CONFINI BORDERS
a cura di / editor NICOLETTA TRASI e RUBÉN PÉREZ BELMONTE
04 Editoriale / Editorial CONFINI BORDERS Nicoletta Trasi
Tema monografico / Monographic theme
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FRONTIERE IN CRISI GLOBALE. RIPENSARE LE ARCHITETTURE DI CONFINE TRA SECURIZZAZIONE, VIOLENZA SPAZIALE E COESISTENZA PLANETARIA BORDERS IN GLOBAL CRISIS. REIMAGINING BORDER ARCHITECTURES BETWEEN SECURITIZATION, SPATIAL VIOLENCE, AND PLANETARY COEXISTENCE
Rubén Pérez Belmonte 20
TEMPO DI GUERRA. LE NUVOLE TOSSICHE NELL’ATMOSFERA DEL SUD LIBANO THE WEATHER OF WAR. THE TOXIC CLOUDS IN THE ATMOSPHERE OF SOUTH LEBANON
Ahmad Baydoun 30
IL PAESAGGIO ARMONIOSO DI CONFINE DELL’AFGHANISTAN AFGHANISTAN’S HARMONIOUS BORDER LANDSCAPE
Mélanie Sadozaï
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(DIS)COPRIRE IL MEDITERRANEO CENTRALE. MARE TECTUM E LA COLONIALITÀ DELLE INFRASTRUTTURE DI SORVEGLIANZA DELLE FRONTIERE (DIS)COVERING THE CENTRAL MEDITERRANEAN. MARE TECTUM AND THE COLONIALITY OF BORDER SURVEILLANCE INFRASTRUCTURES
Andreas Stoiber e Juan Mejía López
RUBRICHE / COLUMNS 68
FENOMENOLOGIA DELLA BORDER ZONE. IL CONFINE ORIENTALE EUROPEO TRA GUERRA E RICOSTRUZIONE PHENOMENOLOGY OF THE BORDER ZONE. EUROPE’S EASTERN BORDER BETWEEN WAR AND RECONSTRUCTION TERRITORI DIGITALI / DIGITAL
Giusi Ciotoli 74
ARCHITETTURA COME PRATICA FORENSE. SPAZI, TRACCE E RIEVOCAZIONI SCIENTIFICHE IN AREE DI CONFLITTO ARCHITECTURE AS A FORENSIC PRACTICE. SPACES, TRACES AND SCIENTIFIC RE-ENACTMENTS IN CONFLICT AREAS INTERSEZIONI LINGUISTICHE / LANGUAGES’ INTERSECTIONS
Giuseppe Canestrino 82
DECOLONIZZARE IL LIMITE. ARCHETIPI, IDENTITÀ MIGRANTE E ARCHITETTURA ETICA AI MARGINI DESERTICI DI ANAPRA IN MESSICO DECOLONISING THE LIMIT. ARCHETYPES, MIGRANT IDENTITY AND ETHICAL ARCHITECTURE AT THE DESERTIC MARGINS OF ANAPRA, MEXICO SOGLIE URBANE / URBAN THRESHOLDS
Anna Riciputo 88
IL RUOLO DEGLI ARTISTI CONTEMPORANEI NEI BORDERSCAPES THE ROLE OF CONTEMPORARY ARTISTS IN BORDERSCAPES CATASTROFI / DISASTER OTHERWERE
Nicoletta Trasi
CONFINI BORDERS
di / by NICOLETTA TRASI NICOLETTA TRASI
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uesto volume di Metamorfosi vuole riflettere sulle diverse sfaccettature emerse dal dibattito contemporaneo su tema dei Borders. Pertanto raccoglie testi di architetti, ma anche di antropologi, e di specialisti e studiosi di conflitti. Il confine non è mai una linea neutra. È una cicatrice sulla terra, un tratto di penna su una mappa che separa, definisce e, troppo spesso, esclude. Eppure, nel mondo contemporaneo, la concezione di border sta vivendo una profonda metamorfosi, passando da invalicabile barriera fisica a spazio complesso, un vero e proprio “borderscape” dove si scontrano e si incontrano mondi diversi. Da una parte, assistiamo a un inasprimento delle frontiere realizzate per fermare le migrazioni o per proteggere interessi economici nazionali. Dall’altra, il confine rappresenta un territorio d’elezione per la cooperazione, un luogo di scambio culturale e sociale che sfida la chiusura. Oggi, gli studi sui Confini ci insegnano a guardare al border non solo come un oggetto geografico, ma come un processo dinamico: dal border (confine) al bordering (il processo di confine). Questo significa che il confine non esiste solo sulla linea di frontiera, ma si manifesta nei porti, negli aeroporti, nelle leggi e nelle tecnologie di sorveglianza. La riflessione artistica contemporanea (Border Art) gioca un ruolo cruciale nell’evidenziare queste dinamiche, trasformando il limite in una forma di sperimentazione culturale. Allo stesso tempo, la storiografia ci ricorda
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his volume of Metamorphosis aims to reflect on the different facets that have emerged from the contemporary debate on the topic of Borders. Therefore it collects texts by architects, but also by anthropologists, and conflict specialists. The border is never a neutral line. It is a scar on the earth, a pen stroke on a map that separates, defines and, too often, excludes. Yet, in the contemporary world, the concept of border is experiencing a profound metamorphosis, going from an insurmountable physical barrier to a complex space, a true “borderscape” where different worlds collide and meet. On the one hand, we are witnessing a tightening of borders created to stop migration or to protect national economic interests. On the other hand, the border represents a territory of choice for