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Viteliú (Nicola Mastronardi) quinta ristampa

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Nicola Mastronardi

viteliú il nome della libertà

romanzo storico


A mia moglie Justyna e ai miei figli, perché l’energia e il tempo contenuti in questo scritto appartengono per intero a loro All’antica gente del Sannio, sacrificata per la grandezza di Roma e la libertà di tutti, offesa dall’oblio della storia


n segno concreto

a progenie. e immortale al ricordo. Sicuramente. a stampa di un libro. rilegata, ha qualcosa di affascinante. e impresso, robabilmente resterà passionati. Nicolò, socio in questo progetto, grado di realizzare questo mio sogno. a a lui per aver “sposato” sso

tutti gli intervistati messo di incontrare olare Pietro Manganoni, Nicola Mastronardi i Soldano, Viteliú. Il nome della libertà ha fornito la maggior parte delle www.itacaedizioni.it/viteliu cazione. Scrivi all’autore: nmastronardi7@gmail.com pre sostenuto soprattutto Prima edizione: di sempre che ancora prima didicembre aver 2012 Quinta ristampa: luglio 2021 ervargli © 2012 Itaca srl, Castel Bolognese almente. Tutti i diritti riservati

ISBN 978-88-526-0325-9 Grafica di copertina: Andrea Cimatti Grafica delle cartine: Giovanni Fossaceca In copertina Denario della Confederazione italica (91 a.C.). La figura femminile di profilo, laureata, rappresenta l’Italia. La moneta porta la legenda in latino; in altre versioni, emesse da popoli confederati che conservavano la lingua originaria, la scritta è “Viteliú” in caratteri osco-sanniti. In quarta di copertina Cavaliere sannita. Affresco da una tomba a camera di Paestum (IV secolo a.C.). Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)

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Col nostro lavoro cerchiamo di rispettare l’ambiente in tutte le fasi di realizzazione, dalla produzione alla distribuzione. Questo prodotto è composto da materiale che proviene da foreste ben gestite certificate FSC‰, da materiali riciclati e da altre fonti controllate. Utilizziamo inchiostri vegetali senza componenti derivati dal petrolio e stampiamo esclusivamente in Italia con fornitori di fiducia, riducendo così le distanze di trasporto.

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Nicola Mastronardi

Viteliú Il nome della libertà romanzo storico


Un grido di guerra. Frecce incendiarie piovono a decine. Molte s’infrangono sulle pareti di pietra della casa, altre si conficcano sulla porta e sulle travi del soffitto. In breve, il tetto prende fuoco. Le urla dei difensori si uniscono a quelle della donna che partorisce, nel retro. Un vagito, qualcuno grida: “È nato, è nato… è un maschio!” “Il bambino, bisogna mettere in salvo il bambino, il tesoro… e la Tavola…” Presto, bisogna far presto. “Tu, portalo via…!” La grotta, l’unica via di fuga. Il fragore delle armi, una trave infuocata travolge la culla. Soldati sfondano la porta, irrompono nella casa. “I Romani!” Grida di donne disperate, gemiti di uomini che muoiono. Le pietre rotolano e chiudono il passaggio. “È salvo!” Le spade, il sangue, il fuoco. “Figlio! No, nooo!” Un volto feroce. Infine, il buio.


