Per Giuseppe, Carlina, Alessandra
conrad-bercah
Frammenti berlinesi Eterografia di una forma architettonica
a cura di Valerio Paolo Mosco con una introduzione di Davide Tommaso Ferrando
ISBN 978-88-6242-318-2 Prima edizione Giugno 2018 © LetteraVentidue Edizioni © conrad-bercah È vietata la riproduzione, anche parziale, effettuata con qualsiasi mezzo, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico. Per la legge italiana la fotocopia è lecita solo per uso personale purché non danneggi l’autore. Quindi ogni fotocopia che eviti l’acquisto di un libro è illecita e minaccia la sopravvivenza di un modo di trasmettere la conoscenza. Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica commette un furto e opera ai danni della cultura. Nel caso in cui fosse stato commesso qualche errore o omissione riguardo ai copyrights delle illustrazioni saremo lieti di correggerlo nella prossima ristampa. Tutte le illustrazioni sono di conrad-bercah © Le foto dell’edificio di Yasutaka Kojima © LetteraVentidue Edizioni Srl Corso Umberto I, 106 96100 Siracusa, Italy Web: www.letteraventidue.com Facebook: LetteraVentidue Edizioni Twitter: @letteraventidue Instagram: letteraventidue_edizioni
Indice 7 Il guscio del mollusco Davide Tommaso Ferrando
19 Frammenti berlinesi 21 Osservazioni preliminari 165 Nota bibliografica e ringraziamenti 175 La testimonianza di un’architettura Postfazione di Valerio Paolo Mosco
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Davide Tommaso Ferrando
Il guscio del mollusco
La conoscenza si affida alla memoria, dalla memoria viene influenzata ogni creazione, anche la più originale, quella che sembra o crede di essere completamente staccata dall'esperienza e crede di essere sorta, come Minerva, dal cervello di Giove.1 Tra il 2001 e il 2012 (circa) l'ingegnere elettronico statunitense Gordon Bell, da alcuni definito “il Frank Lloyd Wright dei computer”, ha registrato e archiviato tutti i dati della sua vita: articoli, libri, lettere, note, fotografie, presentazioni, canzoni, film, conversazioni telefoniche e non, email, siti internet, segnali GPS, dati biometrici e immagini – queste ultime, riprendendole con una SenseCam, un dispositivo digitale che scatta foto in automatico ogni venti secondi, perennemente appeso al suo collo. Lo ha fatto, come parte di un esperimento condotto dal Laboratorio di Ricerca della Microsoft nella Silicon Valley, intitolato MyLifeBits, di cui Bell è stato ideatore e cavia allo stesso tempo. Scopo dell'esperimento era verificare la possibilità di estendere artificialmente la memoria umana oltre i propri limiti biologici, attraverso la creazione di un database digitale nel quale immagazzinare e rendere facilmente accessibili tutti i momenti della vita di una persona, inclusi quelli che verrebbero naturalmente dimenticati. «Quello che abbiamo fatto – ha dichiarato Bell – è stato creare una seconda memoria e un secondo io [an alternative self]. Per cui ora è come se avessi un cyber-gemello interamente fatto di bit. Dei due, lui è quello con la memoria buona, ma io posso accedervi con un URL e un pacchetto di metadati»2. 1. Ernesto Nathan Rogers, Il senso della storia, Presentazione del corso di Storia dell'Architettura Moderna, Politecnico di Milano, AA 1964-65, in “Iuav”, n. 65, Aprile 2009, p.5. https://issuu.com/ivanaciardiello/docs/giornale-iuav-65 2. Gordon Bell: The Uploaded Life, in “Techonomy 12 Conference Report”, 13 Novembre 2012.
