L’inchiesta
Impianti sportivi nel degrado: un viaggio tra le strutture abbandonate nella Capitale
Veri e propri monumenti diventati un simbolo dell’altra faccia del degrado di Roma. Sono gli impianti sportivi totalmente o parzialmente abbandonati. Il Comune ne ha calcolati 14 su 119, il quindici per cento del totale. I grandi eventi sportivi possono essere un punto di ripartenza.
di SAMUELE AVANTAGGIATO ALLE PAGINE 8-9
PERIODICO NUMERO V 13/10/2023
Più alcol, meno dialogo la Gen Z tra mille fragilità Il reportage
Il racconto
Roma, a San Lorenzo la malamovida che fa tremare i residenti “Non esco con il buio”
Ucraina, la diga di Nova Kakhovka Una storia di distruzione che si ripete
di ANTONINO CASADONTE
di SOFIYA RUDA
Passeggiando di giorno per le vie di San Lorenzo, storico quartiere di Roma a due passi dalla stazione Termini e dall’Università “La Sapienza”, si respira un’aria particolare, molto strana, quasi surreale. Pochissimi negozi aperti e si tratta perlopiù di locali che servono aperitivi e colazioni abbondanti, vista la grande affluenza di studenti che abitano nella zona. Muri imbrattati dai graffiti, segno di rivendicazioni artistiche, politiche e sportive.
È il 6 giugno 2023. Un numero indefinito di morti, migliaia di civili evacuati, decine di villaggi e quartieri sommersi dall’acqua straripante dalla diga di Kakhovka. Il fango ricopre strade, terreni e alcune abitazioni dalle quali emerge solo il tetto. Il disastro a seguito della distruzione della diga di Nova Khakovka è enorme, come le ripercussioni a livello umano e ambientale. Le persone colpite sono almeno 42mila, ma non si ha una certezza sulle stime. Cosa è successo quella notte?
A PAGINA 3
Il caso El Salvador
In carcere anche solo per un sospetto
Il volontario
“La situazione a Kherson è ancora complicata” I problemi dell’esplosione della diga di Nova Kakhovka si sono riversati con violenza sulle persone e sugli animali che si trovavano lì. Il territorio è attualmente sotto occupazione russa, ma i volontari continuano a lavorare per salvaguardare la sicurezza degli abitanti del luogo. Il lavoro più grande è stato svolto nei giorni immediatamente successivi al crollo del sito. Vlavislav Svitsa, volontario di VOLUNTEERS.UA FOUNDATION, racconta a Lumsanews come si sono svolte le evacuazioni in quel momento di estremo pericolo.
ALLE PAGINE 6-7
di LORENZO SIVILLI
di MARTINA VIVANI Somministrazione selvaggia di alcolici e feste clandestine. Questi gli elementi costitutivi delle serate dei giovani romani. Nella Capitale, e più in generale in tutto il Paese, l’uso e l’abuso di alcol tra i giovanissimi, spesso minorenni, continua a essere un problema. Bottiglie di superalcolici vendute sottobanco da commercianti disonesti e party che troppo spesso rischiano di trasformarsi in tragedia. L’ultimo caso avvenuto a Roma risale al 10 settembre, dove al Parco degli Acquedotti una ragazza è finita in coma etilico dopo aver partecipato a una festa a base di alcol. Trasportata all’ospedale San Giovanni in codice rosso, per alcune ore si è temuto che non si riprendesse. Poi, fortunatamente, si è
salvata. Questo è solo uno dei molti episodi, che segue situazioni analoghe verificatesi negli ultimi mesi e che indica la gravità di un fenomeno in continua crescita. “Penso ci sia un abuso, i minorenni sanno dove andare a trovare l’alcol e ci vanno”, afferma una cittadina romana a LumsaNews. Insomma, vendita illegale di alcolici e gare di bevute, come quella che nel 2021 è quasi costata la vita anche a una 14enne a Villa Carpegna, sempre nella Capitale.
ALLE PAGINE 2-3
Una schiera di detenuti spogliati, fatti correre con la testa bassa e la schiena ricurva in segno di sottomissione. Disposti tutti in fila, prostrati, e poi condotti in celle strettissime con i fucili puntati addosso. Sembra la scena di un film ma è la realtà delle carceri di El Salvador, che da anni combatte contro la minaccia violenta delle gang criminali che infestano il paese.
ALLE PAGINE 4-5
il focus
PAGINA 2
Alcol e giovani
L’Osservatorio nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità lancia l’allarme: tra gli adolescenti la percentuale più elevata di consumatori abituali. Pesa la mancanza di comunicazione familiare
Tra party illegali e binge drinking così crescono i rischi per la Gen Z
S
omministrazione selvaggia di alcolici e feste clandestine. Questi gli elementi costitutivi delle serate dei giovani romani. Nella Capitale, e più in generale in tutto il Paese, l’uso e l’abuso di alcol tra i giovanissimi, spesso minorenni, continua a essere un problema. Bottiglie di superalcolici vendute sottobanco da commercianti disonesti e party che troppo spesso rischiano di trasformarsi in tragedia. L’ultimo caso avvenuto a Roma risale al 10 settembre, dove al Parco degli Acquedotti una ragazza è finita in coma etilico dopo aver partecipato a una festa a base di alcol. Trasportata all’ospedale San Giovanni in codice rosso, per alcune ore si è temuto che non si riprendesse. Poi, fortunatamente, si è salvata. Questo è solo uno dei molti episodi, che segue situazioni analoghe verificatesi negli ultimi mesi e che indica la gravità di un fenomeno in continua crescita. “Penso ci sia un abuso, i minorenni sanno dove andare a trovare l’alcol e ci vanno”, afferma una cittadina romana a LumsaNews. Insomma, vendita illegale di alcolici e gare di bevute, come quella che nel 2021 è quasi costata la vita anche a una 14enne a Villa Carpegna, sempre nella Capitale.
I numeri dell’abuso di alcol Una “pandemia delle dipendenze” che sta contagiando i ragazzi, con numeri che nemmeno le più pessimistiche delle previsioni avevano ipotizzato. Il quadro che emerge dal Rapporto ISTISAN del 2023 dell’Osservatorio nazionale alcol (Istituto Superiore di Sanità) è sconfortante: rispetto al consumo di alcol tra i giovani, i dati evidenziano che nel 2021 7,7 milioni di italiani di età superiore a 11 anni hanno bevuto quantità di alcol tali da mettere la propria salute a rischio. I giovani tra gli 11 e i 17 anni che hanno consumato alcolici sono stati il 16,5% dei maschi e il 14,2% delle femmine, un dato che, per queste ultime, è comunque diminuito rispetto al 2020. Il 12,7% degli uomini e il 6,1% delle donne di età superiore a 11 anni hanno dichiarato di aver abitualmente ecceduto nel consumare bevande alcoliche (per un totale di circa 5.000.000 persone) e proprio tra gli
di MARTINA VIVANI
“
adolescenti di 16-17 anni si osserva la percentuale più elevata di consumatori abituali eccedentari. Non si tratta solo di ubriacarsi e di esagerare nel consumo di sostanze alcoliche una volta ogni tanto. Emerge infatti anche un nuovo fenomeno, il cosiddetto “binge drinking”: un modello di consumo di alcol che porta la concentrazione di etanolo nel sangue a salire molto rapidamente, con gravi conseguenze soprattutto per la salute. Il superamento della soglia del binge drinking aumenta infatti il rischio di danni acuti, come l’intossicazione alcolica, compromettendo dunque l’organismo.
