradh Náisiúnta na Stailceoirí Ocrais ar siúl Domhnach, an 24ú Lúnasa 2025 i mBéal Feirste.
Bualadh ann: 2:15 i.n.
Imeacht: 3:00 i.n. go díreach
Críoch sealadach: 5:00 i.n.
Ionaid Tionóil:
Eagrófar an mórshiúl i rannóga feadh Bóthar Grosvenor, Bóthar Springfield agus Bóthar na bhFál, agus beidh maoir i láthair chun treoir a thabhairt do na rannpháirtithe. Lean treoracha na maoir ar an lá le cinntiú go n-éireoidh go réidh leis an ócáid le bhur dtoil.
Eolas Breise:
Beidh Siopa na bhFuiseoige ag 55 Bóthar na bhFál ar oscailt agus muid ag bailiú le chéile.
Ba chóir do busanna dul isteach trí Sráid Dhuibhis, paisinéirí a ligean anuas ag Páirc Dhún Bhile, agus ansin dul ar aghaidh go Bealach Blackstaff. Molaimid do chách freastal ar an ócáid táb hachtach seo agus páirt a glacadh chun ómós a thaispeáint do na Stailceoirí Ocrais agus dá n-oidhreacht. i ndlúthpháirtíocht
Sam Baker – Ard Rúnaí
Contact Info:
Sinn Féin 44 Parnell Square Dublin 1, Ireland Tel: (353) 1 8726100/8726932 Email: news@supporters.sinnfein.ie
Purtroppo non potrò partecipare a questa importante e toccante commemorazione.
Se qualcuno dei miei quattro lettori dovesse trovarsi in Irlanda (Irlanda e basta, perché l’Irlanda è una) in quei giorni, testimoni anche la mia presenza e faccia un salto sulla collina che sovrasta il centro di Belfast, nel cuore di Falls road, dove si erge il cimitero di Miltown. Bobby Sands è sepolto nel New Republican Plot, un vialetto circoscritto da un piccolo muro, costellato di lapidi ornate da corone di fiori e sormontato da un monumento su cui sventola il tricolore irlandese. Con lui è sepolto Joe McDonnell, che prese il suo posto durante l’hunger strike e morì un paio di mesi dopo. (Per correttezza informativa devo aggiungere che con i due eroi è sepolto anche Terene O’Neill, che nulla ha a che vedere con loro: ex primo ministro dell’Irlanda occupata dal 1963 al 1969, unionista, protestante, ufficiale dell’Irish Guard – divisione militare composta da irlandesi al servizio della corona inglese – e studente presso l’Eton College, ossia la più prestigiosa scuola del Regno Unito). Deponete dei fiori per me ed
ergetevi per qualche attimo sull’attenti, in silenzio, per poi salutare mlitarmente pronunciando questa semplice frase: “A nation once again“. Non dimenticate di porgere un saluto anche agli altri eroi irlandesi ivi sepolti. Non vi sarà difficile reperire le loro tombe: Liam Mellows, Toy O’Connor, Winifred Carney, Tom Williams e, intorno a loro, centinaia di altri martiri. Hanno combatt uto e dato la vita per la libertà e vivranno in eterno nei cuori degli uomini liberi.

Rachel Scott. Nel riquadro piccolo Putin fa finta di non sentire la domanda: «La smetterai di uccidere civili?»
«Vi è un modello fissato nei cieli per chiunque voglia vederlo e, avendolo visto, conformarvisi in sé stesso. Ma che esso esista in qualche luogo o abbia mai ad esistere, è cosa priva di importanza: perché questo è il solo Stato nella politica di cui egli possa mai considerarsi parte». (Platone, Repubblica, 592 b)
Ieri, 15 agosto 2025, è stato il giorno più triste per l’Europa da quando Erodoto, duemilasettecento anni fa, usò il termine per la prima volta, dividendo il mondo in tre parti: Europa, Asia, Libia (Africa). Il povero cavaliere errante che scrive ha il cuore a pezzi. Un cuore che sanguina per quella terribile sensazione generata dalla consapevolezza dell’impote nza e dell’assurdo che s’impone come regola, nell’indifferenza vigliacca di un intero continente. Un tiranno e un bullo (quest’ultimo con propensioni tiranniche non certo meno labili) parlano del nostro destino deridendoci, umiliandoci, sfottendoci, dicendoci un mare di cavolate. Da lontano, come note stonate, giunge l’eco dei missili che continuano a seminare morte e distruzione “in terra europea”, in quell’Ucraina che all’Europa guarda (o guardava) con fiducia e speranza, sognando di aggiungere il proprio vessillo in quel Palazzo di Bruxelles visto
come Shangri-La e non come di fatto è nella realtà: un illusorio miraggio popolato da uomini senza qualità.
Vi sono giorni che si scolpiscono nella pietra della memoria, non per la gloria, ma per l’ombra che vi si stende sopra. Povera Europa, non più artefice di civiltà, ma pedina sullo scacchiere altrui, sconfitta più dall’oblio di sé stessa che dalla ferocia di un tiranno e dall’insipienza del potere malato.
A che serve ora, ricordare per l’ennesima volta tutto ciò che vado ripetendo, vanamente, da oltre mezzo secolo? A nulla. Tempo sprecato per un popolo che da tempo ha smarrito la strada maestra.
Vada il mio affettuoso pensiero, quindi, a quella collega d’oltre oceano che con piglio fiero rampogna i potenti o gni volta che può. I potenti fanno finta di non sentire, ma le sue domande sono pietre lanciate con fionde speciali e lasciano il segno.
Grazie a te, Rachel Scott, per il tuo coraggio. Ieri solo tu hai tenuto alto il vessillo della civiltà occidentale. (Ovviamente una domanda “lampo” deve essere necessariamente breve, ma a Putin andrebbe chiesto anche quando cesserà di “uccidere” i soldati ucraini, con tutto quel che ne consegue in tema di stupri, deportazioni, furti nelle case e tanto altro ancora). Non sei nata in Europa, ma nelle tue vene scorre sangue irlandese, sangue europeo. Un abbraccio dal continente delle tue radici, oggi avviluppato nella fase più degenerativa dell’anaciclosi, ma che risorgerà dalle sue ceneri…perché così deve essere e così sarà.
16 agosto

