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Tu sei un valore. Le donne di Rose. Work in progress per una vita

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TU SEI UN VALORE le donne di Rose

A cura di Matteo Severgnini Mónica Fontana Abad

SS E R G O PR N I K A T I WOR V A PER UN


TU SEI UN VALORE le donne di Rose

ESS R G O R P N I K A T WOR I V A PER UN

A cura di Matteo Severgnini Mónica Fontana Abad Coordinamento editoriale di Eugenio Dal Pane


rendevamo un

il modo più comune fosse attraverso la progenie. Un figlio che porta il tuo nome ti rende immortale al ricordo. Sicuramente. per primo. Un altro modo credo fosse attraverso la stampa di un libro. L’immortalità della carta stampata, e rilegata, ha qualcosa di affascinante. Volume realizzato in occasione della mostra Porta anche in questo caso il tuo nome impresso, Tu sei un in eprogress perprobabilmente una vita e attraverso e sevalore. fatto conWork il cuore con passione resterà esposta alla XLII edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli per molto tempo nelle librerie degli appassionati. Se non fosse stato per l’incontro con Nicolò, socio in questo progetto, eziosi, con la probabilmente non sarei mai stato in grado di realizzare questo mio sogno. Quindi il ringrazimento principale va a lui per aver “sposato” no arricchito, Curatori il progetto e per la passione che ha messo Mostra promossa da Meeting Point International, Kampala Matteo Severgnini, MÓnica Fontana Abad bro. nel voler perseguire questo obiettivo. Director i invitato aCreative Un ringraziamento va sicuramente a tutti gli intervistati Emmanuel Exitu (Ways!) rro” Ferrini. Architettoe agli “intermediari” che ci hanno permesso di incontrare Nicola Zanotti i protagonisti di questo libro, in particolare Pietro Manganoni, Fotografie creato. amico fraterno di Claudio Torri e Gigi Soldano, Marina Lorusso/Iconphotos che ha creduto nel nostro progetto e ci ha fornito la maggior partedidelle Con il sostegno Collaboratori fotografie adornano Rose Busingye, Ignacioche Carbajosa, Marcoquesta Trevisan,pubblicazione. Mauro Giacomazzi, AndreaaNembrini, Un pensiero MarinaLina cheBonetti, mi ha sempre sostenuto soprattutto Chrispine Wanyahoro, Fredy Komakech, Marvin Okello, era nei momenti di difficoltà e agli amici di sempre che ancora prima di aver Stefano Antonetti, Samuele Rizzo, Manolita Salandini, Loise Kamau, Clare Adoch, Alberto Repossi, Francesca Peverelli, chiuso il progetto mi chiedevano di riservargli Marco Ponselé, Ocaka Goldie una copia del libro, autografata naturalmente. Si ringrazia Gianluca Ferrini Noleggio della mostra Meeting Mostre info@meetingmostre.com www.meetingmostre.com

Tu sei un valore. Le donne di Rose. Work in progress per una vita www.itacaedizioni.it/tu-sei-un-valore Prima edizione: agosto 2021 ©  2021 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0704-2

grafica: Isabel Tozzi ano che ne Impaginazione è autore e legittimo proprietario. Cura editoriale: Cristina Zoli donate dallo stesso protagonista: credit Paris Match. Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC) danno ci sono state donate dagli stessi protagonisti. ato a cercare la fonte Seguici su: senza riuscire ad individuarla. può contattare gli autori alla mail info@parisdakar.it www.itacalibri.it Itacalibri Itacalibri

Col nostro lavoro cerchiamo di rispettare l’ambiente in tutte le fasi di realizzazione, dalla produzione alla distribuzione. Questo libro è stato stampato su carta certificata FSC‰ per una gestione responsabile delle foreste. Utilizziamo inchiostri vegetali senza componenti derivati dal petrolio e stampiamo esclusivamente in Italia con fornitori di fiducia, riducendo così le distanze di trasporto.

