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Compresse collana ideata e diretta da Francesco Trovato Comitato Scientifico Francesco Cacciatore Fabrizio Foti Paolo Giardiello Marta Magagnini Marella Santangelo
Questa pubblicazione è stata realizzata con il contributo del Dipartimento di Architettura e Progetto, Sapienza Università di Roma.
ISBN 978-88-6242-304-5 Prima edizione aprile 2018 © LetteraVentidue Edizioni © Fabrizio Toppetti Tutti i diritti riservati Come si sa la riproduzione, anche parziale, è vietata. L'editore si augura, che avendo contenuto il costo del volume al minimo, i lettori siano stimolati ad acquistare una copia del libro piuttosto che spendere una somma quasi analoga per delle fotocopie. Anche perché il formato tascabile della collana è un invito a portare sempre con sé qualcosa da leggere, mentre ci si sposta durante la giornata. Cosa piuttosto scomoda se si pensa a un plico di fotocopie. Nel caso in cui fosse stato commesso qualche errore o omissione riguardo ai copyright delle illustrazioni saremo lieti di correggerlo nella prossima ristampa. Progetto grafico: Francesco Trovato LetteraVentidue Edizioni S.r.l. Corso Umberto I, 106 96100 Siracusa Web: www.letteraventidue.com Facebook: LetteraVentidue Edizioni Twitter: @letteraventidue Instagram: letteraventidue_edizioni
Fabrizio Toppetti
Architettura al presente Moderno contiene contemporaneo
a Chiara
L’idea di questo piccolo libro nasce dalla rilettura critica di alcuni miei scritti degli ultimi dieci anni. Il testo riprende, sviluppa e porta a sintesi, riflessioni contenute in contributi prodotti per occasioni differenti, riconducibili sostanzialmente a tre temi principali tra loro evidentemente connessi e interrelati. Il primo è il rapporto tra moderno e contemporaneo in architettura, un campo d’indagine assai fertile che in quest’occasione ho inteso estendere a comprendere le complesse relazioni con la fenomenologia ampia e articolata della modernizzazione. Il secondo riguarda il ruolo del progetto nella contemporaneità sempre più chiamato a risolvere conflitti e a comporre nuovi equilibri, misurandosi con quanto abbiamo ereditato dal passato e con i temi rilevantissimi del paesaggio e dell’ambiente. Il terzo attiene all’urgenza di riposizionare la figura dell’architetto, tradizionalmente associata alla crescita e allo sviluppo in una condizione di decrescita, all’interno di una società civile deprivata dell’immaginazione e del futuro per la pressione delle emergenze e l’appiattimento dell’assuefazione. I principali testi ai quali ci si riferisce sono riportati in bibliografia, si è scelto di non richiamarli in nota per evitare l’inutile appesantimento determinato da frequenti autocitazioni.
Indice 7 Prologo 11 Introduzione 33 Coordinate 51 ContinuitĂ 83 Temi 129 Scenari 163 Bibliografia
Prologo Nel 1976, sei anni dopo l'istituzione dell'Earth Day, Godfrey Reggio iniziava le riprese di Koyaanisqatsi, il suo primo film-documentario uscito poi nel 1982. La successione delle inquadrature, sapientemente montate sulle variazioni timbriche e tonali dei tessuti sonori di Philiph Glass, muove da scenari naturali immobili e incontaminati e ci conduce con ritmo incalzante a guardare, da spettatori, quel mondo conformato dalla modernità che generalmente osserviamo distrattamente dall'interno. La telecamera sembra guidata da un regista automatico. Lo sguardo dall'esterno ci mette di fronte agli squilibri dei nostri stili di vita. Alle differenze tra il nord e il sud del mondo. Alle conseguenze di un progresso che ha allontanato l'uomo dal ritmo e dal respiro della terra. Tra le sequenze vi è anche quella nota agli architetti della demolizione del quartiere Prutt Igoe di Minoru Yamasaki – sfortunato progettista del World Trade Center di New York – emblema di quella morte del moderno, annunciata negli anni settanta, che oggi appare sotto un'altra luce. Quel processo di modernizzazione al quale si riferisce Reggio è tuttora attivo e operante, secondo modalità differenti e con geografie altre. Averne contezza può
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Introduzione
