
LO SPAZIO PUBBLICO
L’ACQUA
Piani di adattamento climatico Rotterdam, Copenaghen.
SPAZIO PUBBLICO / ACQUA / SUOLO
46. 50. 54. 60. 64. 70. 74. 78. 82. 86.
BIBLIOGRAFIA 39. 90. 92.
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Piani di adattamento climatico Rotterdam, Copenaghen.
SPAZIO PUBBLICO / ACQUA / SUOLO
46. 50. 54. 60. 64. 70. 74. 78. 82. 86.
BIBLIOGRAFIA 39. 90. 92.
Tåsinge Plad / Copneaghen, Danimarca
Watersquare Benthemplein / ROTTERDAM, PAESI BASSI
TAINAN SPRING / ROTTERDAM, PAESI BASSI
ECOPOLIS PLAZA / RIVAS VACIAMADRID, SPAGNA
CATHARINA AMALIA PARK / APELDOORN, PAESI BASSI
AIRPORT CITY / DUSSELDORF, GERMANIA
PLACE DE LA RÉPUBLIQUE / PARIGI, FRANCIA
GRANARY SQUARE / LONDRA, INGHILTERRA
SKANDERBERG SQUARE / TIRANA, ALBANIA
Biblioteca degli alberi / Milano, Italia
Durante gli anni ’80 del secolo scorso, sotto una forte pressione da parte del movimento ambientalista, l’azione dell’uomo sulla Terra assume un nuovo significato per la collettività canadese. Da questo momento, non solo per una nicchia di persone, ma su larga scala si diffonde il concetto di degrado ambientale. Le vedute aeree che mostravano gli interventi industriali nel periodo post-bellico in Canada e che costituivano il manifesto di una economia in forte crescita basata sull’estrazione delle risorse assumono un nuovo significato: immagini che fino ad allora simboleggiavano progresso e produttività divengono rappresentative dell’impatto che l’uomo ha sul nostro pianeta. In realtà l’interesse verso territori modificati dall’uomo non era affatto cosa nuova. Già nel 1952 E.A. Gutkind aveva pubblicato un’epitome di vedute aeree che testimoniavano la distruzione dell’ambiente da parte dell’uomo. Inoltre il termine ecologia esisteva già da più di 100 anni; Arthur Tansley nel 1936 aveva coniato la parola ecosistema. Ma il cambiamento radicale, che divenne poi un fenomeno di massa, fu proprio il cambiamento di prospettiva. La stessa immagine che anni prima costituiva il simbolo del progresso, anni dopo divenne “testimonianza del degrado ambientale”. Un cambio radicale nell’immaginario popolare che conferì all’umanità la consapevolezza di ciò che stava costruendo.
Il 22 Maggio del 2021, mentre l’intero globo è impegnato nella lotta alla pandemia da SARS-CoV-2, apre al pubblico la 17. Mostra Internazionale di Architettura organizzata dalla Biennale di Venezia, dal titolo How will we live together? Il quesito non poteva essere più emblematico, se non profetico (il tema venne proposto pochi mesi prima della pandemia), del clima di incertezza che la società mondiale sta affrontando.
«La domanda: How will we live together? È antica e allo stesso tempo urgente. I babilonesi la posero nel costruire la loro torre. L'ha posta Aristotele quando scriveva nella Politica. La sua risposta è stata “la città”. La posero le rivoluzioni francese e americana. Sullo sfondo tumultuoso dei primi anni Settanta del secolo scorso, Timmy Thomas lo implorò nella sua canzone Why Can’t We Live Together?»1
La mostra di Venezia è un grido d’aiuto, rivolto agli architetti di tutto il mondo affinché possano rispondere alle questioni sociali, politiche e spaziali della contemporaneità. Dagli anni '80 di presa di coscienza del nostro impatto sull’ambiente, quasi un secolo dopo «continuiamo ad abitare case e città costruite su idee di “bella vita” ormai superate»2 .
L'ecologia, in particolare dal momento in cui ci si rese conto che l’attività dell’uomo sulla Terra poteva essere distruttiva, si incentra proprio sul passaggio
1. Intervento di Hashim Sarkis, curatore della 17. Mostra Internazionale di Architettura. 2. Ibid.
Più della metà della popolazione mondiale vive in città. Cliché. L’elevata concentrazione di popolazione in città fa si che gli effetti del cambiamento climatico in atto si ripercuotano con maggiore violenza nelle aree urbane scaturendo disastri di magnitudo e con frequenza senza precedenti.
