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Il Vicenza mag2022

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Periodico d’informazione locale - Anno II n.5

MAGGIO 2022

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SEGANFREDDO

“Vicenza è una città sospesa” UCRAINA

Due vicentini in prima linea con i profughi

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CANTIERE VICENZA: TRENTA PROGETTI E TRE OSTACOLI DA SUPERARE Venti milioni per rifare la città, dal palasport a Campo Marzo: ma bisogna dribblare rincari, bandi e tempi servizio a pag 13

SULLA SICUREZZA È POLEMICA APERTA INTANTO SI PENSA AL TOTOSINDACO

IL PRESIDENTE ACI

“Altro che traffico qui si rischia di stare fermi” BEPI DE MARZI

“Che brutta musica c’è in giro” I “RECUPERANTI”

Così puliscono l’Altopiano dai rifiuti

Confronto, spesso aspro, sugli interventi della giunta tra i due schieramenti, che intanto guardano al 2023

ENOGASTRONOMIA

Imperdibili i risi & bisi di Dimitri

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uando si trovò in difficoltà e doveva attraversare le Alpi, Annibale Barca aveva le idee ben chiare: “O troveremo una strada o Ieri,Ie oggi, domani. domani. ri,ne costruiremo Ieri, oggi, o gg doma una”, spiegò ai suoi. Era il i 218 , Più di 1000 P i ù d i 1000 Cristo. Poi la marcia fu un disastro, perPiù dibloccati. 1000 pravanti Ieri, oggi, domani. prezzi ezzi bloccat ché morì metà dell’esercito di 26 mila uomini e sempr Più di 1000 prezzi bloccati. Siamo sempre Siamo prezzi bloccati. anche per i terribili elefanti v non andò meglio: c o n enienti. convenienti. Siamo Siamo sempre sempre dopo la battaglia del Trebbia ne rimase solo convenienti. uno. convenienti. segue a pag 5

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Dopo il drago ecco l’aquila

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l primo è stato il leone, finito alla mostra di Venezia. Poi è arrivato il drago di Vaia, che l’ha reso famoso. L’hanno seguito cervi, ricci, galli, perfino un angelo. Adesso c’è anche l’aquila. È una scultura in legno dall’apertura alare di quattro metri, che gli è stata commissionata da un professionista vicentino e si trova sui Colli Berici. L’autore è Marco Martello, in arte Martalar, artista di 51 anni di Camporovere di Roana. È stato giardiniere, meccanico, operaio ma nell’animo era soprattutto un’artista. E lui intagliava nel legno, come da tradizione, finché non è arrivata la tempesta Vaia, che ha distrutto 42 milioni di alberi. Paradossalmente, quella tempesta ha fatto emergere un nuovo lato del suo animo che s’è tradotto in opere di concezione diversa. Il legno gli è servito per costruire, anziché per essere intagliato. Per primo ha realizzato il leone, che già è imponente: 4 metri e mezzo d’altezza, 1.500 pezzi di alberi, 350 chili di peso. L’ha realizzato nel 2020 e ha timidamente chiesto alla Regione se erano interessati. Come risposta l’hanno piazzato come simbolo del Veneto alla mostra del cinema di Venezia. Poi Marco Martalar ha scolpito il drago alato, sempre utilizzando il legno di Vaia: si trova a Magré, frazione del comune di Lavarone, nell’Alpe Cimbra. Il drago è immenso: sei metri di altezza per sette di lunghezza. Ha impiegato mesi di lavoro, 3.000 viti e 2.000 pezzi di legno tra cui quelli dell’Avez del Prinzep, l’abete bianco di 244 anni più alto d’Europa, sotto al quale – si racconta – si riposava anche Sigmund Freud in vacanza a Lavarone. Gli alberi abbattuti dalla furia della tempesta hanno trovato con questo scultore dell’altopiano un nuovo senso, a testimonianza che l’arte è sinonimo di vita.

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Facciamo il punto

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È un periodico formato da 23 edizioni locali mensilmente recapitato a 506.187 famiglie del Veneto. Questa edizione raggiunge la città di Vicenza per un numero complessivo di 43.000 copie. Iscrizione testata al Tribunale di Vicenza n. 4194/2020 V.G. del 23.11.2020; R.S. 17/2020; numero iscrizione ROC 32199

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Chiuso in redazione il 13 maggio 2022

Marco “Martalar” Martello e l’aquila dei Berici

Ma qui a noi interessa la determinazione del comandante cartaginese ad andare avanti per raggiungere il suo scopo. In fatto di volontà e velocità di realizzazione va ricordato anche il ponte sul Reno che Giulio Cesare nel 55 avanti Cristo fece costruire in appena dieci giorni. Probabilmente non aveva a che fare con timbri e ministeri, verrebbe da dire. Ma anche qui l’episodio storico serve a illuminare la decisionalità del leader. Determinazione e velocità di realizzazione. Queste qualità saranno sempre più necessarie, d’ora in avanti, anche nella piccola Vicenza del terzo millennio, che è alle prese con un finanziamento importante da 20 milioni e trenta progetti da realizzare entro il 2026, sei addirittura entro l’anno prossimo. Ce la farà? Meglio augurarsi di sì per il bene di tutti e non sperare in un decreto che dilazioni i tempi, come spesso avviene in Italia. Anche perché il quadro politico potrebbe offuscarsi e complicarsi da qui a qualche mese: sono insistenti le notizie su una crisi di governo prossima ventura (il povero Draghi sembra sempre più abbandonato dalla politica e sarebbe uno sbaglio per l’Italia perderlo) e lo scenario prevede in autunno un nuovo governo formato solo per varare una nuova legge elettorale proporzionale. Quindi, meglio concentrarsi e procedere a testa bassa. L’occasione è di quelle che non si possono bruciare. La macchina comunale sarà messa a dura prova, perché gli ostacoli che deve superare sono parecchi, come spieghiamo a pagina 13: tempi, procedure, rincari delle materie prime. E con la guerra in Ucraina chissà cosa può ancora accadere. Se con un occhio si guarda ai cantieri prossimi venturi, con l’altro si intravede già la scadenza delle amministrative del 2023. Anche in questo caso i tempi stringono e da qui in avanti si assisterà a una brusca accelerata di un processo che finora è rimasto molto sotterraneo. Gli schieramenti – infatti – si scrutano, litigano su alcuni temi, preferibilmente la sicurezza, ma sui nomi dei candidati mantengono le carte coperte. La fibrillazione sembra serpeggiare più a sinistra che a destra, a dire la verità, vista anche l’ultima uscita del gruppo “Grande Vicenza”, deciso a coprire il fianco centrista dell’alleanza, in un campo per la verità già piuttosto affollato di riferimenti elettorali. Insomma, su un fronte e l’altro, Vicenza deve cominciare a correre per disegnare il suo futuro. Alè.

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L’intervista

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Il dibattito. Cristiano Seganfreddo, critico d’arte e di moda, “creativo imprenditore” spiega come vede il futuro della città

“Vicenza deve cambiare per non sparire” ▶ Il grande magnete di Milano rischia di svuotare la città ▶ Ha un futuro molto più a rischio di Padova e Verona ▶ Perché un giovane dovrebbe venire a vivere qui? ▶ Serve un investimento in cultura, ma non in mostre ▶ Si crede di vivere di una ricchezza che non c’è più ▶ Si doveva portare a Vicenza un’università americana ▶Puntare sull’industria creativa per attirare i giovani

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icenza ha un presente sospeso e un futuro a rischio di implosione. Il grande magnete che si chiama Milano, che attira persone, informazioni e intelligenze, rischia di svuotare di significati e vita una piccola città come Vicenza. Che, oltretutto, è penalizzata più di Verona (che hai i turisti) e di Padova (che ha gli studenti dell’università). E resterà a girare nella sua orbita senza incrociare il futuro. Soluzioni? Poche, forse un atto di coraggio della politica. È questo, in estrema sintesi, il pensiero di Cristiano Seganfreddo, 48 anni, vicentino trapiantato a Milano per lavoro ma ancora con solidi legami con la sua città. Si definisce un “creativo imprenditore”. Critico d’arte e di moda, Seganfreddo è persona che sente il profumo dell’innovazione a distanza di anni luce. Ha fondato e dirige il Progetto Marzotto (oggi “2031”) è stato docente universitario di estetica, direttore scientifico del Corriere innovazione. Attualmente dirige “Flesh Art” assieme alla moglie Gea Politi, un progetto editoriale che spazia nel campo dell’arte contemporanea. Come vede Vicenza da fuori Vicenza? “In difficoltà, perché c’è il grande magnete di Milano che attira tutti. Sia chiaro, si vive una crisi delle comunità locali perché le città del futuro vivranno della quantità di persone che attireranno e, quindi, della quantità di informazioni che si scambiano. Se entrano poche persone, se siamo sempre noi che ci vediamo e ci parliamo, tutto si ferma. Non c’è un meticciamento”. Frutto delle crisi, prima pandemica e adesso economica? “No, della globalizzazione. Un tempo una piccola città stava bene nel suo contesto, economicamente agiata e socialmente vivace. Se però, come è successo, vengono meno queste condizioni, si spengono le luci. Oggi le città come Vicenza si stanno trasformando in dormitori, magari affascinanti e con scenografie palladiane. Vicenza ha vissuto anni straordinari, ma adesso vive costretta in una piccola dimensione mentre la vita si svolge altrove. Poi ha anche il problema di non essere la capitale della sua provincia. Insomma, si trova al centro di parecchie contraddizioni. È sottodimensionata per le richieste del mondo, che ti domanda competenze e informazioni che non

puoi avere in una dimensione troppo piccola. D’altro canto è sovradimensionata nell’hardware, per così dire, perché ha molto da gestire: scuole, ospedali, teatri… E spesso non ha le risorse per farlo. Ma non è colpa sua”. E di chi è? “Della sua dimensione: non c’è gente, non c’è traffico. A Milano c’è un via vai che non capisci neanche le lingue. Faccio un esempio: quanti ristoranti di livello ci sono a Vicenza? A Milano 3-400. Quante gallerie d’arte? Nessuna. A Milano ci sono ogni sera decine di inaugurazioni e decine di party privati”. Mi pare un giudizio perfino troppo severo. Siamo così in decadenza? Non si possono paragonare due realtà così diverse. “Ma adesso funziona così. E a Vicenza non ci sono le infrastrutture per avere un dialogo con il presente. È troppo piccola, ci vorrebbero tante intelligenze che entrano. Invece diventa una città conservatrice. Milano è una capitale europea: un appartamento in affitto non resiste più di tre giorni. Nel nuovo largo Treves si acquista a 20mila euro al metro quadro. A Vicenza con mezzo milione di euro compri in corso Palladio. Senza dire che le banche hanno in carico migliaia di appartamenti invenduti”. Prima ha parlato di persone che non si incontrano. Non è anche un problema di carattere? “Certo, anche di carattere. Noi siamo autoctoni, non amiamo molto la diversità. Di conseguenza la diversità non è affascinata da Vicenza perché qui non trova motivi. Mi sento dire: qui la vita è molto noiosa, incontro sempre le solite persone. Finisce che diventerà un posto da pensionati anziché di spinta delle idee. Che cibo possono mangiare qui i giovani per la loro mente?”. Ma le industrie non li attirano? “Certo, ma non c’è offerta sociale, non ci sono occasioni di vita. Una persona resta qui al massimo due anni, ma non basa qui la sua vita. E perché dovrebbe se non ha relazioni e radici qui?”. C’è tutto il problema delle relazioni tra Vicenza e il Veneto, sempre spinoso. “Usiamo molto poco le possibilità offerte dal Veneto. Alla Biennale ci sono più londinesi e americani che vi-

Cristiano Seganfreddo, vicentino trapiantato a Milano, che ha ancora solidi legami con Vicenza. Chiede al sindaco un atto di grande coraggio per disegnare una nuova prospettiva per Vicenza

centini. Andare a cena a Padova è una sorpresa, e serve solo un quarto d’ora di auto, raggiungere Venezia è un autentico viaggio. Vogliamo avere tutti i servizi sotto casa, ma è impossibile. A Milano quando parcheggi a due chilometri ti sembra vicino”. Padova e Verona vivono le stesse difficoltà di Vicenza? “Molto meno: loro hanno molte più persone e quindi molta più circolazione di idee. A Padova ci sono decine di migliaia di studenti e l’università, a Verona c’è l’università e il turismo”. E allora, quali soluzioni? “Vicenza dovrebbe puntare sull’industria creativa, sull’artigianato artistico. Già abbiamo ridotto enormemente il settore orafo da 1200 imprese a poche centinaia perché non abbiamo capito che il futuro era la moda e non il catename. Non bisogna ripetere l’errore”. Perché non siamo capaci di leggere il presente quindi di progettare il futuro? “Perché si hanno poche informazioni reali su come vive la gente davvero. Del resto, se siamo sempre fra di noi, come si può averle? Ripeto, non è questione di intelligenza, ma di uso di mondo. Si tratta di avere quel “savoir faire” che a Vicenza moltissimi non hanno perché sono rannichiati nella loro comfort zone e sono convinti di poter vivere di rendita. Poi bisogna vedere se questa ricchezza c’è ancora”. Addio alla Vicenza felice, dunque “Il Veneto era la metafora di un arcipelago di isole felici. Adesso siamo a isole singole. Ma il livello medio dell’acqua s’è innalzato: chi non s’è inventato un modo per stare a galla è annegato. Certo, ci sono isole, città e aziende straordinarie, ma è difficile per molti sopravvivere. I livelli si al-

zeranno ancora di tanti metri. Se non hai strumenti e competenze non vivi in questo mondo”. C’è una via d’uscita per Vicenza? “Mi sono interrogato tanto: la vedo molto difficile. C’è grande potenziale, ma è stato sprecato molto tempo. Si poteva radicare un pensiero 15-20 anni fa. Quando è stata costruita la base Del Din le compensazioni sono state strade e complanari con Usa. Ma porta qui l’università americana, apri un college, accidenti! Un’altra occasione persa, come quella con Pietro Marzotto e Renzo Piano. La Basilica avrebbe potuto essere davvero un piccolo Beaubourg. A ragionare così, diventiamo vittime di un presunto passato che oggi diventa solo miope conservazione. Il guaio è che se trasformiamo la città in un monumento si tolgono energie ai cittadini. Così restiamo indietro di decine di anni”. Se potesse dare un consiglio al sindaco cosa gli proporrebbe? “Non conosco bene la sua programmazione, ma gli consiglierei di essere molto coraggioso: deve rompere gli schemi della mentalità del passato e dare vivacità alla città in tema di cultura. Che non significa organizzare mostre, quelle sono iniziative soprattutto turistiche. Deve organizzare un tavolo di riflessione e chiedere: come posso fare per far vivere meglio i vicentini? Altrimenti si rischia di avere una bella città ma anche un palcoscenico vuoto. Servono azioni sperimentali che portino persone qui. L’unica cosa che cambia le città sono le anagrafiche giovani. Bisogna farsi domande serie, non consolarsi con l’Unesco. Chiediamoci: perché un ragazzo dovrebbe venire qui?”. Antonio Di Lorenzo


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Attualità

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Le iniziative. L’amministrazione comunale vara una raffica di provvedimenti in materia che interessano tutta la città

Vigili di quartiere, telecamere installate turni di notte e body cam: più sicurezza Si allunga il servizio notturno nelle zone del centro assai frequentate nel fine settimana. Anche il “servizio di prossimità” a San Lazzaro e San Pio X era atteso da tempo

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igili di quartiere, turni di notte, telecamere, body cam: le novità sulla sicurezza presentate dall’amministrazione sono parecchie. La prima riguarda le nove telecamere che saranno posizionate da ponte degli Angeli Santa Lucia e la zona dell’Eretenio, ponte Furo e piazzola San Giuseppe il Comune installerà con una spesa di 100mila euro. L’altra è il “servizio di prossimità” dei vigili a San Lazzaro e San Pio X. Non è altro che il celebre “vigile di quartiere” che trova concretizzazione. Sono una ventina gli agenti coinvolti nel complesso, con turni giornalieri dal lunedì al venerdì e pattuglie di due agenti che si alternano tra i quartieri. Per il sindaco Rucco questo è “un servizio ad alta visibilità e in grado di fornire al cittadino un punto di riferimento e un contatto diretto con l’amministrazione nei punti di maggiore aggregazione”. La seconda novità vedrà la luce

tra fine maggio ed inizio giugno, ma è già stata presentata a palazzo Trissino: si prevede l’allungamento della sorveglianza della polizia locale per le notti di venerdì e sabato, spostata in avanti di due ore, dalle attuali una fino alle tre del mattino. Nelle intenzioni dell’amministrazione si tratta di un deterrente importante da concentrare negli orari e nei luoghi tipici della “movida”, quando è più probabile che si concentrino i problemi maggiori. Rucco parla di voler “dare un segnale di presenza della polizia locale sul territorio”: l’allungamento del turno lavorativo riguarderà le tre pattuglie (cioè sei agenti) già impegnate nel turno, oltre alla centrale operativa. Durante il resto della settimana i turni resteranno invece invariati. I costi a carico del Comune riguarderanno solo le maggiorazioni orarie previste dal contratto di categoria, con buona pace delle organizza-

zioni sindacali, che accusano di non essere state interpellate in merito. Lapidario il primo cittadino: “L’amministrazione ha deciso, e si va avanti”. Una contrattazione vera e propria, probabilmente, si avrà invece sulla volontà dell’amministrazione comunale di dotare la polizia locale della “body cam”, ovverosia le telecamere attaccate al petto degli agenti in servizio per riprendere in diretta il lavoro e quanto accade. I dispositivi avrebbero la doppia funzione di raccogliere prove utili

al lavoro e per tutelare gli operatori stessi, per il sindaco rappresentano un “obiettivo di mandato”. Il comandante della polizia locale Massimo Parolin dovrà capire quali e quanti agenti dotare di questi nuovi mezzi, contando che ogni singola telecamera ha un costo tra i 700 e gli 800 euro. Altra questione spinosa sarà quella della privacy, tematica molto complessa, dato che l’acquisizione e l’attivazione delle body cam deve ottenere il via libera del responsabile della protezione dei dati. (al.fe.)

