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Paolo Bonvini, Maddalena Ferretti, Gianluigi Mondaini - RESILIENT HERITAGE

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INDICE DEI CONTENUTI

INTRODUZIONE

Per una Archeologia Re-Attiva Gianluigi Mondaini

ROMA, VIA DEI FORI IMPERIALI. MUTATIS MUTANDIS //9. //15. //23. //27. //36. //58. //66. //69.

TRACCE

Il Patrimonio come energia di trasformazione e materia viva Gianluigi Mondaini

Architetture in contesti sensibili, tra conservazione e invenzione

Maddalena Ferretti

In equilibrio instabile tra casualità e intenzionalità Paolo Bonvini

VISIONI

LE AREE ARCHEOLOGICHE DI ANCONA COME LABORATORIO A CIELO APERTO

Ancona stratificata: il progetto come strumento di dialogo tra archeologia e città contemporanea Gianluigi Mondaini, Paolo Bonvini

Sospese tra archeologia e contemporaneità. Le nuove coperture per l'area mercantile dei Mercati Traianei Gianluigi Mondaini

Un'idea di valorizzazione per la città che non si vede Maria Raffaella Ciuccarelli

Paraclausithyron. L'immagine della trascendenza opere di Angelo Iodice, testi di Enrico Galvagni e Laura Parente

PROGETTI PER TRE BUFFER ZONE UNESCO. ROMA, TIVOLI, ATENE

UNESCO a partire dal caso di Villa Adriana Francesco Chiacchiera //78. //86. //96. //98. //100. //102. //105. //106. //116. //119.

Archeologia come infrastruttura urbana. Progetti per l'area centrale dei Fori Imperiali Gianluigi Mondaini

LABORATORIO DI TESI DI LAUREA

Integrazione tra città e patrimonio: un'esperienza progettuale

Francesco Leoni

VILLAE, TIVOLI E VILLA ADRIANA. CREATIVE HUBS

Abitare il patrimonio. Il progetto per i luoghi della memoria Gianluigi Mondaini

Visione territoriale e nuove connessioni. Un ruolo creativo per Villa Adriana

Jörg Schröder

Un progetto incrementale e sensibile

Maddalena Ferretti

Il sistema delle forre

Paolo Bonvini

L'impianto compositivo e il suo rapporto con la morfologia Francesco Leoni

LABORATORIO DI TESI DI LAUREA

Interdipendenze. La Villa, l'archeologia, le architetture, il fiume, il patrimonio, la comunità

Maddelena Ferretti

Architettura e Archeologia. La trans-scalarità del progetto Francesco Leoni

Visions for VILLAE. Una riflessione sui centri visitatori

RINGRAZIAMENTI //124. //130. //132. //137. //140. //146. //152. //155. //175.

Green Carpet: una rete di clusters per la trasformazione

della Buffer Zone di Villa Adriana

Benedetta Di Leo

ATENE. AUGMENTED BUFFER ZONE

Per una buffer zone dinamica. Stratificazione delle opportunità

Gianluigi Mondaini, Maddalena Ferretti

Arcipelago Acropoli. Una nuova rete di senso per le architetture, l'archeologia e la città di Atene

Maddalena Ferretti, Benedetta Di Leo, Beatrice Pilota

Accessibilità, soglie, usi: interazioni archeologia-città come occasioni di progetto contemporaneo

Gianluigi Mondaini, Francesco Chiacchiera

Riprogettare forme compiute sui resti dell'Acropoli di Atene, tra valori della storia ed eventi della città contemporanea Paolo Bonvini, Giovanni Rocco Cellini, Leonardo Moretti

LABORATORIO DI TESI DI LAUREA

Nuove topografie per nuove architetture. Restituire i margini della complessa geografia dell'acropoli

Maddelena Ferretti

Designing the threshold. Riflessioni sul progetto della soglia nelle Buffer Zone UNESCO, a partire dal caso di Atene

Francesco Chiacchiera

TRANSLATIONS

A CASE STUDY INDEX

//8. //14. //22. //26. //34. //74. //76. //94. //128.