Romano, 34 anni, Luca Cecca, degno esponente di quei rari nantes in gurgite vasto al cospetto dei quali possiamo solo ergerci sull’attenti, in silenzio, è caduto mentre combatteva al fianco dei nostri fratelli dell’Ucraina. Non si avevano sue notizie dal 2024 e la notizia della sua morte è stata annunciata sul profilo Facebook che celebra la memoria degli stranieri caduti in Ucraina, il Memorial International Volunteer for Ukraine: «Il nostro amato fratello italiano, Luca Cecca, che prestava servizio in Ucraina come volo ntario, è caduto sul campo di battaglia. Onore, gloria e gratitudine al nostro fratello ».
Sale a nove il numero dei volontari italiani caduti in Ucraina. Lo scorso luglio è stata comunicata la morte di Thomas D’Alba e Artiom Naliato. Il primo, 40enne ex paracadutista della Folgore e brillante musicista, è morto intorno alla metà di giugno a Sumy, assediata da oltre 50.000 soldati russi. Artiom, ventunenne, adottato da una famiglia di Padova, non ha resistito al richiamo della Patria in fiamme ed è corso a combattere con i suoi connazionali. Destino crudele il suo perché è morto non lontano da Kyiv, il 21 luglio, colpito da un missile russo mentre era nella mensa del campo di
addestramento riservato ai volontari. Due i caduti a maggio: Antonio Omar Dridi, tre ntacinquenne originario di Palermo, “lo spirito libero”, come definito dalla sorella Noah, che non riusciva ad accettare la diffusa indifferenza al cospetto di tanta sofferenza; Manuel Mameli, venticinquenne cagliaritano, ucciso da un drone nell’area di Pokrovsk.
Nel novembre 2024, pur senza una conferma ufficiale, è stata data per certa la morte del quarantaduenne Angelo Costanza, originario di Favara ma residente in Belgio. Nello stesso mese è caduto il cinquantanovenne Massimiliano Galletti, soccorritore volontario, colpito dalle schegge di un colpo di lanciarazzi nei pressi di Kyiv. Il mese precedente era caduto sul campo il ventisettenne Benjamin Giorgio Galli, di Varese. Nel mese di agosto 2024 era deceduto il quarantaseienne Edy Ongaro, di Portogruaro, colpito da un colpo di granata nella regione del Donbass.
Questi eroi hanno dato la vita in un momento in cui è il cinismo a prevalere nel comportamento delle masse e, purtroppo, anche in quello di molti governanti.
Proprio in virtù del malsano spirito che domina lo scenario mondiale saranno dimenticati dalle Istituzioni e, cosa non meno grave, dileggiati dalla moltitudine di uomini senza qualità, come ben traspare da molti social. Resteranno per sempre nei cuori di chiunque resti fedele a quei Valori che dovrebbero rappresentare patrimonio comune di ogni essere umano.
Come presidente di Europa Nazione adotterò delle iniziative affinché siano ricordati nell’ambito delle iniziative culturali annualmente organizzate. Il loro sacrificio funga da esempio, soprattutto per le nuove generazioni, travolte dal nefasto vento di un modernismo che spira in direzione di rotte senza senso, foriere solo di un profondo vuoto esistenziale.
Riposate in pace, Eroi di un mondo in rovina.
26 agosto
Incipit
Nell’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, il multimiliardario Curtis Yarvin, guru del movimento filosofico anti-egualitario e anti-democratico noto come Illuminismo Oscuro o Movimento neoreazionario, molto caro a quel campione di simpatia che funge da spalla di Trump alla casa Bianca e si permette di offendere un capo di Stato come Zelensky nello studio ovale, rispondendo alle domande di Riccardo Staglianò, tra le tante amene sciocchezze (gli americani culturalmente sono comunisti e devono essere governati da una monarchia responsabile, essendo disponibile un uomo come Trump, che ha “le phisique du rôle”), ha sostenuto che gli “Hobbit”, “sostenitori di Trump” (!), sono stupidi e devono essere guidati da “elfi oscuri” come lui e Musk!

Dal Monte Fato alla Silicon Valley: lezione di Sam Gamgee a Curtis Yarvin
Egregio Signor Yarvin, appartengo a quella generazione di rari nantes in gurgite vasto cresciuta a “pane e Tolkien” e devo dirle che mi sono divertito molto nel leggere la sua intervista, fonte di un lungo viaggio nel tempo. Il primo ricordo risale all’adolescenza e ha portato alla mente lo scemo del villaggio col cappello di Napoleone e sandali francescani che, davanti alla scuola elementare, arringava bonariamente noi scolaretti, preannunciando le imminenti conquiste territoriali dell’esercito da lui guidato. È stato il riferimento agli Hobbit e agli elfi oscuri, però, che ha suscitato i ricordi più pregnanti, legati a quel periodo straordinario che ha visto tanti giovani lottare per creare un mondo migliore. Ci riunivamo spesso in raduni, non a caso definiti “Campi Hobbit”, con lo scopo di proiettare in una società decadente prospettive etiche e culturali di altissima valenza, rimuovendo le velenose incrostature rappresentate tanto da l passato ingombrante che contaminava la nostra area quanto dagli illusori miti della Scuola di Francoforte. Non ci siamo riusciti, ma ciò non inficia certo la bontà del progetto.
Per lei, invece, gli Hobbit sono degli stupidi - per giunta elettori di Trump - che vanno educati da persone come lei e Musk, ossia degli “elfi oscuri”. Due bizzarre asserzioni che m’inducono a suggerirle una sana e attenta lettura dei testi di Tolkien. La letteratura che lei evoca, infatti, insegna tutt’altro: che la grandezza si trova nei più piccoli; che la forza nasce dalla solidarietà; che non tutto quel che è oro luccica e che nessun impero, per quanto seducente, ha mai l’ultima parola.
Senza gli Hobbit, egregio visionario dei miei stivali, l’Unico Anello starebbe ancora comodamente al dito di Sauron. Samwise Gamgee - un giardiniere, non un miliardario - salva Frodo più volte, lo porta letteralmente in spalla fino al Monte Fato e ha la lucidità di non cedere al potere dell’Anello. Se questa è “stupidità”, ne servirebbe parecchia anche nel nostro mondo.
Lei, poi, si autodefinisce un “elfo oscuro”, insieme a Musk. Mi lasci dire: Galadriel, Elrond, Legolas, Fëanor, Arwen, ringraziano per non essere stati confusi con voi. Gli elfi succitati custodivano bellezza, memoria e saggezza e rappresentava no quanto di più alto si possa riscontrare sulla scala dei valori; quelli “oscuri” (in Sindarin “Moriquendi”), contrariamente a ciò che crede lei, erano il loro contraltare sulla parte negativa della scala. Non avendo mai visto la luce degli Alberi di Valinor, a differenza degli Eldar (i popoli “Luminosi”), si dispersero nella Terra di Mezzo, vangando come ombre senza meta. Definirsi elfo oscuro, pertanto, è ammettere di essere una figura non solo incapace di compiere “alte imprese”, ma addirittura incapace di condurre anche una banalissima vita. Un reietto, in poche parole.
Molto suggestiva anche la definizione dell’America “culturalmente comunista”: una perla che fa ridere così forte da far tremare tutte le torri di Minas Tirith. Premesso che non serve ricordare quanto siano fallimentari le società “comuniste”, provi a dire una scemenza del genere a chi negli USA non ha accesso alla sanità pubblica, non può permettersi le esose rette universitarie, non ha tutele sindacali, ma lo faccia in presenza di forzute guardie del corpo per prevenire la sicura scarica di calci nel sedere, per non dir di peggio, considerata la facilità con cui negli USA si posseggono e si utilizzano le armi.
In fondo, signor Yarvin, c’è una differenza sostanziale tra lei e Sam Gamgee: lui portava il padrone sulle spalle e contribuiva a salvare il mondo; lei, invece, con tanti suoi simili, il mondo contribuisce a distruggerlo. Se davvero vuole sentirsi un Elfo, pertanto, come detto innanzi, le consiglio di iniziare dall’ABC e di studiare sodo. Soprattutto la smetta di confondere la boria con la saggezza: così com’è combinato a Lothlórien non la farebbero neppure entrare; a Rivendell, invece, la butterebbero subito in fondo al burrone.
Con affettuosa ironia, Lino Lavorgna, alias Galvanor da Camelot, cavaliere errante dalle radici profonde, quelle che non gelano mai.
31 agosto
Pubblico l'articolo della collega Francesca Caiazzo, con la poesia dedicata ad Antonio Olivieri, le due foto dell'eroe elaborate dall'unica disponibile, in BN, e una foto scattata davanti alla sua casa natia.

