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Lumsanews n. 2 del 28 febbraio 2021

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L’inchiesta Procida, città tra cultura e Covid di PAOLA PALAZZO

PERIODICO NUMERO II 28/02/2021

L’economista Francesco Izzo: “Turismo sostenibile è il nostro obiettivo”

Il dibattito NextGenerationEu l’Italia PUò ripartire di FRANCESCA MASSIMANO

ALLE PAGINE 4 E 5

A PAGINA 8

Bielorussia nel caos

Arresti e fermi in tutto il Paese. I giornalisti tra i più colpiti La violenza del regime nelle carceri scatena proteste

Soldi e stadi il calcio inglese in testa Il Focus

di ANTONIO SALVATORE CONTU

Nel terzo millennio la Football Association ha compiuto passi da gigante. La Premier League è il campionato più seguito nel mondo e, a livello economico, può fare affidamento su contratti miliardari e sponsorizzazioni esclusive, che ne aumentano l’appeal e lo rendono il torneo più ricco a livello globale.Nel triennio 2016-2019 ha venduto i suoi diritti televisivi per poco meno di 6 miliardi di euro, scesi nel 2019-22 ai 5,6 miliardi versati da Sky Sports, Bt Group e Amazon. Cifre molto differenti da quelle della Serie A, che nell’ultima finestra 2018-21 ha ricavato da Sky e Dazn circa 3 miliardi di euro, praticamente la metà.

ALLE PAGINE 6 e 7

di LUCA SEBASTIANI

L’intervista

Aleksandr Lukashenko

Un attivista arrestato: “Le prigioni di Minsk? Come lager”

A PAGINA 3


PAGINA 2

VIOLENZA E DIRITTI

il caso

Migliaia di arresti e fermi in tutto il Paese in prigione luci accese tutto il giorno, niente letti e musica propagandistica a tutto volume

Tra proteste e repressione la spirale violenta dell’inverno bielorusso

La denuncia: nelle carceri torture psico-fisiche Colpiti centinaia di giornalisti per aver svolto il loro lavoro

S

di LUCA SEBASTIANI

uonava nelle vie delle città bielorusse durante i cortei delle proteste. È stato arrestato due volte, recluso per 28 giorni per la sua musica legata al movimento anti-Lukashenko e ora costretto a emigrare in Lituania. È la storia raccontata a Lumsanews da Tim Suladze, che ha sperimentato sulla sua pelle le brutalità del sistema carcerario in Bielorussia. In particolar modo nella prigione di Zhodino: luci accese 24 ore al giorno, impossibilità di usare il letto dalle 6 del mattino alle 10 di sera, materassi senza lenzuola o coperte (in autunno e in inverno), cibo immangiabile e musica propagandistica trasmessa a tutto volume.

La repressione e le torture Una testimonianza simile a quella di Suladze è quella di Eva (nome di fantasia), che ha partecipato alle proteste estive ed è stata arrestata in autunno a causa di una foto su Instagram con la bandiera bianca e rossa. Eva per motivi di sicurezza ha chiesto a Lumsanews di rimanere anonima ma ha raccontato che sia lei che il suo compagno sono finiti in prigione per giorni. Durante le prime ore di fermo sono stati tenuti in celle sovraffollate e costretti a dormire per terra. È proprio la donna che ha spiegato come un suo caro amico sia “stato condannato a tre anni di pesanti restrizioni delle libertà solo per aver partecipato alle marce in autunno”. Senza contare l’effetto Covid. Dopo essere stato relegato in celle insieme a malati più gravi, Tim si è infettato in prigione, accorgendosene da solo per via di leggeri sintomi e della perdita di olfatto. Anche Eva e il marito sono risultati positivi subito dopo il rilascio dell’uomo.

Attacco ai giornalisti Gli arresti sono solo alcuni degli effetti della repressione feroce che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko sta attuando contro gli oppositori che hanno gridato ai brogli dopo le elezioni dello scorso agosto, che lo hanno visto trionfare con l’80% dei voti. In centinaia di migliaia sono scesi in piazza in quella che è stata definita la “rivoluzione bianco-rossa”, sfidando il regime. Secondo il centro per i diritti umani “Viasna”, tra maggio del 2020 e la fine dell’anno sono state imprigionate più di 33mila persone. Nelle ultime settimane i bersagli principali delle forze di polizia sono i giornalisti che con il loro lavoro testimoniano la situazione nel paese. Due giovani reporter, Katsyaryna Chultsova e Darya Andreyeva, sono state condannate a due anni di reclusione solo per aver filmato le manifestazioni. Ma Lukashenko sta osando ancora di più. Sono stati fermati diversi membri dell’Associazione bielorussa dei giornalisti (Baj), che abbiamo contattato. Il numero dei reporter arrestati nel 2020, con l’accusa di organizzare le proteste, è raggelante: 477. Nove di questi sono ancora in carcere o accusati in procedimenti penali mentre 97 hanno scontato periodi di detenzione amministrativa. A nulla sono valsi gli appelli all’Osce e al Consiglio europeo da parte della Federazione Internazionale dei Giornalisti (Ifj) e di quella europea (Efj). Una persecuzione che sta diventando sistematica.