I dati
Il 12,7% degli uomini e il 6,1% delle donne di età superiore agli 11 anni hanno dichiarato di aver abitualmente ecceduto nel consumo di bevande alcoliche
Gap comunicativo famiglia-giovani tra le cause A partire dal 13 settembre di quest’anno è stato creato in Campidoglio un tavolo tecnico permanente interministeriale per far fronte al bullismo e alle condotte devianti, in collaborazione col ministero della Salute e dell’Istruzione. Come spiega a LumsaNews lo psicoterapeuta Aldo Grauso, Consulente tecnico del Tribunale di Roma e parte attiva al tavolo tecnico, stando agli ultimi dati diffusi dall’Ospedale Bambino Gesù c’è una crescita di circa il 70% riguardante i giovani
L’ultimo caso avvenuto nella Capitale risale al 10 settembre quando una ragazza è finita in coma etilico al Parco degli Acquedotti Pericolose gare di bevute legate anche al fenomeno del “binge drinking”: il consumo di grandi quantità di alcol in un breve intervallo di tempo
a rischio condotte autolesioniste e tentativi di suicidio. “Stiamo sicuramente attraversando una degenerazione nella comunicazione tra famiglia e giovani”, continua Grauso, e il consumo di alcol e le dipendenze più in generale sono legate anche a tale gap comunicativo. Dal punto di vista delle restrizioni sull’alcol a livello locale e nazionale ci sono ancora dei divieti troppo deboli, bypassati dal vivere quotidiano. Inoltre, secondo Grauso il tutto è aggravato da una problematica non solo sociale, ma anche psicologica e neurologica. Nella fascia adolescenziale, infatti, i ragazzi starebbero sviluppando gravi tendenze depressive e disturbi borderline, che porterebbero a condotte aggressive e, soprattutto, all’abuso di alcol e sostanze.
L’ORDINANZA Il 15 ottobre scade la misura anti-alcol del Comune di Roma
A febbraio 2022 il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha firmato un’ordinanza con la quale obbliga tutte quelle attività considerabili come esercizi di vicinato del settore alimentare e misto (inclusi i cosiddetti minimarket) dei municipi I e II a chiudere dalle ore 22 alle 5 nei fine settimana. A maggio 2022 il Campidoglio ha deciso di estendere il provvedimento anche al III, XIII, V e VI municipio. L'ultimo rinnovo, di metà maggio 2023, aveva esteso l'ordinanza anti-minimarket a quasi metà città. Il 15 ottobre scadrà l'ultima proroga e in Campidoglio ragionano su un ulteriore rinnovo della misura voluta per contrastare gli eccessi della vita notturna e per controllare la vendita di alcolici.
Fonte: Rapporto ISTISAN 2023 Osservatorio nazionale alc
LUMSAnews
PAGINA 3
IL REPORTAGE
La malamovida a Roma-San Lorenzo “Abbiamo paura di uscire la sera” Episodi di criminalità in notevole crescita negli ultimi anni, aggravati anche dal consumo eccessivo di alcol e droghe. Tra il giorno e la notte il quartiere della Capitale si trasforma di ANTONINO CASADONTE
Passeggiando di giorno per le vie di San Lorenzo, storico quartiere di Roma a due passi dalla stazione Termini e dall’Università “La Sapienza”, si respira un’aria particolare, molto strana, quasi surreale. Pochissimi negozi aperti e si tratta perlopiù di locali che servono aperitivi e colazioni abbondanti, vista la grande affluenza di studenti che abitano nella zona. Muri imbrattati dai graffiti, segno di rivendicazioni artistiche, politiche e sportive. Silenzio, tanto silenzio, rotto solamente qua e là dal camioncino dei rifiuti che attraversa le strade per pulirle e dal suono delle campane della Basilica dedicata al Santo che dà il nome al quartiere. Tuttavia, se ci si sposta di poche centinaia di metri partendo da piazza dell’Immacolata, cuore pulsante di San Lorenzo, e ci si incammina verso le vie limitrofe, si riescono a notare alcuni particolari inquietanti, simbolo di uno stato di degrado assoluto: l’incredibile numero di bottiglie di birra e di vino abbandonate sul ciglio della strada, i vetri rotti disseminati ovunque e, giusto per non farsi mancare niente, la spazzatura ammassata in diversi punti. Sono tutti segni inequivocabili della serata precedente, caratterizzata dai fiumi di alcol, venduto fino a tardi a prezzi bassi, dal consumo di droga e dalla movida sfrenata, che qui a San Lorenzo ormai è diventata una “piaga”, un problema la cui soluzione appare molto lontana. Una trasformazione radicale tra il giorno e la notte, in un quartiere “spento” al mattino e troppo animato di sera. Così raccontano il loro quartiere i residenti, che puntano il dito contro i giovani, principali responsabili di questa situazione totalmente fuori controllo. Ogni sera, centinaia di persone, soprattutto universitari e liceali, si riversano nei locali della zona per divertirsi fino a tarda notte. Troppo spesso però queste riunioni notturne producono schiamazzi, urla e risse, che rischiano addirittura di sfociare in tragedia. Come nella notte tra il 25 e il 26 settembre, quando in via dei Volsci un uomo di 36 anni ha ferito a colpi di forbice un 35enne, reo di averlo richiamato per aver rotto una bottiglia di Fonte: Rapporto ISTISAN 2023 Osservatorio nazionale alcol (Istituto Superiore di Sanità), dati aggiorati al 2021
col (Istituto Superiore di Sanità), dati aggiorati al 2021
vetro, e altre due persone che erano intervenute a soccorrerlo. Un rimprovero, peraltro legittimo, costato la prognosi riservata alla vittima. Segno che c’è davvero un problema di fondo, una mancanza di rispetto, cultura ed educazione aggravata dai fumi dell’alcol e della droga. “Chi c’è dietro questi giovani? Dove sono le loro famiglie?”, ci chiede un abitante del quartiere. Una domanda per la quale è veramente complicato trovare una risposta soddisfacente. “Queste persone arrivano a San Lorenzo e pensano che si possa fare di tutto, sono senza regole”, racconta un’anziana signora che passeggia con il cane. “Abbiamo paura di uscire la sera. Prima della movida si poteva andare a mangiare una pizza tra donne, oggi no”, aggiunge. Ma si può davvero parlare di movida sfrenata? Effettivamente, dando uno sguardo agli ultimi casi di cronaca che riguardano San Lorenzo, ma anche alle storie meno recenti, ci sono stati episodi che confermerebbero la versione degli abitanti del quartiere. Ad esempio, l’aggressione dell’ottobre scorso ai danni di uno studente universitario, rapinato e stuprato tra le vie del quartiere. Oppure, il tentativo di abuso da parte di un uomo armato di cacciavite ai danni di una 23enne, avvenuto nel maggio del 2022. Infine, spostando indietro di qualche anno le lancette del tempo, non si può dimenticare quanto successo nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 2018, quando la sedicenne Desirée Mariottini fu ritrovata senza vita all’interno di uno stabile occupato dopo essere stata drogata e abusata sessualmente. Un trend decisamente negativo, con episodi di criminalità in crescita che preoccupano gli abitanti del quartiere, costretti molte volte a rimanere in casa per paura di uscire, soprattutto quando cala il buio. La loro speranza, con tanto di appello alle autorità competenti, è che questa situazione di degrado si possa risolvere presto e che la movida di San Lorenzo, da sempre punto di forza del quartiere universitario, possa rientrare nei canoni della civiltà e andare di pari passo con il benessere di tutta la comunità.