Stazione Archeologica - Metro C Spa Porta Metronia

ABDR Architetti Associati

Parco Archeologico di El Molinete, Cartagena Amann Canovas Maruri

Fort Vechten Waterline Museum, Utrecht West 8, Rapp+Rapp, Jonathan Penne, Bunqer Q, K2, Parklaan, Anne Holtrop

Musealizzazione del sito archeologico di Praça Nova nel castello di São Jorge, Lisbona João Luís Carrilho da Graça Arquitectos, Global Arquitectura Paisagista

Padiglione Artemision, Siracusa Vincenzo Latina

Sistemazione delle aree circostanti il tempio di Diana, Merida

José María Sánchez García

Valorizzazione e riattivazione della Illa de la Pietat, Vic Toni Girones Estudi d'Arquitectura

Centro visitatori e musealizzazione del Teatro Romano, Malaga

Tejedor Linares & asociados

Pearling Path, Bahrain

AAVV - Bahrain Authority for Culture & Antiquities

Conservation Department

L'intervento infrastrutturale della Linea C della Metropolitana di Roma si configura come una straordinaria sezione stratigrafica operata sul corpo vivo della città, un'operazione che trascende la mera logistica per divenire terreno di confronto dialettico tra modernità tecnica e profondità storica.

In questo quadro, il progetto della stazione

Amba Aradam-Ipponio, oggi

Porta Metronia, si configura come un caso studio emblematico di come il progetto di suolo possa trasformarsi in un dispositivo di risignificazione urbana, facendo evolvere un nodo infrastrutturale nella prima vera archeostazione.

L'emersione di una vasta caserma di epoca adrianea (II secolo d.C.), estesa per oltre 1.700 metri quadrati, è stata assunta non come vincolo, ma come occasione per ridefinire il rapporto tra architettura e preesistenza.

La strategia progettuale dello studio ABDR, in sinergia con la Soprintendenza, supera la logica della "musealizzazione inerte", attraverso un approccio che potremmo definire di archeologia "re-attiva", fondato sulla tecnica della "delocalizzazione e ricollocazione": un processo rigoroso in cui i reperti, temporaneamente rimossi per la realizzazione del volume infrastrutturale della stazione, sono successivamente reintegrati nella loro giacitura e orientamento originari, restituendo l'antico come parte costitutiva della nuova spazialità ipogea.

Sul piano compositivo, la stazione si articola come una sofisticata "scatola scenica in cui spazio museale e funzione metropolitana convivono in una prossemica controllata: separati fisicamente ma connessi visivamente, i flussi di transito e i percorsi di visita condividono un ambiente unitario, attraversato dalla luce naturale zenitale. L'attraversamento sotterraneo si trasforma così in un'esperienza immersiva nella stratificazione storica, dove il patrimonio diviene materia viva del progetto contemporaneo.

Piazza

Museo_Passerella espositiva

Accesso alla metropolitana

Museo_Archeologie della caserma di epoca adriana

Piano Mezzanino di servizio e accesso alla metropolitana Metropolitana

Roma 2015-in corso

Consorzio Metro C

PORTA METRONIA

ABDR Architetti Associati

+0,00 m, Piazza con ingressi al museo e alla metropolitana

-6,00 m,

Passerella espositiva per la visualizzazione dei reperti archeologici

-6,72 m, Spazio espositivo della stazione archeologica

Piano di accesso alla metropolitana

-9,60 m, -18,85 m, -25,30 m, Banchina di accesso ai convogli

Piano distributivo

Progettazione architettonica - definitivo di variante e progetto esecutivo. Importo lavori: € 6.200.000; Superficie: 12.000 mq; società di progetto: Metro C S.c.p.A., direttore tecnico: Ing. Fabrizio Paolo Di Paola, collaborazione alla progettazione: A.B.D.R. Architetti Associati s.r.l., prof.arch. Paolo Desideri

INTRODUZIONE. PER UNA ARCHEOLOGIA RE-ATTIVA

Nel contesto urbano europeo, le aree archeologiche, come sempre con alcune eccezioni, continuano a essere trattate prevalentemente come corpi separati, frammenti musealizzati, resi inerti da pratiche conservative che – animate da necessari ma spesso freddi intenti di tutela – ne compromettono ogni possibile ruolo attivo nella lettura della città contemporanea come processo in divenire. Recintate, decontestualizzate, spesso inaccessibili, esse assumono la forma di “isole”: entità frammentate e segmentate in unità minime, separate dal tessuto urbano che le contiene e disattivate del loro potenziale narrativo, spaziale e culturale. La ricchezza del patrimonio nel nostro paese rende tutti culturalmente ebbri e soddisfatti e poco inclini ad una lettura critica che proietti l'antico in una dimensione innovativa di valorizzazione del bene. “La retorica della Grande Bellezza” scrive Walter Tocci in un bell'articolo recente “illustra una cartolina rassicurante che spegne il carattere perturbante delle rovine, impedisce di comunicare al largo pubblico i travagli delle interpretazioni scientifiche, elude la rielaborazione della memoria come una psicoanalisi urbana che renderebbe la città più consapevole dell'avvenire”.

