AA.VV. CONTRALTO. Viaggi e racconti di viaggi di architetti
Intanto che…
Prefazione
Davide Rubbini
Ritorno a casa
Introduzione - Xavier Costa
Parte prima - Davide Rubbini
DA FERRARA IN POI
I racconti che seguono…
Ferrara
Ravenna
Polesine
Viaggio Levantino
Ortona
Venezia
Trieste
Parte seconda - Moreno Po
DA BONDENO IN POI, ANCORA ADRIATICI O QUASI
Let it be
Café centràl
Jagellò utca
Ramadàn
Una linea netta
Parte terza - Alberto Polacco
DA VENEZIA IN POI
Una introduzione: dai luoghi presenti nella mente… va in scena l’Architettura
Architettura o rivoluzione?
Destinatari senza richieste
Cattedrali laiche
La commistione genera il nuovo
Costruire senza architettura
Pausa
Illuminismo contemporaneo
In cerca di nuova Architettura
La mia strada
Architettura per l’accoglienza gentile
Il mare fa l’Architettura
Parte quarta - Davide Tumiati
DA COPPARO A COPPARO
Prologo
Le sorprese della vita
Tango
Patrizio Bianchi, Pasquale Persico, Ugo Marano
Una lezione di architettura
Vorrei pensare che…
Parte quinta - Paolo Ceccarelli
IN GIRO PER IL MONDO
Viaggiare
Un testimone inatteso
Buddista per caso
Il falso Cervellati
Un occhio di riguardo
L’abito non fa il monaco
Distruggere ancora le mura di Gerico?
Parte sesta - Guido Zarattini
DA COMACCHIO IN POI
Dove si incontrano i mondi
Parte settima - Sergio Fortini
DA MASSAFISCAGLIA IN POI
L’ineffabile. Parte prima
L’ineffabile. Parte seconda
Narciso e “loro”… (loro sono gli architetti…)
Epilogo - Agostino Cappelli
� Prefazione
Davide Rubbini
CONTRALTO
Contralto è una condizione di dissonanza, eppure armoniosa, rispetto al tema conduttore della narrazione. Sia questa musicale o letteraria, ovvero di una architettura, di un disegno che la prefigura. Ma contralto è anche una divagazione esistenziale, un modo di esistere altro da quello solito o comunque da quello scelto, da quello che ci siamo imposti o che abbiamo creduto il migliore per noi. Qui siamo in questa ultima versione. Quella cioè di pensare che pur affascinati da una arte, e legati ad essa indissolubilmente, nel nostro caso l’Architettura, abbiamo vissuto anche “in proprio”, cioè una autonoma storia personale, più privata, quasi a contrapporci a un amore, a una passione totale, forse troppo totale, poi divenuta opprimente. Il rapporto con l’arte infatti è di amore e di odio, di desio e diniego. La pulsione creativa si fa cioè eccitante e tuttavia estenuante, faticosa eppure di indiscutibile soddisfazione, fisica, materiale, esistenziale, eroica. Ma la fatica della creazione è anche un orpello, un giogo cui si sottostà con sofferenza e repulsione, eppur con orgasmo. Il contralto è dunque una necessaria evasione, una indiscutibile ansia di liberazione dall’arte, dalla faticosa creazione…
Ecco allora che ci allontaniamo, desideriamo negare, abbracciare un’altra dimensione della nostra vita quotidiana, accogliendo ogni diversità che ci allontani da essa. I racconti dunque, i viaggi, sono i momenti di tale allontanamento, sono la testimonianza di una auspicata vita normale. Come per tutti, tutti quelli che arte non sentono, non vivono, non conoscono.
RITORNO
Ma poi c’è il ritorno alla realtà, al legame amoroso, passionale, straordinario, alla necessità creativa, alla voglia e desiderio di vedersi in altra cosa, in un atto che ci rappresenti, che ci dia quella forza e sensazione di potenza che la nostra creazione produce in noi stessi. Il mito di Narciso ci segue… ma anche la dimensione di Giano bifronte resta fondativa in noi.
