GIACOMO BIFFI
SE CRISTO È RISORTO ed è vivo CAMBIA TUTTO A cura di Emanuela Ghini
Prefazione di Matteo Zuppi
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Giacomo Biffi
Se Cristo è risorto ed è vivo cambia tutto A cura di Emanuela Ghini Prefazione di Matteo Zuppi
robabilmente resterà passionati. Nicolò, socio in questo progetto, grado di realizzare questo mio sogno. a a lui per aver “sposato” sso Nelle edizioni Itaca
Giacomo Biffi tutti gli intervistati Lettere a una carmelitana scalza messo di incontrare 1960-2013 colare Pietro Manganoni, A cura di Emanuela Ghini gi Soldano, Oltre ogni limite ha fornito la maggior delle Nazarenaparte monaca reclusa 1945-1990 A cura di Emanuela Ghini cazione. pre sostenuto soprattutto Francesco Il contagio della di speranza di sempre che ancora prima aver Benedetto XVI / Joseph Ratzinger servargli Fatti per l’Infinito ralmente.
Giacomo Biffi
Se Cristo è risorto ed è vivo cambia tutto www.itacaedizioni.it/se-cristo-risorto-e-vivo-cambia-tutto Prima edizione: giugno 2021 © 2021 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0666-3 Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)
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Prefazione
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Prefazione
Desidero ringraziare l’intelligente e perseverante passione di suor Emanuela Ghini e il coraggio dell’editore, Eugenio Dal Pane, perché ci permettono di rileggere a distanza di anni l’intervista al cardinale Biffi. Proprio il genere letterario scelto allora dall’intervistatrice ci consegna tutta l’immediatezza, il rigore, l’ironia, la profondità del fine teologo e pastore della Chiesa di Bologna. E non ha perso certo di attualità, andando in profondità a temi che ci accompagnano nelle varie stagioni della vita personale, civile ed ecclesiale. Un’intervista, a differenza di un saggio, ha forse lo svantaggio di non affrontare organicamente i diversi aspetti dei singoli argomenti, ma ci permette di comprendere l’angolatura dalla quale comprendere tutto il resto. Come sempre, in un’intervista è decisiva la capacità dell’interlocutore di cogliere la questione e spiegare con chiarezza ed essenzialità i contenuti, ma anche quella di chi pone le domande, sceglie i temi, sviscera l’argomento e fa progredire il ragionamento, aiutando la chiarificazione del pensiero. Ecco, suor Emanuela si rivela un’ottima giornalista, capace di fare parlare il Cardinale con acume, senza riserve o discorsi inibiti, sempre con profondità e leggerezza allo stesso tempo. Non è poco affrontando temi così centrali, che diventano appassionanti e gustosi, chiari, diretti, esigenti come il pensiero e il parlare di Biffi. Quella di suor Emanuela è in realtà una finissima opera di
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collazione di riflessioni tratte da discorsi o scritti del Cardinale, sapientemente uniti estraendo la chiave del suo pensiero su ogni singolo tema (il “sugo” avrebbe scritto Manzoni). L’origine del libro lo spiega la stessa intervistatrice. Suor Emanuela ordina i discorsi che Giacomo Biffi pronunciò nel decennio 1985-1995 nelle più diverse occasioni, dai corsi teologici alle interviste sui giornali. Il libro è nato così, certamente indovinando uno stile letterario adatto al nostro bisogno di «enunciati rapidi e di sintesi incisive». Appare chiaro in tutti i capitoli – ma direi in ogni ragionamento del Cardinale – che la visione di fondo è sempre la centralità di Cristo, vero termine di confronto, punto di osservazione dal quale contemplare gli infiniti aspetti della vita, sempre con libertà di pensiero e di analisi. Proprio vero: Libertas in Veritate, e Cristo è la Verità con la quale orientarsi nella complessità della storia e nelle infinite sfaccettature dell’umanità. Il Cardinale, condotto da suor Emanuela, affronta i temi scelti con grande sapienza teologica e umana, perché «quando c’è una manifestazione di vera umanità, là il Signore Gesù è sempre chiamato in causa». Se Cristo è la verità, dovunque si trovi un frammento di verità si trova una iniziale ma sempre preziosa presenza del Figlio di Dio. Anche per questo, a distanza di quasi venticinque anni dall’uscita della precedente edizione del volume, le tematiche non hanno perso di suggestione sia per chi è interessato al fatto cristiano sia per chi, ignorandolo, desidera conoscerlo. I semi del Vangelo sono sempre fertili, con gusti e sapori sempre originali e nuovi. Anche perché il Vangelo è un fatto, un evento, una presenza che si rivela nel tempo, che non smette di incarnarsi e illuminare la storia. Il cristianesimo non è una religione ma un fatto, un avvenimento. Dobbiamo chiederci cosa succede quando, al contrario, viene ridotto a un’etica, per quanto importante e rigorosa, a morale, attenta alla lettera ma dimentica dello spirito e della mente. Il car-