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Osservazioni preliminari
Un'eterografia ha luogo, in Italiano, quando un documento è firmato manualmente per procura da un soggetto altro rispetto al soggetto che ha interesse a firmarlo ma si trova impossibilitato a farlo. In Inglese heterography indica l'atto di scrivere parole con un significato diverso da quelle inteso dall'autore oppure l'atto di cambiare l'ortografia correntemente accettata. Considero le pagine che seguono un'eterografia sui generis perché esse incarnano una traduzione personale della parola in cui si incontrano i diversi significati di cui sopra. L'atto stesso di scrivere queste parole mi ha costretto ad affrontare un fatto sconcertante: in esse è come se l'io abbia demandato inconsciamente la firma del documento ad un altro soggetto. I fatti sono chiari ma richiedono di essere esplicitati. Il documento è un edificio in legno che ho progettato e costruito a Berlin-Britz nel 2017/18. Tuttavia, sono emerse prove che suggeriscono che un certo numero di fantasmi di tipo “warburghiano” siano i veri “firmatari” del documento. La serie di disegni allineati in quanto segue sono il riflesso del ruolo giocato da questi fantasmi non delegati che mi hanno rappresentato prendendosi una serie di licenze poetiche a cui, mi sembra di poter dire a posteriori, avrei dato un tacito consenso se ne fossi stato a conoscenza. Chi progetta lo sa bene: si lavora sempre all'interno di un perimetro eterografico e non si può fare a meno di confrontarsi con l'ineludibile autonomia dell'opera. Come scrisse una volta Virginia Woolf: «Non dare ordini al tuo scrittore: cerca di essere il suo compagno di lavoro e il suo complice». Ciò è valido in letteratura come in architettura, come anche in tutte le espressioni umane. D'altronde si scrive per diventare impersonali anche se, scrivendo, ci autodefiniamo autori di questa o quella opera, allontanandoci e avvicinarci al tempo steso al suo genius nascosto.
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Agamben pensa che sia possibile leggere questo primo frammento/citazione – il frammento zero che ha stimolato, in retrospettiva, tutti quelli che seguono – come un'allegoria della letteratura, perché «l'umanità, nel corso della sua storia, si allontana sempre di più dalle sorgenti del mistero e smarrisce a poco a poco il ricordo di quello che la tradizione aveva insegnato sul fuoco, la formula e il luogo ma di tutto questo gli uomini possono ancora raccontarsi la storia». Vorrei sottolineare due cose: la forma riflessiva del verbo usato da Agamben: raccontarsi come atto di coscienza riflessivo dunque, atto da cui nasce un qualcosa che ci accomuna: la letteratura. E il fatto che questo “possa bastare”. Questa riflessione mi porta a pensare che, probabilmente, un'umanità oggi soggiogata dai giganti digitali trarrebbe giovamento dal riscoprire l'arte di “raccontarsi” perché si tratta di un gesto che da sempre permette da un lato di essere parte, in un modo contemporaneo, di una tradizione e dall'altro permette di poter vivere l'esperienza di sfidare la nostra stessa tradizione in una intrigante partita a scacchi. Quel che è certo è che noi abitiamo oggi un territorio pervaso di nebbie silenziose in cui spesso accade irrimediabilmente di perdersi. In questo territorio per lo più ignoto, diverse tracce di mistero ancora esistono. Forse questa condizione rende necessario indagare il potere latente dello stesso mistero attraverso il raccontarsi delle storie per farsi trovare disponibili all'apertura di uno spazio fatto di esperienze vissute come di esperienze non ancora esperite, individuate o semplicemente di là da venire. Detto ciò, rimango molto dubbioso che “ciò possa bastare”. D'altronde i nostri tempi sono ben diversi da quelli del fondatore dello Chabismo.
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Ammetto di essere interessato proprio ad indagare i frammenti rimasti di materia spuria del pre-mondo, o sub-mondo, che precede l'opera per gettare qualche barlume di luce sulle sue conseguenze architettoniche, anche se queste ultime, come nel caso della casa/porta di legno di Berlin-Britz, sono segnate da importanti scarti di tempo e di luogo. Questo mi sembra tanto più importante in un mondo soggiogato dal digitale che sembra cancellare tutti i frammenti del processo creativo, sia delle sue diverse potenzialità che delle sue potenzialità inespresse. Vorrei infatti riaffermare, sulla scorta di quanto insegnato dai romantici, da Schelegel come da Novalis, la grande importanza del frammento rispetto all'opera compiuta, e forse in ragione di questa necessità ho deciso di costruire questo testo per frammenti.
