Silvia Pellizzari - Renzo Piano. I miei dodici anni in Senato G124
Un senatore a vita che ha deciso di dedicarsi al rammendo delle periferie
Renzo Piano
Università che hanno preso a cuore il progetto G124
Edoardo Narne
Nuovi spazi pubblici, che sono parchi
Matteo Agnoletto, Andrea Sciascia
Parco XXII Aprile, Modena
Parco dei Salici, Padova
Parco senza nome, Torino
Piazze
Carlo Moccia, Francesco Defilippis
Corte Don Bosco, Bari
Piazza Masslo, Rovigo
Trenta alberi per lo ZEN2, Palermo
Scuole
Massimo Alvisi, Maurizio Milan
La scuola modello, Frosinone
Presidi di quartiere
Bruno Messina, Raffaella Neri
Ciriè 9, Milano
Parrocchia San Carlo, Padova
Micro-cantieri, Siracusa
Spazi per lo sport
Filippo Lambertucci, Pisana Posocco
Nuovo Fogaccia, Roma
Periferie dell’anima
Daniela Buonanno, Nicola Flora
M.A.MA. Modulo per l’Affettività e la Maternità, Roma
Cimitero delle Fontanelle, Napoli
A Ccà, Napoli
Cristallini 73, Napoli
La corte degli incontri, Roma
Masterplan
Raul Pantaleo
Marghera Terreno Fertile, Venezia
B.A.L. Buone Azioni per Librino, Catania
Ma anche piccole cose
Ottavio Di Blasi, Marco Ermentini
Il Mercato e i Cortili, Milano SottoilViadoTTo, Roma
Sogni di molti anni fa
Renzo Piano
Il laboratorio di quartiere, Padova
Una persona alla volta
Renzo Piano
A senator for life who chose to mend the peripheries
Renzo Piano
Universities that have taken the G124 project to heart
Edoardo Narne
New public spaces: parks
Matteo Agnoletto, Andrea Sciascia
Parco XXII Aprile, Modena
Parco dei Salici, Padua
Parco senza nome, Turin
Squares
Carlo Moccia, Francesco Defilippis
Corte Don Bosco, Bari
Piazza Masslo, Rovigo
Thirty trees for ZEN2, Palermo
Schools
Massimo Alvisi, Maurizio Milan
The Model School, Frosinone
Community hubs
Bruno Messina, Raffaella Neri
Ciriè 9, Milan
Parrocchia San Carlo, Padua
Micro-Construction Sites, Syracuse
Spaces for sport
Filippo Lambertucci, Pisana Posocco
New Fogaccia, Rome
Peripheries of the soul
Daniela Buonanno, Nicola Flora
M.A.MA. Modulo per l’Affettività e la Maternità, Rome
Fontanelle Cemetery, Naples
A Ccà, Naples
Cristallini 73, Naples
La corte degli incontri, Rome
Masterplan
Raul Pantaleo
Marghera Terreno Fertile, Venice
B.A.L. Buone Azioni per Librino, Catania
Small things too
Ottavio Di Blasi, Marco Ermentini
Market and Courtyards, Milan
SottoilViadoTTo, Rome
Dreams from many years ago
Renzo Piano
Neighbourhood Lab, Padua
One person at a time
Renzo Piano
Un senatore a vita che ha deciso di dedicarsi al rammendo delle periferie
Un medico dice quello che deve dire facendo il medico, un musicista facendo il musicista e un architetto costruendo. E l’idea fu quella di fare un laboratorio proprio lì, a Palazzo Giustiniani, nella sede del Senato. Mi fecero vedere diversi uffici, grandi, bellissimi, con delle tappezzerie dorate. Ne scelsi uno, e chiesi per quanto tempo avrei potuto usarlo. Mi fu risposto “A vita”. Allora feci portare via una grande transumanza appesa al muro, e tappezzai di compensato tutto lo spazio, costruendo anche un tavolo rotondo in cui ci si riunisce, lì dentro. Fuori c’era scritto G124: G di Palazzo Giustiniani, 1 primo piano, stanza numero 24. Ecco il nome del nostro progetto. È iniziata così, questa avventura.
Renzo
Piano
Nuovi spazi pubblici, che sono parchi
Mi piace l’idea che le città diventino più verdi, e che le periferie diventino un po’ più città, che molte strade si trasformino in parchi. C’è un bellissimo connubio tra la pietra e la città, tra la città minerale e il verde, che torna come un appuntamento ad ogni primavera. I tigli che fioriscono, gli aceri che si rivestono. Una parte della città immutabile, ferma, immobile, come la pietra che resiste nei secoli, e poi il continuo respirare della città attraverso gli alberi. E aspetti le foglie, e le foglie arrivano al momento giusto, quando il sole si fa più forte, e quindi hai ristoro sotto gli alberi, nell’ombra, e poi, in autunno, miracolosamente se ne vanno, cadono, ed ecco che torna la luce. Lavori su qualcosa che vive con un metabolismo che appartiene al respiro della città. Per questo molti dei nostri piccoli progetti nascono da un’idea semplice e bella: il verde è il benvenuto in città.
Renzo Piano
New public spaces: parks
I like the idea of cities becoming greener, and of the peripheries becoming more fully urban, with streets gradually turning into parks. There is something beautiful in the meeting of stone and greenery, of the mineral city and the living one — a meeting that returns, unfailingly, every spring: lindens blossom, maples leaf out again. One part of the city remains still and enduring, like stone that resists through the centuries; the other breathes continuously through its trees. You wait for the leaves, and they arrive at just the right moment, when the sun grows stronger and shade becomes a form of relief. Then, in autumn, they fall, and light returns. We are working with something alive, something whose metabolism is bound to the breathing of the city. That is why many of our small projects begin with a simple and beautiful idea: green belongs in the city.
Renzo Piano
Matteo Agnoletto Andrea Sciascia
A differenza delle piazze, i parchi che contraddistinguono le periferie italiane nascono o come aree regolamentate dagli strumenti urbanistici vigenti o, solo recentemente grazie anche ad anni in cui maggiori disponibilità economiche sono investite negli spazi verdi, come esito di una progettazione, a volte partecipata e condivisa, di zone di risulta o in stato di abbandono, convertite in nuove risorse ambientali. In una stagione storica dove l’elemento verde1, per usare una felice espressione tardo-razionalista di Luigi Figini, ha preso il sopravvento come gesto abusato e alla moda, facendosi segno imprescindibile per qualsiasi progetto d’architettura, con il rischio di banalizzare e fraintendere la lezione di maestri come Emilio Ambasz, Guido Canali, Renzo Piano, che da sempre hanno introdotto la componente del verde nella loro opera, il pericolo di confondere la crisi ambientale con un effetto puramente estetico e qualitativo determina figure dei parchi contemporanei smisuratamente diseguali.