Furono ben dodici le battaglie combattute negli aspri territori attraversati dal fiume Isonzo, tra il mese di giugno 1915 e la prima settimana di quel nefasto novembre 1917, passata alla storia come "disfatta di Caporetto". In guerra si muore, ma la stragrande maggioranza degli oltre 650mila caduti è imputabile esclusivamente al velleitarismo e all'inadeguatezza al ruolo del comandante in capo.
Mal ne colse affidare le sorti della prima guerra "moderna" a Cadorna. La sua obsoleta strategia bellica, che non gli consentì di capire quanto fosse importante l'elasticità manovriera, la valorizzazione del comando subalterno e le profonde trasformazioni generate dal coinvolgimento della società industriale di massa, aggravata da una gestione comunicativa autoritaria e da un sistema punitivo draconiano, si rilevò disastrosa sotto qualsivoglia punto di vista, vanificando lo sforzo della truppa che, nelle fangose trincee e sulle fredde alture seppe resistere nonostante la fallacia del comando.
La guerra è la cosa più stupida partorita dal genere umano e cambia la vita, in modo drammatico o esaltante, a chiunque si trovi a combatterla. Furono tanti coloro che, pur sopravvivendo, non riuscirono più a trovare un sano equilibrio. Furono tanti anche g li eroi che si distinsero per coraggio e ardimento. Tra loro figura un semplice soldato di Avetrana, diciannovenne, al fronte dal 1916 con il modesto ruolo di "servente al pezzo" (colui che porta le munizioni in una batteria di

artiglieria, nel suo caso a un mitragliere) Era un figlio del Sud, Antonio Olivieri, come tanti aduso a guadagnarsi un tozzo di pane con il duro lavoro nei campi e non certo desideroso di combattere una guerra della quale a stento capiva le motivazioni
La decima e l'undicesima battaglia dell'Iso nzo furono combattute a maggio e ad agosto 1917. Nella decima l'offensiva italiana si prefiggeva di rompere il fronte nemico per raggiungere Trieste, ma i nostri soldati furono fermati nei pressi del monte Ermada. Fu proprio lì, in una zona chiamata Flondar, che il giovane Antonio si trovò al cospetto di nemici pronti ad uccidere per impossessarsi della mitragliatrice. "O loro o io", dovette pensare Antonio, scattando in avanti con un impeto tale che travolse anche emotivamente gli aust riaci, inducendoli a scappare a gambe levate. Fu salvo l'importante pezzo di artiglieria e ad Antonio fu assegnata la prima medaglia d'argento. Giorno dopo giorno, una sorta di catartica palingenesi, sicura conseguenza della terribile esperienza ma anche d i quel retaggio ancestrale che ciascuno porta nel proprio Dna e condiziona le azioni nel bene o nel male, trasformò l'umile servente in un vero soldato, consapevole che il sacro suolo della Patria andava difeso anche a costo dell'estremo sacrificio. Indossava il cappello piumato dei bersaglieri, il corpo d'élite dell'Esercito Italiano, e anche ciò influì non poco sul veloce processo di maturazione. Tra il 17 e il 31 agosto 1917 fu combattuta l'undicesima battaglia dell'Isonzo, conosciuta anche come battaglia della Bainsizza, che però fu prerogativa della Seconda Armata, comandata dal generale Luigi Capello, di gran lunga più capace del suo diretto superiore Cadorna, al quale era inviso sia per motivi di gelosia (Capello, a differenza di Cadorna era amato e stimato dai soldati e dopo la conquista di Gorizia la sua popolarità arrivò alle stelle) sia per le divergenze in tema di strategia: Capello aveva ben assimilato le tecniche di una guerra moderna. L'eroe di Avetrana, invece, era al servizio della Terza Armata, guidata dal Duca d'Aosta Emanuele Filiberto e mai sconfitta in campo aperto, la qual cosa l'ha consacrata alla storia come "invitta". Sempre nella zona di Flondar, tra il 19 e il 22 agosto, gli ultimi capisaldi della difesa austroungarica caddero sotto la furia degli assalti italiani e tra i protagonisti di quegli assalti vi fu proprio Antonio Olivieri, ancora col grado di soldato semplice, ma già pervaso dal sacro fuoco dell'eroe e dal piglio di un ufficiale di valore. "Costante mirabile esempio di slancio e coraggio si mantenne ritto sul parapetto della trincea per incitare i compagni, gridando loro «Ragazzi, in nome d'Italia avanti!» Si spinse quindi all'assalto e validamente contribuì a catturare una mitragliatrice nemica che faceva fuoco sui nostri". Così recita la motivazione della seconda medaglia d'argento al valor militare, consacrandolo come fulgida figura di un italiano di cui essere fieri.
A distanza di 108 anni Avetrana ha commemorato l'eroe con una cerimonia patrocinata dall'amministrazione comunale e splendidamente organizzata dal luogotenente Leo Di Noi, bersagliere presidente della sezione ANB di Manduria. Nella sala consiliare erano presenti Salvatore, l'ottavo figlio dell'eroe, e i discendenti degli altri sette figli, visibilmente commossi quando hanno ricevuto la cartellina con l'attestato della cittadinanza onoraria di Vittorio Veneto.
L'evento è stato moderato da Vito Iazzi, grande esperto di storia locale, il quale ha ricordato la genesi dell'iniziativa, maturata in occasione di una mostra sui bersaglieri e sull'olocausto svoltasi nel 2022, pochi mesi dopo l'invasione dell'Ucraina da parte dei russi, come ha tenuto a precisare, ricordando anche i valorosi bersaglieri che accorsero in Crimea nel 1855 per contribuire alla difesa di quel martoriato popolo dal terribile vicino Ben 18mila soldati, quattromila dei quali non fecero ritorno a casa, ivi compreso il fondatore del Corpo dei bersaglieri, Alessandro La Marmora, fratello maggiore di Alfonso, che era il comandante in capo del Corpo di spedizione.