E venne il tempo

Roma, idi di Majus dell’anno 6811

Il vecchio si svegliò di soprassalto. Sudato e in preda all’agitazione, come ogni volta che quel sogno tornava. Accadeva sempre più spesso, ultimamente. Quella scena lo perseguitava. “Signore…” Sentì la voce del servo vicina e preoccupata. Durante il sonno aveva gridato e Kaeso era entrato nella stanza per vedere cosa fosse accaduto. “Sto bene, era solo quel sogno. Il solito incubo; ma è sempre più vivo e… sempre più doloroso”. “Succede quasi ogni notte ormai, signore” disse il servo. “Non riposate più”. “Si direbbe che…” “Cosa?” L’anziano cieco tese la mano per farsi aiutare e sedette sul letto. Il servo gli infilò i calzari. “… si direbbe che il passato torni con insistenza per annunciarmi qualcosa. Forse vuole invitarmi a rompere gli indugi”. Orinò nel pitale di stagno che Kaeso gli aveva avvicinato, poi chiese acqua per lavarsi. Quella mattina – l’alba era appena spuntata – si lavò il viso con particolare cura. “Salvare la memoria e l’onore” mormorò come se dovesse ricordare a se stesso un dovere. “Salvare la vita di chi è rimasto” aggiunse. Si asciugò il volto con un panno di lino grezzo e subito dopo ordinò con risolutezza: “Prepara un bagno caldo” e si tolse i calzari da solo. “Padrone” disse il servo “oggi… con tutto il rispetto… non è nessuna delle ricorrenze che voi solitamente celebrate…” Non si spiegava, Kaeso, quella richiesta inconsueta.

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15 maggio dell’anno 72 a.C.


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“Fai come ti dico” fu l’unica risposta, dal tono piuttosto deciso. Il vecchio attese che l’acqua si scaldasse nel caldaio di rame appeso sul focolare, poi si fece aiutare per spogliarsi ed entrare nella tinozza di legno. Kaeso non l’aveva mai visto completamente nudo, in tutti quegli anni. Un fisico solido, nonostante l’età, pensò il servo, e ancora capace di una qualche agilità. Notò la spalla e il braccio destro più muscolosi rispetto all’altra parte del corpo, come accadeva per gli uomini atti alle armi, segni lievi di antiche ferite e uno strano tatuaggio al centro del petto. Un toro che incornava un cane o qualcosa del genere. Ciò che lo colpì di più era un segno sotto il ginocchio sinistro. Il sangue gli si raggelò nelle vene: era l’inconfondibile callo lasciato dallo schiniere indossato dai più feroci tra i guerrieri italici. Il servo deglutì, ma non ebbe il coraggio di proferir parola. Il bagno durò poco. Quella stanza povera non aveva visto che poche volte una tale scena, almeno dal tempo in cui i due vi abitavano. “Non pensare che io sia impazzito” disse l’anziano rialzandosi per asciugarsi “o incanutito al punto da non ricordare il calendario del mio popolo e le ricorrenze. Ho ancora bene a mente tutte le feste sacre dell’anno, i templi e tutti gli dèi della Tavola”. S’interruppe. Pensò al sogno e alle ultime, terribili, immagini che i suoi occhi avevano visto. “La Tavola…”, si riprese e alzò la testa come per guardare lontano, “… è tempo che riveda la luce e che torni al suo posto. Il tesoro… Viene un tempo per tutte le cose” disse rivolto a Kaeso “e anche questa volta il giorno è arrivato”. Fece una pausa, restò assorto nei suoi pensieri. “Ieri mi hai detto dei falchi” riprese “volteggiavano con insistenza su questa casa. Non è vero?” “Sì, è così, erano tanti, tutti insieme. I piccioni di Roma fuggivano terrorizzati”. “Un segno… un altro. E l’incubo che si fa insistente…” Ancora una pausa. Poi alzò il capo come per guardare lontano.