Contro questa tendenza alla cristallizzazione, il presente volume propone un cambio di paradigma: riconsiderare le aree archeologiche non come luoghi statici, ma come sistemi attivi, capaci di generare nuove relazioni urbane. In questa prospettiva, il patrimonio non è un'eredità da esibire in vetrina, ma una materia viva, parte integrante di una cultura non solo urbana e architettonica che si è costruita nel tempo e che continua a rinnovarsi per sovrapposizioni, sedimentazioni, ibridazioni. La cultura – intesa in questa accezione evolutiva – non è un archivio solo da custodire, ma un processo in divenire, alimentato dalle molteplici storie che hanno costruito il nostro presente. Proprio perché viva, essa si sviluppa per integrazione di innovazioni, non per semplici ripetizioni o sommatorie, ed è per questo costitutivamente proiettata nel futuro.

È da questa visione che nasce il titolo del libro: Resilient Heritage realizzato dal mio gruppo di ricerca “Hab for Heritage and Habitat” del Dipartimento di Eccellenza DICEA di Ingegneria Civile Edile Architettura che all'interno dell'Università Politecnica delle Marche si occupa da molti anni attraverso corsi di progettazione, convenzioni di ricerca con gli enti preposti alla tutela del patrimonio e occasioni di convegni e consultazioni nazionali e internazionali dove abbiamo contribuito portando riflessioni e punti di vista. Il cuore della nostra ricerca è la convinzione che il termine "resilienza" non alluda soltanto alla capacità di resistere al cambiamento, ma soprattutto alla facoltà di trasformarsi senza traumi, di rigenerarsi mantenendo continuità con il proprio passato assorbendolo, integrandolo aumentandone senso e ruolo e come si diceva sopra, proiettandolo in avanti nel tempo a venire. Da sempre, per la cultura della tutela immobile nel nostro paese, con le parole di Paolo Desideri, “Il centro storico diventa categoria a sé, dentro lo spazio urbano, per la sua stessa definizione come luogo separato, diverso, a sé stante, perimetrabile, comunque altro dall'insieme unico e indivisibile della città. Il centro storico è così per lo più ridotto a simulacro, a mausoleo territoriale, a pietrificata e immodificanda icona di un passato finalmente consumabile e mercificabile» (Desideri, 1990). Le città stratificate, ne siamo convinti e questo libro ne propone una testimonianza, con il loro ricco patrimonio costruito, non possono essere congelate in funzione esclusivamente rievocativa. Al contrario, la loro valorizzazione deve avvenire attraverso un processo attivo, selettivo e critico, capace di ascoltare, interpretare e trasformare per moltiplicarne significati e possibilità configurative nel rapporto con il presente.

Questo libro mette al centro della sua proposta culturale e disciplinare per la tutela e l'attenzione al patrimonio proprio la parola “responsabilità”, in quanto l'esistente, il già costruito, la nostra storia, sono il nostro principale dato di lavoro con il quale il progetto deve confrontarsi. Abbiamo a disposizione

TRACCE

Il Parco Archeologico di El Molinete è un progetto di rigenerazione urbana e musealizzazione archeologico che lo studio Amann.Cánovas.Maruri porta avanti da molti anni, insieme ad un team multidisciplinare composto da esperti di strutture, archeologia e restauro. Pur essendo stato realizzato in tempi differenti, il progetto risulta coerente nel suo insieme. Il processo di rigenerazione delle pendici della collina di El Molinete è tuttora in corso nelle aree circostanti agli scavi archeologici. L'intervento principale ha riguardato la struttura di copertura della vasta area di resti romani – circa 2000 mq – che, grazie a pochi punti di appoggio a terra e a una peculiare e innovativa struttura a triangoli, enfatizza l'andamento morfologico della collina, consentendo al contempo la protezione dell'archeologia e la creazione di un nuovo landmark urbano.

