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Tomà Berlanda, Camillo Boano_Palestina. Architettura e genocidio

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PALESTINA. ARCHITETTURA E GENOCIDIO

Palestina: cantiere coloniale

DAAR: cantiere di idee

Architettura e genocidio

Encampment: cantiere decoloniale

PALESTINA. ARCHITETTURA E GENOCIDIO

Tre sono i fili che si intrecciano nel saggio e nell’intervista che seguono: la Palestina come cantiere coloniale, DAAR come cantiere di idee, e l’encampment 1 come cantiere decoloniale. Il cantiere è qui inteso non tanto come luogo operativo dell’architettura, ma come figura critica: uno spazio-tempo di instabilità e di sperimentazione, in cui la costruzione e la distruzione coincidono. È il cantiere che si apre “quando la casa brucia”2, per citare Giorgio Agamben, cioè nel momento in cui le strutture simboliche e materiali dell’architettura e dell’occidente si mostrano nella loro crisi più profonda. È in questo collasso che diventa visibile il problema architettonico e politico fondamentale: ciò che quel progetto di civiltà ha cercato invano di edificare e le ragioni profonde del suo fallimento.

Pur non volendo scrivere un saggio e trascrivere un dialogo come sismografi del presente, ci è impossibile non affrontare il colpevole silenzio occidentale nei confronti del genocidio in corso contro la popolazione palestinese e la completa distruzione di Gaza. Se mai ci sarà un futuro per l’architettura, come disciplina e pratica, dopo il genocidio in Palestina, riflettere e ritornare alle parole e ai silenzi sarà forse una maniera per confrontarci con l’abisso delle nostre coscienze.

Ma l’architettura è progetto e, come ci ricorda Sandi Hilal nell’intervista, la nostra posizione di assoluto privilegio non ci permette di essere pessimisti, perché la lotta di resistenza deve continuare.

PALESTINA: CANTIERE COLONIALE

Da dove cominciare? Siamo confusi. Ogni cantiere inizia con uno scavo, la rottura della terra per posare le fondazioni. Non pare una novità certo, ma la sensazione di smarrimento, di frustrazione è molta. Abbiamo aspettato giorni, settimane, forse troppi, per provare a scrivere queste righe.

Da quando ci sentiamo così? Sarebbe la domanda giusta. La risposta meno scontata è troppo lunga da ritrovare nelle pieghe della memoria che ci riporta a Ramallah, Gaza City, Qalqilya, Betlemme, Gerusalemme, nelle voci delle persone incontrate in quelle precedenti vite raminghe che ci avevano aperto la mente alla lotta palestinese, alla resistenza quotidiana, alla costruzione del presente sulle assenze della violenza dell’occupazione, del privilegio del passaporto, della relatività del tempo quando si cerca di attraversare un checkpoint o si abita in un campo.

La risposta immediata che viene, invece, è quella dell’ultimo periodo, mesi, anni ormai, un presente appiattito, in questo tempo di genocidio trasmesso in diretta social, di nuovi fascismi imperanti all’opera, di futuri possibili negli encampments delle università, di tecno-utopiche biennali in laguna. Un presente appiattito sulla guerra totale, permanente, o meglio un presente dove «la guerra terroristica di Stato sta diventando sotto i nostri occhi la norma» come suggerisce

Massimo Cacciari «allo scopo primario di ridurre la popolazione civile della nazione nemica, all’assoluta disperazione»3 .

Non crediamo sia possibile parlare di architettura senza parlare di giustizia. La lotta per la giustizia, a livello globale, diventa sempre più urgente in un contesto mondiale segnato da conflitti e continue violazioni dei diritti. In questo scenario, e da ormai quasi 80 anni, la Palestina – il suo territorio e la vita dei suoi abitanti – rappresentano un caso emblematico di un cantiere di oppressione e ingiustizia, perpetrati da regimi coloniali.

Tracciare linee di storie parziali, politiche, recuperare la profondità del pensiero perché non si semplifichi? Chiamare in causa pensatori illustri? Non sappiamo veramente da dove cominciare, tutto appare come inutile, senza un senso. Qualche atto

CAMILLO BOANO

TOMÀ BERLANDA

intervista a

DAAR: ALESSANDRO PETTI

SANDI HILAL

Camillo Boano: La nostra proposta per questa intervista, senza troppa preparazione e premeditazione, è di partire dalla parola encampment, che racchiude molte delle questioni di cui vi occupate. Da lì possiamo sviluppare una serie di domande: sulla vostra storia, sulle origini, sulle preoccupazioni, sull’attualità, sui progetti, fino ad arrivare a come decidere su quali fronti investire ed agire collettivamente.