Moderno contiene contemporaneo? L'interrogativo pone l'attenzione su un tema che, nella sua universalità, si spinge evidentemente oltre il campo delle competenze dell'architetto. Viene da chiedersi se è una questione pertinente e se è opportuno occuparsene. Il primo aspetto del quale dare conto riguarda il senso generale della domanda, in altre parole l'utilità di chiarire in corsa l'appartenenza di un determinato momento storico a un'epoca. Un compito insidioso. Di norma lo assumono le generazioni che vengono dopo, alle quali risulta più naturale. Il secondo attiene all'eventuale ricaduta, anche indiretta, della risposta sul nostro operare. D'altra parte la dimensione autoriflessiva che ha accompagnato il percorso dell'uomo, evolvendo e affinandosi nel corso dei secoli, è l'unica sua àncora di salvezza. Assumendo il rischio dell'apparente sterilità di talune speculazioni, credo sia parte del nostro destino cercare una sistemazione, un contesto all'interno del quale sentirci parte attiva di un'epoca, e di assumerne piena consapevolezza. Di conseguenza penso, per più ragioni, che l'argomento possa essere di un certo interesse per l'architettura, che è la rappresentazione plastica del nostro stare operosamente al mondo, in ciascun luogo
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Il contemporaneo, da un lato ha tentato di mettere sotto scacco il moderno secondo una meccanica semplice di reazione uguale e contraria, dall'altro rappresenta per molti aspetti la realizzazione di un progetto mai portato a compimento. Certo nelle forme distorte, impure e banalizzanti che la mondanizzazione di ogni cosa o precetto trascendenti, o comunque astratti, comporta, tanto più se illuminati da un pensiero alto. Chiarire la questione dell'appartenenza a un periodo o all'altro, oltre alla rilevanza storiografica, potrebbe mettere fine a una pericolosa tendenza ad autocollocarsi in posizioni eccentriche, purché differenti, in un momento in cui non è di originalità forzata che abbiamo bisogno. Non solo. Riguarda l'assunzione di responsabilità rispetto a un disegno culturale, politico e sociale, quello della modernità, che, con geografie, ritmi e velocità differenti, è tuttora in atto e che siamo chiamati a portare avanti con sensibilità e consapevolezza. Correggendo di volta in volta il tiro e misurando l'impatto delle nostre azioni sugli equilibri generali del paesaggio e dell'ambiente. Facendo tesoro dell'esperienza acquisita, spesso a caro prezzo. Questo rende necessario inquadrare il ragionamento in una prospettiva capace di valutare l'architettura all'interno di uno scenario allargato alle costruzioni teorico critiche che, direttamente o indirettamente, ne sono parte attiva, e naturalmente insieme alle riflessioni di carattere più generale sulla nostra epoca. Se per continuità intendiamo, non solo la successione ininterrotta di una tradizione di pensiero e di azione
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da un periodo storico all'altro, ma anche l'intelligenza critica di un passato che si ritiene valido, siamo d'accordo sulla necessità di muovere un passo, non solo simbolico, verso la tracciabilità di un sistema di relazioni, seppure problematiche, tra contemporaneo e moderno. Verso il superamento di una contrapposizione, simulata e strumentale, tra un presente intrinsecamente debole e instabile e un passato ingombrante non facile da metabolizzare. Il concetto di continuità in questo caso va assunto in maniera inclusiva: è continuo non solo ciò che avanza senza traumi ma tutto ciò che – malgrado fratture e dislivelli anche significativi – è rapportabile a coordinate comuni o comunque confrontabili. Che non implica cioè un cambio di paradigma totale. Per procedere evitando di incorrere in malintesi ed equivoci è necessario definire meglio in cosa consiste l'eredità del moderno alla quale ci si riferisce. Si tratta in questo caso di tenere a mente più livelli interpretativi che si sovrappongono e s'interpongono, ma fanno riferimento sostanzialmente a due fatti correlati tra loro, di natura ed estensione temporale radicalmente differente. Il fenomeno ampio della modernizzazione e quello più circoscritto del modernismo architettonico2. Viviamo in un mondo, nel bene o nel male, conformato dal grande progetto della modernità, i cui effetti, materiali e immateriali, riguardano tutto ciò che ci 2. La definizione modernismo architettonico è utilizzata nell'accezione propria della cultura anglosassone, ove sostanzialmente tende a sovrapporsi con Movimento Moderno. Cfr., tra l'altro, Vidler A., Storie dell'immediato presente, 2008, Zandonai, Rovereto, 2012.