La copertura ha rappresentato l'occasione per collocare l'accesso al percorso museale che, attraverso una passerella sospesa, attraversa i resti rinnovati del Santuario di Iside e, passando per un percorso all'aperto, conduce al Museo Archeologico – situato nel piano interrato di un nuovo edificio destinato a uffici e servizi, che ospita anche il Centro di Salute della città storica – nel quale la configurazione astratta delle volumetrie della Curia romana costituisce il fulcro della visita.

L'ultima fase del progetto consiste in un padiglione di servizio e uscita, che funge da mediatore tra l'“area sacra” e il tessuto urbano circostante.

//1 //2 //3 //4 //5 //6 //luogo //anno //cliente //contractor //premi

Ingresso principale all'area archeologica romana

Copertura del Parco Archeologico di El Molinete (fase 1 / 2008-2011)

Musealizzazione del Santuario di Iside (fase 2 / 2016)

Area di scavo archeologico

Museo Archeologico di El Molinete (fase 3 / 2008-2020)

Padiglione di uscita del parco archeologico (fase 4 / 2019-2020)

Cartagena, Spain 2008-2020 (tutte le fasi)

Cartagena Puerto de Culturas

TMR Premio COAM, 2013 PARCO ARCHEOLOGICO EL MOLINETE MUSEALIZZAZIONE, VALORIZZAZIONE E COPERTURE

Amann-Cánovas-Maruri

Fase 1 – Coperture del Parco Archeologico. Progetto: ott '08 – lug '09 / Costruzione: set '10 – nov '11 / Sup: 2036 mq / Budget: € 977.719,00; Fase 2 – Musealizzazione del Santuario di Iside – 2016; Fase 3 – Museo Archeologico di El Molinete. preliminare: '08-'09 / esecutivo: '17-'18 / Costruzione: '18-'20 / Sup: 1056 mq / Budget: € 831.722,00; Fase 4 –Padiglione di uscita del Parco Archeologico – Progetto: '19 / Costruzione: '20 / Sup: 609 mq / Budget: € 160.414,22. collaboratori: I. Martines Peris, J. M. Noguera Celdran, M.J. Madrid Balanza

IL PATRIMONIO COME ENERGIA DI TRASFORMAZIONE E MATERIA VIVA

«Ogni epoca, per trovare identità e forza, ha inventato una idea diversa di "classico". Così il "classico" riguarda sempre non solo il passato ma il presente e una visione del futuro. Per dar forma al mondo di domani è necessario ripensare le nostre molteplici radici».

S. Settis

Le città sembrano oggi perdere consapevolezza reale della propria profondità storica. Il passato, ad esclusione di quello più monumentale o più recente e comunque ancora attivo nei suoi usi riconosciuti, è spesso relegato ad un passivo ruolo turistico sostanzialmente bloccato e chiuso in vetrina. Questo testo e il libro che lo contiene vogliono proporre di ribaltare il concetto di patrimonio – in particolare quello archeologico – come una risorsa essenziale per orientare il progetto contemporaneo. Patrimonio non come fenomeno da cristallizzare né come simulacro da venerare, ma come energia di trasformazione e terreno attivo di confronto con la città futura, luogo di sovrapposizioni e discontinuità che va interpretato criticamente, abitato con intelligenza e trasformato e riattivato con cura. La recente inaugurazione di Piazza Augusto Imperatore a Roma, a sedici anni dal notevole progetto del gruppo guidato da Francesco Cellini e dopo un complesso e molto italico iter approvativo e realizzativo, ci fornisce finalmente un positivo esempio di come l'antico possa essere energia trasformativa e dispositivo coagulante e riattivatore delle stratificazioni urbane della complessa storia urbana italiana. L'architettura contemporanea, il disegno dello spazio pubblico propone una forma spaziale, un sistema di piani inclinati, rampe e sistemi connettivi che evidenziano la genealogia urbana della città, narrandone la complessità attraverso il dispositivo spaziale del piano inclinato che lega tutti i suoi diversi livelli, da quello della Roma imperiale con l'imponente mausoleo di Augusto, al barocco monumentale della grande chiesa dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso, a quello della Roma moderna e autoreferenziale con le quinte retoriche del Morpurgo fino alla bianca revisione razionalista di Richard Meier e la sua Ara Pacis.

