
Indice
L’ultima casa, come le api fanno il miele
Bibliografia
Vita di Tessenow di Martin Boesch
Fonti delle illustrazioni
Ringraziamenti
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L’ultima casa, come le api fanno il miele
Bibliografia
Vita di Tessenow di Martin Boesch
Fonti delle illustrazioni
Ringraziamenti
Hogirato intorno a Heinrich Tessenow con la ricerca e il lavoro per lungo tempo. Mi attirava questa figura di uomo schivo, fondamentalmente poco appariscente, eppure capace di una generosa architettura dalla quale continuare a imparare. La questione è sempre la stessa, scegliersi dei Maestri dai quali apprendere il nostro mestiere. Mi infastidiva, e continua a infastidirmi, il frastuono da cui siamo circondati, come se anche l’architettura non potesse esimersi dalla semplificazione mediatica che la società sta vivendo. Nessuna ansia di conoscenza, o anche solo di più modesta curiosità. Anche in architettura “I like” è un cortocircuito che cancella il processo e il procedimento, che non fa andare avanti e non fa apprendere. Finisce nel gesto ed è, il più delle volte, compiuto per farlo sapere ad altri.
Quando Tessenow presenta i propri lavori usa poche parole appropriate, essenziali, preferisce far parlare i disegni ai quali, come già fu per Schinkel, non manca nulla per essere eseguiti e costruiti. Talvolta tutto in una tavola, come il disegno esecutivo per l’atelier Nau-Roser (Magdeburg, 1912). A differenza dei luoghi comuni, non è un nostalgico o un passatista, cerca piuttosto di stare nella norma, di re-istituire la norma laddove è stata perduta, di riportare le questioni nel loro alveo quando se ne sono allontanate, rimettendo in fila gli strumenti e le tecniche appropriate per il nostro lavoro: l’ordine, la regolarità, e, in particolare, la simmetria. I suoi scritti, rispecchiati nei suoi lavori,
qualche modo sostenendo ancora le ragioni di questi ultimi, quali ancora in grado di generare (e insegnare) progetto, contrapposti ai gesti esibizionisti delle avanguardie, da cui ancora oggi mi sembra impossibile imparare. Persino dai loro modaioli epigoni contemporanei che compiono gesti gratuiti pur di farsi guardare, e che non hanno niente da dire a studenti e studentesse, anche se talvolta suscitano nei più sprovveduti quella cieca ammirazione riservata a imponderabili gesti impossibili.
Eravamo del resto schierati e di parte nel Politecnico di Milano degli Anni Settanta, abituati anche a prender partito per battaglie di minoranza, ma che ai nostri occhi parevano giuste in ordine a un’idea generale e condivisa di architettura contrapposta all’individualismo (la genealogia non poteva essere che partagée). Ci sembrava dunque un dovuto risarcimento il fatto che Ernst May avesse proprio chiamato Heinrich Tessenow a chiudere il controverso quaderno monografico dedicato al tetto di Das neue Frankfurt3; lasciando di fatto aperta la porta al tetto necessario, quello cioè che si doveva fare valutando caso per caso (Steildach o Flachdach?), non quello ideologicamente e programmaticamente piatto a tutti i costi4.
Dalla laurea con Giorgio Grassi in poi (1984)e coltivando in seguito la questione a partire da una
3. G. Grassi, Das neue Frankfurt, Edizioni Dedalo, Bari 1993.
4. F. Collotti, Appunti per una teoria dell’architettura, Quart Verlag, Luzern 2002; ed. or. Architekturtheoretische Notizen, Quart Verlag, Luzern 2001.

Heinrich Tessenow, rilievo di una fattoria e principio di insediamento nel circondario a est di Hannover.
suo progetto possa essere di un qualche interesse e che mostri una via possibile al problema.
L’anno dopo, nel 1909, pubblica Der Wohnhausbau. Qui Tessenow è dichiaratamente schierato a sostenere le ragioni di una sorta di legge mite che regola il nostro mestiere4. Una discrezione antica, verrebbe da dire, che gli rende necessario ritornare anche su questioni apparentemente banali o scontate. Il fatto stesso di riproporle ne mostra la necessità, poiché per quanto molto note, ne siamo solo in minima parte coscienti; anzi sembrano riprese sia per chi deve imparare a costruire le case, sia per chi le abita e le abiterà.
Tessenow racconta sempre il procedimento, how I did it, perché è la parte trasmissibile che resta, aldilà del gesto dei singoli. Questa dello spiegare come l’ho fatto è una preoccupazione aggiuntiva, verrebbe da dire, è un costruire da professori? In questo modo l’adesione alla regole è sempre esibita. Si ricapitolano ogni volta col progetto. E si ritiene anche di avere qualcosa da dire soprattutto con un pensiero critico riguardo al momento in cui ci si trova ad agire. Alcuni Maestri ci hanno raccontato gli aspetti tecnici di come riuscivano a fare il loro lavoro: neanche un attimo a parlare del perché, a lungo interrogandosi del come le cose si fanno. Per parte nostra si potrebbe dire di un’ansia di conoscenza per cogliere il segreto, per imparare e rifarlo. Indagando la domanda sottesa alla ragion d’essere delle forme, inseguendo quel segreto tecnico fondato nelle cose, nella loro realtà.
4. Vedi al proposito la nota 2 nel primo capitolo di questo volume.