Da una parte parchi molto disegnati, articolati e inutilmente sofisticati nella struttura dei percorsi, nella ricchezza di materiali impiegati spingono verso un eccesso dell’immagine estraniante dal contesto, modellando appendici autonome rispetto al luogo, in cui si inseriscono sia esso di tipo urbano o periferico; dall’altra, intraprendendo forse la via più giusta, pensare al parco come una forma derivata spontaneamente dalla natura2, se non dalla campagna stessa in taluni casi di pianura. Quindi impianti arborei estremamente semplici, che non alterano l’idea della vera natura. Franca Stagi, che con Cesare Leonardi, è stata autrice di parchi negli anni Ottanta, basando i propri principi compositivi sull’assioma della progettazione del parco a misura d’albero, scrive: “Dunque bisogna conoscere gli alberi per progettare i parchi; conoscerli uno a uno, e anche sapere che il disegno di un parco è il disegno di un divenire, la proposta di un meccanismo di trasformazione, di crescita, di vita e di morte”. Un approccio intenzionale, mai ovvio, di grande consapevolezza etica, per cui “un parco continuerà a costruire se stesso per anni e anni: dovranno trascorrere decenni prima che si legga l’esatta proporzione fra prati e alberi, fra pavimenti
Unlike squares, the parks that characterise Italian peripheries originate either as areas regulated by existing planning instruments or, more recently –thanks also to years in which greater economic resources have been invested in green spaces –as the outcome of design processes, sometimes participatory and shared, that transform leftover or abandoned areas into new environmental resources. In a historical phase in which the green element1, to use a late-rationalist expression by Luigi Figini, has taken over as an overused, fashionable gesture and has become an indispensable sign for almost any architectural project, there is a real risk of trivialising and misunderstanding the lessons of masters such as Emilio Ambasz, Guido Canali and Renzo Piano, who have long integrated green as a structural component of their work. The danger of confusing environmental crisis with a purely aesthetic or qualitative effect produces contemporary park figures that are radically unequal. On one side, there are parks that are heavily designed, highly articulated and needlessly sophisticated in their circulation layouts and in the richness of materials employed. They push towards an excess of image that feels estranged from the context, shaping autonomous appendages irrespective of the place in which they are inserted, whether urban or peripheral. On the other side, perhaps the more appropriate path is to conceive the park as a form that emerges spontaneously from nature², if not from the agricultural landscape itself in some lowland contexts. In this case, tree plantings are extremely simple and do not distort the idea of genuine nature. Franca Stagi, who together with Cesare Leonardi designed parks in the 1980s, grounding their compositional principles in the axiom of designing parks at the scale of the tree, writes: “So we must know trees in order to design parks; know them one by one, and also be aware that drawing a park means drawing a becoming, proposing a mechanism of transformation, of growth, of life and death.” It is a deliberate approach, never obvious, and one of great ethical awareness, such that: “A park will go on building itself for years and years: decades must pass before the exact proportion between lawns and trees, between paving and grass, between built elements and flowering
Parco XXII Aprile
Crocetta, Modena
Il progetto G124 dell’Università di Bologna ha riguardato la riqualificazione di Parco XXII Aprile, nel quartiere Crocetta alla periferia nord-est di Modena. L’area verde, nuova sfida nella rigenerazione delle periferie, rappresenta a Modena una delle aree conosciute per il degrado e lo spaccio. Spinti dall’energia delle associazioni che lo animano il Gruppo G124 ha fatto un primo passo per riattivare l’attrattività della zona tramite un luogo di convivialità a servizio delle tante iniziative cittadine presenti in questo territorio. In origine, quando questi lembi di terra erano campagna, il quartiere era popolato da pescatori, contadini e commercianti, professioni perdute che continuano a vivere nella memoria e nei racconti delle generazioni presenti. Dopo la guerra con l’avvento dell’industrializzazione e la nascita dei quartieri operai, la Crocetta è diventata presto simbolo delle lotte sociali e del mutamento culturale, che lo ha portato ad essere energico e multietnico come lo troviamo oggi.
Parco XXII Aprile sorge al centro di questo sviluppo urbano in un’area precedentemente occupata dal canale Naviglio e dai giardini della villa ducale della Pentetorri. Durante lo sviluppo edilizio degli anni Sessanta e Settanta, con la costruzione dei comparti residenziali ad essa adiacenti, si è definito lo spazio del parco che, a differenza delle principali aree verdi di Modena, oggi appare come un’area interstiziale, chiusa all’interno del quartiere.
Il disegno architettonico è l’esito di un concorso bandito dall’Amministrazione comunale di Modena in un periodo storico, nel quale la città ha realizzato innumerevoli parchi urbani, ancora oggi cuori pulsanti della città. Grazie alla lontananza dai principali assi viari è sempre stato utilizzato dagli abitanti come luogo di svago; al tempo stesso, questa distanza ha dato adito al diffondersi della microcriminalità.
A discapito della pessima fama del quartiere il Gruppo G124 ha trovato nella zona una grande energia data dalle persone e dalle associazioni che lo vivono e lo animano. La microcriminalità è una problematica reale, ma che può essere minimizzata con la vivacità e le iniziative del parco le quali hanno bisogno di un luogo in cui innestarsi.
Università degli Studi di Bologna
Tutor Matteo Agnoletto
Giovani professionisti Alessia Copelli, Martina Corradini, Stefano Davolio, Leo Piraccini
Anno 2020-2021
The G124 project developed by the University of Bologna focused on the regeneration of Parco XXII Aprile, in the Crocetta district on the north-eastern outskirts of Modena.
This green area, a new challenge in the regeneration of urban peripheries, is known in Modena as one of the places most affected by decay and drug dealing. Drawing on the energy of the associations that animate it, the G124 group took a first step towards restoring the area’s appeal by creating a convivial place to support the many civic initiatives already active in this part of the city.
Originally, when these strips of land were still open countryside, the neighbourhood was inhabited by fishermen, farmers, and traders – professions that have since disappeared, yet continue to live on in the memories and stories of those who live there today. After the war, with industrialisation and the rise of workers’ housing districts, Crocetta quickly became a symbol of social struggle and cultural change, eventually taking on the vibrant, multicultural character that defines it today.
Parco XXII Aprile lies at the centre of this urban development, on land once occupied by the Naviglio canal and the gardens of the Pentetorri ducal villa. During the building expansion of the 1960s and 1970s, with the construction of the neighbouring residential blocks, the space of the park took shape. Unlike Modena’s main green areas, it now appears as an interstitial space, enclosed within the neighbourhood. The architectural design is the outcome of a competition launched by the Municipality of Modena in a period when the city was creating numerous urban parks, many of which remain vital public spaces today. Owing to its distance from the city’s main traffic arteries, the park has always been used by residents as a place of recreation; at the same time, that very separation has also encouraged the spread of petty crime. Despite the neighbourhood’s poor reputation, the G124 group found in this area a strong and vital energy rooted in the people and associations that inhabit and animate it. Petty crime is a real issue, but one that can be mitigated through the vibrancy of the park and the initiatives it can host – initiatives that need a place in which to take root.