ALEKSANDR LUKASHENKO Il presidente/dittatore della Bielorussia, in carica dal 2000, ha vinto le elezioni nell’agosto scorso con oltre l’80% dei voti. Una tornata elettorale che però non è stata riconosciuta vallida dall’Unione europea

I reporter arrestati nel 2020 sono stati 477. Due giornaliste sono state condannate a due anni di reclusione ciascuna per aver raccontato i fatti e aver filmato le proteste

Gli equilibri internazionali Lukashenko, durante l’assemblea popolare bielorussa, ha definito le proteste “una guerra lampo”. Il regime di Minsk ha annunciato una riforma costituzionale, che però non entrerà in vigore prima del 2022. Come sostiene Orietta Moscatelli, giornalista e analista di Limes, Lukashenko mantiene il comando perché “vuole arrivare a una redistribuzione dei poteri che di fatto gli garantisca di rimanere, anche se non più presidente, il padre padrone del Paese”. Il capo di Stato (dal 2000) sa che deve a ogni costo rimanere in sella. Per farlo deve affidarsi alla Russia di Vladimir Putin, che pur non essendo un suo estimatore è il garante della stabilità dello stesso Lukashenko. È proprio per questo che, secondo Moscatelli, le proteste non possono avere un successo completo. Al Cremlino conviene avere una figura così “debole e manipolabile” per estendere l’integrazione o meglio l’“annessione” militare tra Mosca e Minsk. Può sembrare un concetto antico ma, come ricorda l’analista, per la Russia a livello strategico è fondamentale conservare la piana bielorussa per scongiurare possibili invasioni dall’occidente. Ed è proprio per questo che considera la Bielorussia “un’estensione dell’apparato difensivo russo, in modo che la Nato se ne stia alla larga”. L’Unione europea si è mossa in maniera frammentata, complici i diversi interessi dei paesi membri sul dossier bielorusso. Il fronte baltico è stato sicuramente tra i più attivi, con Polonia e Lituania in primis, dove si rifugiano molti attivisti. Tra le grandi nazioni, la Germania “non vuole una nuova Ucraina vicina alle frontiere orientali dell’Ue, perché diventerebbe un ulteriore fronte di instabilità politica e securitaria da gestire”, spiega Moscatelli. Ed è uno dei motivi per cui Berlino vorrebbe interrompere l’uso delle sanzioni come metodo di pressione, già fallimentari con l’Ucraina.

Il futuro delle proteste Ma nonostante le temperature rigide invernali, le violenze e soprattutto gli equilibri geopolitici con cui si scontra, l’opposizione non si arrende. Per Tim Suladze la gente è solo in attesa, perché “l’inverno è vostro, ma la primavera è nostra”. Un motto emblematico di ciò che potrebbe accadere con il ritorno di condizioni meteo più tranquille. Uno degli appuntamenti più “caldi” potrebbe essere il 25 marzo, la Giornata della Libertà, che ricorda la nascita della Repubblica Democratica della Bielorussia nel 1918. Una ricorrenza proibita da Lukashenko stesso. Previsti grandi raduni e cortei, ma anche piccole azioni di resistenza quotidiana. Come, per esempio, quelle promesse da Eva che si è impegnata nel fare acquisti solo da aziende private che non sostengono il regime. Le manifestazioni colorate e la repressione violenta. La resistenza pacifica e le torture. La voglia di libertà della popolazione e il regime di Lukashenko. La Bielorussia è divisa e solo nel prossimo futuro sapremo quale parte trionferà.

LE VIOLENZE DELLA POLIZIA Una repressione feroce dei cortei e delle marce pacifiche. Le forze di sicurezza hanno fatto ampio uso di lacrimogeni e manganelli per contrastare le proteste pacifiche. Sono miigliaia le persone arrestate o fermate (foto di Andrew Keymaster su Unsplash)


LUMSAnews

PAGINA 3

LE PROTESTE IN ESTATE Nella foto di Artem Podrez i grandi raduni e le manifestazioni di massa pacifiche in Bielorussia dopo i risultati delle elezioni di agosto. Dopo l’apparente vittoria di Lukashenko la popolazione è scesa in piazza per gridare ai brogli e alle frodi elettorali

L’INTERVISTA

Tim Suladze, il manifestante arrestato due volte “Le prigioni? Come lager” Perché è stato arrestato dalle forze di polizia bielorusse? “Sono stato condannato in totale a 28 giorni di reclusione, dopo essere stato arrestato due volte perché suonavo musica “proibita”. La prima volta era sabato 10 ottobre e stavo semplicemente suonando le canzoni della protesta mentre la gente camminava verso il luogo della manifestazione. Quella volta non partecipai attivamente ma stavo lavorando, visto che mi esibisco per le strade. Quando sono uscito dalla prigione, ho avuto molto sostegno e ho raggiunto anche un po’ di fama. Per questo ho deciso di fare una ventina di concerti di beneficenza destinando il ricavato al fondo By_Help, a cui sono riuscito a donare circa 1000 dollari statunitensi.” Il regime le ha concesso di raccogliere soldi per le vittime della repressione? “Dopo il settimo concerto sono stato arrestato nuovamente. Visto che la mia attività veniva fatta in maniera aperta, pubblicando l’entità del denaro raccolto, ho cominciato a temere di rischiare un processo con accuse penali, e in tal caso non si sarebbe trattato di giorni, ma di anni di reclusione. Altre persone che raccoglievano soldi per le vittime del regime avevano subito questa sorte. Ho deciso quindi di richiedere il corridoio umanitario dalle autorità lituane e sono partito per Vilnius. Per fortuna, oltre a quello bielorusso, ho anche il passaporto russo e georgiano e anche la macchina con la targa di Mosca. Alla frontiera ho usato quello russo sostenendo di dover andare a Kaliningrad”. Come si sono sviluppate le proteste dall’estate scorsa in Bielorussia? “Non ero in Bielorussia il giorno delle elezioni ma seguivo la situazione. Ero a Tbilisi, in Georgia, e ho votato all’ambasciata. In quel seggio elettorale circa l’80% dei voti sono andati a Tsikhanouskaya e solo pochi voti a Lukashenko. Pensavamo di tornare in una nuova Bielorussia, libera e democratica. Invece