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il panorama alle interpretazioni storiografiche tarate sulla disciplina, possiamo riferirci con sufficiente approssimazione alla stagione che riconosce i suoi antecedenti a partire dalla metà dell'ottocento, che si consolida all'inizio del novecento con l'affermazione delle avanguardie, che perde la propria carica dirompente nel secondo dopoguerra. In sostanza moderno contiene Movimento Moderno ma non si esaurisce in esso. La sua dilatazione retroattiva a comprendere i prodromi è un fatto acclarato, vedremo se è legittimo e utile estenderne la copertura fino al compimento di quella crisi, troppo rapidamente assimilata alla sua fine, che negli anni ottanta è stata portata all'evidenza, tra gli altri, da David Harvey8. Più complessa è la questione dello stile che invece si radicalizza identificandosi con i linguaggi universali del razionalismo e in parte dell'organicismo, perdendo le sfaccettature molteplici e generative delle linee divergenti, dall'espressionismo alla metafisica, e soprattutto riconoscendo autonomia alle declinazioni delle origini, dall'art nouveau, al liberty, alla secessione viennese, al modernismo catalano. Il moderno, per come l'hanno studiato le nostre data che peraltro precede di soli tre anni la pubblicazione del Leviatano di Hobbes. Per le arti generalmente ha inizio nella seconda metà del settecento con varie sfumature interpretative che concentrano l'attenzione sulla fioritura delle avanguardie storiche la cui gestazione ha origine con i movimenti della fine dell'ottocento. La città moderna nasce con la rivoluzione industriale alla fine del settecento. Potremmo andare avanti ma non è necessario. 8. Cfr., tra l'altro, Harvey D., La crisi della modernità, 1989, Il Saggiatore, Milano, 1993; Vattimo G., La fine della modernità, Garzanti, Milano, 1985.
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Stanley Tigerman, Il Titanic, collage, 1978.
Temi L'emergere del presente Alla fine dell'ottocento, di fronte ai nuovi temi espressi dalla piena maturità della città macchinista industriale, brillantemente risolti dall'ingegneria e dall'architettura del ferro libera da condizionamenti estetici, la tendenza beaux-art al revival, testimonia dell'impossibilità della cultura tradizionale a mantenere il passo con i tempi. L'ultima architettura borghese che aveva interpretato in maniera organica lo sviluppo della città fino alla prima fase dell'industrializzazione era stata quella prodotta dalla cultura neoclassica. È sufficiente ricordare i piani regolatori, l'edilizia residenziale, le grandi opere pubbliche della metà dell'Ottocento. Da questo momento le maggiori personalità emergenti del panorama europeo percepiscono l'inutilità di un atteggiamento di sterile soggezione rispetto al passato. Otto Wagner per primo agisce riferendosi alla necessità improrogabile di un'architettura come manifestazione sincera della propria epoca. La linea è chiara, d'altra parte l'architettura ha sempre rappresentato il tempo presente. La principale novità (e non è poca cosa) risiede nell'aver assunto esplicitamente e programmaticamente tale consapevolezza come fondamento
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Timothy Greenfield-Sanders, compleanno dei novant’anni di Philiph Johnson, foto di gruppo, ristorante Four Seasons, Seagram Building, New York 1996 (Archivio CCA).
punta di una strategia urbana sostanziata da una programmazione efficace, si tratta di un esempio di come la qualità architettonica possa, anche nel breve medio periodo, costituire un buon affare. Analogo successo, hanno avuto per esempio i quattro libri aperti della Biblioteca Nazionale Francese di Dominique Perrault e il grande monolite scolpito da Rem Koolhaas che ospita la Casa della Musica di Porto. L'architettura ha riacquistato da tempo un ruolo nella competizione tra i paesi, tra le città appartenenti allo spazio occidentale globalizzato, nelle occasioni eccezionali, dalle Olimpiadi, alle esposizioni internazionali, agli eventi catastrofici. Questo è accaduto anche rispetto alle traiettorie del capitale privato che sceglie, a partire dal mondo della moda, di rappresentarsi attraverso le firme di maggior momento. Si pensi alla consolidata associazione tra Prada e Koolhaas, ma anche ai binomi Cartier e Nouvel, Toods e Ito, Dior e Sejima e più recentemente Gehry e Vuitton. Ora è la volta delle grandi multinazionali della rete e delle capitali del mondo arabo. Nel primo caso il nuovo fenomeno del “feudalesimo digitale”18 impersonato da Apple, Amazon, Facebook, Google, trova la strada della materializzazione attraverso grandi progetti autoriferiti e anti urbani o addirittura con la realizzazione di 18. La definizione è di Bruce Sterling. Cfr. Sterling B., The epic struggle of the internet of things, Strelka press, e-Book, 2014. L'autore sostiene che siamo di fronte a un fenomeno del tutto nuovo: non si tratta più di compagnie ma di grandi ecositemi capaci di creare identità che stanno cercando di rafforzare la loro presenza nel mondo reale.