Alessandro Petti: Partirei dalle domande emerse durante la conferenza e dal confronto con studenti e pubblico al Politecnico di Torino, nel gennaio 2025.

La prima domanda, dalla quale derivano tutte le altre, è che cosa si deve, o si può, fare durante un genocidio? Qual è il nostro ruolo, non solo come esseri umani, ma come professionisti, insegnanti, membri delle istituzioni? Come possiamo andare oltre le forme più immediate di attivismo e incidere anche sull’insegnamento e sulla pratica quotidiana del lavoro? In che modo le condizioni del presente ci obbligano a rivedere e riformulare le nostre attività di ricerca? E come possiamo riavvicinare le

riflessioni che avvengono nelle università ai drammi che si stanno consumando adesso?

Sandi Hilal: A queste domande aggiungerei, o meglio premetterei, la necessità di capire. È la precondizione del fare. Per noi architetti, capire significa anche interrogarsi sul ruolo dell’architettura e decidere se siamo disposti ad accettare una disciplina che non prende posizione, e che anzi si rivela spesso complice del genocidio.

Molti di noi si sentivano già distanti da un’idea di architettura ridotta a mero strumento al servizio dei ricchi, dei clienti con denaro e delle istituzioni che ne difendono gli interessi. Oggi, di fronte alle tragedie contemporanee, e non parlo solo di Gaza ma delle tante guerre che ci circondano, avvertiamo con maggiore urgenza che non basta più limitarsi a cambiare la propria quotidianità o il proprio modo di lavorare. Perché mentre ci concentriamo su piccole trasformazioni individuali, i palestinesi continuano a essere ammazzati e intere comunità vengono cancellate. La posta in gioco è più alta: si tratta di rimettere radicalmente in discussione l’intero apparato disciplinare, di liberarlo dalla complicità con il potere e di immaginare un’architettura capace di affermare giustizia, autodeterminazione e vita.

È come se l’architettura del giorno prima non fosse più valida, mentre quella che dovrebbe prenderne il posto non esiste ancora. Per farla emergere dobbiamo riformulare concetti, parole, problemi che pensavamo di avere compreso.

Prendiamo l’informalità. L’abbiamo spesso trattata solo in termini di forme, riducendola a una soluzione di ripiego per chi non ha risorse e si arrangia assemblando materiali di scarto per sopravvivere. Ma guardandola oggi, forse anche attraverso la lente di Gaza, mi appare in tutt’altro modo: l’informalità è una manifestazione di autodeterminazione comunitaria, un luogo in cui l’azione politica si produce, si sperimenta, si elabora. Forse allora capire significa proprio questo: smettere di leggere l’informalità come mancanza o difetto, e riconoscerla invece come un sapere collettivo che apre possibilità nuove. È da lì, da ciò che abbiamo a lungo escluso o marginalizzato, che può nascere un’architettura capace di restituire dignità e immaginare futuri condivisi.

Tomà Berlanda: Vorrei ragionare con voi partendo dalla vostra lettura dell’encampment come strumento spaziale, come architettura. Se la definizione rimane costante, ogni encampment però evolve nel tempo, si trasforma, e anche la vostra

VISUAL ESSAY

Campus in Camps (2012-2015)

The Tree School, Cairo, 2024.

Sopra e a lato. Campus in Camps, Dheisheh Refugee Camp, Palestina, 2013.

Shu’fat Girls’ School, Gaza (2012-14)

Foto di Sara Anna.

Al-Nada Social housing, Gaza (2014-)

In alto e a lato. Progetto, 2016.

Distruzione, 2023.

Concrete Tent, Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, 2018, foto di Luca Capuano.
Concrete Tent, Sharjah, Emirati Arabi Uniti, 2023, foto di Herman Hjorth Berge.

Ente di Decolonizzazione (2022-)

Installazione alla Biennale di Architettura di Venezia, 2023, foto di Andrea Avezzù.

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