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Lumsanews n. 11 del 1° marzo 2022

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L’inchiesta

Se il colosso Cina si insinua in America Latina di TOMMASO BERTINI

La Cina si è insinuata in America Latina. Da anni, attirando i Paesi latinoamericani con prestiti e offerte di investimenti infrastrutturali, Pechino si garantisce l’accesso alle materie prime, di cui ha bisogno, e accresce la propria influenza nel "cortile di casa" degli Stati Uniti. L’obiettivo, oltre a controbilanciare la presenza Usa nel Pacifico, è anche ridimensionare la portata dell’azione diplomatica di Taiwan. Da parte statunitense, finora è stato fatto poco per tamponare il fenomeno ma nulla vieta che in futuro possano tornare a intervenire nella regione

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ALLE PAGINE 4 e 5

PERIODICO NUMERO XI 01/03/2022

Lavoro, il far west degli accordi fittizi Proliferano i contratti al ribasso, alcuni firmati da sindacati di comodo. Il risultato è il crollo di salari già molto bassi

Il dibattito

Eutanasia la disputa intorno al no

di FRANCESCA MASSIMANO

Gli interrogativi e le incertezze che ruotano attorno al tema dell’eutanasia non accennano ad affievolirsi. Dopo la bocciatura da parte della Corte Costituzionale del quesito referendario sull’eutanasia proposto dall’Associazione Luca Coscioni, si è alimentata la contrapposizione tra chi sostiene il rispetto della dignità del paziente e chi sostiene il rispetto della volontà dello stesso a porre fine alla propria vita

ALLE PAGINE 6 e 7

Il racconto

“A mio figlio dico: ognuno è speciale” di AGNESE PALMUCCI

L’economista

di ANDREA PERSILI

Il giuslavorista

Patrizia Luongo Roberto Pessi “Servono più riforme “Elevato il rischio di una giungla contrattuale” con le parti sociali”

ALLE PAGINE 2 e 3

Graziella ha 40 anni, un marito e due figli. Andrea è nato cinque anni fa e non si ferma un attimo. Disegna, corre, canta. Quando Anna Sole piange, Giuseppe, il papà, la culla tra le braccia, così piccola, poi la mette sulle gambe di Graziella, e la bimba si addormenta. “In tanti ci hanno detto di non fare figli”, dice lei, “Ma chi ha detto che una persona in carrozzina non possa realizzare tutti i suoi sogni?”. La paresi cerebrale infantile le ha tolto l’uso delle gambe, ma il suo sorriso parla

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il caso

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CAOS INFLAZIONE

In 10 anni le retribuzioni italiane hanno perso in media 5mila euro. Con l’inflazione vicina al 5% il potere d’acquisto rischia il crollo

L’Italia delle paghe da fame ora scopre i contratti pirata

Confindustria punta sull’accordo di prossimità e insiste: “No all’aumento dei salari se non si produce di più”. Ma si rischia di favorire intese fatte da sindacati di comodo che prevedono trattamenti economici peggiorativi

U

di anDrea persili

na laurea in Grafica. Poi l’impiego in uno studio di comunicazione. Un contratto full time a 600 euro al mese. Azzurra passa al lavoro tra le 8 e le 9 ore al giorno e ora dice: “Così non si può vivere”. La sua non è una storia isolata: il 12% dei lavoratori italiani versa in condizione di povertà, uno scarto di oltre tre punti rispetto al 9% della media Ue. Si tratta di uomini e donne con salari orari di tre, quattro, sei euro lordi l’ora. I dati dell’Eurostat fotografano un’Italia dove si guadagna meno di trent’anni fa a parità di professione, di livello d’istruzione e di carriera. Basti pensare che solamente negli ultimi cinque anni la retribuzione media è crollata di circa il 5%. Ma non è tutto. Il Covid, l’aumento del costo delle materie prime, l’inflazione stanno erodendo sempre di più i salari reali. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando sta valutando una legge per alzare il livello salariale attraverso il rilancio della contrattazione collettiva di categoria. Ma non mancano resistenze e criticità.

Divergenze Di crescita tra salari e proDuttività

Il contratto aziendale: la produttività miraggio Pochi giorni fa il numero uno di Confindustria Carlo Bonomi ha ribadito la sua ostilità a un aumento generalizzato delle retribuzioni. “Se si vogliono alzare i salari, l’unica strada sono i contratti di produttività in

Pessi: “Contrattazione aziendale in Italia molto complessa: si fa rivalità sul costo del lavoro”

ogni impresa”. L’idea è semplice: “Più produci e più ti pago”. In questa logica il salario sguirebbe naturalmente l’andamento della produttività della singola azienda: la paga del lavoratore sale quando cresce il prodotto realizzato dall’impresa. Al contratto collettivo aziendale spetta un compito delicatissimo: scambiare aumenti di produttività con incrementi nella busta paga dei lavoratori di una singola impresa. E’ la teoria della mano invisibile. Ma è davvero così? I dati mostrano in realtà come l’indice di crescita dei salari sia ben al di sotto di quello della produttività. La promessa che l’andamento delle retribuzioni debba seguire i ritmi di crescita sembrerebbe disattesa. Perché? Semplicemente perché la contrattazione integrativa non funziona, a sentire Roberto Pessi, giuslavorista e docente Luiss. “La contrattazione aziendale”, osserva, “è particolarmente complessa in Italia. Il nostro tessuto economico è caratterizzato da piccole e medie imprese particolarmente prudenti, soprattutto per quello che riguarda il costo del lavoro che è visto anche come un elemento di concorrenza”. Il rischio è dunque evidente: anziché puntare sulla tecnologia, le imprese, specie in periodo di crisi come questo, possono decidere che è più economico farsi concorrenza abbassando le retribuzioni dei lavoratori. Come? Lo spiega a Lumsanews l’economista del lavoro Patrizia Luongo: “Una marcata frammentazione della contrattazione su base aziendale potrebbe favorire un’ulteriore proliferazione dei contratti pirata, vale a dire di quei circa 350 accordi (circa il 38% del totale) sottoscritti da associazioni datoriali

Fonte: Oecd, Economic Outlook, 2018 e sindacali non rappresentative, che coprono pochissimi lavoratori e che soprattutto presentano condizioni contrattuali peggiorative”.

Il contratto collettivo nazionale non basta Per il numero uno della Cgil Maurizio Landini la soluzione per rilanciare i salari rimane quella di dare efficacia generale ai contratti collettivi nazionali di lavoro, cioè accordi tra sindacati e organizzazioni di imprese che disciplinano non solo la retribuzione ma anche indennità accessorie, straordinari e altri diritti normativi dei lavoratori di una certa categoria (ad esempio commercio, industria chimica, eccetera). Circa il 95% dei dipendenti delle grandi imprese e quasi il 78% di quelle più piccole sono già coperti da un contratto collettivo nazionale di lavoro. Il secondo e il terzo comma dell’articolo 39 della Costituzione prevedono tra l’altro l’efficacia generalizzata di questi accordi. A due condizioni però: che i sindacati firmatari abbiano uno statuto democratico e stipulino insieme i contratti in delegazioni unitarie. Qual è allora il problema? Quella disposizione costituzionale non è mai stata attuata, con il risultato che il contratto collettivo rimane un semplice accordo di diritto privato: vale solo per le parti.