Due vigili impegnati nel servizio dei quartieri e il comandante della polizia locale, Massimo Parolin

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Attualità

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Il dibattito. L’opposizione di centrosinistra: “Non c’è stato alcun aumento di agenti. Gli annunci hanno valenza elettorale”

“Sicurezza, il vero lavoro è del questore Il sindaco vuole intestarsi i suoi meriti” Colombara: “La città in termini di sicurezza è messa peggio rispetto a quattro anni fa. È diffusa la sensazione dei cittadini di essere abbandonati”. Selmo: “Il controllo di vicinato s’è dimostrato un fallimento”

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ulla sicurezza a Vicenza l’opposizione di centrosinistra scatena una dura polemica contro la giunta. Tuona Raffaele Colombara, della lista “Quartieri al centro”: “Dopo quattro anni di amministrazione Rucco è chiaro a tutti quale sia il punto che non è mai stato sciolto sulla sicurezza: non c’è stato alcun incremento del numero di agenti in questi anni, e senza personale a disposizione qualsiasi intervento annunciato ha una valenza puramente elettorale. Prediamo l’esempio dei vigili di quartiere: è sempre mancato a questa amministrazione un pensiero complessivo sui quartieri, e al quarto anno di mandato trovare una soluzione rosicchiata come questa ci dice solo che la campagna elettorale è già iniziata. In questi anni sono stati investiti un sacco di soldi pubblici concentrandosi solo sul centro storico e su Campo Marzo, con gli evidenti risultati che sono sotto gli occhi di tutti, tralasciando totalmente i quartieri; perché queste risorse non sono state investite in strutture più vicine ai cittadini?” Anche sull’allungamento del turno degli agenti nelle notti di venerdì e sabato Colombara attacca: “Il sindaco ha promesso attraverso l’ennesima conferenza stampa di attivare questo servizio a breve; vedremo cosa succederà,

al momento l’unico risultato concreto è stato quello di far inviperire i sindacati. In ogni caso Rucco dovrà rispondere ai cittadini: a mio avviso la città in termini di sicurezza è messa molto peggio di quattro anni fa, è una fotografia desolante. I cittadini lamentano un senso di abbandono, questa percezione di insicurezza è figlia del fatto che il Comune è assente. Se questi sono i risultati dopo quattro anni, la direzione è totalmente sbagliata e il voler perseverare con queste ricette significa non aver capito che il tema della sicurezza è molto più ampio di come è stato affrontato sinora. È bastato l’insediamento di un questore dall’operato molto energico per far cascare il palco di chiacchiere imbastito da questa amministrazione”. Rincara la dose il consigliere Giovanni Selmo di “Da adesso in poi”: “Per come ha affrontato la tematica della sicurezza fino ad oggi l’amministrazione Rucco è totalmente da bocciare. Le funzioni antidegrado e contrasto alla microcriminalità stanno snaturando il ruolo degli agenti della polizia locale, di fatto impiegandoli su troppi fronti mentre c’è una grave carenza di personale. L’introduzione dei vigili di quartiere arriva estremamente in ritardo, ricordiamo che per molto tempo è stata una soluzione ignorata a discapito di tante altre che si sono rivelate

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Uno dei tanti interventi, coordinati dalla questura, da parte delle forze dell’ordine nel centro di Vicenza. Il consigliere Giovanni Selmo, del gruppo “Da adesso in poi”

fallimentari, come ad esempio il controllo di vicinato che ha dimostrato tutti i suoi limiti e si è risolto in un visibilissimo flop, contando su pochissime segnalazioni in tutto il 2021”. L’analisi di Selmo coinvolge nel complesso tutta la gestione della sicurezza: “La politica securitaria portata avanti da Rucco e dalla sua giunta ha comportato solo interventi repressivi e di mera facciata, mentre secondo noi la deterrenza da sola non basta, deve essere accompagnata da programmi di recupero e prevenzione. Pensiamo alla gestione della “movida”: un ennesimo fallimento. Si era detto di coinvolgere il settore educativo e sociale del comune, il Serd, l’Ulss, l’assessorato all’istruzione, perché i disagi espressi in certi contesti hanno radici profonde; non è stato fatto nulla di tutto questo. Evidentemente il sindaco è stato troppo impegnato a ri-condividere sui suoi canali social i comunicati stampa della Questura, quasi come a volerseli intestare; francamente lo troviamo ridicolo, sono altre le risposte che dovrebbe dare un sindaco ai suoi cittadini”. Alvise Ferronato

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Attualità

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Verso le amministrative. Finora nessun annuncio ufficiale, si gioca sottotraccia. Rucco candidato al 90%, Possamai al 60%

Totosindaco, il borsino delle candidature A centrodestra si muove la vecchia anima Dc (e può finire per presentare una lista pro-sindaco) e nel centrosinistra gira senza speranza il nome di Luca Ancetti. La “Grande Vicenza” scombina i giochi al Pd. Ipotesi Variati a Bruxelles al posto di Calenda

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un anno dalle amministrative, a Vicenza si gioca ancora sottotraccia sul fronte delle candidature. A centrodestra il sindaco non ha ancora ufficializzato la ricandidatura, forse preoccupato di non lanciare una volata lunga o intenzionato a capire bene chi sarà il suo avversario. A parte la cura dimagrante della sua lista di “Idea Vicenza” rispetto a quattro anni fa, Rucco non ha contendenti interni che possano seriamente pensare di contrapporsi: Silvio Giovine e Matteo Celebron potrebbero entrare in gioco solo nell’ipotesi (del tutto scolastica) di una sua rinuncia. A voler dare un dato, come i bookmakers, si può concludere che Rucco è il candidato del suo fronte al 90%. Su quel fronte è da sottolineare la sempre maggiore vicinanza di Gigi D’Agrò, blasonato democristiano di lungo corso, all’amministrazione: porta a Vicenza due volte in pochi mesi, auspice Arrigo Abalti, l’amico Marco Follini e gli è affidata anche la commemorazione del 25 aprile. Se è vero, come è vero, che la Dc sta rinascendo in città con un suo movimento, chissà che non nasca una lista filo democristiana in appoggio a Rucco. Non ci sarebbe da meravigliarsi visto che proprio Abalti lo definisce nei suoi commenti su Tviweb “il campione del centro”, con una certa ragione. Ben più variegato – e naturalmente complicato – è il panorama a centrosinistra. L’unico candidato che il centrodestra teme davvero, in virtù dello straordinario risultato alle regionali del 2020, è Giacomo Possamai. Al quale piace ancora moltissimo l’idea di diventare il sindaco della sua città, dopo la sfortunata avventura di cinque anni fa, sostenuto com’è da un folto gruppo di fedelissimi votati alla sua causa con energia e dedizione. La sua candidatura è vista bene anche da due autorevoli esponenti del Pd, come Achille Variati e il segretario cittadino Federico Formisano. Un’intervista di Giovanni Diamanti al “Giornale di Vicenza” è stata addirittura interpretata come il “via libera” all’incoronazione senza neanche passare per le primarie.

Il sindaco Francesco Rucco, il consigliere regionale Giacomo Possama e il direttore del Giornale di Vicenza, Luca Ancetti

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E allora, chi frena sull’operazione? Le sirene. Prima delle amministrative ci sono anche le politiche. E le sirene fanno sentire il loro canto. Del resto, il centrosinistra ha bisogno di rinnovare la rappresentanza alle Camere visto che, tra mancate elezioni e abbandoni (Sbrollini per Italia Viva) Vicenza non ha più nessuno a Roma quando nel 2013 aveva sette esponenti alle Camere. Se le probabilità di candidatura di Possamai non vanno oltre il 60%, sul fronte del centrosinistra c’è molto movimento. Ha poche chances Cristina Guarda, consigliera regionale dei Verdi, lanciata come ipotesi di lavoro. È difficile che il Pd lasci a qualcun altro le redini del gioco. Tant’è che c’è chi sogna un ritorno di Achille Variati, sindaco per la quarta volta. Ma tempo un anno e Variati potrebbe essere europarlamentare al posto di Calenda, se l’ex ministro andrà a Montecitorio. Tra i nomi che circolano c’è, da tempo, quello di Isabella Sala, ma qualcuno ipotizza anche Francesca Lazzari, già due volte assessore di peso. Appare invece assai improbabile che il nuovo gruppo battezzato “Grande Vicenza” (De Bortoli, Dalla Rosa, Spiller, Colombara) possa entrare nel gioco del centrosinistra a trazione Pd. L’impressione è che vogliano smarcarsi e creare una lista civica a coprire il presunto centro. Il che, più che avvantaggiare lo schieramento, gli crea nuovi problemi. Di sicuro non appoggiano una candidatura Possamai. Invece c’è un altro nome che circola parecchio nel centrosinistra: quello del direttore del Giornale di Vicenza, Luca Ancetti. Al di là del fatto che non risulta che qualcuno gli abbia parlato, va detto che l’ipotesi è fantasiosa. Ad Ancetti quattro anni fa era stata chiesta disponibilità per palazzo Trissino da parte del centrodestra e lui aveva ringraziato e rifiutato. Appare del tutto improbabile che possa accettare oggi, non fosse altro perché gli è stato appena rinnovato dall’Athesis il contratto, con la qualifica di condirettore, e l’incarico di gestire gli eventi speciali dell’editore a Vicenza, Verona e Brescia.


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Vicenza e l’Ucraina

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Il personaggio. Alessandro Abate, 40 anni, lavora per l’agenza della Ue che garantisce il diritto di asilo ai fuggitivi

Accoglie i profughi in nome dell’Europa L

e guerre che si potrebbero evitare, come anche i cataclismi che non si possono schivare, producono miseria, dolore ed emergenze umanitarie. Per affrontarle, i Paesi che hanno dato origine alla comunità europea si sono dotati 12 anni fa dell’Agenzia per l’asilo (Euaa), organismo incaricato di supportare gli Stati membri nell’applicazione delle leggi della U che disciplinano l’asilo, la protezione internazionale e le condizioni di accoglienza. Al suo interno, a capo del settore di Prima risposta, c’è il vicentino Alessandro Abate. Quarantenne, figlio di Lucio e Lalla Trupia, ha un master con l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, ma

Master all’Ispi ed esperienze internazionali nelle situazioni più complicate dell’emigrazione: Sud Sudan, Grecia, Romania, Lettonia, Lituania. E ora l’Ucraina soprattutto ha una invidiabile esperienza sul campo, maturata con le ong: ha operato in Sud Sudan, in Libano ai tempi della crisi con la Siria che produsse due milioni di rifugiati. Poi è stato chiamato dal ministero degli Interni per gestire le prime ondate di immigrati clandestini sbarcati sulle coste siciliane, girando i molti centri di accoglienza. Il passo successivo è stato quello di diventare funzionario dell’Agenzia della Ue che lo ha spedito immediatamente in Grecia, in particolare nell’isola di Lesbo, a gestire l’accoglienza di seimila immigrati irregolari siriani al giorno. L’agenzia, racconta Abate, ha fornito supporto su vasta scala alla Grecia attraverso l’impiego

di team multidisciplinari, flussi di lavoro adattati e modalità di intervento flessibile, in più di 40 diverse località della Grecia continentale e delle sue isole. Nello scorso luglio alle porte dell’Europa si presentarono altre migliaia di sfollati provenienti dal Medio Oriente, usati come arma di pressione da parte della Russia e del suo stato satellite Bielorussia. Anche qui, Alessandro Abate ha lavorato per fornire consulenza e collaborazione a Lituania e Lettonia, mentre la Polonia aveva assunto un atteggiamento più restrittivo. La nuova guerra della Russia contro l’Ucraina ha generato altri milioni di senzatetto, che hanno bisogno di assistenza anche legale per avere una propria identità giuridica da esibire nei paesi di accoglienza. In particolare, il peso più significativo è sostenuto in questi due mesi dalla Romania, Paese nel quale Abate sta trascorrendo interminabili settimane di presenza e di coordinamento, al fianco delle autorità locali, travolte da un’inaspettata e mai immaginata tragedia umanitaria, con milioni di fuggitivi ucraini, in stragrande maggioranza donne e bambini. “Il nostro compito – spiega Alessandro Abate - è di fornire supporto per la registrazione di chi richiede protezione temporanea; fornire loro informazioni sui loro diritti in quanto classe protetta di persone; fornire formazione e supporto fondamentali alle autorità rumene per quanto riguarda l’attuazione della direttiva sulla protezione temporanea”. “È un lavoro immane, sottolinea, svolto in un mare di sofferenze, dolore e lacrime. Quello che vediamo ci met-

Alessandro Abate, funzionario dell’agenzia europea per il diritto di asilo dei profughi

te a dura prova, a causa delle indicibili atrocità documentate quotidianamente. Sono dell’idea che occorra lasciare sempre una porta aperta per il dialogo, tuttavia quanto sta accadendo produrrà una profonda ferita nel cuore dell’Europa, che sanguinerà a lungo e che segnerà profondamente i rapporti di forza tra gli Stati del vecchio continente”. Silvio Scacco

E Paolo De Munari ha trascorso un altro mese ad aiutare gli ucraini al fronte Era in Messico quando è scoppiata la guerra in Ucraina. Voleva arrivare in Argentina, ma dopo due giorni ha rifatto la valigia ed è tornato in Italia. È partito con pochi amici (Claudio Cibic, ingegnere, Nicola Vilella, assai conosciuto per la sua bottega di specialità pugliesi in corso Fogazzaro, Silvano Maistro, veterinario) in direzione Polonia, appena al di là dal confine, per portare aiuto ai profughi ucraini. Ha passato tre settimane a Przemysl e ha portato in Italia otto profughi. Neanche il tempo di tornare a casa ed è ripartito per un altro mese da trascorrere a poca distanza dal fronte. Paolo De Munari, 34 anni, è un giramondo per passione e un altruista per vocazione. Trentaquattro anni, di Bolzano Vicentino, figlio di Angelo, già sindaco del paese, Paolo ha studiato al liceo “Quadri” prima di laurearsi alla scuola per interpreti di Bologna e Forlì. Conosce l’inglese, il russo e il polacco, ma capisce anche l’ucraino. Ha frequentato l’Erasmus a Kaliningrad in Russia, svolto la tesi a Varsavia, ha vissuto un anno a Kiev insegnando italiano. Insegnare è il suo lavoro: ha trascorso due anni e tre mesi come docente di inglese in una scuola privata in Cina. Ha guadagnato e risparmiato abbastanza per organizzarsi un viaggio intorno al mondo da

realizzare in quattro anni. È partito in bicicletta (!) da Vicenza ed è arrivato in Dubai. Lì s’è dovuto fermare per questioni di visti con il Pakistan, ma non ha rinunciato al sogno. Così a Dubai ha venduto la bici e, stavolta in aereo, è arrivato a Katmandu in Nepal per poi proseguire fino a Timor est, Australia e Nuova Zelanda. “Mi piace conoscere le persone”, spiega. E dare una mano a chi ha bisogno, aggiungiamo noi. Il covid l’ha fermato, ma non per sempre. Il cuore adesso l’ha portato nell’Europa dell’Est: il suo nuovo viaggio, che aveva come meta l’Argentina, l’ha dirottato nel cuore del conflitto più devastante che potessimo immaginare.

