uesto è un libro di architettura singolare perché ragiona su modi e mondi alla periferia della disciplina senza disdegnare di raggiungerne il centro attraverso una traiettoria inattesa. Concetta Tavoletta giovane e abile docente di progettazione architettonica tira fuori dalle sue capacità di ricerca e di didattica applicata, come dal cappello di un prestigiatore, il saggio Microcosmos che indaga le relazioni più strette tra lo spazio dell’abito, la sua dimensione sensoriale e quella del luogo espositivo della moda, una casa che, dalla modernità a noi più vicina, si interroga sul concetto di corpo come luogo da abitare, coprire, disvelare e mostrare.
Oggetti, architetture di sedici metri quadri. Contengono abiti, li espongono, li distruggono enfatizzando il bisogno di possesso e l’ansia di perdita. Come il nocciolo di un frutto, sono la trascurabile sorpresa di una polpa che l’autrice ci rivela nello spazio, nel luna park succulento e morbido, ma – al tempo stesso lisergico – di questo dominio di apparizioni sincopate.
Queste vengono a noi dolci come giochi per adulti ma anche necessarie a dominare lo scontento come nel caso di quel maledetto diavolo che continua a vestire Prada e a procuraci i brividi con le sue emozioni dal passaporto olandese.
Bene, ma lo spazio che fodera l’abito, l’isola della sfilata o il profumato sito dell’atelier è quello della distensione non necessariamente museale.
Deve essere amplificato da mosse iconiche e non solo da uno sbrilluccichio di carrelli volanti o di camere a cielo aperto dove le apparizioni del dio Hermes dalle ali ai piedi sono policrome e luminose fino a causarci una improponibile ed abituale noia.
Fa bene Concetta Tavoletta a costruire un inedito atlante di smisurate misure espositive tarate per condurre verso una modellazione che, dalle fattezze dell’abito, spinge sino alla costruzione di una bellissima torre di babele.
Questa, nelle pagine del testo, appare costipata di lingue e parole spesso splendidamente irripetibili.
Inoltre, dalla mise alla casa, dalla stoffa all’atelier, dalla passerella ai drappi, costruiamo un grande mondo dove moda e architettura sono messe tra parentesi, sono forme di una sola declinazione intercambiabile.
I rami dell’albero sono gli abiti, le fronde sono i volumi delle case ma potrebbero anche confondersi provvidamente.
Le, lingue, dunque, sono mille e corrono verso quella inattesa mescolanza paventata dagli exempla.
Non importa che questo bellissimo atlante di forme abbia per forza un verso di lettura, la sua energia è proprio la capacità di condurci dentro immaginari
TAGLIARE È COSTRUIRE LA RELAZIONE TRA LA
MODA E LO SPAZIO
CAPITOLO 1
Learning from Mafta, Collage Digitale, Concetta Tavoletta, 2025
«C’è un’identità di fondo tra le case a schiera di Gropius, le sedie di Breuer, le caffettiere o le lampade che si progettavano nei laboratori della scuola di Dessau e gli abiti di Chanel, il suo essenziale flacone di profumo e gli specchi del suo salone. Come avrebbe detto Le Corbusier, tutte macchine: per abitare, per sedersi, per vestirsi, per cambiare il proprio odore naturale in un odore sociale, uguale a quello di molti altri. E fino a che non fossero cambiati i comportamenti e il modello di vita, queste macchine sarebbero rimaste “attuali”»1
Germano Celant, nel suo libro Artmix, dedica una sezione del suo densissimo testo al tema del rapporto dell’arte con la moda e con lo spazio, mettendo in risalto il parallelismo tra l’azione creativa del couturier e quella dell’artista in senso convenzionale. «Il vestito», scrive nel saggio Tagliare è pensare, «non appartiene a una sola serie di oggetti, ma partecipa del display globale delle cose. Oltre che frontiera tra prima e seconda pelle, l’abito si può pensare come intervallo o territorio di contatto tra corpo e ambiente, luogo virtuale o sistema terzo di differenza e di somiglianza con l’environment sociale e culturale, architettonico e visivo, naturale e artificiale»2. L’abito, inteso come elemento intermedio tra il corpo e lo spazio, è chiaramente un’opera che ha il compito di mediare tra l’umanità