I giudici, con l’articolo 36 della Costituzione, ne hanno esteso il salario base anche a chi ne era sprovvisto. “Il guaio è che il contenuto normativo non è estendibile, e soprattutto nessuno può stabilire quale sia l’accordo da prendere a riferimento”, dice Pessi. I limiti del sistema non risparmiano neanche i dipendenti che un contratto ce l’hanno. Come spiega Franco Scarpelli, giuslavorista e professore ordinario di Diritto del lavoro nell’ Università Milano-Bicocca, “la scelta del contratto è libera. Il che significa che il datore di lavoro può offrire ai lavoratori anche un accordo ‘pirata’. Ma non ci sono solo i casi limite. “Un imprenditore delle comunicazioni può ad esempio può decidere di applicare il contratto del settore ‘Studi professionali’, che non a caso è molto povero dal punto di vista dei contenuti economici-normativi anche se sottoscritto da organizzazioni sindacali rappresentative”, aggiunge Scarpelli. Che fare in questa giungla? L’articolo 39 della Costituzione: attuarlo o abolirlo E’ un tema su cui proprio in questi giorni è al lavoro il ministro Orlando: “Serve una legge sulla rappresentatività dei sindacati. Perché? “L’idea - dice Scar-

pelli - è prendere la retribuzione dei contratti collettivi stipulati dai sindacati più rappresentativi e considerarla come salario minimo (link inchiesta Tommaso) per tutti i lavoratori”. Un’ipotesi che non risolve tutto, come spiega Pessi: “Con il salario minimo si estende la paga di base, ma altri importanti diritti che entrano a tutti gli effetti nel trattamento economico del lavoratore rimangono fuori”. Di più: “In assenza di una legge sulla contrattazione chi deciderà quale accordo applicare?”. Ancora una volta l’autonomia delle parti diventa croce e delizia dell’intero impianto delle relazioni sindacali. Ma c’è una speranza. “Non è impossibile dare applicazione all’articolo 39 della Costituzione”, spiega il professor Scarpelli, che però sottolinea anche le difficoltà: “Bisogna costituire rappresentanze sindacali unitarie, e non sarà facile”. Ciascun sindacato è geloso della sua sfera di azione e c’è il rischio di ingessare le relazioni tra le parti sociali. Un trauma per le relazioni sindacali che come insegna la storia va evitato. Una soluzione però Pessi la mette sul tavolo: “I commi secondo, terzo e quarto dell’articolo 39 o li attui o li abroghi. In questo secondo caso basterebbe poi una semplice legge (sul modello della legge Vigorelli) per recepire i contratti ed estenderli davvero a tutti”. Azzurra compresa


LUMSAnews

L’INTERVISTA/1

L’INTERVISTA/2

“L’accordo aziendale può favorire stipendi bassi”

Il giuslavorista: “Troppi contratti, si rischia dumping” Si parla in questi giorni della perdita di potere d'acquisto dei lavoratori. “Ci sono stati il covid, la pandemia, il caro bollette e l’inflazione che riparte. Il tema della perdita del potere di acquisto è molto rilevante”. La contrattazione aziendale può porvi rimedio? “Può servire solo nelle aziende che si trovano in una situazione di particolare benessere, ma nella maggior parte dei casi non credo possa essere la soluzione del problema”. Perché? “La contrattazione aziendale in un’economia caratterizzata da piccole e medie imprese è particolarmente complessa. E’ normale che un’azienda di piccole dimensioni abbia un’attitudine alla prudenza: il costo del lavoro è visto come un elemento di concorrenza”. C’è il rischio della contrattazione collettiva pirata? “Sì, la contrattazione pirata è l’effetto della proliferazione dei contratti collettivi. Il Cnel sta facendo un lavoro importante per realizzare un’anagrafe con l’obiettivo di verificare quanti contratti collettivi siano stati stipulati dalle organizzazioni sindacali effettivamente rappresentative. Ma la contrattazione pirata è però un fenomeno più ampio. La contrattazione pirata è tale non solo quando è fatta da sindacati autonomi che si prestano a stipulare contratti collettivi a ribasso. C’è anche la tendenza delle imprese a cercare aree di applicazione dei contratti più favorevoli”. Può fare un esempio? “Prendiamo il contratto della “Multiservizi”: per certe figure prevede paghe inferiori al reddito di cittadinanza. In quel caso l’accordo non è stato siglato da sindacati autonomi, ma da organizzazioni sindacali aderenti alle tre grandi confederazioni. Il caso evidenzia che che il datore di lavoro può decidere a quale contratto collettivo fare riferimento. Obbligarlo magari ad aderire a quelli stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative di per sé non elude il problema”. Un sistema polverizzato

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“Salario minimo e contrattazione non sono istitituti in contrasto”

L’economista: “Attuare l’articolo 39 della Costituzione”

roBerto pessi Giuslavorista, avvocato e docente Luiss

“Sì, prenda ad esempio il settore nautico dove ci sono quattro o cinque contratti collettivi e il datore di lavoro può scegliere quale applicare”. Che fare? “I commi II e III dell’articolo 39 della Costituzione o li applichi o li abroghi: in questo secondo caso le leggi potrebbero tranquillamente recepire il contenuto dei contratti collettivi”. Con quali vantaggi? “I decreti di recepimento non solo varrebbero “erga omnes”, ma potrebbero predeterminare anche l’ambito di applicazione dei contratti. La mia idea è lasciare mano libera al legislatore per regolare la contrattazione collettiva”. Si parla in questi giorni di una legge sulla rappresentatività “L’ostacolo potrebbe essere l’articolo 39 che ha presupposti rigorosi. Come nel caso del pubblico impiego, ci potrebbero essere interpretazioni creative da parte della Consulta, ma questa legge non risolve il problema dell’estensione del contenuto normativo dei contratti”.

