IGNACIO CARBAJOSA
Testimone privilegiato Diario di un sacerdote in un ospedale COVID Prefazione di Amedeo Capetti
la C ol n a
Tel e m ac o
Ignacio Carbajosa
Testimone privilegiato Diario di un sacerdote in un ospedale Covid
Prefazione di Amedeo Capetti
Titolo originale dell’opera: Testigo de excepción. Diario de un cura en un hospital del Covid © 2020 Ediciones Encuentro, Madrid Traduzione di: Sandro Chierici
Ignacio Carbajosa Testimone privilegiato. Diario di un sacerdote in un ospedale Covid www.itacaedizioni.it/testimone-privilegiato Prima edizione italiana: agosto 2020 Prima ristampa: settembre 2020 © 2020 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0645-8 Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC) nel mese di settembre 2020
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Al dottor Rayo, alla dottoressa Valdazo e a suor Josefa, guide del mio santo pellegrinaggio Alla direzione e a tutto il personale dell’Ospedale San Francisco de Asís di Madrid, che ha curato (e lasciato curare) fino all’ultimo istante la vita di tanti spagnoli in questa pandemia A coloro che ci hanno lasciato e che ora godono della visione del Padre buono. A coloro che sono sopravvissuti e che ora sono tornati a casa e alle loro famiglie Ai sacerdoti con cui vivo che, con grande carità, sono venuti incontro a tutte le mie necessità durante cinque settimane
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Ed è difficile credere che il calore, la tenerezza, la bellezza di quei giorni non siano stati raccolti e non siano custoditi, chi sa dove, chi sa come, da qualche immortale testimone della vita mortale. Vladimir Nabokov La vera vita di Sebastian Knight
A Fernando Savater, compagno di viaggio
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Prefazione
Sono un medico specialista in Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento per il Nord Italia. Ho incontrato indirettamente don Ignacio Carbajosa due anni fa grazie alla mostra su Giobbe1 che aveva realizzato in occasione del Meeting per l’amicizia fra i popoli: un approccio assolutamente realistico e non indulgente circa la tragedia del dolore innocente, con una svolta inattesa attraverso la risposta di Dio a Giobbe, imponente quanto superiore alla logica umana: la risposta al dolore non è una teoria ma piuttosto una presenza. Avendo illustrato questa mostra a tanti amici e sconosciuti, piccoli e grandi, ne sono rimasto travolto nella percezione stessa del mio lavoro quotidiano. Perciò gli sono infinitamente riconoscente. Questo libro è un dono prezioso, che declina nella storia proprio quella verità che emerge dalla vicenda umana di Giobbe. E ciò che si immerge nella storia si carica di dettagli e di colori che lo rendono più affascinante e utile per «C’è qualcuno che ascolta il mio grido? Giobbe e l’enigma della sofferenza», mostra a cura di Ignacio Carbajosa e Guadalupe Arbona, di cui Itaca ha pubblicato il catalogo (ndr). 1
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la vita del lettore. Come leggiamo all’inizio, «grazie a Dio ho già sperimentato che la mia vita diventa più grande obbedendo». Così ci si addentra in una cronaca, giorno per giorno, degli incontri e delle scoperte che un animo attento e proteso a capire sa cogliere, far propri e aiutare i malati ad accogliere. Si tratta di una vicenda drammatica ma tutta pervasa di speranza e direi, al fondo, della certezza che l’ultima parola sulla vita dei malati è un bene. Alcuni aspetti mi sembrano emergere particolarmente dalla lettura di questo diario. Il primo è che la presenza di don Ignacio nell’Ospedale San Francisco de Asís è stata un punto di svolta per chi ne ha partecipato. In un mondo nichilista, in cui sembra che nulla valga la pena, questa obbedienza ha portato frutti non immaginabili all’inizio, e incontestabili. Il secondo è che ogni situazione drammatica fa emergere la libertà dell’uomo, che determina il suo modo di stare di fronte alle circostanze e di conseguenza il senso o il non senso che la vita acquista. Tuttavia, in questa dinamica si può inserire una presenza carica di tenerezza e di speranza, che richiama ancora più personalmente a giocare la propria libertà, ma che porta in sé una Presenza più grande, più amorevole, più fedele, che non si scandalizza neppure del nostro rifiuto. Come pregava una mia giovanissima amica nel pieno del Covid in Emilia: «Gesù, fatti presente alla mia vita, e se anche io ti rifiuterò, non arrenderti e torna a cercarmi». Così, al fondo, l’ultima parola nella vita non è neppure la nostra grettezza, ma la tenerezza di Colui che ci ha voluti incontrare. In questo senso si può dire che don Ignacio non ha perso nessuno dei malati che ha incontrato.