VEGETABLE INK


sommario 4 PRESENTAZIONE 6

UNO SHOCK DI VITA. CHI SONO IO?

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IL BUCO NERO

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IO SONO DI CHI SONO

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IL MIO NIENTE

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IL VALORE INFINITO

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DALLA COMMOZIONE, IL LAVORO

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UNA COMMOZIONE CONTAGIOSA: UN NUOVO POPOLO

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IL CUORE NON HA COLORE

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UN ALTRO VIRUS NON PUÒ RIDURRE IL NOSTRO VALORE INFINITO

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GLI ALPINI DI KIREKA

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UNO SGUARDO PATERNO CHE TI TRASCINA

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DA CAPO A COMPAGNO DI CAMMINO

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CRISTO ROMPE LA CROSTA DELLA CULTURA

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NON TI HO PERDUTO

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UN NUOVO FIORE

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NON UN OSPEDALE, MA UNA SCUOLA

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EDUCAZIONE È COMUNICAZIONE DI SÉ. È DARE LA VITA

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CHI MUOVE E COMMUOVE IL NOSTRO CUORE?

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ESSERE EDUCATI PER EDUCARE Conversazione con Michael Kawuki, preside della Luigi Giussani High School


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presentazione Ora estrarremo dalla grande urna del mondo alcuni fatti, nomi, luoghi: un uomo, un sacerdote brianzolo, fondatore di un movimento cattolico a partire dal 1954; una donna africana nata a Kampala nel 1968 di nome Rose; una guerra civile tra le più feroci di quelle che insanguinano il continente africano, iniziata nel 1986; l’AIDS; centinaia di donne vittime degli abusi della guerra; una cava di pietra; un uragano negli Stati Uniti nel 2005; un terremoto in Italia nel 2009; collane di carta; due scuole e tanti altri volti e sguardi. Prova ora a immaginare una storia, mettiti alla regia di questi eventi, lascia che i tuoi personaggi si incontrino sulla scena dello stesso mondo da cui li abbiamo presi… Non ci riesci? Tre continenti sono un po’ troppi? Vorresti eliminare gli abusi? La guerra e, certo, anche l’AIDS? Vorresti tenere solo le esperienze belle e lasciare quelle orrende? Non è possibile. Le centinaia di donne vittime degli abusi non lo fanno, non possono nemmeno, è la loro storia, ma non tutta… Iniziamo dalla maglietta gialla su cui campeggia una scritta: “One Heart. Meeting Point International”. Stanno sedute in una cava di pietra circondate dalla rossa terra dell’Uganda, spaccano pietre, munite di improvvisati martelli fatti con bulloni e legno. Lavorano otto-dieci ore al giorno per ridurre enormi macigni a sottile ghiaia da rivendere ai costruttori. Un canestro di 50 kg per 0,70 centesimi. Ci troviamo nello slum di Kireka, il più popoloso della città africana di Kampala. La maggior parte di queste donne appartiene alla tribù Acholi, vengono dall’Uganda settentrionale, sono arrivate qui dopo 350 chilometri percorsi nella foresta per scappare dagli uomini che hanno attaccato i loro villaggi, le hanno costrette ad azioni terribili e sono infettate di AIDS. Molte di loro sono morte nella foresta, altre sono arrivate a Kampala dove le hanno emarginate perché ribelli, perché maledette dalle loro azioni e dalla malattia che ne consumava il corpo. Cantano, mentre rompono le pietre, cantano e sono liete. Non è un effetto speciale di cattivo gusto, ma è parte della loro vita, della loro storia.