cooperation, a place of cultural and social exchange that defies closure. Today, border studies teach us to look at the border not only as a geographical object, but as a dynamic process: from border to bordering. This means that the border does not only exist on the border line, but manifests itself in ports, airports, laws and surveillance technologies. Contemporary artistic reflection (Border Art) plays a crucial role in highlighting these dynamics, transforming the limit into a form of cultural experimentation. At the same time, historiography reminds us that borders have always been human constructions, changing and the result of political negotiations. BORDERS
che le frontiere sono sempre state costruzioni umane, mutevoli e frutto di negoziazioni politiche. Non possiamo permettere che il confine diventi solo un luogo di morte o di discriminazione forzata. La sfida del nostro tempo è di trasformare queste cicatrici in varchi. Il vero border non deve essere un muro, ma un luogo di passaggio, di dialogo e di comune umanità.
CONFINI
We cannot allow the border to become just a place of death or forced discrimination. The challenge of our time is to transform these scars into openings. The true border must not be a wall, but a place of passage, dialogue and common humanity.
NICOLETTA TRASI
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CONFINI
FRONTIERE IN CRISI GLOBALE. BORDERS IN GLOBAL CRISIS.
FRONTIERE IN CRISI GLOBALE. RIPENSARE LE ARCHITETTURE DI CONFINE TRA SECURIZZAZIONE, VIOLENZA SPAZIALE E COESISTENZA PLANETARIA
BORDERS IN GLOBAL CRISIS. REIMAGINING BORDER ARCHITECTURES BETWEEN SECURITIZATION, SPATIAL VIOLENCE, AND PLANETARY COEXISTENCE di / by RUBÉN PÉREZ BELMONTE* RUBÉN PÉREZ BELMONTE
Introduzione. Il confine come problema planetario
Introduction. The Border as a Planetary Problem
lla Biennale di Architettura di Venezia del 2021, Hashim Sarkis pose una domanda che funzionava che funzionava più come un avvertimento civile che come un atto curatoriale: How will we live together1? La questione non era soltanto sociale o politica; era, soprattutto, spaziale. In un contesto segnato dal cambiamento climatico, dalle migrazioni di massa, dalla disuguaglianza globale e dalla crescente militarizzazione dei territori, Sarkis proponeva di intendere l’architettura non come produzione formale di oggetti, ma come capacità di immaginare nuovi contratti spaziali per la coesistenza. Oggi questa domanda assume una dimensione ancora più urgente. Come vivremo insieme su un pianeta simultaneamente sottoposto al collasso ambientale, alla securizzazione delle frontiere e alla frammentazione geopolitica2? Quale ruolo svolgono le frontiere all’interno di una crisi globale che non può più essere compresa in termini nazionali? Le frontiere sono infrastrutture di protezione o infrastrutture di esclusione? Costituiscono limiti necessari per l’organizzazione politica del mondo o meccanismi che aggravano le stesse crisi che pretendono di contenere?
the 2021 Venice Architecture Biennale, Hashim Sarkis posed a question that functioned less as a curatorial motto than as a civilizational warning: How will we live together?1 The issue was not merely social or political; it was, above all, spatial. In a context marked by climate change, mass migration, global inequality, and the increasing militarization of territories, Sarkis proposed understanding architecture not as the formal production of objects, but as the capacity to imagine new spatial contracts for coexistence. Today, that question has become even more urgent. How are we to live together on a planet simultaneously subjected to environmental collapse, border securitization, and geopolitical fragmentation?2 What role do borders play within a global crisis that can no longer be understood in national terms? Are borders infrastructures of protection or infrastructures of exclusion? Do they constitute necessary limits for the political organization of the world, or mechanisms that intensify the very crises they claim to contain?
A
* Architetto spagnolo, PhD presso la Sapienza Università di Roma, con tesi di dottorato sul tema dei borders. Spanish architect, PhD from Sapienza Università di Roma, with a doctoral thesis on the theme of borders. 8
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BORDERS IN GLOBAL CRISIS
1. Migranti intrappolati in una recinzione di frontiera. Fonte: immagine dell’autore. 1. Trapped Migrants in a border fence. Source: image by author.
