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Claudia Tinazzi - SUMMER SCHOOL

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INDICE

Prefazione

N. Martinelli

Introduzione

M. Montemurro

Abitare l’Università e vivere la città

A. Triggiano

L’abitare da studenti a scala di quartiere

C. Piferi

Verso l’ibridazione dei servizi di ospitalità per studenti

M.T. Gullace

Abitare temporaneo: fenomenologia della residenzialità studentesca

O.E. Bellini

Studenti universitari e anziani autosufficienti insieme: un modello abitativo possibile

V. Spagnoli

Il design per l’abitare studentesco: un approccio interscalare

V.P. Bagnato

La residenzialità diffusa per l’abitare da studenti: un modello possibile per l’Isola Madre di Taranto

M. Arcieri

Pratiche di riuso dei beni confiscati: opportunità e traiettorie per una nuova residenzialità universitaria

R. Moroni

Verso una progettazione integrata per quartieri sostenibili: economia circolare, biodiversità urbana e soluzioni nature-based

G. Hasanaj, C. Moretti, R. Bologna

Il recupero del patrimonio costruito per la residenzialità universitaria in Italia e la Legge 338/2000

R. Bologna, A. Sichi

“Construire la ville sur la ville”: Il riuso del patrimonio costruito per l’accoglienza di studenti universitari

F.M. Giorgi

Taranto tra ’800 e ’900. Il porto e la città

G. Carlone

Rigenerazione urbana e abitare sociale: la scommessa di riabitare l’Isola Madre di Taranto

N. Dattomo

Taranto e il sistema universitario: verso una città universitaria

G. Mangialardi

L’esperienza della Summer School a Taranto

C. Danisi, I.L. Mezzapesa, D. Parisi

Residenzialità puntiforme e concentrata: il palazzo di Largo Calò sull’Isola Madre a Taranto

V.P. Bagnato, O.E. Bellini

Facilities universitarie a Palazzo De Bellis

C. Piferi

Residenzialità diffusa nell’Isola Madre

M. Montemurro

Postfazione

M.R. Lamacchia

Bibliografia

ABITARE STUDENTESCO

L’ABITARE DA STUDENTI ALLA SCALA DEL QUARTIERE

CLAUDIO PIFERI

Università degli Studi di Firenze

Il rapporto tra abitare studentesco e quartiere è decisamente una “questione mediterranea” che in Italia trova forse la sua massima applicazione.

La storica dislocazione diffusa sul territorio delle università italiane, che nascono e si sviluppano all’interno delle città, ha comportato che anche la residenzialità degli studenti si sia sviluppata in modo diffuso all’interno dei centri storici o nelle immediate vicinanze, influenzando sensibilmente la vita dei quartieri nei quali sorgevano.

Mentre nei nord Paesi europei ed extra europei, a partire dagli anni Trenta del Novecento, contestualmente alla fondazione degli Atenei vengono progettati campus comprendenti edifici destinati alla residenzialità degli studenti, in Italia la progettazione e realizzazione di questa tipologia di edificio non è percepita come funzionale alla formazione universitaria e, tranne rare eccezioni, si preferisce affittare o riadattare appartamenti già esistenti, grazie all’ampia offerta del settore privato, lasciando pressoché invariato il tessuto urbano dei quartieri.

L’importanza che la residenza universitaria riveste, e ha rivestito, all’interno del panorama architettonico internazionale è documentata dal fatto che molte di queste architetture sono entrate di diritto nei libri di storia dell’architettura moderna e contemporanea (Piferi, 2021).

Alla prima esperienza degna di nota di Le Corbusier, nel progetto del dormitorio commissionatogli dalla Fondazione Svizzera (1930) all’interno della città universitaria che in quegli anni stava sorgendo a Parigi, seguiranno la Beker House al MIT di Cambridge (USA) progettata da Alvar Aalto (1946) e, tra il 1960 e il 1965, il Bryn Mawr College a Philadelphia e i dormitori del Campus IIM

di Ahmedabad in India di Louis Kahn. Nella stessa decade sarà J. Stirling nel Queens College a Oxford (1966) e nella Andrew Melville Hall (1968) in Scozia a sperimentare tale forma abitativa. Agli inizi del Duemila è la Simmons Hall, ad opera di Steven Holl, sempre al MIT di Cambridge (USA), a definire nuove forme abitative studentesche all’interno di un campus universitario.

