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Milena Farina, Claudia de Biase, Filippo De Pieri - Luoghi e storie di prossimità

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Indice

Un palinsesto collettivo. I Laboratori di Prossimità come presidi di rigenerazione permanente

Milena Farina

LUOGHI E STORIE DI PROSSIMITÀ. TEMI E SPERIMENTAZIONI

La casa moderna alla prova del tempo.

Tra fissità della forma e necessità di trasformazione

Milena Farina, Valerio Palmieri

Genealogia della soglia.

Dalla città storica alla città contemporanea

Flavio Graviglia

Storie pubbliche dell’abitare

Filippo De Pieri

La promessa degli spazi collettivi.

Una lettura per punti, linee e superfici

Flavia Sinibaldi

I modelli residenziali di Pietro Barucci.

Progettare quartieri pubblici a Torino, Roma e Napoli

Aurora Riviezzo

La Rigenerazione dei quartieri periferici

Claudia de Biase

Governance e trasformazione dei quartieri pubblici in Francia.

I casi di La Duchère e Les Courtillières

Chiara Bocchino

Ossimori urbani: esporre il domestico

Cecilia Rosa

Spazi collettivi come palinsesto.

Sperimentazioni progettuali tra condivisione e circolarità

Stefano Converso

Gli Urban Living Lab. Uno strumento di azione reale nella rigenerazione urbana

Giuseppe Guida

[124] [126] [164] [202] [238] [274] [312] [314] [338] [354] [368] [368] [370] [373]

3

CITTÀ, 15

CASI STUDIO, 5 LINEE DI RICERCA

1. L’apertura del blocco a corte perimetrale [128] ROMA 01 – Testaccio | [140] NAPOLI 01 – Rione Luzzatti | [152] TORINO 01 – 16° quartiere IACP “Vittorio Veneto”

2. L’edificio come oggetto autonomo [166] ROMA 02 – Ponte Mammolo | [178] NAPOLI 02 – Ponticelli | [190] TORINO 02 – Villaggio di Santa Caterina

3. La grande dimensione dell’abitare [204] ROMA 03 – Laurentino 38 | [216] NAPOLI 03 – Le Vele | [228] TORINO 03 – Il progetto Cabianca

4. La ricerca di una “misura” dello spazio [240] ROMA 04 – Torrevecchia | [252] NAPOLI 04 – Parco Verde | [264] TORINO 04 – Zona E6

5. La rivalutazione degli spazi urbani tradizionali [276] ROMA 05 – Quartaccio | [288] NAPOLI 05 – PSER Barra | [300] TORINO 05 – Tetti Blu

LABORATORI DI PROSSIMITÀ: ROMA, NAPOLI, TORINO

Laboratorio di prossimità TVB | TorreVecchia Bronx

Milena Farina, Valerio Palmieri, Flavio Graviglia, Stefano Converso

Parco Verde a Caivano. L’Urban Living Lab come dispositivo di co-progettazione consapevole

Claudia de Biase, Giuseppe Guida, Chiara Bocchino, Antonetta Napolitano

Abitare Corso Grosseto. Un’esperienza didattica tra ricerca e progetto a Torino Nord

Aurora Riviezzo, Roberto Orlandini, Marco Celenza, Gustavo Ambrosini, Silvia Tedesco

APPARATI

Bibliografia Biografie

Crediti delle immagini

1. Luoghi e storie di prossimità. Temi e sperimentazioni

Parte 1

Luoghi e storie di

prossimità.

Temi e sperimentazioni

La casa moderna alla prova del tempo.

Tra fissità della forma e necessità di trasformazione

Genealogia della soglia.

Dalla città storica alla città contemporanea

Storie pubbliche dell’abitare

La promessa degli spazi collettivi.

Una lettura per punti, linee e superfici

I modelli residenziali di Pietro Barucci.

Progettare quartieri pubblici a Torino, Roma e Napoli

La Rigenerazione dei quartieri periferici

Governance e trasformazione dei quartieri pubblici in Francia.

I casi di La Duchère e Les Courtillières

Ossimori urbani: esporre il domestico

Spazi collettivi come palinsesto.