Le gesta dell'eroe sono state dettagliatamente esposte da Leo Di Noi, che ha anche consegnato una tessera dell'Associazione Nazionale Bersaglieri al figlio Salvatore. Si sono succeduti negli interventi
il sindaco di Avetrana, Antonio Iazzi ; l'onorevole Dario Iaia (era presente anche l'onorevole Giovanni Maiorano); il capitano di Fregata Francesco Santoro (pronipote dell'eroe), il presidente del Movimento "Europa Nazione", Lino Lavorgna, giornalista e poeta, autore dei versi dedicati all'eroe e di due elaborazioni grafiche ispirate alle azioni compiute al fronte, nonché cerniera di collegamento tra gli organizzatori dell'evento e l'Associazione Nazionale Cavalieri dell'Ordine di Vittorio Veneto; il generale di Corpo d'Armata Giuseppe Quarta Il sindaco ha ricordato l'impegno dell'Amministrazione nel sostenere il progetto, assicurando che eventi del genere non resteranno casi isolati perché la memoria storica è importante non solo in segno di gratitudine nei confronti di chi ha combattuto in difesa della patria ma anche come monito per un futuro che deve essere ancorato a presupposti di pace. L'onorevole Iaia, esprimendo concetti analo g hi, si è soffermato sulla necessità di far meglio recepire il sacrificio dei nostri nonni in una società che sembra aver abiurato quei sacri valori magnificamente incarnati da Antonio Olivieri. Particolarmente importante il riferimento alla realtà attuale col quale ha chiuso il suo intervento, che smonta tante pretestuose, inutili e fastidiose polemiche, purtroppo quotidianamente alla ribalta della cronaca anziché essere obnubilate senza conferire loro alcuna dignità interlocutoria: «Non dimentichiamo che quello che oggi, come governo e come Stato italiano stiamo facendo in alcuni teatri di guerra che possono sembrare lontani dalla nostra realtà, sono assolutamente in linea con i principi della Costituzione. La libertà e la democrazia devono essere difese in tutta Europa. Nel momento in cui difendiamo l'Ucraina, difendiamo la libertà e la democrazia di tutta l'Europa. Non dimentichiamolo mai: la Prima Guerra Mondiale scoppiò per motivi molto meno gravi rispetto a quelli che oggi coinvolgono l'intera Europa. Quando sento, pertanto, "ma a noi cosa interessa dell'Ucraina", con toni tipicamente populisti, dico che forse dovremmo guardare più in alto e capire che cedere soprattutto in Europa sui principi di libertà e democrazia vuol dire fare passi indietro anche nella nostra nazione e questo non lo dobbiamo consentire, soprattutto per quelle persone come Antonio Olivieri, che hanno combattuto in quella maniera che abbiamo ascoltato». Parole bellissime, alle quali si può aggiungere un solo pensiero: si tramutino presto in fatti concreti, perché per ora non è che l'Europa stia facendo molto, come chiaramente spiegato da Lino Lavorgna in un toccante intervento nel quale ha fuso il suo complesso e disarmante eclettismo d i soldato, poeta, analista di geopolitica ed europeista ante litteram, dal momento che sin dagli anni Settanta del secolo scorso auspicava la costituzione di un esercito europeo e l'unione politica del continente. Non ha mancato, Lavorgna, prima di declamare i versi dedicati all'eroe insieme con due bellissime elaborazioni grafiche ispirate alle azioni premiate con le medaglie d'argento, di esortare gli adulti a fungere da esempio per i giovani: «Noi nati negli anni Cinquanta - ha detto - siamo l'ultima generazione in grado di far percepire ai giovani che la vita è sacrificio, impegno, dedizione agli altri, perché siamo più vicini ai nostri nonni e bisnonni di quanto non siano vicini ai loro figli e nipoti coloro che sono nati negli anni Sessanta e Settanta. I giovani vivono in un disagio culturale permanente solo in parte retaggio del modernismo. Per buona parte, infatt i, riflette quel processo di anaciclosi già individuato da Aristotele, che oggi registra la sua componente più disastrosa. Se non interveniamo in tempo, con il vorticoso e crescente gap che si registra tra l'elemento umano e il progresso tecnologico, quando i giovani di oggi si troveranno a gestire qualsivoglia potere, non ne saranno in grado e porteranno l'intera umanità in un baratro senza fondo». Continuando l'intervento, ha ricordato di aver servito la patria in armi nel 18° Battaglione bersaglieri "Poggio Scanno " , durante il nefasto periodo che vide la soppressione dei reggimenti, concludendo con un affettuoso pensiero rivolto al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, il generale Carmine Masiello «che parla come deve parlare un Capo di Stato Maggiore: con la dignità del militare, la cultura dell'uomo che ha studiato tanto, ma soprattutto col senso dell'onore che dovrebbe contraddistinguere ogni cittadino e non soltanto chi indossi una divisa».
Il capitano Santoro ha ringraziato tutti gli organizzatori dell'evento per aver ricordato in modo così pregnante il bisnonno e il generale Quarto, ultimo ad intervenire, ha ringraziato lo Stato Maggiore dell'Esercito e lo Stato Maggiore della Difesa per l'aiuto nel reperimento dei documenti storici. Francesca Caiazzo