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dinale Biffi ci aiuta, anche con il suo umorismo e l’ironia pungente, a non adagiarci mai in un’applicazione codificata, pedissequa del cristianesimo, senza che questo diventi “fatto”. Il vero rischio è, in definitiva, un Cristo ridotto a narcotico, a tranquillante per il benessere individuale, perfino a principio ispiratore per altri dogmatismi, svuotato della forza esigente, radicale, dell’incontro con un fatto. I cristiani che Biffi irride sono quelli che cercano di piacere alla mentalità comune, fosse pure alla moda, e il consenso facile. Egli non può accettare che si scolorisca la fede con la giustificazione del dialogo, nascondendo le convinzioni in cambio di un’accettazione, spesso interessata. Anche perché «non si tratta di essere più credibili. Dobbiamo diventare più credenti». Soprattutto se si scambia l’essere credibili con un facile consenso, se si aggiusta la propria fede invece di viverla e comunicarla, se si compiacciono gli interlocutori invece di costruire un dialogo vero che richiede sempre, ovviamente, di essere sé stessi, non quello che gli altri desiderano. Certo, di esserlo attraendo, costruendo ponti, perché siamo chiamati ad andare, non ad aspettare, a toccare il cuore con il “fatto” che è la nostra stessa umanità, non a distribuire verità restando a distanza, con la scusa di non contaminarsi. Gesù parlava a peccatori e sicuramente non aspettava che cambiassero, perché cambiavano proprio per la Sua misericordia e vicinanza. Altrimenti sappiamo quanto è facile chiudersi in un mondo autoreferenziale, che finisce per sentirsi non capito quando non si vuole spiegare, autosufficiente quando è chiamato a seminare ovunque e per tutti, dimentico che è Lui il proprietario della lingua materna di ogni interlocutore. La mediocrità e la povertà culturale impoveriscono la comunicazione del Vangelo che diventa scudo e non seme. Essere lievito non è affatto omologarsi alla pasta, ma fermento di questa! Biffi cerca cristiani credenti e con l’intelligenza dei piccoli, perché preoccupato per un mondo che perde le sue radici e
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per una Chiesa che si mondanizza. La sfida è proprio questa: essere sé stessi e parlare a tutti, tutti, da credenti che vanno fino agli estremi confini della terra. Papa Francesco direbbe «le periferie». Non si omette di parlare per non ferire, ma si cercano le categorie tali da fare comprendere il mistero di Dio. Ecco la prospettiva che ispira tutte le risposte del Cardinale. La scelta più utile e più urgente che possiamo fare per l’umanità è quella di far conoscere Cristo e il suo annuncio di salvezza. «Se l’uomo è sempre un’iniziale immagine di Cristo, ogni vera e onesta antropologia è anche un’iniziale cristologia. Chi con animo retto e sincero contempla l’uomo e lo ama, conosce un po’ del mistero dell’uomo Dio, si dirige verso il Signore Gesù, anche se non lo sa esplicitamente.» Papa Francesco indica proprio la centralità di Cristo e l’esperienza personale di Lui come l’unica tunica che abbiamo per metterci in cammino e incontrare chiunque, senza paura di dialogare. Questo è possibile solo perché pieni di Cristo e non difesi da surrogati e abitudini che in realtà lo deformano e non lo fanno conoscere a chi cerca proprio Lui. I cristiani si perdono o si assimilano al mondo quando al centro della loro vita non c’è la Verità o quando si esauriscono in laboratori ideologici e magari appassionanti, ma lontani dalla vita, di qualsiasi segno essi siano. Il problema sono le discussioni di laboratorio o di sacrestia per cui i cristiani vivono nel mondo senza sapere comunicare più la bellezza della loro fede, perché in realtà non la trovano più. Le sue risposte chiare e piene di sapore evangelico aiutano a non isolarsi e a sapere riconoscere cosa chiede il Signore oggi ai cristiani e alla sua Chiesa. Il rischio è quello di passare «da una retorica all’altra, da un conformismo all’altro, dall’una all’altra forma di irrigidimento interiore». L’umanità si è orgogliosamente laicizzata, tanto da ritenere Dio un optional irrilevante e fuori moda, e siamo messi a confronto con un