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“Sì, accadrà oggi” disse con risolutezza e trasse un profondo respiro. “Signore…” provò a prendere la parola il servo. “E non chiedermi più nulla!” L’anziano lo interruppe bruscamente. “Piuttosto prendi le forbici e il rasoio”. Non era mai accaduto. Da quando lo conosceva – ed erano passati ormai quasi otto anni – il vecchio non si era mai tagliato i capelli né la barba che insieme formavano un’unica foresta bianca e selvaggia, a tratti ingiallita, intorno al viso scavato dalle rughe. Kaeso aveva imparato ad avere rispetto di quel vecchio che Lucio Cornelio Silla, il Dictator in persona, gli aveva ordinato di servire. “Dovrà vivere il più a lungo possibile sino a che io sarò in vita” gli aveva detto “ma non dovrà lasciare Roma senza che io lo sappia, pena la tua morte”. E Silla non era uomo da non mantenere certe promesse. Da quel momento lo schiavo di origine umbra si era preso cura di quel vecchio e un funzionario aveva sempre badato a versare quanto bastava per sostenere entrambi. Non era molto, ma sempre meglio della vita che Kaeso avrebbe condotto restando nel fondaco della fullonica tra le vasche dei colori per i tessuti dove aveva lavorato fino a quell’incontro; lì gli acidi lo avrebbero ucciso o mutilato molto presto. Perciò lo schiavo aveva imparato a vedere nell’anziano la sua rendita vitalizia e gli era rimasto accanto nonostante la morte di Silla, perché, per ordine espresso del senatore Gaio Licinio Verre, il denaro continuava ad essere versato regolarmente. Molti a Roma credevano che il suo assistito fosse un notabile di una qualche tribù non latina, forse un sacerdote, che aveva reso dei servigi a Silla tanto da guadagnarsi il vitalizio dello stato romano, ma nessuno sapeva davvero la verità. Pochi avevano udito la sua voce. Kaeso, pur non conoscendo chi fosse veramente quell’uomo, aveva capito che nel passato doveva essere stato importante fra la sua gente. Italici, certamente, e la lingua osca che entrambi parlavano lo testimoniava, ma quale delle genti delle montagne? Quel vecchio aveva i tratti e il parlar colto e autorevole di un capo, o di un sacerdote, senza particolari inflessioni.


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Ora, la certezza di trovarsi di fronte un guerriero, sannita forse, aveva provocato nel servo fremiti di paura. Temette per più di un attimo che fosse un Pentro, sopravvissuto chissà come alle stragi ordinate da Silla. I Pentri, la razza più temuta e odiata dai Romani da due secoli e oltre. Il popolo che Silla aveva condannato alla damnatio memoriae. Era forse, il vecchio, un capo sopravvissuto alla battaglia di Porta Collina? Un traditore passato in segreto dalla parte dei Romani? Chi fosse dunque l’anziano e perché Silla lo avesse lasciato in vita, in pratica prigioniero a Roma, Kaeso lo ignorava. Ma, fin dall’inizio di quella storia, aveva avuto l’impressione netta che per lui fosse meglio così. Una sola volta lo schiavo aveva provato a chiedere spiegazioni, ricevendo una risposta tale da non lasciar dubbi. Non avrebbe saputo la verità e soprattutto non doveva chiederla. Quella mattina stavano succedendo cose nuove. Qualcosa si preparava. La stranezza del bagno, il taglio dei capelli e della barba. Un fremito di paura attraversò di nuovo la schiena del servo cui dolevano le viscere per la tensione che vi si andava accumulando. Di natura non era un coraggioso e una vita quieta e riparata dai guai era stata sempre il massimo delle sue aspirazioni. Terminò l’operazione seguendo le istruzioni dell’anziano che chiamava “signore” o “padrone” ignorandone del tutto il nome. Il casco dei capelli bianchi ora era ordinato e la barba bianca, lunga pochi centimetri, incorniciava il viso che sembrava ringiovanito di almeno dieci anni. Il vecchio chiese al servo di trarre da una cassa, fino a quel momento mai aperta, una tunica e il bastone che vi erano contenuti. Terminata la vestizione l’uomo si alzò: davanti a Kaeso apparve una figura diversa, solenne e dritta, dentro quella tunica chiara di lana grezza bordata di rosso, il vestito di un capo. Il volto autorevole, nella mano destra l’alto bastone di legno chiaro che alla sommità portava una piccola scultura di bronzo raffigurante la testa di un toro. Lo schiavo stentò a riconoscere nella persona che stava osservando il vecchio silenzioso e burbero che aveva servito per quegli otto lunghi anni.