Sebbene molto diverse tra di loro, tutte queste architetture sono caratterizzate dal trovarsi all’interno di Campus ben definiti e distanti dalle città, e dal non ricercare alcun tipo di contatto con l’esterno e la cittadinanza.

In Italia sono due le esperienze architettoniche che in tal senso possono essere citate ma che differiscono sensibilmente da quelle internazionali: lo studentato progettato da Giovanni Muzio per la Bocconi a Milano negli anni Cinquanta del Novecento, e i collegi universitari di Urbino progettati da Giancarlo De Carlo, a partire dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, sempre del Novecento.

Il primo è un fabbricato autonomo che viene realizzato, insieme alla mensa, al termine della Seconda guerra mondiale, a integrazione dell’edificio amministrativo già realizzato, all’interno del quartiere che poi diverrà il campus diffuso Bocconi così come lo conosciamo oggi. Nei collegi, invece, De Carlo progetta spazi di connessione tra interno ed esterno ai quali spesso non viene assegnata una funzione precisa: come nei vicoli dei quartieri, i collegamenti sono i veri spazi nei quali si svolge la vita degli studenti, dove ci si incontra, anche casualmente, e si socializza.

A parte queste due eccezioni, però, le residenze universitarie italiane sono state percepite quasi esclusivamente come dei dormitori: il quartiere, infatti, era in grado di fornire tutti i servizi necessari ad una corretta vita degli studenti, i quali si sono integrati sempre con una certa facilità. Difficilmente è avvenuto l’inverso: ovvero, gli studenti hanno beneficiato della collettività e dei servizi a loro prossimi, ma i cittadini difficilmente hanno usufruito degli studenti, delle loro “potenzialità” e delle potenzialità della residenzialità studentesca.

La legge 338/20001 ha di fatto rivoluzionato nel nostro Paese il concetto di abitare studentesco, equiparandolo al resto d’Europa ma, soprattutto, privilegiando le specificità che lo possono contraddistinguere non solo in termini di servizi offerti, ma proprio in termini di rapporto con la città e con il distretto nel quale si colloca.

Tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio, infatti, parallelamente ad un rinato interesse nei confronti dell’abitare

NUOVE FORME DELL’ABITARE STUDENTESCO

LA RESIDENZIALITÀ DIFFUSA

PER L’ABITARE DA STUDENTI:

UN MODELLO POSSIBILE PER L’ISOLA MADRE DI TARANTO

Politecnico di Milano

La maggior parte delle soluzioni per la residenzialità di persone anziane privilegia il modello abitativo di tipo “puntuale”, caratterizzato dall’inserimento all’interno di un unico edificio di tutti gli spazi e servizi utili e necessari per un abitare temporaneo. Prendendo spunto da una ricerca condotta nell’ambito della residenzialità per persone anziane autosufficienti, che non necessitano di assistenza medica o infermieristica continuativa, che indaga un modello diffuso per il quartiere di Città Alta a Bergamo (Arcieri e Bargna, 2019), il presente contributo propone l’adattabilità di questo modello alla residenzialità universitaria degli studenti fuori sede.

Questo modello, definibile come “abitare diffuso”, si configura come una soluzione abitativa alternativa a quella “puntale” tradizionale, prevedendo la messa a sistema di una serie di spazi abitativi appositamente studiati per l’utenza di riferimento e dotati di tutte le necessarie funzioni di supporto. Le stesse funzioni, anziché essere concentrate in un unico edificio, sono collocate in una serie di edifici distribuiti nella città. Alla luce del quadro delineato, il contributo, inserendosi nell’ambito della ricerca RUSH1 e della Summer School Restart2, individua in via preliminare le potenzialità e i limiti di questo interessante modello abitativo, potenzialmente replicabile nell’Isola Madre di Taranto, anche attraverso la mappatura di situazioni analoghe già attivate in altre realtà italiane.