FRONTIERE IN CRISI GLOBALE
RUBÉN PÉREZ BELMONTE
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1. Sequenze di fotogrammi estratti da registrazioni civili verificate che documentano le diverse fasi della dispersione del fosforo bianco nel Libano meridionale (2023-2024). Le immagini mostrano la formazione di un aerosol bianco ad alta densità che, in differenti momenti della giornata, tende a sovrapporsi e a confondersi visivamente con gli strati nuvolosi dell’atmosfera circostante. Fonte: whitephosphorus.info/ plumes. 1. Sequential frames from verified civilian recordings showing phases of white phosphorus deployment over South Lebanon (2023–2024). The sequences capture the formation of a dense white aerosol that merges visually with surrounding cloud layers at different times of the day. Source: whitephosphorus.info/ plumes.
Questo metodo riduce sensibilmente il rischio di falsi positivi ed evita confusioni con pennacchi visivamente simili prodotti da altri sistemi d’arma. Nel presente studio, la validazione degli episodi di utilizzo di fosforo bianco si basa esclusivamente su evidenze visive, senza fare ricorso a fonti giornalistiche né a testimonianze dirette raccolte sul campo. Il quadro classificatorio che deriva da tali distinzioni costituisce il fondamento della sezione Plumes dell’archivio digitale. Questa sezione raccoglie registrazioni verificate di eventi atmosferici documentati nel Libano meridionale, un contesto in cui la maggior 22
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clearly visible. The aim of the catalogue is to make the atmosphere measurable, establishing a typology of airborne forms that can be compared visually and temporally. Verified examples are organized according to munition, texture, color, persistence, altitude, and drift behavior, allowing each new incident to be positioned within a defined morphological spectrum. Each entry in the catalogue functions as both evidence and reference. Together, these entries form a comparative dataset through which recurrent plume geometries can be crossexamined against other verified events. THE WEATHER OF WAR
parte dei pennacchi risulta chiaramente osservabile. L’obiettivo del catalogo è rendere l’atmosfera oggetto di misurazione, attraverso la definizione di una tipologia di forme aerotrasportate comparabili sia sul piano visivo sia su quello temporale. Gli esempi validati sono organizzati secondo criteri multipli – tipologia di munizionamento, tessitura, cromia, persistenza, quota e comportamento di deriva – consentendo di collocare ogni nuovo evento all’interno di uno spettro morfologico previamente definito. Ciascuna voce del catalogo opera simultaneamente come evidenza empirica e come dispositivo di riferimento. Nel loro insieme, tali voci costituiscono un dataset comparativo che permette di mettere in relazione geometrie ricorrenti dei pennacchi con altri eventi verificati, rendendo possibile un’analisi trasversale delle loro configurazioni spaziali. Il catalogo visualizza inoltre la soglia sottile e instabile tra meteorologia e guerra, in particolare nei casi in cui armamenti incendiari – quali il fosforo bianco e le munizioni fumogene all’esacloroetano (HC) – producono cortine di fumo che, nel giro di pochi minuti, assumono caratteristiche visive assimilabili a nubi basse o a nebbie dense. In questo contesto, diventa cruciale operare una distinzione tra l’aria come fenomeno meteorologico e l’aria come materia chimicamente trasformata dai processi di combustione. Uno degli obiettivi principali della ricerca è la costruzione di una comprensione spaziale condivisa delle trasformazioni atmosferiche nel Libano meridionale, un territorio in cui l’aria è divenuta simultaneamente supporto della vita quotidiana e spazio di intervento militare. Attraverso procedure di classificazione rigorose e pratiche di verifica visiva sistematica, questo lavoro intende contribuire a restituire leggibilità a un medium ripetutamente reso opaco, offrendo ai residenti e a coloro che fanno ritorno uno strumento interpretativo per leggere il cielo che abitano, e concorrendo alla costruzione di un archivio scientifico e architettonico aperto dedicato al tempo atmosferico tossico. In parallelo al catalogo digitale, questa ricerca si avvale delle conoscenze sviluppate TEMPO DI GUERRA
The catalogue also visualizes the thin boundary between meteorology and warfare, especially as incendiary weapons such as white phosphorus and hexachloroethane (HC) smoke munitions produce smoke screens that, within minutes, resemble low clouds or dense fog. Thereby, it becomes very important to distinguish between air that belongs to weather and air that has been chemically transformed by combustion. One of the main aims is to build a shared spatial understanding of atmospheric change in South Lebanon, where air has become a site of both daily life and military intervention. Through precise classification and visual verification, this work tries to contribute some clarity to a medium that has been repeatedly obscured, to give residents and people returning a way to read the sky they inhabit, and to contribute to an open scientific and architectural record of toxic weather.
2. Fotogrammi in sequenza tratti da una registrazione verificata che mostrano l’impiego di munizioni al fosforo bianco su Kfar Kila, nel Libano meridionale, il 14 gennaio 2024. Source: https://x.com/kann_news/ status/1746507718662242687. 2. Sequential stills from a verified recording showing the deployment of white phosphorus munitions over Kfar Kila, South Lebanon, on 14 January 2024. Source: https://x.com/kann_news/ status/1746507718662242687.
