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Carpenzano, Spirito Dialoghi - Italia-Spagna sulla modificazione dell’esistente

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INDICE

TEMI 8

Interventi di modificazione dell’esistente di Lapeña-Torres, Vázquez Consuegra e Flores & Prats: confronti tra generazioni Gianpaola Spirito

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Depositare il tempo. La seduzione del palinsesto urbano Orazio Carpenzano

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Modificare l’esistente. Le ragioni del restauro Marta Acierno METODI-STRUMENTI

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Patrimoni ritoccati. L’ironia come strategia progettuale nell’opera di Lapeña-Torres Giulio Feliziani, Laura Possenti, Vittoria Silvaggi

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Invenire. Il progetto come archivio nell’opera di Flores & Prats Michele Anelli-Monti

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Conoscere con mano. Il processo analogico per la modificazione dell’esistente nell’opera di Flores & Prats Elisa Labellarte, Edoardo Menon

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Il disegno a mano come strumento di apprendimento nel lavoro di Flores & Prats Valentina Iozzi


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Il metodo Labics. Struttura e spazio pubblico per la trasformazione dell’esistente Gianmichele De Sario SPAZI

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Dis-posizioni sulla modificazione. Consuegra vs Consuegra Mattia Baldini, Manuela Ciangola, Francesco Masiello, Ioana Giorgia Simion

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Tappeti di pietra. Lettura e riscrittura del percorso monumentale Trevi – Pantheon Lorenzo Casavecchia

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Il Casal Balaguer di Flores & Prats. La trasformazione di una preesistenza Giuseppe Malfona

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Sede Italpromo & Libardi Associati di Labics. Metodo analitico di scomposizione dello spazio Edoardo Marini

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Modificazioni del Palazzo dei Diamanti a Ferrara di Labics Paola Amato


Elías Torres Tur e José Antonio Martínez Lapeña, Recupero del Castello, Ibiza, 1991, (courtesy Lapeña-Torres Arquitectos).


INTERVENTI DI MODIFICAZIONE DELL’ESISTENTE DI LAPEÑA-TORRES, VÁZQUEZ CONSUEGRA E FLORES & PRATS: CONFRONTI TRA GENERAZIONI

Gianpaola Spirito

Il libro raccoglie gli esiti del seminario di dottorato Dialoghi Italia-Spagna sulla modificazione dell’esistente1, che si proponeva di riflettere su alcuni recenti interventi, grazie ai quali, manufatti preesistenti, che hanno subito stratificazioni, alterazioni e che sono stati abbandonati, sono riportati a nuova vita e adeguati alle esigenze contemporanee, reinseriti nel fluire del tempo e in quel lungo processo di stratificazione che ha determinato i complessi palinsesti che caratterizzano le città italiane e spagnole. Si è scelto il termine modificazione – utilizzato da Vittorio Gregotti in “Casabella” 498/9 del 1984 – perché oggi, come allora, le condizioni del progetto di architettura in Europa sono radicalmente cambiate: dagli oggetti singolari ideati dalle archistar e proliferati alla fine del secolo scorso, si è passati ad un’architettura che, in seguito alla crisi economica del 2008 e alle conseguenze generate dai cambiamenti climatici, mostra una rinnovata sensibilità verso le risorse locali per rispondere alle necessità attuali, riducendo costi, scarti, consumi energetici. Tra le risorse di un luogo, i manufatti esistenti sono riqualificati non solo per questioni ecologiche e etiche, ma anche in quanto custodi di memorie e tradizioni passate da trasmettere alle generazioni future. Tutto ciò ha determinato un rinnovato interesse verso gli interventi di modificazione dell’esistente. Per comprenderne i metodi, gli strumenti e le strategie impiegate da architetti appartenenti a contesti – Italia e Spagna – e generazioni diverse, sono stati invitati: Elías Torres Tur, Guillermo Vázquez Consuegra, Carmen Andriani, Ricardo Flores e Eva Prats, lo studio Labics, a tenere lezioni nelle quali hanno illustrato i loro progetti di modificazione dell’esistente. Successivamente si è chiesto ai dottorandi di scegliere uno dei cinque studi di architettura e dare una lettura interpretativa dei metodi e degli strumenti utilizzati o delle opere. Perciò il libro, che raccoglie gli esiti del seminario, si compone di tre parti. La prima “Temi” raccoglie tre testi introduttivi. In questo sono analizzate le diverse modalità dei tre studi spagnoli di intendere e affrontare Interventi di modificazione dell’esistente

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Elías Torres Tur e José Antonio Martínez Lapeña, Recupero del Castello, Ibiza, 1991, schizzi della scala di ingresso, (courtesy Martínez Lapeña - Torres Arquitectos).