Abitare Diffuso e l’applicazione in Città Alta

Le soluzioni abitative per anziani in Italia comportano, nella maggior parte dei casi, il ricovero in strutture specializzate, con conseguente allontanamento, talvolta traumatico, dalla propria rete sociale e dalle abitudini consolidate. In generale, il sistema

abitativo italiano rivolto alla terza età presenta alcune criticità strutturali che possono essere sintetizzate come segue (Bellini e Mocchi, 2019):

1. inadeguatezza dell’offerta: la carenza di soluzioni appositamente pensate per anziani completamente o parzialmente autosufficienti porta spesso al ricovero in strutture altamente ospedalizzate, anche in assenza di reali necessità cliniche, con effetti negativi sul benessere psico-fisico dell’individuo;

2. carenza di posti letto: i progressi in ambito medico e l’evoluzione degli stili di vita stanno determinando un costante aumento della popolazione over 65 (Istat, 2023), generando una domanda crescente di posti letto che il sistema attuale non riesce a soddisfare, soprattutto a causa dello squilibrio esistente tra soluzioni per autosufficienti e no;

3. insostenibilità economica: il mantenimento di strutture ad alta intensità assistenziale comporta costi significativi, sia per l’utenza – o per le famiglie che ne sostengono le spese – sia per il Sistema Sanitario Nazionale (SSN);

4. forme di ghettizzazione sociale: spesso le strutture, anche quelle di nuova realizzazione, sono progettate in zone periferiche e destinate esclusivamente alla popolazione anziana, con conseguente indebolimento dei legami sociali e familiari, in quanto spesso prive di relazioni con l’esterno.

Alla luce di questo scenario, è stata verificata la possibilità di un modello alternativo, capace, se non di azzerare, almeno di limitare le criticità sopra riportate. Il modello proposto si basa sull’idea che gli anziani, che oggi vivono spesso in abitazioni sovradimensionate e inadeguate, soprattutto per la presenza di barriere architettoniche, si possano trasferire volontariamente in unità abitative più piccole – monolocali o bilocali – più adatte alle loro nuove esigenze. Il modello adotta un approccio diffuso, integrato nel tessuto urbano e aperto alla comunità, in cui i servizi sono organizzati come un network e in cui si prevede il recupero del patrimonio esistente, in un’ottica di sostenibilità ambientale ed economica. In questo sistema, l’anziano è posto come una risorsa per delineare una nuova forma di abitare, destinata a un’utenza autosufficiente e attiva, che desidera, a pieno diritto, continuare a far parte del tessuto sociale. Secondo questo modello, le persone anziane possono abitare in unità residenziali che permettono di condurre la vita secondo modalità e tempi a loro più consoni, disponendo al contempo di una rete di servizi di supporto, opportunamente progettata per

rispondere ai bisogni e alle esigenze specifiche che questa fase di vita richiede.

Gli utenti, distribuiti all’interno di un centro storico o di una parte di un quartiere, avranno così accesso a tutti i servizi di cui necessitano – assistenza sanitaria, spazi ricreativi, negozi di prossimità, centri diurni, palestre, ristoranti – distribuiti in prossimità degli alloggi e, eventualmente integrati, negli edifici recuperati in cui si prevede di inserire i posti letto. In questo modo, si delinea una forma di città anche a misura di anziano, dove i servizi a loro dedicati sono in realtà accessibili all’intera comunità locale. Il modello diffuso può essere progettato utilizzando il concetto di aree funzionali (AF), introdotto dai decreti ministeriali attuativi della Legge 338/2000 “Disposizioni in materia di alloggi e residenze per studenti universitari”. Sulla base di questi indicatori è possibile stimare i bisogni quantitativi in termini di standard, ridistribuendo, in maniera diffusa nel tessuto urbano, le funzioni tradizionalmente concentrate in un unico edificio. In questo modo, si potrebbe realizzare il passaggio da un modello verticale e puntuale a un modello orizzontale e diffuso, articolato nelle seguenti aree funzionali:

• AF1-Residenziale: alloggi a misura di anziano, arredati con elementi essenziali e personalizzabili, ecc.;

• AF2-Complementare: spazi comuni e di aggregazione, centro benessere, ristoranti, cinema, teatri;

• AF3-Ricreativa: spazi aperti attrezzati, orti terapeutici, zone ombreggiate, ecc.;

• AF4-Sanitaria: servizi sociosanitari, assistenza medica e infermieristica, supporto farmaceutico, percorsi ginnici/ riabilitativi, ecc.;

• AF5-Gestionale: lavanderia, sanificazione ambientale, coordinamento, ecc.;

• AF6-Religiosa: luoghi di culto e preghiera;

• AF7-Accessibilità: servizi di trasporto pubblico accessibili e sistemi di mobilità a chiamata.