Scelte tra la grande quantità di suoi lavori, due case progettate per una committenza molto diversificata ci aiutano a ragionare sulle questioni relative alle abitazioni di ridotte dimensioni. La casa-atelier Nau-Roeser (1912) e il capanno abitabile nella Siedlung dei reduci di guerra a Rähnitz/Dresda (1919).
Case figlie di una stagione in cui si costruiva in legno, non per moda, ma per necessità. Come sempre dovrebbe essere. E dentro questa economia di costruzione, comunque pensare generosamente allo spazio e alla vita. Generosamente! Cioè con animo grande, come suggerisce l’etimo greco ripreso da Dante dei megalopsicoi (contrapposti ai pusillanimi, Inferno Canto IV). E, sia detto di passaggio, come si potrebbe fare del resto questo mestiere, se non così?
Per Gertrud Roeser e il marito pittore August Nau, frequentati sin dal 1904 nella cerchia di Paul SchultzeNaumburg1, Heinrich Tessenow costruisce una casa in Fachwerk, struttura in legno controventata e rivestita di tavole. Due piani coperti da una sola falda a forte inclinazione, su un vespaio areato, al piano terra la cucina e una camera. Sulla parete opposta alla cucina, una finestra in asse. Al centro i focolari delle stufe, aggrappolate intorno al camino: insieme alle fondazioni, la canna fumaria è l’unica parte in muratura. Dalla stanza bassa si accede a un corpo esterno, quasi aggiunto, illuminato da una finestra pensata a sei riquadri a filo soffitto, ma
1. M. De Michelis, Heinrich Tessenow 1876-1950, Electa, Milano 1991.

Heinrich Tessenow, casa-atelier Nau-Roeser presso Lostau, progetto esecutivo originale 1:50, Magdeburg 1912-1913.
(non costruirai con l’ironia sguaiata di una risata, direbbe ancora Tessenow, ma ti permetterai – appunto – quel sorriso, che è come un papavero in un campo di grano).
Fuori, al piede del grande finestrone, una pergola di travi grezze, quasi dei rami grossi appena rifilati, ingentilisce la facciata principale e si accompagna a una panca, su cui ci immaginiamo gli abitanti della casa a veder trascolorare la vite e le rose al variare delle stagioni.
L’altro scenario che potremmo scegliere, tra le tante piccole case di Tessenow, è un caso estremo, un cabanon. Un capanno abitabile costruito a Rähnitz per la Siedlung destinata ai reduci della Grande guerra (realizzata tra il 1916 e il 1922). È un comune rurale al confine di Hellerau, dove Tessenow qualche anno prima aveva avuto occasione di costruire, con il suo progetto più noto, la prefigurazione di una futura umanità nel Bildungsanstalt für rhytmische Gymnastik promosso dal pedagogo ginevrino Dalcroze. A differenza del solare istituto, la Kriegersiedlung ci potrebbe riportare invece a qualche graffiante incisione di Georg Grosz o alle ballate di Bertolt Brecht.
A fianco di una sequenza di case isolate e case a schiera per il committente Booth, Heinrich Tessenow progetta una baracca abitabile (torneremo più avanti su Hellerau). Nella penuria di case del dopoguerra era consuetudine in Germania trasformare i depositi degli attrezzi delle colonie degli Schrebergärten (giardini del dopolavoro, oppure orti sociali potrebbero essere definiti) rendendoli case. La stanza è di quattro metri per quattro metri e quindici, due letti in fila, una finestra,

ingentilita da questi pergoli che invitano a entrare, previsti (ma non realizzati) a cavaliere degli spigoli dei corpi di fabbrica, a lenire il sodo dell’angolo. Tessenow costruisce solido e convincente, ma è capace di grande adeguatezza per alleggerire la massa, quando serve. Queste pergole sono una sorta di mediazione capace di relazionarsi alla scala umana dell’edificio, non a caso in corrispondenza degli accessi, non a caso in corrispondenza degli spigoli dove l’edificio mostra la sua stabilità e al contempo ne smorza l’impatto. Un ragionamento simile a quello che abbiamo già visto a proposito delle logge e delle terrazze che ingentiliscono il fronte delle case sulla via, a rapportarsi a una scala di relazione umana.
A latere di tutto ciò, sarebbe forse tutto da approfondire il rapporto tra lo stesso Tessenow e Karl Friedrich Schinkel: quelle pergole italiane schizzate a Anacapri, Napoli, Palermo, Siracusa che poi divengono il ritmo serrato della piccola casina di Klein Glienicke e della casa del giardiniere ai Römische Bäder di Charlottenhof. Come per Schinkel al casino di Klein Glienicke in riva allo Havel, il pergolato in Tessenow non è un accessorio, ma è vera e propria architettura. È sequenza di pilastri, per quanto esili, che attendono una copertura, è corpo di fabbrica, è muro traforato. Schinkel ha la conferma in Sicilia che l’ombra e la luce sono materiale da costruzione.
A volte il pergolato è il completamento del muro, marca l’architettura che definisce un salto di quota, e questo lo abbiamo visto altrove, a Fiesole, a Firenze, a