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I cantieri prossimi venturi. Appalti per 20 milioni in arrivo. Ma si devono sconfiggere il tempo, i rincari e le assenze dai bandi

Nelle loro mani c’è il futuro di Vicenza Dirigenti e funzionari del Comune sono impegnati a correre per condurre in porto un impegno importante in tempi assai stretti

T

empi, rincari e bandi. Sono i tre nemici che deve sconfiggere Rucco per realizzare un piano d’interventi da venti milioni di euro che, messo assieme, cambierà volto a Vicenza. Il sindaco, va detto, grazie al Pnrr ha ricevuto una montagna di soldi. Quasi venti milioni, che all’inizio erano scomparsi, con tanto di seguito di polemiche sui finanziamenti che punivano i Comuni del Veneto virtuosi, e poi erano rispuntati nel bilancio complessivo grazie a ulteriori stanziamenti del governo (i famosi 900 milioni) ottenuti dopo un martellamento di dichiarazioni da parte di tutti, compresi i deputati a Roma. Quelli previsti a Vicenza sono interventi che spaziano dall’ammodernamento del palasport alla nuova ala, quella ottocentesca, del museo civico; dalle piste ciclabili fino a Campo Marzo, che da solo si porta via sei dei quasi venti milioni euro che arriveranno grazie al Pnrr. Sono chiamati progetti di “rigenerazione urbana” e sono ricompresi in due macro obiettivi: ridurre il degrado e migliorare il decoro urbano. È vero che l’amministrazione Variati ha ottenuto 18 milioni con il “bando periferie” ma ha avuto un arco di tempo per progetti e cantieri assai superiore a questo. In questo caso 24 progetti dovranno essere ultimati, come richiede il Pnrr, entro il 2026, altri sei dovranno essere conclusi perfino prima, nel 2023. Per l’anno prossimo, come ha precisato l’assessore Mattia Ierardi, dovranno partire i bandi. Non è esagerato parlare di realizzazioni di grande impatto. Quando i trenta progetti saranno completati significherà aver dato a Vicenza davvero un altro volto, per l’importanza e l’ampiezza degli interventi che riguardano tutti i settori, dai beni storici allo sport, e tutte le zone della città, dal centro alla periferia. È, almeno nei progetti, un’autentica rifondazione della città, quale nel suo complesso non si ve-

deva da decenni, appunto. Tutto a posto? Magari fosse così. Lo stesso sindaco Rucco, che ha annunciato orgoglioso gli interventi attorniato da mezza giunta in sala Stucchi, ha indicato due problemi legati all’attualità economica: i possibili rincari dovuti all’aumento dei prezzi delle materie prime e ai costi dell’energia e la partecipazione delle aziende ai bandi, che non è scontata visto che il barometro si orienta al brutto stabile per Un’immagine di Gianluigi Carrucciu, Marco Salvadore e Giovanni Fichera, dirigenti e funzionari del Comune in prima linea per gestire questi cantieri da 20 milioni di euro. Campo Marzo, nella foto, da solo si porta via sei dei venti milioni di finanziamento

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l’economia. “Forse qualche aggiornamento dei prezzi sarà necessario – s’è risposto da solo – ma non siamo di fronte a prezzi risicati, c’è qualche margine. Inoltre, dovremmo stare dentro alle previsioni perché anziché un ribasso d’asta del 10-20 per cento, magari ne avremo uno del 2 per cento”. Molto, se non tutto, è nelle mani dei dirigenti e funzionari del Comune che, silenziosi, erano presenti alla conferenza stampa che annunciava l’arrivo e la destinazione dei fondi. Si tratta di Gianluigi Carrucciu, avvocato, Marco Salvadore, Giovanni Fichera e Paolo Gabbi, ingegneri, quest’ultimo responsabile della mobilità. Saranno loro a dover combattere – e sperabilmente vincere – i tre nemici di Rucco: tempi, bandi e prezzi. Non solo: dovranno farlo in una gara contro il tempo che già s’annuncia impegnativa. È probabile che, conoscendo le abitudini italiane, arriverà una dilazione dei tempi entro i quali concludere i lavori. Di sicuro siamo di fronte a un impegno gravoso. Che, detto fra parentesi, arriva sul palazzo degli Uffici come un ulteriore compito rispetto alle consuete responsabilità.


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Anticrimine

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La prevenzione. Telefonate e visite truccate: i militari organizzano incontri con i cittadini per informarli sui rischi

Truffe agli anziani, carabinieri in campo I

carabinieri puntano sull’informazione per prevenire le truffe agli anziani, reato odioso quant’altri mai. In collaborazione con il Comune, l’Arma organizza a Vicenza e in provincia una serie di incontri con i cittadini. Lo hanno annunciato il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Nicola Bianchi, e il sindaco di Vicenza Francesco Rucco. A Vicenza gli incontri sono organizzati in collaborazione con il Comune. È un’iniziativa che, per usare le parole del colonnello Bianchi, vuole essere “periodica, sistematica e costante”. Solo così si riesce a fare prevenzione e a informare i cittadini dei pericoli cui possono essere esposti anche solo ricevendo una telefonata o, peggio, aprendo una porta a falsi tecnici, avvocati, perfino persone in divisa. Mai fidarsi, questo è l’avvertimento principe. Da gennaio di quest’anno i carabinieri del gruppo di Vicenza hanno organizzato 22 incontri di questo tipo e, fino all’inizio dell’estate ne sono previsti un’altra decina.

Il col. Nicola Bianchi, comandante del gruppo dei carabinieri e un’immagine tratta dalla brochure informativa distribuita dai militari durante gli incontri

I carabinieri stanno anche distribuendo una brochure informativa che mette sull’avviso dalle tecniche usualmente utilizzate. E nel loro stesso sito c’è una voce in home page, battezzata “in vostro aiuto” che presenta una voce “truffe agli anziani” che offre consigli utili. Sono un centinaio le truffe, tra tentativi e colpi andati a segno, compiute dal gennaio 2021 al marzo 2022 nella provincia di Vicenza. Quelle de-

Sono cinque al mese le truffe tentate o messe a segno nel Vicentino, spesso da persone che giungono da fuori provincia nunciate ai carabinieri sono 82, ma siccome si stima che un 20 per cento non siano denunciate, si può arrivare appunto a un centinaio. Significa cinque al mese. Di queste 82, sono 67 le truffe messe a segno; in 15 casi sono state solo tentate, vale a dire nel 18 per

cento dei casi. Questo dato è importante per i carabinieri di Vicenza, così come è importante - spiega il col. Nicola Bianchi a comando del gruppo - il numero di telefonate che i militari ricevono per avvisarli di un tentativo di truffa andato a vuoto. Secondo le valutazioni dei militari, c’è una distribuzione uniforme dei reati nella provincia: non c’è un territorio maggiormente caratterizzato. Spesso gli autori provengono da altre province e sono di va-

rie etnie: possono anche non essere italiani - come precisa il col. Bianchi - ma parlano molto bene la nostra lingua. I carabinieri hanno una strategia precisa, che si concretizza negli incontri informativi diretti soprattutto alle persone anziane: “Che questi incontri funzionino - spiega il col. Bianchi - lo dimostra proprio il numero di telefonate che riceviamo. Sono di persone raggiunte dai truffatori che sono stati respinti”.

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L’intervista. Luigi Battistolli, presidente dell’Aci, mette in guardia: a Vicenza un’amministrazione fa, la successiva disfa

“Rischiamo la condanna all’immobilismo” “Ormai i problemi, compresi quelli del traffico, non hanno più solo una rilevanza cittadina. Vicenza ha una dimensione metropolitana e la ricerca delle soluzioni diventa ancora più complicata”

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al 2017 è presidente dell’Aci di Vicenza, ma la sua passione per le auto affonda le sue radici negli anni Settanta quando era pilota di rally. Ma la storia del pilota Luigi “Lucky” Battistolli (questo il suo soprannome da rallista) ha però vita breve. Ben presto si trova costretto a scegliere tra le corse e l’imprenditoria. Opterà per la seconda: quella scelta ha portato oggi al “Gruppo Battistolli” di oggi che conta circa 3 mila dipendenti. Battistolli ha 72 anni e come presidente dell’Aci è molto cauto nel rivelare progetti o iniziative inerenti al traffico. Il motivo? “Non si è mai sicuri di niente quando si parla di Vicenza”. Quando poi sente parlare di full electric un po’storce il naso. Crede nell’elettrico e non ha dubbi che il futuro sarà a emissioni zero, ma non riesce a trattenersi dal far notare che il futuro non è né domani né fra un anno. Forse nemmeno fra dieci”. Che problemi presenta il traffico di Vicenza? “Prima di chiedersi se ci sono problemi di traffico bisognerebbe chiedersi se possiamo risolverli. Dare una risposta a questa domanda è spesso più difficile di quanto sembra”. Perché? “Vicenza è una piccola città che nel corso degli anni si è espansa congiungendosi ai centri abitati

limitrofi, come i Comuni di Torri di Quartesolo, Creazzo e Altavilla, formando così un hinterland. Questo è un primo limite perché, con l’approssimarsi di diversi centri abitati, si sta tutti più stretti e tanto per cominciare, iniziano a mancare gli spazi per nuove infrastrutture.” Quindi a Vicenza non si può intervenire pensando solo alla città? “Chiaro che no. Il problema però è capire di volta in volta di che progetto si parla e di quali tempi questo ha bisogno per essere realizzato. Come Aci prestiamo grande attenzione alla posizione dell’amministrazione. Di nuovo però è necessario porsi una domanda: i progetti e le iniziative possono essere portate avanti dalle amministrazioni successive? Non sempre, dipende”. E questo ci può condannare all’immobilismo? “È un rischio”. Quanti veicoli ci sono a Vicenza? “In provincia di Vicenza, al 2020, risultano circolanti poco più di 595 mila veicoli tra autovetture, motocicli e ciclomotori.” Vicenza è, secondo i dati dell’agenzia Ue dell’ambiente, tra le quattro città più inquinate d’Europa. Colpa delle auto? “Non credo proprio sia solo un problema di Vicenza. Penso piuttosto alla pianura padana in generale.

Ad ogni modo no. La responsabilità della auto per l’inquinamento atmosferico è sotto al 10%. Ci sono altri fattori troppo sottovalutati per rendere un’immagine oggettiva di questa questione. Per citarne due i vecchi impianti di riscaldamento e gli allevamenti”. Il mercato automobilistico come ha risposto alla pandemia? “Non abbiamo ancora dati aggiornati al 2022 ma sappiamo che nel bimestre marzo-aprile 2022 il mercato del nuovo è in caduta libera con un agghiacciante -43%, l’usato scende del -9% e l’elettrico cresce troppo poco per pareggiare i conti”. L’elettrico è davvero in grado di salvare il mondo?

“Sì, ma non oggi. Il traguardo delle zero emissioni è quello a cui tutti puntano e sarebbe irragionevole il contrario. Tuttavia, va sottolineato il fatto che il mercato dell’automobile è un settore di proporzioni globali che coinvolge milioni di persone e centinaia di altri settori. Convertire il 100% della produzione all’elettrico non è uno scherzetto da poco più di 10 anni. Vanno considerati anche solo i posti di lavoro di operai iper-specializzati nella produzione di motori termici che dall’oggi al domani potrebbero perdere il loro valore come lavoratori. L’obiettivo è corretto, i tempi ancora molto lunghi”.

Luigi “Lucky” Battistolli in una foto di qualche anno fa vincitore di un rally di auto storiche assieme a Fabrizia Pons

Roberto Meneghini

Maigret, Montalbano e Sherlock Holmes indagano sul “grano di Napoleone” trovato dopo 200 anni all’Archivio di Stato È come se in un giallo mettessero a indagare assieme Maigret, Sherlock Holmes e Montalbano. È quello che succede a Vicenza con il piccolo mistero del “grano di Napoleone”. All’Archivio di Stato di Borgo Casale, infatti, è saltata fuori tra gli 11 chilometri di armadi una busta risalente al 1805, quando appunto Napoleone era a Vicenza. È un documento del “Banco del cavallo”, tribunale civile attivo dal Cinquecento in Basilica palladiana, dove i diversi uffici giudiziari erano contrassegnati da simboli e nomi di animali per venire incontro alle esigenze del popolo spesso analfabeta. Il fascicolo conserva gli atti di una causa intentata a Trissino dal

nobile Marcantonio Trissino e dal canonico don Giacomo Faccin contro il contadino Giovanni Masiero al quale contestavano di aver corrisposto il pagamento della tassa di decima con «un formento non ben secco, non ben crivellato, pieno di formentello e della peggior qualità». A seguito della denuncia, i giudici ordinarono a Battista Zanatto, perito “crivellaro” di Montecchio Maggiore, di sequestrare un campione del frumento di Masiero da acquisire come prova al fascicolo processuale. Spiega Fabio Bortoluzzi, direttore dell’Archivio di Stato: “Dopo oltre 200 anni quella busta piena di semi di frumento è arrivata fino a noi, perfettamente

intatta, sigillata in ceralacca e sottoscritta dal perito che dichiara di averla prelevata il 27 settembre 1805 nella “lissiara” del signor Giovanni Masiero del Comune di Trissino”. Per indagare su cosa contenga la busta, che tipo di grano sia e quale storia abbia, sono stati coinvolti l’istituto agrario “Parolini” di Bassano, Veneto Agricoltura e l’università di Padova. Come dire, Maigret, Montalbano e Sherlock Holmes del “giallo” agricolo. A loro è stato dato in custodia il grano della busta, che è stata aperta. “Il principale obiettivo sarà l’identificazione della varietà di frumento. Nel Veneto, infatti, le testimonianze iniziano solo un secolo dopo, ai primi del No-

vecento”. Anche se dopo oltre 200 anni le probabilità di germinazione del frumento è praticamente nulla, nei laboratori dell’Istituto Parolini si tenterà comunque la sorte attraverso la semina di una parte del campione che prenderà in carico. Il giallo prosegue.

Qui sopra la busta sigillata da 200 anni con il “grano di Napoleone”


Scuola e società

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Il concorso. All’istituto di Vicenza 23 scuole da tutto il Paese partecipano alla gara nazionale degli istituti alberghieri

“Da Schio” capitale italiana della cucina Un centinaio fra docenti e studenti si confrontano nei settori enogastronomia, accoglienza turistica, sala e vendita. La serata finale si terrà a villa Curti di Sovizzo Il “Da Schio” a Vicenza ha 1200 allievi, di cui la metà segue i corsi dell’alberghiero e 60 i corsi serali

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migliori allievi della ristorazione italiana si sfidano a Vicenza nella gara nazionale degli istituti alberghieri. Tra ragazzi e docenti saranno un centinaio, che giungeranno da tutta Italia, i partecipanti al concorso che dal 24 al 26 maggio saranno ospitati dall’Almerico da Schio: l’evento premierà i migliori studenti dei settori enogastronomia, accoglienza turistica, sala e vendita. Quest’anno, infatti, l’istituto vicentino, distintosi nel settore cucina dell’edizione 2019 del concorso, accoglierà giovani provenienti da 23 scuole alberghiere italiane: per loro due giorni di prove, tecniche e teoriche, sotto lo sguardo di una giuria composta anche da membri della Fic, Federazione italiana cuochi. La serata finale si terrà a villa Curti a Sovizzo. Spiegano i coordinatori dell’evento, Roberto Zanin e Antonella Frizzo docenti al da Schio: “Si svolgeranno visite guidate alle ville palladiane e itinerari eco-sostenibili in città seguendo i progetti degli studenti del settore accoglienza. Ci saranno anche show cooking, lezioni di bartender, degustazioni di vini e formaggi grazie al consorzio dei vini di Gambellara e a quello dell’Asiago, visite in aziende come Loison e Poli”. “Gli studenti di cucina saranno impegnati nella realizzazione di piatti con ingredienti poveri quali sgombro, filetto di maiale e tacchino cui abbinare prodotti dop ed erbe aromatiche delle loro regioni, mentre gli allievi di sala prepareranno una mise en place in base a un menù a sorpresa. Infine, i ragazzi dell’accoglienza si cimenteranno con prove linguistiche e la creazione di una brochure dedicata ad un itinerario eco-sostenibile in città”. L’Almerico da Schio è la terza scuola