L’applicazione teorica del modello di abitare diffuso è stata effettuata nel quartiere di Città Alta a Bergamo, centro storico racchiuso entro le mura venete riconosciute come patrimonio UNESCO. Il quartiere è stato individuato come un caso emblematico, in quanto attualmente caratterizzato da fenomeni di gentrification3 , tipici di numerosi borghi e centri storici italiani.

Dal punto di vista metodologico, dopo un’analisi urbanistica e demografica del contesto, sono state mappate le funzioni già

presenti, per ciascuna area funzionale, al fine di individuare eventuali mancanze e carenze, così da poter definire le eventuali integrazioni necessarie. Successivamente, sono stati individuati gli edifici dismessi e/o non occupati, potenzialmente destinabili alla funzione residenziale (AF1). Per ragioni di sostenibilità economica, si è ritenuto opportuno privilegiare, all’interno del sistema diffuso, gli immobili di proprietà e/o in gestione pubblica, in stato di abbandono, sottoutilizzati, nonché bisognosi di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e di eliminazione delle barriere architettoniche. Nell’ambito della ricerca, sono stati coinvolti sei edifici, per i quali sono state previste tre differenti soluzioni abitative (comunità alloggio, alloggi autonomi, casa albergo) per rispondere a gradi di autosufficienza differenziati, garantendo un totale di 175 posti letto, pari al 25% del fabbisogno [1].

Le funzioni complementari alla residenza (AF2) – che solitamente costituiscono i servizi comuni presenti nelle strutture puntuali – possano essere facilmente implementati in punti strategici della città, a disposizione non solo degli anziani ma anche della comunità locale. Per fare in modo che l’anziano viva la città e non si isoli all’interno della propria abitazione, si è ritenuto opportuno valorizzare le attività ricreative già esistenti (AF3) e prevedere

1. “Abitare Diffuso”, alloggi per anziani (AF1) tra le mura di Città Alta a Bergamo. © Arcieri e Bargna, 2019.

TARANTO

TARANTO TRA ’800 E ’900.

IL PORTO E LA CITTÀ

GIUSEPPE CARLONE

Politecnico di Bari

Nel Mezzogiorno tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento la questione dei suoli edificatori è al centro del dibattito sull’espansione delle città fuori le mura, sia per il valore da attribuire ai suoli agricoli in previsione della loro rendita come suoli edificatori, che per l’interesse degli stessi proprietari dei suoli a tenere sotto controllo il mercato degli affitti delle case.

Carlo Ulisse de Salis Marchlins nel suo viaggio in Puglia (1789) descriveva lo stato deplorevole delle condizioni di vita degli abitanti di Taranto e denunciava il fallimento del piano di espansione che Ferdinando IV di Borbone aveva concesso alla città, per la resistenza dei proprietari a concedere i suoli: «Diciotto mila abitanti sono agglomerati sovra questa piccola roccia [l’isola], in case così alte e così assolutamente addossate l’una presso l’altra, da rendere le strade oscure, strettissime e perdipiù ventilate oltre ogni dire. […] Pochi anni addietro, alcuni benemeriti cittadini proposero di fabbricare un sobborgo sul continente […] allo scopo di sfollare la città dalla sovrabbondanza di popolazione, […] ma quantunque il piano venisse approvato dal Governo, […] i proprietari del suolo sovra cui le abitazioni dovranno erigersi […] pretesero pel suolo prezzi smoderati e si rifiutarono di fabbricare a proprie spese, […] l’intero progetto, che messo in esecuzione, avrebbe avvantaggiato immensamente la città ed i dintorni, venne abbandonato» [1]

Anche a Bari il piano di espansione della città redatto dagli Ingg. Palenzia e Viti e approvato da Ferdinando IV di Borbone nel 1790, sarebbe rimasto sulla carta. Nel 1812 l’intendente di Terra di Bari scriveva al ministro dell’Interno per chiarire la questione del fallimento del piano settecentesco: «Il suolo allora era quasi tutto presso i luoghi pii, che avevano interesse contrario alla intrapresa,

possedendo un gran numero di case e dandole in pigione a un prezzo altissimo, un terzo in più di ciò che si paga a Napoli».