il regime fascista ha usato le armi contro i manifestanti pacifici e ha cominciato a uccidere e a torturare le persone. Quando dico “fascista” non intendo il significato del termine usato in Italia, ma il significato nel mondo post-sovietico, specialmente russofono. Da noi il fascismo è la miscela del nazismo e delle dittature (tipo Ceausescu) e solo in pochissima misura del fascismo (come in Italia). Paragoniamo direttamente Lukashenko a Hitler, anche perché il dittatore bielorusso lo ammirava pubblicamente nei lontani anni ‘90”. La repressione di Lukashenko è stata feroce. Qual è la situazione nelle prigioni? “Le prigioni bielorusse sono veri e propri campi di concentramento del 21° secolo. Io ho subito molte torture psicologiche, ma mai fisiche. Inizialmente non ho potuto comunicare ai miei cari dove fossero i miei cani al momento del mio arresto. Ho cambiato in tutto 5 prigioni e la peggiore è stata quella di Zhodino. Ho preso il Covid-19, accorgendomene da solo per alcuni sintomi e la perdita di olfatto, e mi è stata negata ogni assistenza medica. Bussavo alla porta per tre giorni, rischiavo davvero la vita e mi dicevano “aspetti..” e poi niente. Quando mi hanno trasferito ho scoperto che mia madre aveva consegnato farmaci molto costosi, requisiti però dagli ufficiali della prigione. Il regime fa contaminare gli arrestati di proposito, mescolando persone sane e malate, creando condizioni disumane e antigieniche.” Oltre al Covid, la vita in carcere com’era? “Un decreto del direttore del penitenziario vietava di toccare i letti dalle 6 di mattina alle 22, consentendo solo di sedersi su piccole panchine di 60 cm. Quando ero malato potevo solo sdraiarmi sul pavimento. Ed eravamo a novembre, in un paese settentrionale. In otto giorni trascorsi a Zhodino, solo una volta ci hanno portati fuori per una piccola passeggiata in un cortile della prigione. Niente doccia per tutto il termine! Niente lenzuola e dormivamo solo sui materassi! La luce non veniva spenta mai, nean-

“La gente aspetta il bel tempo: l’inverno è vostro, la primavera è nostra. Attendiamo soprattutto la data del 25 marzo, la Giornata della Libertà. Crediamo nella nostra vittoria, perché le dittature non possono durare per sempre. L’obiettivo è costruire uno Stato libero e democratico.” Tim Suladze

Tim Suladze durante una manifestazione che di notte. Il cibo era immangiabile, ci nutrivamo con i pacchi che ci consegnavano i parenti. Ma adesso sono vietati! Ci facevano ascoltare per molte ore e con il volume al massimo la musica di propaganda, come si faceva nei campi nazisti. In Europa c’è molta gente che non ha la minima idea di cosa stia accadendo in Bielorussia. Ribadisco: abbiamo un altro Hitler nel centro d’Europa. Lukashenko è famoso anche per le sue affermazioni antisemite tanto che una volta disse che gli ebrei in Bielorussia dovrebbero ‘registrarsi’.” Quali saranno i prossimi passi e gli obiettivi per i dissidenti? “La gente sta aspettando il bel tempo: “l’inverno è vostro, ma la primavera è nostra”. Aspettiamo il 25 marzo, la Giornata della Libertà, proibita dallo stesso Lukashenko. Sicuramente il regime ha spaventato la gente, ma continuiamo a credere nella vittoria perché le dittature non possono durare per sempre. Gli obiettivi per i dissidenti sono semplicissimi: far arrestare Lukashenko con tutti i suoi scagnozzi e processarli con un tribunale democratico. Demolire lo Stato terrorista creato da Lukashenko e costruire uno Stato libero per entrare a far parte della famiglia europea.” l.s.


PAGINA 4

EFFETTO CAPITALE

l’inchiesta

La copertura dell’evento ha fruttato allo sviluppo reputazionale di Pistoia un beneficio di oltre 7,9 milioni di euro

Procida e le altre Capitali quanto vale la cultura nell’Italia degli Anni Venti

Nei primi quattro mesi del 2016, Mantova incrementò i turisti del 25% ma rimane difficile fare previsioni sui futuri incassi legati all’evento

P

di PAOLA PALAZZO

rocida è in fermento. Ha meno di un anno per prepararsi ad essere Capitale italiana della cultura 2022. Il piccolo centro medievale del Golfo di Napoli è stato proclamato vincitore lo scorso 18 gennaio. È la prima volta per un’isola, ed è la prima volta per un borgo. Caratteristiche preziose che, però, potrebbero non conciliarsi con una manifestazione così impegnativa. Non solo: l’emergenza sanitaria ha azzerato turismo e cultura, veri e propri “core business” del progetto e, se le cose non cambiano profondamente nei prossimi mesi, le celebrazioni costerebbero più di quanto potrebbero fruttare. Intanto il dossier, intitolato “La cultura non isola”, è in dirittura d’arrivo: 44 progetti per 330 giorni di programmazione, che coinvolgeranno 240 artisti. Procida si prepara a ricevere il testimone da Parma, che proprio a causa della pandemia è stata riconfermata Capitale italiana della cultura per il 2021. Ma la proroga non ha compensato l’anno di perdite subite dalla città emiliana e c’è il rischio che l’eco di Parma Capitale svanisca nel nulla. “Dovremmo avere otto mesi di lavoro continuato per definirci soddisfatti” spiega a LumsaNews l’assessore alla cultura della città, Michele Guerra. Si cerca di recuperare terreno, garantendo la fruizione degli eventi in programma attraverso nuove piattaforme tecnologiche. Anche Procida 2022 avrà delle piattaforme digitali. “I nostri contenuti – ci spiega Agostino Riitano, presidente del comitato promotore – verranno inseriti nell’Ecosistema digitale per la cultura della regione Campania”. Un paracadute in vista di eventuali chiusure per l’emergenza pandemica, fermo restando che l’esperienza digitale non può sostituire quella dal vivo. Ma com’è andata in passato ad altre Capitali italiane della cultura? Proprio il ritorno in termini di visitatori è uno dei punti di forza delle Capitali. Basta osservare Mantova, designata per l’anno 2016. Confcommercio ha registrato nei primi quattro mesi di quell’anno un incremento degli arrivi pari al 20,47% e un +25,68% delle presenze turistiche rispetto allo stesso periodo nel 2015. Aumentata lievemente anche la permanenza media: da 1,45 a un giorno e mezzo (1,51). Con Procida il discorso cambia: con un’estensione di appena 4 chilometri quadrati è concreto il rischio sovraffollamento. “Vogliamo che si crei un turismo sostenibile, lento e destagionalizzato – sostiene Luigi Primario, consigliere comunale di Procida – per questo motivo la maggior parte degli eventi in programma si terranno nel periodo autunnale e invernale”. Alcuni saranno dirottati sui Campi Flegrei, proprio per decongestionare l’isola. Ma i problemi non finiscono qui. Eventi di tale portata, con ridotti tempi di preparazione, sono caratterizzati da interventi di riqualificazione accelerata. Procida, con il suo patrimonio storico-artistico e paesaggistico, non può permetterselo. Tuttavia Luigi Primario rassicura che “tutti i lavori in programma sono in una fase già avanzata di progettazione” e quindi “nulla turberà l’identità dell’isola”. Il turismo in passato ha avuto un forte impatto economico sulle Capitali italiane della cultura. Sempre a Mantova nei primi mesi del 2016, il settore alberghiero ha registrato introiti pari a 421.345 euro. Un dato consistente, se si tiene conto del prezzo medio per una stanza doppia: 85 euro. “Non abbiamo fatto molte previsioni in merito ai benefici economici, non è una gara a chi fa più soldi” ci dice Francesco Izzo, professore di economia all’Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, che ha lavorato al piano