L’INTERVISTA
“Molti adolescenti non comunicano più con le famiglie”
Lo psicoterapeuta Aldo Grauso spiega a Lumsanews ALDO GRAUSO Psicoterapeuta “Ci sono difficoltà di tipo psicologico e neuropsicologico” Aldo Grauso è psicoterapeuta e Consulente Tecnico del Tribunale Ordinario di Roma. Dal 13 settembre è anche componente e parte attiva presso il tavolo tecnico interministeriale istituito in Campidoglio per far fronte alle problematiche del bullismo, del cyberbullismo e delle condotte devianti, al fine di mettere in campo una serie di iniziative che possano rafforzare le azioni di prevenzione e la crescita di consapevolezza rispetto a tali fenomeni. Ha fatto il punto per LumsaNews sulle cause che portano i giovani a comportamenti violenti e all’abuso di alcol. Perché in Campidoglio si è deciso di istituire questo tavolo tecnico? Dal 13 settembre abbiamo creato in Campidoglio un tavolo tecnico interministeriale in collaborazione con il Ministero della Salute e il Ministero dell'Istruzione. Si tratta di un tavolo tecnico permanente sul bullismo e sulle condotte devianti. Lo abbiamo istituito anche perché ormai, soprattutto dopo il Covid, il numero di degenerazione tra i giovani è in forte crescita. Gli ultimi dati dell'ospedale Bambino Gesù lanciano un allarme: il 70% dei ragazzi è a rischio per quanto riguarda le condotte di autolesionismo e i tentativi di suicidio. Scuola e famiglia sono preparate ad affrontare tali problematiche nei ragazzi? Consideriamo che la scuola si trova sicuramente impreparata sotto questo versante. I ragazzi di trent’anni fa, ad esempio, ave-
vano altri tipi di dipendenze. Negli ultimi venti/trenta anni uno degli abusi più diffusi è quello di alcol. Oltretutto, in merito alle restrizioni si è fatto ancora troppo poco, se non il divieto della vendita di alcolici a i minori di 18 anni. Quali sono le cause dietro a tali comportamenti? Prendiamo ad esempio anche gli ultimi episodi di cronaca, come quello di Caivano. Stiamo sicuramente attraversando una degenerazione di quella che è la comunicazione tra famiglia e giovani. Reprimere o punire questi comportamenti può essere una soluzione? Le pene più severe che a livello giuridico si stanno mettendo in atto sono sicuramente importanti, ma la repressione non è assolutamente la chiave con cui combattere questi episodi. Infatti, c'è una problematica non soltanto sociale, ma anche una di tipo psicologico e neuropsicologico. Nella fascia adolescenziale si stanno sviluppando, con dei rischi accertati anche dall’Istat, problematiche riguardante la salute mentale, come tendenze depressive e disturbi borderline. Ma non solo: tali condotte possono avere connotazioni di tipo più aggressivo, tanto da poter arrivare anche a compiere atti violenti come omicidi o altro. (m.v)
PAGINA 4
il caso
El Salvador
Il presidente Nayib Bukele ha intrapreso una guerra contro il crimine di strada In carcere per contatti ravvicinati con le gang o solo per presunti sospetti
Il prezzo della lotta alle gang criminali
Le misure estreme del Paese a metà tra il contrasto alla criminalità e la violazione dei diritti umani
U
di LORENZO SIVILLI
na schiera di detenuti spogliati, fatti correre con la testa bassa e la schiena ricurva in segno di sottomissione. Disposti tutti in fila, prostrati, e poi condotti in celle strettissime con i fucili puntati addosso. Sembra la scena di un film ma è la realtà delle carceri di El Salvador, il più piccolo paese del Centro America, che da anni combatte contro la minaccia violenta delle gang criminali che infestano il paese. Nel corso degli anni, le bande di strada hanno intensificato le rapine, gli atti di violenza e le estorsioni, arrivando ad utilizzare delle ambulanze per il traffico di stupefacenti, potenziando l’attività dei cartelli della
Il crollo degli omicidi
Tasso di omicidi ogni 100mila abitanti in El Salvador nel 2018 e nel 2021 | World Bank
Il leader
La polizia condanna sui social i criminali “Rimarranno in carcere per scontare i loro reati”
droga. Guerra alle pandillas Sono pandilleros, membri delle bande, gli oltre 60mila detenuti catturati dalla polizia tra il 2022 e il 2023 e riconosciuti nitidamente attraverso varie caratteristiche comuni. Prima fra tutte i tatuaggi. La polizia ha iniziato a pubblicare ogni arresto come parte fondamentale del Plan Control Territorial, per dimostrare la risposta immediata del governo. “Sono state misure necessarie per eliminare il problema”, racconta Ricardo Alberto Avendaño Montes, viceconsole presso il Consolato Generale di El Salvador a Roma, che hanno portato ad un elevato calo del tasso di omicidi.A quale prezzo? Si domanda Crisis Group, Ong che da anni opera nei territori dell’America Centrale. In un rapporto riassunto dal quotidiano La Repubblica, Crisis Group ha denunciato le misure attuate dal governo salvadoregno, considerandole eccessivamente dannose e colpevoli di violare i diritti umani. “Piuttosto che impegnarsi in tattiche pesanti – scrive l’organizzazione – il governo dovrebbe fornire una rampa di uscita per queste persone, disposte a costruirsi una nuova vita in una società rispettosa della legge”.“In El Salvador è stato nominato un commissario per i diritti umani - spiega il viceconsole Avendaño Montes - incaricato appositamente di valutare le misure del governo”. “Il comisionado – aggiunge – ha già valutato le misure del governo considerandole idonee”. L’ascesa del nuovo leader Nel 2019, Nayib Bukele è stato eletto presidente di El Salvador. Nei primi anni di governo, le attività criminali sono state regolate da un patto informale tra il presidente e le cosiddette maras, influenzando enormemente il paese. Federico Larsen, giornalista argentino, racconta a Lumsanews di come, prima di Bukele, “i negozi erano costretti ad aprire per massimo tre ore al giorno e la vita notturna esisteva solo nei quartieri che potevano permettersi determinate misure di sicurezza”.Il patto tra il governo e le gang si rompe il 27 marzo del 2022, quando un’escalation di oltre sessanta omicidi sconvolge il paese.
Criminali arrestati dalle forze dell’ordine di El Salvador | FOTO ANSA
Viene, quindi, istituito lo stato di emergenza. In un solo anno, la polizia salvadoregna effettua una “rete a strascico” di arresti in cui l’1% della popolazione viene rinchiusa in una gigantesca struttura carceraria, voluta proprio da Bukele. La situazione si capovolge completamente.“Prima capitava di arrivare a 40-50 omicidi al giorno. Adesso El Salvador è il paese più sicuro di tutta l’America Latina”, spiega il Viceconsole Avendaño Montes. “Prima, quando si entrava nelle carceri – ha aggiunto – sembrava di stare in un piccolo quartiere in cui erano i detenuti a fare le regole, ora è tutto rinato”. Larsen, a tal proposito replica che “il 25% dei detenuti sono in realtà
cittadini innocenti”, un’affermazione che si basa sul meccanismo di arresti volto, secondo il parere dell’opposizione, a catturare anche presunti sospetti senza un’approfondita indagine. “Nonostante questo il problema rimane perché fuori dalle carceri esiste ancora un’ampia struttura criminale”, conclude Larsen Il valore della democrazia Al momento, Bukele è il presidente più popolare di tutta l’America Latina, con circa il 90% dei consensi. Le opposizioni, seppur deboli, protestano contro una dinamica politica che potrebbe minare la democrazia del paese. “Ha praticamente sotto-
Nayib Bukele è stato eletto nel 2015 sindaco della città di San Salvador, capitale di El Salvador. Nel 2017 fonda il suo partito Nuevas Ideas, con il quale trionfa alle elezioni presidenziali del 2019. Nelle prime fasi di governo, Bukele promette di liberare lo stato dalle gang criminali e fa costruire il Centro de Confinamiento del Terrorismo (CECOT), il carcere più grande di tutta l’America Latina.La mega struttura è in grado di ospitare fino a 40mila detenuti,i quali sono stati spostati tra il 2022 e il 2023. Queste misure estreme hanno portato El Salvador ad un dratico calo del tasso di omicidi ogni 100mila abitanti, passando da un valore di 53,51 nel 2018, a 18,17 nel 2021(World Bank). messo le istituzioni - spiega Larsen - forzando la sua possibile rielezione a febbraio del 2024”. In El Salvador, invece, parlano di un’autorizzazione voluta dalla Corte suprema di giustizia.Secondo i dati di Freedom House, a El Salvador viene assegnato un “punteggio libertà” di 56/100, un valore che determina un equo parametro di diritti politici e libertà civili. Un dato positivo che però si scontra con la tendenza analizzata, che prevede un drastico calo dei diritti e delle libertà del paese e che, secondo Larsen “ha già inserito El Salvador in un gruppo di stati che non seguono le linee fondamentali della democrazia”.
