Giovanni Battista Cocco, Giorgio Peghin - Gino Malacarne
Progetti e architetture (1987-2021)
Gino Malacarne
a cura di Giovanni Battista Cocco Giorgio Peghin
DOMO ARCHITETTURA CAGLIARI
PREFAZIONE
Giovanni Battista Cocco, Giorgio Peghin
INTRODUZIONE
L’architettura di Gino Malacarne
Giorgio Peghin
UNA LEZIONE
Scena urbana e scena teatrale
Gino Malacarne
UN PROGETTO
«Il Werfthafen di Duisburg»
Gino Malacarne
OPERE
Scena urbana con architetture ritrovate
Parco La Favorita
Area della stazione di San Pietro in Casale
Museo di architettura
Edifici residenziali a San Pietro in Casale
Spazi pubblici del comune di San Pietro in Casale
Ziegelsee
Berlino Königsstadt
Municipio
Nuovi uffici Alcoa
Seven Gate to Cracow. Zakopane Gate
Edificio residenziale
Piazza della Libertà
Werk Colle delle Benne - Forte San Biagio
Villaggio Artigiano e quartiere Madonnina
Punta Perotti
Edifici Residenziali
La corte, la strada e la città
Piazzale Stanga e Via Venezia
Teatro provvisorio nel cortile della Loggia e dell’Odeo Cornaro
The Driescher Hof in Aachen’s Periphery
La città ritrova il porto, “Port Within the City”
POSTFAZIONE
Gino Malacarne e l’architettura urbana
Giovanni Battista Cocco
APPENDICE
Allestimento della mostra «Gino Malacarne. Architetture»
Crediti e Ringraziamenti
Note biografiche di Gino Malacarne
Gino Malacarne, Composizione urbana, 2008
L’architettura di Gino Malacarne
Giorgio Peghin
LAmemoria come atto creativo. Quando pensiamo a una forma architettonica e sentiamo la necessità di renderne immediata la sua comprensione, la memoria e i meccanismi dell’imitazione agiscono come potenti motori semantici. Essi consentono all’immaginazione di tradursi in una concreta attuazione dell’idea e – analogamente ad altre forme d’arte – di farsi risultato di un processo sedimentario: un continuo accumularsi di figure, frammenti ed esempi del passato che, una volta isolati dal loro contesto originario, si ricompongono in nuove e inedite configurazioni nel presente. in quest’ottica, la persistenza delle forme non è il residuo di esperienze finite ma un processo che l’architetto assume e riattiva continuamente. Gino Malacarne agisce entro questo sistema di riferimenti che impone un radicale ripensamento del concetto di tempo: rifiutando la progressione cronologica lineare si entra in una dimensione di contemporaneità dell’esperienza del passato nella quale l’attualità di un progetto non si misura sulla sua distanza dai modelli, ma sulla capacità di stabilire una tensione dialettica con essi. Nella sua opera, come prima impressione, riconosciamo un principio di accumulazione e selezione di frammenti dell’esperienza – personale e collettiva – che agisce fortemente nel definire il carattere della sua architettura. Questa evidenza trova una sintesi quasi teorica nel collage “Scena urbana con architetture ritrovate” del 2004 che lo stesso autore descrive come «scena urbana di una città che sale, la piazza di una città in collina, affacciata sul mare […] composta da architetture ritrovate, miei progetti che attendono una loro reale e concreta realizzazione. idee e immagini d’affezione, dove le cose pensate e inventate si mescolano alle architetture amate». un disegno che non è una semplice raccolta di idee o progetti che attendono una loro realizzazione, ma un vero e proprio manifesto che rivendica l’architettura come fatto intellettuale e collettivo.