AHMAD BAYDOUN
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la differenza fondamentale tra un paesaggio di confine armonioso e un paesaggio di confine pacifico7. Utilizzare lo spazio di confine Le attività ricreative che coinvolgono direttamente il confine costituiscono una delle espressioni più evidenti delle modalità attraverso cui le comunità di confine interagiscono con il proprio ambiente immediato. In Tagikistan, bambini e adolescenti utilizzano frequentemente strutture ricreative situate direttamente di fronte all’Afghanistan, come uno stadio di calcio a Ishkashim [Fig. 2] o un’area giochi a Roshan, già menzionata nell’introduzione. Persone di ogni età – uomini, donne, adolescenti e bambini – arrivano persino a pescare e a nuotare in un tratto del confine fluviale [Fig. 3]. Tali scene evocano analogie con altri confini fluviali, come quello del Danubio, che analogamente non suscita una percezione di minaccia. Pratiche simili sono osservabili anche sul lato afghano del fiume: sia prima sia dopo il ritorno al potere dei Talebani, ho regolarmente assistito a gruppi di ragazzi che nuotavano nel fiume, mentre ragazze li osservavano dalla riva. Queste attività informali, che contribuiscono a definire il paesaggio del confine, sono accompagnate da costruzioni umane che ne attenuano il carattere eccezionale. I cimiteri, ad esempio, sono collocati lungo il corso del fiume o leggermente sopraelevati sui rilievi montuosi circostanti [Fig. 4]. Tali luoghi di sepoltura trasformano le aree di confine in spazi della memoria e della commemorazione. I cimiteri lungo il fiume Pyanj non rappresentano eccezioni, ma costituiscono elementi ricorrenti del territorio, analogamente alla costruzione di nuovi edifici residenziali direttamente affacciati sul confine [Fig. 5]. Come avviene almeno dal X secolo d.C. (Rhoné, 2022)8, numerosi villaggi sorgono lungo queste rive fluviali per ragioni eminentemente pratiche, quali l’accesso a terreni fertili [Fig. 6]. Tale organizzazione spaziale evidenzia come i modelli insediativi siano determinati più dal fiume quale risorsa vitale che dalla presenza di un confine internazionale potenzialmente pericoloso. 32
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northeastern border exemplifies such a harmonious context. Within this framework, I analyze two distinct dimensions of the border landscape. The first is a dynamic aspect, illustrated by the ways in which borderland inhabitants interact with and utilize the border space. The second is a static element, characterized by the borderlanders’ normalization of the border itself. I conclude by highlighting the crucial difference between a harmonious and a peaceful border landscape.7 Using the Border Space Leisure activities that engage directly with the border represent one of the most salient expressions of how borderland communities interact with their immediate environment. In Tajikistan, children and adolescents frequently utilize recreational facilities situated directly opposite Afghanistan, such as a soccer stadium in Ishkashim [Fig. 2] or a playground in Roshan, as mentioned in the introduction. Individuals of all ages, men, women, teenagers, and children, even fish and swim into a segment of the border [Fig. 3]. These scenes evoke parallels with other river borders, like the Danube, which similarly does not elicit a sense of threat. Such practices are also observable on the Afghan side of the river. Both prior to and following the resurgence of Taliban control, I have regularly witnessed boys swimming in the river and girls observing them on the shore. These casual activities marking the landscape of the border are accompanied by human constructions which trivialize the space. Cemeteries, for instance, are situated either along the river or slightly elevated in the surrounding mountains [Fig. 4]. These burial sites transform the borderlands into spaces of memory and commemoration. Cemeteries along the Pyanj River are not anomalies but rather common features of the region, much like the construction of new residential buildings directly facing the border [Fig. 5]. As has been the case since at least the tenth century CE (Rhoné, 2022),8 many villages are located along these riverbanks due to practical considerations such as access to fertile land [Fig. 6]. This spatial organization AFGHANISTAN’S HARMONIOUS BORDER LANDSCAPE
2. Stadio di calcio nella città di Ishkashim, Tagikistan, con vista sulle montagne dell’Afghanistan (sullo sfondo). Fonte: Fotografia dell’autore, 2025. 2. Football stadium in Ishkashim town, Tajikistan, facing Afghanistan’s mountains (background). Source: Photograph by author, 2025
3. Attività di nuoto in un ramo del fiume Pyanj a Niwodak, Tagikistan, in prossimità delle recinzioni di confine con l’Afghanistan (sullo sfondo). Fonte: Fotografia dell’autore, 2025. 3. Swimming in a branch of the Pyanj River in Niwodak, Tajikistan, near the Afghanistan border fences (background). Source: Photograph by author, 2025
4. Cimitero a Niwodak, Tagikistan, con vista sulle montagne dell’Afghanistan. Fonte: Fotografia dell’autore, 2025. 4. Cemetery in Niwodak, Tajikistan, facing mountains in Afghanistan. Source: Photograph by author, 2025
5. Abitazioni a Vanj, Tagikistan, affacciate sul confine con l’Afghanistan (lato sinistro). Fonte: Fotografia dell’autore, 2019. 5. Houses in Vanj, Tajikistan, facing the border with Afghanistan (left side). Source: Photography by author, 2019.