LUMSAnews
L’ESPERTO
“El Salvador è ormai un paese che non rispetta la democrazia” La situazione anti-criminalità adottata in El Salvador è una misura estrema che sta influenzando anche altri paesi dell’America Latina e del Sud America. Un’operazione contro la violenza delle bande che riscuote molti consensi ma che deve fare i conti con la propria democrazia. Federico Larsen, giornalista argentino, racconta a Lumsanews come l’ascesa di Bukele al governo salvadoregno possa danneggiare le dinamiche democratiche del paese. In Sud America esiste un elevato tasso di criminalità come nei paesi del Centro America? "Si, ma sono realtà abbastanza diverse. In Sud America esistono determinati territori che sono segnati dalla questione del narcotraffico e hanno quindi, di per sé, un grosso problema di criminalità organizzata. I tre principali produttori di cocaina al mondo sono in Sud America, dove vige un sistema criminale molto più complesso, mentre quello salvadoregno è più grezzo e anche più violento". Su cosa si basa la politica del presidente Bukele in El Salvador? "Si tratta di un tipo di politica che non è solamente incentrata sull’accumulazione del potere nelle proprie mani, ma su un cambiamento di prospettiva su determinati problemi. Come per quello delle bande criminali, che da sempre infestano il paese. Queste misure per contrastare il problema hanno avuto un’influenza pesantissima in El Salvador, facendo aumentare i consensi nei suoi confronti. Prima di Bukele i negozi erano costretti ad aprire per tre ore al giorno e la vita notturna praticamente non esisteva, Bukele decide di fare un patto con le gang per diminuire la loro attività ma.questo patto si è rotto
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IL DIPLOMATICO
Detenuti trasferiti con la forza nel carcere di massima sicurezza di El Salvador | FOTO ANSA
Federico Larsen Giornalista argentino
nel marzo del 2022, quando in un solo giorno vengono uccise più di sessanta persone. Da qui hanno inizio le misure estreme contro le gang". Alcune recenti proteste dell’opposizione hanno parlato di “morte della democrazia”, cosa ne pensa? "Bukele ha sottomesso tutte le istituzioni, è riuscito a cambiare la composizione della Corte costituzionale per potersi ripresentare alle prossime elezioni. Una mossa che, costituzionalmente, non si potrebbe fare. Così facendo ha inserito El Salvador in un gruppo di paesi che non rispettano la democrazia”. Pensi che la sua politica non stia funzionando come dovrebbe? "No, è un fallimento. Ha messo in carcere sessanta mila persone in un paese di 6,3 milioni di abitanti, Si stima che il 25% siano in realtà innocenti e altri non hanno mai commesso un crimine direttamente. Tutto questo mentre fuori dalle carceri c’è ancora un’ampia struttura criminale. Non ha risolto il problema e sta diventando un punto di riferimento per altri paesi. Mano dura, pugno di ferro, non importa se innocenti oppure no". (l.s.)
“
Bukele ha sottomesso tutte le istituzioni riuscendo a cambiare la composizione della Costituzione
“Prima si arrivava a 40-50 omicidi al giorno Ora è tutto rinato” Il 27 marzo del 2022 un’escalation di omicidi in El Salvador porta il governo a dichiarare lo stato di emergenza. Da quel momento la polizia inizia una “rete a strascico” di arresti che porta alla reclusione di numerosi criminali affiliati alle gang criminali che terrorizzano il paese. Ricardo Alberto Avendaño Montes, Viceconsole presso il Consolato di El Salvador a Roma, racconta a Lumsanews la percezione del popolo salvadoregno di fronte alla politica anticriminalità del presidente. Da quando al governo si è insediato Bukele, il tasso di criminalità è calato drasticamente. Cosa pensa della politica del presidente? “Le misure adottate per contrastare le pandillas, le gang criminali, si sono rivelate una cosa positiva per il nostro paese. Prima di questo, capitava di arrivare anche a 40-50 omicidi al giorno. Ad oggi, invece, El Salvador è diventato il paese più sicuro di tutta l’America Latina. Sui giornali sono circolate foto di detenuti ammassati in celle strettissime e ridotti in condizioni molto dure. Questa politica potrebbe andare incontro ad una violazione dei diritti umani? “Per noi, ma soprattutto per il governo, sono state una serie di azioni necessarie per eliminare il problema. A parte questo, in El Salvador è stato nominato un commissario per i diritti umani, Andrés Guzmán, che ha avuto il compito di valutare le misure proposte dal governo. Secondo la sua analisi, la politica di Bukele non ha violato nessun diritto fondamentale nei confronti degli arrestati. È anche vero che, per catturare queste persone, non è assolutamentepossibile andare da loro “chiedendo il permesso” ma èbisogna agire usando la forza”. Molti media parlano di “umiliazione” dei
Ricardo Alberto Avnedaño Montes Viceconsole di El Salvador a Roma
detenuti. Secondo lei è così? “No, assolutamente. Ad esempio, negli Stati Uniti esistono già delle misure restrittive nelle carceri. I detenuti vengono vestiti tutti uguali, con un uniforme, e ci sono delle regole che devono rispettare. In El Salvador ora è così, prima era diverso. Quando si entrava nelle carceri sembrava di stare in un piccolo quartiere in cui a fare le regole erano i detenuti. Ora è tutto rinato e con un preciso ordine”. Recentemente il presidente Bukele ha annunciato la sua rielezione. Questo però violerebbe la vostra Costituzione. Se ciò dovesse accadere non sarebbe una svolta autoritaria per il paese? "L’articolo 152 della nostra Costituzione effettivamente vieterebbe a Nayib di essere rieletto. La Corte suprema di giustizia del paese ha permesso la sua ricandidatura con una sentenza del 2021, Il presidente dovrebbe rinunciare alla propria carica attuale solamente per i sei mesi precedenti alle prossime elezioni, lasciando spazio ad un governo tecnico. Ma la verità è che il popolo chiede di lui. Secondo i sondaggi, al momento, è il politico più influente del paese con circa il 90% dei consensi”. (l.s.)
“
Con queste misure necessarie El Salvador è diventato il paese più sicuro di tutta l’America Latina
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il racconto
Un filo rosso di sangue e
È
di SOFIYA RUDA
il 6 giugno 2023. Un numero indefinito di morti, migliaia di civili evacuati, decine di villaggi e quartieri sommersi dall’acqua straripante dalla diga di Kakhovka. Il fango ricopre strade, terreni e alcune abitazioni dalle quali emerge solo il tetto. Il disastro a seguito della distruzione della diga di Nova Khakovka è enorme, come le ripercussioni a livello umano e ambientale. Le persone colpite sono almeno 42mila, ma non si ha una certezza sulle stime. Cosa è successo quella notte? Gli ucraini stavano intensificando i preparativi per l’inizio della controffensiva. Da parte russa c’era paura che potessero trovare una breccia sulle linee del fronte. In questo contesto la diga, situata nel territorio sotto occupazione russa, viene distrutta. Mentre le due parti si accusavano reciprocamente, la situazione stava degenerando e l’inondazione avanzava, allagando le case e le attività.
