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Andrea Botto, Laura Cantarella - Disarmare le immagini

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Ho vissuto la caduta di Amburgo da spettatore1 .

È importante capire quali idee usiamo per pensare altre idee2 .

Cosa dobbiamo lasciare a casa e cosa dobbiamo portare con noi, per essere abbastanza leggeri da attraversare lo specchio [di Alice]?3 .

Nel luglio del 1943 Hans Erich Nossack si trova in vacanza quando la Royal Air Force scatena su Amburgo quella che passerà alla storia come Operazione Gomorrah4 .

È abbastanza lontano da non essere colpito, ma sufficientemente vicino da assistere alla distruzione della città. Osserva l’incendio che la divora, un evento che molti tedeschi dell’epoca percepiscono come una conseguenza inevitabile, quasi un castigo. Nossack guarda, prende nota, resta spettatore. Il disastro è totale e irreversibile, ma resta a distanza.

In una scena della serie Chernobyl5 , un addetto alla sicurezza dei reattori6 viene costretto dai dirigenti, successivamente all’incidente7, a verificare lo stato del Reattore Quattro. Attraversa corridoi e un camminamento sul tetto della centrale. Quando raggiunge il punto da cui può guardare verso i resti del reattore, si espone a una dose letale di radiazioni. Lo vediamo prima di spalle, poi in volto, segnato dalle ustioni. È consapevole dell’entità del danno, così come della certezza della propria morte. Qui l’atto di vedere coincide con l’essere definitivamente coinvolti. Queste due figure, lo spettatore e il testimone costretto, attraversano questo libro come inneschi simbolici. Tra il guardare da una posizione di apparente sicurezza e l’essere trascinati dentro il disastro quando ormai è troppo tardi, si apre uno spazio critico fragile, ma decisivo. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato a livello globale.

Secondo il Copernicus Climate Change Service8, la temperatura media ha superato di 1,6 °C i livelli preindustriali, oltrepassando per la prima volta la soglia di 1,5 °C fissata dall’Accordo di Parigi. I dati sono disponibili e accessibili, ma continuano a tradursi in fenomeni estremi che rendono tangibile la violenza del cambiamento climatico, anche quando non occupano una posizione centrale nell’agenda politica europea. Questo libro non affronta la questione ambientale in senso stretto. Indaga piuttosto in che modo la fotografia, l’immagine in movimento e, più in generale, gli immaginari visivi possano contribuire a renderla pensabile e criticamente affrontabile, in un contesto in cui la crisi non è più un evento puntuale, ma una condizione diffusa. Nel nostro lavoro, sviluppato negli anni attraverso progetti transdisciplinari legati a fragilità, traumi e trasformazioni, abbiamo adottato un metodo teorico-

pratico fondato sull’immersione nei contesti. Questo ci ha portato a considerare l’emergenza non come eccezione, ma come condizione della ricerca. Il libro nasce da esperienze sul campo e approfondisce un saggio9 militante scritto nel 2020, in cui abbiamo proposto una nuova area di ricerca fotografica: il passaggio dal concetto di ʻpaesaggioʼ a quello di ʻambienteʻ, inteso come spazio plurale, attraversato da visioni e attori divergenti, centrale per comprendere il Nuovo Regime Climatico10. Come accade negli otto capitoli che compongono questo volume, partiamo dalle immagini per interrogare i nostri strumenti critici e il nostro stesso immaginario rispetto alla crisi ambientale. Le figure di Nossack e del testimone di Chernobyl condensano un rischio che sentiamo concreto: restare spettatori lucidi ma inerti, oppure riconoscerci corresponsabili di un disastro quando ogni possibilità di intervento si è ormai ridotta.

Quali sono allora le strade percorribili per non relegarci in posizioni che non aprono a nessuna azione culturalmente generativa? L’estetica della spettacolarizzazione e il realismo catastrofista11 non sembrano risposte efficaci di fronte a fenomeni complessi e sistemici. Allo stesso modo, una semplice osservazione distaccata, soprattutto se ancorata a un punto di vista unico, rischia di produrre una paralisi dello sguardo.

Ciò che proviamo a tracciare è una prima mappa, necessariamente incompleta e aperta, di immagini emergenti e di immagini dell’emergenza. A distinguerle non è soltanto il contenuto, ma il modo in cui entrano in relazione con i contesti, circolano e vengono riattivate. Disarmare le immagini è un diario di viaggio, di ricerca e di lavoro, una cassetta degli attrezzi. L’obiettivo è comporre strumenti capaci di orientare lo sguardo in un

contesto segnato dall’instabilità e dall’accelerazione, senza pretendere posizioni definitive.