MICROCOSMOS ARCHITETTURE MINIME PER LA MODA
CAPITOLO 2
Thinking of Archizoom, Collage Digitale, Concetta Tavoletta, 2026
«La sfida più suggestiva è combinare il potere evocativo e attrattivo dei punti vendita con la rappresentazione/comunicazione dei valori e dell’immaginario sottesi alla marca»1
Immaginare uno spazio dedicato a un prodotto di moda comporta una serie di scelte complesse e consapevoli: la definizione di geometrie, materiali, cromie e luci non è mai neutrale, ma diventa un atto narrativo e simbolico. Il contenitore assume così il ruolo di interprete del contenuto, di strumento poetico e comunicativo capace di raccontare, attraverso lo spazio, le emozioni e i valori evocati dal prodotto stesso. Ogni scelta progettuale – la proporzione di una parete, la densità di una texture, la riflessione di una luce – concorre a tradurre un immaginario, costruendo un dialogo costante tra forma, sensazione e significato. Il Negozio Altre Cose, realizzato a Milano nel 1968 da Aldo Jacober, Ugo La Pietra e Paolo Rizzato, rappresenta una sorta di cartina di tornasole di questo fenomeno: un luogo sperimentale in cui lo spazio si fa racconto, laboratorio e visione. In quell’esperienza pionieristica, la moda abbandonava l’idea di semplice esposizione per abbracciare una dimensione spaziale e sensoriale, anticipando quella continua mutazione che caratterizza ancora oggi il mondo del retail. Dall’“epicentro” di Koolhaas fino ai più recenti flagship store, il negozio ha seguito le trasformazioni della società e dei suoi linguaggi, diventando uno specchio del tempo presente e delle sue tensioni estetiche e culturali. Lo spazio commerciale contemporaneo non si limita più a ospitare il prodotto, ma diventa estensione fisica dell’identità del brand, una vera e propria architettura dell’esperienza. Progettare un luogo di questo tipo significa costruire un universo percettivo coerente, dove la materia, la luce e il ritmo
NON LUOGO
Prodotto Moda → Abito realizzato nel corso di Laboratorio di Design per la Moda2
Progetto di → Alessia Galdi
In questo progetto l’abito realizzato nel corso del Laboratorio di Design per la Moda2 è stato il prodotto scelto per il Microcosmos. La forte morbidezza delle linee contrapposta alla decisa texture dell’abito è stato l’elemento principale su cui partire per interpretare il prodotto in un luogo materico. Non luogo si ispira all’allestimento di Alessandro Mendini per la mostra Stanze. Altre filosofie dell’abitare del 2016 alla Triennale di Milano, un abitacolo in cui lo straniamento è la sensazione principale che si avverte. Oltre la ricerca sul lavoro di Mendini, Eduardo Chillida è stato di ispirazione per l’unione tra la sensazione di straniamento e violenza. Il volume cubico si sviluppa attraverso un’immagine compatta dell’esterno e di un interno frammentato e sventrato da tagli e sottrazioni.
1. Assonometria; 2-3. Collage, Tecnica mista.
HUMANOID
Prodotto Moda → Abito realizzato nel corso di Laboratorio di Design per la Moda2
Progetto di → Filomena Saporito
Analizzando il concept della collezione “Humandroid”, in cui la contaminazione tra uomo e macchina è alla base dell’ispirazione, è nata l’esigenza di uno spazio che potesse valorizzare uno dei capi più emblematici della collezione. Come punti di partenza della ricerca, sono state analizzate le opere di Joe Colombo, di Tomas Saraceno e l’Headquarters of Metropole Rouen dello studio Jacques Ferrier Architecture. Associando il progresso tecnologico a qualcosa di accessibile a tutti seppur fondamentalmente intangibile, si è deciso di rendere la struttura a pianta esagonale agibile da ogni lato attraversando delle tende triangolari composte da materiale plastico iridescente che, però, permettono di avere uno scorcio sull’interno.