Qui e in alto due immagini di Procida, Capitale della Cultura per il 2022 strategico di Procida 2022. Ma è comunque difficile non fare calcoli sui futuri incassi, considerando i costi degli eventi in programma: tra i 4 e i 5 milioni di euro. Un budget molto più alto rispetto al premio di un milione erogato dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo. Tra l’altro i fondi ministeriali tardano ad arrivare. O non arrivano mai, come nel caso di Mantova. “Metteremo ancora quei soldi in bilancio, tra i crediti, come facciamo ormai da diversi anni” ha spiegato recentemente l’assessore al Bilancio e vicesindaco della città, Giovanni Buvoli. A Parma non è andata meglio. Nessuna traccia del contributo, come conferma l’assessore Guerra e nonostante la proroga del titolo, nessun fondo aggiuntivo. Sponsorizzazioni, crowdfunding e canali istituzionali sono le uniche alternative rimaste per sostenere budget così ampi.

C’è però da considerare il ritorno di immagine di cui godono queste città durante l’anno “Capitale”. Lo spiega bene uno studio dell’Università Bocconi di Milano su commissione della Fondazione Caript (Cassa di risparmio di Pistoia e Pescia), intitolato: Effetto Capitale. L’impatto di comunicazione delle Capitali Italiane della cultura: il caso Pistoia 2017. La media coverage, ovvero la copertura mediatica ottenuta gratuitamente, ha fruttato allo sviluppo turistico, promozionale e reputazionale di Pistoia, un beneficio quantificabile tra i 7,9 e i 9,9 milioni di euro, a fronte del milione di euro ricevuto dal Ministero per la candidatura e dei 150.000 euro spesi per l’acquisto di pubblicità a pagamento. In pratica, senza il titolo di Capitale italiana della cultura, per ottenere la medesima copertura mediatica, qualunque investitore pubblico o privato avrebbe dovuto spendere una

cifra pari a 8 o 10 volte il contributo ministeriale. “Nel 2016, abbiamo avuto 4.807 pubblicazioni sui mezzi di informazione e sulla rete” ha raccontato il sindaco di Mantova, Mattia Tomasi, al Quotidiano di Sicilia. Ad oggi “Procida ha già avuto un ritorno in termini di capitale reputazionale altissimo a costo zero” dichiara il professore Izzo. Nonostante lo stop imposto dall’emergenza sanitaria, anche Parma gode di un’ottima media coverage. Ma è chiaro che tra le vecchie capitali e quelle di oggi c’è di mezzo il virus, con tutte le sue varianti, che cambiano gli equilibri. Dopo un 2020 e un inizio 2021 difficili, Parma ha ancora una piccola occasione di rinascita. E Procida vuole diventare il simbolo della ripartenza. Non sarà facile, viste tutte le criticità che deve superare, ma la sua “sfida capitale” è aperta.


LUMSAnews

L’ECONOMISTA

Izzo: “La cultura genera valore non è una gara per i soldi”

Procida punta a un turismo destagionalizzato e sostenibile Quali benefici economici Procida potrà ricavare dall’anno di Capitale? Non abbiamo fatto molte previsioni in merito, il ritorno finanziario che la città avrà non è il nostro primo obiettivo e non è stato preso in considerazione dalla commissione che ha valutato la città. Non è una gara a chi fa più soldi. Naturalmente faremo il possibile affinchè non ci siano aggravi per il Comune. Durante la progettazione del dossier è stato creato un sistema di valutazione che prende in considerazione indicatori di performance qualitativi più che quantitativi. Indicatori legati alla percezione che i turisti hanno dell’isola come un luogo adatto al turismo lento e sostenibile, rispettoso dell’ambiente e della storia del luogo e ad un turismo destagionalizzato, ovvero distribuito nell’arco di tutto l’anno. La sfida del progetto è immaginare in che modo la cultura può generare valore senza la massimizzazione dei flussi turistici. Non vogliamo un milione di persone a Procida in un anno, vogliamo lo stesso numero distribuito in 10 anni. Che impatto l’evento potrebbe avere sulle imprese già esistenti e sui singoli lavoratori? Abbiamo immaginato come i processi culturali coinvolti nel progetto possano generare opportunità di lavoro. L’idea è di far nascere nuove imprese culturali e di far crescere quelle già presenti. Da questo punto di vista per noi è fondamentale creare delle relazioni stabili tra le imprese che nasceranno e le imprese più grandi più esperte già esistenti che possano fare da chioccia alle nuove. Il fatturato delle attività già esistenti crescerà del 30 o 40 per cento, ma il vero impatto economico lo daranno le nuove imprese che tra quattro o cinque anni saranno in grado di stare in piedi da sole e daranno occupazione. Contate sul premio da un milione di euro del ministero? Assolutamente no, non possiamo contare sui fondi del Mibact, anche perchè il sistema di distribuzione è in ritardo. Inoltre il nostro budget è nettamente maggiore, si assesta tra i 4 e i 5 milioni di euro. Il Comune non può anticipare tutti questi fondi. Procida ha un piano finanziario che comprende sponsor privati, pro-

