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Antonio di Campli - Il diritto di restare contadini

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Indice

9.

Il climate change come dispositivo di obbligazione finanziaria

29. Il conflitto prende spazio. Proteste e trama infrapolitica

39. Presenza e conflitto

67. Il metabolismo delle obbligazioni

97. Tradurre il conflitto, progettare la permanenza

115. Bibliografia

1. Il climate change come dispositivo di obbligazione finanziaria

L’azienda agricola ha firmato a marzo. Il contratto è di trent’anni. Prevede riforestazione su una parte dei terreni, rotazioni colturali certificate, monitoraggio satellitare, verifiche periodiche da parte di un ente terzo. I pagamenti arriveranno in tranche, in funzione dei crediti di carbonio effettivamente generati. Per adeguarsi agli standard tecnici servono nuovi macchinari, consulenze agronomiche, dispositivi di misurazione, registri digitali.

Una parte dell’investimento viene coperta con un prestito. Le pratiche colturali devono seguire un protocollo definito altrove. Una porzione di terra viene vincolata a generare un rendimento futuro certificato, sottratta alla produzione corrente. A luglio la pioggia non arriva. A settembre un incendio lambisce il perimetro riforestato. Dopo l’incendio, la certificazione ricalcola lo stoccaggio previsto. I crediti si riducono. La rata del prestito resta invariata.

Il cambiamento climatico viene spesso descritto come una questione di limiti biofisici, di soglie planetarie o di adattamento tecnologico. Sempre più spesso, tuttavia, esso prende forma attraverso dispositivi

contrattuali che organizzano pratiche ambientali, flussi finanziari e aspettative di rendimento nel tempo. Riforestare una porzione di terreno, modificare le rotazioni colturali, mantenere superfici destinate all’assorbimento di carbonio diventa parte di accordi di lungo periodo nei quali il clima viene tradotto in impegni verificabili e in prestazioni misurabili. Dentro questo tipo di accordi prende forma un dispositivo specifico che in queste pagine viene indicato con il termine obbligazione. Il termine rimanda al suo doppio significato, il vincolo che lega un soggetto a una determinata azione e il titolo finanziario che collega un investimento a un rendimento futuro. Le politiche climatiche contemporanee operano sempre più spesso dentro questa doppia forma. Gli impegni ambientali vengono stabilizzati da contratti, certificazioni e protocolli tecnici che trasformano pratiche ecologiche in flussi di valore attesi. Quando tali dispositivi entrano nei territori, incidono su condizioni materiali molto concrete. Ridefiniscono l’accesso alla terra, i tempi della produzione e le condizioni della permanenza. Introducono calendari finanziari, verifiche periodiche e standard tecnici che eccedono il ritmo stagionale dell’agricoltura. Il cambiamento climatico prende così anche la forma di obbligazioni distribuite lungo catene che collegano territori rurali, istituzioni pubbliche, investitori e mercati.

Il contratto entra in cucina, nelle discussioni serali, nella decisione se uno dei figli possa restare a lavorare la terra o debba cercare altrove un salario

stabile. La promessa climatica si traduce in un vincolo che organizza il tempo familiare attorno a una performance da dimostrare. In questo scarto tra variabilità ecologica e rigidità finanziaria si misura la possibilità di “presenza”, ossia la tenuta nel tempo di vincoli che incidono sulla terra, sul lavoro, sulle relazioni familiari. Il termine rinvia alle riflessioni di Ernesto de Martino (1948; 1977), che per presenza intendeva la capacità di restare nel mondo senza smarrire la propria operatività storica. Presenza significa continuità operativa, capacità di mantenere in esercizio pratiche, relazioni e saperi che rendono possibile la riproduzione quotidiana. Questa continuità o capacità di abitare il mondo, mantenendo consistenza nei passaggi di scala è una soglia esposta. La presenza può incrinarsi senza produrre immediatamente una rottura visibile. La crisi può assumere la forma di un progressivo restringimento dei margini decisionali, fino a rendere la permanenza qualcosa di puramente formale. In questa prospettiva, la presenza non coincide con un tratto simbolico. Si tratta di una condizione materiale che si misura nella tenuta concreta di una forma di vita. In gioco vi è la continuità effettiva di un’esistenza legata a un territorio e alla sequenza di pratiche che ne garantiscono la riproduzione. Marc Edelman osserva che il “diritto di restare contadini” emerge come rivendicazione centrale nei movimenti agrari e rurali contemporanei: «Today the specific resources targeted for commodification are

2. Il conflitto prende spazio. Proteste e trama infrapolitica

Nei mesi di gennaio e febbraio 2024, organizzazioni e collettivi di agricoltori europei hanno intensificato le mobilitazioni, portando la protesta in alcuni luoghi urbani specifici e simbolici, nelle capitali e nelle sedi istituzionali dell’Unione europea. Le proteste si sono trasformate in gesti spaziali volontari che hanno rimescolato i confini tra rurale e urbano, portando mezzi e materiali agricoli dentro la città e su superfici che normalmente non li ospitano.