È una contraddizione, certo, e tuttavia questo straniato senso di vivere si svolge in un dramma, in un continuo confronto di noi due, arte e vita, pensiero e realtà, inizio e fine. È la pazzia che sempre viene associata all’arte e al suo mentore, alla sua capacità creativa e distruttrice, al suo negar ciò che c’è e al suo ambir a ciò che non c’è. In questa drammatica vicenda, viene quindi indispensabile
� Ritorno a casa
Introduzione - Xavier Costa
«Dire cosa è accaduto è un modo non solo di sistemarlo a memoria, ma soprattutto di evocare e rivivere il dramma dell’esperienza».
Il viaggio
Il viaggio e la sua narrazione, in particolare all’interno del discorso architettonico, non possono essere compresi come atti neutrali di movimento nello spazio. Al contrario, essi sono pratiche mediate, in cui l’esperienza spaziale è plasmata da narrazioni preesistenti, sistemi di rappresentazione e aspettative culturali. Ogni viaggio è inscritto in un denso campo di significati che precedono e incorniciano la percezione, guidando l’attenzione e l’interpretazione ancora prima dell’arrivo del viaggiatore. Il viaggio non è quindi mai puramente esperienziale; è al tempo stesso anticipatorio, interpretativo e retrospettivo.
Viaggiare significa rimettere in scena storie che precedono il viaggiatore, proiettando significato sui luoghi attraverso immagini ereditate, miti, tipologie e copioni culturali. L’architettura entra in questo processo non solo tramite l’osservazione diretta, ma attraverso la tensione tra spazio immaginato e incontro incarnato, tra rappresentazione ed esperienza vissuta. Il viaggio diventa così un dispositivo epistemologico: un mezzo attraverso cui lo spazio viene interpretato, narrato e infine costruito come significativo. La rilevanza architettonica del viaggio risiede
� Ferrara
Il Caffè viennese e la casa degli Architetti1
Avevamo preso casa nella parte della città dove ancora si sentiva l’odore dei secoli eccelsi dell’Italia dei Comuni e delle Signorie. Ampi spazi urbani e consuetudini degli abitanti si confondevano tra loro. Il caffè era all’angolo di un edificio basso con “colonne doriche” e modanature Secession; un piano appena rialzato con ampie finestre che guardavano il corso acciottolato e silenzioso dei palazzi nobiliari in mattoni rossi. I salotti avevano davanzali bassi e le grandi finestre coglievano la vista della strada e la luce che entrava irruente nei pochi giorni di sole durante l’anno. Una luce appena schermata dalle tende a pacchetto di canapa rosso scuro. Le sedute ai tavolini del caffè erano perciò piacevoli, si chiacchierava animatamente, ma anche distratti dal silenzioso e discreto via vai della strada, spiato dal piano rialzato che dava un senso di superiorità. Si entrava dalla strada, sotto il portico che accedeva a un piccolo cortile, una specie di peristilio da cui si accedeva al caffè, fatto di stanze una dentro l’altra con ampi specchi e decori garbati e misurati, scene di caccia nelle delizie estensi, convivi della Signoria, ritratti dei Duchi su scene di vita del tempo. Ma anche una collezione di altri ritratti e scene ove comparivano i nobili dei secoli appena trascorsi, illustri borghesi che della città erano stati protagonisti della sua recente storia unitaria e novecentesca. Arredi in stile primo Novecento.
La frequentazione era tipica del luogo, ma aveva anche la dote di rendersi disponibile e più contemporanei colloqui, a più immediati
incontri. È lì che facemmo presto a confonderci con il gruppo dei coetanei, e con amici un po’ più attempati, creando quel circolo di intelletti freschi e spavaldi, con le migliori intenzioni di dar battaglia al mondo. Durò non molto, come sempre accade in questi casi, soprattutto quando si è alle soglie dello svezzamento definitivo.
Più tardi non accadrà ancora un simile connubio di sentir.
Il gruppo era sostanzialmente tutto di gente come noi, e di lì prese avvio il resto. Per alcuni assieme, per altri con strade diverse e divaricate, ma con il comune ceppo dell’inizio.
La strada si prestava a colloqui e frequentazioni spesse, di giorno come di notte, tutti intenti a disegnare il futuro, a metterci a capofitto nel magma delle cose, per esserci finalmente e sostituire i vecchi, ormai non più capaci di capire. Non era ovviamente così, ma ne eravamo convinti.
Ci fu dunque, una città, che ci ha offerto le occasioni ove incontrarci e prendere a calci il passato degli altri, sostituirlo con il nostro futuro e correre verso di esso. L’incrocio delle persone fu casuale come sempre, ma voluto caparbiamente come scuola di vita a cui non potevamo rinunciare.