Nel solco dei Maestri. Per comprendere questa posizione è necessario riferirsi alla cultura architettonica italiana del dopoguerra
Studio Scena urbana con architetture ritrovate
Collaboratori: Sandro Bortot
Luogo: Parma
Anno: 2004
La tavola rappresenta la scena urbana di una città che “sale”, la piazza di una città in collina, affacciata sul mare, potrebbe essere Trieste, Genova o Marsiglia, una città europea, mediterranea. La scena è composta da architetture ritrovate, miei progetti che attendono una loro reale e concreta realizzazione. idee e immagini d’affezione, dove le cose pensate e inventate si mescolano alle architetture amate. una scena urbana che si presenta dunque come un montaggio di progetti, prefigurazione di una condizione reale e costruzione di una città immaginaria, impiantata su di una città possibile e fissata sull’idea di città analoga. una città analoga, come autentica possibilità per la città reale e questa scena, rappresentata da architetture d’invenzione e contemporaneamente “realiste”. in questo senso la sua componente scenografica e costitutiva della ricerca di un carattere tragico e quindi civile dell’architettura, dove l’evocazione della riflessione “serliana” appare quanto mai necessaria. Tuttavia, in questo lavoro, il significato di scena urbana evoca quello di scena fissa così come espresso da Aldo Rossi nel definire l’architettura come «scena fissa delle vicende dell’uomo»; la scena urbana proposta è stata inoltre l’occasione per riflettere su una sua felice intuizione che riguarda la “teoria della città analoga”. Penso al tema della “città analoga” come a una teoria razionale dell’architettura, che esige anzitutto di comprendere e spiegare a cosa sono analoghe le nostre città immaginate. una teoria che si esprime anche attraverso un procedimento logico, che consente di attenersi ai principi e alle regole, alla tradizione del mestiere, ma dove la singolarità dell’esperienza personale, attraverso la scelta delle cose e nel proporre accostamenti inediti, rende straordinariamente vivo il progetto, le sue attese e le sue speranze. Le immagini di un’architettura ritrovata ampliano l’intelligibilità dell’opera e aprono il racconto a più letture, anche attraverso il valore evocativo delle figure elementari. Vengono proposti pezzi di città che si radicano nella realtà urbana costruita e nell’immaginario a cui essa rimanda. Questa sorta di trascrizione in un’architettura che non può negare la propria modernità, nel proporre nuove forme d’uso, si fonda sulla consapevolezza del valore e la ricchezza delle forme evocative riprese dalla storia. in tal senso, questa scena urbana immaginata rappresenta anche un pezzo di città che non potrebbe essere pensato che per una città europea, mediterranea. il tentativo è quello di “costruire una bellezza utile” e di proporre, attraverso l’immaginazione, una possibile alternativa al reale. i progetti nascono, infatti, come vocazione e come risposta civile ai problemi posti dalla città contemporanea, al di fuori delle scelte burocratiche e al riparo dalle mode.
Scena urbana con architetture ritrovate Tavola presentata alla mostra «Città Analoghe. idee di città, quali strumenti di progetto», Parma, 2004
Concorso di progettazione
Nuovo polo scolastico
Con: Giovanni Furlan, Alessandro Tognon, Genny Celeghini, Davide Giorio, Alessandra Moro, Daniela Nacci, Antonio Trivellato
Luogo: Capiago intimiano, Como
Anno: 2002
il progetto del nuovo Polo Scolastico diventa l’occasione per costruire uno spazio pubblico urbano riconoscibile e di valore nel Comune di Capiago intimiano. il tema architettonico del “foro”, del campus o dalla grande piazza verde caratterizza il progetto; un porticato-pensilina definisce una corte aperta verso il Municipio posto dall’altra parte della strada, cercando di costruire un grande spazio pubblico unitario. L’intervento, con la sua forma riconoscibile, precisa un nuovo fatto urbano e individua un potenziale “foro”, che diventa rilevante non solo per questa parte di città. Nel costruire uno spazio pubblico che vorrebbe essere evocativo, individua una nuova e necessaria centralità per questo contesto. il portico definirà in modo unitario i fronti principali degli edifici che vi si affacciano. Da un lato il nuovo edificio scolastico di progetto per la scuola secondaria, dall’altro lato l’edificio di ingresso con i nuovi servizi per il centro sportivo esistente che sarà riqualificato e ampliato, sul terzo lato un’altra scuola di progetto prevista in tempi successivi.
La nuova scuola secondaria è caratterizzata da tre corti disposte in sequenza longitudinale dove si organizzano le differenti parti e le diverse attività.
La corte aperta restituisce, dunque, la centralità e il significato all’intero progetto. La corte, in quanto spazio collettivo, ha una sua utilità svincolata da funzioni specifiche, è aperta ad attività ludiche e ricreative.
Vista prospettica e prospetto, vista e planimetria con ombre
Esposizioni: Biennale di Venezia, X Mostra internazionale di Architettura
Luogo: Bari
Anno: 2006
il progetto è l’invenzione di un luogo, il tema architettonico è la strada sacra, la geometria che regola il progetto rimanda alla consuetudine spaziale della città di Bari. La chiarezza delle sue forme e dei suoi elementi sviluppa una narrazione urbana, un sentiero dove la modulazione geometrica, astratta, e la costruzione architettonica, materica, si fondono e si intrecciano: trilite, volta e cupola, giardino e corte, la solarità mediterranea e l’arabesco orientale. La strada, ritmata da giardini aperti verso il mare, conduce allo spazio della chiesa ecumenica, esposta ai venti del mare; assieme agli altri edifici “appare” come una “nave di pietra”, una porta e un approdo. il grande vuoto voltato e cupolato, che caratterizza la traduzione tipologica è l’innesto di croce greca e latina, si estende in un impianto paleocristiano coagulando memoria e significato della costruzione. La ricerca di un Oriente dell’architettura, di una rinascita della forma architettonica nella concretezza della materia, riscopre in questo modo il suo senso in quanto elaborazione teorica capace di comunicare beatitudine e stupore ai sensi e alla ragione.