Piazze
Questi piccoli progetti hanno un valore seminale, perché hanno a che fare con l’umanesimo, con l’umanità, con il bisogno di stare insieme.
Sai qual è il più piccolo luogo d’incontro in una zona periferica? La stazione dell’autobus, o del tram se c’è il tram, una piazzetta, comincia da lì.
C’è bisogno di questi luoghi, perché la città è questo, un luogo dove ci si ritrova. Le piazze, piccole o grandi, sono luoghi in cui la diversità diventa un valore, e non un disvalore. Persino la paura va via, sparisce. Servono luoghi di aggregazione, in cui le persone possano trovarsi, e parlare l’una con l’altra.
Renzo Piano
Squares
These small projects have a seminal value, because they have to do with humanism, with humanity, with the need to be together.
Do you know what the smallest meeting place in a peripheral area is? The bus stop — or the tram stop, if there is a tram — a little square; it starts from there. We need these places, because this is what the city is: a place where people come together. Squares, small or large, are places where diversity becomes a value, not a fault. Even fear fades, disappears. We need places of gathering, where people can meet and talk to one another.
Renzo Piano
Corte Don Bosco San Paolo, Bari
La scelta del quartiere San Paolo, una periferia difficile della città di Bari, è stata maturata tramite un confronto del gruppo G124 con l’amministrazione comunale e con il sindaco, Antonio Decaro. Si tratta del primo quartiere satellite di edilizia residenziale pubblica costruito a Bari, lambito da un corridoio di potente naturalità, ovvero il Parco naturale regionale di Lama Balice, una delle lame che attraversa la Murgia barese e arriva fino al mare, solcando la conca di Bari. È il più grande dei quartieri popolari di Bari (conta circa trentamila abitanti), oltre ad essere tra i più problematici per ragioni sociali e per degrado fisico delle sue costruzioni e dei suoi spazi. Il quartiere è stato costruito sostanzialmente in tre tempi diversi: la prima parte, quella più storica, fa riferimento al primo settennato del piano InaCasa, il progetto risale al 1958. Successivamente è stato ampliato con progetti del ‘63 che fanno riferimento a due distinti Piani di zona per l’edilizia economico e popolare (PEEP). Queste tre parti sono tenute insieme da un asse di servizi sorto in corrispondenza della linea metropolitana leggera, che collega in 10 minuti il quartiere al centro di Bari. In posizione baricentrica rispetto ai tre comparti, vi è un vuoto urbano di forma triangolare, uno spazio per niente frequentato dagli abitanti.
Non è una piazza, infatti dal punto di vista della toponomastica non ha il nome di piazza, è uno spazio circoscritto da tre edifici in linea che lo chiudono su tre lati lasciando liberi i vertici che assumono il ruolo di soglie di accesso.
Adiacente all’area d’intervento c’è un grande parco, il Parco Giovanni Paolo II, che si incunea tra i due comparti; c’è poi un centro sociale polifunzionale, denominato Casa delle Culture, sede di una delle reti civiche urbane con cui intendiamo entrare in contatto. C’è un centro parrocchiale che funziona da punto di incontro per la comunità e poi la chiesa principale del quartiere, dedicata a San Paolo. Infine, tre scuole, due pubbliche ed una privata e poi piazza Romita, cuore del primo comparto.
L’obiettivo è quello di trasformare questo spazio privo di identità in un luogo di relazione per l’intero quartiere e i suoi abitanti, riconoscendo le sue potenzialità e mettendole in valore.
Università Politecnico di Bari
Tutor Carlo Moccia, Francesco Defilippis
Giovani professionisti Tiziano De Venuto, Ezio Melchiorre, Rosa Piepoli, Giuseppe Tupputi
Anno 2022-2023
The choice of San Paolo – one of Bari’s more challenging outer districts – emerged through a dialogue between the G124 group, the municipal administration, and the mayor, Antonio Decaro. It is the first satellite public-housing neighbourhood built in Bari, bordered by a striking natural corridor: the Lama Balice Regional Natural Park, one of the ravines that cut across the Bari plateau and run down to the sea through the basin of the city. It is the largest of Bari’s working-class districts, with around 30,000 inhabitants, and also one of the most problematic, both for social reasons and because of the physical deterioration of its buildings and public spaces.
The neighbourhood was essentially built in three phases. The earliest and most historic section dates back to the first seven-year period of the Ina-Casa plan, with the original project dating from 1958. It was later expanded through two 1963 schemes linked to separate Piani di zona for affordable and public housing (PEEP). These three parts are held together by a service axis developed alongside the light metro line, which connects the neighbourhood to the centre of Bari in just ten minutes.
At the barycentre of these three sections lies a triangular urban void, a space that is barely used by residents. It is not technically a square – it does not even bear that name in the toponymy – but rather an area enclosed on three sides by linear residential buildings, with its corners left open as threshold-like points of access.
Next to the intervention area there is a large public park, Parco Giovanni Paolo II, which extends between two of the sections.
There is also a multipurpose social centre, the Casa delle Culture, home to one of the civic networks with which the project aims to engage; a parish centre that serves as a meeting point for the community; the neighbourhood’s main church, dedicated to Saint Paul; three schools, two public and one private; and Piazza Romita, the heart of the earliest section. The aim is to transform this identity-less space into a place of connection for the entire neighbourhood and its residents, recognising its potential and bringing it to the fore.
Inaugurazione di Corte Don Bosco
Piazza Masslo Commenda Est, Rovigo
Rovigo, la più piccola delle province venete, conta circa 50.000 abitanti ed è oggi esposta al rischio di spopolamento. Anche per questo motivo, si è ritenuto importante spostare l’attenzione su questo luogo e studiare strategie che possano accrescere il senso di appartenenza della comunità. Dei 50.000 abitanti, 6.000 vivono nel quartiere Commenda Est, a ridosso del centro storico, e in cui c’è un unico spazio definito piazza, ed è stato intitolato proprio quest’anno. La piazza è difatti dedicata a Jerry Masslo, scappato dal Sudafrica e rifugiatosi in Italia, ucciso da una banda criminale a Villa Literno nel 1989, dove era impegnato nella raccolta di pomodori e dove aveva subito le angherie dei caporali. Un luogo centrale del quartiere, ma al contempo privo di quei caratteri che permettono ad uno spazio pubblico di essere vissuto. È un vuoto a cui la toponomastica ha attribuito il nome di piazza, ma la qualità dello spazio è tutta da inventare. La piazza è stata lastricata lo scorso anno, ma manca tutto il resto: non ci sono piante, non c’è traccia di arredi e manca anche l’illuminazione. Accanto c’è un prato di proprietà della vicina parrocchia e l’idea è mettere insieme questi vuoti per generare uno spazio di qualità a servizio delle realtà che sono presenti nel quartiere, come le scuole, le associazioni e la prestigiosa squadra di rugby, vanto per la città veneta. E potrebbe dare spazio a manifestazioni culturali o ad eventi della stagione concertistica, dato il diffuso interesse per la musica classica da sempre dimostrato dai cittadini di Rovigo.