In Bruxelles, durante il mese di febbraio del 2024 centinaia di trattori hanno bloccato gli accessi al quartiere europeo, in particolare Rue de la Loi / Wetstraat, la via su cui si affacciano la Commissione e il Parlamento europeo, e hanno occupato Place du Luxembourg, la piazza antistante al Parlamento europeo, trasformandola in un accampamento di mezzi agricoli. Qui sono stati eretti barricate di fieno e di pneumatici, sono stati appiccati piccoli roghi davanti ai cancelli istituzionali. Intorno al cosiddetto quartiere europeo, gli assi stradali principali sono stati occupati da circa 1.000 trattori che hanno paralizzato la viabilità e costretto a deviazioni del traffico quotidiano.

A Madrid, il 21 febbraio 2024 colonne di trattori sono arrivate in centro percorrendo arterie principali e hanno raggiunto Plaza de la Independencia dove decine di agricoltori si sono radunati con campanacci, bandiere regionali e altoparlanti, interrompendo il traffico veicolare. Alcuni convogli hanno poi cercato di avanzare lungo Calle de Alcalá verso il Ministero dell’Agricoltura, mentre altri gruppi hanno deviato lungo strade parallele, segnando un’occupazione diffusa del sistema viario del centro della città.

In Francia, le mobilitazioni agricole non si sono limitate ai centri urbani. Sin dal 18 gennaio 2024 grandi colonne di trattori hanno bloccato tratte autostradali, come l’A64 vicino a Tolosa, interrotto da agricoltori occitani, e gli accessi a Parigi, dove centinaia di mezzi hanno stretto la capitale in una “morsa” lungo le tangenziali e gli svincoli principali. In alcuni casi gruppi di agricoltori hanno fatto irruzione nel grande mercato di Rungis, uno dei principali hub di distribuzione alimentare della capitale, causando danni e costringendo le forze dell’ordine a operare sgomberi.

In Polonia, nei giorni di maggiore intensità le mobilitazioni hanno assunto la forma del blocco. Gruppi di agricoltori hanno interrotto il traffico sul tratto dell’autostrada A2 vicino al confine con la Germania, nella zona di Świecko, rendendo impraticabile la connessione tra reti viarie internazionali e puntando all’interruzione dei corridoi commerciali su cui si fonda il mercato unico europeo.

Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 le proteste si sono riattivate attorno a nuovi nodi di conflitto, in particolare per l’accordo UE–Mercosur e i relativi dispositivi regolativi e sanitari9.

In queste mobilitazioni materiali dello spazio rurale sono stati portati dentro la città, trattando strade e piazze come superfici da contaminare e imponendo nell’ambiente urbano odori, residui e sostanze che ne alterano l’ordine sensoriale. Il letame spruzzato davanti alle istituzioni, le balle di fieno ammassate sulle arterie principali, i liquami riversati negli spazi della rappresentanza politica, introducono nei centri del potere la materia concreta del lavoro agricolo, ciò che la città consuma, senza vedere.

Le mobilitazioni del 2024 hanno scelto spazi precisi, quali le sedi della Commissione europea a Bruxelles, il Parlamento europeo, i ministeri

9. Un comunicato della Confédération Paysanne, diffuso in occasione delle mobilitazioni contro l’accordo UE–Mercosur, insisteva sulla necessità di rimettere «les enjeux de revenu paysan et de droits sociaux devant les intérêts financiers» (Confédération Paysanne 2025). La questione non viene posta in termini identitari o culturali, ma come problema materiale di reddito e di giustizia sociale. Nello stesso periodo, anche Copa-Cogeca, nel quadro delle proteste a Bruxelles, richiamava la necessità di garantire «their income and the EU’s food security» (Copa-Cogeca 2025), legando esplicitamente la sopravvivenza economica delle aziende agricole alla sicurezza alimentare europea. Queste dichiarazioni riprendono, in forma aggiornata, lo stesso argomento già espresso nel 2024 dalla Confédération Paysanne. L’agricoltura viene definita attività di utilità pubblica, indispensabile alla collettività, mentre il reddito di chi la esercita resta fragile e compresso (Le Secrétariat National de la Confédération paysanne 2024). La rivendicazione si concentra così su un nesso preciso, senza condizioni economiche dignitose per chi produce, anche la sicurezza alimentare e la transizione ecologica diventano enunciati astratti.