Viste prospettiche, planimetria generale e pianta piano terra
Progetto
La città ritrova
il porto, “Port
Within the City”
Con: Giovanni Furlan, Francesco Berti, Francesco Lucchi
Collaboratori: Alessandro Luca Ciarfaglia, Roberto Corradino, Pietro De Mango, Michele Solazzo
Luogo: Bari
Anno: 2021
il progetto si propone di ridurre la condizione di separatezza dello spazio del porto rispetto al contesto urbano. L’obiettivo è che la città riconquisti questo grande spazio d’acqua, la sua più grande piazza. il progetto generale coinvolge tutto l’arco portuale e si sviluppa per frammenti, che vorrebbero essere significativi nei luoghi che si rendono realisticamente disponibili alla trasformazione. L’intervento principale che caratterizza il progetto è pensato per l’area irrisolta, già oggetto di concorso, sul Corso Vittorio Veneto e per una porzione di area portuale che si trova di fronte ad essa. il progetto propone la conclusione architettonica della “palazzata” sul Corso e di fronte ad essa una striscia di parco lineare parallela. il parco-giardino, in leggera pendenza, conduce a una passeggiata in quota dalla quale vedere il mare e riconquistare il grande spazio d’acqua, una sorta di teatro dove il mare e la vita del porto sono lo spettacolo. in corrispondenza della palazzata ricostruita si trova un “ponte abitato” che attraversa l’area portuale e rende del tutto autonoma, rispetto alle attività portuali, la vita dell’acquario a cui conduce.
Sezione prospettica, planimetria generale e vista prospettica
Gino Malacarne, Studio per il progetto dell’area ex Pirelli di Livorno, 2008
Gino Malacarne e l’architettura urbana
Giovanni Battista Cocco
Nell’analizzare l’opera di Gino Malacarne si resta piacevolmente colpiti nel constatare che la sua azione di “resistenza” a un inarrestabile smarrimento dell’architettura rende ancora intellegibili interventi che affondano le radici del progetto nella cultura italiana, manifestandosi in forme precise e ordinate, a partire da un’idea capace di dare evidenza a un tema. Questo dato incoraggia una lettura critica della sua attività, volta ad argomentare i caratteri distintivi che essa presenta, in termini di equilibrio tra memoria e invenzione, tra Architettura e Città, dove le forme della tradizione, sapientemente tradotte e costantemente tradite, si evolvono, senza alcuna azione nostalgica, verso nuovi modi di abitare l’urbano.
una prima ipotesi, assunta in questa riflessione, riconosce la necessità di lavorare sui fondamenti dell’architettura come unica risposta all’aggressione delle altre discipline. Ciò significa operare sull’autonomia non dalla realtà di un’epoca, a cui l’architettura dovrebbe essere sempre legata, bensì sui fenomeni che ne esprimono i fatti più superficiali. in questa operazione, parafrasando Gilles Deleuze, è necessario essere sé stessi, ovvero osservare i problemi posti con la forza del proprio statuto disciplinare.
La tensione tra manufatto e spazio urbano nell’opera di Malacarne si spiega attraverso un processo di ordinamento (una composizione), nel quale la chiarezza dell’idea rimanda alla permanenza di una forma che, riprendendo il pensiero di Ernesto Nathan Rogers, inizia ad inverarsi nell’immaginazione, dove l’intuizione dell’obiettivo da raggiungere dà inizio ad un processo di determinazione; quest’ultimo, infatti, è sempre animato dalla memoria, che riesce a restituire allo spazio la misura del tempo.
Lo studio avanza considerando due aspetti centrali del lavoro dell’architetto. il primo è il costante riferimento alla città come parte di un tutto, ma anche come «scena fissa delle vicende umane», in rapporto alla figura del “teatro” quale spazio della rappresentazione. il secondo aspetto riguarda il concetto di
Il volume documenta l’esposizione Gino Malacarne. Architetture, ospitata nel 2024 presso la Scuola di Architettura dell’Università di Cagliari. Attraverso un’attenta selezione di disegni, tavole e fotografie, il libro offre un’analisi profonda della metodologia progettuale di Malacarne: un percorso che attraversa i contesti rurali, i piccoli centri padani e le grandi città anseatiche. La pubblicazione mette in luce non solo i temi e le figure ricorrenti della sua ricerca, ma anche il valore espressivo del disegno, inteso come strumento conoscitivo e compositivo fondamentale. Arricchiscono il testo la lezione Scena urbana e scena teatrale – manifesto del pensiero dell'autore sulla città –e i contributi critici di Giovanni Battista Cocco e Giorgio Peghin. Pur non essendo un’opera completa, il libro restituisce l’essenza di una poetica rigorosa, ponendosi come un contributo prezioso alla cultura architettonica italiana nel segno della continuità storica e della coerenza progettuale.