Le evacuazioni sotto le bombe “Tutto è iniziato il 6 giugno al mattino, quando abbiamo saputo la notizia. Siamo partiti immediatamente”, racconta Vladislav Svitsa, volontario di VOLUNTEERS.UA FOUNDATION. Il suo gruppo è riuscito a far evacuare gli abitanti della riva sinistra del Dnipro, mentre sul lato destro, controllato da Mosca, gli occupanti non hanno permesso a nessuno di andarsene, eccetto a chi aveva un passaporto russo. Tantissime persone sono morte, ma è impossibile stabilire il numero. Nonostante ciò, i volontari erano pronti a evacuare le persone anche da lì. “Ma i militari russi ne hanno approfittato per prendere i telefoni dei residenti per scrivere testi falsi nelle chat room per le evacuazioni”. Secondo le testimonianze dell’organizzazione, i volontari raggiungevano la sponda destra in barca e cadevano in imboscate per poi essere uccisi.
Il disastro ambientale di Kakhovka I danni causati alla centrale sono incalcolabili. “Una valutazione accurata sarà possibile solamente quando sarà consentito l’accesso all’impianto dopo l’eventuale fine dell’occupazione e una valutazione da parte di esperti”. Lo chiarisce Igor Syrota, CEO di Ukrhydroenerho, l’azienda che controlla dieci centrali distribuite lungo i fiumi Dnipro e Dnister. “Con il crollo dell’impianto, l’industria e il sistema idroelettrico hanno perso circa 1,5-2 miliardi di kWh. Allo stesso tempo – continua l’amministratore delegato –, abbiamo dovuto cambiare la modalità di funzionamento dell’impianto di Dnipro per mantenere il livello dell’acqua più basso, il che limita l’uso della capacità di generazione in vari segmenti del mercato elettrico.”
L’elevato rischio di inquinamento Mauro Rossi, ricercatore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, fa notare che l’effetto immediato del crollo della diga è stato il riversamento dei liquidi, con il materiale inquinante che è stato portato verso la foce del delta sul Mar Nero. “Tutta la zona è inquinata e le attività prece-
Ucraina, la distruzione della diga di Nova Kakhovka
denti sono impossibili – ribadisce l’esperto –. Ci sarà, inoltre, un problema nell’approvvigionamento di cibo legato alla coltivazione e all’estrazione di acqua”. Al momento preoccupa lo spostamento di sedimenti: il fondo del bacino è pieno di materiali ricchi di metalli pesanti che potrebbero essere trasportati lungo il Dnipro.
IL FOCUS
La storia si ripete Non è la prima volta che la diga crea problemi di questa portata. Già al momento della costruzione della centrale in epoca sovietica, infatti, Velikiy Lug, l’enorme terreno abitato dai cosacchi ucraini nelle pianure a valle del fiume fu interamente sommerso e cancellato dall’acqua. Durante la Seconda Guerra Mondiale, inoltre, “Stalin non ci pensò due volte a demolire la diga per fermare l’avanzata nazista”, racconta Giorgio Cella, autore del libro “Storia e geopolitica della crisi ucraina”. Ci fu un massacro: circa 50mila persone uccise, tra cui la maggior parte ucraini. “Anche lì, possiamo vedere come la mentalità russa in guerra non guardi in faccia a nessuno. Per quello che è successo adesso – conclude il docente –, molti indicatori sembrerebbero puntare il dito contro la Russia. Vi è un fil rouge di sangue e fango della storia.”
Le teorie sulla responsabilità Dopo quasi quattro mesi, non si conosce con certezza cosa sia accaduto quella notte. “Sono tre le teorie principali che ancora oggi sono difficili da verificare”, evidenzia Marco Di Liddo, analista di politica estera del CeSI.
“Una, meno plausibile, parla di un attacco ucraino. L’altra consiste in un collasso dovuto ai danni della guerra. Una terza teoria – spiega – è quella di un’esplosione interna provocata dai russi.” Per Mosca il disastro portava un vantaggio importante, perché costringeva gli ucraini a fermarsi nella controffensiva. L’unica opzione che va verso la responsabilità ucraina è quella dell’utilizzo di un colpo d’artiglieria non controllato, ma non ci sono prove di calore in merito a quel tipo di attacco, sottolinea Di Liddo. “Molto più probabile risulta un’esplosione dall’interno. Anche perché ci sono state le rilevazioni dei sismografi e anche il rumore della conflagrazione.”
Una motivazione fragile Le accuse ufficiali al governo di Kiev provengono da Mosca. I motivi alla base potrebbero essere due: provocare disagio nella parte occupata dai russi oppure creare una false flag. Ma la motivazione sembra fragile, “perché in quel momento non c’era alcun vantaggio militare e nei territori occupati, inoltre, vivevano anche ucraini”. Il danno ecologico, infine, fa decisamente più male agli ucraini che ai russi.
Un paradiso terrestre sommerso dall’acqua Dalla distruzione della diga di Nova Kakhovka il 6 giugno 2023, è evidente che la storia torna di continuo con determinati eventi. Il luogo dove è stata costruita la diga, infatti, è un territorio di importanza storica e di tradizione per l’Ucraina. Dopo l’attacco alla centrale idroelettrica, da chilometri di terra allagati stanno emergendo molti segreti.
Il Grande Prato Il luogo chiamato Velikiy Lug, che significa “Grande Prato”, non è molto conosciuto. Un territorio che ha avuto grande importanza nel XVI secolo. Si tratta del luogo che comprende le vaste pianure alluvionali sulle rive del fiume Dnipro.Velikiy Lug, largo circa 20 chilometri e lungo 100 chilometri, prima dell’alluvione era un suolo molto ricco, dove crescevano foreste e vasti praterie. Qui vivevano moltissime specie di animali: lepri, cinghiali, martore, lupi, volpi, cervi e pesci.
La culla dei cosacchi Sotto gli strati di terra si nascondono le testimonianze della lunga permanenza dei cosacchi: insediamenti, tombe di antenati, tracce culturali e artigianali. Il luogo era la patria dei cosacchi zaporoghi ed era chiamato Bat’ko, “padre”. Nelle paludi del Grande Prato di Zaporizhzhia costruivano i loro Sič, la prima forma di organizzazione politica dei cosacchi.
Un simbolo dell’Ucraina Il Grande Prato può senza dubbio essere definito uno dei principali simboli dell’identità ucraina. Questo luogo, infatti, ha definito la storia del Paese e ha gettato le basi per il futuro degli abitanti. Qui si trovano anche monumenti archeologici, come insediamenti dell’epoca della Rus’ di Kiev, tombe scite e tumuli dell’età del bronzo, fortificazioni dell’epoca del Principato lituano e così via. È difficile immaginare quante cose si pos-
sano trovare in profondità sotto gli strati di terra che sono venuti in superficie. Il Grande Prato è stato per secoli un rifugio per numerose culture e lo stesso Erodoto lo ha descritto nei suoi scritti, definendolo come l’inizio della terra degli agricoltori sciti.