Sperimentazioni progettuali tra condivisione e circolarità

Gli Urban Living Lab. Uno strumento di azione reale nella rigenerazione urbana

La casa moderna alla prova del tempo

Tra fissità della

forma e necessità di trasformazione

«In passato gli architetti si occupavano di esprimere l’architettura nei templi e nei palazzi, noi invece abbiamo portato l’architettura alla casa e abbiamo abbandonato i templi e i palazzi»1.

Con questo trionfante annuncio, rilanciato con formule analoghe da altri protagonisti del Movimento Moderno2, Le Corbusier indica nel progetto della casa per tutti uno dei temi centrali dell’architettura moderna. Una svolta storica che orienterà per i decenni successivi gli interessi della cultura architettonica, dando luogo a un corpus di ricerche originale e innovativo che troverà un vasto campo di applicazione nelle città europee dopo la seconda guerra mondiale. In effetti, fino all’emergere di queste posizioni di avanguardia, la casa nelle sue manifestazioni più ordinarie e comuni non era considerata oggetto di interesse artistico, come testimonia anche il pensiero espresso da Adolf Loos solo pochi anni prima: «La casa deve piacere a tutti. A differenza dell’opera d’arte, che non ha bisogno di piacere a nessuno. [...] L’uomo ama tutto ciò che serve alla sua comodità. E odia tutto ciò che lo molesta e vuol strapparlo alla posizione che ha raggiunto e che si è assicurata. Ed è per questo che ama la casa e odia l’arte. [...] Dunque la casa non avrebbe niente a che vedere con l’arte, e l’architettura non sarebbe da annoverare tra le arti? Proprio così. Soltanto una piccolissima parte dell’architettura appartiene all’arte: il sepolcro e il monumento. Il resto, tutto ciò che è al servizio di uno scopo, deve essere escluso dal regno dell’arte»3.

Loos non include la casa nella parte più nobile dell’architettura, quella che ha a che fare con l’arte, per il suo carattere utilitaristico,

per la sua necessaria funzionalità al servizio delle esigenze della vita quotidiana. Probabilmente è anche la natura mutevole di queste esigenze a rendere inopportuno l’impegno dell’artista, più idoneo secondo l’architetto austriaco a quei temi – come il sepolcro e il monumento – il cui valore simbolico travalica quello funzionale proiettando l’opera nella dimensione dell’eternità. D’altronde secondo Loos la casa a differenza dell’arte è conservatrice, espressione delle abitudini della vita quotidiana e di consuetudini persistenti nel tempo; questo aspetto ha portato a riconoscere nell’architettura della casa una certa inerzia4, a considerarla una delle espressioni più profonde dei costumi di un popolo e di una cultura, capace di modificarsi ma attraverso processi molto lunghi, come dimostrano gli studi tipologici.

L’architettura della casa sembra quindi intrattenere un rapporto ambivalente e problematico con il tempo, che oscilla tra la dinamicità data dalla stretta relazione con la vita e una stabilità riconducibile alla sua natura quasi antropologica. Nel Moderno la radicalità delle sperimentazioni porta allo stato di crisi proprio i caratteri connaturati all’architettura della casa, facendone esplodere le contraddizioni.

L’idea di adattare lo spazio abitativo alle variabili esigenze della vita quotidiana guida un corposo filone di ricerche, che declinano in forme diverse il tema della flessibilità5: dalle soluzioni ai problemi funzionali conseguenti alla minimizzazione della superficie dell’alloggio, con partizioni e arredi mobili che consentono di utilizzare gli stessi ambienti per attività diverse durante la giornata, al concetto di polivalenza legato alla possibilità di interpretare gli spazi secondo esigenze diverse che non presuppongono una periodizzazione prevedibile della vita quotidiana, fino agli studi sulle case estendibili. Queste sperimentazioni sull’adattabilità degli spazi, riconducibili a una logica funzionalista di rigida alternanza delle funzioni, o piuttosto espressione di una condizione di libertà legata all’iniziativa individuale, saranno in gran parte destinate a fallire, o quanto meno a mostrare nel tempo i propri limiti. Rispetto all’ossessione di una stretta corrispondenza tra forma e funzione nel tempo, magari attraverso l’impiego di elementi mobili e reversibili, sembra prevalere negli abitanti l’aspirazione alla stabilità e alla solidità dell’ambiente domestico come espressione dell’esigenza di “sentirsi a casa”.