In alto un gruppo di studenti dell’Almerico da Schio, sopra Jessica Miolo, studentessa vicentina che ha vinto la scorsa edizione della gara nazionale

alberghiera nata nel Vicentino e, oltre all’indirizzo dell’enogastronomia e dell’ospitalità attivato nel 2010, dal 2014 ospita anche un corso serale che ha riscontrato un buon successo di iscrizioni. “Abbiamo 1200 allievi di cui 600 seguono l’indirizzo alberghiero e 60 il corso serale – prosegue Roberto Zanin – Dal 2017 per completare il percorso studi abbiamo introdotto anche il laboratorio di pasticceria”. Diverse le motivazioni con cui i giovani si avvicinano ai corsi: “Molti desiderano diventare imprenditori o chef seguendo le orme di personaggi famosi – spiega Zanin – Altri invece hanno motivazioni personali, come una ragazza che si è iscritta al laboratorio di pasticceria con l’idea di voler rendere felici le persone”. Le opportunità lavorative non mancano: “C’è grande richiesta dei nostri allievi non solo da parte di ristoranti e hotel, ma anche dalle catene della grande distribuzione”. Sara Panizzon


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Attualità

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L’intervista. Il grande maestro giudica con severità i canti in chiesa e anche quella leggera dei giovani. Il ricordo di Turoldo

De Marzi: “Che brutta musica c’è in giro” “La musica in chiesa è caduta nelle mani dei “senza motivo”. Ormai Turoldo non si canta più neanche nel suo Monte Berico. Il concerto del 1° maggio è solo il triste funerale della canzone italiana”

Il maestro Bepi De Marzi, indimenticato concertista dei Solisti Veneti e autore di splendide melodie, tra cui “Signore delle cime

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ammiccamenti vagamente sociosessuali, il tutto con l’assenza della cantabilità memorizzante, nell’incubo delle armonie ossessive, piantate su un unico accordo. E centinaia di migliaia di braccia alzate a comando nella disperazione del nulla. Così fino a notte: la fine della speranza giovanile, la mortificazione del futuro nel lavoro, la sparizione degli ideali che i nostri padri sognavano di lasciarci in eredità”. Com’è nata e quando, l’amicizia con padre Turoldo? “Mi ha cercato lui nel 1970. In quel tempo insegnavo organo e composizione organistica all’Istituto Canneti di Vicenza. Mi ha chiesto di affiancare il lavoro creativo di Ismaele Passoni, un giovane intellettuale lombardo che a Sant’Egidio di Sotto il Monte componeva stupende melodie sulle strofe dei salmi appena realizzate dal frate poeta. Mi sono trovato davanti alla musica tanto attesa dopo il Concilio: purissima, scorrevole, perfetta, in assoluto la più ispirata che si potesse desiderare. Ma la Chiesa, per le ragioni che ho detto, non l’ha mai accettata. Nel convegno sulla musica sacra italiana tenutosi a Vicenza in quegli anni, Turoldo è stato perfino proibito ufficialmente. Un dolore, un’umiliazione che non ci ha mai abbandonati. Morendo, nel 1992, padre David mi ha detto: “Bepi, ti raccomando i Salmi!”. Come musicava i suoi salmi? “Padre David spiegava i testi, noi la musica suonando e cantando. Oh, quante melodie abbiamo buttato subito constatandone la poca presa”. Anche con i suoi Crodaioli, De Marzi ha agito sempre così: notando nei suoi cantori un relativo entusiasmo per un canto nuovo, lo buttava subito. “Quando una musica non è sincera, va dimenticata”. Solo quella magistralmente sincera, come Signore delle cime, rimarrà per sempre.

epi De Marzi abita da più di dieci anni nella parte nord del silenzioso quartiere di Laghetto. “Dalla mia casa, luminosa d’aria, posso vedere tutte le montagne del Vicentino – spiega - dai monti della mia valle del Chiampo fino al Grappa”. Ha sempre fretta, Bepi, come se avesse poco tempo; e non ama le interviste. Ma ogni tanto fa uno strappo, questa volta a margine della partecipazione a un convegno per ricordare il suo grande amico, padre Davide Maria Turoldo. Pacifista da sempre, anti-caccia convinto, con i suoi Crodaioli De Marzi ha intonato la Salmodia di Turoldo scritta nel 1972: “Tutti giuriamo sulla Bibbia / e intanto fabbricano armi”. Cosa pensa della guerra in Ucraina? “I poveri muoiono per l’ipocrisia dei potenti che l’hanno programmata da tempo in accordo con i costruttori di armi”. Le è devotissimo a papa Francesco “Povero nostro papa! E fanno continuamente vedere in tv quella tronfia figura tragicomica del patriarca Kirill, il vergognoso complice di Putin”. Cos’è la Salmodia di Turoldo? “Sono salmi degli esuli, dei deportati, della liberazione, dei senza casa. Inni della solitudine, sofferenze di migranti. Ma Turoldo, nelle chiese di Vicenza non si canta, tantomeno a Monte Berico dai suoi confratelli, dove è stato ordinato sacerdote nel 1941!”. Le piace l’attuale musica sacra? “Uso una frase di Giuseppe Verdi riguardante un compositore dell’Ottocento suo contemporaneo: “Gli manca il motivo”. E per motivo intendeva la melodia, la sincerità poetica, l’ispirazione insomma. La nostra Chiesa italiana è caduta nelle mani glaciali e affaristiche dei senza motivo”.

Non va meglio con la musica leggera. Ha seguito il concertone del Primo Maggio? “Purtroppo sì! Migliaia e migliaia di bellissimi adolescenti senza sorriso ammassati per ore nel tristissimo addio alla canzone italiana. Batteristi scatenati malinconicamente a pestare tamburi senza fantasia; cantanti anche giovanissimi, deambulanti, a testa bassa, recitanti tiritere di denuncia o di protesta con

Silvio Scacco


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Economia

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L’analisi dell’esperto. L’inflazione è al 7% mentre la crescita non c’è. E le risorse del Pnrr saranno acqua fresca

Stagflazione, vero incubo che ci minaccia Serve una coraggiosa cura da cavallo: diminuire i costi della Pubblica amministrazione (cioè i dipendenti eccessivi) e abbassare la pressione fiscale. È solo un sogno? I dipendenti pubblici in Italia oggi sono 1 ogni 18 cittadini: serve una transizione digitale per abbassare questo rapporto

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’è una brutta parola dietro l’angolo: stagflazione. Ovverosia uno scenario in cui l’inflazione torni a salire (già ora è valutata al 6,7% su base annua) combinandosi con una crescita bassa o nulla. Ciò è determinato dagli effetti ancora inevasi della pandemia, dalla crisi bellica in Ucraina, dall’andamento dei prezzi delle materie prime, delle energie e dei carburanti. I sintomi ci sono tutti, manca la certificazione della malattia, che non tarderà. E molti temono che le ingenti risorse del Pnrr avrebbero su tale scenario lo stesso impatto di un paio d’aspirine nei confronti della polmonite acuta. È l’inflazione (la tassa più iniqua di tutte) a far paura. Per invertire la spinta inflazionistica le banche centrali saranno costrette a intervenire (ha già iniziato la Fed) limitando le misure espansive e alzando i tassi d’interesse; il che comporterà la conseguenza di diminuire la massa monetaria circolante. Per un Paese come l’Italia decisioni simili significano un aumento del debito e un aggravio del servizio allo stesso (gli interessi pagati); in pratica per le imprese italiane significherà inseguire la ripresa con uno zaino che si fa più pesante ad ogni passo e, per il comune cittadino, essere più povero. Mancando lo stimolo monetario, come può il nostro Paese reagire con mezzi propri e mantenersi su un sentiero di crescita necessario a reggere l’intero sistema? Appare sensato agire su due versanti precisi: riduzione della spesa corrente dello Stato e abbassamento massivo della pressione fiscale. Due leve che stimolerebbero i consumi liberando energie oggi sopite e aumentando la domanda aggregata di beni e servizi. Per fare questo ci vogliono risorse e una seria riforma del cosiddetto “patto

di stabilità” europeo. Le risorse vanno attinte lì dove ci sono: nei 200 miliardi annui di sprechi generati ogni anno dalla pubblica amministrazione (fonte: Corte dei conti) e nei quasi 30 miliardi annui di recupero dell’evasione fiscale (dati 2019 del ministero dell’economia) già ottenuti. L’ipotesi di riequilibrare anche quantitativamente i dipendenti pubblici (oggi 1 ogni 18 cittadini) mediante una transizione digitale cogente che renda efficiente la struttura e risparmi costi dovrebbe essere materia seria di discussione e decisione politica immediata. Oggi si dà forse l’ultima chance per lo Stato italiano di dimostrare come il contratto sociale non sia a senso unico, che i cittadini e le loro esigenze costituiscono la finalità ultima di una pubblica amministrazione che voglia avere come stella polare non l’ottusa applicazione della logica burocratica, l’autoreferenzialità più becera, ma l’utente cittadino. In caso contrario le voci che oggi discutono di come un arretramento dello Stato dalla vita dei cittadini sia obbligato, diverrebbero le urla di sudditi stanchi e intimoriti da una erosione del potere d’acquisto con corrispettivo avanzamento della soglia di povertà. Una spirale già vista in passato le cui conseguenze sono difficili da prevedere e impossibili da governare. Giuseppe de Concini

• Chi è Giuseppe de Concini Padovano con studio a Vicenza, laurea in giurisprudenza, importante esperienza nel mondo bancario, ora è consulente aziendale

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Ambiente

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I nuovi recuperanti. Claudio Barbato coordina un gruppo formato da una settantina di persone e battezzato “Terzo patrimonio”

Così ripuliscono l’Altopiano dai rifiuti Ispirandosi alle idee di Mario Rigoni Stern e alle figure celebrate da Ermanno Olmi nel film, i volontari recuperano un ambiente naturale fortemente deturpato

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o scrittore Mario Rigoni Stern, nel suo “Uomini, boschi e api”, scrive: “Mai come oggi l’uomo che vive in Paesi industrializzati sente la mancanza di «natura» e la necessità di luoghi: montagne, pianure, fiumi, laghi, mari dove ritrovare serenità ed equilibrio; al punto che viene da pensare che la violenza, l’angoscia, il malvivere, l’apatia e la solitudine, siano da imputare in buona parte all’ambiente generato dalla nostra civiltà.” Esiste un gruppo di appassionati che proprio sulle montagne dell’Altopiano che tanto care furono allo scrittore asiaghese si è dato l’obiettivo di ripulire l’ambiente naturale da tutti quei rifiuti abbandonati nel corso del tempo dalle incursioni della “civiltà”; è così che da scarpate, boschi, grotte e trincee emergono alla luce vere e proprie discariche abusive, che vengono ripulite ristabilendo quell’equilibrio e quella serenità naturale andata perduta. Il gruppo “Recuperanti di montagna – terzo patrimonio” nasce ufficialmente nel 2015 con sede all’osteria culturale Casa Tanzerloch a Camporovere di Roana. Il presidente è il vicentino Claudio Barbato: “Il nome recuperanti di montagna vuole intanto essere una citazione dall’omonimo film di Ermanno Olmi del 1970, alla cui sceneggiatura partecipò lo stesso Rigoni Stern;

similmente a quanto facevano gli originali recuperanti, che dopo la seconda guerra mondiale sbarcavano il lunario recuperando i metalli abbandonati sull’altopiano dagli eserciti della Grande Guerra, anche noi andiamo a recuperare materiali dalla montagna, anche se nel nostro caso si tratta per lo più di rifiuti abbandonati dagli anni ’70 in poi. La dicitura “terzo patrimonio” invece si ricollega alla storia dell’Altopiano: le antiche Regole, le leggi in vigore tra le comunità montane, indicavano come “primo patrimonio” tutto il territorio e le risorse naturali, che erano di proprietà e di usufrutto esclusivo di chi vi abitava, del popolo; questi beni naturali sono poi passati in gestione alle amministrazioni locali, ed allora si parla di “secondo patrimonio”; ecco, noi con la dicitura “terzo patrimonio” vogliamo indicare il nostro fine ultimo, la restituzione della montagna all’origine in tutta la sua bellezza, un territorio che è stato deturpato nel corso degli anni dai rifiuti e che deve ritornare ad essere vivibile per il popolo”. La composizione del gruppo è piuttosto eterogenea: “Siamo una settantina di iscritti: una parte di speleologi e alpinisti, che hanno una specializzazione per esplorare i posti più nascosti, ma anche tanti abitanti del luogo e semplici simpatizzanti, persone che hanno a cuore l’ambiente. Tutti volontari, che

non percepiscono nulla e che anzi si fanno carico delle spese da sostenere per l’attività”. Il gruppo ha adottato una procedura ben precisa per operare: “Come prima cosa - prosegue Barbato - procediamo con la segnalazione della discarica abusiva; poi effettuiamo un sopralluogo sul posto, scattiamo foto ed una relazione che spediamo ai carabinieri forestali ed al Comune di competenza; infine ci adoperiamo per la bonifica vera e propria, documentando tutto ciò che si trova, specie se rifiuti pericolosi come l’amianto. A fine lavoro si prepara una relazione di avvenuta bonifica ed i materiali recuperati vengono smaltiti

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correttamente nei luoghi appositi”. Come si è arrivati ad avere un tasso di inquinamento così alto sulle nostre montagne? “Esistono diversi fattori. La prima ad inquinare questi luoghi è stata proprio la Grande Guerra: ancora oggi dopo più di un secolo troviamo sotto le stratificazioni di rifiuti più recenti oggetti risalenti al conflitto, come granate, stoviglie, scatolette varie, tutti materiali dallo scarso valore che non interessavano i recuperanti del secondo dopoguerra. Poi in particolare dagli anni ’70 veniva permesso dalle stesse amministrazioni comunali lo scarico dei rifiuti in aree segnalate, come scarpate, buchi e dirupi; sono

Claudio Barbato e un’immagine dei rifiuti raccolti durante una spedizione. L’insegna del gruppo che si richiama al “Terzo patrimonio” della tradizione cimbra

rimasti alcuni nomi evocativi, come il Brutto Buso in località Turcio, una vera e propria discarica di 150 metri di profondità”. Negli interventi di pulizia dei recuperanti si trova di tutto: “Dai giocattoli vintage alle carcasse di animali scaricate dai pastori, oltre ovviamente a bombe della guerra; in quest’ultimo caso provvediamo ad avvisare i carabinieri che procedono poi alla bonifica”. Alvise Ferronato

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Il personaggio. Il viticoltore di Gambellara ha pubblicato un volume che racconta la sua storia e la sua filosofia produttiva

Maule, cocciuto profeta dei vini naturali Se il titolo è esemplificativo, “La concretezza di un sogno”, il sottotitolo è eloquente e provocatorio: “Come fare il vino solo con l’uva”

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ono davvero pochi i vignaioli che possono dire di aver contribuito a cambiare la visione del vino in Italia. Uno di questi è senza dubbio Angiolino Maule, titolare, assieme al figlio Alessandro, dell’azienda “La Biancara” di Gambellara. Un nome che è difficile non citare se parliamo di vini naturali, cioè quei vini - senza ancora una definizione di legge - che non usano la chimica in vigna e in cantina. Così come è difficile non citare l’associazione di produttori di cui Angiolino è presidente: VinNatur. Un’organizzazione che ha molti primati: è l’unica associazione di vini naturali (perché questo universo è assai vivace e affollato) che fa ricerca attiva con l’aiuto di professionisti, università ed enti; ma è anche l’unica ad oggi a essersi dotata di un disciplinare che mette nero su bianco le pratiche ammesse e quelle vietate nella produzione dei vini naturali, con tanto di controlli sul campo da parte di ispettori esterni. È uscito da poco il libro di Maule che ha un titolo emblematico: “La concretezza di un sogno”. E un sottotitolo che la dice lunga sulla determinazione, a tratti talebana, e la filosofia del produttore: “Come fare il vino solo con l’uva”. Il sogno è quello nato molti anni fa quando Maule, titolare assieme alla moglie Rosamaria di una avviata pizzeria nel Veronese, decide di cambiare vita e dedicarsi alla coltura e alla cultura della vite. L’illuminazione arriva però qualche anno più tardi, quando capisce che il modo convenzionale di produrre il vino gli sta stretto e cerca nuove vie. Trova un faro in Joško Gravner, viticoltore a Oslavia, piccola frazione di Gorizia, a due passi dal confine con la Slovenia. I suoi vini lo folgorano, il suo modo di lavorare in vigna e in cantina ancora di più. La strada è finalmente tracciata, l’obiettivo è chiaro: Maule vuole fare il vino, appunto, solo con l’uva.