“Mai da soli nel mondo”, così ci instradammo alla vita adulta. Il caffè non c’è più, e io sono ormai molto lontano da tutto ciò, in attesa che altri vogliano replicare quel passaggio…
Sul quadrivio di fronte al Caffè avevamo preso casa.
Giulio e i suoi colleghi, ma soprattutto, i suoi amici, mi avevano adottato subito.
Ero appena uscito dall’università con una pienezza di intenti e propositi, che quasi ritenevo di poterlo sistemare io il mondo.
Giulio assieme ad altri architetti si erano interessati a me, nuovo di scuola e magari portatore di qualche diversità rispetto alla loro ormai matura formazione. Si ritrovavano spesso a casa di uno di loro, in uno dei palazzi più belli di Ferrara, restaurato con modernismo non eccessivo e restauri non goffi. Insomma rifatto da un architetto. Giulio appunto. Che era anche il proprietario del palazzo, assieme a zii, cugini e altri parenti. Una famiglia di quella borghesia colta, di lungo corso che sa amare la propria condizione senza ostentazione, con un senso di equilibrio verso le cose del mondo, tanto che nell’ultimo scorcio di secolo aveva assunto anche posizioni progressive vere e proprie. Giulio comunque era una eccezione, quasi una turbativa nella famiglia, che vantava terre e poderi coltivati nelle nostrane zone della pera e della mela.
Tipiche colture che avevano fatto la fortuna, oltre alla canapa e alla bietola da zucchero, dei proprietari terrieri, gli odiati agrari da parte del bracciantato padano, sostenitori e fondatori del primo rigurgito fascista all’inizio del XX. Giulio era infatti una eccezione, perché intanto si era fatto architetto, una cosa strana al tempo e poi perché aveva posizioni e idee un po’ strane a loro volta, rispetto a quelle tradizioni. Nella casa viveva un altro architetto, che ci ospitava spesso. Al piano terra Giulio aveva sistemato il suo studio, atelier di un tempo ormai superato, vera bottega con tavoli, e cartoni, parallelografi e tecnigrafi, matite colorate, disegni sparsi ovunque, rotoli di appunti. Lo assistevano due giovani miei coetanei che poi ebbero buona fortuna nel mestiere. Nel palazzo andammo ad abitare anche noi, quasi subito, appena laureati e appena sposati. L’amicizia con Giulio ci aveva fatto da viatico con l’avvocato di origini ebraiche, marito della anziana zia proprietaria dell’attico. Lì ci sistemammo, rivolti a mezzogiorno. Così cominciammo a fare gli architetti.
Nello studio Giulio aveva un collega, più un amico che un socio, spesso coautore dei progetti che uscivano dalle loro stanze. Luigi, detto ovviamente Gigi, barbuto, socialista, impegnato nella vita pubblica di un piccolo Comune. Mi chiamò subito nella locale Commissione di Ornato. La casa dunque si era sistemata con i suoi architetti. Noi lo studio di Giulio, il collega Gigi, i due giovani aiutanti, l’amico architetto che ci ospitava di tanto in tanto nella altra ala del palazzo, anche egli sposato con una architetta.
Passammo così i primi anni del nostro incedere nel mestiere che amavamo sempre di più e per il quale non risparmiavamo alcune energie o impegno. Tutto sembrava, ed era, una grande epoca per noi.
Eravamo forse felici.
Oltre le prime esperienze tecniche, riuscivamo a svolgere un incarico temporaneo alla università, che comunque ci manteneva in contatto con quel mondo sempre vivace e dove si respirava. Le frequentazioni con tutti loro erano amichevoli, non professionali. Ci eravamo fatti adottare, e in qualche modo stavamo assumendo un ruolo di successori. Certo c’era ancora molto tempo da superare ma noi correvamo e qualsiasi ostacolo sembrava un accidente inconsistente. Al matrimonio ci regalarono le pentole, che ancora sono nella dispensa. Il clima era quello e fu così che cominciammo a vivere il mestiere come ordine di vita. Ci fu la visita di architetti russi, sovietici allora, che la città aveva invitato nell’ambito di
un gemellaggio. Oltre le cerimonie e i saluti nelle pubbliche adunanze, riuscimmo a trovarci con loro a casa dell’amico architetto che abitava l’altra ala del palazzo. Fu divertente per tutti, poiché scoprimmo che erano come noi. Altri momenti di una vita di comunità condominiale ci furono e il tempo trascorse veloce.