La cancellazione del luogo La distruzione dei prati iniziò quando il Dnipro fu bloccato dalla costruzione delle centrali idroelettriche alla fine del 1932. Non appena le rapide furono nascoste sotto la superficie del lago artificiale Lenin, il microclima dei prati iniziò a cambiare. La fauna e la flora si impoverirono. Nel 1950, poi, iniziò la ricostruzione della centrale idroelettrica di Kakhovka dopo la Seconda Guerra Mondiale e negli anni successivi quasi tutto il territorio di Velikiy Lug fu sommerso dal mare artificiale di Kakhov.
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L’INTERVISTA/IL VOLONTARIO
e fango Nel 1941 Stalin fece saltare l’impianto a sud del Paese per fermare l’avanzata dell’esercito nazista
L’INQUINAMENTO Il crollo della diga di Nova Kakhovka (foto Ansa) ha provocato il disastro ecologico più grave in Europa negli ultimi dieci anni, secondo le parole di Ostap Semerak, ex ministro dell’ecologia e delle risorse naturali dell’Ucraina. Per il ricercatore del Cnr Mauro Rossi, il primo grande effetto è stato il riversamento dei liquidi inquinanti nella diga stessa. Il materiale è stato trasportato verso la foce. Tutta la zona è inquinata e le attività precedenti ora sono impossibili. Ci sarà un problema nell’approvvigionamento di cibo legato alla coltivazione e nell’estrazione di acqua, essendo le falde nelle zone circostanti probabilmente inquinate. Nel medio termine la minaccia più significativa è lo spostamento sei sedimenti ricchi di metalli pesanti.
I problemi dell’esplosione della diga di Nova Kakhovka si sono riversati con violenza sulle persone e sugli animali che si trovavano lì. Il territorio è attualmente sotto occupazione russa, ma i volontari continuano a lavorare per salvaguardare la sicurezza degli abitanti del luogo. Il lavoro più grande è stato svolto nei giorni immediatamente successivi al crollo del sito. Vlavislav Svitsa, volontario di VOLUNTEERS.UA FOUNDATION, racconta a Lumsanews come si sono svolte le evacuazioni in quel momento di estremo pericolo. Qual è la situazione a Kherson dopo l’esplosione della diga? “Molto complicata. La riva destra del Dnipro è liberata, mentre quella sinistra è sotto occupazione russa. La distanza dalle due rive, però, è molto breve in alcuni punti. Quella ucraina è spesso pesantemente bombardata. Ogni volta che ci siamo recati lì ci ritrovavamo sotto il fuoco nemico. Colpi di artiglieria e mortai, da circa 5 km di distanza sparano di tutto, lanciano bombe che arrivano fino a 20 km di distanza e causano esplosioni molto grandi e danni ingenti. È molto difficile condurre ricognizioni, perché Kherson è sotto tiro quasi ogni giorno. L’unica opportunità per i volontari di lavorare in sicurezza è quando il tempo è nuvoloso o piove e non possono far volare i droni. Ma il tempo nella regione raramente è così, è per lo più soleggiato.” Come si sono svolte le evacuazioni? “Tutto è iniziato il 6 giugno al mattino, quando abbiamo saputo che la diga era stata fatta saltare. Abbiamo deciso di partire immediatamente. Abbiamo comprato molta acqua potabile, una tonnellata e mezza, e il 7 giugno al mattino eravamo già a Kherson. La cosa più sorprendente è che c’erano molti volontari, ma non un coordinamento chiaro. Il secondo e il terzo giorno, tutti i magazzini umanitari erano pieni di acqua, medicinali e altro. Ma non c’era molta coordinazione e non c’era più spazio per immagazzinare i beni. Il bisogno di medicinali era grande, arrivavano grandi camion pieni, ma non c’era posto per scaricarli e tornavano indietro. Siamo riusciti a far evacuare tutti gli abitanti dalle case che erano a rischio inondazione. La situazione è stata molto più complicata con gli animali, perché erano davvero tanti. Poi, c’è stato il problema delle mine e dei continui
“Nelle evacuazioni ci siamo ritrovati sempre sotto il fuoco nemico”
Vladislav Svitsa, volontario ucraino di VOLUNTEERS.UA FOUNDATION
bombardamenti, e il quarto giorno ai volontari è stato vietato di compiere qualsiasi azione a causa del pericolo.” E i territori sotto occupazione russa? “Per quanto riguarda la riva sinistra, la situazione era molto più complicata. I nostri volontari erano pronti a far evacuare anche le persone da quel lato. Ma i militari russi ne hanno approfittato per prendere i telefoni dei residenti locali per scrivere testi falsi nelle chat room che servivano per le evacuazioni.Per esempio, hanno scritto che una madre con tre bambini erano in pericolo su un tetto, che non avevano acqua né cibo e chiedevano aiuti. I volontari sono andati lì in barca e sono caduti in un’imboscata, i russi sparavano e in molti casi i volontari sono stati uccisi. Nonostante la situazione molto difficile, siamo riusciti a effettuare circa trenta evacuazioni in barca.” I russi hanno svolto evacuazioni? “Non hanno fatto nulla, non hanno permesso a nessuno di andarsene. Solo coloro che avevano un passaporto russo si sono potuti salvare. È impossibile contare quante persone sono morte, perché non sappiamo quanti vivevano sulla riva sinistra prima che la diga fosse fatta saltare. Non si può calcolare ora, ma circa la metà della popolazione è morta lì.” Quali sono le teorie più accreditate sull’esplosione della diga? “Esistono diverse versioni sull’esplosione della diga, ma non ci sono risposte concrete. Naturalmente, tutti sono sicuri che sia stata fatta esplodere dai russi, perché la centrale idroelettrica era occupata e controllata da loro. Tecnicamente, era impossibile effettuare il sabotaggio da fuori perché avrebbe richiesto molto esplosivo. La spiegazione più veritiera dell’esplosione della diga è che sia avvenuta per fermare la controffensiva dell’esercito ucraino.” La centrale verrà ripristinata? “La questione è attualmente poco chiara. In primo luogo, mentre è in corso una guerra e una parte dell’Ucraina è occupata, è impossibile parlarne. In secondo luogo, ci sono teorie secondo cui è meglio non farlo per il bene del ripristino ecologico del territorio. Prima che questa centrale idroelettrica fosse costruita in epoca sovietica, in questo sito c’era un bellissimo ecosistema naturale, che potrebbe essere ripristinato in futuro. Per risolvere la questione sono necessari tempo, risposte e pareri di esperti.” (s.r.)
