

INDICE
Presentazioni
Giuseppe, Fiorenza, Simone e Davide Cappochin / Fondazione Barbara Cappochin
Gilberto Muraro / Presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
Elena Svalduz, Stefano Zaggia
Introduzione
Marco Lumini
Mansutti e Miozzo. Dallo studio alla città
Paola Pettenella
Qualche nota intorno al fondo Mansutti e Miozzo del Mart
Marco Mulazzani
La misura della modernità. Mansutti e Miozzo negli anni Trenta
Marta Nezzo
«Intelligere vuol dire leggere dentro»: Francesco Mansutti fra inverno e primavera del 1944
Stefano Zaggia
Proposte per «un’inquieta metropoli di periferia». Progetti, riflessioni e idee per i nodi urbani della Padova nel secondo dopoguerra
Elena Svalduz
Mansutti e Miozzo per Padova: frammenti di una città che cresce
FRANCESCO MANSUTTI
Sharon Giammetta
I Palazzi IRE in via Altinate. Tracce di un’industria edile nella ricostruzione urbana della Padova del dopoguerra
Martina Massaro
L’edificio per i Grandi Magazzini Coin e albergo. Un progetto nel quadro della ricostruzione postbellica della città di Padova
Paola Placentino
Il progetto della chiesa di Santa Rita da Cascia nel piano di via Facciolati
Chiara Clerici
Edilizia popolare nel periodo della ricostruzione. Gli edifici di Mansutti e Miozzo in via Forcellini a Padova (1958-1962)
Edoardo Narne, Francesco Guzzo
Istanze di umanizzazione nel rapporto tra edificio e ambiente. Un allestimento per Mansutti e Miozzo
Francesco Mansutti e Gino Miozzo. Un profilo unico per due biografie
Abbreviazioni
Ringraziamenti
AGAPd: Archivio Generale di Ateneo, Università degli Studi di Padova
AGCPd: Archivio Generale del Comune, Padova
AOAPd: Archivio Ordine Architetti Provincia di Padova
Archivio del ‘900 – MART: Archivio del ‘900 del Museo d’Arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto
BMCPd: Biblioteca Musei Civici, Padova
Man.-Mio.: Fondo Mansutti Miozzo presso Archivio del ‘900 –MART di Rovereto
Ringraziamo la famiglia Mansutti, che con molta generosità ha a suo tempo donato l’archivio dello studio all’Archivio del ‘900 del Mart di Rovereto affinché fosse messo a disposizione di studiose e studiosi per promuovere la ricerca. Ringraziamo figlie, figli e nipoti di Francesco, tra cui l’omonimo appassionato architetto-regista; Silvia che ci ha deliziato e commosso con i racconti di vita in relazione al padre e la simpatica Marianna che ci ha trasmesso altre notizie.
A pochi metri di distanza, la famiglia Morato: in particolare Benedetta, con gli zii Donatella ed Enrico (figlio di Antonio), che ci hanno aperto le loro case e deliziato con i racconti, le fotografie e i dipinti dell’artista padovano. Alla direzione del Mart non può che essere indirizzato un particolare ringraziamento per il supporto operativo e per aver compreso quanto la ricerca sia un atto di paziente ricostruzione e intreccio di dati, carte e disegni. Per l’aiuto nella ricerca e la riproduzione dei materiali, ringraziamo Chiara Marin (Centro di Ateneo per i Musei), Carlo Manfredi e Donka Todorova (Archivio Generale dell’Ateneo di Padova), Elena Ferraro (Archivio Generale del Comune di Padova) e Chiara Romaro (Associazione Archivio Romaro).
FRANCESCO MANSUTTI
Introduzione
Elena Svalduz, Stefano Zaggia
Pubblicato in occasione della mostra Francesco Mansutti e Gino Miozzo: Padova, la città che cresce sostenuta e ospitata a Padova dalla Fondazione Cassa di Risparmio Padova e Rovigo presso il Palazzo del Monte (16 maggio - 31 luglio 2026), e in collaborazione con la Fondazione Barbara Cappochin, questo volume intende offrire un aggiornamento agli studi sull’architettura di Mansutti e Miozzo. Figure di progettisti moderni, al servizio della società e ben collocati nella realtà locale e nazionale già prima della seconda guerra mondiale, realizzano un numero eccezionale di opere nella città di Padova, dove lavorano intensamente per vent’anni dalla fine del conflitto fino alla loro morte, avvenuta per entrambi nello stesso anno (1969). Sulla base dei risultati della ricerca condotta in occasione della mostra e della campagna fotografica avviata ad hoc, le autrici e gli autori dei vari contributi qui riuniti offrono una rilettura delle opere dei due progettisti nel contesto di una città in corso di modernizzazione. Questo avviene attraverso l’approfondimento di alcuni temi e una sezione fotografica che propone una lettura