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neopaganesimo. Non si tratta di condannare, ma di prendere atto, anche per non farsi delle illusioni che ingannano e poi alla fine inevitabilmente deludono. La domanda è poi sempre quella di capire la sofferenza, la fame, la sete e, con attenzione e vicinanza, ascoltare e rispondere. Non serve la scorciatoia di una «religione dei valori» o di «una religiosità senza religione». Non si comunica nulla. La sfida è incontrare e comunicare la verità, cioè Cristo. Certo, sappiamo bene che dialogare non significa affatto necessariamente compiacere, rischio che rimane per tutti e sempre, come se essere alteri e distanti garantisse la difesa della dottrina o una sua giusta applicazione! Mi sembra che i due rischi che papa Francesco ha indicato come quelli più pericolosi per i cristiani siano così simili a quelli descritti in tanti modi dal cardinale Biffi. Uno è il fascino dello gnosticismo, una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti. Si dialoga, ma ci si perde e davvero non si sa più chi si è, e si tradisce il senso vero del dialogo. L’altro è il neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che, in definitiva, fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli a un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo a un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri e, invece di facilitare l’accesso alla grazia, si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico. Non è possibile immaginare che da queste
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forme riduttive di cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore. Quanto è necessario sottrarsi a un cristianesimo formato pasticceria che garantisce agli uditori un benessere a poco prezzo, nel vano tentativo di adattarlo ai gusti, peraltro cangianti e poveri, degli uditori. Chi ha fame ha bisogno di pane buono. Certo, non ci rifugiamo in un cristianesimo antipatico, duro, contrapposto quando ci è chiesto di trafiggere il cuore con la relazione, di godere la stima di tutto il popolo, di essere padri e madri per essere maestri. Con fede e con ragione, unite. «Il guaio primario e più radicale della scristianizzazione non è la perdita della fede: è la perdita della ragione.» Una delle frasi più significative di Chesterton che il Cardinale amava citare è la seguente: «Il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale». Biffi richiama san Tommaso: «Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est»: ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo. Noi di solito vogliamo sapere uno da che parte sta, prima di vedere se possiamo accettare o no quello che dice; lui dice «da chiunque sia detta». Ecco perché Biffi diceva che «ogni bellezza, da chiunque sia espressa, viene dallo Spirito Santo, e quindi conduce anche a Cristo a prescindere dalla consapevolezza dell’artista». «Se è un servizio alla bellezza io son sicuro che è un servizio a Cristo. Quindi l’artista, anche se è ateo dal punto di vista suo personale, anche se è dubbioso (che forse è la posizione più comune), in realtà si pone in connessione con Cristo proprio attraverso il suo servizio all’arte.» Ecco la bellezza che dobbiamo scoprire non solo nella grandezza dell’ingegno umano, ma in quel bello nascosto in ogni persona che incontriamo e che ci è affidata perché nostro prossimo. La Chiesa guarda con interesse il mondo, con simpatia, annuncia solo il Vangelo, accetta la sfida dell’arte pastorale
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perché vuole portare, come scrive il Cardinale, «all’esplicita conoscenza di Cristo quei nostri fratelli che sventuratamente ancora non ne sono beneficiati». «Gesù, Figlio di Dio, Signore dei vivi e dei morti, Salvatore del mondo, abbi pietà di noi. Per la tua croce e la tua resurrezione mandaci lo Spirito di Verità, facci conoscere il Padre, edifica la Tua Chiesa, guidaci al regno eterno. Amen.»