Prologo
Nel marzo 2016, attraverso analisi senz'altro complesse ma non impossibili - non ho la presunzione di essere il migliore analista di geopolitica al mondo - compresi che Trump avrebbe vinto le elezioni presidenziali e che la sua elezione si sarebbe rivelata un disastro per gli USA e per il mondo intero. Fui deriso da colleghi e amici, essendo tutti convinti che le elezioni sarebbero state vinte dalla Clinton. Al di là delle deduzioni sugli effetti della candidatura, soprattutto in alcuni stati caratterizzati da solide tradizioni democratiche, non riuscii a convincerli nemmeno spiegando loro un concetto molto più semplice da assimilare : la società americana non era pronta (e di fatto ancora non lo è) ad affidare la Casa Bianca (e la famosa valigetta ) a una donna, come ben emerge dal bellissimo film “ The contender”, scritto e diretto da Rod Lurie nel 2000. Nel mese di agosto il regista Michael Moore giunse ad analoghe conclusioni e scrissi, in un articolo: «Al netto dei fan di Trump, che non fanno testo, fino ad oggi ero l'unico al mondo ad aver previsto la vittoria di Trump. Ora siamo in due ». E in due restammo fino alla notte delle elezioni, quando, durante la diretta, commentatori super pagati restarono a bocca aperta e addirittura nelle prime ore ebbero il coraggio di dire che i dati sicuramente costituivano una sorpresa, ma che sarebbero stati ribaltati col
prosieguo dello scrutinio. Il giorno dopo non resistetti alla tentazione di sfotterli tutti in un articolo : https://www.secoloditalia.it/2016/11/sorpresa-dei-babbei/
Siccome la storia è maestra ma non ha allievi, Trump è ritornato alla Casa Bianca e si diverte a trattare noi europei come dei mentecatti, superato solo dal suo amico Musk (o ex amico, la cosa è ininfluente) che, se potesse, ci metterebbe tutti in catene trasformandoci in schiavi da utilizzare come mano d'opera per basse mansioni, ritenendoci al massimo capaci di inserire la carta nelle fotocopiatrici. La follia al potere non è una novità, ma ciò che disturba è l'incapacità di noi europei di reagire adeguatamente alle masturbazioni mentali d'oltre oceano, anche in considerazione della vergognosa condotta nel sostegno al popolo ucraino, che ci co nsegnerà alla storia con il marchio dei vigliacchi.
La strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America.
Stendendo un velo pietoso su Musk, che auspica l'abolizione dell'Unione Europea, cerchiamo di essere chiari sul fronte interno continentale. Il documento di Trump dovrebbe convincere anche i più ottusi antieuropeisti che non è più possibile affidarsi agli USA (e fidarsi), al netto, ovviamente, di chi ottuso non sia e abbia scelto volontariamente di porsi al servizio di Trump - e conseguentemente di Putin - per interessi di bottega.
Nel documento, offensivo oltre l'immaginabile, vi sono comunque dei dati inconfutabili, anche se strumentalmente enunciati per quanto concerne le cause. L'Europa continentale - dice Trump - dal 1990 ad oggi ha perso undici punti del PIL globale (dal 25% al 14%), «in parte a causa di normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l'operosità ». Su questo dato è difficile dargli torto, anche se ha dimenticato di aggiungere che la velocissima crescita dei paesi emergenti, a cominciare dalla Cina, ha contribuito non poco al declino economico. (In Italia il declino risulta aggravato dalla bassa produttività; dalla stagnazione salariale; dalla propensione allo sfruttamento che induce molti giovani a rifiutare i lavori, al netto di chi non ha voglia di lavorare e penalizza le imprese che cercano risorse senza reperirle). Tutto il resto, però, che non va citato per evitare una cassa di risonanza a concetti bislacchi, è fuffa. Basti dire che l'ingerenza negli affari interni dell'Europa e “ gli omaggi a Putin” va nno respinti con una fermezza ben maggiore da quella che traspare da alcune dichiarazioni di alti esponenti dell'Unione Europea (ogni riferimento a Kaja Kallas è puramente … voluto).
L'Europa deve imparare a camminare da sola, a difendersi da sola, a prosperare da sola e, soprattutto, a tutelare l'Ucraina in modo convinto e determinato, non solo con dichiarazioni diplomatiche pronunciate mentre i missili e i droni russi mietono centinaia di vittime e distruggono impianti strategici, condannando un intero paese al freddo e al buio.
Le cose da fare subito
Da oltre mezzo secolo vado ripetendo la necessità di una vera unione continentale che sfoci negli Stati Uniti d'Europa, con un governo unico e un esercito europeo e quindi è inutile che reiteri concetti triti e ritriti. Ora la casa brucia e bisogna agire di conseguenza, in uno stato di emergenza.
1) Revisione dell'art. 49 del Trattato sull'Unione Europea. Sbagliare è umano ma perseverare è diabolico. Fu un grosso errore ammettere l'Ungheria nella Unione Europea e ciò oggi pesa maledettamente perché abbiamo un nemico in casa, considerati gli stretti legami tra Orban e Putin, a prescindere da altre mille cose qui omesse per amor di sintesi. Il concetto di unanimità nelle istituzioni è assurdo e lesivo dei diritti delle persone, essendo fonte di una paralisi decisionale che penalizza chi abbia bisogno di aiuto immediato. L'Ungheria, con meno di dieci milioni di abitanti, ricatta un intero continente. L'Ucraina deve entrare nella UE subito e affinché ciò avvenga bisogna produrre ogni sforzo, con estremo coraggio, per ridiscutere i trattati. È un processo maledettamente complicato (tutto l'impianto comunitario lo è) ma bisogna metterci la mani sopra con estrema urgenza, perché non è già più il caso di dire “ prima che sia troppo tardi”. Siamo ben oltre il troppo tardi.
2) PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente)
In attesa che si creino i presupposti per la costituzione di un vero esercito europeo (occorrono anni…) si devono attuare con urgenza alcuni provvedimenti che fungano da deterrenza nei confronti di Putin e lo inducano a non forzare la mano come sta facendo ora. Di fatto vi è (vi è.. non vi sarebbe) la necessità di un contingente interforze composto da almeno un milione di risorse, sfruttando il meglio delle forze armate dei singoli Paesi aderenti all'Unione Europea. La Cooperazione Strutturata Permanente deve accelerare la realizzazione dei suoi progetti e creare condizioni ottimali soprattutto per la logistica, lo spostamento delle truppe, la difesa aerea e missilistica.
• INVESTIMENTI. Occorre utilizzare con maggiore efficacia il Fondo Europeo per la Difesa e il piano ReArm Europe. Bisogna produrre armi in Europa, non dipendere dagli Stati Uniti!
• IINTEROPERABILITÀ. Occorre standardizzare le attrezzature e le procedure di formazione tra gli Stati per garantire che le forze armate possano operare efficacemente in missioni congiunte e, soprattutto, “ parlare la stessa lingua” in caso di guerra.
• STRATEGIA. Occorre promuovere una vera cultura della cooperazione, smontando i protagonismi, i complessi di superiorità, le gelosie e le invidie. Un passo indietro da parte di tutti per marciare in avanti, tutti insieme, contro chi ci minaccia.
• GUIDA. Attualmente la sicurezza europea è affidata a Kaja Kallas, mentre il lituano Andrius Kubilius è il Commissario europeo per la difesa e lo spazio. Eccellente il secondo, ma - absit iniuria verbis - con tutto il rispetto e il pieno riconoscimento del suo brillante curriculum, la Kallas può senz'altro ricoprire molti ruoli importanti e delicati eccezion fatta per quello che ricopre ora, da affidare a un militare di provata esperienza Per il comando del Gruppo Interforze, invece, occorre un generale appartenente a un Paese che conosca bene le problematiche russo-ucraine, abbia totale sintonia con il vertice militare ucraino e sia universalmente considerato eccellente. Ogni riferimento al generale Wieslaw Kukula… è puramente voluto. Anche il nostro eccellente Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Carmine Masiello, avrebbe i numeri per il delicato ruolo, ma è inutile perdere tempo: paga il prezzo della scarsa considerazione di noi italiani a livello continentale. Sarebbe più perseguibile la sua nomina al posto della Kallas, ma dubito fortemente che accetterebbe: militari con la sua tempra si vedono bene solo al comando di armate, non dietro una scrivania.
Ciò premesso, occorre iniziare subito una campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica per far comprendere la drammaticità del momento. Il comportamento di tutti è assimilabile a quello dei passeggeri del Titanic: quando ci si renderà conto che la nave sta per affondare, sarà veramente troppo tardi. Di fatto è come se fossimo già in guerra e quindi occorre considerare “ traditori” coloro che fagocitano l'opinione pubblica con chiacchiere senza costrutto o si dichiarino apertamente filorussi. Esiste un Codice Penale Militare di Guerra e forse è il caso che tutti lo studino, leggendo con particolare attenzione l'articolo 167.
10 dicembre