Ma è piuttosto sul versante della forma che la casa moderna ha ricercato una fissità poco compatibile con le esigenze di modificazione nel tempo, con esiti altrettanto critici. Questa problematica immutabilità deriva da alcuni caratteri peculiari, in primo luogo della forma architettonica moderna, e in secondo luogo della città moderna. Caratteri che aiutano a comprendere le ragioni

di resistere al tempo, di assorbirne le alterazioni senza acquisire un aspetto obsoleto o fatiscente.

Ma accanto a questa strategia, in particolare nel secondo Novecento, una seconda modalità conformativa, inscritta nelle logiche della modernità più sensibili a coltivare il problematico rapporto con la tradizione, ha spinto altri architetti moderni a realizzare interventi di edilizia residenziale pubblica capaci di assimilare adeguamenti e modificazioni senza perdere quella qualità tipologica e organizzativa dello spazio pubblico che ne costituiva la forza iniziale. È il caso di diversi progetti costruiti da Mario Ridolfi e Volfango Frankl, in contesti operativi non troppo differenti rispetto a quello algerino.

Si pensi al piccolo quartiere INA Casa di Cerignola (1950-51) realizzato con grande celerità nel paese che aveva dato i natali al sindacalista Di Vittorio, nel quale l’estremo rigore tipologico ridolfiano, maturato nelle esperienze progettuali condotte per conto dell’UNRRA-Casas e per l’INA Casa, è capace di modulare la logica dell’existenzminimum in un insieme che recupera modelli

[2] Fernand Pouillon, Il cortile delle 200 colonne al Climat de France, Propilei occidentali. Algeri, 2018.

[3] Mario Ridolfi, Quartiere INA Casa a Cerignola, 2014.

aggregativi sperimentati nella tradizione dell’Italia meridionale. Una sorta di “siedlung neorealista” che poco o nulla concede, anche per la condizione operativa arretrata della Puglia postbellica, a stilemi modernisti, o ricercatezze tecnologiche, ma diversamente accetta il grado zero del linguaggio architettonico, definendo un insediamento asciutto, quasi laconico [fig. 3]. Un intervento caratterizzato da volumetrie che sono espressione diretta, quasi oggettiva, dell’aggregazione tipologica e costruttiva, nel quale le poche aggettivazioni formali recuperano, rileggendoli e decantandoli, stilemi del lessico dell’edilizia tradizionale. Un carattere che ha garantito al piccolo quartiere, malgrado alcune modificazioni e superfetazioni apportate a una parte degli edifici bassi, una tenuta nel tempo e non ha indebolito la capacità di dialogo con gli spazi pubblici di vicinato, organizzata attraverso una sapiente modulazione dei sistemi di soglia plasmata su soluzioni presenti nell’edilizia storica di area pugliese.

Un’attenzione presente anche in altri interventi realizzati da Ridolfi e Frankl, come il quartiere INA Casa Tiburtino a Roma, nel quale la rielaborazione di sistemi aggregativi mutuati dall’edilizia residenziale tradizionale si associa al disegno sistematico di elementi di arredo: panche, aree giochi, muretti, recinzioni, cancelli, stenditoi pensati per animare gli spazi pedonali aperti di prossimità [fig. 4]. Elementi che a distanza di circa settant’anni, malgrado la quasi inesistente manutenzione, riescono ancora a dare l’idea