Il progetto di architettura, come abbiamo visto con la piazza romana, si configura come uno strumento ermeneutico e operativo. Non si limita a “intervenire su”, ma si propone di “dialogare con” ciò che esiste, assumendo la responsabilità di mettere in tensione i dati del contesto di intervento, interpretando i tempi differenti, i suoi materiali eterogenei e plurali. In questa prospettiva, la nozione di resilienza si emancipa dalla sua matrice tecnico-adattativa per diventare categoria culturale, capace di leggere il patrimonio costruito come struttura aperta, suscettibile di trasformazioni consapevoli, senza rinunciare alla propria identità e storia. In tal senso, il patrimonio non è semplicemente ciò che è esistito, ma ciò che resiste – e soprattutto ciò che insiste nel presente come possibilità di valorizzazione attraverso il progetto. Recuperare una prospettiva storica significa allora non guardare passivamente al passato, ma radicare il futuro in una memoria attiva, rileggendo e riscrivendo il già costruito utilizzandolo come materia viva del progetto contemporaneo. “La rielaborazione contemporanea rende più intenso il rapporto tra architettura e archeologia, esaltando la libertà di entrambe le discipline. L'architettura evita soluzioni imperative o estemporanee e trova la sua libertà nello statuto di scienza della misura tra spazio e vita”. (W. Tocci)

Il concetto di resilienza. Nel vocabolario contemporaneo dell'architettura e della città, la parola resilienza ha superato la sua accezione originaria – legata alla capacità di un materiale di assorbire uno shock senza spezzarsi – per divenire paradigma critico della trasformazione urbana. Una città resiliente, così come un “passato” resiliente, non è ciò che semplicemente resiste, ma ciò che si reinventa, ciò che sopravvive mutando, ciò che continua a produrre senso anche dopo l'interruzione, la discontinuità che nuovi tempi, regole e usi hanno inevitabilmente imposto al nostro patrimonio costruito. Nella riflessione sul patrimonio archeologico, questa nozione si carica di ulteriori significati. I resti del passato non sono oggetti da

avviata con il programma ITI Waterfront di Ancona, promossa dal Comune e dalla Regione Marche con il supporto del Segretariato Regionale del MiC. In tale quadro, la rigenerazione dei luoghi archeologici non viene interpretata come semplice operazione conservativa, ma come leva per ripensare un sistema di spazi pubblici articolati, capaci di attivare nuove relazioni tra memoria e uso, tra permanenza e progetto, di cui a seguito di vari interventi tra cui una nuova piazza a ridosso degli scavi e della cosiddetta “Casa del Capitano” si sta – lentamente – delineando in nuce parte di questo articolato sistema. Si propone, in questo senso, una visione del patrimonio come infrastruttura culturale e sociale, in grado di sostenere processi di riscrittura urbana e di alimentare nuove forme di attrattività culturale e turistica.

L'intervento si fonda su un principio di minima invasività, perseguito attraverso una progettazione di dettaglio che si relaziona criticamente alle condizioni materiali e spaziali del sito. La scelta di adottare un sistema di coperture puntuali, articolate in tre corpi principali, si basa sull'impossibilità fisica e culturale di realizzare un'unica grande struttura: l'area archeologica si presenta infatti come un insieme eterogeneo, delimitato da presenze edilizie eteroclite, con accessi ridotti e un suolo archeologico altamente sensibile. Tale complessità ha richiesto un'accurata lettura del contesto, sviluppata in stretta collaborazione con gli archeologi, al fine di individuare le aree idonee per la realizzazione delle fondazioni e degli appoggi verticali.

L'idea guida del progetto è quella di un'architettura generata dall'archeologia stessa, nella quale le coperture si articolano come una risposta diretta alla disposizione e conformazione dei reperti. Le strutture di sostegno sono costituite da elementi metallici ramificati, assimilabili a “alberi strutturali”, i cui fusti e diramazioni, disposti in modo irregolare, intercettano nei punti più idonei una griglia di travi superiori anch'essa irregolare. Questa apparente casualità è in realtà il risultato di una precisa logica compositiva che risponde all'ubicazione puntuale degli appoggi, condizionati dalla natura stessa del sito. Le strutture così concepite non solo minimizzano l'impatto a terra, ma restituiscono una qualità spaziale dinamica, capace di evocare un paesaggio artificiale sospeso, in equilibrio tra leggerezza e radicamento.

• Riconfigurazione, sia filologica che evocativa, della zona della cella e del pronao del Tempio di Venere e Roma, i quali hanno perso la loro identità e comprensione.