“

La nuova legge sulla rappresentatività non risolve il problema dell’estensione a tutti dei contratti collettivi

(a.p)

Professoressa Luongo, i lavoratori sono sempre più poveri. “C’è un enorme problema legato ai salari che sono rimasti al palo. Soprattutto in periodo di inflazione ciò significa che il potere d’acquisto dei lavoratori si riduce. Si tratta di un fenomeno complesso le cui variabili principali sono due: i salari bassi e le troppe ore lavorate”. La tesi dell’economia lasciata a briglia sciolta sembra nuocere i lavoratori. Serve un nuovo protagonismo dello Stato? “Certamente, e almeno in due sensi: è necessario mettere ordine nella miriade di tipologia di contratti collettivi esistenti e intervenire sull’eccessiva precarizzazione del mondo del lavoro. Il lavoro precario è una delle determinanti del lavoro povero. Ma lo Stato non basta”. In che senso? “Bisogna favorire la partecipazione dei diretti interessati: i lavoratori. Questo significa in primo luogo rafforzare il ruolo dei sindacati, che però devono procedere a un rinnovamento delle loro azioni. Lo stesso Landini ha parlato più volte della necessità che le organizzazioni sindacali cambino e si aprano alle richieste di quelle lavoratrici e quei lavoratori che per tipologia contrattuale tendono a non essere iscritti al sindacato”. Immagino che insistere sulla contrattazione aziendale non sia la soluzione… “Una marcata frammentazione della contrattazione su base aziendale potrebbe favorire un’ulteriore proliferazione dei contratti pirata, vale a dire di quei circa 350 accordi (circa il 38% del totale) sottoscritti da associazioni datoriali e sindacali non rappresentative, che coprono pochissimi lavoratori e che soprattutto presentano condizioni contrattuali peggiorative. Questo non significa però che nelle aziende non si possa fare qualcosa..” Cioè? “I lavoratori potrebbero istituire consigli del Lavoro e della Cittadinanza in ogni fabbrica. Questo consentirebbe a coloro che sono coinvolti nei processi produttivi di fare in modo che le decisioni che impattano su ambiente, lavoro e temi sensibili non piovano dalla sera

patrizia luongo Economista del Lavoro Forum disuguaglianze

alla mattina, ma se ne discuta insieme. Si potrebbe parlare di aspetti contrattuali che vanno al di là del salario insomma”. A proposito di contratti, è necessario fare ordine nella materia. Come? “Bisogna dare adempimento all’articolo 39 della Costituzione che richiede di individuare le parti sociali maggiormente rappresentative, cosa che in Italia non è mai stata fatta. Eppoi serve il salario minimo”. Un lavoro complesso “Sì, ma soprattutto che deve essere fatto insieme e non contro le parti sociali”. Parti sociali che però spesso si oppongono all’idea di salario minimo.. “Non metterei salario minimo e contrattazione in contrasto: si tratta di istituti complementari”. In che modo? “Il salario minimo entra in gioco quando la contrattazione collettiva non c’è o è più bassa del minimo stabilito per legge. L’uno non si sostituisce all’altro. Questa è anche l’idea della nuova legge”.

“

(a.p.)

Serve un maggiore ruolo dello Stato nella disciplina del lavoro, ma le riforme vanno fatte insieme e non contro le parti sociali


Cina il grande shopping in America latina PAGINA 4

In vent’anni, i commerci tra Pechino e i Paesi del LAC sono aumentati di 26 volte, e nel 2035 potrebbero superare i 700 miliardi di dollari

l’inchiesta

Sempre più Paesi aderiscono alle nuove Vie della Seta Il rischio è un nuovo terreno di scontro con gli Stati Uniti

M

di toMMaso Bertini

entre l’Occidente era distratto dai nuovi rapporti di collaborazione e amicizia “senza precedenti” fra il leader cinese Xi Jinping e il presidente della Federazione russa Vladimir Putin, culminati con le immagini della loro presenza, fianco a fianco, alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, un importante passo avanti della politica estera cinese veniva portato a termine. Il 6 febbraio, infatti, il segretario generale del Pcc e il presidente argentino Alberto Fernandez firmavano un memorandum in cui l’Argentina dichiarava di voler aderire alla Belt and Road Initiative, il progetto geopolitico lanciato nel 2013 dalla Rpc per proiettare la sua influenza oltre i confini nazionali. Questo evento è solo l’ultimo tassello di un fenomeno molto più vasto e che coincide con la penetrazione cinese, tanto economica quanto politica, nel continente sudamericano. La principale preoccupazione di Pechino è sempre stata quella di avere accesso alle materie prime per sostenere gli elevati ritmi del proprio sviluppo economico. Materie prime di cui l’America latina è ricca. Per questo, la Cina, a partire dagli anni duemila, ha cercato di stringere relazioni economiche sempre più intense con gli Stati Sudamericani. Con un approccio che Francesco Tamburini, professore di Storia e Istituzioni dei Paesi Afroasiatici dell’Università di Pisa, definisce simile a chi compra in un supermercato: i cinesi “vanno e prendono tutto quello che serve”. Secondo il World economic forum, tra il 2000 e il 2020 il commercio tra Cina e i Paesi del LAC (Latin America and Caribbean), è aumentato di 26 volte, passando da 12 miliardi di dollari a 315 miliardi di dollari. Questo dato, secondo il forum, è destinato a superare i 700 miliardi nel 2035. In cambio delle materie prime, la Rpc fornisce, infatti, ingenti prestiti e investimenti. La strategia, afferma Tamburini, è quella di “fidelizzare il cliente”. I Paesi latino americani, spiega il docente, “passano da essere venditori a diventare anche clienti”. La Cina, infatti, gestisce in molte di queste Nazioni una vasta quantità di progetti infrastrutturali: dai ponti alle strade, dalle ferrovie ai porti, Pechino ha fortemente permeato i servizi locali. Gli Stati Uniti rimangono, di fatto, il primo investitore nella regione, ma i forti legami tra Cina e Sud America sono ormai un dato assodato. Questa situazione crea vantaggi per entrambe le parti, in quanto la Cina fa i suoi interessi e i Paesi dell’America del Sud, come spiega Loris Zanatta, storico e docente dell’Università di Bologna, “crescono in modo straordinario grazie al fatto che la domanda cinese ha portato in alto il prezzo delle materie prime”. Per il giornalista di “Domani” Michelangelo Cocco, l’attrattività degli affari con i cinesi sta nel fatto di “concedere prestiti a tassi più vantaggiosi, abbattere i costi di produzione delle opere pubbliche”, perché le aziende cinesi che forniscono prestiti sono statali. Questo, secondo il giornalista, pone la Repubblica popolare cinese, in una condizione di netta superiorità rispetto alle aziende occidentali, gestite da privati. “Contrarre un debito con un privato è un conto - sottolinea Cocco - ma contrarre un debito, o chiedere prestiti al settore pubblico di uno Stato significa legarsi, in qualche modo, allo Stato stesso”. In ogni caso, questi legami sono aumentati grazie all’ampia assistenza sanitaria e fornitura di vaccini anti-covid che Pechino ha dato ai Paesi latino americani. Secondo Alessia Amighini, analista Ispi, “i vaccini sono stati sicuramente un’arma diplomatica ed eco-

nomica molto efficace”. Si è spesso parlato, infatti, di diplomazia dei vaccini, per descrivere il ruolo che il siero ha avuto per accrescere l’influenza, anche politica, su questi territori. Questo ci porta a un tema che va ben oltre le questioni economiche, ovvero gli interessi geopolitici della Rpc. Giorgio Cuscito, giornalista di Limes, non ha dubbi al riguardo: “Pechino intende penetrare quello che gli Stati Uniti considerano il proprio ‘giardino di casa’”. La Cina, prosegue Cuscito, “cerca di accrescere la propria presenza in America Latina anche per controbilanciare le attività americane nel Mar cinese meridionale”. Per questo è importante approfondire i legami con la regione. Lo stesso progetto delle vie della Seta, a cui diversi Paesi latino americani hanno aderito, persegue obiettivi non solo economici, ma anche tecnologici, culturali e militari. “Quest’ultimo aspetto - prosegue l’analista di Limes - spesso viene trascurato,