Perché alcune immagini assumono valore mentre altre restano mute? Per chi, esattamente, risultano significative? Se le immagini emergenti possono diventare strumenti operativi per interpretare un cambiamento epocale, saremo davvero in grado di riconoscerle nel flusso incessante della produzione visiva?

Negli ultimi anni abbiamo raccolto materiali eterogenei: immagini autoriali, storiche, trovate online o incontrate casualmente, ma anche percezioni ancora informi. Tutti accomunati dal fatto di emergere, in modi differenti, a partire dalla crisi ambientale.

Abbiamo scelto il montaggio, invece della scrittura a quattro mani, per rispettare i nostri percorsi individuali e farli dialogare attraverso i capitoli. Il montaggio riflette il modo in cui oggi concepiamo la conoscenza

e le relazioni tra le cose: non più lineari o gerarchiche, ma discontinue, reticolari, stratificate. A partire da questa concezione, la scelta del montaggio assume un valore che supera la dimensione formale e investe l’architettura stessa del libro. In questo senso incarna una forma di pensiero relazionale, in sintonia con una visione ecologica del mondo12.

Il disarmo delle immagini evocato dal titolo non promette soluzioni definitive. È un’attitudine, un esercizio di vigilanza. Ricorda che lo sguardo non è mai neutro, ma un atto di scelta che può contribuire alla reiterazione dei conflitti oppure aprire spazi di sospensione e trasformazione. In questo spazio fragile si gioca la possibilità di un uso diverso delle immagini: non impugnabili come armi, ma capaci di attivare forme di pensiero collaborativo. Un approccio che implica la rinuncia a modalità estrattive di produzione

culturale, a favore di pratiche più situate, relazionali e responsabili nei confronti dei contesti che attraversano.

COSTELLAZIONI . Scritture dell’Architettura

Collana ideata e diretta da Marco Navarra

Comitato scientifico

Eduard Bru (Barcellona)

Davide Tommaso Ferrando (Bolzano)

Mario Lupano (Venezia)

Gian Luca Porcile (Genova)

Li Xiangning (Shanghai)

01. Giacomo Borella, Per un’architettura terrestre

02. Giovanni Corbellini, Lo spazio dicibile. Architettura e narrativa

03. Alessandro Rocca, Lo spazio smontabile

04. Michael Jakob, Dall’alto della città

05. Marco Navarra, Dell’informe 1. Implosioni

06. Marco Navarra, Dell’informe 2. Assemblaggi

Prossimi titoli:

Jörg H. Gleiter, Nietzsche. Torino e l‘architettura

Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione.

Ci sono libri che come lampi aprono un’improvvisa e urgente comprensione del presente e, nella conoscenza stessa, trovano immediatamente gli strumenti per trasformare il mondo. Questa condizione felice ritrova “il tempo della verità” laddove passato e presente perdono i loro confini. I libri della collana, liberi dalle forzature delle intenzioni, scoprono con naturalezza le ragioni di necessità per immaginare punti di vista differenti dalle vulgate dominanti.

Le “Costellazioni” presentano scritti che affrontano nuove questioni attraversando trasversalmente discipline diverse. Si tratta di testi irriverenti ed eretici che, guardando al di là dei codici disciplinari consolidati, cercano in altri campi stimoli e procedure per ripensare gli strumenti dell’Architettura.

I libri della collana trasformano occasioni, episodi, cronache in idee che fanno dello spostamento dello sguardo un’affilata pratica critica. A partire dall’Architettura, attraverso la qualità e l’espressività della scrittura, le “Costellazioni” esplorano questioni decisive della cultura contemporanea proponendo punti di vista inediti.

07 COSTELLAZIONI

ISBN 979-12-5644-197-6

Prima edizione italiana Giugno 2026

© LetteraVentidue Edizioni

© Andrea Botto

© Laura Cantarella

Come si sa la riproduzione, anche parziale, è vietata. L’editore si augura che avendo contenuto il costo del volume al minimo i lettori siano stimolati ad acquistare una copia del libro piuttosto che spendere una somma quasi analoga per fare delle fotocopie. Anche perché il formato tascabile della collana è un invito a portare sempre con sé qualcosa da leggere, mentre ci si sposta durante la giornata. Cosa piuttosto scomoda se si pensa a un plico di fotocopie.

Nel caso in cui fosse stato commesso qualche errore o omissione riguardo ai copyrights delle illustrazioni, saremo lieti di correggerlo nella prossima ristampa.