• Progettazione di un nuovo ingresso per l'Anfiteatro Flavio, capace di interpretare le nuove esigenze di un complesso museale moderno e di fruizione di massa che si trova a soddisfare le necessità di un afflusso di visitatori assolutamente sovradimensionato sia in termini di servizi che di flussi e ottenendo, al contempo, la diminuzione della pressione dell'affluenza nell'antistante piazza.

Completamento del piano dell'arena, che, anche attraverso l'implementazione di gradinate accessibili al pubblico permetta il recupero dell'originaria destinazione per spettacoli del complesso. Questo completamento permette, contestualmente, la ridefinizione del carattere ipogeo dei sottostanti sotterranei che possano permettere una destinazione museale degli spazi fornendo una nuova esperienza e distribuendo i visitatori in ambienti più ampi. Le due proposte affrontano in modo integrato le sfide del rapporto tra città contemporanea e patrimonio archeologico, proponendo una visione sistemica che coniuga conservazione, valorizzazione e fruizione pubblica. Un approccio che mira a trasformare l'area dei Fori Imperiali in un laboratorio vivo di dialogo tra passato e presente.

Didascalie in questa pagina / Riqualificazione di via dei Fori Imperiali: studio e progetto per Via Alessandrina e Area Museale: Planimetria generale pag. 90-91 / viste dell'area della nuova area museale e del sistema di affacci sui Fori pag. 92-93 / Progetto di riqualificazione di via dei Fori Imperiali: Valorizzazione dell'asse Tempio di Venere e Roma, planimetria degli interventi e viste esterne e interne dell'intervento museale ipogeo

è il caso del centro per il sito archeologico di Medinat Al Zahara dei Nieto-Sobejano, in cui il principio compositivo è quello di un continuo e complesso gioco di rimandi alle spazialità e ai rapporti volumetrici del Sito. Di grande rilevanza, al nostro fine, è anche l'analisi del processo concorsuale per il centro visitatori del sito dell'Alhambra a Granada, vinto da Alvaro Siza e Juan Domingo Santos, e con progetti di grande spessore ad opera di Aires Mateus con Antonio Tejedor Cabrera, Joao Luis Carrilho da Graça e Guillermo Vazquez Consuegra. Le prescrizioni del concorso indicavano ai partecipanti di progettare una vera e propria “infrastruttura paesaggistica” in una zona cuscinetto appena al di fuori della cinta dell'Alhambra. Qui, e per tutti i progetti premiati e segnalati, la soglia tra la città storica e il complesso monumentale viene affrontata attraverso un sapiente disegno del suolo, che consente di accompagnare il visitatore lungo un percorso ascensionale sino al sito protetto, e al tempo stesso permette una corretta integrazione di tutte le infrastrutture necessarie alla accessibilità ad un sito con importanti flussi di visita. Accanto alle funzioni di accoglienza, i visitor centers ospitano frequentemente spazi dedicati alla ricerca scientifica, alla formazione e alla gestione amministrativa, assolvendo così a un ruolo polifunzionale che estende la loro rilevanza ben oltre la sola fruizione turistica. In definitiva, l'architettura dei visitor centers nei siti UNESCO si configura come un dispositivo culturale e territoriale, la cui funzione principale è quella di predisporre le condizioni per un accesso consapevole e mediato al patrimonio, restituendo al progetto di architettura il compito di interpretare, più che rappresentare, l'identità del luogo.

Il caso di Villa Adriana: una “domus agricola” come hub turistico-produttivo nella valle dell'Aniene. Il progetto per il centro visitatori di Villa Adriana si inserisce all'interno di una più ampia strategia di rigenerazione territoriale, finalizzata a reinterpretare il delicato rapporto tra il sito archeologico e il suo contesto paesaggistico e ambientale con una proposta che mira a trasformare il carattere prescrittivo della tutela in un dispositivo di attivazione culturale, economica ed ecologica, capace di generare nuove forme di valore per il territorio tiburtino.

L'intervento, collocato in una posizione di soglia tra la Buffer Zone e la cosiddetta “core zone”, si configura come nodo strategico per la distribuzione e la regolazione dei

flussi turistici, in previsione di un sensibile incremento della capacità attrattiva della Villa , e viene concepito, in analogia al processo costitutivo della Villa stessa, attraverso un processo di sottrazione di materiale tufaceo, successivamente riutilizzato per la realizzazione dei terrazzamenti. L'architettura assume così un carattere semi-ipogeo, in grado di ridurre l'impatto visivo e di evocare, attraverso le cavità e le aperture zenitali, l'atmosfera delle cave che storicamente hanno fornito i materiali da costruzione per la Villa stessa e per numerosi monumenti della Roma antica.

