Bentrovati a tutti! Siamo qui da tutta la Sicilia in tanti per compiere insieme questo pellegrinaggio verso il Santuario della Madonna di Tindari e lo facciamo in un’occasione molto particolare: quest’anno ricorre infatti il quinto anniversario della nascita al cielo del nostro carissimo amico Peppe Lenzo. Con questo gesto cosa vogliamo affermare?
Innanzitutto che noi siamo bisognosi di tutto e per questo ci siamo radunati qui provenendo da posti anche molto distanti, per chiedere alla Madonna ciò di cui abbiamo bisogno, per abbandonarci al suo abbraccio di mamma. Abbiamo urgenza di poter posare il capo tra le braccia della Madonna, coscienti che in fondo ciò di cui abbiamo più bisogno è il dono rinnovato della fede. Qualunque siano le circostanze in cui siamo immersi, qualunque sia il tornante della nostra vita, di una cosa abbiamo sommamente bisogno: la freschezza semplice della fede.
Secondo. Il nostro è un gesto di popolo. Noi apparteniamo ad un popolo in cammino. Nel 1990, l’allora cardinale Ratzinger ebbe così a dire, nel corso dell’allora edizione del Meeting di Rimini, parlando della Chiesa: «La Chiesa non è soltanto il piccolo gruppo degli attivisti che si trovano insieme in un certo luogo per dare avvio ad una vita comunitaria. La Chiesa non è nemmeno semplicemente la grande schiera di coloro che alla domenica si radunano insieme per celebrare l’Eucarestia. E, infine, la Chiesa è anche di più che Papa, vescovi e preti, di coloro che sono investiti del ministero sacramentale. Tutti costoro che abbiamo nominato fanno parte della Chiesa, ma il raggio della compagnia in cui entriamo mediante la fede va più in là, va persino al di là della morte. Di essa fanno parte tutti i Santi, a partire da Abele e da Abramo e da tutti i testimoni della speranza di cui racconta l’Antico Testamento, passando attraverso Maria, la Madre del Signore, e i suoi apostoli, attraverso Thomas Becket e Tommaso Moro, per giungere fino a Massimiliano Kolbe, a Edith Stein, a Piergiorgio Frassati. Di essa fanno parte tutti
gli sconosciuti e i non nominati, la cui fede nessuno conobbe tranne Dio; di essa fanno parte gli uomini di tutti i luoghi e tutti i tempi, il cui cuore si protende sperando e amando verso Cristo, “l’autore e perfezionatore della fede”, come lo chiama la lettera agli Ebrei (12,2)»1.
Ecco, noi apparteniamo a questo popolo, di cui fanno parte anche don Giussani, don Ciccio, Andrea Aziani, Enzo Piccinini, Marco Gallo, Novella Scardovi, Peppe Lenzo e tanti, tanti altri sconosciuti e non nominati, come dice Ratzinger. Uomini che ci hanno indicato con la loro stessa esistenza una sola cosa: che non c’è niente di più desiderabile e corrispondente al cuore che preferire Cristo. In fondo questa è la santità a cui siamo tutti chiamati.
L’epoca contemporanea è una tragica documentazione di ciò cui l’uomo arriva nella pretesa di autonomia, di farsi da sé, di realizzarsi da sé, di crearsi da sé. Per questo la lotta è tra il mendicante, tra chi si riconosce bisognoso, e l’autosufficiente, chi pensa di non avere bisogno di niente e di bastare a sé stesso. È una lotta della libertà fra due concezioni dell’uomo, fra chi appartiene a qualcosa di più grande e chi appartiene solo a sé stesso.
A noi che abbiamo riconosciuto Cristo dentro questo popolo, attraverso i suoi testimoni credibili, la vita è stata data per questo: per riconoscere sempre di più che cos’è Cristo. Che qualsiasi congiuntura ci capiti di affrontare o di vivere, che qualsiasi dolore, qualsiasi sofferenza, possano essere luogo, occasione in cui Cristo si sveli e ci faccia capire di più fino a che punto Lui ama la nostra vita e vuole cambiarla e farla diventare bella.