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“È ora di andare” disse il cieco, e porse il braccio per farsi accompagnare all’uscita. Kaeso fece appena in tempo a prendere la bisaccia e il mantello leggero. Uscirono. La temperatura era fresca a Roma in quel mattino di mezza primavera. Una rossa aurora annunciava il sole che non era ancora spuntato all’orizzonte. Nelle strade la vita aveva cominciato a correre in quello che era uno dei quartieri commerciali della città. Nel giorno che divideva in due il mese di Majus, cadeva la festività dedicata a Mercurio, il dio alato figlio di Giove e di Maja. Arbitro di tutti gli dèi, era venerato dai commercianti come loro protettore. Proprio questi ultimi, quella mattina, erano stati i primi a scendere in strada. Il vecchio e il suo servo ne incontrarono diversi con rami di alloro nelle mani mentre si dirigevano verso la fonte sacra di Porta Capena. Qui avrebbero bagnato le fronde e, con queste, il proprio capo. Tornati a casa, avrebbero provveduto ad aspergere con la stessa acqua le loro mercanzie; era infatti antica credenza che il rito, accompagnato da preghiere e invocazioni a Mercurio, servisse a cancellare le colpe del passato legate alla disonestà e, nel futuro, a favorire gli affari. Svoltarono nella via dei pellai, una strada larga, in leggera discesa, con marciapiedi su entrambi i lati e passaggi pedonali fatti di blocchi di pietra allineati, più alti di quasi due piedi rispetto al fondo, pavimentato con grandi lastre calcaree. I primi carri già la percorrevano. Non erano poche le botteghe già aperte; sui banconi all’esterno gli artigiani e i loro schiavi sistemavano le merci in bella evidenza; qualcuno era già al lavoro, chino a tagliare pelli o a cucire suole. Profumo di cuoio, colle e pelli appena conciate accompagnarono la coppia in tutto il percorso fino a metà della via. Di qui i due svoltarono a destra, imboccando una strada più stretta e ancor più brulicante di vita. Era la strada dei lanaioli impegnati dal periodo di lavoro più intenso di tutto l’anno. La prima lana, tosata nei giorni precedenti, era stesa ad asciugare dopo il lavaggio. Alcuni pastori, riconoscibili dalle vesti di pelli o di lana grezza e dagli strani calzari a punta tenuti fermi da stringhe di cuoio al polpaccio,


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accompagnavano i proprietari delle greggi impegnati a contrattare il prezzo della preziosa materia prima con i bottegai e gli artigiani. Le grida e il rumore dei carri carichi di lana che entravano in città si confondevano con i canti delle donne già intente a cardare decine di velli. Migliaia di pecore senza più la pesante protezione invernale sostavano, strette l’una all’altra per ripararsi dal freddo, poco fuori delle mura della città, tappa obbligata del loro imminente viaggio verso i monti della Sabina e dei Marsi. L’anziano conosceva bene l’odore dolciastro della lana grezza e a un certo punto si fermò. Alzò un poco il capo e dilatò le narici inspirando profondamente. Catturò con un leggero senso di piacere quel profumo a lui tanto familiare. Era il quartiere che negli anni del soggiorno forzato a Roma egli era solito frequentare soprattutto nei mesi di Majus e Junius. L’unica strada in cui ritrovava, nella città nemica e straniera, qualcosa della sua terra. Si fermava volentieri ad ascoltare i diversi dialetti della sua lingua madre divertendosi a indovinare le provenienze di pastori e proprietari. Con qualcuno intrattenendosi più a lungo. Erano le uniche occasioni nelle quali Kaeso vedeva barlumi di serenità nel vecchio che accudiva. Quella mattina l’anziano restò fermo solo per pochi attimi, assorto. Il grido di un nibbio che volava basso sui tetti di Roma alla ricerca della prima preda della giornata lo distolse. Volse la testa in alto come per vederne il volo, dunque riprese la marcia, nuovamente concentrato sulla missione che da troppi anni attendeva di compiere.