✠ Matteo Maria Zuppi
Arcivescovo di Bologna
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Il cristianesimo
Come tutte le epoche di crisi, anche la nostra è percorsa da una profonda incapacità – espressa da tante manifestazioni del pensiero e dell’arte – di trovare significato nelle cose. La mancanza di chiarezza, una voluta e non corretta acquiescenza alle più diverse posizioni ideologiche, la cancellazione di punti di riferimento stabili rendono non di rado anche i cristiani poco consapevoli della realtà del cristianesimo. «Il cristianesimo tende spesso a divenire un’etica: si è mutato in filantropia e solidarietà. […] Cristo non può esser ridotto a un esempio di buona condotta: sarebbe cosa troppo umana. Egli è la primizia dei morti. Questo il cristianesimo crede e annunzia» (S. Natoli). A ricordarlo ai cattolici è un non credente, quasi eco di Dostoevskij: «Molti credono che sia sufficiente credere nella morale di Cristo per essere cristiani: non la morale di Cristo, né l’insegnamento di Cristo salveranno il mondo, ma precisamente questo: che il verbo si è fatto carne». Il cristianesimo, vita capace di colmare ogni vuoto di significati, non è una dottrina, un pensiero, una teoria, un’etica. Diversamente da tutte le religioni, è il fatto della Pasqua, avvenimento centrale della storia: Gesù Cristo crocifisso e risorto, persona-evento che coinvolge la vita. Da lui solo scaturiscono i valori, sempre subordinati a lui e all’avvenimento pasquale. Solo in una chiara prospettiva cristocentrica è possibile il dialogo con le religioni. Solo nel riconoscimento di Cristo-verità, fon-
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damento cosmico e centro della storia, sono riconoscibili i segni di verità, di bontà, di bellezza profusi ovunque nell’universo. Quando non si cade nel nichilismo, si può cadere nell’ambiguità. Già Karl Rahner osservava che «l’uomo dà volentieri delle mezze risposte, si rifugia volentieri là dove non bisogna decidere inequivocabilmente». Lei ha osservato: «L’insignificanza e l’assenza di scopo: questo è uno dei mali oscuri della nostra epoca, la fonte principale del nostro malessere e la causa della nostra preoccupante infecondità». Come ci si può opporre a questo decadimento? Il rimedio a questo male dell’anima c’è; e non è un rimedio che ci venga da qualche barbuto filosofo ottocentesco o da un sociologo dall’arido cuore oppure da un’esotica ideologia. È qualcosa che è già nostro, che ha fatto la nostra storia, che ha ispirato la nostra civiltà, ma che deve essere riconosciuto e riconquistato a ogni generazione. Questo rimedio è il cristianesimo, realmente capito e attuato; è il cristianesimo preso senza travisamenti e senza mutilazioni. È il cristianesimo nella sua capacità di illuminarci di verità e di dirci le cose come stanno in faccia a Dio, oltre ogni scetticismo, ogni vocazione all’assurdo, ogni nichilismo, di cui la cultura dominante pare tanto spesso compiacersi, ma del quale la nostra società sta lentamente morendo. È il cristianesimo nel suo impeto di carità e di solidarietà umana, che non vuol dimenticare nessuna persona, nessuna situazione, nessuna sofferenza. È il cristianesimo nella ricchezza della sua speranza: una speranza che vale per tutte le ore, anche per quelle dello sconforto; per tutti i giorni dell’esistenza, anche per quelli del tramonto, che sembrano inutili. È una speranza anche terrena, che sola può essere totale e invincibile, proprio perché è al tempo stesso più che terrena1.