“La concretezza di un sogno” è un vero e proprio riassunto del Maule pensiero, o maulesimo, come lo chiamano scherzosamente i figli. Ma è anche un manuale teorico-pratico su come muoversi in vigna e in cantina per produrre vino secondo la filosofia vinnaturista. Sono tanti i contributi presenti, a partire da quello di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food che firma l’introduzione. Petrini, più

Un primo piano di Angiolino Maule in una foto di Lorenzo Rui e la copertina del libro, che ha l’introduzione di Carlo Petrini

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noto come Carlin, 73 anni di Bra, è attualmente presidente internazionale di Slow Food. Sua l’idea del Salone del Gusto di Torino, di Cheese, della rete Terra Madre e dell’università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Nel 2008 il quotidiano inglese Guardian lo ha segnalato tra le 50 persone che potrebbero salvare il pianeta. Altri testi portano la firma del figlio Alessandro, di Franco Giacosa, Giacomo Buscioni, Gianpaolo Giacobbo, Ruggero Mazzilli, Sauro Simoni e Stefano Zaninotti. Ne esce un vero e proprio riassunto di quanto fatto, sperimentato e imparato da Angiolino e dall’associazione VinNatur negli ultimi anni. Un testo imperdibile per quanti volessero capire di più su un approccio che ha contribuito a cambiare la visione del vino in Italia e non solo. Davide Cocco

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• Chi è Davide Cocco

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Padovano con studio Laureato in agraria, contitolare di Studio cru, impresa di relazioni pubbliche, è esperto di comunicazione enogastronomica. Cura anche la guida regionale delle birre


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Vicenza e la memoria

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Il personaggio. Se ti fermava era… multa assicurata. In realtà conosceva bene le norme ma sapeva essere anche comprensivo

Dante, vigile inflessibile: un mito N

ei locali del centro storico (da Righetti, da Fabio, al Campanile, agli spunciotti…) durante gli “aperitivi operosi”, come vengono chiamati così gli incontri di amici di ogni età, capita spesso di intavolare discorsi inerenti alle multe dei vigili, ora polizia locale. Ancora oggi riaffiora il mito del vigile Dante con aneddoti e favole rielaborate da ricordi e antichi “sentiti dire” che hanno poco di veritiero, ma che sintetizzano la fermezza e la rigorosità di quel tutore dell’ordine. Dante Riccardo, classe 1926, fu assunto nel corpo dei vigili urbani di Vicenza nel 1951. Da subito si distinse per le sue capacità di saper essere e di saper fare nell’ambito della polizia comunale. Indossava l’uniforme con proprietà, conosceva e applicava le regole con severità non disgiunta dalla giusta comprensione dell’utente cittadino. Discreto, educato, gentile, sereno, semplice, di grande dignità e profondo rispetto verso gli altri. Presto diventò un grande personaggio vicentino, un “mito”. Non a caso nel 1959, con l’avvento dell’allora nuovo codice della strada, fu designato a fare educazione stradale a cielo aperto di fronte alla stazione. L’esperimento ebbe un grosso successo e centinaia di giovani ai quali si aggiunsero altrettanti cittadini, lo ascoltarono per più giorni affascinati dal suo eloquio affabulatorio. Anche per questo si meritò una fama di mito. Di lui si raccontano molteplici storielle, in gran parte inventate o con l’aggiunta di facezie improprie; certo è che incontrare il vigile Dante in servizio di polizia stradale, dopo aver commesso una infrazione, voleva dire “multa sicura”. La sua fama di inflessibile oltre-

Una foto di Riccardo Dante degli anni Sessanta, in sella alla sua moto e il poster della Primavera palladiana del 1973

Finì anche nel celebre poster di Vicenza del 1973, nella foto scattata da Oliviero Toscani sulla statua di Palladio vicino a Ezio Vendrame passò i confini di Vicenza tanto che, durante la gita comunitaria del circolo vigili urbani a Palermo, gli amministratori del posto che ci ospitarono, vollero conoscere il vigile Dante di cui avevano sentito parlare come profondo conoscitore del codice della strada alludendo, ovviamente, anche alla sua fermezza nell’applicazione delle regole. Nel 1973 l’assessorato alla cultura del Comune “tempestò” la città con un poster che rappresenta la società vicentina del momento con i suoi personaggi più rappresentativi; dagli scolari all’alpino in

uniforme, al “careteo” dei gelati de “Brustolon” al cestino dei “caramei di Cisco”… tutti sotto il monumento di Andrea Palladio. Al centro, accanto al giocatore del Lanerossi, Ezio Vendrame, c’è il vigile Dante con casco e uniforme estiva. Alla sua destra altri miti vicentini come Araldo Geremia e Virgilio Scapin, travestito da sacerdote in abito talare e cappello romano. L’indovinata fotografia, opera di Oliviero Toscani, sarà pubblicata anche sulla stampa nazionale e in molteplici occasioni, su riviste e libri. In occasione dei suoi funebri avvenuti

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il 25 novembre 2016 ebbi a dire di lui ai presenti: “Ho avuto l’onore di essere stato comandante negli ultimi anni della sua lunga carriera di vigile urbano e poi di agente di polizia municipale e quindi di polizia locale. Ricordo che alla sera, al termine del servizio, nell’androne del comando, mi salutava militarmente dicendo, con sagacia e con il suo classico sorriso sotto i baffi: “Comandante anche oggi mi sono meritato la mia polentina”. A queste parole, ero certo che aveva profuso la sua esperienza e professionalità nei confronti dei cittadini

utenti, sempre rispettati e salutati militarmente prima e dopo il suo intervento regalando apprezzate “pillole formative” sul codice della strada. I suoi verbali erano una perfetta sintesi del dettato normativo. Si rivolgeva a tutti dando del lei e il suo forbito linguaggio spesso incantava. È stato esempio di stile e dedizione per i colleghi, come usava chiamare tutti i vigili urbani giovani ed anziani. Auspico che tale esempio, sia una bella strada da seguire per gli attuali agenti di polizia locale”. Enrico Rossi

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Spettacoli

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Il ciclo di spettacoli classici. Giancarlo Marinelli ha ideato un programma sul tema del ricordo e dell’immortalità

Olimpico, da Moni Ovadia a Drusilla Foer I

l ciclo di spettacoli classici autunnali ha un titolo fascinoso: “Domani nella battaglia pensa a me”. È un verso del “Riccardo III” di Shakespeare, ma anche il titolo di un romanzo del 1994 dello scrittore spagnolo Javier Marías, un’opera e una storia vorticosa e straniante, un cortocircuito che immette direttamente nei territori del sogno e dell’incubo. Ecco, il sogno che si confonde nell’incubo è la metafora del ricordo che trascende fino all’immortalità. Che è il tema attorno al quale ruota il ciclo dei classici. Così Giancarlo Marinelli, alla sua quarta stagione da direttore degli spettacoli classici, spiega le scelte artistiche: “Le opere mettono al centro l’agognare umano all’immortalità; e l’immortalità passa per la pretesa umana di lasciare agli altri un segno imperituro e indelebile del suo agire

e dipanarsi nella storia. Nel momento in cui l’uomo slega il suo essere percepito e ricordato da un ideale più alto (Stato/civiltà, dei/religione), finisce per essere equivocato, distorto, schiacciato da quello stesso girone immortale di cui non solo vuol far parte, ma che addirittura vuole governare. La bellezza ci sovrasta, ci prescinde, la bellezza ci schiaccia. Più pretendiamo di addomesticarla, di sostituirla, di alterarla, di soggiogarla, più risplende fino ad accecarci, ad annientarci. L’idea è quella di raccontare le azioni di uomini che sotto l’Olimpo e l’Olimpico han provato a piegarlo, a raggiungerlo, per finirne “drammaticamente” polverizzati. Con l’effetto quasi parossistico che di loro rimane uno spettacolo finito, mentre della Bellezza Olimpica il ricordo immortale”.

Il fascinoso titolo degli appuntamenti fra settembre e ottobre è: “Domani nella battaglia pensa a me”. Gabriele Vacis si confronta con il “Prometeo” di Eschilo, lo stesso Marinelli porta in scena Cocteau. Una conferenza di Antonio Stefani sull’assassinio del vescovo Cacciafronte nel duomo di Vicenza

Nelle foto, Drusilla Foer, Moni Ovadia e Giancarlo Marinelli, direttore degli spettacoli classici vicentini

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TRA LE INIZIATIVE IN PROGRAMMA 22, 23, 24 settembre ore 21 Teatro Olimpico

ASSASSINIO NELLA CATTEDRALE di Thomas Stearns Eliot con Moni Ovadia e Marianella Bargilli regia di Guglielmo Ferro 25 settembre ore 18 2 ottobre ore 18 Teatro Olimpico

La Tragedia Innocente ROMEO E GIULIETTA da William Shakespeare testo e regia Giovanna Cordova coreografia Silvia Bennet con i giovani attori di Tema Cultura Academy 29, 30 settembre ore 21 1 ottobre ore 21 Teatro Olimpico

PROMETEO

ispirato alla tragedia di Eschilo drammaturgia di Gabriele Vacis e PEM con le attrici e gli attori di Potenziali Evocati Multimediali regia di Gabriele Vacis 6 ottobre ore 19 e 20 partenza da Basilica Palladiana e proseguimento a Palazzo Thiene e Giardino del Teatro Olimpico Sezione Off

MILK WOOD

tratto da Under Milk Wood di Dylan Thomas con Jane Alexander, Emilio Solfrizzi, Giorgio Marchesi

progetto Ciclo di Spettacoli Classici in collaborazione con Arteven Circuito Regionale Multidisciplinare 7, 8, 9 ottobre ore 21 Teatro Olimpico

HISTOIRE DU SOLDAT musica Igor Stravinskij con Beatrice Venezi, Drusilla Foer, Andrè De La Roche multivisione Francesco Lopergolo regia Giancarlo Marinelli 14, 15, 16 ottobre ore 21 Teatro Olimpico spettacolo in lingua francese con sopratitoli in italiano

LA VOIX HUMAINE

di Jean Cocteau con Sophie Duez multivisione Francesco Lopergolo regia di Giancarlo Marinelli 15 ottobre ore 21 16 ottobre ore 15.30 e 18.30 Palazzo Thiene

La Tragedia Innocente ASSASSINIO NELLA CATTEDRALE A VICENZA. ORATORIO PER CACCIAFRONTE conferenza-spettacolo condotta da Antonio Stefani testo di Antonio Stefani con i giovani attori di Tema Cultura Academy produzione Tema Cultura

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Vicentini illustri

Lo scienziato. Il veneziano Giovanni Mocenigo visse a Vicenza ed era un genio. Dilapidò una fortuna per i suoi esperimenti

Anticipò Marconi, ma nessuno lo ringraziò Abitava a palazzo Rèpeta, che fu costretto a vendere per ripianare i debiti. Rifugiatosi a Romano d’Ezzelino, Mocenigo effettuò gli esperimenti di trasmissione elettromagnetica di cui parlarono i giornali del tempo, indicandoloappunto come “precursore” di Guglielmo Marconi

Giovanni Alvise Mocenigo e un disegno del suo “telefono e microfono convertito in stromento musicale”. Cento anni dopo il telefonino trasmette davvero musica

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n patrizio veneto precursore del Marconi: così titolava audacemente “La Gazzetta di Venezia” del 5 agosto 1897. Ma a chi si riferiva l’articolista? Quale mente illuminata manifestava doti inventive tali da contendere il primato all’allora giovane ma già affermato Guglielmo Marconi? Il riferimento era a Giovanni Alvise V Mocenigo, terzo discendente diretto dell’ultimo dei sette dogi prestati da quella illustre famiglia alla città di Venezia. Zannetto, come veniva chiamato affettuosamente dai suoi cari, era nato a Treviso l’11 aprile del 1822 ma si trasferì ancora fanciullo dal nonno materno a Vicenza, quel Luigi Sale che sposò la bella e irrequieta nobildonna Fiorenza Vendramin, morta suicida nel 1797. Nell’imponente residenza di palazzo Rèpeta, oggi ex sede della Banca d’Italia in piazza S. Lorenzo, circondato da una delle più fornite biblioteche cittadine con i suoi 9000 volumi, il piccolo Mocenigo ricevette dall’avo un’educazione varia e approfondita, entusiasmandosi però nell’apprendimento delle materie scientifiche, cui dedicherà l’intera sua vita. “S’appassionò siffattamente a tal genere di studi – scriverà suo figlio all’abate Rumor, intento a recuperare notizie per la sua monumentale opera sugli scrittori vicentini – che ne divenne scienziato distinto e conosciuto; ebbe amicizia e corrispondenza coi maggiori dotti del suo tempo che lo onorarono dei loro consigli e dei loro elogi”. I suoi interessi, infatti, spaziavano dall’astronomia alla vulcanologia, dalla meccanica alla meteorologia, dall’aeronautica alla fisica. La serie lunghissima di esperimenti, sfociati fin dal 1864 in numerose pubblicazioni scientifiche, dovette evidentemente mettere a grosso rischio le sue risorse finanziare visto che, nel giro di quindici anni, il Mocenigo si alleggerì della cospicua eredità di famiglia, come la libreria del marchese suo nonno (1852), il palazzo Rèpeta (1867), la splendida villa palladiana di Campiglia dei Berici e l’antico feudo di famiglia (1876). Trasferitosi nella sontuosa residenza di Ca’ Cornaro di Romano d’Ezzelino lì, “con un telefono situato in una stanza e l’altro a circa 300 metri di distanza in un chiosco di legno costruito appositamente nel prato del parco”, poté

attendere ai test di trasmissione elettro-magnetica ricordati dal quotidiano veneziano. Ma queste non furono le uniche esperienze scientifiche sul campo che gli valsero apprezzamenti e riconoscimenti. Mocenigo fu infatti l’inventore, ad esempio, delle caldaie solari, cioè di un “nuovo metodo per riscaldare l’acqua senza combustibile sia ad oggetto di ricerche scientifiche sopra il calore del sole, sia per scopi famigliari di bagni e cottura di vivande”, fra i suoi primissimi studi e certamente fra i più noti, seppur fra la ristretta cerchia delle sue conoscenze. Sì, perché il grosso cruccio del conte fu quello di assistere alla totale indifferenza del proprio paese per ogni benché minima forma di innovazione. Presentando la seconda edizione del suo studio sulle caldaie, Mocenigo se ne lamentava pubblicamente: “Dirò solo, come io schivo ed aborrente per natura e da un’ammirazione troppo cieca e da un’accoglienza glaciale con cui nel mio paese e nel resto d’Italia tutta si suole accogliere generalmente tutto ciò che sa di nuovo e può interessare il suo benessere ed i suoi destini, tanto più ove la novità parta da un concittadino non prima battezzato dal favore straniero, non ho voluto, né bramato mai estendere oltre la sfera di alcuni miei amici e compatriotti la conoscenza del mio importante ritrovato”. Ma si sa: nemo propheta in patria est. Un riconoscimento ufficiale comunque gli giunse: ottenne la nomina a cavaliere della Corona d’Italia, prima che la morte lo cogliesse a Verona il primo marzo 1893, lasciando ai posteri appena il ricordo di una pur schietta ed esaltante passione. Oreste Palmiero

• Chi è Oreste Palmero Oreste Palmiero è bibliotecario, archivista, musicista e storico della musica. Ha pubblicato diversi libri con l’Accademia Olimpica e lavora alla “Bertoliana”

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#Regione

Se la schermaglia è finita presto, con qualche battuta nel giro di un paio di giorni, andare a scavare dietro quelle affermazioni potrebbe portare a interessanti riflessioni. Il riferimento è alle frasi di Enrico Letta pronunciate di recente quando è giunto nel Veneto a sostenere le candidature del centrosinistra alle elezioni amministrative: “L’èra Zaia volge al termine – ha spiegato Letta – Lui ha interpretato il suo ruolo come governatore-uomo solo al comando. Una scelta che gli sarà anche servita in questi anni, ma credo lascerà per il centrodestra in Veneto un punto interrogativo enorme per il futuro e un vuoto che noi abbiamo intenzione di colmare”. Queste le frasi riportate nell’intervista a “La Piazza”, che potete leggere nella pagina successiva. Legittimo, naturalmente, che un esponente politico veda

Il Punto

Dopo di lui… di Antonio Di Lorenzo

per sé e il suo schieramento un futuro roseo e altrettanto comprensibile che lavori per raggiungere questo obiettivo. A rispondere al segretario del Pd è stato il giorno dopo Roberto Ciambetti, che lo ha ironicamente rassicurato: “Caro Enrico, non ti preoccupare, ci siamo noi a governare il Veneto”. Come dire: non ci sarà nessun vuoto da colmare nel 2025, quando Zaia lascerà palazzo Balbi. E dal punto di vista dei numeri le sue ragioni le ha. Alle elezioni il governatore ha ottenuto il 77% di gradimento. È

stato lo stesso Massimo Cacciari a ricordare che perfino suoi amici di sinistra, non sospettabili di simpatie leghiste, lo avevano votato. Potenza dell’immagine di buongoverno che Zaia s’è costruito in questi anni e ormai sono 17 che è in Regione. Ma davvero senza Zaia il bottino elettorale del centrodestra si sgonfierà come un soufflè? Davvero dopo di lui sarà il diluvio? Certamente il governatore ha un appeal personale ben maggiore dei partiti che lo sostengono. Ma vale la

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pena di ricordare che la Lega dal 1992, quando vinse a sorpresa le elezioni, e poi assieme a Forza Italia dal 1994, ha fatto man bassa di consensi in quel “centro” che era cresciuto per decenni alla scuola dei dorotei della Democrazia Cristiana e che, tanto per restare in tema regionale, aveva espresso alla presidenza prima il veronese Angelo Tomelleri e quindi Carlo Bernini. Davvero questi voti di centrodestra sono pronti a spostarsi in massa verso un faro di centrosinistra al punto da garantire al Pd veneto una vittoria elettorale tale da ribaltare l’andamento di trent’anni di votazioni? Lo scopriremo solo vivendo. Certamente l’elettorato veneto è moderato e il Pd da qui al 2025 dovrà ispirare a questi ceti, da sempre distanti dalla sua filosofia, tanta fiducia per intercettarli. Ma tanta.