Heinrich Tessenow, planimetria generale della Siedlung Mosigkau, 1939-1940.
piccola panca e un giardino per ogni casa, un albero da frutto, forse due, chiudono ogni appezzamento.
Alcuni schemi di Hellerau si ritrovano ancora a Pößneck in Turingia (am Gruneberg, 1920-22), dove le case col timpano a fronte strada si ripetono collegate insieme dai locali accessori (ingresso laterale), fronteggiandosi e arrampicandosi lungo la via. L’impianto, costruito lungo un asse in leggera salita, inizia e finisce con uno slargo e si mostra come un piccolo villaggio con una sua precisa identità. Quasi un’unità minima di abitazione posata sul territorio. Le case attestate sugli slarghi di inizio e fine del quartierino, par la loro dimensione e figura, assomigliano a dei personaggi maggiori in grado di tenere insieme la sequenza di case unifamiliari a un piano con sottotetto, che compongono il paesaggio della via principale.
Pößneck resta la Siedlung esemplare di Tessenow, quella cioè in cui le sue idee circa l’insediamento umano riescono a dispiegarsi in modo completo, dal progetto urbano fino alla scala architettonica.
A Swechat-Rannersdorf (1921, siamo nei pressi di Vienna) a una sequenza di case di circa un centinaio di metri (anche qui concatenate tra corpi di fabbrica e corpi secondari) si contrappone, sull’altro lato, un modulo base di questo principio, un frammento che allude al completamento della strada, ma che si interrompe laddove una regola di forza maggiore lo impedisce. Una casa minima è nobilitata dall’essere accoppiata con un’altra altrettanto minima, ma il timpano, disposto lungo la strada, le tiene insieme e le rende autorevoli.

Josef Hoffmann, Colo Moser, Alfred Roller, lo scultore Hanack e altri»4. Nel suo curriculum non compaiono altri nomi oltre a quelli sopra citati.
A Vienna, nel 1916, redige un secondo libro influente, pubblicato più volte, Hausbau und dergleichen5. Anche in questa raccolta di saggi, il testo e i suoi sapienti disegni si equilibrano. Le metafore che egli descrive non sono solo belle immagini, ma sono state convertite in edifici. Nel breve testo Handwerk und Kleinstadt, scritto sotto l’influsso della prima guerra mondiale e pubblicato nel 1919, non parla di architettura, ma di questioni sociali e i pochi disegni sono di natura simbolica6. Nel 1920 diventa professore all’Accademia statale di belle arti a Dresda. Nel 1922 edifica la piccola, esemplare Siedlung Am Gruneberg di Pössnek. Tra il 1925 e il 1927 realizza l’iconica Landesschule vicino a Dresda con la corte-giardino su cui si affacciano due monumentali pergolati. Per lui è importante un progetto che affronta la questione fondamentale già indagata nel 1909, ovvero quale sia il contesto architettonico più adatto ai diversi ambiti della vita: tra questi, in particolare, gli spazi della mostra internazionale d’arte di Dresda del 1926. «Nel 1926 fui chiamato come professore ordinario alla Technische Hochschule di Berlino dove da allora (parallelamente ad Hans Poelzig) dirigo un seminario di progettazione»7. Perse nel 1934, per motivi politici, la seconda cattedra a Berlino presso le Scuole statali unite per l’arte libera e applicata. Dopo il suo arrivo a Berlino, fino al 1931, elabora i progetti per quattro grandi complessi scolastici, per la piscina comunale di Berlin-Mitte, il progetto di riuso del Kronprinzenpalais per ospitare sale espositive di arte contemporanea «e la trasformazione interna della Neue Wache di Schinkel in un memoriale; quest’ultimo lavoro mi è stato affidato in quanto vincitore di uno tra i concorsi più difficili»8. Mies van der Rohe ottenne il secondo premio, Hans Poelzig il terzo. Tessenow, Mies e Poelzig si ritrovarono nuovamente concorrenti nel 1933 nel concorso per la Banca del Reich a Berlino. Dei progetti scolastici, solo quello per Kassel fu realizzato. Non pubblicò né questa scuola, né l’altrettanto impressionante Stadtbad di Berlino. È lecito supporre che sia dovuto scendere ad ardui compromessi nella realizzazione degli edifici. Nel 1931 chiude il suo studio privato per mancanza di incarichi.
4. H. Tessenow, Die kleine und grosse Stadt, cit.
5. H. Tessenow, Hausbau und dergleichen, cit.
6. H. Tessenow, Handwerk und Kleinstadt, cit.
7. H. Tessenow, Die kleine und grosse Stadt, cit.
8. H. Tessenow, Die kleine und grosse Stadt, cit.