ma la crescente presenza cinese lungo le rotte delle vie della Seta viene accompagnata, in alcuni casi, dalla presenza militare”, come dimostra il caso di Gibuti, dove la Rpc ha aperto la prima base militare all’estero. Ma per Cocco, il punto è anche che “Pechino vuole contare di più nei grandi organismi internazionali, vecchi e nuovi”. Sicuramente, rassicura il giornalista, “la Cina non è alla conquista del mondo”. Anche Tamburini pone l’accento sugli organismi internazionali, dove l’influenza cinese potrebbe avvenire in maniera indiretta: “È difficile - ha sottolineato il professore - che un Paese latino americano indebitato con la Cina poi in Assemblea generale voti una risoluzione contro la Rpc”. C’è un altro problema per la Cina, ovvero Taiwan. Pechino, spesso, condiziona i propri aiuti all’interruzione dei rapporti diplomatici tra il Paese e l’ex isola di Formosa. Questo, secondo Cuscito, “coglie

due obiettivi in una volta: permeare il mercato e rafforzare i rapporti con un determinato Paese, da un lato, ridimensionare la proiezione diplomatica di Taipei dall’altro”. Al netto di tutto questo, rimane da chiarire la posizione statunitense. “Al momento non c’è una strategia chiara”, dichiara Paolo Wulzer, docente di relazioni Internazionali dell’Università “L’Orientale” di Napoli. “Gli Stati Uniti - sottolinea Wulzer - hanno sempre condotto, negli anni, una politica strabica: hanno alternato fasi di disinteresse a fasi di forte pressione quando erano in ballo i propri interessi globali”. È possibile, quindi, che quella regione possa tornare a essere oggetto di attenzione da parte di Washington. Qualora la presenza della Rpc in Sud America dovesse diventare anche militare, non è escluso che nell’area possa crescere la tensione tra i due giganti. Ma al momento, secondo gli esperti, non appare uno scenario probabile.


LUMSAnews

La Repubblica popolare cinese ha bisogno di materie prime per sostenere la propria crescita economica. Per farlo, impegna i Paesi in via di sviluppo nella fornitura di tali beni, in cambio distribuisce prestiti e gestisce investimenti infrastrutturali. Tuttavia, Pechino ha interesse anche a insinuarsi nel “cortile di casa” statunitense per controbilanciare la presenza Usa nel Pacifico. il BooM Di iMport Dei Minerali

(Dati 2020 - Fonte: Congress Research Service) gli interessi cinesi In alto, un grafico che mostra le percentuali delle importazioni di Pechino nel 2020 dai Paesi LAC. A sinistra, l’incontro del 6 febbraio 2022 tra il leader cinese Xi Jinping e il presidente argentino Alberto Fernandez. In basso, il presidente Usa Joe Biden

LA SCHEDA

Belt anD roaD initiative: a cosa serve Si tratta di un ampio programma di investimenti transcontinentali promosso dal presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping nel 2013. L’obiettivo è quello di integrare le economie dei Paesi aumentando i collegamenti terrestri e marittimi. Infrastrutture e trasporti sono però uno dei cinque pilastri che guidano il progetto. Gli altri quattro sono commercio, coordinamento di politiche, integrazione finanziaria, culturale e connettività digitale. Inizialmente il progetto si muoveva lungo le antiche Vie della Seta, concentrandosi su Asia, Europa e Africa. Ma Pechino, negli anni, ne ha fatto un piano senza confine, diventando un piano di scala globale. Stando ai dati ufficiali, nel 2022 144 Paesi e 32 organizzazioni internazionali hanno aderito alla Belt and Road Initiative, di cui 20 appartenenti al continente sudamericano.

L’INTERVISTA

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“Gli Usa corrono ai ripari e come l’Europa propongono investimenti e prestiti concorrenziali” Giorgio Cuscito è giornalista di “Limes - Rivista italiana di geopolitica”. Con Lumsanews ha parlato delle conseguenze geopolitiche della penetrazione cinese in America Latina e nei Paesi caraibici. Tra Cina e America Latina sono solo rapporti economici o ci sono anche rapporti di natura politica? “Raramente gli interessi economici sono esclusivamente economici. Soprattutto quando si parla di un Paese come la Cina, che è la seconda potenza economica e militare dopo gli Stati Uniti. Questo è vero anche in America Latina, dove c’è un interesse che va ben oltre l’economia. Pechino intende penetrare quello che gli Stati Uniti considerano il proprio “giardino di casa”. Gli Usa godono di un grande vantaggio dal punto di vista strategico, in quanto non hanno una minaccia imminente alla propria sicurezza nazionale alle porte. Al contrario, invece, gli Usa sono fortemente presenti al largo delle coste cinesi dal punto di vista militare. La Cina, quindi, cerca di accrescere la propria presenza in America Latina anche per controbilanciare le attività americane nel Mar cinese meridionale.” Ma dal punto di vista economico, Pechino ha scavalcato gli Usa nella regione? “Al momento, la Cina, dal punto di vista strettamente economico e commerciale, non ha superato gli Stati Uniti nei rapporti con l’America latina e i Paesi dei Caraibi. Ma è anche vero che la Cina, lentamente, sta aumentando, oltre al commercio, il volume degli investimenti. E questa è una minaccia, nel lungo periodo, per gli Stati Uniti. Questo perché costruire infrastrutture significa consolidare rapporti con gli Stati in modo concreto. Quindi è uno strumento per accrescere la propria influenza su quel Paese e, per certi versi, conoscerne l’attività. Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’America Latina hanno aderito alla Belt and Road Initiative, che passa, formalmente, come un progetto puramente infrastrutturale, ma in realtà è lo strumento principe con cui la Cina si proietta all’estero dal punto di vista geopolitico.” In che cosa consiste questo progetto? “Si tratta di un progetto con cui la Cina propone a Paesi stranieri collaborazioni economiche, sul piano infrastrutturale, collaborazioni tecnologiche, ma anche culturali e militari. Quest’ultimo aspetto spesso viene trascurato, ma questa crescente presenza cinese lungo le rotte delle vie della seta viene accompagnata, in alcuni casi, dalla presenza militare. Un esempio classico è quello di Gibuti, uno snodo fondamentale delle vie della seta, ma anche il luogo dove la Cina ha aperto la sua prima base militare all’estero. Quindi anche questo potrebbe essere motivo di timore per gli Stati Uniti. In questo senso, l’Argentina è emblematica, in quanto ospita una stazione satellitare cinese. Serve per scopi civili, ma di fatto sotto il controllo di un ente che fa rapporto alle forze armate cinesi.” E gli Stati Uniti hanno reagito in qualche modo a questa penetrazione cinese? “Reazioni consistenti non ce ne sono state. Negli ultimi tempi, però, gli Usa hanno cercato delle soluzioni per competere con le vie della seta, perché hanno capito che per i Paesi più poveri questi investimenti cinesi fanno gola. Quindi ha lanciato l’iniziativa Build Back Better World, che è un’iniziativa infrastrutturale con cui dovrebbero competere con i cinesi, promettendo investimenti più trasparenti e meno onerosi. Questo perché i prestiti di Pechino, nel lungo periodo, rischiano di acuire la dipendenza e aumentare il debito nei confronti della Rpc, che diventa una potente leva negoziale nelle mani della Cina. Questo si sta verificando in vari contesti, e il governo americano vuole contrastarlo. Anche l’Ue ha lanciato un progetto simile, il Global Gateway, che ha come obiettivo il contrastare la Cina sul piano degli investimenti.” Ma qual è l’oggetto degli scambi tra Cina e America Latina? “Dipende da Paese a Paese, ma in America Latina la Cina è a caccia di risorse naturali, e vede in Paesi come il Brasile o l’Argentina un luogo dove poter esportare le proprie merci. La Cina cosa chiede? Risorse naturali, minerarie, a prezzi convenienti. E in cambio offre investimenti. Però questo meccanismo, alla lunga, può mettere questi Paesi in una condizione di vulnerabilità. È possibile che quest’area si trasformi in un