attuale delle loro opere ancora presenti in città. La parte iniziale della carriera dello Studio padovano è trattata in modo sintetico a favore della loro attività del dopoguerra, quasi del tutto ignota. E tuttavia, ci è sembrato necessario ripartire dalla stagione più significativa per Mansutti e Miozzo, quella in cui una volta formato il sodalizio operano in sintonia con il nuovo clima architettonico degli anni Trenta, partecipando attivamente all’idea di modernità con una costante presenza nel panorama urbano. Su questa fase, in cui emerge la “moralità” insita nell’operare dei due progettisti, Marco Mulazzani autore del fondamentale volume sulle architetture per la gioventù, edito dal Mart nel 2005, approfondisce in questo volume alcuni temi, offrendoci la possibilità di comprendere gli sviluppi successivi negli anni del dopoguerra. Tuttavia, come dimostrano i saggi qui raccolti, solo un’ampia esplorazione di diversi archivi ha portato alla luce documentazione per lo più inedita che ha consentito di comprendere la quantità e la qualità
dei progetti realizzati o non realizzati per la città di Padova. Una prima riflessione, in questo senso, era stata presentata nell’agile volume curato da Enrico Pietrogrande nel 1998, meritevole per la segnalazione delle fonti, soprattutto licenze edilizie, conservate presso l’archivio storico del Comune di Padova. Ma non c’è dubbio che il lavoro di dissodamento e interpretazione critica delle fonti (disegni, relazioni, appunti, fotografie) sia riconducibile all’archivio dello Studio, donato al Mart dalla famiglia Mansutti e dalla moglie di Miozzo per essere messo a disposizione di studiose e studiosi, al fine di tener viva la memoria dell’ampia attività (e basti pensare che dal catalogo integrato del Mart risultano più di 250 progetti a varie scale destinati a Padova solo nel dopoguerra). Questo importante momento di trasferimento dell’archivio di Mansutti e Miozzo, avvenuto nel 1994, e la successiva opera di catalogazione, è qui ricordato da Paola Pettenella che vi ha contribuito in prima persona affiancata da Marco Mulazzani.
In questo contesto va ricordato, oggi, come gli archivi d’architettura – e più in generale gli archivi storici – rivestano un ruolo fondamentale nella conservazione e nella trasmissione della memoria urbana, in quanto custodi di un patrimonio eterogeneo di disegni, progetti, modelli e documenti che testimoniano la trasformazione storica, culturale e sociale della città. Non si limitano dunque a svolgere una funzione meramente conservativa, ma si configurano come strumenti critici per l’interpretazione dei processi di trasformazione dello spazio costruito. E infatti la ricerca condotta al Mart ci ha consentito di ricostruire le intenzioni progettuali, le dinamiche decisionali e i contesti entro cui l’architettura di Mansutti e Miozzo si è sviluppata, offrendoci una base conoscitiva indispensabile sia per la ricerca scientifica che per le pratiche contemporanee, orientate alla tutela, alla valorizzazione e alla rigenerazione del patrimonio urbano. Non possiamo che ringraziare, dunque, la Fondazione Cariparo per aver sostenuto e promosso questo progetto, in continuità con la precedente mostra Daniele Calabi a Padova. L’architetto e la città nel secondo dopoguerra tenutasi nel 2024 negli stessi spazi espositivi. Due dipartimenti dell’Università degli Studi di Padova, Beni culturali (Dbc) e Ingegneria civile edile e ambientale (Icea), collaborano per la buona riuscita del programma, ispirato a suo tempo dal progetto di valorizzazione delle architetture del secondo Novecento su iniziativa del Mic – Direzione Generale Creatività Contemporanea da noi coordinato per il Veneto.
Mansutti e Miozzo, dallo studio alla città
Fotografie di Marco Lumini
Ilprocesso di ricostruzione di una città è un momento di trasformazione fondamentale.
Nello scenario di rinascita del dopoguerra, l’opera di Francesco Mansutti e Gino Miozzo traduce le urgenze della modernità in forme concrete e funzionali.
Questo progetto fotografico indaga la relazione tra il disegno, il progetto e la realizzazione.
L’indagine osserva l’influenza degli edifici sul paesaggio contemporaneo della città di Padova, cercando una relazione visiva tra il contesto urbano e il dettaglio architettonico, e analizzando il rapporto tra il verde e il costruito.