come i quartieri Pigneto, Tor Pignattara e Quadraro, ma anche insediamenti di edilizia pubblica più recenti e periferici come, ad esempio, Tor Bella Monaca, nella periferia est della città. Naturalmente, Roma non costituisce un caso isolato nel panorama nazionale. Anche Napoli è stata ampiamente interessata da tali dinamiche, con interventi di arte urbana diffusi tanto nei quartieri centrali quanto in quelli periferici. Il murale dedicato a Maradona nei Quartieri Spagnoli, ad esempio, è divenuto una delle principali attrazioni turistiche dell’area; analogamente, la cosiddetta Madonna con la pistola attribuita a Banksy, in piazza Gerolomini, costituisce ormai una tappa quasi obbligata dei percorsi turistici cittadini. Ben diversa è la vicenda relativa all’opera raffigurante il volto di Ugo Russo, quindicenne napoletano che perse la vita nel 2020 per mano di un carabiniere fuori servizio durante un tentativo di rapina con un’arma giocattolo. Il murale, collocato a breve distanza da quello di Maradona e realizzato su iniziativa dei familiari e della comunità locale con finalità commemorative e di sensibilizzazione, è stato successivamente cancellato dagli stessi parenti, a causa di una precedente pronuncia del TAR Campania che aveva riconosciuto l’interesse storico dell’edificio su cui esso insisteva6. Nelle periferie il fenomeno assume proporzioni monumentali; si pensi, da un lato, ai celebri volti realizzati da Jorit

[2] Roma, San Basilio. Opera: The blind wall di Agostino Iacurci, 2014.

[3] Napoli, San

Giovanni a Teduccio.

Opere: Maradona di San Giovanni, 2017 e il Piccolo scugnizzo –Niccolò, 2018 di Jorit.

sui grandi caseggiati in linea di via Taverna del Ferro, a San Giovanni a Teduccio [fig. 3] – complessi progettati da Pietro Barucci e oggi a rischio di demolizione – e, dall’altro, al cosiddetto Parco dei Murales nel complesso di edilizia residenziale pubblica di Parco Merola, nella periferia orientale di Ponticelli, edificato in seguito al terremoto dell’Irpinia del 1980. Il Parco dei Murales, costituito da un corpus articolato di opere di artisti di fama internazionale, è stato avviato nel 2015 su iniziativa dell’associazione INWARD –Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana, che ancora oggi promuove visite guidate gratuite all’interno del complesso, contribuendo a una progressiva riconfigurazione simbolica e percettiva di quest’area periferica della città.

A Torino, a differenza di Napoli e Roma, la gestione dell’arte urbana sembrerebbe più sistematizzata e istituzionalizzata: iniziative come MurArte7, Picturin8 e MAU (Museo di Arte Urbana)9 operano secondo percorsi organizzati, con il coordinamento delle istituzioni locali e una pianificazione mirata alla valorizzazione del patrimonio artistico urbano [fig. 4].

Ciò che sembra accomunare le diverse esperienze è lo stretto legame tra questo genere di iniziative e la promozione del turismo, spesso incentivata dalle amministrazioni come processo rigenerativo dei tessuti urbani, senza che vengano avviati reali

ROMA NAPOLI TORINO

Parte 2

3 città, 15 casi studio, 5 linee di ricerca

2. 3 città, 15 casi studio, 5 linee di ricerca

1. L’apertura del blocco a corte perimetrale

2. L’edificio come oggetto autonomo

3. La grande dimensione dell’abitare

4. La ricerca di una “misura” dello spazio

5. La rivalutazione degli spazi urbani tradizionali

128 | 3 città, 15 casi studio, 5 linee di

ROMA 01 Testaccio

di Flavio Graviglia

Ubicazione: Via Marmorata - via GalvaniLungotevere Testaccio, Roma

Cronologia: 1883-89 (privati), 1910-17 (ICP), 1918-30 (ICP, privati)

Progettisti: Felice Ravanetti, Luigi Monti e Carlo Tonelli, Salvatore Parisi, Giulio Magni e Alberto Manassei, Quadrio Pirani e Giovanni Bellucci, Carlo Broggi, Camillo Palmerini, Innocenzo Sabbatini

Committenti: Giovanbattista Marotti, Giovanni Frontini, Ulrico Geisser, Cassa di risparmio di Roma, Istituto Case Popolari (ICP)

Superficie Territoriale: 260.000 mq

Numero di abitanti: -

Densità abitativa: -

Numero alloggi: 2.988

Tipologie edilizie: distribuzione in linea e a ballatoio

Servizi collettivi: asili, scuole e istituti superiori, chiesa, botteghe, negozi, mercato