DEPOSITARE IL TEMPO. LA SEDUZIONE DEL PALINSESTO URBANO Orazio Carperzano

Lungi dall’essere una mera tecnica operativa o una risposta contingente alle esigenze economiche e ambientali, la “modificazione dell’esistente” si configura, nel quadro delineato da questo volume, come un’autentica posizione culturale ancorché ormai non più giovanissima. Essa ha implicato un modo specifico di concepire il progetto architettonico: non come produzione ex novo di oggetti autonomi, ma come atto consapevole di iscrizione nel tempo, intervento che ha riconosciuto nella città un palinsesto stratificato e ininterrotto, una traiettoria storica nella quale situarsi con responsabilità. L’uso del termine “modificazione”, ripreso da Vittorio Gregotti, rimanda a una tradizione critica che, tra Italia e Spagna, ha attraversato il secondo Novecento ponendo al centro la nozione di continuità storica. Già in L’architettura della città, Aldo Rossi indicava nella città, deposito di memoria collettiva, un organismo costruito nel tempo, in cui ogni intervento contemporaneo si misura con permanenza, tipologie e tracciati preesistenti. Analogamente, la riflessione italiana di Carlo Aymonino e Saverio Muratori interpretava il tessuto urbano come struttura evolutiva, esito di trasformazioni progressive anziché di fratture radicali. Per Muratori, la città storica non è una sommatoria di episodi isolati né un repertorio di monumenti autonomi, ma un organismo complesso regolato da leggi di formazione e trasformazione riconoscibili: attraverso gli studi su Venezia e Roma, egli elabora il “processo tipologico”, per cui le forme edilizie derivano da una lenta evoluzione di tipi originari, adattatisi nel tempo a nuove condizioni economiche, sociali e costruttive. Il tessuto urbano risulta così da una continuità morfologica, perché ogni casa, isolato o tracciato viario è comprensibile solo entro una genealogia formale che ne spiega le metamorfosi. In questa prospettiva, l’intervento contemporaneo non può essere gesto autonomo e autoreferenziale, ma deve inserirsi consapevolmente in un processo in atto: la modificazione non è dunque eccezione, ma regola della forma urbana. Il progetto diviene interpretazione critica di una Depositare il tempo

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Guillermo Vázquez Consuegra, Recupero del Palazzo di San Telmo, Siviglia, 2010, facciata, (foto di Duccio Malagamba, courtesy Guillermo Vázquez Consuegra).

nesso tra consistenza materica e valori culturali, riconoscendo nella materia il luogo in cui essi si formano e si trasmettono e traducendoli in una sintesi progettuale che ne garantisca la conservazione2. Il confronto tra i diversi interventi sulle preesistenze aiuta a capire il ruolo dell’architettura nei contesti storici. Essa deve rispondere ad esigenze contemporanee non solo funzionali ed estetiche, ma anche culturali. Il confronto ineludibile con il passato richiede un atteggiamento colto che sappia gestire con umiltà intellettuale una conoscenza ampia e profonda. Sebbene la disciplina del restauro abbia consolidato un approccio nei suoi oltre due secoli di sviluppo, essa appare oggi doversi confrontare con il pericolo di visioni univoche inappropriate ai contesti culturali con i quali si rapporta: da un lato l’esigenza quasi ossessiva di controllare e documentare i storici, dall’altro il rifiuto di addentrarsi in questa granularità. Per questo appare necessario spostare la riflessione sul piano teorico, cercando strumenti di comprensione che dall’esterno della disciplina aiutino a re-identificarne i confini. Strumenti capaci di collegare i dati filologici alla realtà fisica dell’architettura e di coglierne significati e relazioni. In questo senso la riflessione sul valore attribuito all’architettura su cui viene sviluppato il progetto costituisce un momento cruciale, iniziale e generativo, perché orienta il progetto stesso. Di grande supporto appare la 30