L’intervista. Federico Caner, assessore regionale al turismo, agricoltura, commercio estero e fondi UE

“Torniamo alla normalità, ora serve stabilità” Assessore Caner, per il turismo possiamo finalmente parlare di ritorno alla normalità? “Il turismo in Veneto in epoca pre Covid segnava 18 miliardi di fatturato annui con 72 milioni di presenze turistiche, dimostrandosi di fatto la prima industria regionale, e permettendoci di arrivare al primo posto tra le regioni italiane per attrazione turistica. È chiaro pertanto che il settore merita ogni attenzione possibile ed è all’ordine del giorno di ogni sforzo per la ripresa economica. Il grande lavoro di squadra tra istituzioni e operatori ha permesso di rispondere alla sfida della pandemia offrendo servizi in linea con le rinnovate esigenze di sicurezza: gli indicatori hanno confermato, infatti, che i flussi del 2021 sono più che raddoppiati, con un +51,6% di presenze nei primi dieci mesi dell’anno rispetto al 2020”. Dal suo osservatorio come valuta questi mesi di decisa ripresa? “L’Osservatorio del Turismo Regionale Federato del Veneto (https://osservatorioturismoveneto.it/) è nato per monitorare l’andamento e valutare i

dati relativi al movimento turistico delle destinazioni turistiche regionali. L’esperienza dell’Osservatorio è stata resa possibile grazie al maestoso lavoro di squadra tra diversi stakeholders del mondo delle istituzioni e delle imprese e ci permette di avere in tempo reale non solo dati previsionali sulle prenotazioni ma anche la loro ricaduta economica e il sentiment del turista. La vera sfida è dare valore ai dati per costruire un’offerta sempre più in linea con le richieste del momento”. Ha affermato che la sostenibilità è la chiave per lo sviluppo consapevole del turismo, cosa intende? “Il turista vuole godere di un’esperienza naturale, a misura d’uomo, più accessibile e sicura, ed è disposto a spendere per averla. La sostenibilità rappresenta dunque l’elemento chiave per uno sviluppo consapevole del turismo. La sfida è proporre al turista nuove esperienze di fruizione del territorio che da un lato soddisfino queste nuove esigenze e che allo stesso tempo siano capaci di valorizzare tutti quei luoghi meno noti del territorio regionale, al di fuori delle mete più ricercate”.

La stagione balneare apre con gli interrogativi sulla direttiva Bolkestein, cosa devono aspettarsi gli operatori del settore? “Alla scadenza mancano meno di due anni e il nemico, non solo per coloro che fanno impresa ma anche per i Comuni chiamati di fatto a bandire le gare, resta ancora l’incertezza. È necessario intervenire con una normativa unica in grado, da un lato di tutelare le imprese di un comparto fondamentale per l’economia turistica nazionale e regionale e dall’altro di spingere

a un continuo miglioramento del servizio offerto. Sono sempre più convinto che tutti i Comuni balneari devono essere messi nelle condizioni di riconoscere ai concessionari uscenti gli investimenti fatti e di introdurre una premialità alle imprese che intendano investire in interventi di tutela e sicurezza delle aree costiere. Il Governo, in aperto confronto con l’UE, dovrebbe fare in modo che questa transizione avvenga senza arrecare danno ai nostri gestori. In Veneto esistono già esempi virtuosi di consorzi e operatori locali che

attraverso progetti di investimenti infrastrutturali hanno ottenuto concessioni con durata anche ventennale”. Da assessore all’agricoltura, di cosa ha bisogno il settore primario oggi? “Dopo le turbolenze c’è bisogno soprattutto di stabilità, per consentire ai nostri imprenditori di fare bene il loro lavoro. Il settore primario è sì più resiliente di altri in caso di crisi generalizzata ma è anche quello che ha tempi di ritorno degli investimenti più lunghi. In questo quadro va dato il giusto peso a due questioni fondamentali: l’innovazione da un lato e l’adattamento/ contrasto agli effetti del cambiamento climatico dall’altro. Ritengo inoltre che serve urgentemente una legge che protegga le nostre eccellenze agroalimentari dalle falsificazioni”. Agricoltura e turismo, il binomio è vincente? “Certo che lo è! Dove si mangia e si beve bene ci si torna volentieri. Il Veneto offre solo l’imbarazzo della scelta in questo senso. Agricoltura e turismo significa anche slow tourism, un modello di fruizione del territorio a misura d’uomo”.


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Centrosinistra. Il segretario del Pd Enrico Letta

Centrodestra. Raffaele Speranzon, Fratelli d’Italia

Segretario Letta, quali sono le previsioni per il voto alle amministrative in Veneto? “Sono molto fiducioso per Padova, Sergio Giordani è stato un grande Sindaco in questi cinque anni, ha dato stabilità, tranquillità e molti investimenti alla città. Non ho mai dovuto mettermi a sanare conflitti interni, questo è merito di Sergio Giordani. Un ottimo candidato con un fortissimo profilo civico, che noi vogliamo rilanciare e rendere ancora più evidente. Padova è nella parte felice della mia Moleskine. Ci sono le città per le quali tocca ogni volta cercare di mettere insieme le persone. Poi, c’è una pagina con tante città nelle quali, invece, si lavora bene. Ecco, Padova è una di queste.” Quali sono le prospettive e il ruolo del Partito Democratico in vista delle regionali 2025? “Il nostro giudizio sulle sue amministrazioni è noto per il lavoro che facciamo in consiglio regionale. I cittadini veneti hanno dato negli anni un giudizio diverso e più positivo del nostro. Ma il tempo di Zaia come governatore e come Presidente del Veneto è un tempo che sta per terminare. Zaia ha interpretato il ruolo di un governatore un uomo solo al comando, insostituibile. Una scelta che gli sarà anche servita in questi anni ma credo lascerà per il centrodestra in Veneto un punto interrogativo enorme per il futuro e un vuoto che noi abbiamo intenzione di colmare. Se non si è protagonisti in Veneto non si può ambire a governare il Paese”. Come affrontare la crisi economica innescata dal conflitto ucraino? “Ci aspettiamo dal governo interventi sulle bollette elettriche, sul costo dell’energia, sui carburanti e sulle bollette per le famiglie. La nostra proposta è un assegno energia che sia in grado di compensare sia le imprese sia le famiglie e crediamo sia necessario pagarlo con una tassa pesante sugli extrapro-

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“Il Veneto è centrale per il nostro Paese”

fitti che le aziende petrolifere ed energetiche hanno fatto in questo periodo. Accanto a questo insistiamo molto per un intervento a sostegno dei salari. i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa, se il costo della vita cresce a dismisura, con quei salari non si regge il costo della vita. Questa è l’equazione su cui c’è bisogno di intervenire: o si abbassano i salari o si abbassa il costo della vita o si fanno entrambe le cose. Sono convinto che il governo saprà cogliere questo grido di dolore dal Paese e sia in grado di intervenire per far sì che non esploda la recessione. Non si può intervenire a incendio divampato, perché i costi sarebbero dieci volte superiori”. Gli eventi delle ultime settimane hanno reso più evidente come Giorgia Meloni si sia chiaramente candidata a premier. Qual è la vostra posizione? “Abbiamo una grande responsabilità. Non vorrei che il nostro Paese si mettesse in scia con i paesi dei premier che l’hanno sostenuta a Milano: quelli di Polonia e Repubblica Ceca. L’Italia è un paese che pensa ad altro. Deve andare in un’altra direzione che non è la direzione della destra Euroscettica, ma di un pese che lavora per un’Europa forte, integrata solidale, per la pace. Lavoriamo per essere all’altezza della sfida che Giorgia meloni ha lanciato a Milano e per batterla nelle urne”. In che modo? “Lo facciamo con un partito più unito possibile rilanciando il lavoro di democrazia partecipativa che attraverso l’Agorà democratica sta dando degli ottimi risultati. L’unità interna del nostro partito è uno dei risultati di cui sono più soddisfatto di questo anno di segreteria. Ma l’obiettivo più importante è quello di convincere i giovani che il nostro partito è il partito che si occuperà di loro. Il partito del futuro dei giovani che cerca di dare all’Italia un futuro europeista, solidale, democratico e progressista”. Sara Busato

“Noi impegnati a costruire l’alternativa di governo” entrodestra unito, per governare le città venete e affrontare le elezioni politiche del 2013. Raffaele Speranzon, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale, delinea la strategia del partito. Cosa vi aspettate dal voto nelle città venete? “Anzitutto dobbiamo constatare che in questi anni Fratelli d’Italia ha registrato un trend di costante crescita, anche per questo abbiamo anche abbiamo alcun candidati sindaci più. Ci aspettano le sfide importanti nelle grandi città, a partire da Verona dove ci presentiamo con un nostro candidato, sostenendo la rielezione del sindaco uscente Federico Sboarina. Con la stessa determinazione e con la volontà di ottenere risultati importanti sosterremo Peghin a Padova e De Pellegrin a Belluno con le nostre liste. Nel veneziano attenzione anche a Jesolo dove corre il nostro candidato De Zotti. L’unità del centrodestra è sempre il nostro obiettivo di governo. Fratelli d’Italia non tradirà mai il patto con i propri elettori e si porrà sempre come alternativa al Pd e al Movimento 5 Stelle. Dobbiamo creare le condizioni affinché i nostri alleati naturali concorrano con noi a costruire un’alternativa vincente”. Quale il vostro ruolo nella maggioranza in Regione? “In consiglio e in giunta abbiamo cercato di portare la voce delle imprese e delle famiglie, non solo a spingere l’amministrazione regionale a fare quanto nelle sue possibilità ma anche a pretendere dal governo nazionale delle risposte su temi come il caro bollette, sul quale ancora non vediamo scelte rassicuranti rispetto nei confronti di imprese e famiglie. Non otterremo nulla di buono finché buttiamo 8,8 miliardi di euro l’anno nel reddito di cittadinanza. L’unico mondo per combattere la povertà è creare lavoro”. Come va con la Lega in Veneto? “Con la Lega c’è un rapporto leale, che si sta anche evolvendo nel tempo, il nostro obiettivo è di accrescere la no-

stra rappresentanza anche a livello parlamentare, oltre che nei consigli regionali. I parlamentari veneti devono fare interessi dei veneti, come hanno dimostrato in occasione delle elezioni per il presidente della Repubblica, votando per il trevigiano Carlo Nordio”. Come vi preparate alle elezioni politiche del 2023? “Fra un anno i cittadini dovranno avere la possibilità di scegliere un governo senza ministri e sottosegretari di Pd e 5 Stelle. C’è bisogno di un fronte unito che comprenda le forze di centrodestra, la nostra è una condivisione di valori alternativi. I governi che ci sono stati in questi anni non saranno rimpianti dal popolo italiano perché non avevano un indirizzo politico chiaro e non hanno prodotto grandi risultati e scelte utili per la comunità. Un governo tra forze affini che hanno molti punti in comune diventa più efficace per realizzare le richieste degli elettori. Chi vota per un partito di centrodestra non credo sia contento di vedere ministri del Pd. L’elettore di centrodestra che sceglie Fratelli d’Italia mette il voto in cassaforte”. Cosa aspettarci sul fronte Covid? “Noi diciamo basta alla sottrazione di diritti costituzionali, basta al Green pass. Abbiamo adottato le misure più restrittive in Europa ma questo non ha portato ad un risultato migliore di altri Paesi”. Infine, che dire della guerra in Ucraina? “Dobbiamo agire a livello europeo, rafforzare il peso dell’Europa all’interno della Nato, dove invece oggi conta ancora troppo poco. Un’Europa più forte sulla scena internazionale va anche a beneficio dell’Italia. Intanto i danni provocati dalle sanzioni alla nostra economia dovranno essere compensati finanziariamente. E’ giusto mettere le sanzioni ma è altrettanto giusto che non siano gli italiani a pagarne le conseguenze”. Nicola Stievano


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L’anniversario. Il Presidente della Repubblica Mattarella: “La presenza sul territorio è un capitale prezioso”

Poste Italiane, 160 anni di storia per costruire il futuro T

aglia il traguardo dei 160 anni Poste Italiane, la cui storia va a braccetto con quella dell’Italia unita. Un compleanno speciale, celebrato insieme al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha sottolineato il percorso compiuto in più di un secolo e mezzo di storia accompagnando la crescita del Paese con spirito di servizio, slancio innovativo, vicinanza al territorio e inclusione di tutte le comunità. Una vocazione sociale confermata anche durante la pandemia, quando Poste Italiane ha garantito i servizi essenziali ai cittadini ed ha contribuito alla campagna di vaccinazione nazionale con la distribuzione di più di 30 milioni di dosi di vaccino e la realizzazione di una piattaforma informatica a disposizione delle Regioni per le prenotazioni. Quello della presenza capillare sul territorio italiano “è un capitale prezioso per il quale va ringraziato Poste Italiane: l’azienda ha

accompagnato la trasformazione economica e sociale del paese, queste trasformazioni le ha vissute e fatte proprie” ha detto Mattarella, in occasione dell’evento per i 160 anni, ringraziando con “riconoscenza pubblica tutte le donne e gli uomini di Poste Italiane che ogni giorno sono al servizio del Paese”. In Veneto Poste Italiane conta 1035 uffici postali, 577 sportelli Postamat; 154 centri di recapito; 9.200 dipendenti in maggioranza (58%) donne; oltre 1.1000 assunzioni a tempo indeterminato dal 2020 ad oggi; 3 milioni di vaccini consegnati in Veneto durante la pandemia. In 160 anni Poste Italiane si è evoluta anche così: se prima erano solo lettere e telegrammi oggi ci sono i pacchi dell’e-commerce, il wi-fi gratis in 500 uffici postali, e le 2,7 milioni di carte Postepay. Nel prossimo futuro della azienda c’è il progetto Polis che porterà i servizi digitali della pubblica ammini-

strazione nei Comuni più piccoli e coinvolgerà 4.800 uffici postali in Italia, 368 in Veneto. “È un progetto molto ambizioso, il Governo ha allocato 800 milioni di euro, è partito con l’approvazione del fondo complementare al Pnrr, sono già partiti i bandi e le gare di appalto,- ha detto l’Amministratore Delegato di Poste

In Veneto sono attivi oltre mille uffici postali con 9.200 dipendenti, 1.100 neo assunti negli ultimi due anni Italiane, Matteo Del Fante. - L’azienda ha trasformato i suoi asset logistici e la sua rete di prossimità per rispondere con successo ai cambiamenti globali, ha sviluppato i servizi digitali di pagamento e comunicazione, conservando il suo ruolo di tutore del risparmio degli italiani”. Grazie alla sua infrastruttura capillare e unica, e ben prima dell’avvento di internet e delle

comunicazioni digitali, Poste Italiane ha saputo mettere in rete l’Italia intera, grandi città, piccoli Comuni, borghi montani e isole. Ha favorito la coesione sociale aiutando gli italiani a parlare la stessa lingua e ha legato il Paese con un filo lungo e robusto che passava dai suoi uffici postali, i suoi portalettere, i suoi servizi logistici e di telecomunicazione. “Credo di poter affermare che nessuna azienda conosce e vive il Paese come noi – ha aggiunto la Presidente di Poste Italiane, Maria Bianca Farina – e posso confermare che continueremo ad essere vicini

agli italiani. Poste ha coniugato tradizione e innovazione, adeguando continuamente la sua missione ai tempi, ed ha saputo modernizzarsi per rispondere al meglio al suo compito”. “Ringrazio e rivolgo il mio augurio a tutte le 121.000 persone di Poste che ogni giorno mettono la loro professionalità e la loro esperienza al servizio degli italiani – ha concluso Giuseppe Lasco, Condirettore Generale di Poste Italiane – Stiamo parlando di donne e uomini che rappresentano un inestimabile patrimonio di umanità e competenza”.