Spazi aperti collettivi: strade, piazze, corti

Il rione Testaccio si colloca nel quadrante sud della città, all’interno dell’antico perimetro delle mura Aureliane. Le vicende edilizie del quartiere si svilupparono a seguito della Breccia di Porta Pia, quando il 20 settembre del 1870 la città venne sottratta al potere temporale dei Papi e annessa al nascente Regno d’Italia, divenendone, dopo Torino e Firenze, la nuova Capitale. Fu proprio la Giunta Provvisoria di Governo, presieduta dal generale Raffaele Cadorna, a nominare una Commissione di Architetti ed Ingegneri che, sotto la direzione di Pietro Camporesi, propose di realizzare nell’area di Testaccio un insediamento «per le arti clamorose» con «fabbricati per abitazioni di operai e grandi officine»1. Il nuovo quartiere operaio, volutamente assente nella Roma dei Papi, sarebbe dovuto sorgere all’ingresso sud della città non lontano da Porta San Paolo e dalla Piramide Cestia, nella piana tra l’ansa del Tevere, l’antica collina del monte Testaccio e la via Marmorata. La vocazione industriale del quartiere fu confermata nel Piano Regolatore approvato dal Comune il 26 giugno 1882, che prevedeva la costruzione del nuovo Mattatoio –progettato dall’architetto comunale Gioacchino Ersoch –, una nuova stazione ferroviaria e un grande mercato urbano (questi ultimi due interventi non vennero tuttavia realizzati).

L’intuizione di costruire tra il fiume e via Marmorata un’area a vocazione commerciale e industriale non era nuova nell’assetto urbano della città; già in epoca romana sorgeva il Porticus Aemilia – un grande magazzino realizzato in prossimità dell’antico porto – e il Monte dei Cocci, una discarica millenaria composta dai frammenti delle anfore provenienti dalle zone più remote

dell’Impero. Nei secoli successivi l’area fu parzialmente abbandonata, lasciando il posto a vigne e a cantine scavate nelle pendici del monte; in questo nuovo assetto la zona assunse un carattere rurale, rimanendo inalterata per secoli. Quando Roma divenne Capitale del Regno, il territorio attorno al monte Testaccio era ancora una zona di campagna della famiglia Torlonia. Il principe, Alessandro Torlonia, consapevole che l’espansione edilizia avrebbe occupato le restanti aree all’interno delle mura Aureliane, decise di vendere i terreni all’impresario Firmino Picard, stipulando nel 1872 una convenzione con il Comune di Roma per la costruzione del nuovo quartiere. Tuttavia la vendita ebbe un percorso tortuoso: Picard pagò solo la prima rata ai Torlonia, i terreni vennero espropriati dal Tribunale di Roma, riacquistati dalla famiglia Torlonia e rivenduti a una nuova ditta, formata da Giovanbattista Marotti, Giovanni Frontini e Ulrico Geisser, che iniziarono a costruire solo nel 1884 il primo nucleo di case operaie del quartiere, affidando la progettazione dei primi isolati – compresi tra via Marmorata, il Tevere e l’attuale Piazza Testaccio – a Felice Ravanetti, Luigi Monti e Carlo Tonelli.

È interessante notare come Testaccio, già a partire da questo primo nucleo, si caratterizzi come un’eccezione rispetto agli altri due grandi quartieri umbertini, Esquilino e Prati. La matrice del lotto edilizio, rappresentata dall’isolato urbano, passerà dalle forme canoniche del blocco speculativo ottocentesco a un’articolazione morfologica della sua volumetria: quasi tutti gli architetti chiamati a operare a Testaccio lavoreranno sulla frammentazione e sulla diversificazione del lotto, rendendo il

hanno comportato dissesti strutturali di una parte delle unità residenziali e il conseguente allontanamento temporaneo degli assegnatari. Le occupazioni abusive delle case e i successivi interventi di trasformazione operati al di fuori di ogni controllo hanno alterato in modo consistente una parte degli edifici, le attrezzature e gli spazi di servizio a uso collettivo delle “unità di buon vicinato”, accelerandone il degrado. Quel carattere in bilico tra modernità e tradizione delle case a due piani, così scrupolosamente perseguito dai

[1] In alto. Prospettiva delle case a schiera del nucleo nord-ovest, arch. Luigi Vagnetti.