6. Terreni agricoli a Roshan, Tagikistan, con vista sulle montagne dell’Afghanistan. Fonte: Fotografia dell’autore, 2021. 6. Agricultural land in Roshan, Tajikistan, facing mountains in Afghanistan. Source: Photography by author, 2021. IL PAESAGGIO ARMONIOSO DI CONFINE DELL’AFGHANISTAN
MÉLANIE SADOZAÏ
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7-8-9. Il Padiglione lettone Landscape of Defense progettato dallo studio Nomad Architects in occasione della Biennale di Architettura di Venezia 2025. Foto dell’autrice. The Latvian Pavilion Landscape of Defense designed by Nomad Architects for the 2025 Venice Architecture Biennale. Author’s photo.
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the relationship with the Sea of Azov. For the promoters of Mariupol Reborn, these conditions will serve to attract new residents in addition to those who, it is hoped, will return once the city is recaptured. In the far north of Europe’s eastern border, however, we are witnessing a different phenomenon: the militarization
of the territory in view of a possible future attack by Russia and/or Belarus. The construction of the Baltic defense line, which stretches along the borders of Estonia, Latvia, and Lithuania, has led to a substantial transformation of the area. In fact, starting in January 2024, the defense ministers of the three Baltic states approved the project for the construction of a fortified front, the components of which entered the planning phase as early as the second half of 2024.6 At the same time, the locations of the defensive positions were determined. The conceptual layout of this border zone can be summarized as follows: a first fortified fence is followed by an antitank trench and a vast area of permanent dragon’s teeth and barbed wire, while a second line to be “activated” in the event of conflict comprises an open field to be mined, behind which lies a large area to be rapidly transformed into additional minefields and storage sites for military equipment. In this sense, the Latvian Pavilion Landscape of Defense, designed by Nomad Architects for the latest Venice Biennale, explored what it means to live in times of geopolitical conflict near NATO’s eastern border.7 It is a concrete reflection, the result of a real analysis of what is already happening because, as noted in the exhibition texts, nearly 15% of Latvian territory is currently considered a border zone. GIUSI CIOTOLI
10. Dettaglio della mappa esposta nel Padiglione lettone. Detail of the map on display in the Latvian Pavilion. Courtesy: Nomad Architects.
delle infrastrutture. Le visioni avanzate, pertanto, sono dettate dalla necessità di immaginare un nuovo modo di vivere la città, con strutture abitative inserite in spazi collettivi riqualificati, più sostenibili e attenti al rapporto con il Mar d’Azov. Per i promotori del Mariupol Reborn, queste condizioni serviranno ad attrarre nuovi residenti oltre a quelli che, si auspica, torneranno una volta riconquistata la città. Nell’estremo nord del confine orientale europeo assistiamo invece a un diverso fenomeno: la militarizzazione del paesaggio in previsione di un futuro, possibile attacco dalla Russia e/o dalla Bielorussia. La costruzione della linea di difesa baltica, articolata lungo i confini di Estonia, Lettonia, Lituania, ha comportato un’alterazione sostanziale di tale area. A partire da gennaio 2024, infatti, i Ministri della difesa dei tre Stati Baltici, hanno approvato il progetto di realizzazione di un fronte fortificato, i cui elementi costituitivi sono entrati nella fase di programmazione già nella seconda metà del 20246. Contestualmente, è stata decisa l’ubicazione delle postazioni difensive. Il diagramma concettuale di questa border zone è così schematizzabile: a una prima recinzione fortificata segue un fossato anti-tank e una vasta area di denti di drago e filo spinato permanenti, mentre una seconda linea da “armare” in caso di conflitto, prevede un campo libero da minare, alla cui spalle è ubicata un’ampia superficie da trasformare, in tempi brevi, in ulteriori campi minati e siti di stoccaggio per le attrezzature militari. In tal senso, il Padiglione lettone Landscape of Defense progettato dallo studio Nomad Architects in occasione dell’ultima Biennale di Venezia, si è interrogato su cosa significhi vivere in tempi di conflitto geopolitico nei pressi del confine orientale della Nato7. Si tratta di una riflessione concreta, frutto di una disamina reale di quanto già in atto perché, come riportato nei testi della mostra, quasi il 15% del territorio lettone è ad oggi considerato come una border zone. DIGITAL
Note
Notes
1. N. Bobbio, Lezioni sulla guerra e sulla pace, Editori Laterza, Bari 2024, p. 11. 2. Ivi, pp. 11-12. 3. F. Gros, Perché la guerra?, Nottetempo, Milano 2023, p. 9. 4. F. Bellat, From a Reconstruction to Another: Ukraine Urban Fears and Hopes, in G. Ciotoli (edited by), War is (not) Over. Destruction and Reconstruction in the Urban Theaters of War, Campisano, Roma 2025, p. 83. 5. Cfr. https://www.remariupol.com/en/fast-recoveryplan. 6. Cfr. https://www.kaitseinvesteeringud.ee/en/balticdefence-line/. 7. Cfr. https://nomadarchitects.lv/#/landscape-ofdefence/.