Vivi nelle stelle del firmamento e da lassu' indichi il cammino.


Recanati - 8 maggio 2016
Le foto pubblicate in questo opuscolo sono tratte dagli album di famiglia, disponibili on line.
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Nel respiro dell’aurora si scioglie la tua voce, trasparente come acqua che non conosce argini. Un passo lieve ha spezzato la gravità, e il cielo si è accorto di te con stupore di bambino.
Porti negli occhi il segreto dei giardini invisibili, dove i fiori non muoiono e il tempo non osa entrare. Attorno a te cresceva un cerchio, intatto, inviolabile, che hai custodito come tempio più prezioso di te stessa. La tua forza era radice e chi ti appartiene continua a respirare nel tuo respiro.
Chi ti cerca, ora, troverà scintille nel vento che piega le foglie, nel silenzio che illumina le case, nell’oro segreto delle stelle.
Non sei andata: hai soltanto dissolto le catene, per farti più vicina a ci ò che non si vede ma non smette di amare.
Vivrai nei miei sogni, nei pensieri, nelle parole, nelle azioni.
Vivrai in ogni respiro, nel vento che accarezza l’erba, nel canto di un usignolo.
Vivrai in ogni battito del cuore e sarai sempre con me perché sei parte di me. Il suono della tua voce sarà dolce melodia, lo sguardo magnetico sostegno dell’anima, la forza interiore il giusto stimolo per andare avanti.
Vivrai nelle stelle che brillano in cielo e da lassù indicherai il cammino affinché non mi perda come le lacrime nella pioggia.
Sarò la tua ombra, come sempre è stato, dolce Sorella mia.
Incipit
"Intimior intimo meo, et superior summo meo" (Sant'Agostino)
Dolce sorellina, ho sempre pensato che il cosiddetto “blocco dello scrittore” celasse solo l’incapacità di chi si renda conto di non avere idee da sviluppare e ora devo ricredermi. La vita non mi ha certo risparmiato i grandi dolori, ma le dita hanno sempre danzato sulla tastiera senza tentennamenti.
Ora fisso anche io il foglio bianco e mi scopro fragile, giorno dopo giorno, al suo cospetto, in attesa di una ispirazione che risulti degna di te. Ogni frase, anche se retaggio delle profonde riflessioni agostiniane, non mi sembra adeguata a caratterizzare i l tuo essere e il tuo tormentato divenire, solo parzialmente riassunto nell’incipit, la cui essenza hai magistralmente interpretato con quella marcata e perenne riservatezza, che non disdegnava la serena solitudine, quando ritenuta necessaria in virtù del tuo rigore nella scelta delle relazioni. Una solitudine, infatti, infranta con immensa gioia quando il rapporto col prossimo non risultava contaminato dall’ipocrisia o da qualsivoglia altra distonia esistenziale, a riprova, come sosteneva Rilke, che è l’amore a regolarne il flusso e non la mancanza di esso.
Stare al tuo fianco è esaltante proprio per la straordinaria capacità con cui infrangi ogni moda imposta dal modernismo decadente, rispettando esclusivamente la superiore bellezza che scaturisce dalla tua anima e quelle regole di vita che appaiono anacronistiche solo a chi non riesce a comprendere che il progresso tecnologico e il progresso umano non corrono di pari passo e quest’ultimo, arrancando, perde per strada significativi pezzi di “civiltà”, duramente conquistati nel corso dei secoli.
«Gran segreto è la vita e nol conosce che l'ora estrema», sancì Manzoni parlando di Adelchi. Seimila anni di civiltà, infatti, non sono bastati a farci accettare la caducità della vita e ora sono qui, con la testa che scoppia, mentre i ricordi scorrono veloci in un incessante flash back, rivelando quella tua straordinaria essenza che fa di te una donna speciale. Ogni ricordo, ancorché stupendo, si tramuta in un pugno nello stomaco, a partire dalla precoce maturità, subito corroborata da una naturale dolcezza. Hai sempre saputo coniugare fermezza e grazia, rigore e delicatezza, diventando ben presto il centro di gravità permanente della famiglia. Tutto iniziò ben presto a ruotare intorno a te e, senza vanità, con forza silenziosa hai tenuto insieme le radici e i rami, fungendo da bussola che indicava la strada.
Non hai mai ceduto al rancore, combattendo con fermezza le ingiustizie. Quante ne hai subite! Hai affrontato prove durissime con dignità, senza mai smettere di sorridere. Non hai avuto tempo di “commettere errori” perché la vita non ti ha risparmiato nulla, obbligandoti a navigare in mari tempestosi, sostenuta esclusivamente dal tuo grande amore per chi ti stava accanto. Hai vegliato su Mamma e Papà come meglio non sarebbe stato possibile, con dedizione infinita. Con non minore dedizione hai onorato il tuo amato Felice, combattendo per dieci lunghi anni al suo fianco, nel dolore straziante che toglieva il respiro. Non ti sei risparmiata quando sei stata chiamata a rappresentare la tua comunità, mettendo il tuo talento a disposizione per far conoscere ed apprezzare le peculiarità del territorio.
Per me sei - è ben chiaro che non parlerò mai di te al passato - il faro che indica la rotta e preziosa guida. Il tuo razionalismo, che ti consente di capire alla velocità della luce l’essenza delle cose e la vera natura degli esseri umani, pur senza mai scadere nell’illusione illuminista, è cibo
prezioso per “il prigioniero del sogno” che per troppo tempo si è ostinato a vivere secondo i dettami della Corte di Camelot. Non tradisco la mia essenza, ma faccio tesoro dei tuoi insegnamenti. So bene che senza di te non sono nulla e ora mi sento come una canoa vuota, alla deriva nel fiume. So bene, altresì, che devo fare attenzione ai sassi che affiorano dappertutto, per non affondare. Non tradirò mai la tua volontà, Sorella mia, e rispetterò ogni tuo precetto senza indugio alcuno.
La casa dalla quale ti scrivo, pregna di quei momenti di storia patria che hanno avuto come brillanti protagonisti i nostri Genitori, è rinata grazie a te. Insieme col tuo meraviglioso marito l’hai trasformata in un luogo che non è solo mura e stanze, ma memoria viva, spazio sacro in cui si custodisce l’anima della nostra famiglia. Ogni pietra, ogni angolo, porta i segni della tua dedizione. Anche per questo non permetterò mai che la sua sacralità venga violata. Nessuna donna entrerà mai in questa casa se non accompagnata da altre persone, eccezion fatta per le parenti strette. È una promessa che faccio davanti a te e davanti a Dio, nella consapevolezza della tua fede profonda e della tua visione limpida delle cose.
Non sarò mai bravo come te nella gestione della proprietà, ma farò di tutto per non vanificare i tuoi sacrifici. Tu resti il cuore della casa Lavorgna-Federico. Io mi sento soltanto un custode: fragile, ma deciso a onorare la tua opera.
Ogni passo, nel tuo nome.
(Dal blog www.galvanor.wordpress.com - 18/09/2025)



































Giulianova, 25 agosto 2014. Con la moto che Papà guidava in Africa, durante la guerra. www.issuu.com/linolavorgna - Lorenzo Lavorgna - L'uomo che sapeva solo amare (Dal blog www.galvanor.wordpress.com 10 dicembre 2025)
















2017 – Barcellona
«Ti porto a vedere la discoteca "Sotavento", dove ho fatto uno spettacolo tanti anni fa». Nel frattempo, però, la discoteca aveva cambiato nome. (Recentemente lo ha cambiato di nuovo )






















Marzo 2022 - Giulianova: il vecchio ospedale, alle spalle del Santuario. Papà, ferito in Libia, dopo un primo ricovero presso l'ospedale di Tripoli, fu rimpatriato ed ivi trascorse alcune settimane per ulteriori cure. (Lorenzo Lavorgna - L'uomo che sapeva solo amare - pp. 6 -21)
















Le ultime foto con Mamma: 16 Novembre 2013; 14 dicembre 2013: a Benevento per vedere "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug"




8 maggio 2025, il mio compleanno…«Devi festeggiarlo con i tuoi amici», dicesti, con voce ferma e perentoria.