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Kierkegaard afferma che «il cristianesimo non è una dottrina». Come si potrebbe allora definirlo? Una verità va oggi emergendo nelle coscienze teologicamente più illuminate; ed è che il cristianesimo – prima ancora che un culto, una concezione, una morale, una religione – è un avvenimento: l’avvenimento dell’incarnazione redentrice del Figlio di Dio. Appunto perché è – ed esso solo – un avvenimento, il cristianesimo è inconfrontabile: collocarlo tra le religioni, anche soltanto per ragioni di sistemazione e di metodo, significa travisarlo e precludersi ogni sua autentica comprensione2. Anche Wittgenstein, che pure non era credente, diceva che «il cristianesimo non è una teoria riguardo al passato o al futuro dell’anima umana, ma è la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo». Noi possiamo andare a scuola di tutti, anche dei non credenti, perché la sola scuola che conta è quella della verità. In questi anni ho ripetuto fino alla noia un detto di san Tommaso d’Aquino, che ci rivela quanto sia più libera e luminosa la mentalità medievale rispetto a quella che domina oggi: «Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est» (Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo). Per esempio, proprio di Wittgenstein ricordo un altro aforisma, che ammiro molto perché riesce a dire col minimo numero di parole una verità decisiva: «Il significato dell’universo non sta nell’universo». Anche la frase ricordata è illuminante e preziosa, specialmente se la si intende così: il cristianesimo non è una teoria, ma è la notizia, l’esperienza, la partecipazione di un evento reale che è in atto nella storia e nella vita dell’uomo. Anzi, il cristianesimo nella sua sostanza è un avvenimento in atto: l’avvenimento della risurrezione del Figlio di Dio, che si fa principio del rinnovamento del mondo. Perciò la realtà
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cristiana è intramontabile. Le dottrine nascono, fanno fortuna, incantano per decenni e magari per secoli, decadono e muoiono. Il fatto cristiano, proprio perché è un fatto, resta, indipendentemente dal numero delle adesioni che riceve. Perciò è anche inconfrontabile. Non si possono paragonare le ideologie a una realtà. Certamente non è un fatto cieco: presuppone e annuncia delle verità, offre una regola necessaria di comportamento, propone energicamente dei valori (non bisogna mai dimenticarlo). Ma primariamente rimane una «novità», l’unico evento definitivo, l’unico evento davvero «nuovo» capitato nella vicenda umana, che nei suoi sbandamenti e nelle sue pazzie è sempre molto ripetitiva. Perciò il cristianesimo è essenzialmente democratico e universale. Per assimilare le teorie, occorre che ci sia la possibilità privilegiata di studiare e di analizzare: le teorie sono accessibili agli intellettuali. Per percepire un fatto, basta essere uomini, uomini dall’animo aperto. Sicché Gesù dice: «Ti benedico, Padre […] perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25)3. Anche Kieregaard diceva: «Il cristianesimo non risiede in alcun modo nella sfera dell’intellettualità». Ciò che mi preoccupa è considerare mito il cristianesimo. Non è il singolo mito a impensierirmi, ma che i cristiani si siano abituati a percepire il cristianesimo come se fosse una delle tante proposte culturali, una delle religioni, uno degli sforzi filosofici. In realtà il cristianesimo è un fatto, e tutte le volte in cui noi cerchiamo di tradurre questo fatto in un’ideologia questa diventa la somma di tutti i guai che può incontrare il cristianesimo. Bisogna recuperare il senso di Gesù Cristo come avvenimento centrale della storia4.