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Harvey Keitel in una scena del film Smoke, regia Waine Wang, soggetto e sceneggiatura Paul Auster, 1995.
un continuum, un paesaggio culturale dentro il quale l'architettura, intesa come l'insieme delle azioni messe in campo dall'uomo al fine di migliorare l'abitabilità della crosta terrestre, non è altro che la manifestazione tangibile di una rilevante accumulazione di materia lavorata, densa di significati funzionali e simbolici. Oggi che la popolazione inurbata ha superato ampiamente quella distribuita nei territori extra urbani, il campo d'azione e il riferimento privilegiato per l'architettura è la città progetto e prodotto più alto dell'ingegno e del lavoro dell'uomo e formidabile combinazione dinamica di presenza e azione, tale da generare nel suo insieme un'energia potente. La città nel suo costrutto polisemico e nelle sue declinazioni molteplici ha acquisito nel tempo un'elevata capacità di emettere significati e icone, infinitamente maggiore di quanto è dato al singolo elemento costitutivo che partecipa dell'insieme. Le teorie della complessità da tempo ci guidano: ciò che è complesso difficilmente può essere ricondotto agli elementi semplici che lo compongono senza perdere qualcosa, l'insieme possiede qualità che le parti, prese singolarmente, non hanno. Questo fatto evidentemente non ha a che vedere solo con gli aspetti visibili o comunque tangibili ma anche con una dimensione culturale totalizzante, oramai fortemente radicata. L'architetto sperimenta dunque con consapevolezza crescente questa condizione che comporta come prima conseguenza la perdita dello sguardo dall'esterno. La realtà si profila come un costrutto ampio, ove le
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Scenari L'architettura è necessaria? Il quesito, posto in astratto, assume i contorni delle domande retoriche riferite alla poesia, all'arte e alla musica, casi nei quali la questione attiene alla definizione del secondo termine, cosa si intende per bisogno, piuttosto che alla definizione del primo, cosa si intende per poesia, arte, musica, automaticamente collocate tra ciò che di norma è considerato inutile. La differenza tra necessario e superfluo è una creazione del linguaggio occidentale e appartiene a un codice che si utilizza per convenzione. Già Charles Batteux, alla metà del settecento definisce il piacere estetico come bisogno di secondo ordine1. Oggi l'appagamento di questa necessità è di vitale importanza poiché può concorrere a renderci più liberi rispetto alle esigenze primarie. Nessun dubbio quindi sul fatto che la conquista dell'inutile2 costituisca un passaggio imprescindibile per la sopravvivenza della società contemporanea di fronte alla propria crisi. 1. Cfr. Batteux C., Le belle arti ricondotte ad unico principio, 1746, a cura di Migliorini E., Aesthetica, Palermo, 1990. 2. Si tratta del titolo di un libro di Werner Herzog. Cfr. Herzog W., La conquista dell'inutile, 2004, Mondadori, Milano, 2007.
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Toni Servillo in una scena del film Le conseguenze dell'amore, regia Paolo Sorrentino, 2004.
Grazie anche alla mobilitazione dei movimenti ambientalisti e a una crescente attenzione generale per le sorti della terra, ci siamo finalmente resi conto che il nostro operare è andato oltre. Non è più questione di perseguire obiettivi singolari, ogni azione – seppure minima – deve essere inquadrata dentro una visione di ampio spettro. Il problema non può essere affrontato per ambiti separati come Neutra cercava di spiegarci già nel 19546. Gli equilibri fisici e ambientali sui quali l'azione antropica ha esercitato ed esercita la propria influenza riguardano spazi vasti, essi interessano l'intera biosfera. Le teorie delle catastrofi ci hanno insegnato che un battito d'ala a New York può generare un uragano a Tokyo, in altre parole che fenomeni apparentemente trascurabili possono determinare eventi insospettabili a distanze siderali. I principi della termodinamica danno conto dell'irreversibilità di fenomeni che comportano spostamenti e manipolazioni di materia ed energia. La sommatoria di trasformazioni incongrue produce una progressione geometrica delle criticità, i tempi di metabolizzazione si dilatano rendendo le reazioni inefficaci e remote le possibilità di compensazione. Mobilitare grandi quantità di energia, non commisurata ai risultati da raggiungere, è controproducente. L'eccedenza produce entropia. In natura, solo nei primi 6. «Con tutto il rispetto sincero per il regionalismo, sussiste oggi una “responsabilità comune” cosmopolita in fatto di ricostruzione. La pianificazione umana non può rimanere davvero locale in un'epoca di stretta interdipendenza in materia di sicurezza. […] Il progresso tecnologico dei centri più avanzati si sta diffondendo e sta imponendo un mutamento di vita anche alle parti più remote e arretrate del globo». Neutra R., 2015, cit., p. 19.