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Il terzo è che almeno del popolo spagnolo, come di quello italiano, si può dire che, nonostante la pressione della cultura dominante, è ancora intriso di cristianesimo. Lo si vede dalla reazione dei malati alla proposta fatta, da quello che spesso è definito l’emergere del “disco rigido”. Perciò vale sempre la pena testimoniare e far sapere la grazia che si vive, perché la grazia che ci è data è per il mondo intero, e il mondo ne ha sete. Poi ognuno reagirà secondo la mossa della sua libertà. Ma, come mi ha insegnato mia moglie riguardo a Bernadette di Lourdes: «La Signora mi ha incaricato di informarla, non di convincerla». Nella mia esperienza di rapporto con malati provenienti da culture estranee al cristianesimo – cinesi, arabe, africane –, questa speranza genera stupore e curiosità ed è il punto di partenza per un’amicizia vera, ma laddove ci si capisce più profondamente ci si rende conto che abbiamo veramente un tesoro di tradizione da non sprecare. Così l’augurio che rivolgo a ogni lettore colpito nell’animo dalla bellezza di ciò che gli è stato offerto è di rischiarlo nel proprio quotidiano per riscoprirne la verità e per lasciarsi non solo colpire emotivamente ma proprio cambiare fin nella coscienza di sé e nello sguardo sul mondo. Amedeo Capetti
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Premessa
Non sono “tecnicamente” un cappellano di ospedale. Sono un sacerdote diocesano di Madrid e il mio incarico principale è quello di professore di Antico Testamento all’Università Ecclesiastica San Dámaso. Il mio servizio all’Ospedale San Francisco de Asís è stato limitato a cinque settimane, dal 2 aprile all’8 maggio 2020, ed è legato alla pandemia di coronavirus che da mesi affligge la Spagna e il mondo intero. Quando sono entrato in ospedale, il 2 aprile, era il giorno in cui veniva toccato il picco di morti a causa del Covid-19: 950 in tutta la Spagna, un terzo (310) a Madrid. Erano quelli i giorni peggiori della pandemia. Gli ospedali erano al collasso. Qualche giorno prima, aveva aperto le sue porte l’ospedale da campo alla Fiera di Madrid, con l’obiettivo di accogliere i pazienti in eccesso e di alleviare la carenza di posti letto, compresi quelli in terapia intensiva. Come sono arrivato a diventare cappellano in tempi di pandemia? Le prime due settimane di isolamento, prima di entrare in ospedale, si sono presentate ai miei occhi con un certo fascino. Chi di noi si dedica alla vita accademica ha una forma mentis che vede nelle ore di reclusione un’agognata
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possibilità di fare ricerca, scrivere articoli, portare avanti lavori. Nella prima settimana avevo già finito la conferenza che dovevo tenere a Gerusalemme a maggio (che ovviamente sarebbe stata rimandata). Devo confessare con un certo imbarazzo che la prospettiva di successive proroghe dello stato di allerta non mi dispiaceva: avrebbero dato impulso alla mia ricerca, un campo in cui mi muovo con piacere. La mia passione per la ricerca biblica non era in contrasto con il mio interesse per ciò che stava accadendo in Spagna in quel momento. Al contrario, avevano e hanno la stessa origine: la mia vocazione a servire gli uomini e le donne del mio tempo. E quello che stava succedendo mi riempiva di inquietudine. Sono un sacerdote. Sono stato chiamato a dare la mia vita, non a preservarla. Ma mi inquietava particolarmente la prospettiva che il dramma che cominciava a essere vissuto negli ospedali, nelle case di cura e nelle case di riposo per anziani non fosse vissuto con un significato. In altre parole, sentivo l’urgenza che la fede cristiana, la speranza e la carità potessero raggiungere tutti coloro che soffrivano. Se la fede non serve per questi momenti, a cosa serve? Ho dunque offerto la mia disponibilità al mio vescovo e al mio vicario in un paio di occasioni, già durante le prime due settimane di confinamento. A fine marzo abbiamo ricevuto un avviso, indirizzato ai sacerdoti sotto i sessant’anni senza obblighi pastorali, che chiedeva la disponibilità per gli ospedali da campo che stavano iniziando ad aprire. Ho scritto al vicario per l’attività sociale offrendomi. Molti avevano già risposto e pareva che non ci fosse bisogno negli ospedali. Sono stato invitato a rima-
