LUMSA
NEWS
IL PERIODICO
Libera Università Maria Ss. Assunta - Ordine dei giornalisti del Lazio Periodico del MASter in giOrnALiSMO n. 60 - 15 ottobre 2015
Talk show, che noia
Intervista a Giovanni Floris: «Ma io li difendo»
I dati di ascolto parlano chiaro: i talk show perdono pubblico. Se due anni fa Floris e Santoro si spartivano uno share a doppia cifra, ora i dibattiti politici in Tv superano difficilmente il 5% degli spettatori. Antipolitica, proliferare di fiction e reality, fine del berlusconismo, sono alcune delle cause su cui schiere di commentatori hanno puntato il dito per spiegare perché la replica di Rambo faccia più ascolti di un uomo di partito. Ma si può davvero parlare della fine di una grande stagione televisiva? In realtà, a guardar bene, non c’è mai stata sui canali generalisti una tale quantità di talk show. Negli ultimi tre anni, Il numero di queste trasmissioni è raddoppiato: adesso sono oltre 10 i titoli che, settimana dopo settimana, competono in prima serata. Per il conduttore Giovanni Floris la situazione non è nera come sembra: “Il genere è vivo e, seppur vituperato, richiama milioni di spettatori.”
(RS)
M
di Samantha De Martin e Raffaele Sardella
entre si accinge a convocare la riunione giornaliera, all'interno dell'accogliente redazione di Di martedì, Giovanni Floris ci concede un’intervista raccontandoci il suo punto di vista sui talk show. Nel suo colorato studio, arredato con libri e con alcune fotografie di famiglia, parliamo del format televisivo che, soprattutto negli ultimi anni, è stato al centro di un vivace dibattito da parte di sostenitori e detrattori. Il conduttore, da poco più di un anno nuovo inquilino di casa La7, ne è convinto: il talk gode, almeno al momento, di buona salute. Esiste davvero una crisi dei talk
show? «Non credo che i talk show siano in crisi. Quando, nel 2002, iniziai a condurre Ballarò mi spiegarono
che il 10% di share. è quello cui un talk può mirare in periodi di normalità. Abbiamo assistito a periodi travolgenti, come ad esempio il momento di Berlusconi o di Marrazzo, durante i quali alla politica si è aggiunta la cronaca ed il pubblico si è allargato a dismisura. Considerando la somma degli ascolti di alcuni programmi, da diMartedì a Ballarò, da Virus a Piazza pulita, credo si sia tornati a un periodo di normalità in cui c'è un 10% di persone interessate all'approfondimento politico. Fino a quando si manterrà questo 10% la crisi sarà scongiurata. Certamente, e questo è innegabile, è in atto una forte concorrenza dovuta alla presenza di numerosi programmi».
(segue a pag. 2)