giorgio cuscito Giornalista di Limes - Rivista italiana di Geopolitica contesto più caldo dal punto di vista della tensione con gli Stati Uniti? “In questo momento è poco probabile, ma in futuro è possibile, soprattutto se la Cina, oltre ad accrescere la presenza economica, riesce anche ad avere un’influenza di natura politica con questi Paesi. Ma soprattutto se riuscisse a consolidare la sua presenza militare. In quel caso, la situazione potrebbe diventare più complessa. Ma i Paesi latino americani sanno di essere, in maniera più o meno diretta, sotto il peso dell’influenza americana e di risentirne, e quindi si muovono con cautela. Però il caso dell’Argentina è indicativo perché Buenos Aires sta pensando di potenziare la propria aeronautica attingendo alla tecnologia militare cinese. Ma c’è anche un altro aspetto”. Qual è? “È la questione di Taiwan. Quando la Cina cerca di investire in questa regione, a quei Paesi con cui non intrattiene rapporti diplomatici, propone di fare affari e di aprire i rapporti diplomatici con loro con la condizione di chiuderli con Taiwan. È il modo con cui la Cina coglie due obiettivi in una volta: permeare il mercato e rafforzare i rapporti con un determinato Paese, da un lato; dall’altro, ridimensionare la proiezione diplomatica di Taiwan. Questo, nel lungo periodo, serve a isolare l’isola e facilitarne, nel lungo periodo, la conquista. La pandemia ha avuto un impatto sui rapporti Cina-America Latina? “Sicuramente la Cina ha inviato dosi massicce di vaccini in questi Paesi. Negli ultimi mesi, Nicaragua, Cuba e Argentina hanno dato il segnale di voler aderire alle Vie della Seta. Per cui, al netto del danno che sicuramente ha subito Pechino a seguito dello scoppio dell’epidemia, i rapporti con l’America latina non hanno subito particolari danni.” (t.b.)

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Michela Pagano, Andrea Persili, Tommaso Bertini, Francesca Massimano, Agnese Palmucci Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


il dibattito

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Dopo il no della Consulta al referendum, l’Italia rimane divisa su uno degli argomenti più controversi del nostro tempo. Sarà compito del Parlamento trovare un equilibrio tra chi ritiene che la libertà individuale sia assoluta e chi sostiene che la vita sia sacra

“V

iolazione della tutela minima della vita umana". Con questa motivazione, il 15 febbraio scorso, la Corte costituzionale ha bocciato il quesito referendario sull’eutanasia proposto dall’Associazione Luca Coscioni. Il quesito proponeva di abrogare il primo comma dell’articolo 579 del codice penale che punisce con l’arresto l’omicidio di un malato grave, anche se consenziente. Pena aggravata, secondo il comma successivo, quando si è davanti a situazioni di infermità mentale o di impossibilità a esprimere la propria volontà. L’eutanasia è un tema che spacca la società. La scelta di porre fine alla propria esistenza, per interrompere le sofferenze fisiche, divide da sempre chi reputa l’eutanasia una sconfitta per la società e chi invece si batte per affermare la libertà di scelta dell’individuo. Emblematiche sono le storie di “Mario”, Piergiorgio Welby, Fabiano Antoniani (noto con il nome di Dj Fabo), Giovanni Nuvoli, Mario Fanelli, Eluana Englaro e Patrizia Cocco che chiedevano allo Stato il diritto di morire a causa di malattie che a loro avviso toglievano dignità alla vita. Intanto, in Parlamento è in discussione la proposta di legge firmata dal dem Alfredo Bazoli e dal 5Stelle Nicola Provenza sul suicidio medicalmente assistito, contro cui è schierato compatto il centrodestra ma anche gli stessi Radicali. Forza Italia, Lega e Fdi considerano questo testo troppo permissivo in quanto spianerebbe la strada all’eutanasia. I Radicali, invece, ritengono la proposta un passo indietro rispetto alla sentenza della stessa Corte sul caso Cappato - Dj Fabo. La sovranità del Parlamento è fondamentale per tro-

vare un punto di equilibrio tra le due posizioni. Lo stesso neopresidente della Consulta, Giuliano Amato, commentando la materia oggetto della proposta di referendum, ha chiesto che “se ne occupi il Parlamento”. Non sarà un’operazione semplice, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate subito dopo la sentenza di martedì scorso. Il dibattito dopo lo stop della Consulta Francesca Re, dell’Associazione Coscioni che aveva proposto il referendum, afferma che quella della Corte “è stata una decisione sul merito” e in quanto tale non di sua competenza. “L'articolo 75 della Costituzione - afferma infatti Re - esclude dal referendum abrogativo solo le leggi tributarie, di bilancio, di amnistia, di indulto e di autorizzazione a ratificare trattati internazioali. Nel caso specifico, l’articolo 579 del Codice penale non ha nulla a che vedere con queste tre materie”. Di parere opposto il presidente dell'associazione Scienza & Vita, Alberto Gambino. “Il referendum è stato rigettato perché troppo esteso. Nel quesito referendario, infatti, venivano comprese anche una serie di debolezze e fragilità come gli stati depressivi e di sconforto”, che secondo il giurista potrebbero indurre chiunque a desiderare e chiedere il suicidio assistito. “La Corte avrà impiegato tre minuti a decidere l’inammissibilità”. Tira un sospiro di sollievo il mondo cattolico. Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, plaude alla decisione della Corte di riconoscere come “costituzionalmente necessaria” la tutela minima della vita. “Il caterpillar referendario armato da quanti avrebbero voluto spalancare quasi integral-