L’ASSESSORE

Il team di esperti Francesco Izzo insegna economia all’Università degli studi della Campania. Ha lavorato alla creazione del piano strategico per Procida 2022

gramma di crowdfunding e canali istituzionali, (Regione ed enti locali). Anche la copertura mediatica ha il suo ritorno finanziario per la città. L’isola ha avuto un ritorno in termini di capitale reputazionale altissimo. La brand identity di Procida è diventata molto più forte e questo vuol dire che fino a quando non si spegnerà l’eco della “Capitale”, Procida potrà beneficiare di un ottimo posizionamento nel mercato turistico internazionale. L’isola potrebbe non fare più investimenti promozionali perchè godrebbe di questo beneficio di reputazione. Tutto questo grazie alla pubblicità gratuita che Procida sta ricevendo e continuerà a ricevere grazie alla designazione di Capitale della Cultura. Ma ripeto, tra i nostri indicatori di performance non c’è uno che valuta quanto sarà la copertura mediatica gratuita di Procida, un tema chiave di questi eventi. Il nostro sistema di valutazione si concentra sul numero di persone che percepiranno Procida come isola adatta al turismo sostenibile. Gli indicatori puramente economici non sono adatti a misurare gli obiettivi del nostro progetto.

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(p.p.)

Non possiamo contare sui fondi del Mibact perchè il sistema di distribuzione è in ritardo

Guerra: “Il covid è stato un colpo durissimo per Parma Capitale”

Il titolo prorogato al 2021 a causa della crisi sanitaria Quanto la pandemia ha influito sulla partenza del progetto? In realtà il nostro programma è iniziato già da giugno 2019. Siamo riusciti a portare a termine oltre 650 attività tra esposizioni, spettacoli, rassegne culturali, incontri e progetti di volontariato. Nonostante tutto ciò, lo stop causato dal Covid è stato un duro colpo. Avremmo potuto fare molto di più. Il progetto “phygital experience” che ha sostituito le visite in presenza basterà a superare il momento di crisi che la città sta vivendo? Abbiamo investito molto nei virtual tour per permettere una fruizione degli eventi il più esauriente possibile. Ma la nostra idea è far si che l’infrastruttura tecnologica di cui la città si è dotata possa completare l’esperienza dal vivo, non sostituirla. Secondo lei la proroga del titolo per il 2021 sarà sufficiente per mantenere vivo l’eco di Parma Capitale italiana della cultura? Sicuramente l’evento lascerà i suoi segni alla città, ma sappiamo che il contesto in cui siamo non è propizio ad una programmazione culturale. Dovremmo avere otto mesi di lavoro continuato per definirci soddisfatti di Parma Capitale. Intanto, alcuni organizzatori hanno preferito posticipare al 2022 alcuni ambiziosi e dispendiosi progetti. Le risorse chi le mette? La regione Emilia-Romagna ha erogato un milione e mezzo di euro, il comune di Parma circa 900 mila. Il resto arriva dai privati. In totale dobbiamo coprire un budget di circa 7 milioni. E il milione del Ministero? Non l’abbiamo ancora ricevuto. L’abbiamo inserito nel bilancio come del resto hanno fatto le città Capitali prima di noi. Inoltre, nonostante il titolo di Capitale italiana della cultura sia stato prorogato al 2021, Parma non riceverà nessun fondo aggiuntivo per quest’anno. Che impatto ha avuto la pandemia sull’immagine di Parma Capitale? Malgrado il blocco causato dall’emergenza sanitaria, Parma ha avuto un ritorno in termini visibilità molto

Il promotore dell’evento Michele Guerra è assessore alla cultura del comune di Parma, designata Capitale della cultura 2020

alto. Fino ad ora abbiamo raccolto una rassegna stampa di ben quattro volumi. Senza contare la presenza fissa su diverse piattaforme televisive con cui abbiamo siglato delle partnership. La copertura mediatica ci ha molto aiutato nello sviluppo turistico. Un esempio è il boom di visitatori italiani ed esteri ricevuti durante la breve parentesi di libertà estiva nel 2020. Venivano a Parma perché leggevano sui giornali o sentivano in tv il nome della città. Secondo voi in che modo la cultura può generare benessere? Durante la prima fase di creazione del dossier abbiamo inserito un piano intitolato proprio “cultura e benessere”. Poi con il Covid questa linea ha preso il nome di “cultura e salute. Il progetto, realizzato con le principali istituzioni del territorio in ambito scientifico-sanitario, ha come obiettivo l’ingresso della cultura in spazi non tradizionali, come i luoghi di lavoro. Tutto è nato da un incontro con l’economista Pierluigi Sacco. Il professore ci ha introdotto ad una letteratura che spiega come sia alto il benessere percepito dai gruppi di cittadini che vivono in comunità vive dal punto di vista culturale. (p.p.)

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Malgrado il blocco la copertura mediatica ci ha molto aiutato nello sviluppo turistico


il focus

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Al centro la foto della finale di Fa Cup del 2005-06 a Cardiff tra Liverpool e West Ham. In basso al centro l’ex calciatore Fabrizio Ravanelli e il giornalista economico Marcel Vulpis. In alto a destra una foto dell’ex calciatore Gianfranco Zola e in basso a destra il frammento di una partita di Champions League tra Lazio e Chelsea con Zola protagonista di un contrasto con Juan Sebastian Veron.