Ma le cose cambiano senza esserne avveduti.
Gigi era deceduto improvvisamente durante una vacanza al sud. Sentimmo il cambio di una epoca. Non solo il lutto, il dolore, l’incredulità per un fatto inconcepibile, ma il sentire venire meno di un pezzo di quella tribù che eravamo. Poco tempo dopo anche Giulio se ne andò.
Gli amici architetti dell’ala est del palazzo trovarono casa altrove. Tutto restava con lo sgomento quasi fisico dei muri, del cortile, la finestra della bottega di Giulio era chiusa, tutto sapeva di ultima scena.
Anche noi venimmo via.
Il ’68 e l’Ariosto2
Ma prima che architetto, ci fu il periodo della pittura.
Dipinsi per anni, quelli giovanili che formano, che ti fanno vedere una strada. Era il famoso ’68 e i pochi anni successivi di quella epopea, che a fianco di un corso di studi classici improntò tutto il resto.
«Ciao Masiniiii!».
Così salutai tra gli altri il compagno di classe all’uscita dell’Ariosto, inforcando anche lui la bici, in una giornata qualsiasi di quel ’68, che poi divenne una cesura della nostra felice generazione. Il gruppo era composito, tosto anche, aveva i secchioni, i gaudenti, i normali, gli strani e così via. Un’epoca in cui non si sapeva altro che vivere alla giornata, tanto era lunga la sequenza da non riuscire a contarla. E poi non ce n’era bisogno, proprio per niente.
Che non interessava alcunché di un futuro serio, si vede bene nelle fotografie dell’epoca fatte nel cortile del Liceo, con i professori e il severo preside. Masini, come gli altri, mi aiutava a fare le esercitazioni richieste dalla scuola, assurdi testi di greco e latino, chimica e filosofia. Intanto il compagno di banco, anzi i compagni Picio e Fabio, alternativamente sostenevano ogni giustificazione delle mie assenze. Così capii che attorno c’erano le protezioni indispensabili, lo sapevo, per intravvedere ogni prospettiva successiva.
� Una introduzione: dai luoghi presenti nella mente… va in scena
l’Architettura
«… La mia città, senza pietà, la mia città
Ma come è bella la mattina
Quando si accende, quando si sveglia
E ricominciano i rumori
Promette tante cose
Ma dimmi dove sarà, prima era qua
C’è un nero che chiede aiuto
Dove sarà questa città
È sparita senza pietà
C’ha troppi muri la mia città…»
(da La mia città di Luca Carboni, 1991)
È ancora possibile avvicinare l’individuo, abbandonato, ed ormai ritirato in mille anfratti di solitudine, alla sua città? O è la città che si è persa? E se cercassimo alcune strade per una nuova inclusione, dove le potremmo trovare? Forse nei ricordi e nelle esperienze, quando quella città lo proteggeva.
Nel corso della vita ci vengono incontro luoghi, architetture e manufatti, che provocano emozioni inaspettate, che non solo impongono riflessioni sulla loro origine e sugli aspetti variegati del loro messaggio, ma
che sono anche in grado di stimolare la mente a riflessioni soverchianti il loro contesto, a spronare la stessa a visioni sul mondo e sulla città che li ha ospitati, ad ampio spettro, sulla partecipazione a storie, prima trascurate, e sul loro contributo alla memoria. Sono incontri accaduti nel corso di viaggi di lavoro o di vacanza, mentre il proprio tempo ed interesse magari era indirizzato altrove, che improvvisamente e silenziosamente, catturano l’attenzione e scatenano la passione critica.
Un accadimento simile può avvenire durante la lettura di un libro; siamo presi da un’attenzione curiosa per una illustrazione o da un’immagine che emerge dal contesto in cui si è immersi.
Poi nel merito, approfondisci, ti documenti, esplori opinioni e testimonianze, e alla fine, come beni acquisiti, entrano nella tua cultura con tutti i loro “apparati”, costringendoti a vagare ulteriormente con il pensiero. Si mescolano alle tue conoscenze e diventano parte del patrimonio intellettivo personale.