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Negli anni ’90 l’infermiera di nome Rose Busingye comincia a operare nel loro slum, non si scandalizza che le donne vendano le medicine e spariscano, le va a cercare. Scopre che non vogliono curarsi, perché non vogliono vivere, sono consumate dall’AIDS, hanno compiuto atti indicibili: che valore può avere la loro vita? La vita ha un valore infinito. Rose lo aveva imparato, sperimentato e vissuto nell’amicizia con quel sacerdote brianzolo, si chiamava don Luigi Giussani. In questa amicizia la giovane infermiera aveva riconosciuto il suo valore, aveva incontrato Dio che si fa carne e ci vuole, ci ama, ci tratta come un tesoro inestimabile. È per questo incontro che Rose inizia a stare con le donne dello slum e tutto di lei comunica solo questo: siamo un valore infinito. E le donne, quelle stesse di prima, cominciano a curarsi, ad assumere le medicine, a prendersi cura dei propri figli, delle loro povere case. Non infettano più altre persone, perché scoprire il proprio valore significa anche scoprire il valore di tutto ciò che ci circonda. Cominciano a cantare e a ballare, perché, come dice sempre Rose, si può cantare e ballare solo quando si ha il cuore colmo di gioia. E sono sempre loro, le donne, che, quando nel 2005 l’uragano Katrina travolge New Orleans e con la sua distruzione insinua nei fratelli americani il veleno della disperazione, decidono di lavorare per un mese, frantumando pietre e, col ricavato del loro lavoro, devolvere 900 dollari alle famiglie colpite dalla catastrofe. Quello che ha loro comunicato Rose vola così dall’altra parte dell’oceano. Tu hai un valore infinito, sei amato: è questa l’unica eredità che possono e vogliono lasciare ai loro figli e così realizzano migliaia di collane in carta riciclata, le vendono e si fanno aiutare a costruire due scuole dove i loro figli possono essere educati a ciò che può rendere un cuore inarrestabile: la certezza di essere amato. Ecco, ci sono tutti gli elementi! E no, non è un eccezionale coup de théâtre, di un regista geniale, questa è vita. Anzi è il Regista della Vita.


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Uno shock di vita. Chi sono io? Le sagome, piegate a spaccare pietre con improvvisati martelli fatti da bastoni e bulloni, sono donne. Lavorano otto-dieci ore al giorno per ridurre enormi macigni a sottile ghiaia da rivendere ai costruttori. Un canestro di 50 kg per 0,70 centesimi. Sono le stesse che vediamo ballare e cantare. Numerose domande potrebbero sorgere. Perché sembrano liete? Come fanno a vivere in quelle condizioni? Ma soprattutto: chi sono? Non una domanda banale. Ma da qui deve iniziare la nostra storia. La maggior parte di queste donne sono Acholi, appartengono cioè a una tribù dell’Uganda settentrionale. Circa venticinque anni fa vivevano nei propri villaggi, nel nord del Paese, in una zona conosciuta come Acholiland. Una terra accogliente, prima che la pazzia degli uomini la tingesse di sangue. Per questo le donne l’hanno dovuta abbandonare o, meglio, ne sono state estirpate. Nel 1986 scoppia, infatti, una delle più feroci guerre tra quelle che insanguinano il continente africano. In apparenza, potrebbe trattarsi di un conflitto locale, ma non si ri-

velerà tale. I ribelli del sedicente Esercito di resistenza del Signore (Lra) – gli “olum” in lingua acholi – seminano ogni giorno morte e distruzione nei distretti di Gulu, Kitgum, Pader, Lira, Apac Katakwi e Soroti. I guerriglieri, agli ordini di Joseph Kony, si spingono sempre più a sud con l’intento dichiarato di destituire il neoeletto presidente ugandese Yoweri Museveni. Lra entra nei villaggi, uccide gli adulti e gli anziani e arruola i bambini e le bambine dai dieci ai quattordici anni trasformandoli in bambini-soldato o schiave sessuali. Secondo monsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu, tra il 1987 e il 1990 i ribelli hanno sequestrato «oltre 20mila bambini e 15mila donne e ucciso almeno 100mila persone». Ma egli stesso ammette che le cifre potrebbero essere addirittura molto più elevate considerando le difficoltà oggettive nel monitorare il conflitto. Molti si sono assuefatti a questa brutalità. La vita dell’uomo ha sempre meno valore. Ma non tutti si rassegnano. Numerose donne tentano la fuga. Unica speranza sarebbe raggiungere Kampala, la capitale, ma si tratta di un cammino di più di


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350 km, in mezzo alla foresta e con addosso il fardello della malattia. Una pazzia! Molte muoiono per la stanchezza; molte, scoperte, sono giustiziate dai ribelli; altre, con la forza della disperazione, raggiungono le porte della capitale.