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di ANTONIO SALVATORE CONTU

el terzo millennio la Football Association ha compiuto passi da gigante. La Premier League è il campionato più seguito nel mondo e, a livello economico, può fare affidamento su contratti miliardari e sponsorizzazioni esclusive, che ne aumentano l’appeal e lo rendono il torneo più ricco a livello globale.Nel triennio 2016-2019 ha venduto i suoi diritti televisivi per poco meno di 6 miliardi di euro, scesi nel 2019-22 ai 5,6 miliardi versati da Sky Sports, Bt Group e Amazon. Cifre molto differenti da quelle della Serie A, che nell’ultima finestra 2018-21 ha ricavato da Sky e Dazn circa 3 miliardi di euro, praticamente la metà. L’abisso tra i due campionati in termini di redistribuzione dei proventi è facilmente intuibile dal fatto che nella stagione appena conclusa (2019-2020) il Norwich, arrivato ventesimo in Premier, abbia incassato dalle tv 99,3 milioni di euro, quasi una decina in più della Juventus campione d’Italia, ferma a 91.Negli ultimi sei anni la Premier è riuscita a espandere il proprio marchio, creando un vero e proprio “brand”. I ricavi da botteghino e merchandising, nonostante la svalutazione della sterlina, sono cresciuti in media del 20% ogni anno, mentre in Serie A l’aumento medio nelle stesse stagioni è pari al 6%, meno di un terzo.Per documentare il differente appeal dei tornei, è utile confrontare le sponsorizzazioni di alcune compagnie di volo. In Premier League il Manchester City e l’Arsenal ricevono 100 milioni di euro da Etihad ed Emirates, mentre in Italia il Milan ricava 14 milioni dal sodalizio con lo stesso marchio e la Roma ne incasserà circa 40, ma in tre anni, da Qatar Airways. La Premier è stato il primo campionato a vendere i diritti esclusivi al videogioco Fifa della Ea Sports nel 2016, entrando nel business degli e-sports, scelta poi imitata da Liga spagnola, Bundesliga tedesca e Ligue 1 francese. Squadre inglesi delle categorie inferiori possono vantare poi partner tecnici come Nike o Adidas o contratti con multinazionali: lo Stevenage Fc, che vivacchia in quarta serie, è sponsorizzato dal colosso dei fast food Burger King.Pensare che negli anni ’80 l’Italia era l’esempio da seguire, con stadi all’avanguardia, giocatori di caratura internazionale anche nelle squadre medio-piccole, campionati avvincenti e numerosi successi in campo europeo e internazionale. In Inghilterra invece facevano i conti con la grana rappresentata dagli hooligans, le famigerate “firm”, gruppi di tifosi organizzati che terro-

FOOTBALL IN TESTA

Il modello d’Oltremanica è il più vincente specialmente a livello economico La Premier League vende i diritti tv a quasi 6 milioni di euro, la Serie A a 3

Soldi e stadi, il calcio inglese padrone d’Europa Impianti di proprietà e sponsorizzazioni super così in meno di trent’anni è cambiato tutto

rizzavano il paese e l’Europa intera.In seguito alle stragi dell’Heysel a Bruxelles del 1985, dove persero la vita 39 persone, e dell’Hillsborough di Sheffield del 1989, la più grande tragedia del calcio inglese, in cui morirono 96 tifosi, l’allora primo ministro Margaret Thatcher prese provvedimenti molto duri contro le frange più violente e fece stilare il “Rapporto Taylor”.Fu il primo passo con il quale i club britannici conquistarono nuovamente i loro tifosi, costruendo stadi di proprietà e sistemando gli spalti a

ridosso del campo per una migliore visione e una maggiore spettacolarità, a differenza dell’Italia che si crogiolò sulle strutture olimpioniche costruite per il Mondiale.Il giornalista economico Marcel Vulpis spiega a LumsaNews che “in occasione di Italia ’90 ci siamo trovati di fronte a impianti non progettati con una visione di medio-lungo periodo. Quest’errore l’abbiamo pagato negli anni successivi e oggi, a 30 anni da quell’evento, siamo costretti purtroppo a “recuperare”.L’ex campione del Chelsea Gian-

franco Zola, che ha giocato in Premier League e allenato nella massima serie e in Championship (la B inglese), evidenzia come “gli stadi inglesi sono più attrezzati e accoglienti rispetto a quelli italiani e ciò fa in modo che sia più piacevole godersi una partita dal vivo”. Le statistiche relative all’ultima stagione pre-Covid, la 2018-2019, parlano di ben 38.188 spettatori medi a partita nella Premier, decisamente superiori ai 25.062 della Serie A, che ha paradossalmente una ca-


LUMSAnews

PAGINA 7

L’INTERVISTA

“Risorse e impianti

è uno sport al top l’Italia deve inseguire”

Zola: “Accoglienza e fidelizzazione i segreti per il rilancio britannico”

pienza media superiore a quella degli stadi inglesi e impianti sulla carta più “giovani”, con una media di 56 anni d’età, contro i 68 delle storiche strutture britanniche, che sono state però sostanzialmente rimodernate per adeguarle alle nuove norme di sicurezza.In Inghilterra si giocano poi due competizioni parallele al campionato, molto diverse tra loro, anziché una. La Coppa di lega, ribattezzata Carabao Cup per via dello sponsor, comprende tutte le 92 squadre professionistiche provenienti dalla Premier e dalla Football League (Championship, League One e League Two).La Fa Cup invece viene giocata da oltre 700 squadre professionistiche, semi-professionistiche e dilettantistiche e sovrasta nettamente la Coppa Italia per l’interesse che suscita all’estero e i diritti tv. Il torneo inglese dalla stagione 2018-2019 fino al 2024 otterrà quasi un miliardo di euro dai broadcast, mentre la Lega Calcio ha raccolto dal 2018 al 2021 appena 35 milioni. Merito anche di una formula molto efficace, perché le squadre sfavorite giocano generalmente in casa, mentre in Italia le “big” affrontano tra le mura amiche le vincitrici dei sedicesimi di finale, un vantaggio per il passaggio del turno. Differenze rimarcate anche da Fabrizio Ravanelli, ex attaccante con un passato nel Middlesbrough finalista della Fa Cup nel 1997: “Il modo di intendere la Coppa da parte dei club inglesi è molto diverso dall’Italia, per loro è importante proprio come il campionato”. Affermazione condivisa da Zola: “La Fa Cup è la competizione più antica del mondo e questo spiega il fascino che emana”. La prima edizione venne giocata esattamente 150 anni fa, nel 1871.Gli sforzi compiuti dalla Lega Calcio non sono ancora sufficienti secondo Vulpis: “La nostra Supercoppa è oggetto di interesse del mercato cinese e arabo, ma ci vorranno ancora anni per raggiungere la Fa Cup”. Il divario da colmare, insomma, resta ampio.