Eutanasia due Italie spaccate di Francesca MassiMano

mente le porte all'omicidio del consenziente l'avrebbe fatta a pezzi", ha scritto in un suo recente editoriale. Nella tradizionale udienza del mercoledì in Vaticano, e più precisamente lo scorso 16 dicembre, anche il Papa ha affrontato l’argomento, pur senza mai usare la parola referendum. Francesco ha ricordato che “essere cristiano non è solo ricevere la fede, confessare la fede, ma custodire la vita”. Lo scorso anno, in più di un’occasione si era espresso sul tema dell’eutanasia, come quando l’ha definita “un crimine contro la vita, perché inguaribile non significa incurabile". La posizione della Chiesa insomma è contraria alla normalizzazione della morte come via di fuga dal dolore fisico. Polemica, di fronte alla sentenza della Consulta, la reazione dei sostenitori della “dolce morte”, che con Maria Antonietta Farina Coscioni, vedova di Luca, ribattono che è importante arrivare a una separazione tra Stato e religione: “Con mio marito ancora in vita, mi sono impegnata per liberare questo paese dai retaggi ideologici da cui è ancora oppresso, e che non vuole governare laicamente problemi e questioni che ognuno di noi vive ogni giorno”. Quanto al consenso dei cittadini nei confronti dell’eutanasia, Gambino spiega che “non è misurabile” e parlando dell’esperienza della sua associazione all'interno delle strutture ospedaliere dice: “La percezione è che nelle corsie di ospedale non ci sia una richiesta di essere uccisi, ma una richiesta di maggiori cure, di maggiori terapie”. Una sintesi tra queste due Italie sembra ancora lontana.

Cosa chiedeva il referendum sull’eutanasia attiva

La norma sull’omicidio del consenziente, che abrogata avrebbe permesso il fine vita, dispone che chi uccide una persona, su sua richiesta, è punito con una pena detentiva. Nel secondo comma si disciplinano le aggravanti, che determinano una pena più grave (quella prevista per l’omicidio, articolo 575 e per l’omicidio aggravato, articolo 577 codice penale), quando si è davanti a situazioni di infermità mentale o di impossibilità a esprimere la propria volontà. Il referendum chiedeva l’abrogazione del primo comma. Il suicidio assistito e l’eutanasia sono cose diverse. Il primo è una procedura in base alla quale un medico fornisce a una persona un farmaco in grado di provocarne la morte e che l’interessato utilizza senza bisogno di assistenza. Il medico dunque arriva fino alla prescrizione o alla fornitura del farmaco ma non lo inietta. Nell’eutanasia, invece, è il medico stesso a provocare la morte. Tuttavia bisogna distinguere tra l’eutanasia attiva, dove il dottore somministra un farmaco, e quella passiva dove, invece, sospende le terapie o spegne i macchinari che tengono in vita il paziente.


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L’INTERVISTA/1

PAGINA 7

L’INTERVISTA/2

“La Consulta dice no per difendere tutti i casi di fragilità e debolezza”

“La sovranità del Parlamento è fondamentale per trovare un equilibrio”

Perché la Consulta non ha ammesso il quesito referendario sul fine vita? “La motivazione più importante - dice Alberto Gambino, Presidente dell’associazione “Scienza e Vita” è che il quesito era troppo esteso e andava a ricomprendere tutta una serie di situazioni di debolezza e di fragilità come gli stati depressivi, lo sconforto e la vulnerabilità. L’articolo 579 del codice penale è fatto di due parti. In una prima parte si dice che chi uccide una persona su sua richiesta è sottoposto a una pena detentiva. Nella seconda parte che questa pena è particolarmente aggravata quando si è davanti a situazioni d’infermità mentale o in caso di soggetti non in grado di esprimere una propria volontà. Il referendum chiede che sia abrogata solo la prima parte. L'associazione Coscioni continua a sostenere che i casi di fragilità rimangono coperti dalla seconda parte della norma ma questi non sono casi d'infermità di mente e la Corte Costituzionale è stata chiarissima. Ha detto: guardate, noi non possiamo espungere dal nostro ordinamento questa norma perché altrimenti non garantiremmo quella tutela minima alla vita in quei casi di debolezza e fragilità.” Quindi anche una persona depressa? “Esatto. Scusi ma le sembra normale che una persona che in un momento di fragilità viene uccisa su sua richiesta e chi la uccide non va incontro a nessuna pena? La depressione non è infermità di mente, quindi abrogando la prima parte si andava dai casi di malattie insopportabili e irreversibili a situazioni contingenti di sconforto, debolezza, una delusione d'amore, con volontà perfettamente lucida e consapevole, non è un infermo di mente chi affronta questi dolori. Quindi tutta l'enfasi che hanno messo intorno alla delusione della mancata approvazione è strumentale. La corte ci avrà messo 3 minuti a decidere che è inammissibile. Tutto questo dibattito è strumentale perché si vuole arrivare rapidamente a una legge sull'eutanasia ma se si analizza il quesito e si vedono quali sarebbero state le conseguenze laddove fosse stata espunta quella norma, francamente non era neanche da portare all'attenzione della Corte.” Cosa pensa della legge in Parlamento? “I promotori di quella legge dicono che vogliono trasporre i principi della sentenza della Corte Costituzionale del 2019, ma in realtà vanno molto oltre. Le faccio un esempio: mentre la sentenza della Corte Costituzionale del 2019 delimita le funzioni del servizio sanitario nazionale solo all'accertamento dei requisiti per cui si potrebbe arrivare a un suicidio assistito, il disegno di legge Bazzoli estende il ruolo del servizio sanitario anche alla fase dell'esecuzione della pratica del suicidio assistito, devastando le nostre strutture ospedaliere e la percezione sociale di queste strutture inserendo delle vere e proprie camere della morte. Il che va a snaturare il ruolo del servizio sanitario nazionale.” Secondo lei, ora c’è un ampio consenso sul suicidio assistito? “Il consenso di chi ha firmato quel referendum non è misurabile. l'Associazione Coscioni non riusciva a raggiungere i 500mila firmatari necessari e ha ottenuto che le firme fossero online. Questo passaggio è molto importante perché fino ad allora, i referendum si raccoglievano nei banchetti nelle piazze. C'è, quindi, un cittadino che si avvicina al banchetto, legge il quesito, si informa, parla, si confronta e poi decide. Le informazioni che sono state date online sul referendum, non erano chiare, non spiegavano il quesito. Si chiedeva solo di votare il referendum sull'eutanasia, ma questo non è un referendum per l'eutanasia, questo è un referendum per abrogare l'omicidio del consenziente. L'eutanasia è quando si è in una situazione di fine vita e ci si appresta ad una morte medicalmente assistita. L'omicidio del consenziente riguarda anche persone che stanno benissimo, sono sane e chiedono di essere uccise. Il referendum non è stato presentato così. La percezione della nostra associazione è che nelle corsie d’ospedale non ci sia una richiesta di essere uccisi ma una richiesta di maggiori cure, di maggiori terapie.” Cosa pensa della vicenda di “Mario”? “La sentenza della Corte Costituzionale ha detto che, per procedere con un suicidio assistito, devono verificarsi certe condizioni: malattia irreversibile e insopportabile, un consenso libero, una situazione di presidio sanitario in atto. Il tribunale ha chiesto all'Asl di verificare questi requisiti. Quando il comitato ha inviato la relazione al giudice, ci si è accorti che sul farmaco non c'era scritto nulla. Quindi, il comitato si è pronunciato anche indicando il farmaco che può essere efficace per