[2] In basso. Foto storica delle “Unità di buon vicinato” del nucleo sud, arch. Giuseppe Vaccaro.

progettisti, che trovava un’interfaccia nella qualità “nordica”, comunitaria degli spazi aperti di vicinato, è oggi quasi cancellato dal trascorrere del tempo e dalla cronica carenza di manutenzione. Resiste invece, malgrado alcuni processi di privatizzazione degli spazi pubblici, la qualità ambientale complessiva del quartiere, la cui capacità di modulare la transizione da una dimensione marcatamente urbana, quella a ridosso della via Tiburtina, a una spiccatamente naturalistica in prossimità dell’Aniene, rimane inalterata.

[3] Via Rivisondoli, arch. Giuseppe Vaccaro.

[4] Via Rivisondoli, arch. Giuseppe Vaccaro.

Parte 3

3. Laboratori di prossimità: Roma, Napoli, Torino

Laboratori di prossimità: Roma, Napoli, Torino

Laboratorio di prossimità TVB | TorreVecchia Bronx

Parco Verde a Caivano. L’Urban Living Lab come dispositivo di co-progettazione consapevole

Abitare Corso Grosseto. Un’esperienza didattica tra ricerca e progetto a Torino Nord

Laboratorio di prossimità TVB | TorreVecchia

Bronx

Milena Farina

Valerio Palmieri

Flavio Graviglia

Stefano Converso

Ilquartiere 167 Torrevecchia è stato scelto come caso studio per sperimentare una strategia di rigenerazione degli spazi collettivi che ha visto l’attivazione del “Laboratorio di prossimità TVB | TorreVecchia Bronx”. L’espressione “Bronx” usata per indicare l’insediamento è una testimonianza significativa della condizione di marginalità che lo ha sin da subito caratterizzato, diventando però negli anni un segno distintivo che le giovani generazioni hanno assunto con orgoglio identitario. Con l’acronimo TVB il progetto di rigenerazione intende ribaltare la narrazione negativa associata al quartiere, promuovendo l’affezione e la cura nella comunità locale.

Le azioni promosse nell’ambito del Laboratorio di Prossimità TVB mirano infatti a innescare un processo di rigenerazione attraverso il coinvolgimento diretto dei soggetti direttamente interessati alla loro trasformazione (abitanti e associazioni attive a livello locale, Municipio, Ater Roma).

La prima fase è stata dedicata alla storia del quartiere a partire dall’atto fondativo rappresentato dal progetto, indagato in relazione al suo contesto e ai professionisti coinvolti, con l’obiettivo di ricostruire puntualmente le intenzioni e aspirazioni all’origine della sua concezione, le mancate realizzazioni e difformità, le criticità emerse nelle fasi di costruzione e di gestione, gli usi non previsti e le trasformazioni successive.

Parallelamente è stata condotta un’indagine sullo stato attuale degli spazi collettivi, che ha messo in evidenza fenomeni di abbandono, sottoutilizzazione, privatizzazione e occupazione. In particolare le pratiche e le trasformazioni messe in campo negli anni e

quotidianamente dagli abitanti sono state interpretate come espressione di esigenze da introiettare nel progetto di rigenerazione. Il Laboratorio di memoria collettiva condotto con gli abitanti ha consentito inoltre di formulare delle ipotesi sulle ragioni dei fenomeni che interessano gli spazi collettivi, mettendone in evidenza le criticità e le potenzialità. Il Playground Opensource è stato un evento di riattivazione di uno spazio collettivo utile per testare le potenzialità dei cortili di Torrevecchia nell’ospitare attività che coinvolgano i più piccoli. Il progetto Ombra TVB rappresenta l’esito di un percorso intrapreso con gli abitanti per la rigenerazione del cortile più degradato del quartiere, attraverso la realizzazione di un sistema di sedute protetto da una struttura ombreggiante. Il Laboratorio di Prossimità TVB Pro Lab è una sperimentazione che prevede la riattivazione di due locali abbandonati, originariamente destinati ad attività commerciali. L’esperienza didattica condotta nel contesto di un Corso opzionale del Dipartimento di Architettura ha infine offerto spunti per l’elaborazione di un Masterplan degli spazi collettivi del quartiere, capace di mettere a sistema una serie di soluzioni puntuali individuate sulla base dell’analisi delle condizioni attuali, delle trasformazioni introdotte dagli abitanti rispetto al progetto, delle loro critiche e aspettative.