Amici, siano queste parole di don Giussani, con cui concludo, il contenuto del nostro dialogo con il Mistero lungo
1 Benedetto XVI / Joseph Ratzinger, Fatti per l’Infinito, Itaca, Castel Bolognese 2020, pp. 66-67.
il tragitto che faremo: «La preghiera diventi, sull’orlo del nostro orizzonte, l’avamposto, l’avamposto della nostra umanità, della nostra umanità in battaglia, perché la condizione della battaglia è inevitabile e inesorabile, anzi, per il Signore è stata la croce […]. Qualsiasi errore, qualsiasi recidività nei nostri errori non ci fermi. Non ci fermi, perché Dio è misericordia. […] Madonna, aiutaci, tu che sei stata fatta madre di tuo figlio! […] Aiutaci, Madre nostra, ad essere sicuri nella evidenza della giornata che dobbiamo vivere: dolore o gioia; o dolore e gioia»2.
Buon cammino a tutti!
Canto: Stella del mattino
Alfonso Ruggiero
2 Appunti dall’intervento di Luigi Giussani alla Giornata di inizio anno degli adulti di Comunione e Liberazione della diocesi di Milano, Milano, 21 settembre 2002, www.clonline.org.
Santo Rosario
Misteri della gloria
Primo mistero della gloria
Gesù è risorto e vivo
Dal Vangelo secondo Luca (24,1-6a.9)
Il primo giorno della settimana, al mattino presto le donne si recarono al sepolcro. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto». Ed esse annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri.
La vita stringe per ognuno di noi e tutti nel mio gruppo di Scuola di comunità, per un motivo o un altro, siamo abbastanza “sfasciati”, ognuno con i suoi problemi. Tutta la drammaticità delle nostre vite inonda la Scuola di comunità e non ci lasciamo mai tranquilli, guardandoci bene dal diventare un gruppo di consolazione o di nostalgia.
C’è un secondo fatto: in questi ultimi giorni, dopo un controllo, ho saputo che la mia malattia è progredita un poco, e mi sono un po’ intristito, incupito, e mi domandavo: «Ma perché sono così attaccato alla vita, a quello che vivo, a quello che ho (una splendida famiglia)? Che cosa non mi va di perdermi?».
Leggendo la Scuola di comunità, arrivo all’ultimo capoverso: «Un Avvenimento genera continuamente un legame, un’appartenenza».
Un Avvenimento ha segnato la mia vita e continua a segnarla. Questo mi lega al mio quotidiano e dà una intensità alla mia vita che rende desiderabile viverla. Questo non voglio lasciare.
In alto i cuori, p. 1073
Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre Canto: Cristo risusciti
3 Tutti i commenti sono tratti da: Liborio Di Marco, In alto i cuori. Peppe Lenzo, la fede viva di un uomo semplice, Itaca, Castel Bolognese 2024.
Secondo mistero della gloria
Gesù ascende al cielo
Dal Vangelo secondo Marco (16,19-20)
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
Per me è chiarissimo che quello che sta succedendo con la mia malattia, non sta succedendo (solo) a me e alla mia famiglia, ma è una cosa che è per tutti, per tutto un popolo che ci sta attorno. Sono tanti i fatti che me lo dimostrano. […] Questi sono segni di Lui, Gesù è come un ladro che lascia sempre delle tracce, cercatele e le troverete. La mossa la fa Lui. Il problema è Suo, è Lui che ha il desiderio di conquistarci. Lui ci mette davanti tante cose, noi dobbiamo avere solo la semplicità di cuore.
In alto i cuori, pp. 117 e 130
Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre
Canto: Jesu Dulcis Memoria
Terzo mistero della gloria
Lo Spirito Santo scende su Maria e gli apostoli
Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19.22)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo».
Questa provocazione di Gesù è grande e lo sto capendo ora: si chiama affidamento. Si chiama completo abbandono e questo non si può raggiungere una volta. Il completo abbandono è che tu ogni giorno capisci, o meglio: in questi due anni e mezzo quello di cui non posso non raccontare è che non sono solo, Lui non mi ha mai abbandonato, io Lo sento, Lo vedo continuamente. Mi ha accompagnato in questa cosa. […] Non posso dire che io in questa cosa non sono accompagnato, perché da solo io già sarei impazzito. Non avrei trovato senso in niente. Io la sento fisicamente questa Sua compagnia nel cercare di farmi strada e di farmi stare in piedi davanti a questa cosa.
E poi se Dio ha permesso a suo Figlio di morire, non è che io posso chiedere di evitarlo a me perché sono più speciale. Sono figlio di un Dio che non ha impedito di morire a Suo Figlio. Però poi l’ha salvato. Io di questo sono certo, che noi siamo dentro le Sue mani. Però Dio chiede questo abbandono che ha chiesto a Gesù fino all’ultima sera quando Lui era nel campo degli ulivi […].