Professor Giovanni Maria Flick, alcune associazioni sostengono che la Corte, con la sentenza dei giorni scorsi, non abbia tenuto conto della sofferenza. É di questo avviso? “No, perché la Corte, quando ha potuto, ne ha tenuto conto. Nell’esaminare il tema dell’aiuto al suicidio ha spiegato che quell’aiuto non è punibile in alcune situazioni di sofferenza che richiamavano alla legge precedente sulla disposizione di fine vita. In questo caso, la richiesta era formulata in modo tale da richiedere alla Corte una pronuncia sull’ammissibilità di qualsiasi ipotesi di omicidio del consenziente.” La sentenza n. 242 del 2019 ha fatto giurisprudenza. Ci si potrebbe fermare lì o è necessaria una legge? “La sentenza 242 non ha solo fatto giurisprudenza, ha introdotto nell'ordinamento una legge vera e propria, cioè una modifica legislativa. Nel senso che la Corte ha riconosciuto la non incostituzionalità di un divieto generale di aiuto al suicidio. Ha stabilito anche che non è punibile l’aiuto al suicidio in condizioni di infermità irreversibile, di sofferenza intollerabile, di necessità di presidi sanitari per continuare a vivere e, naturalmente, di capacità di decidere dell’interessato. Questo discorso è importante perché si raccorda con il silenzio del Parlamento.” Lei è stato l'unico a correlare il quesito del referendum con alcune sfide su Tik Tok, ce ne parla? “Ci sono casi in cui si mette la morte come prevedibile conseguenza di un comportamento. Pensi ai ragazzi che si sfidano su chi riesce a camminare sui binari per più tempo, mentre sta arrivando il treno, o a trattenere il respiro più a lungo. Io credo che una liberalizzazione totale dell’omicidio del consenziente non consentirebbe più, in casi di questo tipo, un intervento necessario dal punto di vista penale.” Che riflesso avrà la sentenza della Corte sul dibattito etico e politico del Paese? “Credo che la decisione della Consulta vada vista come un richiamo alla necessità che ciascuno faccia il proprio mestiere assumendosene le responsabilità. La liberalizzazione totale dell’omicidio del consenziente è un fatto che può avvenire solo con una scelta del legislatore. Diciamo che la decisione della Corte può arricchire un dibattito cercando di ridurre o di eliminare quella contrapposizione ideologica, quello scontro permanente in cui da un lato c'è chi dice che la libertà è assoluta e dall'altro chi dice che la vita è sacra. Noi siamo una società democratica e pluralista in cui le diversità di opinione sono la fonte dell'identità personale. Altrimenti saremmo tutti uguali. La Corte, in questa sentenza, mi sembra che sottolinei la necessità che il discorso avvenga in una sede legislativa, che è quella competente per emanare le leggi, e che in quella sede si discuta non solo di economia o di politica in senso stretto, ma anche di valori fondamentali. Non è compito della Corte dare indicazioni di carattere morale, il compito della Corte è interpretare le leggi alla luce dei principi costituzionali fondamentali.” In un’intervista su “Avvenire” ha affermato di riconoscersi nelle posizioni del Santo Padre… “Io sono cattolico ma sono anche membro di una società laica, non laicista, nella quale la diversità delle opinioni è fondamentale. Quindi ritengo che l'assetto ordinamentale non possa imporre una certa concezione legata a motivazioni strettamente religiose ma debba imporre il rispetto del principio di solidarietà accanto al rispetto del principio di libertà. In questo senso vedo come estremamente interessante l'apertura del Santo Padre a un discorso di rispetto dell'altro, cercare ciò che unisce e non ciò che divide. invece, le posizioni contrapposte di integralismo e di intolleranza di chi è per il sì e di chi è per il no sembrano cercare molto più ciò che divide.” In questo momento, in effetti, l’Italia sembra divisa “Pensi al paradosso di una situazione in cui sia chi accetta, sia chi rifiuta la possibilità di intervenire sul fine vita, persegue lo stesso obiettivo: non facciamo una legge per fini esattamente opposti. Tutte e due ce l'hanno con la legge, i primi perché dicono che è troppo stretta, i secondi perché dicono che è

morire. La questione è molto delicata, il fatto che un comitato all’interno di una Asl si pronunci, per la prima volta, su un farmaco non per guarire ma per morire, è un passaggio culturale importante. Io l'ho chiamato un punto di non ritorno. Inoltre, non si è detto nulla su dove si debba eseguire l’autosomministrazione del farmaco letale. Quindi, potrebbe avvenire anche in un luogo privato, con l'assistenza di un medico che non potrà essere sottoposto ad un procedimento penale proprio in forza di quella decisione della Corte Costituzionale.” (f.m).

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ALBERTO GAMBINO Giurista e presidente dell’associazione “Scienza & Vita”

Il fatto che una Asl si pronunci su un farmaco non per guarire ma per morire, è un assaggio culturale importante. Io l’ho chiamato un punto di non ritorno

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Questo non è un referendum per l'eutanasia Questo è un referendum per abrogare l'omicidio del consenziente

troppo larga. La sovranità del Parlamento è fondamentale per trovare un punto di equilibrio tra le due posizioni. Come i due porcospini di Schopenhauer, bisogna trovare la giusta distanza tra lo scaldarsi e il non pungersi. É questo il discorso per cui la mediazione è fondamentale. Se, invece, la valutazione politica porta a considerare il problema come un’arma da brandire contro un avversario, allora la questione si complica notevolmente.” (f.m.)