Sì, è proprio qui la sostanza: codesti incontri forse sono penetrati anche nella tua operatività, nella formazione del proprio lessico, nella dotazione degli strumenti di selezione e di procedimento.
Certo, un capolavoro entra subito in connessione con la mente, l’entusiasmo ti domina e il gradimento è totale. Il capolavoro ti conduce naturalmente a considerazioni sul suo riverbero, ad indagare sulla grandezza del suo contributo sul vivere civile, anche nell’attuale contesto.
Ma forse sono gli incontri “minori” che ti stupiscono di più e che stimolano a riflessioni meno attese.
Di tutto ciò racconto di seguito, mescolando le immagini, affiancando nuovo ed antico e il noto al meno conosciuto, in quanto tutte associabili al medesimo tipo di sensazioni.
Sarebbe interessante indagare anche perché tutto ciò avvenga: quale sia il tipo di contatto e quale il momento in cui ti trovi a percepire quella sorta di “presenza ingombrante”, esplorare l’ambiente ed il quadro complessivo che veicolano i ragionamenti. Ma questo penso sia compito per gli specialisti che sovrintendono la psiche.
Ce ne sono di spazi da approfondire: cos’è che mi ha colpito? Forse perché l’oggetto bene accompagna la storia, oppure la contrasta, o forse perché violenta una tradizione costituita, e poi cosa l’abbia prodotto, i suoi riferimenti, il bagaglio dei saperi, e tanti altri quesiti che lo portano all’attualità: l’ideale sarebbe sempre poter dare un valore al suo peso nel progresso e nella cultura. Compito non di poco conto.
� In cerca di nuova Architettura
Milano, Feltrinelli Porta Volta; Milano, Fondazione Prada
Confido che possa manifestarsi, prima o poi, una qualche nuova “cultura” in grado sorreggere il Progetto. Per ora analizzo quello che riesco a trovare.
Forse gli architetti del nostro tempo sono in grado di esprimersi al meglio quando operano nelle città europee, dove regna ancora il sapere consolidato della disciplina.
Milano è il campo nostrano più appropriato per misurare le condizioni della nostra architettura a livello internazionale. Dopo la stagione napoleonica la città divenne l’autentica officina del Neoclassicismo, ed in seguito, sino ai nostri tempi, ha sempre recepito tempestivamente le innovazioni delle arti.
La città che sale, celebre dipinto del 1910 di Umberto Boccioni, ritrae la sua trasformazione in una metropoli in grado di reggere l’impeto dello sviluppo industriale: sul fondo la periferia, oggetto di un tumultuoso rinnovamento edilizio, e in primo piano il parapiglia tra uomini e cavalli, tesi nello sforzo dinamico di riuscire a rappresentare la sopravvivenza nel caos del futuro.
Qualcosa mi verrà pure incontro allora.
Riguardo i mega interventi di “Porta Nuova” e “Citylife” ho alcune riserve, ma senza dubbio, al di là dell’aspetto delle singole costruzioni, essi hanno generato una nuova polarità della città esistente e limitato il
danno del declassamento di luoghi importanti nella geografia urbana. La loro maggior qualità sta, in quanto circoscritti a porzioni urbane molto ben definite e da rinnovare, nell’essere diventati luoghi di eccellenza, senza consumo di nuovo suolo, nel caratterizzarsi quali nuovi quartieri centrali in aggregazione alla città storica, in sostituzione di zone ormai obsolete a livello funzionale e di ostacolo all’adeguamento ed alla crescita dell’identità urbana.
Per altri complessi meno recenti, sorti a seguito di uno studio accurato e con un interesse non banale per il territorio, esprimo un giudizio pienamente positivo: essi marcano lo spazio di competenza, mantenendo la scala urbana; c’è una lettura approfondita del contesto, senza forzate cesure, e contemporaneamente è stato ben utilizzato il patrimonio delle conoscenze tecniche, risultando le configurazioni non invasive, sia rispetto gli usi interni che esterni, preservando un buon innesto nelle variegate forme espresse, ed offrendo continuità nell’offerta riguardo le necessità avanzate dalla società civile.