L’INTERVISTA/IL CEO
I danni causati alla centrale idroelettrica di Nova Kakhovka sono incalcolabili. Per il momento, inoltre, non è possibile avere una stima accurata delle conseguenze dell’esplosione della diga. È quanto spiega a Lumsanews Igor Syrota, CEO di Ukrhydroenerho, un’azienda pubblica ucraina, interamente controllata dallo Stato, attiva nella produzione di energia idroelettrica che gestisce dieci centrali distribuite lungo i fiumi Dnipro e Dnister e lavora attivamente per ripristinare le infrastrutture danneggiate dopo i numerosi attacchi missilistici russi alle strutture ucraine. Dall’inizio della guerra, quante centrali idroelettriche sono passate sotto il controllo russo? “Delle centrali idroelettriche di Ukrhydroenerho, solo la centrale di Kakhovka è stata occupata e si trova nel territorio controllato dai russi dal 24 febbraio 2023. Dopo l’aggressione armata della Federazione Russa e la presa della centrale di Kakhovka, parte del personale della filiale è stato ritirato dall’impianto dai militari russi. I gruppi armati hanno occupato tutti gli edifici dell’installazione e l’accesso del personale è stato limitato. Il servizio operativo dell’impianto e parte del personale di manutenzione hanno continuato a lavorare in modo limitato, muovendosi solo sotto la supervisione dei militari. Il 23 settembre, al personale ucraino è stato infine vietato l’accesso alla centrale. Il 6 giugno 2023, da fonti di informazione aperte, si è saputo che alle 02:50 circa, ora di Kiev, le forze militari della Federazione Russa hanno danneggiato le strutture della centrale idroelettrica di Kakhovka mediante un’esplosione interna, che ha portato alla distruzione del complesso idroelettrico. Il danneggiamento della struttura della centrale ha di fatto portato alla completa distruzione dell’impianto e delle sue attrezzature, senza la possibilità di ripristinare o riparare l’impianto.” Cosa è successo dopo? “Con l’esplosione dell’impianto di Kakhovka, l’industria idroelettrica e il sistema elettrico hanno perso circa 1,5-2 miliardi di kWh di elettricità che l’impianto generava. Abbiamo anche perso la capacità di smistamento per regolare i picchi di carico, in particolare nelle regioni di Kherson e Mykolaiv. Allo stesso tempo, abbiamo dovuto cambiare la modalità di funzionamento dell’impianto di Dnipro per mantenere il livello dell’acqua più basso, il che li-
“ La valutazione dei danni sarà possibile solo dopo la liberazione del territorio”
Igor Syrota, CEO di Ukrhydroenerho (via Wikimedia Commons)
mita l’uso della capacità di generazione dell’impianto in vari segmenti del mercato elettrico.” Quali sono le conseguenze di questa tragedia? “Una valutazione accurata dei danni sarà possibile solamente quando sarà consentito l’accesso all’impianto dopo la disoccupazione e sarà effettuata una valutazione da parte di esperti. Le misure per eliminare le conseguenze sono attualmente impossibili a causa dell’occupazione della regione. L’indagine sarà possibile dopo aver ottenuto l’accesso sicuro all’impianto per lavorare alla chiusura del serbatoio e al drenaggio dell’area. Per quanto riguarda le perdite e le conseguenze generali, esse sono importanti e continueranno a manifestarsi nelle seguenti aree: ambientale, infrastrutturale, nell’approvvigionamento idrico. Non meno importante è la questione dell’approvvigionamento idrico dei bacini di raffreddamento della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Le conseguenze dell’esplosione si ripercuoteranno anche sull’industria turistica e ricreativa: è già sorto un grave problema con la politica del personale, in particolare per quanto riguarda la migrazione e l’offerta di lavoro.” Quali sono i piani futuri per la centrale idroelettrica di Kakhovka? “Il Consiglio dei Ministri ha approvato la risoluzione del 18 luglio 2023 n. 730 sull’attuazione del progetto pilota ‘Costruzione della centrale idroelettrica di Kakhovka sul fiume Dnipro. Ricostruzione dopo la distruzione della centrale idroelettrica di Kakhovka e garanzia del funzionamento sostenibile della centrale idroelettrica di Dnipro durante il periodo di ricostruzione’. Secondo la risoluzione, il progetto pilota si articola in due fasi: la prima prevede la progettazione di strutture, la progettazione e la costruzione di una struttura di contenimento. La seconda fase inizierà dopo la disoccupazione del territorio e prevede l’ispezione e lo smantellamento delle strutture e degli impianti distrutti, lo sviluppo di un progetto di costruzione per la diga e di dighe temporanee. Considerando l’andamento dei prezzi globali nella costruzione di centrali idroelettriche, si prevede un costo di circa 1600-1700 euro per 1 kW di capacità installata, con una possibile capacità installata della nuova centrale di circa 500-600 MWh, quindi circa 1 miliardo di euro.” (s.r.)
V
di SAMUELE AVANTAGGIATO
eri e propri monumenti diventati un simbolo dell’altra faccia del degrado di Roma. Sono gli impianti sportivi totalmente o parzialmente abbandonati. Il Comune ne ha calcolati 14 su 119, il quindici per cento del totale. I grandi eventi sportivi possono essere un punto di ripartenza sia per dare nuova vita agli stadi e alle strutture sportive abbandonate sia per promuovere lo sviluppo e la crescita socioeconomica del territorio. Punti di partenza per un rilancio che stenta a decollare, nonostante le promesse. Naufragata la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024, lo scorso anno è stata bocciata anche la proposta di tenere nella Capitale i Giochi del 2036. Occasioni perse, per un rilancio che guarda al prossimo Giubileo. Lo scorso anno il Campidoglio ha stilato un elenco degli impianti sportivi che entro i prossimi tre anni saranno ristrutturati con 22,5 milioni di euro che provengono dal bando “Sport e Inclusione Sociale”, finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il Pnrr. Non tutto, però, sembra procedere come si deve. Per quanto i fondi siano stati già da tempo assegnati, le procedure di riqualificazione risultano essere rallentate dalla burocrazia e dalle divergenze di vedute. In alcuni casi, come per lo Stadio Flaminio, poi, non si è ancora deciso che cosa fare. Capolavoro dell’architettura, progettato nel 1959 da Pier Luigi e Antonio Nervi, è uno degli esempi più evidenti del degrado. Dalla leggenda al declino. Celebri i concerti di Bruce Springsteen, Michael Jackson, David Bowie, Pink Floyd e U2. Memorabile la vittoria dell’Italrugby nel 2011 contro la Francia al Sei Nazioni. Dopo le saltuarie parentesi di Roma e Lazio, le ultime competizioni sono stati i playoff dell’Atletico Roma, che nel primo decennio del secolo proprio lì ha sfiorato la promozione in Serie B. È il triste epilogo dello stadio Flaminio, un impianto glorioso oggi abbandonato in uno stato di incuria e più volte anche vandalizzato. Nessuno tra i vari progetti di recupero ipotizzati in passato è mai andato in porto. L’architetto Mauro Schiavone – che nel 2014 è stato coinvolto dal Comune di Roma nella realizzazione di uno studio di fattibilità sul recupero del Flaminio – ricorda a Lumsanews che sotto la struttura ci sono i resti archeologici di una domus romana. “Per questo motivo – spiega – avevamo pensato di progettare una sorta di archeo-stadio (dopo il parere positivo della Soprintendenza) per proteggere proprio i reperti trovati sotto l’impianto”. A oggi, però, non se n'è fatto nulla. Il Campidoglio, anzi, si trova di fronte a un dilemma: demolire la struttura per ricostruirla, in presenza di fondi, oppure ristrutturarlo. Contrario alla demolizione è Schiavone, che sostiene con forza la riqualificazione dello stadio in quattro tappe (come riportato nella pagina successiva in grafica). Dello stesso parere è Ferdinando Bonessio, presidente della commissione Sport di Roma Capitale, che intende rendere l’impianto “polisportivo”, integrando al suo interno più discipline. Una svolta forse è in arrivo per la celebre Vela nella zona di Tor Vergata, destinata a essere lo stadio del nuoto della Capitale. Abbandonata, mai completata e ormai fatiscente, progettata in occasione dei Mondiali di Nuoto di Roma del 2009. La paternità del progetto è dell’archistar spagnola Santiago Calatrava. La struttura, dopo 16 anni, potrebbe essere completata in vista del prossimo Giubileo del 2025. L’amministrazione capitolina, infatti, ha stanziato 70 milioni di euro per il recupero e il completamento dell’intera area. A oggi la riapertura del cantiere – prevista inizialmente per giugno 2023 – è slittata a questo autunno. Per ora meno del 50% del progetto iniziale è stato realizzato. A risultare completata è soltanto la vela a "pinna di squalo”, da cui prende il nome. Questi ritardi, secondo Schia-
l’inchiesta
Dal Flaminio alla Vela: i giganti abbandonati a Roma
Una foto scattata all’esterno dell’ingresso della curva Sud dello stadio Flaminio di Roma | Foto Samuele Avantaggiato
Lasciati all’incuria e al degrado da anni La mappa che ripercorre gli impianti fatiscenti vone, dipendono dal fatto che ci sono state poche valutazioni oggettive sull’economicità della struttura. “Un esempio è l’impianto di riscaldamento. Considerando la grandezza della struttura, non si è stimato che lo stesso sistema avrebbe potuto arrecare un notevole aggravio di costi energetici per chi avesse poi preso in gestione l’impianto”, ha spiegato l’architetto. Rilanciare le strutture richiede fondi e investimenti. Ne è convinto l’assessore allo sport, Alessandro Onorato, che recentemente ha detto: “Un vero e proprio colpo mortale” per Roma è stato “il no alle Olimpiadi del 2024, che ci avrebbero dato le infrastrutture che mancano”. Secondo Onorato sarà possibile recuperare “grazie al Giubileo, quindi grazie ai grandi eventi”, che possono portare investimenti per completare le opere non concluse. Come, appunto, “la Vela di Calatrava, che potrebbe diventare un grande palazzetto”, ha spiegato l’assessore
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L’assessore allo Sport
Puntare al Giubileo del 2025 per rilanciare Calatrava e tutti gli altri impianti sportivi abbandonati
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allo Sport, intervistato da Teleambiente. Ma anche gli investimenti da soli non bastano. Secondo Bonessio, infatti, è stato un errore affidare la gestione delle strutture sportive a Roma Capitale. “Abbiamo in città impianti che sono l’eredità delle Olimpiadi di Roma del 1960. Allora furono assegnati al Coni, una struttura finanziata dallo Stato. A metà anni Novanta sono tornati a Roma Capitale, senza però che si compisse un’analisi di tutti i costi che è necessario affrontare, sul piano della manutenzione, per garantire la prosecuzione delle attività sportive”, ha spiegato Bonessio in un’intervista a RomaToday. Il rilancio, quindi, passa attraverso grandi eventi e finanziamenti, ma richiede anche una gestione oculata. È questa la vera condizione per poter rilanciare gli impianti abbandonati di Roma.