Alcune di loro sono raccolte dai cosiddetti “angeli”, che con carriole le trasportano fino alla periferia della città. Come racconta Ketty.


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La guerra porta con sé anche un altro terribile tormento: il virus dell’AIDS. L’ignoranza e la lussuria ne fanno da amplificatore. Quasi tutte le donne ne sono infettate, incoscientemente. Ne riscontrano solo le drammatiche conseguenze: un indebolimento del fisico, il venir meno delle forze, il peso che fugge lasciando corpi sempre più irriconoscibili. La bilancia per talune sentenzia 44, per altre addirittura 38 kg. È sicuramente una maledizione. Così giustificano la trasformazione in atto. Le donne si umiliano pensando che la condizione fisica decadente sia legata a una punizione per il male che hanno compiuto, costrette dai ribelli. I morti non si contano. «Un reale inferno» come lo chiamerebbe Italo Calvino, «l’inferno che abitiamo tutti i giorni».


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Io sono di Chi sono Il mio niente

Rose Busingye nasce a Kampala nel 1968 da una famiglia cristiana, ma solo nell’incontro con padre Pietro Tiboni, missionario com­ boniano, e, tramite lui, con don Luigi Giussani, scopre che Dio c’entra con la sua vita.

Quando Tiboni mi ha dato un’immaginetta della Madonna… Anche la mia mamma parlava della Madonna, di Dio, e io mi dicevo che non ero degna per quel Dio, perché per la mia mamma era un rito di ogni sera dire il rosario e io mi addormentavo. Quando mi svegliavano dicevo: “Padre nostro” e loro erano ad “Ave Maria…”. Sono cresciuta pensando che Dio era per mia mamma e per i miei fratelli, che finivano il rosario, e che invece una persona come me non poteva avere spazio nel Suo cuore perché ero incapace, impotente, non ero capace di fare le cose belle: non era per me. Però in alcuni testi avevo letto che «il Verbo si è fatto carne». Allora sono andata da Tiboni e gli ho chiesto:

«Ma questa carne per cui Dio si è fatto c’entra con la mia carne?» E lui mi ha risposto: «Anzi, Lui è venuto per la tua carne, la mia carne che è debole, incapace, perché se tutti noi fossimo stati capaci


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Dio non sarebbe venuto sulla terra. Saremmo diventati Dio noi stessi e Lui non avrebbe avuto motivo per cui venire. E invece è venuto perché io e te eravamo incapaci». Quando Tiboni mi ha parlato di Dio in questo modo, Dio ha cominciato ad essere interessante per me.

La lettura di un articolo fa sorgere in Rose il desiderio radicale di vivere una vocazione verginale. Mi aveva colpito molto la lettura di un articolo della rivista «30Giorni» sui Memores Domini 1: gente che vive la memoria di Cristo in tutti gli aspetti della vita. A quel tempo studiavo per diventare ostetrica. Mi sono chiesta: «Come mai Tiboni non mi ha ancora parlato di questo?». Ho preso la rivista e un sabato sono andata da lui e gli ho chiesto: «Come mai non mi hai parlato di questo?». «A te no, perché davanti a tutti i problemi piangi…» L’Associazione Laicale Memores Domini riunisce persone di Comunione e Liberazione che seguono una vocazione di dedizione totale a Dio vivendo nel mondo con una totale responsabilità personale. Essi si impegnano alla missione vivendo il proprio lavoro professionale come il luogo della memoria di Cristo. 1.