Rammento che una buona scuola per gli interventi di oggi è stata favorita proprio da quel Movimento moderno, tanto vituperato: da Pietro Lingeri e Giuseppe Terragni nella “Casa Rustici” negli anni ’30, da Luigi Moretti nel “Complesso per abitazioni ed uffici in Corso Italia”, realizzato tra il 1949 ed il 1955, da Giò Ponti e Pier Luigi Nervi con “Grattacielo Pirelli”, negli anni 1955-1960, da Oscar Niemeyer con la “Sede Mondadori” dell’inizio degli anni ’70, da Carlo Aymonino e Aldo Rossi nel “Complesso residenziale Monte Amiata”, anch’esso dei primi anni ’70. Anche se le due ultime citazioni riguardano interventi effettuati in aree periferiche. Ma saper aggregare al centro urbano ambiti periferici, non è cosa di poco conto.
Invito poi a meditare su due interessanti casi di architettura contemporanea che noto e frequento nelle mie escursioni nella metropoli lombarda. Si tratta di due complessi, entrambe costruiti nello stesso periodo temporale: tra il 2008 e il 2015.
La prima, “Feltrinelli Porta Volta” di Herzog & de Meuron, pur adottando una tipologia assolutamente nuova, sembra proporsi nella tradizione, in quanto ha il pregio di rimarcare il sedime delle mura spagnole senza magniloquenza, richiamando, con la successione delle finestrature trasparenti, il limite dell’assetto del luogo, ma anche la volontà del suo superamento. La modularità, con una riproposizione mirabile delle falde, poi richiama quella dell’edificio storico milanese in sequenza. Poi,
� Viaggiare
Viaggiare è stata un’attività importante per gran parte della mia vita, fino a quando l’età me lo ha permesso; il miglior ricostituente per la mia salute. Ho cominciato da ragazzo facendo autostop; ho poi usato tutti i mezzi di trasporto disponibili e da ultimo ho avuto passaggi in ambulanza.
Ho visto tanti pezzi di mondo pieni di sorprese, ma anche banali. Il mio lavoro mi ha fatto conoscere luoghi incredibili. Per questo non ho mai sofferto la lontananza dalla mia Itaca. Ogni volta la ritrovavo lì dove ero andato a finire.
Le architetture e le città del mondo sono, nonostante le apparenze fisiche, molto simili tra loro. Sono frutto degli esseri umani che nella sostanza tendono a fare le stesse cose.
Per questo motivo darò ai miei ricordi di viaggio un significato diverso da quello che indica Xavier Costa. Per me le sorprese nel mio viaggiare sono stati soprattutto inattesi comportamenti umani che creavano situazioni del tutto inconsuete anche nei luoghi più familiari.
Da piccoli episodi di questo genere, ho imparato lezioni più importanti di quanto potessi sperare. Crisi di apparenze, ruoli inattesi, mutamenti di identità, equivoci.
� Un testimone inatteso
Sto tornando a casa da San Francisco a Boston durante una delle mie esplorazioni nella complicata galassia culturale degli Stati Uniti. Sono in auto su una delle strade che attraversa le montagne del Nevada. L’auto ha la targa di New York e spesso, quando attraverso i villaggi, la sua vista suscita l’entusiasmo degli automobilisti locali che suonano il clacson in segno di saluto ad un estraneo che viene da lontano e desta curiosità. Corro tra colline, boschi e montagne in mezzo ad una natura molto bella e poco abitata da esseri umani. È l’estate del 1964, mi trovo negli Stai Uniti da un anno e mi fermerò ancora al MIT per altri 12 mesi.
Vedo l’insegna di un caffè lungo la strada; ne approfitto per fermarmi e tirare un po’ il fiato.
È un piccolo edificio bianco dove c’è anche un ristorante e sembra un punto di incontro per un gruppo di case nelle vicinanze e un paesino un po’ più lontano.
È domenica, ci sono alcune auto parcheggiate e qualcuno chiacchiera sullo sterrato davanti all’ingresso. Parcheggio, entro nel locale e trovo un bel po’ di maschi che bevono e parlano tra loro in un grande locale che finisce nella penombra. Mi salutano, ordino un caffè e mentre aspetto il barista, capendo che non sono americano, mi chiede da dove vengo. Nel locale si crea un attimo di silenzio; rispondo che sono italiano e sono arrivato negli Stati Uniti per la mia professione di architetto. Sorrisi di cortesia, ma poi, da un angolo buio del locale si sente una voce fioca, «Digli che Anzio esiste davvero e che c’è stata una terribile battaglia!».