Interno della Chiesa di Santa Rita.

Qualche nota intorno al fondo Mansutti e
Miozzo del Mart
Contesti
1994: il fondo degli architetti Francesco Mansutti e Gino Miozzo è donato al Mart dagli eredi1. L’acquisizione avviene in un momento felice per la storia degli archivi di architettura contemporanea in Italia.
Nell’ottobre del 1993 si era tenuto a Reggio Emilia un convegno, promosso dal Ministero per i beni e le attività culturali2, che apriva la strada al censimento dei fondi privati di architetti e ingegneri del Novecento da parte delle Soprintendenze archivistiche. Al convegno, Mario Serio aveva affermato l’importanza della integrità dei complessi documentari: gli schizzi e gli studi preparatori elaborati dalla mano del progettista non andavano disgiunti da elaborati e materiali tecnici, dalle carte relative alla committenza e all’esecuzione, «perché solo in questo contesto essi possono essere interpretati»3. Risale poi al gennaio del 1995 un seminario organizzato dall’Archivio Progetti dello Iuav di Venezia, dedicato ai problemi della conservazione e della accessibilità4: questo appuntamento metteva a fuoco le problematiche del mestiere, facendo emergere non soltanto la molteplicità degli istituti conservatori, ma anche la straordinaria ricchezza dei materiali che compongono gli archivi di architettura5
Per la sua importante consistenza, per la varietà della documentazione raccolta, il fondo Mansutti e Miozzo costituisce quasi la cartina di tornasole di una nuova attenzione data all’insieme e al «contesto»: agli elaborati grafici, sotto forma di migliaia di schizzi e di disegni tecnici, in prevalenza lucidi ed eliografie, si sommano corrispondenze con ditte e committenti, relazioni, bandi, capitolati, appunti, scritti, materiali a stampa, fotografie.
Questo patrimonio giunge al Mart grazie a un’opera di custodia e trasmissione, attribuibile a tutte le parti in gioco: allo Studio stesso, formato dai due architetti con i loro collaboratori; agli eredi, e in particolare a Pietro Mansutti, che aveva proseguito l’attività paterna; a Marco Mulazzani, lo studioso che – pur concentrando i suoi studi sui progetti degli anni Trenta – viene incaricato di redigere schede di
Paola Pettenella