Il conflitto prende spazio

4. Il metabolismo delle obbligazioni

La crisi climatica obbliga a riportare la discussione sulle condizioni materiali che rendono possibile l’abitare e la vita collettiva. Conviene assumere il metabolismo sociale come chiave di lettura, intendendo con questa espressione l’insieme dei flussi attraverso cui una società mantiene la propria esistenza: produzione, trasformazione e circolazione di materia ed energia, accesso all’acqua, produzione alimentare. Questi flussi legano città e campagna dentro un campo di interdipendenze materiali. La transizione climatica interviene su di essi ridefinendo soglie di accesso, costi e responsabilità.

Nei tre ambiti attraversati da questo capitolo emerge uno stesso movimento. La riproduzione sociale rurale viene inscritta in catene di obbligazione che organizzano il futuro attorno a promesse di rendimento e standard di performance. Il suolo pugliese convertito in supporto fotovoltaico, l’acqua siciliana distribuita secondo gerarchie che tutelano la continuità urbana, le filiere medioadriatiche del vino e dell’olio in cui la volatilità dei prezzi si concentra nella fase agricola mentre i margini si stabilizzano a valle, sono declinazioni di un medesimo

assetto. Il metabolismo si intreccia con il credito. La continuità materiale della vita rurale dipende dalla capacità di sostenere obbligazioni che eccedono la scala locale e sono definite altrove.

Questa configurazione si innesta su una storia lunga di accumulazioni diseguali che hanno distribuito costi ambientali e benefici economici in modo asimmetrico tra territori (Martínez-Alier 1997).

Energia, acqua e cibo operano come infrastrutture relazionali che connettono spazi differenti dentro uno sviluppo geografico diseguale. Le città dipendono dalla continuità materiale dei territori rurali; questi ultimi sono integrati in regimi di misurazione, certificazione e anticipazione finanziaria che ne orientano le pratiche produttive. I Debtscapes rurali designano lo spazio in cui la riproduzione sociale incontra il credito come condizione permanente e in cui la possibilità di restare dipende dalla tenuta finanziaria di pratiche ecologiche rese investibili.

Prendiamo il tema dell’energia. Oggi la transizione energetica non passa soltanto attraverso la costruzione di grandi centrali o il potenziamento di reti di trasmissione, ma attraverso l’appropriazione diffusa di superfici rurali. L’espansione dei campi fotovoltaici comporta la messa sotto contratto di estensioni di suolo agricolo tramite affitti ventennali, opzioni d’acquisto, servitù e accordi di project finance. Il campo agricolo si trasforma in asset energetico e la produzione si territorializza in modo capillare, ridefinendo suoli, ecologie, economie locali

metabolismo delle obbligazioni e relazioni di proprietà. Questa riconversione produce una riorganizzazione al tempo stesso fondiaria e finanziaria. L’impianto è spesso costruito attraverso capitale a debito. Il contratto sul suolo garantisce la stabilità del rendimento e diventa parte dell’architettura dell’operazione. Il terreno viene convertito in supporto di flussi futuri e inserito in una catena di obbligazioni che lega proprietari, sviluppatori e finanziatori (Purcell 2025). Per molti proprietari, l’affitto di lungo periodo rappresenta una strategia di stabilizzazione in contesti di incertezza o esposizione creditizia. La cosiddetta transizione energetica assume così la forma di una competizione per le superfici che si traduce in un paesaggio di obbligazioni distribuite nel tempo. Il conflitto non riguarda soltanto l’impatto ecologico dell’impianto, ma la trasformazione del suolo in dispositivo di rendita e di vincolo. Qui la questione ambientale si intreccia con quella del debito, nella produzione di un territorio che funziona come garanzia, promessa e condizionalità.

L’acqua rende evidenti dimensioni relazionali tra spazi ed ecologie differenti. I bacini idrografici attraversano confini amministrativi. L’acqua viene captata e deviata, le politiche di adattamento agli eventi climatici estremi, dalla costruzione di dighe alla gestione delle falde, ridistribuiscono rischi e accessi, e spesso ricompongono il territorio secondo priorità implicitamente urbane. Le reti idriche, le dighe e i sistemi di adattamento climatico richiedono

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