FEMMINILE CORALE
Questo volume intende ricostruire la traiettoria professionale di Novella Sansoni, architetta, urbanista e amministratrice che operò principalmente nella provincia di Milano dall’inizio degli anni ’50 fino alla metà degli anni ’80. Due aspetti principali sono da tenere in considerazione nell’analisi del suo lavoro: la militanza nel Partito comunista (PCI), che influenzò profondamente il suo impegno professionale e amministrativo, e la dimensione collettiva del suo approccio, che rende questo testo una biografia anomala, più “corale” che individuale.
All’epoca, non era raro che architetti e urbanisti fossero politicamente impegnati, e che applicassero le proprie idee politiche non solo nella pratica progettuale ma anche in contesti istituzionali e amministrativi. Lo stesso fece Sansoni, anche come fondatrice e membro del gruppo di architetti comunisti “Collettivo di architettura”. Nei suoi vari ruoli di architetta, politica e amministratrice pubblica nelle file del PCI, Sansoni contribuì a sviluppare una cultura della pianificazione nell’hinterland milanese, soprattutto per quanto riguarda gli edifici scolastici e le infrastrutture culturali, misurandosi con amministrazioni locali, commissioni di pianificazione e operatori economici.
In queste pagine intendiamo esplorare l’impatto che Sansoni ebbe come architetta, esperta e amministratrice, illustrando in che misura la dimensione politica si integrò alla sua pratica professionale. Attraverso la ricostruzione dei progetti, delle pratiche
A fianco: 1. Novella Sansoni all’inaugurazione della mostra
“Il grande Karl” alla Rinascente di Milano, 12 maggio 1983.
Sansoni
E URBANISTA
Analogamente ai suoi colleghi e colleghe del Collettivo, durante gli anni ’50 Sansoni lavorò nei comuni dell’hinterland milanese, e specialmente ad Assago, Buccinasco e Rozzano, tre municipalità a sud di Milano collocate in un’area colloquialmente nota come la Bassa. Storicamente, questa era una zona agricola dove nel corso del tempo la propaganda socialista e comunista trovò terreno fertile tra gli abitanti, prevalentemente contadini e braccianti. Non sorprende quindi che numerose e longeve giunte rosse si insediarono nelle amministrazioni provinciali della Bassa. Nell’immediato dopoguerra, questi comuni erano ancora in gran parte rurali, a differenza di quelli a nord di Milano, che avevano visto l’intensificarsi di processi di urbanizzazione già prima della Seconda guerra mondiale. La situazione cominciò a mutare a partire dalla prima metà degli anni ’50, quando il generale aumento dei prezzi dei terreni a Milano rese le aree ancora non costruite nell’hinterland appetibili per operatori immobiliari e costruttori, non solo per il minor costo, ma anche per la mancanza, totale o parziale, di strumenti urbanistici aggiornati che potessero disciplinare nuovi interventi edilizi. A innescare tali processi fu principalmente il nuovo piano regolatore di Milano, approvato nel 1953, che, dando priorità all’iniziativa privata rispetto alle esigenze collettive, condusse alla densificazione delle aree centrali e alla riduzione dei servizi pubblici. In questo modo, anziché contrastare l’espansione incontrollata della città, il piano regolatore del 1953 di fatto la legittimò sia in
termini di zonizzazione che di regolamenti edilizi, in quanto vennero posti pochi vincoli nelle volumetrie per le nuove costruzioni nelle parti centrali della città, mentre in periferia la densità edilizia venne ridotta1. È in questo contesto che i proprietari terrieri della Bassa intuirono i vantaggi di convertire i loro possedimenti in lotti fabbricabili; di conseguenza, nuove costruzioni iniziarono a essere erette nelle municipalità dell’hinterland, spesso con scarse misure di disciplina degli interventi da parte delle amministrazioni locali, prive delle competenze e degli strumenti necessari. Per far fronte a questa situazione, i progettisti affiliati nella Commissione tecnica della Lega dei comuni democratici si misurarono concretamente con le questioni legate alla gestione del territorio per aiutare le amministrazioni locali a sviluppare strategie e strumenti di pianificazione.