In alto i cuori, p. 123
Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre Canto: Discendi Santo Spirito
Quarto mistero della gloria
Maria è assunta in cielo
Dal Vangelo secondo Luca (1,46-50)
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono».
«Nell’Ascensione il Signore, con la sua Resurrezione, è diventato il dominatore del mondo e perciò c’è uno tra noi che salverà tutto quello che siamo, che è così potente da salvare la nostra vita, da conservarla tutta, per ridarcela tutta, perdonandoci i nostri peccati. La dimostrazione di questo è il mistero dell’Assunzione, in cui ha preso l’umanità della Madonna e non l’ha lasciata in balìa della morte, neanche un momento. Con il mistero dell’Assunzione il Signore dice: “Vedete, io non vi farò perdere niente di quello che vi ho dato, di quello che avete usato, di quello che avete gustato, persino di quello che avete usato male, se voi sarete umili di fronte a me […]”.
La glorificazione del corpo della Madonna indica l’ideale della moralità cristiana, la valorizzazione di ogni momento, il valore di ogni istante. Perciò è la valorizzazione della vita, della nostra esistenza, della vita del corpo del mondo, è l’esaltazione della materia vissuta dall’anima, vissuta dalla coscienza che è rapporto con Dio, è la valorizzazione della nostra vita terrena, non perché fortunata per particolari circostanze, ma perché attraverso ogni cosa più piccola si veicola il nostro rapporto con l’Infinito, con il mistero di Dio» (L. Giussani, Il Santo Rosario).
Testo inviato per chat da Peppe al suo gruppo di Fraternità, In alto i cuori, p. 99
Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre Canto: O spes mea cara
Quinto mistero della gloria
Maria è nostra madre e regina del cielo e della terra
Dal libro dell’Apocalisse (12,1-2.5)
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni.
Non c’è nessuno che risolve le cose, è una compagnia alla vita. Se tu hai queste domande bellissime e drammatiche, se trovi due/tre compagni che non hanno la pretesa di risolverle o la pretesa di fare i santoni e di sapere tutto della vita, ma che hanno il coraggio di stare con te di fronte alla domanda, questa è gente che ti aiuta e cerca di sostenere la domanda con te. Perché l’unico che sostiene veramente la domanda è Gesù. La preghiera oggi la guardo sotto due aspetti. Il primo è l’aspetto tradizione. Tutti preghiamo per rendere grazie attraverso delle formule canoniche. Poi c’è una forma di preghiera che comincia ad acquisire consistenza quando la familiarità con Gesù cresce. E perciò è un dialogo. Io oggi mi trovo a pregare in giornate particolarmente storte o particolarmente liete. […] È una questione di familiarità. È la stessa cosa di quando hai l’esigenza di dire qualcosa al tuo amico o a tuo fratello. […] Io prego quando ho tutta quest’amicizia attorno. Mi viene più facile pregare quando io ho la percezione di questa compagnia. È un modo di ringraziare e di rilanciare la cosa. La compagnia mi spinge a chiederGli di farsi sempre più presente. Io prego per capire meglio in cosa consista questo abbandono completo. Non è una consolazione, è un rendere grazie che arriva ad essere una domanda. […]
A mano a mano che andrai avanti, se tu terrai fede al tuo cuore come hai fatto stasera, ogni tanto avrai dei quadri della
tua vita, tipo ogni cinque/dieci anni. Tutto quello che sembrava scombinato lo guarderai dicendo: «Come è possibile che tutto sia legato fin dall’inizio alla mia compiutezza?».
Ora tutto questo che sembra senza senso, un giorno più o meno lontano acquisirà senso. Però questo ha bisogno di tempo.
In alto i cuori, pp. 124-125
Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre
Canto: Salve Regina Litanie Lauretane
Diu vi sarvi
Diu vi sarvi, Maria, china di razii, ’u Signuri è ccu Vui, Vu’ siti biniritta ’ntra li donni e binirittu lu fruttu ’u vostru ventri, Gesù.
Santa Maria, Matri di Diu, priati pi nui li piccaturi ora e nn’a nostra morti. E cusì sia.
Testimonianze
Canto: Se tu sapessi
Eugenio Dal Pane
direttore editoriale di Itaca
Ringrazio don Lirio e Vitalba per l’invito ad essere presente con mia moglie a questo pellegrinaggio, perché la testimonianza di fede di Peppe è entrata profondamente nella mia vita.