La Fondazione Cariparo ha contribuito alla realizzazione delle opere.
Università degli Studi di Padova
Tutor Edoardo Narne
Giovani professionisti
Gabriella Coletta, Annachiara Favaretto, Riccardo Giacometti, Marco Lumini, Cecilia Spezzati. Anno 2024
Rovigo, the smallest provincial capital in Veneto, has around 50,000 inhabitants and today faces the risk of depopulation. For this reason too, it was important to focus attention on this place and explore strategies capable of strengthening the community’s sense of belonging. Of those 50,000 residents, around 6,000 live in the Commenda Est neighbourhood, just beyond the historic centre. Here there is only one space formally designated as a square, and it was named only this year. It is dedicated to Jerry Masslo, who fled South Africa and sought refuge in Italy, only to be murdered by a criminal gang in Villa Literno in 1989, where he had been working in the tomato harvest and had suffered the abuse of gangmasters.
It is a central place in the neighbourhood, yet one that still lacks the qualities that make a public space truly livable. It is a void that toponymy has labelled a square, but the quality of the space remains to be invented.
The square was paved last year, but everything else is still missing: there are no trees, no furnishings, and no lighting. Beside it lies a lawn owned by the neighbouring parish, and the idea is to bring these voids together to create a high-quality public space serving the realities already present in the district – schools, associations, and the prestigious rugby team that is a source of pride for the city.
It could also host cultural events and concerts, reflecting Rovigo’s longstanding passion for classical music.
Fondazione Cariparo contributed to making the works possible.
Scuole
Se dobbiamo costruire nuove scuole, meglio farle in periferia, e lo stesso vale per gli ospedali o gli auditorium. Questa è la scommessa dei prossimi decenni: trasformare le periferie in pezzi di città felice. Come fare? Disseminandole di luoghi per la gente, punti d’incontro e aggregazione, dove si celebra il rito dell’urbanità. Fecondando con funzioni pubbliche quello che oggi è un deserto affettivo. La città che funziona è quella in cui si dorme, si lavora, ci si diverte e soprattutto si va a scuola. Lo dico soprattutto perché mentre si può decidere di non visitare un museo, sui banchi di scuola ci devono passare tutti. Occuparsi di edifici scolastici è un rammendo che, ancora prima che edilizio, è sociale.
Renzo Piano
Schools
If we need to build new schools, it’s better to place them in the peripheries — and the same goes for hospitals and auditoriums. This is the challenge of the coming decades: to turn the peripheries into parts of a better city. How? By seeding them with places for people — points of encounter and gathering — where the civic ritual of urban life is celebrated. By enlivening with public programs what is today an emotional desert. A city that works is one where people sleep, work, have fun, and above all go to school. I say this mainly because, while you can choose not to visit a museum, everyone must pass through the classroom. Caring for school buildings is a kind of mending that is, before it is architectural, social.
Renzo Piano
Massimo Alvisi
Maurizio Milan
La scuola non è più solo uno spazio dedicato all’insegnamento, ma un vero e proprio segnale per la comunità: un ecosistema sociale, culturale e civico che nasce dalla consapevolezza che l’ambiente educativo influisce profondamente sulla crescita collettiva. In questo contesto, la scuola diventa promotrice di inclusione, benessere, condivisione e apertura verso il territorio. Questa visione si è concretizzata con il progetto della Scuola di Sora, donato dal gruppo G124 al Ministero della Pubblica Istruzione, che nel 2022 ha portato il Ministro Bianchi a incaricare il gruppo di redigere, insieme ad un autorevole gruppo di progettisti ed esperti, le linee guida per una Scuola Innovativa, da utilizzare come brief concorsuale per la progettazione di nuovi plessi sicuri, sostenibili e capaci di favorire comunità partecipative. I principi fondativi possono essere riassunti attraverso 10 punti:
1. Una scuola riconoscibile
Una scuola di grande qualità architettonica integra valore simbolico e pedagogico, traducendo le specificità culturali del territorio in spazi coerenti secondo un linguaggio capace di rispecchiare le identità locali. Una innovativa distribuzione degli ambienti, il controllo della luce naturale e le reciproche relazioni visive con l’esterno conferiscono all’edificio longevità e flessibilità. La scuola diventa presidio territoriale, spazio sicuro e centro di rigenerazione urbana, contribuendo alla qualità della vita nei quartieri e promuovendo scambi interpersonali e generazionali.
2. Una scuola sostenibile e a basso consumo
La scuola del futuro deve esprimere i propri valori anche attraverso il modo in cui consuma e produce energia, puntando su un impatto ambientale minimo e su soluzioni low tech che rispondano in modo passivo ai bisogni. La qualità di un edificio scolastico riguarda non solo la didattica, ma anche durabilità, sostenibilità e capacità di trasmettere valori culturali. In un Paese dove le scuole hanno in media 55 anni, progettare oggi significa costruire per il lungo periodo, scegliendo materiali naturali, locali o riciclati: un investimento insieme economico, culturale e ambientale.
The school is no longer just a place for teaching; it sends a strong signal to the community: a social, cultural, and civic ecosystem born of the awareness that the educational environment profoundly shapes collective growth. In this sense, the school becomes a driver of inclusion, well-being, sharing, and openness to its surroundings. This vision took shape with the Sora School project, donated by the G124 group to the Ministry of Education, which in 2022 led Minister Bianchi to task the group – together with a distinguished team of designers and experts –with drafting the guidelines for an Innovative School to be used as a competition brief for new campuses that are safe, sustainable, and capable of fostering participatory communities. The founding principles can be summarized in ten points:
1. A recognizable school
A school of high architectural quality brings together symbolic and pedagogical value, translating the cultural specificities of its context into coherent spaces through a language that reflects local identities. Innovative spatial layouts, careful control of daylight, and visual relationships with the outdoors give the building longevity and flexibility.
The school becomes a civic anchor – a safe place and a hub of urban regeneration – contributing to neighborhood quality of life and promoting interpersonal and intergenerational exchange.