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Il protocollo d’intesa. Sinergia fra Confindustria Venezia, Hydrogen Park e Stazione sperimentale

Il vetro di Murano punta sull’idrogeno verde Al via il progetto per la conversione dei forni L’impennata dei costi del gas metano e la delicata situazione geopolitica attuale hanno accelerato la transizione energetica delle aziende artistiche dell’isola

L

e vetrerie di Murano si stanno preparando alla transizione energetica e puntano ad alimentare le proprie fornaci con miscele variabili di idrogeno e gas metano. Solo una sperimentazione, per ora, ma la tutela del Pianeta, i costi del gas e il conflitto in Ucraina stanno accelerando l’urgenza di un cambiamento anche in quella che è una delle produzioni artistiche più conosciute e apprezzate al mondo. A fine aprile è stato dato il via al progetto, siglato con un protocollo d’intesa fra la sezione Vetro di Confindustria Venezia, Hydrogen Park di Porto Marghera e la Stazione sperimentale del vetro. “L’impennata dei costi dell’energia e l’incertezza dettata dai nuovi scenari geopolitici stanno portando le aziende del vetro a individuare e utilizzare combustibili da fonti rinnovabili come l’idrogeno verde. La firma del protocollo d’intesa rappresenta un importante passo in questo senso”, ha affermato Martina Semenzato, presidente della sezione Vetro degli industriali veneziani, che ha spiegato come lo studio in fase di avvio permetterà di valutare la fattibilità di una transizione tecnologica ed energetica all’interno delle fornaci mu-

ranesi, “per poter tornare a guardare il futuro con fiducia”. Una fiducia che nei mesi scorsi era stata minata dall’impennata del prezzo del gas metano: il Governo è intervenuto – grazie all’approvazione in Parlamento di un emendamento con il deputato veneziano dem Nicola Pellicani come primo firmatario – calmierando il prezzo, oltre che per le imprese fortemente energivore, anche alle piccole realtà come le vetrerie di Murano. L’obiettivo del progetto è la conversione dei forni fusori. La collaborazione prevede il testing e lo sviluppo su scala industriale di tecnologie che portino al passaggio dall’utilizzo di idrocarburi all’idrogeno verde. A tal fine saranno eseguiti dei test qualitativi sui prodotti in vetro artistico realizzati durante la sperimentazione. Alla Stazione sperimentale del vetro il compito di condurre lo studio del prototipo e di seguire l’intero percorso di trasferimento tecnologico sul piano industriale: dovrà essere costruito e messo in opera un forno di prova e successivamente verificare quantitativamente le performance di un forno a scala produttiva. L’individuazione di un’impresa disponibile alla prima fase del progetto

spetta a Confindustria Venezia. I test sul campo a scala produttiva saranno effettuati su una o più imprese. La gestione della materia prima, ovvero l’idrogeno verde, è affidata a Hydrogen Park, pronto a mettere a disposizione le proprie conoscenze e competenze nell’implementazione del vettore energetico nei processi e il supporto tecnologico dei propri partner nella gestione, nella consegna e nell’esercizio industriale dell’idrogeno verde, totalmente derivante cioè da fonti rinnovabili e a impatto ambientale zero. Per Andrea Bos, presidente di Hydrogen Park, con quest’intesa “si valorizza la

capacità produttiva e artistica di Venezia, applicando la strategia energetica europea e mettendo a frutto il know-how del Consorzio per l’idrogeno”. Un cammino verso la trasformazione del tessuto economico locale che “al tempo stesso preserva la specificità dei processi industriali e l’antica tradizione vetraia veneziana, favorendo la decarbonizzazione e la sostenibilità del settore”. Secondo il direttore generale della Stazione sperimentale del vetro, Stefano Manoli, “la produzione di vetro artistico muranese si trova oggi di fronte a una sfida di portata epocale: gli elevati costi dell’energia, l’attuale

congiuntura economica e geopolitica e, non ultimi, gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione e di neutralità climatica assunti a livello europeo stanno portando le fornaci dell’isola verso un bivio competitivo ed evolutivo cruciale”. Ecco che traghettare le vetrerie artistiche di Murano verso un futuro pienamente sostenibile “sarà possibile solo attraverso uno sforzo congiunto tra realtà produttive, istituzioni del territorio e centri di ricerca, volto a promuovere l’adozione di tecnologie green, come la combustione di idrogeno prodotto da fonti rinnovabili”. (s.s.)


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La fondazione. Il nuovo ente partecipato sarà aperto a partenariati pubblico-privati senza scopo di lucro

Comune di Treviso, Unipd e Ca’ Foscari insieme per le buone pratiche ambientali U

na fondazione per sviluppare le buone pratiche ambientali della città. Nasce a Treviso e ha come partner fondatori il Comune e i due atenei che danni hanno le proprie sedi distaccate nel capoluogo della Marca, le Università di Padova e di Ca’ Foscari. Il consiglio comunale ha già espresso parere favorevole alle linee guida approvate dalla giunta guidata dal sindaco Mario Conte e ipoteticamente per l’estate – dopo che i due senati accademici avranno deliberato – sarà redatto lo statuto, sarà deciso il nome e si inizieranno ad aprire le porte ai soggetti economici e istituzionali che vorranno farne parte. L’obiettivo è la costituzione di un ente capace di favorire percorsi partecipati che, da qualunque angolazione si ragioni, abbiano al centro la sostenibilità. Ambiente, natura e paesaggio, ma non solo. Tutto deve convergere: urbanistica, edilizia, economia. E tutto deve avere una visione che parte dall’ambito locale, ma si sviluppa a livello nazionale e internazionale. L’idea è nata quando alla fine della scorsa estate Treviso ha partecipato a Lahti, in Finlandia, all’European Green Leaf 2022, premio per la sostenibilità ambientale promosso dalla Commissione Europea che valuta i risultati rag-

giunti dai comuni fra i 20mila e i 100mila abitanti basandosi su una serie di dodici indicatori ambientali e sulle progettualità che vengono messe in campo dalle amministrazioni locali. Le città più verdi d’Europa sono risultate l’olandese Winterswijk e la portoghese Valongo, ma Treviso è arrivata comunque sul podio delle cinque più virtuose ed era la prima volta per un’italiana. “Durante quell’esperienza, grazie al confronto con gli amministratori e i tecnici delle più importanti città europee, abbiamo compreso come anche in campo ambientale sia tanto importante quanto necessario fare squadra con il mondo accademico, che può portare ulteriori elementi di visione”, spiega Alessandro Manera, assessore trevigiano all’ambiente. “La nuova fondazione – continua l’amministratore – ci permetterà di essere ancora più efficaci nella condivisione delle buone pratiche che uniranno non solo l’ambiente ma anche la mobilità e le politiche comunitarie”. La città ha già deciso di partecipare all’edizione 2023 dell’iniziativa, che si terrà a Grenoble, e la fondazione sarà utile a riunire progettualità, opportunità di ricerca e buone pratiche per mettersi nuovamente in gioco. Soprattutto, però, sarà il pun-

Alessandro Manera (assessore all’ambiente): “Fare squadra con il mondo accademico può portare nuovi elementi di visione”. Le linee guida sono già state approvate dal consiglio comunale. Quando i senati dei due atenei avranno deliberatosi passerà alla redazione dello Statuto Alessandro Manera

to di partenza per un nuovo modo di pensare al presente e al futuro del territorio. La parola d’ordine della fondazione sarà “partecipazione”. Quindi apertura totale verso il partenariato pubblico-privato senza scopo di lucro e un patrimonio destinato al raggiungimento di un obiettivo predefinito e invariabile fissato nell’atto costitutivo. Una struttura aperta a tutti i soggetti che ne condividano gli scopi nella ricerca scientifica, nella raccolta di dati, informazioni e conoscenze nel campo ambientale, nella produzione di energie rinnovabili, nel monitoraggio e nella salvaguardia delle risorse naturali, nei processi di gestione e pianificazione del territorio e le misure da adottare in relazione alla presenza di agenti inquinanti, oltre che per l’informazione e la sensibilizzazione delle varie componenti sociali.

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La trevigiana Da Ros nuova vicepresidente di Confindustria con delega ad ambiente e sostenibilità Katia Da Ros è la nuova vicepresidente di Confindustria, con delega ad ambiente, sostenibilità e cultura. Trevigiana, ad dell’azienda Irinox di Corbanese di Tarzo, Da Ros è una dei tre nuovi vice del presidente dell’associazione degli industriali Carlo Bonomi per il biennio 2022-2024 e succede a un’altra trevigiana, l’ex presidente di Assindustria Venetocentro Maria Cristina Piovesana, che si è dimessa dalla carica. “Il Veneto è ben rappresentato nella nuova squadra dirigente ed è in buone mani. Da Ros – ha commentato il presidente della Regione Luca

Zaia – è una grande esponente dell’orgoglio veneto, che realizza 180 miliardi di Pil con le sue 600mila imprese primeggiando nell’export. Con questa nomina è stato riconosciuto il ruolo importante che gli spetta”. Il presidente degli industriali di Padova e Treviso, Leopoldo Destro, ha voluto ricordare che l’esperienza di Katia Da Ros è iniziata in Unindustria Treviso: “Il suo percorso associativo e la sua attiva presenza nell’educazione e la cultura rappresentano una risorsa significativa per tutto il nostro sistema d’impresa ed è garanzia di continuità”. Destro, a

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laPiazza, laPiazzaweb.it, laPiazza24. nome di tutti gli associati, ha voluto ringraziare Piovesana “per la forza e convinzione nel suo impegno in questo biennio in Confindustria, punto di arrivo in una storia di rappresentanza per le imprese e il territorio che rimarrà di esempio anche per il futuro”. (s.s.)

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MAGGIO2022 2022 MAGGIO

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Salute Il vademecum

Di tutti i tipi e di tutti i colori: un carico di salute e benessere

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Frutta e verdura, il decalogo per vivere meglio Vuoi mettere in evidenza il tuo Studio o la tua Attività Sanitaria? Fallo con laPiazza Salute Contattaci su commerciale@givemotions.it

i avvicina la bella stagione e si moltiplicano le varietà di frutta e verdura che consentono di realizzare piatti appetitosi e insieme sani per aumentare così il carico salute di una corretta alimentazione. Consumare ogni giorno almeno 5 porzioni di frutta e verdura migliora infatti sensibilmente la qualità della vita, contribuendo anche alla riduzione della mortalità di alcune malattie croniche come ictus, diabete, tumori e tantissime malattie cardiovascolari Il Ministero della Salute ha messo a punto un decalogo proposto proprio per il consumo di frutta e verdura, un vademecum che l’Ulss 2 Marca Trevigiana ha ripreso e riproposto nella sua pagina Facebook per sensibilizzare gli utenti. Il primo punto è forse tra i più noti, ma non sempre messo in atto. Si tratta del numero di porzioni di frutta e verdura da consumare al giorno, almeno 5 sono le indicazioni, compresa quella pronta al consumo, senza sale e/o zuccheri aggiunti.

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Salute una Rubrica autorevole di Educazione Sanitaria


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Salute Salute

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Una corretta igienizzazione è indispensabile per evitare gravi infezioni, ce lo porta la pandemia negli ultimi due anni

Il consumo abituale previene e riduce la mortalità di malattie croniche

L’importanza delle…mani pulite

Di tutti i tipi e di tutti i colori: un carico di salute e benessere E’ consigliabile variare anche la scelta dei colori e orientarsi nella scelta verso la stagionalità dei prodotti. Il consiglio numero 2, invece, è quello di avere sempre una scorta, ben in vista in frigo e nel surgelatore, di frutta e verdura, in modo da poter tenere sempre a portata di mano ciò che serve. E’ da sfatare, e questo è il terzo punto, il luogo comune che vuole le verdure solo come contorno, in realtà finocchi, carote, sedano, pomodorini e tanti altri ortaggi possono essere consumati come snack, validissimi per mettere a posto la sensazione di fame in modo salutare. Il quarto punto ribadisce l’apporto in termini di energia che deriva dal consumo di frutta fresca che consente a chi lavora o studia di ripartire con la giusta carica. Le verdure come condimento per un bel primo è il quinto punto del decalogo. Si possono realizzare gustosi piatti e consumare così una delle due o tre pozioni giornaliere di verdure consigliate. Sì ai peccati di gola, anche se con moderazione, e soprattutto, perché no, con il ricorso alla frutta. Un bel dolce fatto in casa con aggiunta di alla preparazione di frutta sarà più gustoso e saziante. Punto numero 7: non si butta via niente! Il consiglio è di usare ogni parte dei prodotti vegetali. Con i gambi della verdura si possono cucinare saporite zuppe o anche il brodo. Dal frullatore o dall’estrattore si possono recuperare i residui della frutta o della verdura e aggiungerli alla bevanda preparata, consentiranno di assorbire non solo vitamine ma anche le fibre della verdura. Un piatto unico, proposto un paio di volte a settimana, è l’ottavo suggerimento utile per stare in forma mangiando sano. Una zuppa a base di cereali e legumi rappresenta un’ottima proposta. La verdura non va cotta troppo, croccante dà il meglio di sé, perché mantiene i suoi nutrienti e aumenta la sensazione di sazietà. Il buon esempio, infine, rappresenta sempre la carta vincente per educare i più piccoli alle buone pratiche in modo credibile e convincente.

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na corretta igienizzazione delle mani, oltre a garantire un’adeguata igiene personale, serve ad impedire la quotidiana trasmissione di germi. Un gesto semplice e veloce, basta un minuto, che ci permette di essere protetti e sicuri. Negli ultimi due anni la pandemia ce lo ha insegnato: si tratta di una pratica semplice ma fondamentale nella prevenzione delle infezioni trasmissibili. Un concetto ribadito più volte anche nel corso della Giornata Mondiale dedicata all’igiene delle mani, celebrata lo scorso 5 maggio. E’ importante lavarsi le mani, prima e dopo aver mangiato, prima e dopo aver avuto un contatto con un malato, prima di toccare le zone più sensibili del proprio corpo (occhi, naso e bocca) e dopo essere stati in luoghi pubblici. L’utilizzo delle soluzioni alcoliche, frizionando il palmo con il dorso della mano per almeno 30 secondi, è utile se le mani non sono visibilmente sporche, altrimenti è indispensabile lavarle con acqua e sapone. Attraverso le mani passa dunque anche la salute, lo ha voluto ricordare ai più piccoli il Servizio Controllo e Prevenzione Infezioni dell’Ospedale di Camposampiero (Ulss 6 Euganea) che, grazie alla sinergia e al supporto delle educatrici e del personale della pediatria, ha coinvolto – attraverso il progetto “L’igiene delle mani comincia da piccoli” - i giovani e i giovanissimi

L’iniziativa dell’Ospedale di Camposampiero

pazienti dell’Unità Operativa di Pediatria e i bambini frequentanti il nido aziendale. L’obiettivo è quello di far capire fin dai primi anni di vita, attraverso l’approccio sensoriale, stimolo importante per l’apprendimento, quanto sia importante il lavarsi correttamente le mani. Lo scorso 5 maggio, all’asilo i bambini durante il gioco si sono “contaminati” le mani di colore e di terra e sono stati invitati a descrivere la sensazione di “sporco” e successivamente è stato chiesto loro di lavarle, vedere come “cambiavano” e descrivere la sensazione del “pulito”. Ai bambini della Pediatria, ricoverati, è stato chiesto di creare un disegno che richiami l’igiene delle mani. Tutti i bimbi coinvolti hanno ricevuto, da parte della Direzione Medica, un attestato di partecipazione e un simpatico “Manopoli”.

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Salute

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Il turismo medicale in-out going I

l turismo medico, ancora poco conosciuto in alcuni paesi, sta crescendo in maniera esponenziale negli ultimi anni. In breve, il Turismo Medicale è il movimento dei pazienti da uno stato all’altro alla ricerca di cure mediche. I motivi di un viaggio di questo tipo sono la ricerca di cure migliori ad una tariffa più conveniente, oppure la ricerca di cure ad alto livello di specializzazione non presenti nel proprio stato di residenza. Ad esempio italiani che si spostano in Croazia per cure Dentali, o in Turchia per trapianto capelli ma anche di Svizzeri che cercano cure dentali e medicina estetica in Italia, o Svedesi che si muovono verso L’ Ungheria. I flussi sono molti, riguardano tutte le nazioni e tutti i continenti, cambiano e si modificano anche se non lo percepiamo. BOOKINGSMED.COM la rivoluzione digitale BookingsMed è un Marketplace di prenotazione di servizi sanitari a pagamento sia B2B che B2C. Collega principalmente agenti di viaggio e facilitatori internazionali con fornitori di servizi sanitari in Italia e all’estero. La piattaforma è ora in fase di popolamento ed è aperta a qualunque clinica, centro termale, ospedale o medico così come ad agenzie di viaggio, facilitatori e fornitori di servizi che desiderano stabilire nuove partnership e flussi di pazienti da e verso l’Italia.