1. Assonometria; 2. Collage Digitale; 3. Abito realizzato per il Laboratorio di Design per la Moda 2.
DÉJÀ VU
Prodotto Moda → The Chiquito bag
Brand → Jacquemus
Progetto di → Andrea Chiara Bonanno
Il progetto prende forma dal minimalismo della maisòn Jacquemus, in particolare dalla borsa ‘Le Chiquito’, oggetto discusso per la sua grandezza e non funzionalità e proprio dalle contraddizioni insite nell’oggetto che è derivata l’idea di creare qualcosa di inaspettato che possa destare curiosità nel visitatore. Lo spazio visto dall’esterno è un cubo di legno ma che al suo interno contiene un cilindro rivestito da un tessuto arancione grazie al quale la luce si irradia nello spazio. I riferimenti progettuali derivano da architetti visionari come Adolf Loos e Antti Lovag, il primo amante delle geometrie pure mentre Lovag è conosciuto come completamente avverso agli angoli retti. Basandosi su questa dicotomia sono state utilizzate due diverse figure geometriche e differenti materiali. Per l’esterno l’utilizzo del legno si ispira agli arredi di Adolf Loos mentre il cemento utilizzato per il cilindro è il materiale di tutte le opere di Antti Lovag. Con questo spazio l’obiettivo è che il visitatore riesca a fare un tuffo in un luogo surreale e, una volta al centro, non debba fare altro che sognare.
1. Assonometria; 2. Sezione; 3. Collage; 4. Frame del video prodotto da Andrea Chiara Buonanno.
REFLECTION
Prodotto Moda → Saddle Bag
Brand → Dior
Progetto di → Giada Mulas
L’iconica Saddle di Dior è il prodotto moda al centro del Microcosmos Reflection. All’esterno dello spazio ci si trova davanti uno specchio ridotto in frantumi che poi ritrova la sua forma unitaria. L’idea di inserire gli specchi prende forma dall’interesse verso le opere d’arte “I Passi” di Alfredo Pirri, opere ambientali in cui l’artista inserisce specchi sul pavimento che si frantumano al passare dei visitatori. La forma dello spazio deriva dallo studio degli edifici classici a pianta circolare, luoghi di culto come templi monopteri, battisteri e mausolei. Lo spazio centrale è studiato in modo tale che, ad un certo punto del percorso, ci si posizioni al centro per ammirare la statuetta della Dea Madre: capire le origini, prendere consapevolezza della figura che la donna ha costruito attorno a sé.
Prodotto Moda → Abiti del Laboratorio di Design per la Moda 3
Progetto di → Angela Coppola, Sarah Ferrara, Sara Risoluto
2
Evadere: esiste un reale significato del verbo?
Dal dizionario Treccani il verbo evadere assume il significato di: Fuggire da un luogo in cui si è rinchiusi o sorvegliati ma può assumere diversi significati o, meglio, diverse attitudini che sono legate da un obiettivo finale comune. Ognuno ha un proprio modo di evadere, di farsi conoscere, di fuggire dalla propria realtà alla ricerca di un immaginario diverso. Da qui nasce la ricerca di una struttura eretta in otto metri di altezza, con dei prospetti che presentano diverse forme geometriche da cui entra aria e luce, metafora di ciò che si lascia vedere del proprio io. All’interno della struttura è presente un secondo luogo, ricoperto di tendaggi in cotone biologico, che hanno il compito di raggiungere quel senso di leggerezza e libertà così tanto ricercati.