2. A sustainable, low-energy school
The school of the future must embody its values in the way it consumes and produces energy, aiming for minimal environmental impact and low-tech solutions that passively meet needs.
The quality of a school building concerns not only teaching, but also durability, sustainability, and the ability to convey cultural values. In a country where schools are on average 55 years old, designing today means building for the long term, choosing natural, local, or recycled materials – an economic, cultural, and environmental investment.
Community hubs
We are sowing this vast emotional desert with catalytic public functions. The idea is to create places for people — places of encounter, where values can be shared and the quiet ritual of urban life can unfold. It also means involving residents in the act of building, because many works of repair and consolidation can be carried out by those who live there, or almost so: the most elementary, and perhaps the most meaningful, form of enterprise.
I am speaking of light, low-impact building sites that do not force people away from these places, but rather call for their active participation in the work itself.
I am speaking of the architetto condotto — a kind of district doctor for buildings, concerned not with healing sick people, but with caring for those that have grown fragile with time.
Renzo Piano
Bruno Messina Raffaella Neri
Il Senatore Piano ha sempre sostenuto, nel corso delle varie esperienze del G124, la necessità del coinvolgimento dei soggetti locali nei processi di rigenerazione urbana. Un dialogo caratterizzato dalla contaminazione di punti di vista, in grado di valorizzare l’ascolto e consentire una continua verifica tra teoria e prassi. Da questo confronto continuo emergono realtà singolari e latenti, da cui parte quella strategia che Renzo Piano definisce rammendo delle periferie. Cosa manca alle periferie? Come si può intervenire in situazioni difficili, talvolta di disagio sociale, talvolta di povertà, o solo di mancanza di luoghi? Quest’ultima è la condizione dove, come architetti, possiamo inserirci e dove, anche con pochi mezzi, le condizioni possono migliorare. Non sono interventi risolutivi, certamente, non è con piccole azioni che si risolvono questioni strutturali. Ma si può iniziare con poco, cercando di fare diventare tanti individui una piccola comunità che, auspicabilmente, cresca nel tempo, si ampli condividendo attività, pensieri, incontri e, necessariamente, luoghi ove svolgerli. Fino a divenire una nuova comunità che condivide cultura e valori, amicizie e amori, avventure e passioni; fino a pensare che la nuova comunità cresca, si autodetermini, faccia nuove scelte e supporti altri gruppi nel trovare interessi comuni. Noi possiamo solo individuare alcune situazioni che mostrano queste potenzialità e affiancarle per costruire insieme un luogo comune, un luogo con delle qualità, perché riteniamo che la qualità dei luoghi aiuti e supporti l’unità e la condivisione: siamo ancora convinti che trovarsi in un bel posto faciliti le relazioni, invogli a viverlo, a fare e a condividere attività e pensieri. Possiamo supportare il lavoro di altri, che mettono impegno e professionalità nell’organizzare attività che interessano persone di diverse età e culture, che progettano corsi e modalità di intrattenimento per giovani in condizioni talvolta difficili: queste sono le realtà che si incontrano in molti quartieri delle nostre periferie, che occupano posti generalmente nati per altri scopi, oppure che sono abbandonati o che, semplicemente, mancano. Questa è la realtà che abbiamo incontrato in una ex scuola del quartiere di Niguarda, a Milano,
Senator Piano has always maintained, throughout the various G124 experiences, the importance of involving local actors in urban regeneration processes. This dialogue – shaped by the crosspollination of different perspectives – places value on listening and allows for a continuous checking of theory against practice. From this ongoing exchange, singular and previously latent realities emerge, forming the starting point for what Renzo Piano calls the mending of the peripheries.
What is missing in the peripheries? How can we intervene in difficult situations, sometimes marked by social hardship, sometimes by poverty, or simply by a lack of places? This last condition is where, as architects, we can step in, and where – even with limited means – things can improve. These are not definitive interventions, of course; structural issues cannot be solved through small actions alone. But one can begin with very little, trying to bring individuals together into a small community which, hopefully, will grow over time, expanding as people start to share activities, ideas, encounters and, inevitably, the places where these can happen. In time, such a community may then grow further, self-organise, make new choices and support other groups in finding shared interests.
Our role is simply to identify situations that show such potential and to stand alongside them, building with them a shared place, a place with qualities. We believe that the quality of spaces supports unity and fosters sharing. We still believe that meeting in a good place makes relationships easier, encourages people to inhabit it, and invites them to share activities and ideas. We can support the work of others – those who put their commitment and skills into organising activities for people of different ages and cultures, who design programmes and initiatives for young people often living in difficult conditions. These are the realities found in many peripheral neighbourhoods, usually occupying places originally built for other purposes, or abandoned, or simply non-existent. This is precisely the situation we encountered in a former school in the Niguarda district of Milan, where several associations already coexist, very active and independent from one another.
Periferie dell’anima
L’idea di periferia non è solo geografica, ci sono periferie anche nel cuore della città. Periferia ha che fare anche con il concetto di distanza affettiva, di distanza sociale, di mancanza di affetto.
Le periferie sono i deserti, grandi deserti affettivi, che non sono per forza deserti geografici.
Renzo Piano
Peripheries of the soul
The idea of the periphery is not only geographic: there are peripheries in the very heart of the city. Periphery also has to do with emotional distance, social distance, and the absence of care. Peripheries are deserts — vast emotional deserts that are not necessarily geographic ones.
Renzo Piano
Daniela Buonanno Nicola Flora
La parola periferia oggi non indica più soltanto un confine geografico, una distanza misurabile da un centro, ma piuttosto ciò che si genera quando lo spazio urbano smette di essere luogo d’incontro e tende a trasformarsi in una somma di solitudini.
In questa prospettiva, tra centro e margine i confini iniziano a diventare labili: sono condizioni spaziali che tendono sempre più a sovrapporsi, a confondersi. All’interno delle città contemporanee emergono così nuove periferie interne: quartieri o porzioni urbane che, pur immerse nel cuore pulsante della città, restano in qualche modo escluse dai circuiti della rappresentanza, del benessere e della partecipazione. Sono spazi in cui l’inclusione apparente convive con fratture profonde, dove la densità urbana si accompagna a forme sottili di povertà relazionale.
Le città, da sempre organismi complessi, sembrano oggi rivelare con maggiore chiarezza la loro natura frammentata. I flussi economici, le trasformazioni tecnologiche e le nuove forme di mobilità ridisegnano continuamente i confini dell’abitare, creando zone di prossimità e, al tempo stesso, di esclusione.