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GIOVANNI MARIA FLICK Presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro della Giustizia

Non è compito della Corte dare indicazioni di carattere morale Il compito della Corte è interpretare le leggi alla luce dei principi costituzionali

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La decisione della Consulta è un richiamo alla necessità che ciascuno faccia il proprio mestiere assumendosene le responsabilità


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il racconto

PAGINA 8

I sogni di Graziella sono senza barriere

Il messaggio: “Con Entusiasmabili cambiamo il punto di vista sulla disabilità”

“U

di agnese palMucci

na volta siamo andati al mare. Io ero aggrappata al suo braccio, il piccolo Andrea all’altro. E sulla spalla riusciva a portare anche l’ombrellone”. Graziella Saverino, 41 anni, lo dice ridendo. Si illumina quando parla di suo marito Giuseppe, con cui è sposata da tre anni. La loro casa è al sesto piano di una palazzina del quartiere Prenestino, a Roma. Salendo le scale, prima una carrozzina elettrica, poi il montascale fino al pianerottolo. “Ho una paralisi cerebrale infantile, per colpa di un’anossia al parto, che poi ha causato una paresi delle gambe”, spiega Graziella inforcando gli occhiali colorati. Il salone è pieno di foto, e in un angoletto i giocattoli di Andrea, il primogenito, che ha quasi cinque anni e non si ferma un attimo. Per un momento lo sguardo di tutti si fissa su di lui. “I miei genitori si sono accorti della patologia verso i due anni, quando non camminavo bene”, dice la mamma tenendo le mani sui braccioli della carrozzina. Andrea inizia a guardare me e prende i suoi pennarelli. “Cosa significa convivere con questa malattia?”, le domando. “Io ho scoperto la parola ‘disabilità’ quando sono arrivata a Roma, a 19 anni, per andare all’università”, dice Graziella, “non mi sono mai sentita diversa prima, perché i miei genitori mi hanno sempre aiutato a non piangermi addosso”. Giuseppe ci ascolta cullando Anna Sole, nata da cinque mesi. “Ho saputo poco tempo fa che prima di trovare un asilo che mi accogliesse, - dice - mio padre dovette girare tutte le scuole di Gioia Tauro”. Poi Giuseppe le mette in braccio Anna Sole, che ha iniziato a piangere. Le canta una ninna nanna per tranquillizzarla. “È stato difficile decidere di partire da sola per venire a studiare qui?”, le chiedo. “Mio padre mi ha sempre accompagnato ovunque, - dice Graziella stringendosi la bimba al petto, - e io davvero non mi sentivo diversa, ho sempre voluto essere indipendente”. “Davvero la malattia non è mai stata un limite quando eri più giovane?”, chiedo. “La disabilità è un ostacolo dice guardandomi -, ma ho capito da subito che dovevo aggirarlo. Potevo arrivare ai miei obiettivi proprio come facevano gli altri, magari non con la stessa facilità, ma potevo e dovevo farcela”. “E i tuoi amici?”. “Loro mi hanno sempre supportato. Andavamo in palestra, alle feste. Erano dietro di me, ma senza pietismo”. Il sogno di Graziella era quello di studiare medicina, ma poi la strada l’ha portata a Scienze della Comunicazione, alla Sapienza. “A Roma ho alloggiato presso la casa dello studente della Regione Lazio, in Via de Lollis, - spiega lei, - e questo mi ha dato una spinta in più. Ero venuta qui pensando di stare sola, invece ho scoperto questa struttura che mi consentiva di avere accesso a tanti servizi, come il trasporto verso l’uni-

LA SCHEDA

Una paralisi cerebrale poi il matrimonio con Giuseppe e la nascita di due figli

cos’È la paralisi cereBrale inFantile

Si tratta della malattia neuromotoria più frequente in età pediatrica. È dovuta a un danno irreversibile, ma non progressivo, del sistema nervoso centrale per cause differenti, come ad esempio un'emorragia o un'ischemia. Ha ripercussioni specialmente sul sistema muscolo scheletrico, che peggiorano progrediscono durante tutta la vita, e in modo particolare durante il periodo di crescita del bambino. Quella di Graziella è una forma di paraparesi, in cui sono colpiti solo gli arti inferiori.

Con il desiderio di una vita indipendente, dalla Calabria è arrivata a Roma per studiare all’università

Nel 2019 nasce il blog Entusiasmabili, che promuove iniziative per combattere gli stereotipi

versità per le lezioni”. “E per il resto?”. “Per il resto facevo tutto da me, - dice Graziella, - e ancora oggi cerco di uscire il più possibile, anche se è un dolore non poter portare con me i bambini”. Mentre Giuseppe porta a dormire Anna Sole, Andrea apre una porta chiusa e fa uscire nel salotto un barboncino bianco, Rocco. “Diciamo che le prime crisi forti le ho avute quando è nato il nostro primo figlio”, dice Graziella, con la voce che si fa rotta d’un tratto. “Da mamma la disabilità diventa un mostro che cerca di divorarti, - continua - e se non sei forte cadi. Perché hai queste creature piccolissime, che hanno bisogno di te, solo di te. E molte delle cose che dovrebbe fare una mamma, una madre disabile non può farle”. “Noi ci siamo conosciuti nel 2016, - dice Giuseppe, - ci siamo subito innamorati, e io non vedevo la sua disabilità. Vedevo solo lei”. Andrea intanto si veste da Spiderman e corre ad abbracciare sua mamma. “Non vi è mai pesato il giudizio degli altri?”, chiedo. “E’ inne-

A sinistra Graziella Saverino con il cantante Max Gazzé, in un evento a cui ha partecipato con la community Entusiasmabili. In alto con suo marito Giuseppe gabile che tante persone siano state scettiche su questa relazione, - risponde Graziella, - c'è ancora il pregiudizio che un disabile debba stare con un disabile. Pensano: “Chissà cosa ci sarà dietro”. Invece non c’è nulla, ci vogliamo bene e basta. Ci teniamo i momenti felici e quelli più difficili, e ce ne sono”. Nella vita di Graziella c’è anche un lavoro al Comune di Roma, e poi, dal 2019, “Entusiasmabili”. “La scintilla che ha fatto nascere Entusiasmabili è arrivata dalle nostre difficoltà, - dice Graziella, - che volevamo far diventare opportunità per tutti. Nel cuore sentivo proprio l’esigenza di comunicare alle persone disabili che tutto si può fare, e infatti il nome deriva dal fatto che per noi l’”entusiasmo” per la vita è un’abilità”. La community a breve verrà riconosciuta come Associazione di promozione sociale. “Con Entusiasmabili vogliamo ribaltare il punto di vista delle persone sulla disabilità e sulle difficoltà della vita in generale, - continua lei, - e questo cambia la vita. Per

noi è stato così, perchè se invece di affrontare gli ostacoli, ci fossimo abbandonati alla tristezza, di certo non sarei diventata mamma. Nel tempo abbiamo cercato di fare opinione, scrivendo articoli e intervistando personaggi famosi”. Mentre parla della sua associazione, fatta di disabili e non, le brillano gli occhi. “Il nostro sogno più grande, - dice Graziella, - come associazione, è sensibilizzare perché le scuola diventi un luogo di vera integrazione per tutti i bambini, normodotati e disabili. Perché sia un posto che facilita la vita delle mamme, in cui ci siano persone adeguate. Insomma una scuola Entusiasmabile”. Andrea si avvicina a Graziella e le fa vedere un disegno. Lei gli indica alcune lettere, lui scrive. Poi si avvicina, è un regalo per me che sono entrata per qualche ora nell’intimità della sua casa. “Non ti chiede mai perché non cammini?”, chiedo. “Sì, me lo chiede, e io gli rispondo che Dio vuole speciale ognuno di noi”.


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Lumsanews n. 11 del 1° marzo 2022 by LIbera Università Maria Ss. Assunta - Issuu