1. N. Bobbio, Lezioni sulla guerra e sulla pace, Editori Laterza, Bari 2024, p. 11. 2. Ivi, pp. 11–12. 3. F. Gros, Perché la guerra?, Nottetempo, Milan 2023, p. 9. 4. F. Bellat, From a Reconstruction to Another: Ukraine Urban Fears and Hopes, in G. Ciotoli (edited by), War is (not) Over. Destruction and Reconstruction in the Urban Theaters of War, Campisano, Rome 2025, p. 83. 5. Cfr. https://www.remariupol.com/en/fast-recoveryplan. 6. Cfr. https://www.kaitseinvesteeringud.ee/en/balticdefence-line/. 7. Cfr. https://nomadarchitects.lv/#/landscape-ofdefence/. TERRITORI DIGITALI
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2. Anapra, Ciudad Juárez, Messico. Vista area. © CC Anapra, Ciudad Juárez, Mexico. Aereal view. © CC 3-6. Anapra, Ciudad Juárez, Messico. Abitazioni ed esercizi commerciali. Fonte: Google Maps. Anapra, Ciudad Juárez, Mexico. Dwellings and commercial activities. Source: Google Maps.
come matrice ambientale e metaforica: la scarsità d’acqua, l’assenza di vegetazione e il calore estremo impongono forme di abitabilità precarie in cui l’ingegno costruttivo diviene dispositivo di sopravvivenza. Contro l’isotropia della sabbia e del muro, l’autocostruzione architettonica esprime l’autoaffermazione individuale principalmente attraverso l’uso di colori vividi sulle facciate, consapevoli della resistenza semantica dell’architettura tradizionale delle haciendas. Anapra induce una crisi dell’idealismo – inteso come separazione gerarchica tra pensiero (composizione) e azione (esecuzione) – della concezione stessa del progetto e, di conseguenza, dei suoi metodi e strumenti. L’architettura minima e sufficiente è prodotta all’interno di un campo di tensione tra due logiche del limite coincidenti a due archetipi del fondare: la prima, quella del muro, verticale e totalizzante che riduce il paesaggio a retorica della continuità; la seconda, quella dei recinti, orizzontale e contingente che restituisce una geografia di resistenza e di necessità. Nata come “deviazione”, Anapra oggi è una realtà urbana che non prevede di essere smantellata, ponendo alle comunità amministrativa, professionale 84
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and contingent, which restores a geography of resistance and necessity. Born as a “deviation”, Anapra today constitutes an urban reality that no longer anticipates its own dismantlement, posing to the administrative, professional, and academic communities a set of questions aimed at redefining the practices of preservation and regeneration of the built environment—through care and the recognition of the individual beyond the conditions of illegality, border-dwelling, and non-citizenship. The American architect and academic Christopher Calott (UCLA) has been among the leading proponents, since the late 1990s, of a research and redesign campaign concerning Anapra and other colonias,9 to which the 7th Concurso Internacional Arquine (2004), entitled FRONTERA/BORDER, was dedicated. The competition called for the design of a pedestrian crossing capable of transforming the margin into a threshold.10 The winning project, OFFICE 15 Border Garden by OFFICE Kersten Geers David Van Severen, was described as “evocative in combining the archetypes of the fence and the pavilion, arranged within the hypostyle order of a palm garden […] where nature and artifice
are placed in confrontation, without interference or homogenisation”.11 The theme of the enclosed garden inscribes itself within the symbolic tradition of the hortus conclusus and the Persian garden — from the Iranian pairidaeza, the etymological root of “paradise” — where geometry manifests ordering and political power, while vegetation, as resilient as the desert date palm, alludes to the promise of happiness. In this project, the archetype of the hypostyle becomes a metaphor for the antinomic condition of the migrant: a space in which order is at once a regulating principle of measurable form and a labyrinthine device through which one must move without a predetermined path in order to overcome the wall-limit—immeasurable in both its physical and semantic nature. Between the two, the enclosure contains alterity: a middle ground that, belonging to no one, becomes everyone’s through the suspension of belonging and identity. On the Mexican side, architect Gastón Fourzán, from the Instituto de Arquitectura, Diseño y Arte of Ciudad Juárez, collaborated with Carlos González Lobo—a pioneer in socially oriented housing design—on the development of a prototype for popular housing to be integrated into the paracaidista settlements. Entitled Tierra Nueva, the project is intended for approximately 25,000 families, enabling them to self-build their own units within a network of primary infrastructures provided by the local administration. The Mexican project stands as both analogous and antithetical to Alejandro Aravena’s Quinta Monroy: whereas the Chilean architect establishes a generative framework to be completed through selfconstruction, here the new intervention grafts itself parasitically onto the existing fabric, subverting the founding authorship into a gesture of critical and germinative adhesion. The shared refusal to demolish what has already been built acknowledges within these informal agglomerations an ANNA RICIPUTO