In questo scenario, l’urbanistica e l’architettura si trovano spesso a interrogarsi sul proprio ruolo: non basta più costruire o riqualificare; occorre comprendere come lo spazio possa tornare ad essere strumento di relazione. La qualità urbana, allora, non si esaurisce nei parametri quantitativi – metri quadrati, servizi, infrastrutture – ma nella capacità, più sottile e difficile da definire, di favorire fiducia, partecipazione e cura reciproca.
L’architettura diventa in questo modo un possibile linguaggio civile, un modo per tradurre in forme materiali la possibilità di una convivenza. Non agisce come semplice tecnica costruttiva, né come aggiunta di materia, ma come gesto di riconnessione: apre varchi, mette in relazione, restituisce continuità là dove si era prodotta separazione, cercando di ricomporre il senso di appartenenza che lega le persone ai luoghi. In questo processo, la bellezza assume un significato diverso: non più un lusso estetico o un attributo formale, ma piuttosto l’esito imprevisto di un rapporto riuscito tra le persone e lo spazio.
Today, the word periphery no longer refers only to a geographical edge, a measurable distance from a centre. It also describes what is produced when urban space ceases to be a place of encounter and begins instead to turn into a sum of solitudes. From this perspective, the boundaries between centre and margin begin to blur: they are spatial conditions that increasingly overlap and merge. Within contemporary cities, new internal peripheries thus emerge – neighbourhoods or urban fragments which, though immersed in the beating heart of the city, remain in some way excluded from the circuits of representation, well-being, and participation. These are spaces where apparent inclusion coexists with deep fractures, and where urban density is accompanied by subtle forms of relational poverty. Cities, always complex organisms, now seem to reveal their fragmented nature with greater clarity. Economic flows, technological transformations, and new forms of mobility are constantly redrawing the boundaries of inhabiting, creating zones of proximity and, at the same time, of exclusion. In this scenario, urban planning and architecture are often led to question their own role: it is no longer enough simply to build or regenerate; what matters is understanding how space can once again become a medium of relationships. Urban quality, then, cannot be reduced to quantitative parameters alone – square metres, services, infrastructures –but lies also in the subtler, more elusive capacity to foster trust, participation, and mutual care. Architecture thus becomes a possible civic language, a way of translating the possibility of coexistence into material form. It does not act merely as a construction technique, nor as a simple addition of matter, but as a gesture of reconnection: it opens passages, creates relationships, restores continuity where separation had taken hold, and seeks to recompose the sense of belonging that binds people to places. In this process, beauty takes on a different meaning: no longer an aesthetic luxury or a formal attribute, but rather the unexpected outcome of a successful relationship between people and space.
It is a beauty that can arise from shared use, from acts of care, from unexpected encounters.
M.A.MA. Modulo per
l’Affettività e la Maternità
Rebibbia, Roma
All’interno della città di Roma e delle sue numerose realtà periferiche, il gruppo G124 si è concentrato sul Carcere di Rebibbia, una micro-città isolata dalla città stessa.
Il carcere, localizzato a nord-est di Roma, è un grande complesso delimitato da un muro di circa tre chilometri di lunghezza, che segna una netta cesura rispetto al tessuto edilizio adiacente.
È il muro l’oggetto fisico che identifica il carcere, il segno di divisione tra la società libera e lo spazio della pena. È il muro l’elemento che crea un luogo in cui a dominare è la cultura dell’isolamento, fortemente impattante dall’esterno, duramente percepito all’interno.
Il complesso di Rebibbia è caratterizzato da numerose strutture e realtà: si presenta come una piccola città autonoma articolata in quattro istituti penitenziari completamente indipendenti, tre maschili e uno femminile, dotati di propri edifici di detenzione, uffici, caserme e servizi.
Nel quadrante nord-ovest del complesso è ubicata la Casa Circondariale “Germana Stefanini”, uno dei quattro istituti femminili presenti in tutta Italia.
La scarsità di queste strutture sul territorio fa sì che molte donne debbano scontare la pena detentiva presso Rebibbia, spesso lontane dall’ambiente di provenienza. Data la scarsità delle strutture sul territorio, molte detenute scontano la propria pena lontane dall’ambiente di provenienza, convivendo quotidianamente con una duplice colpevolezza, quella dovuta al reato commesso e quella derivante dalla consapevolezza di non poter svolgere un ruolo portante nel nucleo familiare.
Ai fini del mantenimento dei rapporti tra le detenute e gli affetti al di fuori del carcere, interviene M.A.MA.
Modulo per l’Affettività e la Maternità: un luogo di incontro tra detenute e famiglie che non sia quello anonimo e sorvegliato dei colloqui tradizionali, ma uno spazio che ricrei la dimensione domestica, che ricostituisca momentaneamente il nucleo familiare e che permetta alle detenute di mantenere un ruolo all’interno di esso, favorendone la riabilitazione e la reintegrazione.
Università Sapienza, Università di Roma
Tutor Pisana Posocco
Giovani professionisti
Tommaso Marenaci, Attilio Mazzetto, Martina Passeri
Anno 2019-2020
Within Rome and its many peripheral realities, the G124 group focused on Rebibbia Prison, a micro-city isolated from the city itself.
Located in the north-east of Rome, the prison is a vast complex enclosed by a wall roughly three kilometres long, marking a sharp break from the surrounding urban fabric.
The wall is the physical object that identifies the prison, the line that separates free society from the space of punishment.
It is the wall that creates a place in which a culture of isolation prevails: strongly felt from the outside, harshly experienced within.
Rebibbia is made up of numerous structures and functions; it reads as a small autonomous city articulated into four completely independent penitentiary institutions – three for men and one for women – each with its own detention blocks, offices, barracks, and services.
In the north-west quadrant of the complex stands the Germana Stefanini House of Detention, one of only four women’s prisons in Italy. The scarcity of such facilities across the country means that many women serve their sentences in Rebibbia, often far from their home environment.
As a result, many detainees live daily with a double burden: the guilt linked to the crime committed, and the awareness of being unable to play a central role within their family.
To help maintain relationships between incarcerated women and their loved ones outside the prison, M.A.MA. – Modulo per l’Affettività e la Maternità –offers a meeting place that is not the anonymous, closely monitored setting of traditional visits, but a space capable of recreating a domestic atmosphere, temporarily reconstituting the family unit, and allowing detainees to retain a role within it, thereby supporting rehabilitation and reintegration.