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Ravanelli

La Coppa Italia nel vivo soltanto dalle semifinali La Fa Cup ha più fascino e più risultati inaspettati

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Vulpis

Gli stadi vanno riconcepiti paghiamo ancora Italia '90 e una burocrazia infinita. Gap da colmare

Gianfranco Zola è stato uno dei più grandi talenti che il calcio italiano abbia mai avuto. Ha giocato con Napoli e Parma, per poi fare la sua fortuna in Inghilterra al Chelsea, dove i tifosi del club l’hanno votato come il miglior straniero della storia della squadra londinese. In seguito è approdato al Cagliari in serie B, aiutandolo a tornare nella massima serie dopo appena un anno. Lo abbiamo interpellato sulle differenze di mentalità e di visione del calcio inglese da quello italiano. Quali sono le differenze sostanziali tra la Fa Cup e la Coppa Italia? Perché la prima affascina il mondo intero e la Coppa Italia viene “snobbata”? “È una questione di interesse, la Fa Cup è la competizione più antica del mondo calcistico e per questo emana un grande fascino. Per il calcio inglese la competizione ha un’importanza quasi pari alla Premier League. Chiaramente se chiudi al vertice il campionato accedi alla Champions League e ti assicuri belle somme in denaro, ma loro tengono tantissimo al prestigio della Coppa”. Ha visto rinascere il calcio inglese dopo tutte le vicissitudini legate agli hooligans, mentre giocava al Chelsea. “Il cambiamento sostanziale è stato d’immagine e in termini economici. In questo momento è il campionato in cui girano più soldi in assoluto. Basti pensare al contratto televisivo che aveva la Premier due anni fa, pari a quasi sei miliardi di euro e ciò fa capire l’interesse che suscita un torneo così. È stata una crescita esponenziale dal punto di vista tecnico, tattico e dei conti”. Ha allenato anche in Championship: quali sono le differenze più evidenti tra la Championship e la serie B italiana? La prima è quasi una Premier League 2, l’altra sembra lontana un abisso dalla serie A. “Ricordo che la Championship fino a qualche anno fa era considerata la quinta lega con più spettatori in tutto il mondo, quindi già questo dato fa capire quanto interesse vi sia per questo torneo. Nella serie B italiana circolano molti meno soldi: il fattore economico è determinante e ciò crea una grossa differenza tra le due competizioni”. Perché in era pre-Covid gli stadi inglesi, anche nelle serie minori, erano sempre pieni anche in partite non decisive, mentre in Italia si vedevano posti vuoti nelle partite di cartello? “È una combinazione di alcuni fattori. Sicuramente

Gianfranco Zola in una foto autografata ai tempi del Cagliari. Sotto contro la Lazio di Juan Sebastián Verón i sostenitori britannici sono molto fedeli al club. Ad esempio i tifosi del Birmingham o del Luton Town sono molto legati alla squadra e la seguono sempre, andando allo stadio e incitandola indipendentemente dal risultato. Un altro fattore importantissimo è che gli stadi e gli impianti da gioco inglesi sono più attrezzati e accoglienti rispetto a quelli italiani e ciò fa in modo che sia più piacevole godersi una partita dal vivo”.


il dibattito

PAGINA 8

LUMSAnews

A oggi la pandemia è costata al nostro Paese 150 miliardi di euro Da Bruxelles arriva il Next Generation Eu: che cosa può cambiare

Italia, la sfida dei fondi UE Siamo i terzultimi nella pianificazione e spesa degli aiuti nel Piano di Ripresa e Resilienza l’occasione per ripartire

U

di FRANCESCA MASSIMANO

n piano straordinario di aiuti per contrastare i danni economici causati dalla pandemia e costruire un’Europa post-Covid più verde, digitale, resiliente: è questo il NextGeneration EU, lo strumento lanciato da Commissione europea, Parlamento e leader degli Stati membri dell'Unione che si affiancherà alla normale programmazione dei fondi 20212027. “Il NextGeneration EU (NGEU)” spiega a LumsaNews l’economista Francesco Grillo “è un piano da 750 miliardi di euro che si compone di diversi strumenti” tra i quali il Recovery and Resilience Facility, che vale circa il 90% di NGEU, e che in Italia prende il nome di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Nel PNRR predisposto dal governo Conte venivano assegnati all’Italia 145,22 miliardi per finanziare nuovi progetti e 65,7 miliardi per quelli già avviati. Ripartizione che potrebbe cambiare con il nuovo governo Draghi. “Finanziare a condizioni migliori progetti esistenti comporta un risparmio di denaro pubblico da non sottovalutare”, sottolinea a LumsaNews , Mario Draghi Gianni Pittella, senatore del PD, ex vicepresidente del Parlamento europeo. “I fondi della Recovery and Resilience Facility ci consentirebbero di restituire quanto preso in prestito a tassi inferiori rispetto alle condizioni di mercato e in più anni”. Ma la strada verso la completa implementazione del NextGeneration EU è ancora lunga. Il piano prevede che il nostro Paese presenti entro aprile un programma alla Commissione europea, mentre entro il 2022 dovrà essere impegnato almeno il 70% delle risorse a fondo perduto, da spendere nel loro complesso entro il 31 dicembre 2026. Le linee guida del piano sono state già approvate lo scorso settembre ma ad oggi, secondo alcuni esperti, non è chiaro quali siano i suoi reali vantaggi. Per l’economista Emiliano Brancaccio “dei 209 miliardi promessi all’Italia dall’Unione, 127 miliardi sono prestiti e solo 82 miliardi sono sussidi a fondo perduto. Il prestito europeo dà al Paese che lo riceve un solo vantaggio: il risparmio sul tasso d’interesse. Per quanto riguarda i sussidi, invece, l’Unione europea per poter elargire 82 miliardi di euro non ha coperture se non le entrate che derivano da una nuova tassa, la Plastic Tax, comunque non sufficiente”. “Altri dubbi sul piano arrivano da quanto stabilito nel Regolamento Ue secondo cui