Dialoghi Italia-Spagna sulla modificazione dell’esistente


riflessione filosofica sulla dicotomia chora (spazio che tutto contiene e nulla trattiene) e topos (il perimetro di ciò che esiste)3, perché aiuta a comprendere la complessità del processo conoscitivo che conduce al riconoscimento di valore: un processo che si muove tra la dimensione platonica della chora e quella aristotelica del topos, radicata nella realtà materiale del luogo. Si tratta di un processo che richiede entrambe le dimensioni, senza sbilanciamenti, se non forse verso il topos4. Questo processo dovrebbe porsi in continuità con quello dedicato alla comprensione delle esigenze contemporanee, che vanno colte perché l’architettura riesca a dare la ‘nuova vita’ che è chiamata a restituire agli edifici esistenti. In questa prospettiva, il problema si configura come una questione di “traduzione” tra linguaggi specialistici, dove la sfida consiste nel costruire corrispondenze concettuali tra prospettive diverse. Come ogni operazione traduttiva implica una negoziazione tra rigore formale e sensibilità contestuale, così il passaggio dalla comprensione storica all’identificazione degli elementi fondanti il progetto richiede di saper “dire

Francesco Doglioni, Restauro della Villa Pojana, Poiana Maggiore (VI), 2001, facciata, (courtesy Francesco Doglioni).

Modificare l’esistente. Le ragioni del restauro

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Elías Torres Tur e José Antonio Martínez Lapeña, Chiesa di l’Hospitalet, Ibiza, 1984, presbiterio, elaborazione grafica di Vittoria Silvaggi, 2024.

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Dialoghi Italia-Spagna sulla modificazione dell’esistente


Elías Torres Tur e José Antonio Martínez Lapeña, Chiesa di l’Hospitalet, Ibiza, 1984. Accesso al vano scala, elaborazione grafica di Vittoria Silvaggi, 2024.

Patrimoni ritoccati

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In alto. Analisi grafico-comparativa del Museo dei Mulini a Palma di Maiorca, 1997-2002. Disegni a mano degli autori dell’articolo.

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Dialoghi Italia-Spagna sulla modificazione dell’esistente


In basso. Analisi grafico-comparativa del Magazzino Yutes a Barcellona, 1999-2005. Disegni a mano degli autori dell’articolo.

Conoscere con mano

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Eva Prats, studi per i colori del vestibolo della Sala Beckett, Barcellona 2011-2016, (courtesy Flores & Prats).

seguire il processo progettuale passo dopo passo e, contemporaneamente, di leggerlo nella sua interezza. I “disegni sporchi”3, stratificati e complessi, sono strumenti efficaci per capire come si è arrivati a una determinata soluzione. A sintetizzare il senso di questo metodo, è utile riportare una riflessione degli stessi architetti: «Disegnare è un modo di comunicare; rende visibili i nostri pensieri, in modo che noi e gli altri possiamo esaminarli. Come architetti, disegniamo all’inizio di un progetto per esplorare il cantiere, per avere un’idea di come verrà utilizzato il progetto, e per definire i dettagli che man mano comporranno l’edificio. Successivamente, durante la fase di costruzione, disegniamo nuovamente per instaurare un dialogo diretto con il costruttore. Oltre a ciò, registriamo come il progetto costruito venga effettivamente abitato»4. Durante il sopralluogo in cantiere, il disegno è usato solo se strettamente necessario; dopo la visita gli architetti ritornano a studio per riflettere, 74