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Siamo così alla Pasqua, perché l’avvenimento Gesù culmina in essa. L’evento centrale della storia è per il cristiano la morterisurrezione di Cristo. La fonte di alcuni malesseri dell’uomo contemporaneo sta nell’aver smarrito il significato di molte delle cose che fa. Per esempio il significato della Pasqua. Che cosa vuol dire celebrare la Pasqua? D’istinto l’uomo, piuttosto che farsi delle domande che possono diventare inquietanti, preferisce stemperare tutto nell’inconsapevolezza di una festa senza contenuti, che, proprio perché ormai priva di oggetto, consenta di andare tutti spensieratamente d’accordo. Di andare d’accordo sul niente. Andare d’accordo è bello, ma andare d’accordo sul niente non è sensato. E l’uomo, che aspira sempre alla razionalità, inconsciamente ne soffre. Mette conto allora di tentare l’esplorazione del senso originario di questa antica usanza che è la Pasqua, anche se c’è il rischio di rompere l’amabile tranquillità della «concordanza sul niente»5. Che cos’è dunque la Pasqua? Che incidenza ha sulla vita? «Avevano con lui alcune questioni riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita» (At 25,19). Con queste parole molto essenziali e molto «laiche», il procuratore romano Porzio Festo coglie il nocciolo della disputa che nell’anno 60 contrapponeva violentemente tra loro gli apostoli e i capi dei Giudei. In fondo, era una questione anagrafica: Gesù di Nazaret, morto sulla croce sotto Ponzio Pilato trent’anni prima, adesso è vivo o è morto? Il problema non è cambiato: questo è il vero contenzioso che divide tra loro i credenti e i non credenti. E questo è il senso della Pasqua: essere cristiani vuol dire avere accolto il fatto che Gesù di Nazaret è oggi veramente, realmente, corporalmente vivo. Tutto il resto nel cristianesimo – l’attenzione
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ai poveri e agli infelici, l’amore per la giustizia e per la pace, l’impegno a vivere da fratelli, la convinzione della paternità di Dio, la speranza di una vita futura – ha necessità di questo fondamento. Non sui «valori» o sulle idee si gioca l’identità cristiana, ma sull’evento pasquale. La Pasqua è dunque per sua natura una festa provocatoria, perché impedisce la neutralità a proposito di Gesù. Non si può venire a compromessi su un fatto né si può evitare di prendere posizione, a meno di rifugiarsi in un uso sociale ormai privo di senso (come in effetti avviene)6. Se la discriminante fra credenti e non credenti è l’evento della Pasqua, la non neutralità a proposito di Gesù coinvolge quindi esistenzialmente. La provocazione pasquale è coinvolgente. Non è solo la risurrezione di Cristo a essere l’oggetto della certezza sulla quale poggia la Pasqua; è anche la nostra personale risurrezione. Tra l’uomo e la morte – che sono da sempre coinvolti in una lotta senza pause, nella quale noi chiamiamo in causa tutto il nostro sapere e tutte le nostre capacità – alla fine chi è il vincitore? La morte, parrebbe: ogni decantata vittoria dell’uomo – delle scienze, della medicina, della chirurgia – è provvisoria: l’ora della sconfitta è soltanto differita. No, ci dice la Pasqua: alla fine il vincitore sarà l’uomo, perché l’uomo risorgerà. Sembra una follia, ed è l’unica prospettiva che può rendere ragionevole l’esistenza. Invece l’atteggiamento (che pare sensato) di accettare come reale la vittoria finale della morte rende tutto assurdo nella nostra vita: il nascere, il vivere, il soffrire, l’agitarsi per qualche cosa. Chi ha come destino il niente, ha il niente come sola giustificazione dei suoi atti. «Avverto che noi – cioè io e Solovëv – crediamo alla risurrezione reale, letterale e personale, e che essa avverrà sulla terra.» Così nel giugno del 1878 Dostoevskij scriveva dal silenzio della lavra dove si era ritirato a riflettere col giovane filosofo suo