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Michelangelo Pistoletto, fotogrammi tratti dal filmato della performance dell’aprile 2013 durante la quale l’artista distrugge l’opera Metrocubo d'infinito del 1966.
ri-considerare e ponderare l'impatto delle nostre scelte sul bilanciamento ecosistemico generale21. In particolare è la presa in carico delle conseguenze delle nostre azioni, ovvero degli esiti indesiderati e imprevisti delle trasformazioni, che m'interessa e stimola una riflessione sul ruolo di mediazione e ricomposizione dei conflitti che il progetto può avere. Spesso, in una visione guidata dalla massimizzazione dei risultati in un intorno spaziale circoscritto e in un intervallo temporale definito, siamo stati portati a trascurare aspetti decisivi che attengono all'impatto, diretto e indiretto, delle scelte sugli equilibri, spesso precari, della realtà in cui viviamo. Riflettere in anticipo sugli effetti indotti, collaterali e ritenuti marginali, su quelli che diventeranno i problemi, sulle urgenze con cui si avrà a che fare in un futuro prossimo, diventa imprescindibile. Considerare questi fatti nella loro giusta rilevanza mi sembra un modo puntuale e diretto di declinare il tema della sostenibilità: si tratta in sintesi dello sforzo tendenziale di valutare, all'interno del processo e non a posteriori, anche le conseguenze del progetto. In sostanza oggi siamo chiamati a farci carico di un ruolo che va ben oltre la pratica operativa del costruire – un'attività alla quale pochi oramai hanno accesso e che spesso si concretizza in un esercizio portato avanti nell'isolamento – che investe un campo infinitamente più ampio che attiene alla scienza o coscienza dello 21. Cfr. Toppetti F., Le cose che non abbiamo ancora pensato, in Ippolito A. M. (a cura di), Il progetto di Paesaggio come ricomposizione dei conflitti, Franco Angeli, Milano, 2012.
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Nella stessa collana: 01. Fabrizio Foti, Il paesaggio nella casa. Una riflessione sul rapporto architettura-paesaggio 02. Chiara Rizzica, L'inventario del costruito recente. Forme ed usi del quotidiano in Sicilia. 04. Fabrizio Foti, Architettura. Realtà del divenire. 05. Luigi Prestinenza Puglisi, Breve corso di scrittura critica. 06. Paolo Giardiello, iSpace. Oltre i non luoghi. 07. Marella Santangelo, Coderch e l'abitare collettivo. 08. Pietro Giorgio Zendrini, Resistente – Widerrstandsfähig. 09. Davide Vargas, Città della poesia. Una ricerca di [sopra]vivenza. 10. Gennaro Postiglione, Interni. Metodi, azioni, tattiche [della ricerca]. 11. Beniamino Servino, Architectura Simplex. 12. Giovanni Corbellini, Housing is back in town. 13. Luigi Spinelli, Gli spazi in sequenza di Luigi Moretti. 14. Paolo Giardiello, Lettera (e non solo) ad uno studente di architettura. 15. Giuseppe Todaro, Muratore di opera grave. Conversazione con Álvaro Siza Vieira. 16. Lorenzo Consalez, Pierluigi Salvadeo, Navigare sulla carta bianca. 17. Alessandro Mauro, Tra virgolette2. 800 aforismi sull'architettura. 18. Michela De Poli, Guido Incerti, Trasformazioni. Storie di paesaggi contemporanei. 19. Fabio Guarrera, Insediarsi e costruire. Osservazioni sul progetto della piccola casa. 20. Pietro Giorgio Zendrini, Architracce. L'intuizione dello spazio nell'uomo di montagna 21. Marella Santangelo, Lo spazio del corpo, I templi di Frida Kahlo. 22. Enrico Frigerio, Slow Architecture, istruzioni per l'uso. (eBook) 23. Pietro Giorgio Zendrini, Periplo. Circolo(i) nell'ordinaria natura delle cose. 24. José Ignacio Linazasoro, La memoria dell'ordine, Paradossi dell'architettura moderna 25. P. Croset, G. Peghin, L. Snozzi, Dialogo sull'insegnamento dell'architettura 26. Angelo Torricelli, Palermo interpretata 27. Fabrizio Foti, Le Corbusier “La Clef ” 28. Alessandro Mauro, Il realismo e l'architettura italiana 29. Jacopo Leveratto, Dall'interno 30. Alberto Ulisse, Il Peso del Vuoto 31. Francesco Collotti, Idea Civile Di Architettura, Scritti Scelti 1990-2017 32. Paola Misino, La Casa On/Off, Spazi dell'abitare produttivo