Il crescente aumento e migrazione della popolazione dalle aree rurali a quelle urbane sembrano costituire il binomio perfetto per un disastro ambientale annunciato. Se il 70% della superficie terrestre è ricoperta di acqua, il restante 30% del suolo è occupato da più di 7 miliardi di abitanti (E.U., 2019). Metà della popolazione mondiale, 3,5 miliardi, vive in città; quest’ultima occupa solamente il 3% della superficie terrestre (UN, 2019). Tuttavia, per alcuni esperti l’appellativo “pianeta blu” è ormai obsoleto per cui sarebbe più appropriato riferirsi alla Terra con il termine Urban Planet (E.U., 2019).
Parallelamente all’aumento della popolazione urbana, cresce anche la popolazione mondiale, si stima che nel 2050 la popolazione nel mondo aumenti di 2 miliardi e che raggiunga il picco di 11 miliardi entro la fine del secolo (UN, 2020). L’aumento della popolazione fa emergere quelle questioni cruciali del nostro tempo. Un numero sempre maggiore di abitanti corrisponde ad un aumento del fabbisogno alimentare, che si traduce nella necessità di più bocche da sfamare e quindi una maggiore produzione di cibo. E l’agricoltura intensiva risponde in maniera celere alla provvigione di cibo per il sostentamento della popolazione mondiale. Questa modalità di coltivazione, affermatasi a livello globale durante la metà del 20° secolo, ha dato luogo ad una produzione agricola straordinaria, facendo fronte alla crescente necessità alimentare dovuta all’esplosione demografica e alla crescita delle aree urbane in cui inizia a concentrarsi un numero sempre maggiore di popolazione. Negli ultimi decenni anche l’aumento nel tenore di vita aumenta la pressione sull’attività agricola. La diffusione della prosperità in paesi come Cina e India sta provocando una maggiore richiesta di carne, uova e latticini che provoca un aumento considerevole nella produzione di mais e soia per nutrire gli animali allevati. Con l’aumento nella resa agricola grazie alla Green Revolution, il cibo diventa meno scarso e il suo prezzo diminuisce con un conseguente aumento della prosperità e un maggiore sviluppo economico. Tuttavia, l’espansione dei terreni destinati alla coltivazione favorisce il degrado del suolo, la perdita di aree naturali, di biodiversità e aumento nell’utilizzo di acqua dolce, contribuendo
direttamente e indirettamente al cambiamento climatico. Con una espansione direttamente proporzionale all’aumento della popolazione i terreni agricoli nel 2014 occupavano 20.39 milioni di km2, e si stima che entro il 2050 più di 1 miliardo di ettari di terreno vergine sarà convertito in terreno agricolo (E. C., 2019). Inoltre l’accelerazione nella produzione agricola porta ad una elevata efficienza di questo tipo di attività che si esplicita nell’utilizzo di elevate quantità di fertilizzanti e pesticidi che influiscono negativamente sulle risorse idriche, sugli ecosistemi locali e regionali e sulla competitività della piccola agricoltura favorendo la migrazione nelle città.
L’urbanizzazione come fenomeno demografico e di espansione della città porta a un incremento e accentramento nei consumi idrici per uso domestico e per la gestione degli spazi urbani, diminuendo la disponibilità di acqua per le coltivazioni. La città però necessita anche di cibo, energia e materiali che spesso si quantifica nello sfruttamento di una superficie 200 volte superiore l’area della città stessa (E. C., 2019). In aggiunta, le città poiché centri di produzione e consumo costituiscono le principali fonti di emissione di carbonio (circa il 70% a livello globale) e seppure in maniera ridotta contribuiscono all’emissione di metano (in Italia rappresenta il principale combustibile per il riscaldamento).
La complessità di questi fenomeni, aumento della popolazione, migrazione e spostamento dalla campagna alla città, generano delle relazioni causa-effetto, che non si limitano al locale, ma che agiscono su scala globale con conseguenze non solo ambientali ma anche sociali ed economiche.
QUALE CITTÀ?
Le Corbusier nel libro La maison des hommes individuava nella città la casa dell’uomo, ambiente costruito in relazione all’ambiente naturale: la città è verde. Le sue riflessioni, base del pensiero moderno affondano però le radici nei trattatisti precedenti, tra cui ad esempio Vitruvio,
«Prima di disegnare le mura d’una città, si dovrà scegliere un luogo d’ottima aria. E questa si avrà, se sarà alto, non nebbioso, né brinoso, e riguardante gli aspetti del cielo né caldi, né freddi, ma temperati; ed oltre ciò, se sarà lontano dai luoghi paludosi: imperciocchè giungendo alla città l’aria mattutina al nascer del Sole, ed unendovisi le nebbie che sorgono, i fiati degli animali paludosi mescolati colla nebbia, spargeranno effluvj velenosi sopra i corpi degli abitanti, e renderanno infetto il luogo. Parimente se le mura saranno lungo il mare, e riguarderanno il Mezzogiorno, o l’Occidente, non saranno sane, perché d’estate l’aspetto meridiano al nascer del Sole si riscalda, ed al meriggio brucia. Similmente quel che riguarda il Ponente, al nascer del Sole s’intiepidisce, al mezzogiorno si riscalda, la sera brucia; quindi è che dalle mutazioni di caldo, e di freddo ricevono danno quei corpi, che sono in questi luoghi.»