«Mi dispiace», dicesti, con delicata dolcezza e tono rassegnato, quando il dottore ti convinse ad accettare il ricovero, verso le otto dell’otto settembre. Sin dal nostro rientro da Siena io dormivo accanto a te, tenendoti la mano, cercando di mascherare al meglio delle mie “umane” possibilità il dolore lancinante che mi squarciava l’anima e feriva il corpo. Ma come fare a nascondere qualcosa a te, che guardi negli occhi e leggi ciò che la mente pensa, ciò che il cuore rivela? Quante cose mi dicevi in quei tre tragici giorni successivi alle dimissioni! Le scriverò tutte, ma ora faccio già fatica a scrivere questi righi e il ricordo di te che cercavi di “darmi forza”, mentre le tue cedevano momento dopo momento, è davvero qualcosa di insostenibile.
All’alba, per la prima volta in vita tua, mi dicesti di chiamare un medico! In passato avevo sempre dovuto insistere per superare la tua riluttanza, che ti portava a sminuire le mie preoccupazioni, spesso con piena ragione. Mi chiedesti di alzarti perché avvertivi “che ti mancava l’aria” e ti stringesti a me, in un lungo abbraccio. Poi mi chiedesti di avvicinarti al balcone e, sorreggendoti, ti affacciasti, respirando a pieni polmoni. «Guarda che bello», mi dicesti, allungando lo sguardo sul Taburno, mentre io mi sentivo svenire. Erano da poco passate le sei e dal telefonino ancora si vede l’orario in cui chiamai il 118: 6,08. In pochi minuti arrivò il dottore Emilio Tazza con i suoi assistenti e subito fosti sottoposta agli accertamenti e alle terapie di rito. Il dottore controllò anche i referti e non impiegò molto tempo per decidere che si rendeva necessario il trasferimento in ospedale, ma tu fosti perentoria: «Ma noooo… già mi sento meglio… non è necessario il ricovero». Il dottore mi guardò con aria perplessa, ma disse che non poteva forzare la tua volontà. Tutti, però, tentammo di indurti ad accettare il ricovero perché “in ospedale avresti ricevuto quell’assistenza continua che non si sarebbe resa possibile restando a casa”. Tentennasti ancora un po’, ma, alla fine, il dottore riuscì a convincerti e tu pronunciasti quel “mi d ispiace”, che rimbomba nella mia mente, tormentandomi come una lama che penetri nelle carni, squarciandole. Entrasti nell’autoambulanza e il dottore mi disse di non seguirlo subito: si sarebbero rese necessarie alcune ore prima del ricovero. Ma come fare a restare a casa, lontano da te? Mi sovvenne alla mente il giorno del ricovero a Siena, quando mi dicesti: «Questa è la prima volta da quando sei riornato a casa che non dormiamo nello stesso posto!» «Stai tranquilla - ti risposi, col cuore che sanguinava - l’albergo è a soli quattrocento metri. Ci metto un attimo a correre da te». Raccolsi tutto quello che le sarebbe potuto servire, farmaci compresi, e mi avviai verso Benevento. Alle 9,32, più o meno all’altezza di Ponte, mi giunse la telefonata dal Pronto Soccorso. Mi fu chiesto dove fossi e con chi fossi e risposi che ero in auto, da solo. Fui esortato ad andare piano perché mi dovevo preparare al peggio: «Sua sorella è deceduta due minuti fa», mi disse il medico, proseguendo con parole che non ricordo, eccezion fatta per le continue esortazioni ad “andare piano”, a “non distrarmi durante la guida”. Trovare le parole per esprimere cosa provai in quel momento non è impresa facile. Ero alla guida e mi sentii vacillare, mentre nella mente si affollavano pensieri contorti e tanti, troppi, “se”, che si susseguivano uno dietro l’altro come se fossero colpi di mitraglia.
Giunsi in ospedale e mi feci largo tra decine di barelle che riempivano ogni angolo del Pronto Soccorso, formando un allucinante caleidoscopio umano. Mi fosti mostrata e crollai su di te, dando sfogo a tutto il mio dolore! Guardai il tuo viso e non mi sembrava vero ciò che stavo vedendo… In pochi secondi si erano dissolti come nuvole spazzate dal vento i nostri progetti, i programmi legati all’incedere del tempo, i viaggi in luoghi incantevoli. «Voglio andare a Capo Nord», mi dicevi, ed io ti rispondevo sorridendo: «Certo che ci andremo! A Capo Nord come in tutti gli altri luoghi dove non sei ancora stata, pur avendo viaggiato tanto, sia con Mamma sia con il tuo adorato Felice». E tu sorridevi. Sorridevi sempre quando parlavamo di cose belle, degli anni futuri da trascorrere insieme, colmando con la nostra compagnia il silenzio lasciato da chi ci aveva coperto d’amore. Solo un paio di mesi prima erava mo nella lontana Turchia e in quelle isole greche che costituivano tappe quasi obbligate delle crociere che eravamo soliti concederci ogni anno. Ti era divertita tantissimo e avevi apprezzato molto l’escursione nel sito archeologico di Efeso. «La crociera più bella», l’avevi definita, forse anche per il fatto che sanciva il superamento di un brutto periodo: a marzo, infatti, ci
dicevano tutti che il peggio era passato! Nulla lasciava presagire che, invece, il tempo si sarebbe interrotto così, all’improvviso , come una frase spezzata a metà, come una porta che nessuno aveva previsto si serrasse così presto, lasciando nell’aere l’eco di quelle tue ultime parole, pronunciate in quella che sarà per sempre la TUA casa, col tuo nome consacrata: «Mi dispiace».
Per me, dall’otto settembre, ogni giorno è un tempo sospeso, che misuro non più con le ore ma con il ricordo di te: nel modo in cui si posa la luce al mattino, nel profumo delle tue stanze, nei gesti che continui a suggerirmi in silenzio. Mi accorgo che continui a vivere nelle cose che amavi, negli sguardi di chi ti ha voluto bene, nei valori che hai saputo trasmettere con dolce fermezza. Sempre insieme sin da quando sei stata privata dell’amore di quell’Uomo straordinario che portasti all’altare, ciò che eravamo in due ora tenta di vivere in me solo, ma non è possibile.
Senza di te, come ho già più volte detto, sono solo una canoa vuota alla deriva.
Ogni volta che difendo qualcosa in cui credevi, ogni volta che compio un gesto che ti avrebbe fatto sorridere, invece, ti riporto nel mondo, perché l’amore per te non conosce distanza né fine: muta forma, ma resta come una luce potente che non abbaglia e mi accompagna nel buio dei giorni. E così, cara Annalisa, Sorella mia, nel tuo nome continuo a camminare.
(Dal blog www.galvanor.wordpress.com 8/10/2025)