L'interno del centro visitatori si articola attorno a uno spazio principale che, oltre a svolgere la funzione di meeting point e di distribuzione dei flussi, può essere allestito come sala espositiva per mostre temporanee e attività culturali. Il sistema di accesso si struttura mediante un percorso ipogeo all'interno della collina tufacea, dal quale il visitatore emerge gradualmente alla luce prima di intraprendere l'avvicinamento pedonale verso la Villa, attraverso le sostruzioni monumentali del Pecile o, alternativamente, tramite navette elettriche che consentono l'arrivo diretto nella zona del Vestibolo, a ridosso del Canopo e delle Grandi Terme. Accanto alla funzione strettamente connessa alla fruizione archeologica, il progetto integra un sistema produttivo agricolo diffuso all'interno della filiera dell'olio di oliva. La costituzione di un parco agricolodidattico di olivi consente di recuperare la vocazione agricola storica del territorio, attivando al contempo nuove forme di filiera corta, didattica ambientale e produzione alimentare di qualità, capaci di coinvolgere attivamente la comunità locale e di generare ricadute economiche e culturali sul lungo periodo. In questa prospettiva, il centro visitatori non viene concepito solamente come infrastruttura di servizio, ma come dispositivo territoriale complesso, in grado di mediare tra tutela patrimoniale, valorizzazione paesaggistica e sviluppo socio-economico, costituendo così occasione progettuale per una rilettura dinamica delle relazioni fra archeologia, agricoltura e paesaggio, ricucendo i legami ambientali tra fiume Aniene e sito archeologico.

FOR A RE-ACTIVE ARCHAEOLOGY. INTRODUCTION

Within the European urban context, archaeological areas – albeit with some exceptions – continue to be treated predominantly as separate entities, musealized fragments rendered inert by conservation practices which, though guided by necessary yet often sterile protective intentions, compromise their potential role as active agents in the understanding of the contemporary city as an evolving process. Fenced off, decontextualized, and frequently inaccessible, they assume the form of “islands”: fragmented entities, broken into minimal units, detached from the urban fabric that contains them and stripped of their narrative, spatial, and cultural potential.

The richness of heritage in our country has made us all culturally intoxicated and self-satisfied, less inclined toward a critical interpretation capable of projecting antiquity into an innovative dimension of cultural enhancement. As Walter Tocci wrote in a recent essay, “The rhetoric of the Great Beauty illustrates a reassuring postcard that extinguishes the disturbing power of ruins, preventing the communication of the struggles of scientific interpretation to the wider public, and eluding the re-elaboration of memory as a form of urban psychoanalysis that could make the city more aware of its own future.”

Against this tendency toward crystallization, the present volume proposes a paradigm shift: to reconsider archaeological areas not as static places but as active systems capable of generating new urban relationships. From this perspective, heritage is not a legacy to be displayed in a showcase, but a living material, an integral part of a cultural process – not only architectural or urban – that has been constructed over time and continues to evolve through superimpositions, sedimentations, and hybridizations.

Culture – understood in this evolutionary sense – is not an archive to be merely safeguarded but a dynamic process nourished by the multiple histories that have shaped our present. Precisely because it is alive, culture evolves through the integration of innovation rather than by simple repetition

or accumulation; it is therefore inherently projected toward the future.

It is from this vision that the title of this book arises: Resilient Heritage, produced by my research group Hab for Heritage and Habitat within the Department of Excellence DICEA – Department of Civil, Building and Architectural Engineering – at the Polytechnic University of the Marche. For many years, our group has been engaged through design studios, research agreements with institutions responsible for heritage protection, and opportunities for national and international conferences and consultations, contributing reflections and critical perspectives.

The core of our research lies in the conviction that the term “resilience” refers not only to the capacity to resist change, but above all to the ability to transform without trauma – to regenerate while maintaining continuity with one's past, by absorbing, integrating, and amplifying its meaning and role, thus projecting it forward in time.