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Frammento in italiano deriva dal latino fragmentum, dal verbo frangěre che significa rompere. Lo si usa per riferirsi ai pezzi in cui s'è rotto un oggetto – un frammento del frontone del Partenone – oppure per riferirsi ai frammenti di fissione nucleare, i due o più nuclei leggeri che si originano dalla fissione di un nucleo atomico pesante. Ma significa anche opera letteraria pervenutaci mutilata, come frammenti di Eraclito, oppure identificano un singolo brano di un'opera concepita frammentariamente e che, per ragioni artistiche, non abbia avuto una sua esteriore unità, come i frammenti delle Grazie del Foscolo. Nella letteratura moderna, il frammento è un breve componimento lirico, in prosa o in versi, caratteristico del frammentismo. Questi frammenti berlinesi direi che semplicemente riflettono una condizione che non è stata scelta ma che è quella che Aby Warburg avrebbe potuto chiamare il fantasma di un resto di storia con cui bisogna fare i conti.
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Mi sembra che al di là della loro latente melancholia questi ultimi disegni abbiano un ruolo ottimista, quello di ricordarmi che l'esperienza delle cose è ancora possibile e ciò nonostante che le giornate dell'uomo del Ventunesimo secolo sembrano aver precluso, almeno in parte, questa possibilità. Queste ultime contengono sempre più raramente qualche cosa che sia riconducibile all'esperienza. Non lo contengono gli spostamenti ripetuti e ripetitivi all'interno delle conurbazioni urbane, non lo contiene la lettura di giornali farciti di non-notizie e neppure quella moltitudine di eventi banali (siano essi noiosi o divertenti) che opprimono le nostre giornate, come i costanti aggiornamenti delle applicazioni digitali di smartphone che non conoscono sosta. Il successo della rivoluzione digitale ci porta a credere che sia più gratificante devolvere la possibilità di fare esperienza agli strumenti digitali, un qualcosa già in parte accaduto con la macchina fotografica. Oggi l'autorità degli album fotografici degli smartphones e tablets ha soppianto l'autorità del quotidiano che fino allo scorso secolo ha costituito la materia prima dell'esperienza e della sua trasmissibilità. Il fatto che oggi gli uomini siano stati espropriati dell'esperienza rimane un problema non secondario per la vita e il ruolo della forma architettonica.
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Ancora Benjamin: «Le citazioni nelle mie opere sono come dei rapinatori in agguato sulla strada che attaccano con le armi il passante e lo alleggeriscono delle sue convinzioni». Da quando abito nell'anti-città conosciuta ai più con il nome di Berlino trovo impossibile resistere alla forza dirompente della teoria di Benjamin della “citazione senza virgolette”. La nozione di Benjamin nasconde una intuizione di fondo su cui pochi si sono soffermati: il fondamentale mutamento intervenuto nella trasmissibilità della cultura e del conseguente nuovo rapporto con il passato, o con le forme della tradizione, in architettura come in altri campi. Benjamin è stato probabilmente il primo a intuire che l'autorità che la citazione evoca si fonda sulla distruzione dell'autorità che un documento subisce a causa del suo mutato ruolo nella storia della cultura.
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La storia della Chiesa per Federico II di Schinkel è paradigmatica e ricca di spunti per un architetto. Essa può essere considerata la prima chiesa neo-gotica di Berlino. Considerata la chiesa attraverso le categorie di Sedlmayr (kleinform e grundform) la chiesa appare come l'elogio della grundform, delle forme primarie e ciò a tutto svantaggio delle forme secondarie, ovvero della kleinform. Così l'ornamento gotico non riesce a prevaricare la conformazione primaria di stampo rinascimentale. Ho sempre avuto la sensazione e la convinzione che questo sbilanciamento andasse riequilibrato e spero che la mia Porta di legno possa considerarsi alla luce di questa volontà. Un altro termine tedesco per me significativo, come spero si evinca dal disegno di lato, è Entwicklungsfähigkeit. Esso letteralmente significa la capacità di elaborazione e per Ludwig Feuerbach rappresentava il compito essenziale di qualsiasi elaborazione filosofica, ovvero la capacità di elaborare idee prodotte da altri per decifrarne e chiarirne il significato o se non altro per evidenziarne di nuovi. L'attività dello Entwicklungsfähigkeit non è applicabile a tutti i sistemi filosofici, ma solo per alcuni, specificatamente quelli che non sono sistemi chiusi ed indipendenti, come quello di Locke ad esempio. Sono infatti i sistemi aperti quelli che permettono ulteriori interpretazioni e questa capacità deriva dal fatto che il loro essere aperti li predispone a poter trovare, successivamente alla loro stesura, delle parti che dimostrano delle potenzialità inespresse. Potenzialità del non detto ancora dunque che esplicate nel tempo rinnovano continuamente il contenuto del sistema e ciò sia per quel che concerne il pensiero, sia per ciò che concerne la forma.