È infatti in questo contesto che Sansoni iniziò a collaborare con il comune di Assago, governato da una giunta rossa, la quale la incaricò ufficialmente della realizzazione del piano di fabbricazione nel 19582, approvato nel 1961 con una nuova variante3. In questo contesto, Sansoni mise in pratica un modus operandi condiviso non solo all’interno del Collettivo, ma anche della Commissione tecnica della Lega dei comuni democratici: oltre all’assistenza più tecnica e minuta, Sansoni aiutò gli amministratori locali a definire gli obiettivi per i futuri interventi nel territorio. In questo modo fu possibile avviare le trattative con i proprietari terrieri per formalizzare gli obiettivi del piano di fabbricazione con una maggior consapevolezza della direzione da perseguire da parte dell’amministrazione. Tramite convenzioni urbanistiche, la municipalità garantì i permessi di costruzione in cambio di contributi per coprire gli oneri di urbanizzazione primari e secondari, che spesso includevano infrastrutture educative. In questo modo si delinearono nuovi interventi e aree di espansione in maniera negoziata, regolando l’iniziativa privata e allo stesso tempo salvaguardando le esigenze collettive e pubbliche in materia di pianificazione. In questi processi Sansoni, come urbanista condotta, agì come mediatrice sul campo, rappresentando gli interessi dell’amministrazione di Assago di fronte agli operatori economici interessati a intervenire sullo sviluppo urbanistico di quello che allora era ancora un comune prevalentemente rurale, ma


Novella Sansoni
8. Scuola materna progettata da Sansoni a Vigano Certosino, 1956-1957.
9. Scuola elementare progettata da Sansoni a Cassino Scanasio, frazione di Rozzano, 1958.
promulgazione di nuove norme tecniche nel 1956, non riuscirono a dare considerevole slancio al tema, che in questo decennio rimase ancora appannaggio di una ristretta cerchia di professionisti ed esperti, con scarso appoggio culturale e politico3. Il cambio di rotta avvenne alla fine degli anni ’50, in occasione della presentazione del Piano decennale di sviluppo della scuola nel 1958 e della XII edizione della Triennale di Milano sul tema «La casa e la scuola» nel 1960, che riuscì ad attirare l’attenzione dei media sull’edilizia scolastica anche grazie all’esposizione di esempi internazionali.
Questo in particolare riguarda la scuola elementare progettata dalla contea di Nottinghamshire, in Regno Unito, realizzata con il già menzionato sistema di prefabbricazione CLASP, progetto che «colpì il pubblico in quanto illustrava un modo veramente diverso dal nostro di concepire la scuola e la vita scolastica; fu messo in particolare risalto anche il metodo del consorzio dei comuni che le autorità britanniche avevano adottato per la realizzazione del programma di cui l’edificio costituiva un esempio»4. Il rinnovato interesse pubblico intorno alla questione della scuola accese l’attenzione sulla necessità di pianificare scuole opportunamente attrezzate e ben integrate nel territorio, tema affrontato sia in ambito amministrativo che legislativo e ministeriale. Sansoni vi contribuì con la sua prospettiva di progettista e con una posizione politica esplicita, che le permise di intervenire in diversi contesti politici, istituzionali e disciplinari. Questo fu il caso della sua partecipazione in veste di «architetto» ed «esperto in edilizia scolastica» al dibattito interdisciplinare sulla scuola elementare organizzato dalla rivista Argomenti d’architettura nel 1960, che coinvolse progettisti, specialisti e politici, invitati dalla redazione a discutere su quanto emerso dalla XII Triennale5. In questa occasione, Sansoni sollevò un aspetto che diventerà uno dei temi principali della sua visione della pianificazione dell’infrastruttura educativa, ovvero la necessità di progettare edifici di una certa dimensione, che unissero diversi cicli scolastici, non solo per motivi educativi e legali legati all’obbligo scolastico, fissato ai 14 anni, ma anche urbanistici. Secondo Sansoni, infatti, era necessario pianificare infrastrutture che potessero accogliere un numero consistente di alunni e alunne e avere così la dimensione e gli spazi sufficienti per assumere il ruolo di centri civici di riferimento,

svolgendo così funzioni sociali e culturali a livello locale, un aspetto considerato fondamentale per conferire alla scuola un ruolo attivo nella società. Pertanto, scuole di ogni livello, dalle materne alle superiori, dovevano essere distribuite in modo ponderato sul territorio, così da offrire una gamma completa di infrastrutture scolastiche, raggiungibili senza lunghi spostamenti, che potessero funzionare come spazi di incontro e di scambio culturale per la comunità anche oltre il programma e l’orario scolastico. Sansoni aveva iniziato a elaborare ed esporre simili posizioni in altri contesti oltre quelli strettamente disciplinari già alla fine degli anni ’50: nel 1958 presentò una relazione sulla situazione dell’edilizia scolastica nella Provincia di Milano al Centro studi della Camera del lavoro del capoluogo lombardo, dove ribadì che la scuola non è da considerarsi semplicemente come «numerica somma di aule»6, in quanto «il riconoscimento dei bisogni di una più larga partecipazione dei bambini in forma di vita associata e del loro apprendimento sulla base di personali esperienze scolastiche ed extrascolastiche deve condurre alle concessioni di uno spazio
16. Partecipanti al dibattito interdisciplinare sulla scuola elementare organizzato dalla rivista Argomenti d’architettura nel 1960. Da sinistra a destra: Luigi Airaldi, Novella Sansoni ed Egle Becchi.