� L’ineffabile. Parte prima
Traggo godimento dalla lenta osservazione di un bosco che brucia, dall’accorgermi della schiuma bianca che generosa riempie un fosso irriguo, dal vedere uno scorcio che i più avrebbero, fino a qualche tempo fa, definito “meraviglioso” macchiarsi dell’intralcio di un capannone in pannelli prefabbricati, preferibilmente con tetto in eternit.
Non che stenti a riconoscere la scena di un paesaggio intriso di canneti, al limitar dell’acqua, magari sorpreso da una luce tramontina abile a sospendere l’umidità nell’aria e a fissarne le particelle in lacrime arancioni lente a cadere. A volte, per dire, valuto con pazienza la galaverna puntellare i campi e offrire una tessitura improvvisata nella geometria a loro imposta dai canali, mentre un unico albero, solitamente un olmo, mi guarda da un incrocio di confini. Monitoro e comprendo quel po’ di paesaggio che mi rimane attorno. Solo, non c’è motivo di innamorarmene. Forse dovrei dire “non c’è più motivo”: il paesaggio è acqua passata. Salace e beffardo. E invece esistono ancora persone, più che altro cittadini, ostinate a difendere questo lembo di pianura travagliato dalle falde: chi – dice – perché è raro e unico nel suo genere; chi per avere un obiettivo; chi per tutelare la biodiversità; chi per senso di appartenenza, ma sono rimasti in pochi. C’è anche chi parla ancora di bellezza. Quelli, per quanto patetici, quasi li comprendo: dopotutto è un canone soggettivo, ho sempre pensato.
Le cose, a ogni modo, stanno cambiando più rapidamente del previsto. Vivere in queste lande desolate non ammette più dilazioni temporali
nelle scelte da prendere. Una volta era frustrazione, desiderio di fuggire senza sapere come né dove, vago senso d’inferiorità nei confronti della città, rancore profondo per la consapevolezza di esser schiavo di scelte altrui, ragionate altrove, scagliate dritte al cuore del mio quotidiano. Poi la situazione si è inabissata, gli anziani son diventati cimitero, i meno anziani han colto le ultime occasioni per raggiungere l’urbe. Che poi a chiamarle “occasioni” vien da sorridere: son finiti in qualche condominio-dormitorio in periferia (se esiste ancora una periferia) a litigare per l’immondizia o a guardarsi in cagnesco come esuli senza patria ma con l’ascensore.
I giovani, i pochi giovani, in tutto questo, erano già scappati da tempo. L’ultimo ventenne che ho visto – saran stati tre anni fa – era convinto di voler fare qualcosa per “riaccendere la comunità”. Diceva proprio: «riaccendere la comunità». Aveva preso in affitto una ex bottega in quella che una volta era la piazza del paese e pretendeva di coinvolgere le persone rimaste con una serie di appuntamenti dedicati alla lettura e al cineforum. Avrebbe preso contatto con persone da fuori per far venire gente e per «ricucire il filo della cultura», così si esprimeva. Voleva convincere che la sua azione avrebbe addirittura aiutato il bar a riaprire durante la settimana, fino a tardi. Non aveva capito nulla. Non aveva capito di esser già fuori tempo massimo. Cosa pretendi di riaccendere in un luogo morto? Perché questo accanimento? «Riaccendere la comunità». L’ho trovata una mossa stupida, autoreferenziale. Per questo ho agito. Una tanica. Non era neppure del tutto piena. Con un fiammifero svedese ho “acceso” il locale proprio la notte prima dell’inaugurazione. Se avesse saputo che ero stato io, mi avrebbe dovuto ringraziare: nessuno sarebbe andato a quella inaugurazione; forse giusto qualcuno da fuori, chiamato appunto per l’occasione, a scrutarci con l’espressione da zoo. Il ventenne se n’è andato dal paese una settimana dopo, comunque troppo tardi.
Forse è stato proprio quell’episodio a regalarmi l’idea bella, che ho prontamente condiviso con un gruppo per forza di cose ristretto di persone. Nessuno di noi ha meno di sessant’anni, nessuno più di settantacinque. Abbiamo solide competenze da artigiani, sappiamo collegare cavi e tirar su un muro, conosciamo le tecniche della caccia e i segreti di un buon detonatore.
Quando li ho radunati la prima volta, non sembravano aver compreso la mia proposta; poi, nel giro di qualche incontro (tutti all’aperto: qui