la Commissione europea può sospendere i pagamenti nel caso in cui gli Stati membri dovessero essere soggetti alla procedura di rientro per disavanzo o per altre circostanze di natura finanziaria”, sostiene l’eurodeputato Raffaele Fitto. Un dettaglio di non poco conto per un Paese come l’Italia che ha problemi di spesa dei fondi. Secondo il portale Cohesion Data della Commissione EU, durante la programmazione 2014-2020, su un totale di 72 miliardi, l’Italia ne ha pianificati l’86% e spesi appena il 43%. La Germania, per un totale di 44 miliardi, ne ha invece pianificati il 97% e spesi il 58%. In termini di pianificazione, dopo l’Italia ci sono solo Spagna e Lussemburgo, mentre in termini di spesa solo Slovacchia e Spagna. “I problemi sono la scarsa assistenza tecnica nell'avvio e implementazione dei progetti, la ridotta capacità progettuale e la bassa qualità dell’informazione”, spiega l’eurodeputato Fitto. Sempre secondo l’analisi di Cohesion Data, a beneficiare dei fondi europei sono state soprattutto le piccole e medie imprese (10 miliardi), il settore dell’occupazione (6), l’ambiente (5), l’amministrazione pubblica (800 milioni) e il settore delle tecnologie d’informazione (1,5 miliardi). Tra le diverse tipologie di fondi europei, il più consistente è stato quello per lo sviluppo regionale (Fesr, da 21,5 miliardi), seguito dal fondo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr, da 10,4 miliardi) e dal fondo sociale (Fse, da 10,2 miliardi). “Sicuramente la classe politica deve fare autocritica” spiega ancora a LumsaNews Gianni Pittella. “La Pubblica Amministrazione dovrebbe assumere personale specificamente addestrato per tutte le procedure legate ai fondi di coesione, dai bandi alla gestione dei progetti. Inoltre, in Italia manca una cultura della valutazione delle politiche pubbliche, e, in particolare, dei fondi di sviluppo regionali dell’UE. I programmi sottolinea Pittella - dovrebbero essere più legati alle specificità dei territori. Molto spesso i fondi UE seguono una logica dall’alto al basso: l’Unione decide le priorità, Stati e Regioni propongono i progetti e la Commissione monitora i risultati”. Secondo l’onorevole “forse si dovrebbe iniziare a pensare a strategie più inclusive delle realtà locali. Di questo, però, se ne discuterà nei prossimi mesi quando si parlerà di riforma del patto di stabilità alla prossima Conferenza sul futuro dell’Europa” prevista per maggio 2021.

Pittella: “La Pubblica Amministrazione dovrebbe assumere personale addestrato per le procedure legate ai fondi”

Grillo L’economista “Piano Marshall non esiste”

Cos’è il Recovery plan, da dove si prendono i soldi e quali sono i pro e i contro di questo strumento? “Il Recovery plan, in realtà, non esiste. La risposta alla pandemia dell’Unione Europea, che si chiama NextGeneration EU (NGEU) comporta un investimento di 750 miliardi di euro e si compone di diversi strumenti, tra i quali il più grande è la Recovery and Resilience Facility (che vale circa il 90% di NGEU) e che in Italia prende il nome di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Qualcuno parla di nuovo piano Marshall... I sopracitati 750 miliardi di euro vanno agli Stati all’incirca per il 50% sotto forma di prestiti e 50% come sovvenzioni. In questo senso il Recovery Plan non è accostabile, come fa qualcuno, al Piano Marshall che gli americani concessero ai Paesi dell’Europa occidentale dopo la Seconda Guerra mondiale: in quel caso le risorse erano sussidi a fondo perduto. Gli aiuti europei invece, vanno restituiti – ed è questo il punto importante – o come rate di rimborso del prestito o come maggiori contributi al bilancio comunitario. Non essendo un regalo, queste risorse vanno, dunque, gestite con molta attenzione”. Quanto è costata la pandemia all’Italia? “Il 9% circa del PIL nel 2020. Abbiamo quindi bruciato circa 150 miliardi di euro. Tuttavia, il costo può essere assai maggiore se consideriamo gli effetti di lungo periodo. Applicando all’Italia le stime della Banca Mondiale, particolarmente devastante è l’impatto della chiusura delle scuole, che può costare Francesco Grillo anche di più della riduzione del PIL nel 2020”. Con quali strumenti l’UE intende aiutarci? “Investimenti e riforme. Il punto cruciale è definire riforme (ad esempio quella della Pubblica Amministrazione) che abilitano gli investimenti e ne dilatano l’impatto”. Dei 209 miliardi del Recovery, 127 miliardi sono prestiti (recovery bond) e 82 miliardi sono sussidi a fondo perduto. L’unico vantaggio sembrerebbe il risparmio del differenziale tra il tasso di interesse nazionale e quello europeo. È corretta questa ricostruzione? “La prima parte sì. La seconda direi di no, se abbiamo un progetto come quello che dicevo basato su investimenti e riforme”.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Antonio Salvatore Contu, Francesca Funari, Francesca Massimano, Paola Palazzo, Luca Sebastiani

Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


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Lumsanews n. 2 del 28 febbraio 2021 by LIbera Università Maria Ss. Assunta - Issuu