e accademica una serie di quesiti volti a ridefinire le pratiche di tutela e rigenerazione del costruito, passando per la cura e il riconoscimento dell’individuo al di là della condizione di abusivo, frontaliero, non-cittadino. L’architetto e accademico statunitense Christopher Calott (UCLA) è tra i promotori, dalla fine degli anni ’90, di una campagna di studio e riprogettazione di Anapra e altre colonias9 a cui è stato dedicato il 7° Concurso Internacional Arquine 2004 dal titolo FRONTERA/BORDER volto a progettare un attraversamento pedonale capace di mutare il margine in soglia10. Il progetto vincitore, OFFICE 15_Border Garden di OFFICE Kersten Geers David Van Severen, è un’opera “evocativa nel combinare gli archetipi del recinto e del padiglione posti nell’ordine ipostilo del giardino di palmizi […] in cui natura e artificio sono messi a cospetto l’una dell’altro senza interferenze e omologazioni”11. Il tema del giardino URBAN THRESHOLDS
recintato si inscrive nella tradizione simbolica del hortus conclusus e del giardino persiano – dal termine iranico pairidaeza deriva “paradiso” – dove la geometria manifesta il potere ordinatore e politico, mentre la vegetazione, resistente come la palma da dattero nel deserto, allude alla promessa di felicità. In questo progetto, l’archetipo dell’ipostilo diventa metafora della condizione antinomica del migrante, luogo in cui l’ordine è al contempo principio regolatore di uno spazio misurabile e dispositivo labirintico entro cui l’uomo è costretto a muoversi senza un tracciato definito per superare il muro-limite che appare immisurabile nella sua natura fisica e semantica. Tra i due, il recinto racchiude l’alterità, una terra di mezzo che, non essendo di nessuno, diventa di tutti per mezzo della sospensione di appartenenza e di identità. Sul fronte messicano, l’architetto Gastón Fourzán, dell’Instituto de Arquitectura,
intrinsic—albeit evolving—identity, and the possibility of regenerating it through a design action that takes the wall and the enclosure as ontological archetypes. To these, it associates dynamic operations of completion, substitution, and overwriting, producing an articulated configuration of heterogeneous parts which, while preserving their individuality, contribute to the definition of a coherent and unified whole. The project thus becomes an operative instrument of spatial justice, environmental responsibility, and social cohesion, acting concretely upon territorial inequalities, engaging with strategies for the safeguarding and adaptation of the most fragile habitats to environmental instabilities, and fostering innovation processes that challenge traditional planning tools, established economic paradigms, and conventional models of urban growth in the pursuit of an indispensable dignity.12 SOGLIE URBANE
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nascere in noi un’esplosione di creatività. In realtà, i confini nazionali, siano essi marcati o no da muri e barriere, hanno il medesimo effetto sugli artisti, che riescono a trasformare l’angoscia in arte e bellezza. Nel 1990, BAW/TAF partecipò alla sezione Aperto della 44° Biennale d’arte di Venezia Dimensione Futuro. La loro opera, Colón Colonizado – Tutto è Mio – ¿De Quién?, ebbe modo di far superare alla cosiddetta Border Art statunitense e messicana i confini territoriali entro i quali si era espressa fino a quel momento [Fig. 5]. Sempre all’interno di questo Collettivo di artisti, merita attenzione il progetto ESL: Tonguetied/lenguatrabada che ha affrontato il tema dell’identità culturale e delle difficoltà che si incontrano nell’apprendimento di una lingua diversa dalla propria lingua materna. Il progetto 92
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fa specifico riferimento all’impatto della Proposition187, un’iniziativa elettorale della California del 1994 progettata per limitare i servizi sociali, l’assistenza sanitaria e l’istruzione pubblica per i lavoratori privi di documenti. L’installazione consisteva in una finta aula con domande scritte su tutte le superfici e pareti di lavagna dove gli spettatori erano invitati a esprimere i propri pensieri sulle questioni [Fig. 6]. Il quarto approccio è intervento e solidarietà, che a sua volta si declina in tre indirizzi: pratiche partecipative, ovvero molti progetti artistici coinvolgono le comunità di entrambi i lati di un confine, creando spazi di dialogo e scambio dove la politica del confine viene messa in discussione attraverso l’azione collettiva; interventi sovversivi, ovvero gli artisti realizzano performance, installazioni