Grafica e impaginazione: Raffaello Buccheri, Francesco Trovato Stampa: Pantone 286U su Fedrigoni Woodstock Cipria Tipografia: Arti Grafiche Lapelosa (Sala Consilina, SA)

LetteraVentidue Edizioni S.r.l.

Via Luigi Spagna 50 P 96100 Siracusa, Italia

www.letteraventidue.com

disarmare le immagini emergenze e pratiche radicali per il Nuovo Regime Climatico

9

Una diversa prossimità, una diversa relazione. Oltre la prospettiva degli Dei e dei turisti

Laura Cantarella

23

Consumare paesaggi. Un Sublime di natura diversa. Percepire il rischio

Andrea Botto

86

Predatori/Estrattori. Scavare, mining, estrattivismo, archeologia dei media. Vedere al buio (le cose non sono mai come sembrano)

Andrea Botto

105

Le immagini al servizio delle ideologie. Fotografia come cavallo di Troia. Cyborg e cannibalismo. L’arma dell’immagine

Andrea Botto

119

Pratiche radicali. Sovvertire e conpartecipare

Laura Cantarella

Oltre la separazione umano/non umano. Come restare in contatto con il problema

Laura Cantarella

L’impotenza delle immagini. Immagini della distruzione o distruzione delle immagini

72 La sfortunata vita dei ponti mobili in Islanda. O della capacità e incapacità di abitare l’impermanenza

Laura Cantarella 135 Il cantiere è aperto. L’emergere delle immagini e le immagini dell’emergenza Conclusioni

Andrea Botto 167

Þórsmörk, Islanda Fotografie trovate

Laura Cantarella, 2019

Una diversa prossimità, una diversa relazione.
Oltre la prospettiva degli

Dei

e dei turisti

Il 23 giugno 1802 Alexander von Humboldt e i suoi tre compagni, senza abbigliamento adeguato, lentamente e a fatica, avanzavano a 5500 metri sul livello del mare per scalare il Chimborazo, un vulcano inattivo facente parte della catena delle Ande, che s’innalza per quasi 6500 metri sul livello del mare. In quel tempo era considerata la montagna più alta del mondo e fino a quel giorno nessun essere umano si era spinto così in alto. Per affrontare la scalata al Chimborazo, Humboldt aveva dovuto separarsi da gran parte della strumentazione che aveva portato con sé dall’Europa, ma non del barometro, del termometro, del sestante e del cianometro1 per misurare l’azzurrità del cielo. In quel momento, in equilibrio precario e respirando a fatica l’aria rarefatta, iniziò a vedere il mondo con occhi diversi: un unico grande organismo vivente dove tutto era interconnesso. Vide non solo un paesaggio straordinario che si dispiegava di fronte ai propri occhi, ma anche e soprattutto le relazioni tra le parti. Noto ai suoi contemporanei come l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone, Humboldt (1769-1859) è

L’impotenza

delle immagini. Immagini della distruzione o distruzione delle immagini1

In Strada provinciale delle anime di Gianni Celati2, una comitiva di amici e parenti attraversa il delta del Po a bordo di una corriera azzurra, muovendosi lungo strade marginali senza una meta dichiarata. Il film costruisce una forma di sguardo condiviso che procede per soste, ripetizioni e deviazioni, senza obiettivi prestabiliti, e in cui l’immagine è chiamata a fare i conti con quello che resta, così come con ciò che scompare.

«Il paesaggio è per noi l’incrocio tra la natura e la cultura, quindi anche il luogo della distruzione»3.

Mi sono interrogato molto sul significato di questa frase, pronunciata dal fotografo Luigi Ghirri nel film. Ho ripensato alle sue ultime fotografie, quelle che mi piace definire di carattere quasi ‘meteorologico’, in cui la neve e la nebbia cancellano il paesaggio, fino alla sua sparizione. Oltre ad essere costruzione o distruzione di senso, il paesaggio potrebbe quindi essere anche il luogo della distruzione dell’immagine?

Il termine ‘distruzione creativa’ nasce circa un secolo fa dalla teoria economica che le forze creative-distruttive scatenate dal capitalismo porterebbero inevitabilmente alla sua scomparsa come sistema o, più probabilmente, che il capitalismo avrebbe necessità di distruggere e rinnovare continuamente il sistema per continuare a controllarlo. Nietzsche sosteneva il principio universale di un ciclo di creazione e distruzione, rappresentando la distruzione creatrice della modernità con la figura mitologica di Dioniso e nell’induismo il dio Shiva è allo stesso tempo distruttore e creatore. La sua danza, rappresentazione dell’energia dinamica dell’universo, il costante mutamento tra creazione, mantenimento e dissoluzione del cosmo, è considerata una metafora della legge universale della trasformazione. Albert Einstein aveva definito l’innovazione come “un atto di distruzione creativa” e, secondo il cosiddetto postulato fondamentale di Lavoisier, “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. In Natura, la distruzione è sempre legata all’entropia.