Capitolo IV, Libro I, “Della scelta dei luoghi sani”, Vitruvio, De Architectura, trad. it. Berardo Galiani
Qualità ambientale, salute e contesto geografico sono indispensabili per il progetto della città. Questa dialettica prescinde dal concetto di logos. Logos, dal greco λόγος (ragione, discorso, parola) che nella sua accezione originaria e più antica del pensiero greco è la ragione che determina il mondo. È il significato del logos di Eraclito, di connessione e relazione: è ciò che lega. Tale relazione è la sola che lega l’uomo alla natura, poiché senza logos non c’è luogo, ma solo habitat. L’apertura o la differenza nel legame tra gli uomini e l’ambiente definisce l’esistenza della città stessa. Quando Robert Pogue Harrison parla di foreste ci ricorda quanto siano fondative per la città: esse, infatti, ne definiscono il confine, il limite, il fuori. In questo senso la città vive in relazione con la natura e lo fa con responsabilità e autocontrollo. Sempre Harrison sottolinea come la distruzione delle foreste e della natura implicherebbe la distruzione di quella maison de l’homme di cui parlava Le Corbusier, «la fine della città»1 .
Diversamente, la struttura della città moderna, come dice Mumford nella serie di documentari Lewis Mumford on the city del 1963, nasce con la sola missione di conquistare la natura. Se la città nasce in una dimensione di reciproca influenza con la natura, oggi ha pienamente perso l’autocontrollo. La città è caduta nell’errore di staccare l’human dal natural2 . Per anni la città ha accolto il solo desiderio umano dando priorità alle sue attività. Senza alcuna via d’uscita, il fattore antropico se da una parte protegge i cittadini dall’altra rappresenta un pericolo per gli stessi. Un esempio è il tema della qualità dell’aria in città che costituisce un rischio per la salute dei suoi abitanti. I riscaldamenti, i veicoli a motore, le polveri sottili inquinano fortemente l’aria in città. In aggiunta la scomparsa della vegetazione e degli alberi a favore di una crescente cementificazione contribuisce alla produzione di CO2 nonché alla distruzione degli elementi naturali capaci di assorbire l’anidride carbonica e liberare l’ossigeno.
NUOVE QUESTIONI URBANE
La «nuova questione urbana»3 che investe ogni città nel globo dalla fine del XX secolo, rappresenta l’ambito di riflessione in un momento di radicale cambiamento sociale ed economico. Relativamente alle metafore «società liquida», «società del rischio» e «società dell’accesso» la questione affronta tre temi principali: nuove forme di urbanizzazione, responsabilità nei confronti del cambiamento climatico e l’accessibilità agli spazi urbani.
1. Benevolo L., La fine della città, Editori Laterza, Bari, 2011.
2. Nel libro Ecological Urbanism, Sanfrod Kwinter nel saggio “Notes on the Third Ecology” sollecita a non cadere in questo errore e sperare allo stesso tempo di raggiungere la sfida ecologica.
3. Secchi B., A New Urban Question, Zurigo: The Swiss Spatial Sciences Framework (s3f), ETH, 2009.
L’attuale forma di urbanizzazione ancora poco comprensibile riguarda il cambiamento nella morfologia fisica e sociale della città. La città tradizionale e la metropoli di prima generazione si piegano allo sviluppo delle cosiddette Mega Urban Regions4 (MUR). Per definire questa nuova entità urbana che è andata non solo al di là della città tradizionale ma ben oltre la struttura della metropoli di prima generazione, Martinotti utilizza il termine «meta-città»5: metropoli di seconda e terza generazione. La metamorfosi dalla città tradizionale/metropoli di prima generazione alla meta-città ha dilatato l’area insediativa generando insediamenti a bassa densità – urban sprawl – che ha coinvolto inizialmente gli Stati Uniti e successivamente l’Europa, oggi anche i paesi meno sviluppati del mondo. La chiara identificazione della città tradizionale, basata su confini precisi e una popolazione circoscritta, perde i suoi limiti e viene a meno come sottolinea Martinotti la sovrapposizione tra città sociale e città costruita. Herbert George Wells nel 1902 diceva: «the country will take to itself many of the qualities of the city»6 .