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L’INTERVISTA
“Sotto il Flaminio i resti di una domus romana”
L’architetto Mauro Schiavone
La Vela di Calatrava (Tor Vergata) vista dall’alto | Foto Google Earth
Lo stadio Flaminio negli anni ‘60 | Foto Wikipedia Dalla gloria dell’Italrugby ai concerti di Bruce Springsteen, David Bowie, Pink Floyd e U2, passando per il sogno promozione in Serie B dell’Atletico Roma nella finale poi persa del 2011 contro la Juve Stabia. Ѐ la “gloriosa” storia dello stadio Flaminio, ormai abbandonato da più di dieci anni. L’architetto Mauro Schiavone, protagonista della realizzazione di uno studio di fattibilità per il recupero della struttura nel 2014, in un’intervista a Lumsanews ha spiegato: “Il recupero dell’impianto incentiverebbe la promozione di numerose attività sportive”.
Cosa è emerso dal progetto per il recupero dello stadio Flaminio?
“Ѐ emerso che sotto l’impianto ci sarebbero dei reperti archeologici di una domus romana, per la quale c’era stato anche un parere della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali”.
Che benefici porterebbe ai cittadini il recupero dell’impianto?
“Il Flaminio è uno dei pochi stadi italiani che si può considerare a livello europeo, perché ha nella sua struttura la possibilità di accogliere eventi sportivi di calcio e altre manifestazioni nella cavea dello stesso. Contemporaneamente può essere usufruito 365 giorni l’anno, 24 ore su 24. Ѐ dotato di 3 palestre, una piscina al piano terra, spogliatoi e uffici che prima erano occupati dal Coni.”
La collocazione urbana della struttura può essere un vantaggio?
L’ultima partita di calcio allo stadio Flaminio
L’ultimo incontro calcistico che si è svolto allo stadio Flaminio di Roma è datato 19 giugno 2011, quando la Juve Stabia – nella finale di ritorno dei playoff della Prima Divisione di Lega Pro – si impose per due reti a zero nei confronti dell’Atletico Roma. Uno dei successi più importanti per le “vespe” campane, che tornarono dopo sessant’anni nella serie cadetta. Dopo quella stagione, il sodalizio romano venne escluso dai campionati dal Consiglio Federale della Figc.
Il ricordo del Sei Nazioni nel 2011
Lo stadio Flaminio è inoltre ricordato per essere stato teatro della prima vittoria del Italrugby al torneo delle Sei Nazioni contro la Francia. Un trionfo di misura avvenuto il 12 marzo 2011, quando gli azzurri allenati da Nick Mallett sconfissero i galletti per 22-21 nella quarta e penultima giornata del torneo. Un successo storico e inaspettato per tutto quanto il movimento rugbistico italiano, oltre a rappresentare la seconda vittoria per gli azzurri dopo 33 confronti diretti con i blues.
“Certamente. Ѐ anche molto vicina allo stadio Olimpico, sono in tutto 15 minuti a piedi, per cui sarebbe abbastanza comodo parcheggiare lì quando ci sono le partite. Inoltre, è raggiungibile a piedi dal centro di Roma senza l’utilizzo di mezzi pubblici o privati. Dal piazzale Flaminio occorrono, infatti, soltanto 20 minuti”.
Quali sono state le principali fasi del suo lavoro al Flaminio?
“Nel progetto era presente una prima analisi della struttura dell’impianto da parte dell’amministrazione comunale, che ha dato poi incarico alla Sapienza di proseguire il tutto tenendo conto di un finanziamento proveniente da un fondo americano. Attraverso questo studio preliminare, si è compreso che si potesse effettivamente intervenire sulla parte strutturale.” Ѐ possibile aumentare la capienza?
“Attualmente lo stadio conta intorno ai 30-32 mila spettatori, ma si potrebbe tranquillamente ampliare la capienza fino a 40-45 mila spettatori rivedendo la
collocazione delle sedute. Inoltre, il Flaminio sarebbe potuto anche diventare un velodromo, cosa per cui era stato progettato anche originariamente.” Demolirlo per ristrutturarlo?
poi
ricostruirlo,
oppure
“Sarebbe veramente un peccato demolire quello stadio, per cui nel nostro studio avevamo previsto quattro step per recuperarlo. Il primo è quello di renderlo utilizzabile. Il secondo è quello di ampliarlo in termini strutturali, aumentando quindi la capienza. Il terzo è quello di creare un’attività gestionale, in modo tale che si possano recuperare economie dagli spazi sportivi interni per far funzionare al meglio l’impianto. Il quarto è quello valutare la possibilità di coprire la struttura, purché la nuova sia esterna a quella esistente. In questo modo si riuscirebbe anche a valorizzare lo spazio monumentale che si trova sotto la struttura”. Cosa non ha funzionato per la Vela di Calatrava?
“Ci sono state all’inizio poche valutazioni oggettive su come si sarebbe potuta mantenere la struttura dal punto di vista economico. Un esempio potrebbe essere quello dell’impianto di riscaldamento. Ad oggi, come allora, riscaldare una struttura del genere costa veramente troppo. La fisica ci dice che l’aria calda sale, per cui per riscaldare il parterre bisognerebbe utilizzare dei sistemi di ventilazione che hanno costi molto alti. Proprio per questo motivo, è difficile che si decida di gestire una struttura del genere sapendo di dover sostenere costi di gestione esorbitanti nel lungo periodo”.
(s.a)
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Samuele Avantaggiato, Antonino Casadonte, Sofiya Ruda, Lorenzo Sivilli, Martina Vivani
Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003