7. Casa Antonio Valle, Padova, prospettiva, carboncino su cartoncino, 1934 (Man.-Mio.1.2.3.1.1).
realtà»14. A questo venturiano «orgoglio della modestia»15 sono riconducibili le case per Carlo De Fusio in via Avanzo (1934) e Clemente De Fusio in via Annibale da Bassano (1935), così come l’edificio bifamiliare in via XXVIII ottobre (oggi Configliachi) / Thaon de Revel16; lo stesso principio informa anche opere di maggiore impegno, come le case per Antonio Valle (1934) [fig. 7] e Vincenzo Valle (1935), in via Breda (oggi Busonera) / piazza Spalato17. Al contempo si consolida il rapporto con l’Opera Nazionale Balilla. Mansutti e Miozzo incontrano a Roma, il 17 luglio 1932, Renato Ricci, Presidente dell’ONB: a quella data la casa del balilla di Padova è quasi completata [fig. 8, fig. 9] e i due architetti gli sottopongono la proposta per la casa di Bolzano. Ricci approva il progetto e assegna loro l’incarico di un nuovo edificio a Ventimiglia. Nove giorni dopo ricevono comunicazione telegrafica dell’incarico per la casa di Belluno, cui segue, nel novembre dello stesso anno, quello per la casa della giovane italiana di Padova. La serie prosegue con ritmo serrato. Nel 1933 ricevono gli incarichi per le case di Brescia, Fiume e Gorizia (gennaio), Marghera, Imperia-Oneglia e il rifugio sul Monte Terminillo (giugno), Vicenza, Montagnana e Ferrara (luglio-agosto), Dobbiaco, Mestre e Zara (novembre), e sono coinvolti, tra febbraio e novembre, nel concorso per il Foro Mussolini a Roma. Nel 1934 giungono nuove commissioni: il rifugio avanguardisti di Asiago (febbraio) e le case ONB di Cittadella, Novara, Bolzano, Merano e Bressanone (luglio). Del 1935 sono gli incarichi


per Codevigo, Piove di Sacco, Trento e Vipiteno; del 1936 quelli per Viareggio, Cremona, Brunico, Adria e Torino, oltre ai progetti – particolarmente rilevanti – per la colonia marina di Carrara e l’accademia premarinara dell’ONB a Venezia. Nel 1937 seguono Rovereto, Ortisei, Silandro, una seconda casa a Torino, una terza a Bolzano e un rifugio sull’Alpe di Siusi. L’ultima commessa, nel settembre dello stesso anno, è la casa della giovane italiana di Bologna, che non va oltre la fase preliminare, a causa della destituzione di Ricci e dell’assorbimento dell’Opera nel Partito nazionale fascista. A fronte di oltre quaranta incarichi, ventitré sono gli edifici realizzati, a configurare una situazione pressoché unica nella vicenda dell’Opera balilla18.
La risposta progettuale di Mansutti e Miozzo alle esigenze dell’Opera balilla è imperniata sul progressivo approfondimento del programma funzionale e dell’organizzazione spaziale degli edifici. In una nota relativa alle case di Bolzano, Ventimiglia e Belluno, i progettisti sottolineano come, in una casa del balilla, ogni ambiente destinato a una specifica
8. Ristrutturazione e ampliamento della casa del balilla, Padova, prospettiva della seconda soluzione, carboncino su cartoncino, 1931-32 (Archivio Mansutti, Padova).
9. Ristrutturazione e ampliamento della casa del balilla, Padova, 1931-32 (Man.-Mio.3.1.4).
11. Monoblocco ospedaliero, fotografia del plastico di progetto 1962 (Archivio Azienda Ospedaliera Padova).