In effetti anche a scuola quando vedevo una ferita svenivo; per ogni cosa svenivo. Ho pensato che non ce la facevo più. E Tiboni, ogni volta che svenivo, veniva di persona e mi diceva: «Guarda, anche noi abbiamo fatto questa fatica. Guarda che ce la fai! È la fatica che facciamo tutti». Non faceva considerazioni su Dio: veniva a trovarmi. Tiboni mi diceva che il Gruppo Adulto sono gli adulti responsabili del loro destino. “Responsabile è una cosa grossa: non lo farò mai!” pensavo. Però c’era come un fuoco che si era acceso in me e che ogni volta mi bruciava… Sono tornata da lui e gli ho detto: «Ma posso andare da don Giussani a chiedergli questa cosa?». E lui mi ha risposto: «Vai, però devi sapere che sei giovane; quelli sono adulti, responsabili. Prima, però, finisci di studiare perché loro vivono la memoria nel lavoro». In quel momento mi aveva dato la ragione per cui studiare. Prima ero stata presa dalla paura e invece in quel momento mi ha acceso, vedevo tutto l’orizzonte. Ho studiato e ho fatto l’esame, l’ho passato; non ho aspettato nemmeno di andare a ritirare il diploma e sono partita per l’Italia.


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Una commozione contagiosa: un nuovo popolo La commozione di Rose è il motore del lavoro che compie tra le donne del Meeting Point International. Essa vede generarsi intorno a sé una nuova comunità, un nuovo popolo, una nuova tribù. Donne che nel dramma della vita, attraverso l’incontro con Rose e la sua storia, scoprono qualcosa che era già in loro: noi tutte abbiamo un valore infinito e ne siamo responsabili. Nessun virus, malattia o male commesso possono cancellare il valore che ciascuno è. Da questa semplice coscienza, di essere volute bene, gratuitamente, le donne ricominciano a vivere. Achan Aida Agnes Poi una delle assistenti sociali del Meeting Point mi ha trovata. Il posto in cui abitavo non era molto lontano e forse qualcuno le aveva detto come stavo. Quando è arrivata, ha bussato alla mia porta, ma io non volevo aprirle: avevo paura di dirle della mia malattia... Allora ha spinto la porta, che era aperta, ed è entrata in casa.

“Come stai?” mi ha chiesto. Le ho risposto: “Sto bene”. “Non stai bene, sembri molto malata”. “In effetti lo sono”. Mi ha chiesto se stavo facendo le cure, ma le ho detto di non avere soldi. Poi mi ha domandato se qualcuno avesse provato a portarmi in ospedale; le ho spiegato che mi ero allontanata dalle altre persone perché avevo paura di infettarle. Mi ha chiesto sé stessi mangiando; ho risposto che una volta al giorno mi davano del cibo, me lo passavano da sotto la porta per non essere mai in contatto con me. L’assistente sociale è andata via, senza dire niente. È tornata dopo qualche giorno con una persona. Non sapevo che quella persona era zia Rose. Lei mi ha chiesto se volevo andare in ospedale; io non potevo perché non avevo i soldi e lei mi ha risposto: “Sono io che pago l’ospedale”. A quel punto ho accettato. All’ospedale di Nsambya mi hanno sottoposta a moltissimi test e hanno scoperto che avevo contratto la tubercolosi: per quel motivo non riuscivo a muovermi. Sono stata ricoverata; zia Rose era l’unica che mi visitava in ospedale, portandomi qualcosa da mangiare.