Note dell’autore Questo romanzo è frutto di nove anni di studi, ricerche, “sofferenze” culturali e sopralluoghi, ma anche la somma di incontri e esperienze vaste, personali e professionali. I lunghi viaggi a cavallo sono stati per me il primo, fondamentale, mezzo per recuperare la dimensione antica dei territori e scoprire il modo originario di percorrerlo proprio delle civiltà che ci hanno preceduto. Nel fare il giornalista ho a lungo privilegiato i reportages di turismo equestre, cosa che mi ha portato a conoscere, in sella, luoghi tra i più belli e nascosti d’Italia e diversi Paesi esteri, anche esotici. Solo in un secondo momento, e sempre per via della smodata passione di percorrere il territorio su quattro zampe e raccontarlo per le riviste e la televisione, ho incontrato i Tratturi del Molise e tutto il carico di storia e suggestione che li circonda. A cavallo, in sostanza, ho conosciuto veramente la mia terra. Non sembri strano, dunque che io inizi con il ringraziare Greta, Nilo, Nuvola, Spazzola, Silver, Bruna, Ebano, Bruna II, i cavalli di famiglia e del “clan”, compagni insostituibili, forti e “senza alcuna paura nel cuore” in ogni occasione. È solo grazie a loro – e grazie all’insostituibile guida di Lino Mastronardi, mio fratello amato – che nell’arco degli ultimi ventidue anni ho potuto viaggiare per migliaia di chilometri su monti, valli e altopiani di Molise, Abruzzo e Puglia. Valichi, cime e guadi mai inviolabili per il nostro gruppo, alla scoperta di un rapporto vero con la terra ma anche di mura e città sepolte nei boschi, dovunque incontrando tracce della incombente presenza di Sanniti e Italici. In particolare Ural, impareggiabile e biondo Haflinger con me dal 1993, cavallo insostituibile sui monti del Sannio senza il quale sarebbe stato impossibile “dominare” il territorio ricavandone la dimensione antica, per raccontarlo fin dalla cima di Monte Miletto, la più alta del massiccio del Matese (il Tifernus mons, oltre quota duemila) dove mi ha portato almeno tre volte. Tutti i paesaggi raccontati nel romanzo sono scene viste a quattr’occhi con lui, fuori dalle direttrici stradali. E quando la si conosce così, questa terra, come l’hanno conosciuta prima dell’avvento del motore decine di generazioni di uomini prima di noi – dai Sanniti ai nostri nonni – non si può non esserne innamorati fino al midollo delle ossa. Perché è bella, dolce, intensa e carica di energie tanto nascoste quanto potenti. Così come non si può