highlighting the loss of beauty and the destruction of infrastructure. Or take the performance by Ana Teresa Fernández5, who in 2011 painted the wall between the US and Mexico blue: after navigating threats of arrest and police helicopters, she sought to make the contours of that metal barrier disappear by painting it the same color as the sky: she positioned a huge ladder against the border wall separating Playas de Tijuana from San Diego’s Border Field State Park and, using a generator and a spray gun, began painting the bars a pale, dusty blue. Erasing the Border is the title of the work in which she documents her attempt to conceal the metal fence which, by blocking access to US territory, causes hundreds of deaths every year. She does so by dressing in black to express mourning and grief—black like the clothes NICOLETTA TRASI
5. Guillermo Gómez-Peña. Kit di strumenti per l’arte per il cambiamento sociale, 1990, Biennale d’arte di Venezia (opera presente all’interno della installazione Colón Colonizado - Tutto è Mio - ¿De Quién? di BAW/TAF). Toolkit for art for social change, 1990, Venice Art Biennale (work present in the installation Colón Colonizado - Tutto è Mio - ¿De Quién? by BAW/TAF). 6. Border Art Workshop/Tallér de Arte Fronterizo (BAW/TAF), ESL: Tonguetied, inSITE94. Border Art Workshop/Tallér de Arte Fronterizo (BAW/ TAF), ESL: Tonguetied, inSITE94.
e azioni politiche che interrogano lo status quo in modo sovversivo, come ad esempio il graffito di Banksy4 sul muro israeliano [Fig. 7]: nel febbraio 2015, l’artista ha realizzato una serie di opere nella Striscia di Gaza per denunciare la situazione post-bellica, tra cui una raffigurante dei bambini su una giostra. Il murale mostra bambini aggrappati a una giostra girevole, un’immagine che contrasta nettamente con il paesaggio di distruzione circostante. Come altre opere di quel periodo a Gaza, l’obiettivo era portare l’attenzione internazionale sulla vita quotidiana e sulla negazione dell’infanzia in una zona di guerra, sottolineando la perdita di bellezza e la distruzione delle infrastrutture. O ancora la performance di Ana Teresa Fernández5 che nel 2011 dipinge di azzurro il muro tra USA e Messico: dopo essersi destreggiata fra minacce di arresto ed elicotteri della polizia, cercò di far scomparire i contorni di quella barriera metallica dandole il medesimo colore del cielo: ha posizionato un’enorme scala contro il muro di confine che separa Playas de Tijuana dal Border Field State Park di San Diego e, utilizzando un generatore e una pistola a spruzzo, ha iniziato a dipingere le sbarre di un pallido blu polveroso. Erasing the border DISASTER OTHERWHERE
è il titolo dell’opera in cui documenta il proprio tentativo di occultare la recinzione metallica che, impedendo l’accesso al territorio statunitense, provoca ogni anno centinaia di morti. E lo fa vestendosi di nero per esprimere lutto e cordoglio, nero come le vesti che le donne messicane portano fino ad un anno dopo la morte di un caro. Erasing the border tuttavia è anche il più lucido manifesto e akmè della ricerca artistica di questa giovane donna, la quale ha fatto dello stesso concetto di confine il fil rouge delle proprie riflessioni [Fig. 8]. Sembra impossibile scrivere le conclusioni su un tema così complesso e così in continuo divenire, ma una cosa va sottolineata, o meglio una speranza merita di essere messa in evidenza – e qui mi ricollego alla citazione iniziale di David Graeber: ‘facciamo saltare in aria i muri’- certamente è vero il fatto che i muri, per saltare, non andrebbero ‘abbelliti’ con l’intervento artistico, bensì minati. Ma chissà che molte delle opere e delle pratiche artistiche che oggi agiscono sui confini non siano proprio quelle continue, piccole martellate capaci, un giorno, di farli crepare e cadere, come è stato trentasette anni fa per il Muro di Berlino...
Mexican women wear for up to a year after the death of a loved one. Erasing the border, however, is also the most lucid manifesto and akmè of this young woman’s artistic research, in which she has made the very concept of the border the fil rouge of her reflections [Fig. 8]. It seems impossible to draw conclusions on such a complex and ever-evolving subject, but one thing must be emphasized, or rather, one hope deserves to be highlighted—and here I return to the opening quote from David Graeber: ‘let’s blow the walls up’—it is certainly true that, in order to be blown up, walls should not be ‘embellished’ through artistic intervention, but rather undermined. But who knows whether many of the artworks and artistic practices that today engage with borders might not be precisely those continuous, small hammer blows capable, one day, of causing them to crack and fall, as happened thirty-seven years ago with the Berlin Wall...
CATASTROFI
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