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Lei continuava a stare con me. Veniva ogni sera a controllarmi finché non sono migliorata. Quando mi sono ripresa ho iniziato a pensare che mi avrebbero dimessa. Quel giorno zia Rose è venuta da me e mi ha detto che aveva provveduto a trovarmi una stanza in cui avrei potuto dormire e dove altre donne si sarebbero prese cura di me. Quando sono arrivata in questa stanza ho scoperto che mi avevano addirittura comprato un materasso; insieme a loro c’era anche un’assistente sociale. Venivano a farmi visita e facevano delle cose per aiutarmi: mi portavano l’acqua, la facevano bollire e mi sono state vicino fino a quando ho iniziato a riprendere di nuovo peso. Continuavo a chiedermi: chi sono queste donne? Zia Rose non ha mai smesso di venire e quando veniva mi parlava.

Io, però, non riuscivo a uscire da quella negatività, dal trauma di essere rifiutata da tutti. Una domanda continuava a venirmi in mente: cosa vuole da me questa donna?

Quando ero a Gusco continuavano a chiedermi informazioni; forse anche lei voleva solo sapere cose su di me. Ho lasciato lì quella domanda; lei continuava ad assistermi e poi ha iniziato a dirmi: “Agnes, tu hai ancora un valore”. Io mi chiedevo: “Come posso avere un valore se tutti sanno del male che io ho fatto con i ribelli nei boschi? Forse lei non sa il male che ho fatto, per questo mi dice così”. Anche se lei continuava a dirmi che avevo ancora un valore, avevo deciso di tornare a Gulu con i ribelli nei boschi, perché loro non mi avrebbero rifiutata. Un giorno le ho chiesto ventimila scellini; lei mi ha chiesto a cosa mi servissero e le ho spiegato che volevo tornare a Gulu. I suoi occhi si sono riempiti di lacrime: “Agnes, hai ancora un valore; io sono qui e sarò con te in qualunque situazione”. Mi sono chiesta come mai me lo dicesse.

Quello di cui parlava lei era il valore di qualcuno che è importante, ma io, per come mi ero ridotta, non avevo nessun valore: io non ero importante per nessuno.


«IL REGALO PIÙ GRANDE CHE MI È STATO FATTO DA QUESTA AMICIZIA È LA DOMANDA: CHI SONO IO?» Hanifa


La donna che sembra, che è, una regina, ha una postura, una dignità e una regalità che nascono dalla coscienza di essere un valore infinito e di essere amata. Dire “un” valore è bello perché afferma il mio valore, ma in un modo che non so bene definire “quanto”, è un valore che non posso possedere e non posso quantificare, ma c’è; è un valore ma è misterioso. Non riesco ad afferrarlo, ma ne sono responsabile. Tutta la vita è un cammino per riconoscere il proprio valore e Colui che ce l’ha dato. Non è qualcosa di già saputo o cristallizzato, ma è una continua scoperta e quindi una continua gratitudine.

WORK IN PROGRESS PER UNA VITA.


Mi sono sentita un sacco dell’immondizia per quasi tutta la mia vita, fino a quando qualcuno mi ha detto di incontrare la donna muzunga a Kampala.

Scoprire me stessa mi ha aperto la mente e il cuore. Quando scopri l’importanza di te stesso, non puoi fare altro che continuare a scoprire il valore di tutto. Il cuore dell’uomo non ha razza né colore né tribù. È internazionale. Si commuove e si muove. Se abbiamo una scuola in cui i nostri figli siano considerati un valore, possiamo formare medici, insegnanti; anche il Presidente dell’Uganda può uscire dalla nostra scuola.

Io sono nata nel momento in qui sono entrata in questa scuola e mi sono sentita chiamata per il mio nome. Ho capito che potevi andare dal tuo vicino e chiedergli cibo, zucchero o olio, ma la vita, chi può darti la vita? Chi può farti vivere in questo momento?

Le donne di Rose Matteo Severgnini è direttore della Luigi Giussani High School di Kampala (Uganda). Mónica Fontana Abad è responsabile di qualità (Quality Assurance Advisor) della Luigi Giussani Institute of Higher Education.

€ 15,00


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Tu sei un valore. Le donne di Rose. Work in progress per una vita by Itaca Edizioni - Issuu