Sansoni
UN MODUS OPERANDI COLLABORATIVO E NEGOZIATO
Nel ricoprire i suoi incarichi pubblici, Novella Sansoni si impegnò a sviluppare e implementare una prassi che rispecchiasse il suo impegno politico e la sua esperienza professionale come architetta. Se nel periodo in cui operò come urbanista condotta il suo intento di perseguire organicamente obiettivi pragmatici, educativi, culturali e politici era esplicito, l’applicazione delle sue competenze professionali con un chiaro intento politico rimase una costante in tutte le fasi della sua attività amministrativa. In particolare, valorizzò il lavoro e l’impegno sul campo, che le permisero di entrare direttamente in contatto con la varietà di attori coinvolti nelle sue politiche, da studenti e studentesse a colleghi di partito, da operatori economici a membri dell’opposizione in amministrazione. Questa presenza sul campo le permise di instaurare rapporti di fiducia con il pubblico, basati sulla sua idea di responsabilizzazione civile dei cittadini e delle cittadine. Sansoni, infatti, avviava con gli utenti e i destinatari delle sue politiche un dialogo per individuare problemi e trovare soluzioni, rendendoli interlocutori attivi attraverso pratiche e approcci collaborativi. In questo modo, Sansoni portò il suo ruolo politico sul campo, facendo del passaggio del pubblico da spettatori a interlocutori uno dei tratti distintivi della sua attività di amministratrice.
Un esempio del suo agire organico si riscontra nell’implementazione della sua mentalità da architetta anche nell’attività amministrativa

attraverso un “procedere per progetti”: «Ho scoperto che facendo l’Assessore ho fatto l’architetto. Me ne sono accorta confrontando come lavorano gli altri. Io lavoro per progetti: si abbozza lo schema generale, poi si entra nei particolari, si stende la delibera, si realizza. C’è sempre un responsabile del progetto, un gruppo di lavoro. La realizzazione è come una direzione lavori, con gli assistenti di cantiere, le varianti in corso d’opera. Quando ho lasciato lo studio, avevo dieci cantieri. Ora qui ho circa una ventina di progetti in corso»1. L’influenza della sua formazione da architetta si riscontra nell’approccio progettuale che applicò all’attività amministrativa: come assessora, Sansoni programmò e coordinò l’infrastruttura scolastica e culturale nella provincia gestendone i vari aspetti organizzativi, urbanistici e architettonici, in quanto «arredamento e organizzazione degli spazi non possono essere relegati in secondo piano né lasciati alla casualità degli interventi, ma ricondotti a unità progettuale con gli altri elementi fondanti»2. Questo approccio la collocava in una posizione inedita rispetto ai suoi colleghi in amministrazione, di cui lamentava il limite di visione progettuale, in quanto «la divisione tra programmazione, realizzazione e gestione si configura come una vera e propria divaricazione tra teoria e prassi. La impossibilità di modificare il progetto sulla base delle esperienze di gestione e di realizzazione impoverisce e irrigidisce la ricerca e la progettazione»3. Secondo Sansoni, questo limite derivava dall’applicazione della propria
30. Assemblea di quartiere nella frazione di Quinto Stampi a Rozzano, dove a discutere dell’utilizzazione degli spazi della nuova scuola media intervengono (da destra) il prof. Volpari, l’assessora municipale alla pubblica istruzione Lidia De Grada, Novella Sansoni e il presidente del consiglio di quartiere Galardi, 1975.