Nel Mezzogiorno con il decennio francese si assiste a una svolta storica nel governo del territorio e a Bari la borghesia del commercio e delle professioni è pronta a spazzare via le resistenze della proprietà dei suoli nell’area del ristretto della città1.

Negli Statuti per la regolare formazione del borgo di Bari, firmati dall’Ing. Giuseppe Gimma, autore del piano di fondazione del Borgo Murattiano (1812), e approvati dal ministro dell’Interno nel 1814, l’art. 4 recita: «Il comune dovrà fin da ora acquistare subito tutti i fondi destinati alla formazione del nuovo borgo, senza aver riguardo se i proprietari vogliano o no fabbricare nei loro proprii terreni. [...] Se li vorranno ne faranno poi la domanda e ne diverranno concessionari»2.

Per Taranto nel corso dell’Ottocento non solo la questione dei suoli edificatori resta aperta, ma nei fatti lo sviluppo urbanistico della città sarà a lungo condizionato dal vincolo delle fortificazioni.

Nel 1801 il generale Soult informava Gioacchino Murat che «Tous les marins pensent qu’il n’existe pas dans la Méditerranée une rade plus belle, plus sûr et plus avantageuse que celle de Tarente» e Napoleone Bonaparte ordinava al generale Soult di fortificare il golfo di Taranto appena conquistata la città: «La ville de Tarente soit mise, le plus tôt possibile, à l’abri de tante attaque de la parte des Anglais, tant par terre que par mer, et d’en faire un place forte, susceptible d’apporter la plus vigoureuse resistence»3 [2]

1. Rilievo della città e del porto di Taranto, sec. XV, Biblioteca Estense di Modena.

GLI ESITI DELLA SUMMER SCHOOL

LETTURA DELLA CITTÀ [ ]

ESITI PROGETTUALI

Docenti referenti Vincenzo P. Bagnato, PoliBa • Oscar E. Bellini, PoliMi

Tutor Federico M. Giorgi, PoliMi • Daniela Parisi, PoliBa

Studenti Alessia Basanisi, PoliMi • Giulia Ciceri, PoliMi • Lorenzo Claudiani, PoliMi • Matteo R. Liguori, UniFi • Federica M. Lorusso, PoliBa • Letizia Martinelli, UniFi • Sara E. Schiavone, UniFi • Davide Tabolli, UniFi • Davide Vavalle, PoliBa • Marta Viganò, PoliMi

RESIDENZIALITÀ CONCENTRATA

ESITI PROGETTUALI

Docente referente Claudio Piferi, UniFi

Tutor Marianna Arcieri, PoliMi • Ilaria L. Mezzapesa, PoliBa

• Andrea Sichi, UniFi

Studenti Vanda Autonovic, UniFi • Gaia Caricola, PoliBa • Graziana Carrieri, PoliMi • Stefano Greco, PoliBa • Letizia

Ninfali, UniFi • Sergio Pinto, PoliBa • Fernando Sincero, UniFi • Alessandro Tiberto, UniFi • Asia Isabel Toma, PoliMi

Sopralluogo, confronto, interviste e redazione del quadro esigenziale.

ESITI PROGETTUALI

Docente referente Michele Montemurro, PoliBa

Tutor Cristina Danisi, PoliBa • Rebecca Moroni, PoliMi • Valentina Spagnoli, UniFi

Studenti Giuseppe Baccelliere, PoliBa • Francesca Carletti, PoliMi • Fabrizio

D’Alessandro, PoliBa • Mariateresa Maniglia, UniFi • Giovanni Mazzoncini, PoliMi • Matilde Monti, PoliMi • Margherita Palumbo, PoliBa • Ilenia Soldano, UniFi • Federica Tedeschi, PoliMi • Leonardo Vullo, UniFi

Nuovi modelli abitativi.

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