Dialoghi Italia-Spagna sulla modificazione dell’esistente


analizzare e disegnare. Molto importante è anche l’uso della carta lucida sovrapposta. Di fronte a disegni complessi, Flores & Prats preferiscono stamparli e sovrapporre a essi fogli di carta trasparente su cui continuano a lavorare. Il disegno stampato costituisce una base di partenza stabile, mentre la carta lucida consente di aggiungere, modificare e confrontare le varie parti del progetto. I diversi fogli, sovrapposti tra loro, diventano una sorta di archivio in progress del pensiero progettuale. Ogni fase viene documentata, e se necessario, può essere nascosta semplicemente coprendo uno dei livelli. La dimensione del foglio è anch’essa significativa. I formati preferiti sono quelli più ampi, come l’A0 o l’A1, perché avere uno spazio libero e ampio su cui lavorare favorisce un atteggiamento aperto, non condizionato da vincoli spaziali. I disegni su grandi formati rendono la scrivania il luogo privilegiato della loro attività, intesa come lo spazio fisico in cui il progetto prende forma. Essa deve essere organizzata con attenzione e contenere tutti gli elementi utili alla riflessione: libri, modelli, disegni e riferimenti. Anche l’illuminazione ha un ruolo preciso: la lampada deve essere posizionata in modo da rendere il lavoro efficace. Inoltre, alle pareti dello studio sono appesi materiali legati ai progetti in corso: disegni, schizzi, fotografie. L’organizzazione dello spazio dello studio è considerata parte integrante del metodo di lavoro. Particolare attenzione è riservata anche alla modalità di archiviazione dei disegni. Quelli di grande formato vengono riposti in tubi di cartone costruiti a mano, mentre per i disegni più piccoli vengono realizzate apposite scatole, solitamente gialle, collocate in una sezione specifica della libreria dello studio. Dall’analisi dei progetti emerge con evidenza la centralità delle proiezioni ortogonali e delle viste assonometriche come principali tecniche di rappresentazione. Nella loro produzione grafica, l’interesse si concentra sullo studio complessivo dell’edificio, privilegiando la scomposizione spaziale piuttosto che la scelta di un punto di vista dominante. Le viste prospettiche compaiono solo in forma fotografica, come strumenti per analizzare la realtà costruita, ma non attraverso una costruzione geometrica. Questo approccio riflette la volontà di mantenere aperta la lettura del progetto, evitando la fissazione di un’immagine univoca. Il disegno, per Flores & Prats, non è uno strumento di seduzione visiva, ma un mezzo di indagine e comprensione dell’architettura nella sua interezza.

Il disegno a mano come strumento di apprendimento nel lavoro di Flores & Prats

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Labics, Trasformazione della ex rimessa ATAC in biblioteca della Città del Sole, Roma, 2016. Esploso assonometrico, (courtesy Studio Labics).

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Dialoghi Italia-Spagna sulla modificazione dell’esistente


regolano le relazioni reciproche. I ballatoi, oltre alla funzione distributiva, configurano una vera e propria infrastruttura spaziale interna che mette in sequenza aule e spazi comuni, garantendo una continuità percettiva e funzionale tra i diversi livelli dell’edificio. Questo sistema costruisce una condizione spaziale aperta e leggibile, in cui collegamenti e spazi intermedi formano una rete di luoghi di incontro che affianca e integra gli ambienti didattici, sostenendo pratiche collettive e informali e definendo una dimensione di spazio pubblico interno (non a caso i progettisti chiamano agorà il grande vano centrale). Ne deriva una gradazione articolata tra spazi pubblici e ambiti più raccolti, ottenuta senza compartimentazioni rigide e in continuità con il contesto urbano. L’analisi di queste opere di Labics evidenzia la coerenza di un metodo che interpreta la progettazione architettonica come filosofia della prassi, nel senso gramsciano ripreso da Marco Biraghi7: un pensiero operativo, in cui teoria e azione si intrecciano nella trasformazione concreta dello spazio costruito. Ogni progetto dello studio romano nasce da un’analisi rigorosa del contesto e si sviluppa attraverso strumenti capaci di rivelarne la struttura latente, tra i quali il diagramma, che non serve a rappresentare ciò che esiste, ma a far emergere ciò che è relazionale, astratto, potenziale. Ogni progetto prende avvio da diagrammi interpretativi, che distillano l’essenza del luogo o del tema, insieme a diagrammi generativi, che ne esplorano le potenzialità trasformative. Attraverso l’uso di diagrammi lo studio Labics individua le relazioni fondamentali, che poi traduce in costruzione, evitando, in questo modo, sia il citazionismo che l’internazionalismo generico e producendo architetture che aderiscono pienamente all’hic et nunc (qui la lezione delle formes utiles). Nelle loro opere, la coerenza emerge non dall’omogeneità formale ma dalla costruzione intenzionale di relazioni tra pieno e vuoto, tra antico e nuovo, tra funzione e spazio. Il loro lavoro dimostra che la vera innovazione in architettura nasce da un dialogo serrato con la città e con la storia depositata nei luoghi. In questo senso, l’architettura può essere intesa come una sintesi tra poiesis e praxis: non solo produzione di forme, ma azione che modifica il mondo reale e che ha in sé il proprio fine8.

Il metodo Labics

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Il modello della scala elicoidale. Elaborazione degli autori dell’articolo.

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Dialoghi Italia-Spagna sulla modificazione dell’esistente


La tassonomia di elementi che costellano il nuovo intervento. Elaborazione degli autori dell’articolo.

Dis-posizioni sulla modificazione

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