484 ViteliÚ sottacere una vera ingiustizia: è inconcepibile che il contributo che essa ha dato alla storia nazionale (e universale) in termini di risorse naturali e umane, idealità e sangue, cultura, forza e sacrifici immani, sia ancora ignorato dalla cultura generale. È ora che la maledizione di Silla sia lasciata alle nostre spalle. Passando alle persone, il romanzo deve davvero tanto ai miei genitori: madre di Avezzano (Aq) che mi ha insegnato l’amore per il Fucino e le montagne d’intorno, e padre “sannita”, giornalista ma soprattutto maestro elementare. Grazie, per tante cose che sappiamo io e loro. Sono grato ai numerosi “messaggeri” che ho incontrato lungo questi anni, venuti prima a farmi comprendere il mio compito e poi ad incoraggiarmi a continuare ricerche e scrittura: dall’anziano signore patito di Sannio e Sanniti che ha gettato il seme, allo sceneggiatore in pensione che mi ha fatto comprendere la forza della storia che veniva formandosi, alla signora di Bologna, sensitiva, cui debbo i brividi per le scene di guerra e di vita quotidiana che descriveva quando eravamo sui siti archeologici sanniti, vedendole solo lei, ad occhi aperti. Ad Antonio Valerio e Angelo Marcucci devo il sostegno che mi ha permesso di finire la stesura del romanzo in tempi accettabili; al secondo, un grazie anche per l’impegno che pone per lo sviluppo di un sogno comune: il progetto di marketing territoriale “Viteliú-La Prima Italia” che lo vede schierato in prima linea. A Franco Di Nucci, Armando Sammartino, Armando Marinelli sono riconoscente per il consueto affetto, dimostrato anche in un momento molto particolare e del tutto ricambiato. Devo immensa gratitudine (anche a nome dei lettori) al professor Adriano La Regina, disponibile e fin troppo benevolo nei miei confronti. Accettando di rivedere l’uso dei termini osco-sanniti ha fatto salire notevolmente il livello del testo. E non solo. Da lui sono arrivati consigli, indicazioni, bibliografia, segnalazioni di riferimenti errati; insomma, se il testo è credibile anche dal punto di vista tecnico e se ho commesso meno errori in un campo ostico qual è quello della paleografia italica (in un caso clamoroso anche di quella latina), lo devo solo alla sua grande, paziente sapienza. Tutte le forzature, le invenzioni (soprattutto nelle localizzazioni di siti antichi) e gli eventuali errori residui, sono ovviamente a mio carico esclusivo. Un grazie al professor Cesare Letta per la cortesia squisita e la sollecitudine con la quale mi ha fornito indicazioni di testi, e in diversi casi i testi stessi riguardanti l’archeologia della Marsica. Una menzione anche alla cortesia di Antonio Socciarelli, animato-


Note dell’autore 485 re delle edizioni Kirke, di Cerchio (Aq) e ai serpari di Cocullo (Aq): persone e ambienti che sanno di antico e di buono. Anche se lui non lo sa, sono grato al prof. Renato Patrignani che con un suo scritto mi ha fatto conoscere la moneta della riconciliazione tra “Italia” e Roma. A Ronald, Von, Lon e Dennis Packard di Los Altos, California un thank you per il loro cuore e anche il sostegno pluriennale a un progetto forse ancora non del tutto compreso che riguarda le radici dei molisani all’estero. Tra loro, un grazie a Dennis, docente di sceneggiatura in due università statunitensi e autore di libri tecnici del ramo, che ha speso una notte intera, in una casa sulla costa californiana, a mostrarmi le pellicole di Mel Gibson e spiegarmi l’andamento e i ritmi che deve avere un romanzo che ambisca a diventare un grande film. Ho seguito tutti i suoi schemi. Chissà… Grazie alla pazienza dei lettori delle bozze Giuseppe Orlando, Costantino Mastronardi, Mimmo e Danilo Di Nucci per averci creduto per primi e per i tanti incoraggiamenti e suggerimenti. Tra essi un bacio a mio figlio Ruben critico spietato, risciacquatore dei miei panni in Arno e attentissimo lettore che ha evitato che commettessi un errore clamoroso, (paragonabile all’orologio al polso dei centurioni nei kolossal anni sessanta) e al quale devo anche l’ispirazione del finale. Da ultimo sono grato a Michele Simiele, per la sua lettura colta e sensibile che ha spazzato gli ultimi dubbi. Un grazie, ancora stupito, all’editore, Eugenio Dal Pane, che ha preso in considerazione la pubblicazione dell’opera quando era ancora a pagina 210. Grazie per la fiducia – mi auguro ben riposta – e per la cura con la quale ha trattato questo progetto. Ringrazio e ammiro il lavoro della splendida redazione di Itaca: straordinari professionisti, anche i più giovani. A Tonino del Torto devo tanto e da tanti anni; in ultimo, il merito di avermi fatto incontrare Loris Zannoni, appassionatosi a questa storia sentendola raccontare intorno a una tavola imbandita. A lui il merito della precoce segnalazione all’editore. Di Adelina Zarlenga, giornalista, e Giovanni Fossaceca, grafico art designer autore delle cartine, ho apprezzato il cuore che hanno messo nel collaborare con me; talenti molisani che meritano di farsi strada. E a proposito di talenti, un abbraccio forte a Simone Sala, grande artista destinato all’olimpo dei pianisti mondiali, personalità sensibile e malato della sua terra esattamente come il sottoscritto, che con un gruppo di attori molisani (Giorgio Careccia, Barbara Petti, Luca Cataldi) ha montato uno spettacolo che accompagnerà le presentazioni