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nere “in panchina”, pronto eventualmente a entrare. Allo stesso tempo, mi è stato chiesto di unirmi a una squadra di guardia notturna al telefono (Sarcu). Ho imparato tempo fa che quando si offre la disponibilità non la si offre per un progetto personale, per una creazione della propria immaginazione. Uno dà la disponibilità e obbedisce al disegno di un Altro, di Dio, che nel mio caso si manifesta nella disponibilità al mio vescovo. Non sono io a decidere il posto delle pedine nella grande opera di salvezza del mondo intero. Quindi obbedisco. Pochi giorni dopo, mercoledì 1 aprile, mi chiama il vicedelegato alla pastorale sanitaria: occorre un sostituto per la cappellania dell’Ospedale San Francisco de Asís. Il cappellano, un francescano, è molto anziano ed è stato mandato a casa per evitare pericoli. Parlo con i sacerdoti con cui vivo. La mia disponibilità implica la loro: se inizio un lavoro con i pazienti Covid in ospedale, devo isolarmi e sono loro a dovermi servire la colazione e la cena, oltre al cibo, nei giorni in cui non sono in ospedale. Loro accettano, e io accetto. I giorni della gioiosa ricerca biblica sono finiti. Quando torno a casa dall’ospedale sono tanto stanco da non riuscire nemmeno ad aprire un libro. Solo nelle ultime settimane avrò un po’ di tempo per riprendere le lezioni online. Tuttavia, mi appare con evidenza che la vera fecondità sta nel dare la propria vita per l’opera di un Altro, per l’opera di Cristo nel mondo. Obbedire al piano o al compito che un Altro mi propone. È una lotta antica che, per quanto datata, non cessa di ripresentarsi nella mia vita: «Se avessi tempo di fare ricerca otterrei il premio Nobel per la critica testuale della Bibbia» mi dico quando sogno a occhi
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aperti. Ma quel premio non esiste, e la fecondità della vita non è stabilita da me. E grazie a Dio ho già sperimentato che la mia vita diventa più grande obbedendo. Molto più grande! I miei progetti sono così piccoli! E paradossalmente, il tempo che dedico alla ricerca e alla scrittura diventa più fecondo seguendo la volontà di un Altro. Vado più a fondo, capisco di più la realtà che studio. Ciò che mi dicevo quando ho accettato la cappellania doveva essere verificato nelle settimane successive. E così è stato. Sono stato un testimone privilegiato. Sono stato un testimone privilegiato della vita e della morte di tante persone che si sono presentate a me come uno spettacolo di altissima dignità e di spaventosa fragilità: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Salmo 8). Ho visto l’umano e il divino. E non solo ho visto, non solo ne sono stato testimone. Quello che ho visto ha combattuto dentro di me. Mi ha ferito. E ha scatenato un dialogo con il Mistero di Dio che potrebbe essere ben descritto come un duello, una lotta faccia a faccia simile a quella che il biblico Giobbe instaura con Yahvé. Questi giorni mi hanno edificato. Valeva la pena di lasciare una traccia scritta di ciò che ho visto e sentito. Essa coincide con ciò che i parenti che non hanno potuto accompagnare i loro cari non hanno visto e sentito. Qui do voce solo alle storie e alle conversazioni che sono state significative per me. Molte altre (comprese quelle che non posso o non devo raccontare in questo diario) rimarranno per sempre nel silenzio di quanto è accaduto e non raccolto, nella certezza che saranno custodite «chi sa dove, chi sa come, da qualche immortale testimone della vita mortale» (Vladimir Nabokov).
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Indice
Prefazione Amedeo Capetti
p. 9
Premessa
» 13 DIARIO
2 aprile primo giorno di servizio
» 19
3 aprile secondo giorno di servizio
» 27
4 aprile terzo giorno di servizio
» 31
6 aprile quarto giorno di servizio
» 35
8 aprile quinto giorno di servizio
» 39
10 aprile sesto giorno di servizio
» 45
12 aprile settimo giorno di servizio
» 49
14 aprile ottavo giorno di servizio
» 55
16 aprile nono giorno di servizio
» 61
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testimone privilegiato
18 aprile decimo giorno di servizio
p. 65
20 aprile undicesimo giorno di servizio
» 71
21 aprile dodicesimo giorno di servizio
» 75
24 aprile tredicesimo giorno di servizio
» 79
26 aprile quattordicesimo giorno di servizio
» 85
27 aprile quindicesimo giorno di servizio
» 91
29 aprile giorno di riposo
» 95
30 aprile sedicesimo giorno di servizio
» 101
2 maggio diciassettesimo giorno di servizio
» 105
4 maggio diciottesimo giorno di servizio
» 111
7 maggio diciannovesimo giorno di servizio
» 117
8 maggio ventesimo giorno di servizio
» 123
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Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Salmo 8
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