L’espansione della città influenza in maniera considerevole anche la città sociale, che si costituisce ora anche da city users o Non Resident Populations (NRP). Il cambiamento radicale si è verificato nel XX secolo, quando il fenomeno del pendolarismo divenuto di grande portata ha iniziato a influenzare la scena urbana. «Nella città si entra, mentre nella metropoli si arriva» scrive Martinotti. La società fluida necessita di nuove infrastrutture, di nuove aree residenziali e di cambiamenti nei vecchi centri. Alla città tradizionale si aggiungono nuovi spazi, nuove abitudini e nuove esigenze che comportano inevitabilemente uno stato di inquietudine, dovuto a meccanismi urbani ancora ignoti, e sempre meno leggibili (come si presupponeva nel modernismo) attraverso dati tecnici, numerici o sistemi razionali: i cambiamenti della città sono continui e imprevedibili e ancor più non rispondono a leggi fisiche.
«La vecchia Parigi non è più; la forma d’una città/cambia più veloce, ahimè!, d’un cuore mortale [...] Parigi cambia! Ma niente, nella mia malinconia,/ sì è spostato: palazzi rifatti, impalcature, case,/vecchi sobborghi, tutto per me diventa allegoria!»
Baudelaire
4. Termine definito dalle Nazioni Unite.
5. Entità che va al di là (meta.)
6. Wells H. G., Anticipations of the reaction of mechanical and scientific progress upon human life and thought, New York: The North American review publishing Co., 1902, p. 70.

ROTTERDAM Rotterdam come città portuale si confronta particolarmente con gli effetti del cambiamento climatico. La città è infatti soggetta a frequenti inondazioni dovute all’innalzamento del livello del mare, ma negli ultimi anni dovute anche a eventi di precipitazioni intense. In aggiunta l’aumento delle temperature produrrà nel tempo sempre più eventi di ondate di calore.
Il clima ha pertanto una forte impatto su Rotterdam influenzando il modo di costruire la città. La città ha da anni adottato diverse strategie per l’adattamento ai cambiamenti climatici attraverso piani che costituiscono un percorso per una città a prova di clima. Ma di fronte allo scenario “tragico” i piani di adattamento si sviluppano dall’idea che il cambiamento climatico può costituire un’opportunità per migliorare la qualità urbana attraverso la progettazione consapevole. Con un approccio integrato Rotterdam pianifica il percorso di adattamento attraverso l’adozione del Rotterdam Climate Proof nel 2008 e il Rotterdam Climate Change Adaptation Strategy nel 2013.
Le strategie hanno come obiettivo l’implementazione di un sistema di difesa contro le inondazioni, l’adattamento dello spazio urbano ai fenomeni di inondazione, l’aumento della resilienza della città e la promozione delle opportunità poste dal cambiamento climatico sia in termini di economia, sociali che dal punto di vista della biodiversità. L’ambizione dei piani è quella di rendere Rotterdam 100% a prova di clima, e cioè ogni area della città sarà capace di adattarsi a eventi estremi con conseguenze minime.
La risorsa che lega le strategie per una città adattiva è l’acqua. L’approccio trasforma l’acqua da minaccia a una risorsa indiscutibilmente essenziale per lo sviluppo urbano. I piani si evolvono infatti seguendo il

concetto di adattamento. Partendo dalla biologia in cui l’adattamento costituisce i cambiamenti nella struttura o nel comportamento di un organismo per garantire la sua sopravvivenza, arrivando alle architetture arcaiche di adattamento al clima, come l’igloo. L’adattamento di Rotterdam prevede tetti e facciate verdi, meno pavimentazione, più flora e piazze d’acqua. Queste misure hanno come obiettivo principale l’introduzione del ciclo naturale dell’acqua all’interno dell’assetto urbano: negli spazi liberi aumentare il suolo permeabile e introdurre vasche per la raccolta dell’acqua.
La posizione di Rotterdam nel delta, l’ha sempre resa suscettibile a inondazioni, anche se di portata e frequenza minore, e questo ha portato la città a dotarsi negli anni di un sistema rigido di protezione e per l’approvvigionamento idrico. Tuttavia, questi sistemi da soli non bastano più oggi, e la città è vulnerabile. Inoltre, la consapevolezza contemporanea richiede la necessità di un approccio adattivo in cui combattere il cambiamento climatico significa convivere con i suoi effetti e accettarli. Secondo questa idea, la Rotterdam contemporanea si fonda su quella struttura rigida del passato e che costituisce il sistema robusto della città integrata al nuovo sistema flessibile e adattivo.