486 ViteliÚ del libro con musiche ispirate alla mia storia prima ancora che fosse stampata. Senza dubbio una novità. L’ultimo grazie può apparire un po’ strambo, come il primo, ma è per me il più importante. Grazie al mio Angelo custode, spirito guida che dir si voglia. C’è, siatene sicuri, io lo so. Deve essere stato uno scrittore, se ha avuto una precedente vita terrena. Da lui è arrivato tutto il meglio: la storia, i personaggi, gli spunti fondamentali e tutte le idee di snodo, in ogni momento del giorno. Ha un difetto: non sa scegliere i tempi dei suggerimenti. Ho dovuto prendere appunti quando ero a cavallo o fermarmi in autostrada per scrivere dovunque capitasse, persino sugli scontrini del pedaggio, che conservo. Da qualche anno ho perciò imparato a portare con me taccuino e penna, per non perdere le cose più preziose. Se conoscessi il suo nome, avrei cofirmato il romanzo con lui. Sarebbe stata la cosa più giusta. Ciao, Angelo, hai visto che dopo tutto ce l’abbiamo fatta?

Nota alla quarta ristampa Pubblicato nel dicembre 2012, Viteliú continua ad essere richiesto, amato e diffuso da un numero crescente di lettori, associazioni e istituzioni. Travalicando ampiamente la sua naturale area di diffusione – le regioni di origine italica – le presentazioni hanno superato il numero di duecento toccando sinora dieci regioni italiane, con puntate prestigiose all’estero: Bruxelles, Lussemburgo, Metz (Francia), New York, Cracovia e Lodz (Polonia). È dunque il pubblico che sta decretando il successo di questo libro fino a provocare il più classico dei “casi letterari” dovuto al passaparola. Viteliú ha vinto tre Premi letterari, fra i quali il Premio “Salvatore Qusasimodo” nel 2017, e ricevuto il riconoscimento “Chimera d’Oro” dalla città di Avezzano (Aq) e la “Verga d'Argento” dal Comune di Castel Del Monte (Aq). È in via di sviluppo il turismo sui principali luoghi ove Viteliú è ambientato: trekking a piedi e cicloturismo. Come non essere soddisfatti? Eppure non è tutto. Ciò che fa davvero commuovere l’autore è la crescente diffusione del libro nel mondo scolastico (quarantacinque istituti di sei regioni italiane) e soprattutto l’accoglienza che i lettori giovani stanno riservando alla storia di Marzio e dei padri Safinos, tanto che è stata necessaria l’edizione per ragazzi edita nel 2018. Numerosissimi i viaggi di istruzione delle scolaresche nei siti del romanzo. Grazie all’iniziativa di dirigenti e insegnanti delle scuole primarie e secondarie, forse Viteliú sta davvero contribuendo a riformare coscienze e consapevolezze, restituendo identità storica a grandi tratti della penisola italiana e recuperando, nel contempo, un pezzo importante, quanto dimenticato, di storia nazionale. Ecco, questo è il sogno che si realizza. NM