Incipit
«E la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere. La vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare. La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire». (Roberto Vecchioni)
Cara Annalisa, questa mattina sono sceso più presto del solito e ho aperto il cancello. Oggi è il primo giorno di raccolta delle olive… senza di te. Mi sono incamminato nel terreno con passi lenti, accarezzando le piante, che sembrava volessero parlarmi, un po’ sorprese: «Chi sei tu? Dov’è Annalisa?» Non mi hanno visto quasi mai girovagare tra loro, del resto, e mi chiedevano conto della tua assenza, come se il loro respiro secolare non potesse accettare un volto nuovo tra i rami. All’alba, come ogni anno, è giunto Italo con i suoi collaboratori. Giusto il tempo di un caffè e hanno iniziato a gettare le reti, quasi come se fossero pescatori, muovendosi tra i tronchi antichi con studiata e conclamata metodica. Io li guardavo da lontano, con il cuore lacerato e gli occhi umidi, ben percependo quanto quest’anno tutto fosse diverso: l’aria è pesante e il sole, nonostante la temperatura primaverile, è meno dorato e sembra intristito per non poter baciare te, con i suoi raggi. Tu conosci ogni albero, ogni zolla, ogni pietra. Dal solo profumo dell’erba sei capace di comprendere se la stagione sarà generosa o avara, forte degli insegnamenti di Papà, i cui consigli hai sempre onorato, diventando la custode perfetta della casa e del terreno, di tutto ciò che amiamo.
Io mi sento quasi un intruso e mi aggiro tra le piante cercando di emularti, ma so bene che non avrò mai la tua sicurezza e la tua ferma maestria.
Guardo loro e penso a te, rivedendoti come in un film mentre dirigevi i lavori col piglio fiero di chi ben sa di cosa parla, corroborato da quella delicatezza che fa di te la donna speciale che tutti incanta. “Papà avrebbe fatto così”, dice vi, quando qualcosa non veniva eseguita come tu volevi, e d’incanto tutto andava a posto.
Sono belle e buone le olive secolari di “Lancop” e da esse scaturisce quell’olio che da sempre preferiamo all’olio di “Labash”1 1, anch’esso buono, per carità, ma non sublimato da quei sapori che sanno d’antico e deliziano il palato. Almeno così è per noi. E mi sovviene alla mente, pertanto, quanto accadde lo scorso anno, nel frantoio. Vi erano i redattori del “Gambero Rosso” per un reportage da trasmettere nel loro programma televisivo e assaggiarono il nostro “prelibatissimo olio”, producendosi, però, in commenti diplomatici e lasciando ben intendere che l’olio non soddisfaceva i loro parametri valutativi. Subito dopo iniziò a sgorgare l’olio ricavato dagli ulivi giovani, che Papà piantò negli anni Ottanta. Assaggiarono anche quello e per poco non fecero un salto che avrebbe fatto invidia a Tamberi. «Che delizia – esclamarono con tono di sincero compiacimento – quest’olio è davvero fantastico!» Vollero sapere tutto e continuarono a congratularsi per un prodotto da loro giudicato eccellente. In pratica l’olio che noi iniziamo a consumare non prima di marzo -aprile, per far ammorbidire il sentore amaro che brucia alla gola, che mai ci sogneremmo di considerare superiore a quello ricavato dalle piante che circondano la casa, per loro risponde appieno ai parametri stabiliti dal “disciplinare dell’olio” e quindi, qualora ne esistessero i presupposti normativi, beneficerebbe del
1 “ Lancop” e “Labash” sono due termini dialettali, coniati negli anni Cinquanta dagli operai che lavoravano nei terreni di famiglia per definire i due appezzamenti ubicati a circa un chilomentro di distanza l’uno dall’altro, entrambi prospicienti l'arteria stradale che congiunge Telese Terme con Cerreto Sannita e San Lorenzello. “Lancop” vuol dire “lassù” e indica il terreno intorno casa; “labash” vuol dire “laggiù” e indica, con evidente approssimazione terminologica, l'appezzamento di terreno geograficamente ubicato a nord.
marchio DOP o quanto mendo dell’IGP. De gustibus non disputandum est, dicevano i latini, e il detto è sempre valido.
A prescindere: durante le tre legislature consiliari, tentasti proprio di unire i produttori affinché si giungesse al riconoscimento del marchio di qualità, ma cozzasti, come per tante altre cose, contro le reciproche gelosie e conflittualità e non se ne fece nulla.
Oggi i “Tuoi” ulivi mi chiedono di non tradirli e di proteggerli proprio come facevi tu, fin quando è stato possibile con Mamma, Papà e il tuo meraviglioso Felice, e poi da sola.
«Non sei tu che devi guidarci, è Annalisa che ci guarda attraverso te», mi dicono, sentendoti dispersa nella brezza che smuove le fronde, nel frutto che si stacca piano e cade nella rete, nel respiro stesso della campagna, che non ha mai smesso di chiamarti per nome.
Non so di cosa sarò capace, Sorella mia, ma ti prometto che m’impegnerò con tutte le mie forze, nonostante le mani inesperte e il cuore ferito. Studio e chiedo a tante persone le stesse cose, spesso otten endo risposte diverse, che bilancio per trarre delle conclusioni e decidere cosa fare. Cercherò di non sbagliare perché ogni goccia di olio, ogni ombra sul terreno, ogni foglia che vola sospinta dal vento, appartiene a te e continuerà ad appartenerti in eterno. Oil frantoio, intanto, attende che termini il raccolto. Io sarò lì, quando inizierà la molitura, e nel primo filo d’olio che brillerà nel vetro vedrò riflesso il tuo sorriso.



Gli ulivi di "Labash". Sullo sfondo Monte Erbano, dove la famiglia Lavorgna trovò rifugio nell'864d.C, dopo essere scampata alla distruzione di Telesia da parte dei Saraceni (www.lavorgna.it).



(Cerimonia ad Avetrana in onore di un eroe della Grande Guerra)
Opuscolo sulla piattaforma Issuu.com con foto e articolo: www.issuu.com/linolavorgna
Video della cerimonia presso la sala consiliare di Avetrana: www.youtube.com/@ExcaliburMultimedia
Dolcissima sorellina, dopo la trasferta a Mignano Monte Lungo e Cassino, lo scorso 16 novembre, conclusasi in giornata, il 30 novembre sono stato invitato ad Avetrana per la cerimonia in onore dell'eroe locale Antonio Olivieri. Sono arrivato domenica mattina presso l'albergo di Porto Cesareo, insieme con Gianfranco, che mi ha gentilmente accompagnato.
Nell'ultima settimana di agosto 2013 ero a Taormina per uno spettacolo e, al rientro, scoprii che Mamma si era sentita male sin dal giorno successivo alla partenza e tu l'hai assistita da sola, per non allarmarmi e farmi rientrare a rotta di collo. Impiegai meno di una attimo a decidere che con lo showbiz avevo chiuso e da allora non ho mai trascorso una notte fuori casa senza di te. Questa prima volta è stata terribile e so che sarà sempre così, perché è impossibile rassegnarsi alla tua assenza.
Porto Cesareo, come tutti sanno, è un rinomato sito costiero e l'albergo che mi ha ospitato, proprio sul mare, è semplicemente stupendo. Nel reportage, però, non compare alcuna foto dell'amena cittadina e vi sono solo le foto e le riprese della cerimonia. Il motivo è semplice e, allo stes so tempo, lacerante: non esiste più, per me, l'idea di “ vacanza” senza di te.
Da quando sei andata via, ogni partenza porta con sé una sottrazione. I paesaggi, per quanto splendidi, restano muti. È come se la luce mancasse di un riflesso essenziale: il tuo. La rete è piena dei nostri filmati - tu davanti alla videocamera , io dietro - complici e assorti nello stesso stupore. Ma oggi non riesco più a guardare attraverso un obiettivo sapendo che dall'altra parte non ci sei tu, che non sorridi nell'inquadra tura, che non commenti sottovoce ciò che stai osservando.
Il mondo continua a offrire meraviglie, ma la meraviglia non è più reciproca. È come se la bellezza avesse perduto la sua testimone privilegiata. E allora fotografare non ha senso: sarebbe un gesto privato della sua metà, un atto privo della sua risonanza naturale.
Forse è questo che i filosofi chiamano “ l'incompletezza del vissuto”. Ciò che era pieno in due, in uno solo diventa eco. Lo spazio resta, ma si svuota del suo significato emotivo; il tempo scorre, ma non crea più quei momenti che soltanto la condivisione sa trasformare in memoria.
Continuo a viaggiare per dovere, per onorare gli inviti graditi, per rispetto verso le storie che racconto, per continuare a parlare, nonostante tutto, di questa Europa che ha smarrito la strada ed è sull'orlo di un precipizio. Ma dentro di me so che ogni viaggio è, e sarà, una prova. Mi si dice che devo imparare a portare la tua presenza non davanti all'obiettivo, come una volta, ma dentro di me, come una luce silenziosa che indica il cammino pur senza potersi più mostrare. Ma non so se vi riuscirò. L'unica immagine che vorrei davvero scattare è quella che ormai non può più apparire. Ed è per questo che nelle mie pagine non vi saranno paesaggi incantati, ma solo ciò che ho potuto condividere con gli altri, non con te: la cerimonia, gli incontri, le parole.
Il resto - la parte più bella - rimane con te. Sempre.

Natale 2025 - Nulla è come prima e mai lo sarà.
Ma nella casa di Annalisa le sue luci continueranno a splendere e parleranno di lei.
(Canale YouTube “Annalisa Lavorgna”: Natale 2025 - Le luci di Annalisa)