As Paolo Desideri once observed, “The historic centre becomes a category in itself within the urban space, by virtue of its very definition as a separate, distinct, selfcontained place, perimetrable, and thus ultimately other than the single and indivisible whole of the city. The historic centre is thus mostly reduced to a simulacrum, a territorial mausoleum, a petrified and immutable icon of a past finally consumable and commodified” (Desideri, 1990). We are convinced – and this book seeks to demonstrate – that stratified cities, with their rich built heritage, cannot be frozen in a purely commemorative function. On the contrary, their enhancement must occur through an active, selective, and critical process capable of listening, interpreting, and transforming, in order to multiply meanings and configurative possibilities in relation to the present.

This book places at the core of its cultural and disciplinary proposal for heritage care and protection the concept of “responsibility” – since the existing, the already-built, our shared history, constitute the primary material with which architectural design must engage. We have at our disposal only one true material with which to construct our future: the

existing fabric itself. It must be addressed with responsibility, acknowledging its meaning and value for the contemporary city.

Heritage, therefore, is conceived here as an active material, to be systemically reconnected – with awareness and care – to the ordinary urban environment that surrounds it. It is an ensemble that contains the past and must be interrogated as a repository of memory: the project must learn to listen, interpret, and transform it, in order to propose a new and augmented reality, a renewed dynamic dimension of heritage.

In his compelling book City and Memory, Ferlenga poses a question that remains crucial: “Does it still make sense to think that architecture today can express a specific cultural identity, one that continues to rely on a renewed study of the city and a critical re-examination of its own history?” The author's answer – which we fully embrace – is unequivocally affirmative. The design experiments collected in this volume, in their plurality of approaches and contexts, should be interpreted precisely in this direction.

“To propose, for architecture, a new idea of quality that can be shared and verified through its effects – that is, through its ability to improve the places in which we live.” In this light, the book offers a broad spectrum of design experiences grounded in the conviction that the concept of heritage has undergone a profound expansion of meaning: no longer confined to the extraordinary – in this case, to archaeological sites, which remain the central focus of the theoretical and design contributions – but extended also to their surrounding areas, the so-called Buffer Zones, and to that ordinary urban condition which cannot be excluded from processes of valorization and care, precisely because it belongs to the same anthropic and cultural continuum. It is precisely these interstitial territories, hybrid and unfinished because they constitute the thresholds between protected and “frozen” areas, that become, in the projects presented here, spaces of critical activation – rewriting the relationships between archaeology and the city, between permanence and flux, between constraint and new use.

The structure of the volume coherently reflects this theoretical and operative framework. The book is organized into three main sections:

1. a first part devoted to theoretical reflections within the disciplinary research

field concerning the relationship between archaeology and contemporaneity;

2. a second part dedicated to design experimentations developed around the central archaeological area of the city of Ancona, undertaken on multiple occasions within our teaching activities;

3. and a third, more substantial section, devoted to competition entries developed by our school for the initiatives promoted by the Accademia Adrianea, focused on the relationship between archaeological areas and UNESCO Buffer Zones conceived as protective frameworks for those sites –including the stratified system of the Imperial Fora within the central archaeological area of Rome, Villa Adriana in Tivoli, and finally, the Acropolis of Athens with its urban interfaces.

Within each chapter, a series of design investigations are presented, developed through degree theses that constitute genuine project-based experiments. These explore – at both the urban and architectural scale – the transformative potential of these complex and richly stratified portions of territory. Each thesis acts as an extension and verification, at the architectural scale, of specific portions of the overall project, autonomously yet coherently articulating the themes that emerged throughout the collective elaboration of the competition process: thresholds, accesses, paths, interfaces, new lightweight infrastructures, and spaces of historical narration and urban sociability.

The work dedicated to the central archaeological area of Ancona originated from a virtuous collaboration with the Archaeological Superintendency – later continued with the Superintendency for Architectural and Landscape Heritage of the Marche Region – and was conceived as a thesis laboratory aimed at investigating design solutions capable of recognizing and reactivating the multiple archaeological areas of the city, which remain suspended in a condition of silent oblivion and far removed from collective memory.

The laboratory, coordinated by myself and Professor Bonvini, envisaged design hypotheses that would interrupt the physical and perceptive separation between ruins and city, proposing strategies of crossing, open threshold devices, and stratigraphic reinterpretations of archaeology capable of restoring continuity and density to the urban system in its full complexity. These

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Paolo Bonvini, Maddalena Ferretti, Gianluigi Mondaini - RESILIENT HERITAGE by LetteraVentidue Edizioni - Issuu