Le strategie poste dai piani oltre che proporre delle azioni per l’adattamento al cambiamento climatico si basano sulla loro integrazione nel contesto urbano in senso architettonico. Le strategie non si pongono quindi solo come opere ingegneristiche e idrauliche ma come sistemi multifunzionali capaci di svolgere la duplice azione di protezione e attivazione dello spazio pubblico.
L’approccio adattivo, anziché rigido, e multifunzionale, anziché monofunzionale, sta alla base del progetto ecologico in cui si costruisce la città progettando con la natura.
INFILTRAZIONE
Penetrazione lenta dell'acqua nel terreno
CONTENIMENTO
Capacità di contenere una determinata quantità di acqua per un periodo di tempo limitato nel senso di ridurre il rischio di inondazione
DEPURAZIONE
Processo di eliminazione delle impurità e delle sostanze inquinati dall'acqua nel senso di ridurre i danni alla salute e al sistema ecologico
RACCOLTA
Accumulazione dell'acqua per diversi scopi
BACINO DI RITENZIONE
Depressione vegetata del suolo con specchio d'acqua permanente che contiene temporaneamente l'acqua piovana che si infiltrerà successivamente nel terreno
BACINO DI DETENZIONE
Bacino vegetato e non che contiene temporaneamente l'acqua piovana
OSSIGENZAZIONE
Rilascio dalle piante degli atomi di ossigeno nell'atmosfera attraverso la fotosintesi
INCANALAMENTO
Convogliamento dell'acqua nella direzione prescelta
VENTILAZIONE
Movimento dell'aria per differenza di temperature e pressione
BREZZA CONVETTIVA
Movimento d'aria ad anello dal suolo alla superficie d'acqua
RICARICA
Accumulazione di acqua piovana nella falda acquifera attraverso l'infiltrazione nel terreno
NEBULIZZAZIONNE
Riduzione dell'acqua in piccole gocce attraverso getti che la disperdono sotto forma di nuvole di vapore per raffrescare un ambiente
A monte dell'analisi di ciascuna best practice, i progetti sono stati selezionati per la loro capacità di migliorare la qualità ambientale, che ha costituito un fattore imprescindibile nella scelta dei casi. La qualità ambientale è stata definita da cinque aspetti:
Ombreggiamento
Ventilazione
Brezza convettiva
Ossigenazione
Riduzione temperatura
Questi sono considerati aspetti costanti e che non possono essere sottratti alla progettazione dello spazio pubblico. Ogni progetto analizzato risponde a tutti e 5 gli aspetti, motivo per cui non sono stati inseriti nella matrice – in cui sono evidenziati solo gli aspetti variabili.
La matrice fornisce per ciascun spazio pubblico l'anno di realizzazione, la sua dimensione e il tipo di clima. Queste informazioni di base vengono messe in relazione agli aspetti più decisivi per la progettazione degli spazi e cioè l'obiettivo che sta alla base della realizzazione dello spazio pubblico da cui ne deriva il progetto del suolo con la scelta dei materiali, degli elementi d'acqua e del paesaggio naturale con la scelta di fauna e flora.
ossigenazione ventilazione ombreggiamento verde biodiversità suolo permeabile aggregazione ludico

brezza connvettiva riduzione della temperatura
RIVAS VACIAMADRID, SPAGNA ECOSISTEMA URBANO
2010
7500 M 2 (SPAZIO PUBBLICO)

INFILTRAZIONE
DEPURAZIONE
RACCOLTA
CONTENIMENTO
ossigenazione ventilazione ombreggiamento verde biodiversità

suolo permeabile aggregazione ludico brezza connvettiva riduzione della temperatura

DUSSELDORF
GERMANIA
VOGT
LANDSCHAFTSARCHITEKTEN
2008
20000 M 2
Il progetto in prossimità dell’aeroporto di Dusseldorf, mette in relazione spazi e scale molto diverse fra loro attraverso il disegno dello spazio pubblico e la natura. La piazza è costituita da un'isola con alberi e vegetazione. Intorno a questa la pavimentazione lievemente in pendenza permette durante le precipitazioni intense di raccogliere temporaneamente l'acqua che verrà poi gradualmente convogliata verso l'isola centrale vegetata.

INFILTRAZIONE
DETENZIONE
RACCOLTA
ossigenazione ventilazione ombreggiamento verde biodiversità

suolo permeabile
aggregazione ludico brezza connvettiva riduzione della temperatura O2