Cimitero delle
Fontanelle
Rione Sanità, Napoli
Fino a vent’anni fa il Rione Sanità era conosciuto solo come luogo da evitare, una sorta di ghetto dimenticato dal resto della città e dai turisti, nonostante la bellezza diffusa e la presenza di tante emergenze architettoniche e di luoghi ipogei straordinari. Un luogo impreziosito da palazzi settecenteschi con le scenografiche scale aperte dell’architetto Ferdinando San Felice, dalle catacombe paleocristiane (San Gennaro, San Gaudioso, San Severo), dalle magnifiche chiese, come la basilica di Santa Maria alla Sanità. E poi, il Cimitero delle Fontanelle, antico ossario realizzato nelle cave di tufo, dove è nato il culto delle cosiddette anime pezzentelle. Si tratta di un rituale ancestrale, diffuso anche in altri luoghi della città partenopea, che consiste nel prendersi cura di un cranio di un’anima abbandonata e anonima, la cosiddetta capuzzella, in cambio di protezione. Un luogo ricco di storia, a ridosso dell’antica
Neapolis, dunque in pieno centro, ma con più di una caratteristica in comune con le periferie. Si tratta infatti di uno dei rioni più complessi della città, escluso dalla vita urbana. Vi è un’alta dispersione scolastica ed in passato era noto solo per la presenza di attività illegali, ma era una visione parziale che non rendeva giustizia alla complessità di questa comunità. Nonostante ciò, da quasi due decenni è iniziata un’azione di riscatto del quartiere grazie all’intraprendenza di un prete visionario, don Antonio Loffredo, capace di aprire una palestra di boxe nella sacrestia della basilica, con tanto di istruttori delle Fiamme Oro.
Con l’azione del parroco illuminato e della Fondazione di comunità San Gennaro Onlus, da lui creata nel 2014, e al brulicare di numerose ed attive cooperative sociali e associazioni, si sta riscrivendo una storia nuova, sperimentando un modello di rigenerazione.
Il Modello Sanità si basa sulla riapertura di spazi abbandonati. Questi riprendono vita con nuove attività che generano nuove occasioni di lavoro, di formazione e di inclusione sociale. Alcuni di questi siti, come le Catacombe di San Gennaro, ora attraggono cittadini e flussi turistici, rompendo l’isolamento del rione-enclave e generando nuova economia. Sono nate due orchestre per i giovani talenti della musica, laboratori di riciclo, tanti progetti educativi e in un’ex chiesa ha aperto il suo laboratorio il giovane e stimato scultore Jago.
Università degli Studi di Napoli
Federico II
Tutor Daniela Buonanno, Nicola Flora
Giovani professionisti Marino
Amodio, Giuseppe De Pascale, Orazio Nicodemo, Davide Savoia
Anno 2022-2026
Until twenty years ago, the Rione Sanità was known only as a place to avoid – a kind of ghetto forgotten by the rest of the city and by tourists – despite its diffuse beauty and the presence of remarkable architectural landmarks and extraordinary underground sites. It is a place enriched by eighteenth-century palazzi with the scenographic open staircases of Ferdinando Sanfelice, by early Christian catacombs such as San Gennaro, San Gaudioso, and San Severo, and by magnificent churches such as the Basilica of Santa Maria alla Sanità. Then there is the Fontanelle Cemetery, an ancient ossuary carved into the tuff quarries, where the cult of the so-called anime pezzentelle first took shape: an ancestral ritual, also found elsewhere in Naples, in which one tends the skull of an anonymous abandoned soul – the capuzzella – in exchange for protection. It is a place rich in history, close to ancient Neapolis and therefore right in the heart of the city, yet marked by more than one characteristic commonly associated with the peripheries. The Rione Sanità is in fact one of Naples’s most complex districts, long excluded from the life of the city. School dropout rates are high, and for many years the area was known only for illegal activities – a partial and reductive image that failed to do justice to the complexity of this community. Even so, for nearly two decades a process of renewal has been underway, thanks to the initiative of a visionary priest, Don Antonio Loffredo, who even opened a boxing gym in the sacristy of the basilica, complete with instructors from the Fiamme Oro. Through the work of this enlightened parish priest and of the Community of San Gennaro Onlus Foundation, which he founded in 2014, together with the energy of numerous active social cooperatives and associations, a new story has begun to be written, testing a model of regeneration. The Sanità model is based on the reopening of abandoned spaces. Once brought back to life through new activities, these places generate work, training, and social inclusion. Some of them, such as the Catacombs of San Gennaro, now attract both residents and visitors, breaking the isolation of the enclave-like district and creating a new local economy. Two youth orchestras have been formed, recycling workshops have emerged, many educational projects are underway, and in a former church the young and acclaimed sculptor Jago has opened his studio.
Masterplan
Non bisogna distruggere, ma trasformare, e non è vero che la periferia è brutta e ignorante. In periferia c’è anche cultura. Come scrive Italo Calvino nella postfazione delle Città Invisibili: “Ci sono frammenti di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono”.
Anche alcuni scorci, certi cortili, le proporzioni dei caseggiati di periferia sono belli. Si tratta di un’armonia nascosta che va cercata e scoperta.
Renzo Piano
Masterplan
We must not destroy but transform, and it is not true that the periphery is ugly and ignorant. There is culture in the periphery too.
As Italo Calvino writes in the afterword to Invisible Cities: “There are fragments of happy cities that continually take shape and then disappear.”
Even certain views, certain courtyards, the proportions of peripheral housing blocks are beautiful. It is a hidden harmony that has to be sought out and discovered.
Renzo Piano
Raul Pantaleo
La partecipazione, a nostro avviso, costituisce uno dei fondamenti del rammendo urbano, configurandosi come metodo capace di superare la distanza tra competenze tecniche e cittadinanza, dove l’abbandono dei modelli decisionali top-down a favore di pratiche bottom-up introduce un cambio di paradigma che restituisce al progetto urbano la sua natura collettiva, basata sulla costruzione condivisa di visioni e priorità e sull’elaborazione di forme di cooperazione che riconoscono il valore dei saperi locali.
In questo quadro, architettura e urbanistica assumono un ruolo centrale nella promozione di democrazia partecipativa e nella configurazione di processi decisionali inclusivi dove il progettista è chiamato a operare come mediatore capace di integrare istanze eterogenee, traducendo bisogni e aspirazioni in soluzioni coerenti. Tale ruolo richiede competenze avanzate: ascolto critico, lettura dei segnali deboli e capacità di costruire dispositivi metodologici sensibili ai contesti sociali e ambientali.
Nell’esperienza del G124 la partecipazione non rappresenta un elemento accessorio, ma un metodo strutturato e replicabile. Attraverso strumenti semplici – mappe, post-it, osservazioni in situ e laboratori – è stato così possibile far emergere bisogni latenti, narrazioni locali e forme di appartenenza che difficilmente sarebbero emerse nei processi convenzionali. Il rammendo urbano assume così una dimensione sociale oltre che spaziale, ponendo l’accento sulla necessità di rigenerare relazioni, significati e pratiche di uso condiviso. Il caso di Marghera costituisce un esempio significativo: le iniziative Immagina… Inquadra… Fotografa! e Boulevard della Partecipazione hanno consentito di costruire una mappatura condivisa del territorio, integrata da una ricognizione delle buone pratiche locali. È emersa così una rete associativa diversificata, attiva nei campi culturale, sociale e ambientale, capace di orientare in modo significativo le scelte progettuali e di contribuire alla definizione di strategie condivise per la rigenerazione urbana.