12. Monoblocco ospedaliero, fotografia storica (Man.-Mio.2.3.281).

Il concorso internazionale che prevedeva come premio finale l’incarico progettuale esecutivo, fu bandito dopo una fase preparatoria dibattuta anche nella stampa quotidiana, nell’ottobre del 196654. A seguito della scadenza del termine di presentazione degli elaborati, nel giugno del 1967, furono nominati i membri della commissione giudicatrice: il sindaco Crescente, Leonardo Ricci, Antonio Fornaroli, rappresentanti rispettivamente degli Ordini nazionali degli architetti e degli ingegneri, Ludovico Quaroni, Gino Levi Montalcini55. Il vincitore della gara fu, come noto, il progetto presentato da Maurizio Sacripanti, mentre il progetto del gruppo Mansutti non fu premiato ma comunque rimborsato delle spese sostenute.
La soluzione proposta da Mansutti, descritta in un’ampia relazione, proponeva di considerare il museo non come

edificio a se stante ma all’interno di un «campo infinitamente più vasto che potrebbe essere indicato territorialmente con “cittadella dell’Arte” della quale il museo dovrebbe essere il fulcro»56. Di fatto il progetto non si limitava alle aree previste dal bando ma ragionava sul coinvolgimento di altre strutture attorno agli Eremitani: da Palazzo Cavalli, ai giardini dell’Arena, da Palazzo Mantova Benavides, all’area oltre Piovego dei Boschetti, declinando così il tema museale a scala urbana: «il museo che si propone vuole essere una realtà eccitatrice su tutto il mondo sociale [...]. Il museo diventa scuola, strumento di educazione, strumento sociale di primissimo ordine che vuole interessare i cittadini di tutte le età». Il punto di partenza è la presenza del verde: il «museo-giardino» cioè: «l’ambiente più suggestivo che possa essere destinato a sede di museo»; il museo «è tanto natura quanto
13. Monoblocco ospedaliero, particolare della facciata sud. © Marco Lumini

10. In alto. Maniglia (in rame smaltato, di Paolo de Poli) della porta vetrata d’ingresso allo Studio di via Zabarella.
© Marco Lumini
11. In basso. Edificio di via Zabarella, planimetria, (Man.-Mio.1.1.115).
più complessa attuazione nell’edificio IRE 1 di via Altinate. Il volume incombente si eleva a filo strada, al di sopra di un basamento che ospita negozi, con cinque piani articolati in coppie di terrazze decorate a graffito nella parte sottostante da Antonio Morato [fig. 12]. Ai lati la cornice staccata dalle pareti laterali crea viste aperte verso la strada sottostante e, viceversa, anticipa la struttura terrazzata dell’edificio a chi quella strada percorre osservandolo da lontano [figg. 13, 14]. Questo artificio esprime perfettamente una necessità, quella di «sentire il pulsare sulla strada in uno scambio aperto e libero tra interno ed esterno», affacciandosi alle finestre, che Mansutti formula in uno scritto relativo all’edificio di Coin, sulla stessa via Altinate48.
Un atrio passante penetra nel lotto IRE 1 perpendicolarmente alla via. Il soffitto a vivace fondo rosso è lievemente arretrato rispetto al muro dell’androne grigio: anch’esso è decorato da Morato [fig. 15]. Vi sono rappresentati segni zodiacali connessi ad attività umane, in una continuità simbolica e spaziale che penetra fino allo scoperto retrostante49 . La predilezione per l’artista, che viene menzionato a Calabi per caldeggiarne l’opera nella lettera del 1947 sopra citata50, appare evidente. Si possono ricordare due momenti importanti di questa lunga collaborazione tra pittore e progettisti: se alle pareti della casa di via Facciolati, conclusa nel 1939, Morato dipinge scene campestri, nell’edificio di via Altinate, concluso nel 1952 per l’apparato decorativo, i corpi sono




9. In alto. Fase di costruzione della struttura metallica progettata dallo Studio Romaro per la nuova sede dei Grandi magazzini Coin, 1959 (AGAPd, Archivio Romaro).
10. In basso. Veduta del nuovo edificio per i Grandi magazzini e albergo tra via Altinate e via Zabarella, 1959 (AGAPd, Archivio Romaro).