In campo artistico, le Avanguardie come Futurismo e Dadaismo hanno incarnato questa idea proponendo la distruzione delle tradizioni artistiche precedenti per lasciare spazio a nuove forme di espressione. L’arte nasce sempre da un no, da un rapporto dialettico, spesso conflittuale, con ciò che è passato. Dalla necessità di distruggere qualcosa per dare vita a qualcos’altro.

La sfortunata vita dei ponti mobili in Islanda. O della capacità e incapacità di

abitare

l’impermanenza

Una fotografia ritrae due conducenti [?] di un autobus inclinato e immerso per la metà in acque torbide. Le figure umane mantengono uno sguardo ironico e una posizione eretta, mentre il mezzo sta evidentemente ruotando su sé stesso. In primo piano l’acqua burrascosa e scura non promette nulla di buono.

Nel 2019, ho avuto l’opportunità di attraversare a piedi una porzione di Islanda, partendo da Landmannalaugar per arrivare ad attraversare una valle delimitata a est dal vulcano subglaciale Katla, a ovest da Eyjafjallajökull, il vulcano che durante un’eruzione nel 2010 ha causato un massiccio blocco del traffico aereo in Europa e sulle rotte atlantiche, dando una lezione empirica magistrale sull’interconnessione di tutte le forme di vita che abitano l’ecosistema terrestre. Una delle immagini che ha influenzato in modo significativo la mia percezione del paese nordico, oltre allo straordinario contesto geologico, è la presenza ricorrente di ponti mobili accartocciati lungo l’alveo dei fiumi, per lo più glaciali. I fiumi glaciali sono corsi d’acqua che

originano dallo scioglimento dei ghiacciai, nascono dal ghiaccio che fonde nella zona di ablazione e scorrono lungo il proprio alveo con portata variabile a seconda delle temperature e della stagione. In Islanda, in particolare, i fiumi glaciali presentano caratteristiche uniche dovute alla particolare geografia e geologia dell’Islanda, che è un’isola vulcanica e glaciale allo stesso tempo. I fiumi nascono da ghiacciai sovrastanti vulcani attivi (come Vatnajökull), essendo quindi soggetti a piene improvvise [jökulhlaup] causate da eruzioni sotto il ghiaccio o da riscaldamento geotermico. Le piene sono quindi eventi violenti e rapidi che rilasciano grandi quantità d’acqua glaciali intrappolate, con effetti distruttivi. La portata, quindi, è fortemente variabile essendo legata all’attività vulcanica sottostante. Sono un fenomeno tipico islandese, studiato a livello internazionale. Per questa ragione i fiumi glaciali islandesi modellano continuamente il territorio: cambiano corso, creano delta, pianure alluvionali e ampie aree sabbiose [sandur]. Sempre per questa ragione la realizzazione di ponti stabili è considerata impraticabile, ma non per questo i ponti mobili riescono sempre a resistere alle piene, rendendo evidente quanto sia necessario in condizioni naturali instabili, dover imparare non solo a convivere e scendere a patti con una dimensione temporale e spaziale impermanente, ma anche ad accettare che non esiste una soluzione definitiva e stabile a ciò che stabile non è e non potrà mai essere. Questa condizione non riguarda soltanto le

Þórsmörk,

Islanda

Fotografie trovate, Laura Cantarella, 2019

A Þórsmörk (o Thorsmork) nel 2019, su un tavolo del rifugio che accoglie i viaggiatori, è appoggiato un raccoglitore di fotografie analogiche aventi tutte il medesimo soggetto. Le immagini mostrano mezzi motorizzati di ogni tipo e foggia, prevalentemente autobus, che attraversano più o meno sfortunatamente una porzione di spazio inconcepibile dal punto di vista di noi europei del sud: una pianura che allo stesso tempo è alveo di un fiume glaciale, non governabile da infrastrutture, impermanente come ogni cosa viva.

Sulla “sfortunata vita dei ponti mobili in Islanda” si rimanda al capitolo “La sfortunata vita dei ponti mobili in Islanda. O della capacità e incapacità di abitare l’impermanenza” (p. 72).

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