L’esperienza del G124 mostra come i processi partecipativi possano sostenere la progettazione
Participation, in our view, is one of the foundations of urban mending. It operates as a method capable of overcoming the distance between technical expertise and citizenship. The shift from top-down decision-making models to bottom-up practices introduces a change of paradigm that restores to the urban project its collective nature, grounded in the shared construction of visions and priorities and in forms of cooperation that recognise the value of local knowledge.
Within this framework, architecture and urban planning take on a central role in fostering participatory democracy and shaping inclusive decision-making processes, in which the designer is called to act as a mediator, capable of integrating heterogeneous demands and translating needs and aspirations into coherent solutions. Such a role requires advanced skills: critical listening, the ability to detect weak signals, and the capacity to build methodological tools that are sensitive to social and environmental contexts.
In the experience of G124, participation is not an accessory element, but a structured and replicable method. Through simple tools – maps, post-its, in situ observations, and workshops – it has been possible to bring to light latent needs, local narratives, and forms of belonging that would hardly have emerged through conventional processes. Urban mending thus takes on a social as well as spatial dimension, placing emphasis on the need to regenerate relationships, meanings, and shared practices of use.
The case of Marghera is exemplary in this regard: the initiatives Immagina… Inquadra… Fotografa! and Boulevard della Partecipazione made it possible to construct a shared mapping of the territory, complemented by a survey of local best practices.
A diverse associative network emerged – active in the cultural, social, and environmental fields –capable of significantly shaping design decisions and contributing to the definition of shared regeneration strategies.
The G124 experience shows how participatory processes can support design along three main directions: generating collective creativity, defining
Ma anche piccole cose
Questo nostro lavoro è fatto di fecondi sconfinamenti, che costituiscono la ragione per cui riusciamo a fare bei progetti, piccole cose — facilmente replicabili perché impiegano budget limitati — ma soprattutto ricche di valori. Progetti microscopici, piccolissimi, ma che contengano i germi di qualcosa che appartiene all’umanità, al nostro umanesimo. L’idea è molto semplice: queste piccole cose che facciamo sono come gocce, però se queste gocce sono giuste, e se sono tante, si fa un mare.
Renzo Piano
And small things too
Our work is made of fertile crossings, and that is why we are able to produce beautiful projects: small things, easily replicable because they rely on limited budgets, yet above all rich in value. Microscopic projects, tiny things, yet carrying the seeds of something that belongs to humanity, to our humanism. The idea is very simple: these small things we make are like drops — but if the drops are the right ones, and if there are many of them, they become a sea.
Renzo Piano
Ottavio di Blasi Marco Ermentini
Il 2015 è stato l’anno dell’Expo, l’appuntamento di Milano con il mondo. Una vetrina luccicante, un grande motore per il turismo, gli affari e un vero crocevia: molto di quanto si vede oggi, dopo dieci anni, ha a che fare con quella stagione. Ma, nonostante questo evento sfavillante, il rovescio della medaglia è il grande problema nella parte più fragile della città: la periferia. In particolare il Giambellino, un quartiere simbolo cantato da Giorgio Gaber ne “La ballata del Cerutti”, presentava gravi difficoltà di degrado, sicurezza e disagio socio-economico. L’unico dei quartieri di edilizia popolare pubblica a non aver avuto manutenzioni da più di settant’anni alimentava le ipotesi di essere completamente abbattuto. Insomma, una vera Cenerentola tra le periferie della città che meritava di essere interessata da piccoli interventi di rammendo. È una pratica proposta dal G124 che significa riscoprire preziosi saperi dimenticati: adattare, rattoppare, riusare, mantenere. Tutte operazioni attente a non sprecare e a utilizzare con parsimonia e timidezza senza ricorrere a comode semplificazioni, senza produrre rifiuti. Rammendare vuole dire sperare, e la speranza abita il nostro futuro. Se siamo in grado di rammendare qualcosa, saremo in grado di riparare anche i rapporti umani. È una necessità terapeutica per ricucire, allo stesso modo la ricucitura delle parti della città significa connettere le parti separate, non solo quelle fisiche, ma anche eliminare le separazioni che danneggiano. Non dimentichiamoci che per gli antichi greci oltre che al tessere propriamente gli abiti, significava anche la tessitura del destino delle nostre vite.
Conviene abbandonare le grandi trasformazioni globali per micro-utopie sulla prossimità, più interessate alla trasformazione di un quartiere piuttosto che l’intera città, ridando dignità a ciò che è stato emarginato e ritenuto trascurabile.
Con una selezione pubblica abbiamo scelto quattro architetti, con esperienza in Italia e all’estero, che potessero assumere per un anno il ruolo di architetto condotto. Questa figura viene da lontano: Renzo Piano a Otranto ne ha concepito la nascita e ne ha sperimentato gli effetti.
2015 was the year of Expo, Milan’s rendezvous with the world. A glittering showcase, a powerful engine for tourism and business, and a true crossroads: much of what we see in the city today, ten years on, is tied to that season.
Yet, despite this dazzling event, the flip side of the coin was the serious problems affecting the city’s most fragile areas: its periphery. In particular, Giambellino – an emblematic neighbourhood celebrated by Giorgio Gaber in “La ballata del Cerutti” – was facing severe issues of decay, safety, and socio-economic hardship. The only public social housing district not to have undergone maintenance in over seventy years had fuelled plans for its complete demolition. In short, a real Cinderella among the city’s peripheral areas, which deserved to be the focus of small mending interventions.
This is a practice proposed by the G124 group, and it means rediscovering precious, forgotten forms of know-how: adapting, patching, reusing, maintaining. These are all operations that avoid waste, using resources sparingly and carefully, without resorting to easy simplifications and without producing refuse.
To mend is to hope, and hope inhabits our future. If we are able to mend something, we will also be able to repair human relationships. It is a therapeutic necessity: mending the city likewise means reconnecting its fragmented parts – not only the physical ones, but also removing the separations that cause harm. Let us not forget that for the ancient Greeks, beyond the literal weaving of garments, it also meant weaving the destiny of our lives.
It is better to set aside grand global transformations in favour of micro-utopias of proximity, more concerned with transforming a neighbourhood than an entire city, restoring dignity to what has been marginalised and deemed negligible. Through a public selection process, we chose four architects, with experience in Italy and abroad, who could, for one year, take on the role of architetto condotto (district architect). This figure has distant roots: Renzo Piano conceived and tested it in Otranto in 1979. It is a kind of country doctor