Torrevecchia 1978. Il quartiere e i suoi spazi collettivi nel progetto di Barucci, Passarelli e Vittorini

Il Piano di Zona n. 74 “Torrevecchia” è un intervento progettato nel 1978 da Pietro Barucci, Lucio Passarelli e Marcello Vittorini nell’ambito del primo PEEP romano. L’impostazione morfologica risente ancora dei modelli sperimentati nei grandi quartieri romani realizzati dall’IACP dalla fine degli anni Sessanta, anche se qui attenuati dalla minore estensione territoriale e un più equilibrato controllo della scala. Il quartiere presenta infatti una forma urbana, esemplificata dallo schema ad “ascia indiana”1, ancora astratta e parzialmente svincolata dal sistema stradale, definita da una composizione delle consuete tipologie edilizie moderne –torri, case a schiera, case in linea. A fronte di questi aspetti di continuità, si registra un chiaro tentativo di delimitare e conformare attraverso il costruito il sistema degli spazi aperti. Per un verso il quartiere sembra sorgere all’interno di uno spazio dilatato, astratto e privo di confini, per l’altro, l’organizzazione dei volumi residenziali tende a identificare alcuni ambienti con un proprio carattere riconoscibile: il doppio asse di case a schiera definisce un viale pedonale con giardini, la successione scalettata di case in linea configura due ampie corti aperte, mentre le quattro torri faticano a identificare uno spazio centrale dalla chiara identità. Lo schema prevede che questo sistema di spazi definiti dagli edifici

elaborato da studenti e docenti del Dipartimento di Architettura, in collaborazione con il Laboratorio di Modelli e Prototipi4 [figg. 7-8], è frutto proprio delle valutazioni espresse degli abitanti e delle interlocuzioni proseguite nei mesi successivi.

Il progetto prevede la realizzazione di una struttura in legno che si estende per una superficie di circa 100 mq, articolata in un sistema di sedute protette da una grande pensilina, con la possibilità di ospitare complessivamente almeno 300 persone sedute. La struttura si sviluppa lungo uno dei percorsi di collegamento tra i due fronti costruiti, estendendosi con profondità variabile verso gli ex campi sportivi. Il sistema è organizzato come un dispositivo aperto, in grado di attivare usi differenti dello spazio, dai più spontanei (sosta, gioco, incontro), ai più strutturati (attività associative, piccoli eventi di quartiere, feste e laboratori all’aperto). L’inserimento della struttura in una zona centrale e strategica della corte, lungo uno dei suoi percorsi pedonali più frequentati, garantisce la massima accessibilità e visibilità, rafforzando il suo ruolo di catalizzatore di relazioni.

L’intervento, oltre ad attivare nuove connessioni tra le diverse zone della corte, mira a stimolare un senso di appartenenza e di cura nei confronti dello spazio condiviso, contribuendo ad

[7-8] Ombra TVB. Versione definitiva del progetto.

[9-10] TVB Pro Lab. Uno dei locali abbandonati scelti per la sperimentazione.

una riappropriazione pratica e simbolica del territorio. L’utilizzo di materiali di recupero e di tecniche di autocostruzione coinvolgerà infatti i cittadini all’interno di un processo sostenibile e replicabile. Il progetto è parte del Programma di Architettura Circolare PARC attivo nel Dipartimento di Architettura, che lavora sui temi dell’economia circolare e della gestione sostenibile delle risorse realizzando progetti a diverse scale, tutte legate al tema dello spazio pubblico e condiviso. In particolare, nel progetto Ombra TVB i profili in legno utilizzati provengono in parte dallo smaltimento delle strutture del “Festival des Cabanes 2024”, organizzato dall’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici. Il coinvolgimento della comunità si estenderà alla fase di gestione della struttura attraverso l’attivazione di un patto di collaborazione con una delle realtà associative attive nel territorio.

TVB Pro Lab.