A chi è rivolto? Seguendo i trend del mercato, le specialità più richieste comprendono malattie respiratorie, riabilitazione fisica, pacchetti termali, servizi odontoiatrici, estetica, fecondazione in vitro, trapianto di capelli e check-up, second opinion, medicina estetica, ma grazie all’avvento delle video consulenze il campo di applicazione è estensibile a 360°. È un’opportunità per stabilire connessioni dirette con nuovi clienti e con nuovi partner che stanno cercando centri e medici per le cure. Registrazione gratuita su www.bookingsmed.com/register.html World Fine Selections srl e Taste for you Service srl, sono le aziende che dal 2016 organizzano il meeting internazionale EMT European Medical Tourism. Al nostro primo incontro hanno partecipato 20 Buyer e 20 Sellers. Nell’edizione del 2021 hanno partecipato 100+ Buyer, 20+ Speaker e 100 Sellers. Vivendo da molti mesi a stretto contatto con gli operatori, abbiamo riconosciuto la necessità di creare un ambiente in cui l’informazione tra domanda e offerta fluisca in modo istantaneo, semplice e trasparente. Il nostro rapporto quotidiano con partner e corrispondenti esteri ci permette di mantenere un network internazionale e una visione costantemente aggiornata sulle tendenze di mercato, ten-

denze attuali e novità nel mondo. Nell’agosto 2020 abbiamo costituito l’Associazione Italiana per il Turismo Medico e abbiamo deciso di stabilire una partnership per EMT 2021. Miriamo ad aprire l’evento a partner e associazioni internazionali per una crescita autorevole nel campo del Turismo Medico. EMT 2022, giunto alla sua 6a edizione, si svolgerà a giugno ad Abano Terme. Partecipano rappresentanti di centri medici europei, centri di riabilitazione, società estere di servizi medici, centri Termali,

Medical Hotel e Medical Spa, Assicurazioni del turismo medico, facilitatori, agenti di viaggio e medici. EMT 2022 comprende conferenze, tavole rotonde dove analizzare flussi e tendenze del mercato; tavoli di lavoro e Incontri B2B; Vi auguriamo un’esperienza positiva nella partecipazione al nostro evento! Programma, costi e registrazioni su: www.wfsevents.com/emt-2022european-medical-tourism

EMT 2022 - ABANO TERME ITALY 07-08-09 of June, 2022 Web: http://www.emt2016.net www.wfsevents.com/emt-2022-european-medical-tourism


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Antenore gas e luce per la casa, per l’impresa Segui i tuoi sogni. Goditi la tua energia. Antenore condivide molti progetti con Associazioni e Società che lavorano soprattutto con i giovani nel campo sociale e nello sport. Perché sa quanta Energia ci vuole per realizzare sé stessi e i propri sogni. Ogni frammento di sogno che si avvera è la miglior prova del valore della nostra Energia.

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Stili di vita

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La quotidianità affrontata con ironia. A chi parla di ripristinare il servizio militare, ricordo la mia esperienza

Per i giovani alpini c’era ben di peggio che i muli testardi: seguire l’Aida all’Arena Era il 1989 e un capitano appassionato di lirica ci obbligò diventare melomani inconsapevoli. Da Belluno ci portarono a Verona, ma la nostra partecipazione fu più simile a Mash e a Lino Banfi che non ai raffinati teatri verdiani

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gni tanto qualcuno rispolvera l’argomento del ripristino della leva obbligatoria, cioè il servizio militare. Vedendo in giro così tante giovani e inconsulte schiene da raddrizzare, non sono contrario, anzi, solo a patto di non essere chiamato un’altra volta, avendo già servito nel lontano 1989 nel fu battaglione alpini Belluno, ex brigata alpina Cadore. La prima cosa che si impara alla leva è dire addio. Subito al mondo civile e poi dopo un mese di addestramento anche ai compagni/fratelli di plotone: dopo il giuramento ognuno parte verso il proprio incarico, chi il fuciliere assaltatore, chi l’aiutante di sanità, il cuciniere, il radiofonista, il conducente di muli. Un trauma dopo l’altro con licenza parlando, perché se penso al mio povero nonno Luigi, prima fante sul Carso e poi mitragliere sul Grappa, un po’ mi vergogno. Cavaliere di Vittorio Veneto, alla fine della guerra non si tolse la divisa per mesi, dormendo su una sedia accanto all’uscio di casa, sempre pronto a scappare da una trincea scavata nella mente. Paragonato al suo, il mio militare è stato una lunga puntata di Happy Days. Circa a metà leva, a luglio, un capitano amante della lirica, organizzò una gita di battaglione a Verona per

assistere all’Aida. Dal momento che la lirica sta ai soldati di leva come il tartaro agli igienisti dentali, accadde che a pochi giorni dalla partenza, sui 40 biglietti gratuiti ne erano disponibili ancora 40, e dunque il capitano arruolò d’ufficio un folto gruppetto di volontari-melomani a loro insaputa. Oltre al sottoscritto, tra gli intrappolati della mia compagnia c’erano gli autisti Salgàro e Costini, i cucinieri Munaretto e Dal Piaz e i manovali Stradiotto e Chiuppese, oltre a un manipolo di più civilizzati “scritturali”, vale a dire soldati con mansioni impiegatizie. Appena lasciata la caserma, una dionisiaca atmosfera da gita scolastica s’impadronì della corriera. Salgàro e Costini si annidarono sul fondo e si accesero subito delle canne grandi come ceri pasquali, mentre Stradiotto e Chiuppese si attaccarono a delle borracce piene di brandy. Il cuciniere Munaretto, sofferente di nervi, piangeva. Dato che il collega Dal Piaz ostentava nei suoi confronti una certa disumana indifferenza, ne ebbi pena e mi avvicinai. Intorno a loro c’era il solito vuoto. I cucinieri, che trascorrevano metà tempo nelle cucine e metà agli infernali macchinari asciugastoviglie, erano

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infatti impregnati di un odore che prendeva alla gola, un’essenza di rancida e corrosiva rigovernatura di piatti irrisolvibile da qualsiasi umano detergente. Potevano frequentarsi solo tra di loro. Prima di soccombere al suo letale fetore, riuscii comunque a distrarlo, raccontandogli di un miracoloso deodorante al muschio islandese da poco in commercio. Mi ringraziò a modo suo, con una raffica di bestemmie. Arrivati all’Arena, il capitano consegnò a ciascuno il biglietto di ingresso. C’era tempo per mangiarsi un panino e girammo un po’ per la città, nota parzialmente al Costini, ultras del Modena che era stato al Bentegodi. Lasciata la birreria in ritardissimo, entrammo all’arena durante l’intervallo, ondivaghi come pipistrelli. Salendo gli spalti, Costini trasfigurò

subito nel Gassman tifoso romanista dei “Mostri” di Dino Risi e raggiunto il punto più alto della gradinata, ci guardò con l’occhio spiritato. Adagio, piano, e sempre più forte, intonò: “Ai-da, Ai-da, va-ffan-xxxo! Ai-da, Ai-da, vaffan-xxxo!”, che divenne presto un coro più alpestre che alpino. Stradiotto e Chiuppese saltavano come scimmie, Munaretto e Dal Piaz si sbracciavano effondendo vapori tossici, mentre Costini dirigeva da perfetto sciamano ultrà, col braccio che si muoveva su e giù verso la platea trasformata in rettangolo di gioco. Durò un minutino, una grande risata si levò dal pubblico, poi l’opera riprese e noi ci stendemmo sui gradini a osservare un’infinità di stelle. Come i giorni che mancavano al congedo.

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Alberto Graziani

• Chi è Alberto Graziani

Vicentino, è giornalista, scrittore, disegnatore, vignettista. Collabora con testate nazionali, da “Il Fatto” ad “Avvenire”. E con “Il Vicenza”

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Enogastronomia

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Il personaggio. Il giovane cuoco propone una versione particolare del celebre piatto. E intanto apre il nuovo locale all’hotel Tre Torri ad Altavilla

I risi & bisi di Dimitri. Come lui, nessuno

La sua è una cucina legata ai sapori sinceri ma anche di fresca creatività. Dopo il locale a Val Liona, adesso ha rilevato e trasformato quello dello zio Enzo Penacio a Tavernelle

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ome lui, nessuno. I risi & bisi che presenta Dimitri Mattiello sono del tutto particolari. Appartengono alla storia del piatto, ma il cuoco aggiunge dei passaggi e degli ingredienti nuovi che lo trasformano in una pietanza sicuramente diversa rispetto al consueto. Del resto, è questo che si chiede ai cuochi: reinventare la tradizione perché resti sempre un classico senza tempo. Oltre al riso e ai piselli, infatti, Dimitri mette nel piatto anche l’aria di taccole e la crema di baccello per sottolineare il gusto verde, cioè erbaceo. In più, il riso è mantecato con midollo di vitello per impreziosire il sapore del riso. Dimitri Mattiello, 39 anni, rappresenta la nuova generazione della famiglia “Penacio” che da oltre un secolo è protagonista di un importante pezzo di storia della cucina vicentina. Sua mamma è Imera Gianello che assieme al marito Roberto Mattiello e alla figlia Nicoletta gestisce

Da sinistra, Dimitri Mattiello, 39 anni, e i suoi “risi & bisi” del tutto particolari. Un’immagine del suo nuovo locale a Tavernelle di Altavilla

l’antica osteria “Penacio” a Soghe di Arcugnano. Il giovane cuoco onora le glorie familiari portando anche un importante valore aggiunto. La sua è una cucina di vivace creatività perché lui è un tipo curioso, che esplora sapori e incrocia ingredienti: inserisce il tutto in una sua personale macchina del tempo e ne escono piatti di insospettato gusto. Provate ad assaggiare il manzo ai peperoni, le “lumache & prato”, i fusilli km. cinque (prodotti con la farina di Marco Schiavo che si trova appunto a cinque chilometri da Co-

stabissara) con capesante e clorofilla, e infine l’insalata di branzino. Più tradizionali, ma raffinati, sono gli spaghettoni ai cinque pomodori, oppure i tortelli di pasta all’uovo “quaranta rossi”, ossia con 40 tuorli per un chilo di farina, piatto della tradizione familiare cui aggiunge solo il tocco del cappero. Si torna sulla sponda della vivacità con il mantecato di riso carnaroli alla clorofilla, gambero di laguna e vermouth. Questo è un piatto di alto livello. Da provare anche un altro incrocio di sapori con la squisita ric-

ciola, bergamotto e spinaci. Il cuoco ha il suo quartier generale a Casa Dimitri sulle colline di Grancona che oggi è Comune di Val Liona: era l’antico ristorante di Toni Cuco, che con la sua gestione è stato rinnovato nella cucina, intesa come spazio e strutture, negli arredi e nel menu. Adesso Dimitri ha intrapreso una nuova avventura: al locale di Val Liona ha aggiunto il ristorante “Dimitri Tre Torri”, rilevando quello che era “L’altro Penacio” dello zio Enzo Gianello al piano terra dell’hotel Tre

Fillm e serie tv visti da vicino

Torri di Altavilla. Profondi lavori di ristrutturazione, iniziati a ottobre dell’anno scorso e durati quasi otto mesi, hanno completamente ridisegnato lo spazio, ricavando un’atmosfera di grande eleganza senza che il clima diventi formale e impegnativo. Sono stati realizzati tre ristoranti autonomi: uno gourmet, uno per i banchetti e infine un bistrot. La cucina ha l’impronta di Dimitri, quindi di classe, ma si trovano piatti (e anche prezzi) meno impegnativi rispetto alla “Casa” a Val Liona. Antonio Di Lorenzo

Rubrica a cura di

Paolo Di Lorenzo

Bangla, l’amore dei ragazzi che non bruciano l’attimo

Diavoli, thriller con Dempsey sul lato oscuro della finanza

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u RaiPlay è arrivato “Bangla”, prosecuzione in otto episodi del film omonimo premiato come miglior commedia ai “Nastri d’Argento” nel 2019 e per il miglior regista esordiente ai “David di Donatello” del 2020. Ideata e diretta dal ventiseienne Phaim Bhuiyan che ne è anche co-protagonista insieme a Carlotta Antonelli, la serie di Bangla riprende la storia esattamente da dove si è concluso il film. In sintesi, Phaim e Asia rappresentano due mondi lontani e, a prima vista, incompatibili. Musulmano lui, atea e figlia di genitori separati lei. Eppure, si amano. Il film dà così un seguito alle vicende di Phaim, ventenne italiano nato e cresciuto a Torpignattara, in costante tensione tra la propria identità, i retaggi culturali delle sue origini bengalesi e la sua religione musulmana. Dopo averlo lasciato nella sua stanzetta insieme ad Asia (Carlotta Antonelli), la sua fidanzata anticonformista e ribelle, “Bangla” si accinge a rivelare cosa succede dopo il lieto fine del film. Spiega il regista attore durante una mia intervista a Tv serial: “L’idea per la serie nasce prima ancora del film, che abbiamo realizzato come biglietto da visita per dimostrare il potenziale narrativo di questa storia”.

Ha avuto paura di non farcela a dare un seguito a un film così amato? “Certo, ho avvertito questo timore, ma per sconfiggerlo mi sono buttato sul set” risponde Bhuiyan, che aggiunge: “Sicuramente c’è chi ci potrà criticare, ma il nostro obiettivo con questa serie non è quello di offrire soluzioni per l’integrazione, ma di dare spunti di riflessione a chi, magari, la realtà di questa gioventù italiana non la conosce per niente”. “Il segreto di questa storia è la semplicità con cui affronta le vite di Phaim e Asia” sostiene Camilla Antonelli: “La loro storia d’amore è atipica perché sono due giovani che hanno imparato ad aspettare. L’amore al giorno d’oggi può bruciarsi in un istante. Non capisco chi vede tutta questa diversità in loro, perché è soltanto così, cioè senza la retorica, che si può davvero rendere universale e efficace un racconto come il nostro”.

ornano più spregiudicati che mai i “Diavoli” di Sky. Siamo alla seconda stagione, che si può seguire anche su Now. Alessandro Borghi e Patrick Dempsey sono nuovamente i protagonisti del thriller sul lato oscuro della finanza targato Sky e Lux Vide. Dopo la prima stagione – venduta in oltre 160 Paesi, fanno sapere da Sky, inclusi gli Stati Uniti dove è stata trasmessa dalla rete The CW – incentrata sulle ripercussioni del crac economico del 2008, “Diavoli” riparte con un salto in avanti che sposta il baricentro sulla Brexit, sulle speculazioni dell’economia cinese e sull’elezione di Donald Trump. “Per il mio personaggio, Dominic, questa seconda stagione è un po’ come “L’impero colpisce ancora” scherza Patrick Dempsey, prendendo in prestito l’immaginario di “Star wars”. Attualmente Dempsey è impegnato a New York sul set del sequel della fiaba “Come d’incanto”, ma sono riuscito a intervistarlo in video per Tv serial. “Dominic Morgan – prosegue Dempsey – è convinto di essere dalla parte della giustizia, non crede minimamente di essere il cattivo di questa storia”. L’attore aggiunge poi una riflessione sull’attualità più terribile, con un riferimento alla situazione dell’Ucraina: “Stiamo vedendo in questi giorni cosa succede quando chi è in posizioni

di potere rifiuta qualsiasi compromesso. Non possiamo più permetterci di ragionare come singoli, è giunto il momento di agire come un unico popolo per proteggere le democrazie”. “Massimo Ruggero era convinto di essere finalmente un uomo libero, eppure Dominic riappare nella sua vita” anticipa Alessandro Borghi, che insieme a Guido Brera – autore del romanzo da cui la serie è tratta e produttore dello show – ha recentemente fondato Newness, società di produzione audiovisiva che ambisce a scovare nuovi talenti per la televisione e il cinema. “Il mio personaggio è affannosamente alla ricerca di una pace interiore che si illude di poter trovare sulla vetta della finanza globale, e questo motiva la sua costante irrequietezza. Piuttosto che fare i conti con i propri demoni interiori, Massimo continuerà a preferire essere un agente del caos” rivela l’attore.


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