Indice E venne il tempo 9 Anni difficili 15 Un fantasma dal passato 20 Promesse 30 La rivelazione 44 Nessuno deve sapere 58 In viaggio 67 Prima Guerra Sacra 79 La terra dei Marsi 97 Il Luco di Anxa 125 Presentimento 141 Radici 144 Tramonto 158 Il Monte del Luparo 171 Soldati 196 Un matrimonio 207 Il nipote di Silone 217 Una visita 232 Saluti 238 All’ombra della Montagna Madre 246 L’esercito del Gladiatore 264 Verso il Sannio 294 Vereja 306 I fuochi del solstizio 316 Il nome dei monti 332 Tragiche visioni 347 La Tavola degli Dèi 357 Safinìm! 365 Gli ultimi Safinos 383 La luce e le tenebre 401 Terra madre 422 Nel Santuario della Nazione 432 Onore e virtù 460 Piccolo glossario di Viteliú 476 Note dell’autore 483


La moneta della riconciliazione tra Roma e Italia Denario in argento emesso il 68 a.C. a nome di Q. Fufius Calenus e Mucius Cordus. Al dritto, le teste affiancate di Honos e Virtus, le due divinità sotto i cui auspici avvenne la riconciliazione. Nel rovescio, due donne che si stringono la mano: l’Italia con cornucopia, simbolo di fertilità e abbondanza, e Roma armata di giavellotto, con il piede destro sul globo.

Ogni pagina di Viteliú è una boccata d’aria pura, rinfresca il nostro tempo soffocato con l’energia della fede in qualche cosa che rende la vita degna: ed è l’amore alla libertà, alle proprie origini, alla natura e al Cielo. […] La trama storica, condotta con precisione filologica e archeologica, è dominata dai valori di pace e libertà, dove l’una non sta senza l’altra. Non è un romanzo dell’incomunicabilità, ma della comunione. Dice che gli uomini, nonostante le guerre e la ferocia abominevole di alcuni, sono fatti per comprendersi, per cooperare a costruire qualcosa di buono e bello. Si potrebbe pensare che Mastronardi sia un utopista, o un illuso. Eppure la vicenda che egli racconta ha una base storica. Dopo il più cruento degli scontri, alla fine davvero si coniò la moneta della pace, raffigurata alla fine del libro: la moneta della riconciliazione tra Roma e Italia, la nuova nazione sorta per iniziativa di dodici popoli italici. Riconciliazione, pace. Io credo che siano necessità ineludibili e la storia ce lo suggerisce come uniche vie d’uscita da crisi anche spietate che per essere superate hanno bisogno di energia concorde. Questa credo sia l’attualità universale di Viteliú. Del resto una delle parole che torna più spesso nel testo è significativamente “rinascita”. Ecco la cifra del libro: si può rinascere a vita nuova, nonostante le guerre, le rovine della civiltà e l’apparente inevitabile decadenza. Gianni Letta


Ero intimorita dalla consistenza del volume e invece, leggendo, mi sono trovata di fronte un libro meraviglioso, scritto molto bene, che si legge d’un fiato e che mi ha fatto appassionare a una storia che non conoscevo. Splendido. Manuela Lucchini, giornalista, Tg1 Sono rimasto folgorato da una scrittura straordinariamente bella e poetica e da una capacità descrittiva rara. Ogni pagina è una boccata d’aria pura… Auspico che Viteliú diventi presto un film o uno sceneggiato televisivo che faccia rivivere sullo schermo storia e paesaggi che Mastronardi descrive in maniera così straordinariamente efficace. Gianni Letta Cavalli, avventura, eroismo e una grande epopea dimenticata. Viteliú è tutto questo con in più l’idea avvincente di una Nazione Italia molti secoli prima degli sfortunati tentativi di Arduino d’Ivrea e di Federico II di Svevia e quasi duemila anni prima del nostro Risorgimento. Giorgio Salvatori, giornalista, Tg2 È un libro importante perché dà l’occasione a un vasto pubblico di conoscere un periodo storico poco considerato, direi negletto, dalla cultura generale del nostro Paese e che invece fu fondamentale per la nascita del concetto, bellissimo, di Italia che affonda le radici proprio in quel momento fondante la nostra identità nazionale. Adriano La Regina


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Viteliú (Nicola Mastronardi) quinta ristampa by Itaca Edizioni - Issuu