Una sperimentazione di nuovi servizi collettivi

La seconda azione intrapresa nel quartiere mira alla rigenerazione di una piccola quota dei servizi collettivi attualmente in stato di abbandono. In particolare è stato avviato un processo condiviso con abitanti e istituzioni per la riattivazione di alcuni locali, anche in questo caso con l’obiettivo di innescare un processo di rigenerazione che si possa estendere gradualmente a tutti gli spazi originariamente destinati a servizi.

Una prima fase è stata dedicata alla mappatura delle situazioni di uso improprio e sottoutilizzazione dei locali esistenti, che ha portato alla identificazione di due negozi abbandonati da anni [fig. 9-10]. Attraverso un’interlocuzione con il Comitato di quartiere, con il Municipio XIII di Roma Capitale e con l’ente proprietario dei locali (Ater Roma), si è costruita un’ipotesi di riattivazione di questi spazi che prevede l’offerta a rotazione di servizi utili alla

[16] Scorci degli interventi sugli spazi collettivi.

a. Nuova piazza centrale.

b. Passerella nella corte ovest.

c. Centro sportivo nella piazza.

d. Percorso coperto, torre ovest.

e. Esplanade tra la corte est e la piazza centrale.

f. Asilo nido, torre est. g-h. Percorso coperto, case in linea.

[5] In alto. Piano Case Fiat. Planimetria Lotto “B” Mercati. TorinoCorso Grosseto, via Chiesa della Salute, via della Fossata, via Sospello. 24 marzo 1956.

[6] In basso. Fiat Progetto Case Sud. Intervento a Guglionesi (CB), nei pressi di Termoli. Fotografia del cantiere durante la realizzazione del complesso residenziale, caratterizzato dall’uso di moduli prefabbricati in cemento.

passo per affrontare le sfide della contemporaneità e perseguire un futuro più consapevole.

Ipotesi progettuali per la riqualificazione

del Villaggio Santa Caterina e del quartiere INA Casa Fiat a Borgo Vittoria

Come affrontare le domande di qualità dell’abitare e dello spazio pubblico che oggi provengono da insediamenti collocati in quartieri periferici – come il Villaggio Santa Caterina di Lucento e il quartiere INA Casa Fiat di Borgo Vittoria a Torino – nati come risposta all’emergenza abitativa del dopoguerra e ora parte integrante della città contemporanea?

La messa a punto di alcune ipotesi progettuali per la riqualificazione dello spazio aperto e costruito si è sviluppata a partire da una significativa interazione tra due discipline progettuali (Composizione architettonica e Tecnologia dell’architettura) e la disciplina della Storia dell’architettura.

Interazione quantomai necessaria per cercare di comprendere due differenti esperienze di costruzione della periferia residenziale pubblica torinese, indagandone le diversità così come i tratti comuni. Mettendo a fuoco, in primo luogo, le differenze significative, dal punto di vista delle dimensioni, delle morfologie e forme dell’architettura, degli attori e dei processi. Ma anche riconoscendo come queste due traiettorie, che condividevano come solo elemento di analogia la situazione iniziale – per entrambe il periodo di costruzione e la condizione di urgenza, la collocazione nella zona nord del territorio torinese, in aree lontane dai tessuti della città consolidata e in completo isolamento – tendono a riavvicinarsi per l’emergere di criticità ricorrenti che sembrano oggi accomunarle nell’espressione di istanze di qualificazione: la mancanza o povertà dei servizi, la debolezza delle relazioni con il tessuto urbano, la presenza di barriere architettoniche, l’obsolescenza e la necessità di adeguamento tecnologico ed energetico degli edifici.

Si rende necessaria una lettura trasversale della storia di questi luoghi che non si arresti al frame della loro costruzione, ma che tenga conto dello “spessore” di un tempo lungo nel quale si manifesta una continua evoluzione delle relazioni che le persone intrattengono con le case che abitano e con il loro intorno: in questo senso, attivare uno sguardo progettuale porta con sé una interpretazione delle tracce del passato come moltitudine di pratiche che posseggono un senso di incompletezza, aprendo ad una riformulazione delle questioni orientata verso la trasformazione. È in fondo quello che si nota rilevando le modificazioni nell’uso del suolo attorno agli edifici, il bisogno di protezione e chiusura, la tensione ad ampliare gli spazi interni inglobando logge

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