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«L'architetto è un muratore che sa di latino», ha scritto Adolf Loos. «L'Architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce», ha scritto invece le Corbusier. Sono le uniche due definizioni che mi ricordo sempre e non ne conosco di altre altrettanto convincenti. Fino ad oggi non ne avevo soppesato l'influenza della luce e della cultura del Mediterraneo e mi chiedo se me ne accorgo solo adesso che vivo dentro un luce diversa come quella di Berlino, che sa di Nord Europa. Mi colpiscono sia il peso che la presenza di entrambe queste luci che fanno riferimento al Mediterraneo, ma non al Mediterraneo reale, bensì a quel paesaggio mitico che conosciamo dall'alba dell'occidente e che ha la capacità di sintetizzare le più importanti qualità della forma architettonica.
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Per Fernand Braudel non esisteva un solo Mittelmeer, il Mare medio, come i tedeschi chiamano il Mediterraneo, ma molti altri mari. C'era il mare dei pescatori, dei viaggiatori, quello delle battaglie navali e quello delle città portuali. Ognuno intratteneva una relazione diversa con il Mare medio dove c'erano (e ci sono ancora) gli islamici, i cattolici, gli ottomani, gli ebrei. C'erano poi per Braudel i diversi tempi del Mediterraneo: il tempo geografico dei cambiamenti impercettibili, il tempo più rapido dei cambiamenti socio-politici ed economici e poi il tempo di corta durata, quello caratterizzato dai nomi degli individui. La struttura, insegna Braudel, è la realtà durevole che permane al di sotto degli avvenimenti politici: è la struttura sociale che resiste con forza alle sollecitazioni. Il tempo del Mediterraneo è quindi composto di elementi che strutturano e distruggono al tempo stesso le tre diverse temporalità di cui è costituito il suo tessuto. Oggi sembra che ognuno abbia un suo Mediterraneo e che il Mediterraneo dei tedeschi sia molto diverso da quello di noi latini che per quanti sforzi possiamo fare permane in noi e nel nostro tempo personale e impersonale.
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Postfazione di Valerio Paolo Mosco
La testimonianza di un'architettura
Siamo abituati di solito considerare l'architettura attraverso due canali: l'esistenza dell'architettura stessa e le sensazioni che gli oggetti costruiti suscitano in noi, un'attività questa che nella sua espressione più alta corrisponde alla critica. Poi c'è la storia, ma essa è solo per amatori, per gente che ne vuol saper di più e li rimane confinata come è giusto che sia. Le alternative a queste espressioni sono poche e poco praticate. Conradbercah con questo suo lavoro ne propone una: la narrazione del suo mondo attraverso un edificio realizzato a Berlino o meglio attraverso la storia di questo edificio, storia che non inizia con i primi schizzi del progetto e finisce con la presa di possesso dell'edificio da parte dei suoi occupanti, ma trascende tutto ciò nello spazio e specialmente nel tempo. È quella di qualunque edificio degno dell'epiteto “opera di architettura” una storia lunga, argomentata, contraddittoria, di continui di rimandi e di poche fughe in avanti. Viene in mente allora una famosa intervista a Frank Lloyd Wright in cui un giornalista chiedeva al celebre architetto quanto ci avesse messo per progettare la Casa sulla cascata. Risposta: un giorno ed una vita. Al di là della boutade la risposta è indicativa di una verità di non poco conto. Per Wright, come per altro per qualunque autore che si rispetti, l'occasione per realizzare un'opera coincide con il momento concesso al suo autore di esplicitare la propria poetica. L'opera è quindi, nei casi migliori, il momento di esternazione espressiva di un percorso e come tale rappresenta una testimonianza di questo stesso percorso proprio nel momento in cui quest'ultimo intercetta l'opera. Il testimoniare attraverso un'opera il proprio percorso non è certo una novità. Emblematici a riguardo i percorsi resi opera di Sant'Agostino che con le sue Confessioni può considerarsi il precursore del genere e dopo di lui di Montaigne, Pascal, Rousseau, Proust e potremmo continuare. Un genere letterario, quello della testimonianza, dunque ben solido ma ben poco praticato in questi tempi. I nostri infatti, già da
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