7,30 m si sono ottenuti dei carichi di ben 6.5 kg per metro lineare di travi maestre del magazzino e 6,260 kg/ml per i piani albergo.
Nonostante tali carichi per metro lineare e l’altezza dei solai con i 26 cm delle travi maestre, molto bassa in rapporto alle notevoli luci (altezza imposta da ragioni estetiche) il peso totale dell’opera è stato contenuto (escluso il coperto) in circa 300 tonnellate d’acciaio.
La sollecitazione unitaria è per tutti gli elementi di circa 14 kg per metro quadro. Dato il particolare uso dell’edificio è stata ricercata la soluzione tecnica che desse il migliore incastro, tra pilastri e travi con il minimo ingombro [Fig. 10]. Si evince dunque come tutto concorra, dai dettagli strutturali, alla resa estetica a dare forma a una architettura di impatto fortemente contemporaneo.
L’edificio ha subito, nel corso degli anni, alcune modifiche ed è stato ampliato nel 1968, sempre su progetto di Mansutti e Montini. Interamente convertito in Grandi magazzini l’immobile ha dismesso la destinazione d’uso a ricettivo sfruttando le caratteristiche della pianta libera con telaio a vista che permette ancora oggi di ottimizzare e diversificare la composizione dello spazio di vendita, riformulando di volta in volta l’allestimento in base alle esigenze commerciali, grazie all’uso di scaffalature mobili [Figg. 11-12].
Prima dell’ampliamento del 1967, i collegamenti verticali
11. Veduta dell’interno del nuovo edificio per i Grandi magazzini Coin, 1959 (AGAPd, Archivio Romaro).
Francesco Mansutti e
Gino Miozzo
Un profilo unico per due
biografie
Levicende professionali di Francesco Mansutti e Gino Miozzo sono intrecciate sin dalle origini: Gino Miozzo nasce a Padova il 18 ottobre 1898, Francesco Mansutti a Donada, (oggi Porto Viro, Rovigo), il 20 agosto 1899. Mansutti consegue la laurea in ingegneria civile a Padova nel 1922; Miozzo ottiene il diploma di professore di disegno architettonico presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1923. A entrambi è riconosciuto il titolo di architetto per meriti particolari con Regio Decreto n. 2145 del 27 ottobre 1927. Miozzo si iscrive al Sindacato architetti nel 1928, Mansutti, nello stesso anno, a quello degli ingegneri, e nel luglio del 1931 anche a quello degli architetti.
Nella prima fase della carriera, l’attività professionale di Mansutti si ricollega principalmente all’impresa edile Eugenio Grassetto, per la quale ricopre il ruolo di responsabile tecnico. Miozzo rimane per un breve periodo nell’ambito dell’Accademia di Venezia, trasferendosi a Roma per alcuni anni e rientrando poi a Padova. Qui, nel 1928, vince il concorso per il Palazzo provinciale dell’economia e dell’Istituto Nazionale Assicurazioni in piazza Spalato, al quale partecipa per la prima volta Mansutti nella veste di ingegnere, e, nell’anno successivo, quello per la cattedrale di La Spezia. Nel 1929 esordiscono in un sodalizio professionale realizzando la sede del Fascio del rione San Giovanni a Roma, e presentando nel dicembre dello stesso anno la domanda congiunta di iscrizione alla IV Triennale di Monza, con il progetto per una villa di campagna. Da questo momento il loro percorso professionale si unisce, affermandosi con diversi progetti di stampo funzionalista e razionalista. Nel 1930 Mansutti e Miozzo aderiscono al MIAR (Movimento Italiano per l’Architettura Razionale), prendendo parte alle mostre organizzate dal Movimento: nel 1931 partecipano a Roma alla II Esposizione di architettura razionale, a cui fa seguito la presenza all’edizione fiorentina dell’anno successivo. Tra il 1931 e il 1932 si colloca inoltre l’esordio dell’attività per l’ONB (Opera Nazionale Balilla), con