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amico. Poteva esprimersi così, senza reticenze, perché il grande scrittore – che più lucidamente di ogni altro ha presentito tutte le aberrazioni e le angosce del ventesimo secolo, e perfino il tragico «formicaio» nel quale quarant’anni dopo si sarebbe voluto coartare la sua Russia – era davvero un cristiano, e non uno che «non poteva non dirsi cristiano», per rievocare l’ambigua espressione di Benedetto Croce. Per lui la Pasqua aveva un senso; e, con la Pasqua, prendeva senso, pur con tutti i suoi mali e i suoi sbandamenti, l’intera vita dell’uomo7. L’annuncio della Pasqua comporta perciò una radicalità che dovrebbe rivestire ogni aspetto della vita. Il cristianesimo odierno è, in molti suoi strati, poco «pasquale». Come si fa a ritenere vera la risurrezione di Cristo, e fondata la speranza della nostra, e poi convincersi che questa straripante realtà possa essere imbrigliata entro gli inalterati schemi convenzionali del vivere e dell’agire e, per così dire, imbozzolata entro un «dialogo» civile e senza scosse, il cui prezzo è la rinuncia a parlare sul serio delle cose che contano? È mai possibile che l’incontro col Signore risorto possa comporsi, fino a perdere la sua benefica ruvidezza, con una ricerca di «convergenze etiche» e di «valori universalmente accettati», che accantoni sistematicamente la questione delle «cose come stanno», cioè la questione dell’ultima verità? Con la risurrezione di Cristo, il sepolcro è stato sconquassato e scoperchiato: non ha potuto conservare all’esterno la quieta rispettabilità di una tomba alla quale non sia capitato niente di nuovo e di traumatico. Possiamo noi celebrare la Pasqua e pretendere che niente cambi nelle forme sociali, là dove i cristiani sono presenti e operanti, come se Gesù non avesse voluto, risorgendo, disturbare la consueta tranquillità del cimitero?8
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Indice
Nota di edizione
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Prefazione Matteo Zuppi 11 Introduzione 19 1. Il cristianesimo 2. Dio, religione, religiosità popolare 3. La Chiesa 4. La verità 5. Il Vangelo 6. Il peccato 7. L’uomo 8. La donna 9. La famiglia 10. La vita 11. La sessualità 12. I giovani 13. La scuola 14. La cultura 15. La bellezza 16. L’informazione 17. La pace 18. L’Europa 19. La Rivoluzione francese 20. Lo Stato 21. La città di Bologna
25 39 46 57 68 73 77 86 91 101 115 122 141 149 156 163 169 180 187 195 204
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Il Figlio di Dio che entra nella vicenda umana ne cambia il corso radicalmente. Con la sua azione redentrice, Gesù ha comunicato all’uomo un nuovo e più vero modo di essere uomo. Se il suo cuore è raggiunto dall’azione rinnovatrice che proviene dal Signore risorto, tutto il suo essere, il suo stile d’agire, i suoi criteri di giudizio, le sue forme di convivenza ne escono trasformati. Giacomo Biffi
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«Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Questo chiedono i due discepoli a Emmaus; questo chiedono inconsapevolmente anche gli uomini del nostro tempo: essi ormai confusamente intuiscono che la loro religione dominante – la religione del progresso, dello scientismo, del vuoto morale – non ha più niente da dire, e cominciano ad accorgersi che la notte sta calando sulle illusioni umane. Essi non sanno, o hanno dimenticato, che «il Signore è davvero risorto», ed è con noi, vivo e attivo, «tutti i giorni sino alla fine del mondo».
Giacomo Biffi Il cardinale Biffi ci aiuta, anche con il suo umorismo e l’ironia pungente, a non adagiarci mai in un’applicazione codificata, pedissequa del cristianesimo, senza che questo diventi “fatto”.
Matteo Zuppi
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