Quando don Lirio, che non conoscevo, mi propose tramite Peppe Vella la pubblicazione del libro su Peppe Lenzo stavo ultimando la Storia di Gesù4 che avevo deciso di scrivere per la prima comunione di mio nipote Tommaso.
A mano a mano che procedevo nella stesura del testo, aveva preso particolare rilievo la commozione di Gesù per le sofferenze degli uomini, fisiche e morali, il suo struggimento per la loro felicità tanto da interrompere il suo cammino per avvicinarsi a una vedova che seguiva il feretro dell’unico figlio per dirle: «Donna, non piangere».
4 Eugenio Dal Pane, Storia di Gesù. Un dono disceso dal cielo, Itaca, Castel Bolognese 2025.
Rifacendomi al libro della Sapienza e al celebre commento di don Giussani avevo aggiunto che Dio non ha creato l’uomo per la morte, ma per la vita, che il male e la morte erano entrate nel mondo per invidia del diavolo. Per questo Gesù era venuto nel mondo, per ridonare all’uomo la vita, perché potesse risorgere dalla morte del non senso e della disperazione.
Avevo iniziato il racconto proprio dalla resurrezione. Mi erano rimaste impresse la disperazione della Maddalena quando aveva scoperto il sepolcro vuoto, e la tristezza dei discepoli di Emmaus che se ne tornavano tristi e con passo stanco verso il loro villaggio, perché con la morte di Gesù erano crollate tutte le loro speranze. Ma quando Maria si sente chiamare per nome e vede davanti a sé Gesù vivo, quando i discepoli lo riconoscono nello spezzare del pane la vita rinasce e rifiorisce, è inondata di gioia e di ardore.
Ero ancora immerso in questi pensieri quando mi arrivò il testo di don Lirio. Non seppi resistere alla tentazione di leggerlo e subito fui attratto dal fatto che ciò che era narrato nel Vangelo riaccadeva.
La morte del fratello Giovanni aveva gettato Peppe, allora adolescente, nella disperazione, ne aveva azzerato la speranza, lo aveva lasciato «senza niente in mano per poterti alzare la mattina» (p. 28) fino a quando una sera partecipò a un raggio dove don Lirio commentò il “Donna, non piangere”.
Rievocando quella sera col nipote Marcello, Peppe osserva: «È una follia dire a una donna che ha perso il figlio di non piangere», ma «fra tutti quelli che le stavano attorno», «Lui era l’unico che riusciva a stare di fronte a quella domanda. Era la prima volta che sentivo uno che mi diceva che c’era la possibilità di stare da uomini di fronte a una domanda così lacerante sul senso della vita», «cercando di farsi compagno di chi aveva quella domanda». Una spiegazione che coincideva con l’offerta di una amicizia. «Tutto poi è stato un approfondire l’intuizione di quella sera» (p. 29).
Fu inevitabile collegare la storia di Peppe con quella della
mia amica Novella Scardovi5, di cui si sta avviando la causa di beatificazione.
Quando mia moglie ed io la incontrammo in un campeggio nel luglio 1977 era una giovane donna che aveva perso la voglia di vivere. Anni prima aveva assistito impotente alla morte per tumore di una giovane zia, ne aveva condiviso la disperazione perché lasciava il marito e due bambini piccoli. Questo fatto aveva scavato in lei la convinzione che la vita è una grande fregata, perché ci promette la felicità e poi senza chiedere il permesso ci porta via ciò che ci rendeva felici.
Ci conosceva di vista. Quando ci vide arrivare in campeggio, ci venne a cercare. Ci parlò di sé. «Per la prima volta, dirà, la mia inquietudine veniva accolta e compresa». La invitammo a pregare con noi. Attraverso la nostra semplice accoglienza e le parole dei salmi scoprì di essere figlia amata dal Signore e vivrà tutta la vita nel «segno dell’amore di Dio per me».
In Peppe e in Novella notavo la stessa adesione totale, radicale al movimento nonostante non mancassero, talora, incomprensioni e sofferenze. La ragione era la stessa: la coscienza di essere stati letteralmente salvati da Cristo attraverso l’incontro con volti che di lui erano segno per cui Cristo era inseparabile dalla compagnia. Staccarsi dall’appartenenza e dai volti dati sarebbe stato staccarsi da Cristo, l’unico che, tra i tanti che avevano attorno, era stato in grado di comprendere la loro inquietudine, di farsi compagno alla loro drammatica domanda sul senso della vita. Chi si sente salvato, vive nella gratitudine ed edifica.
A mano a mano che procedevo nella lavorazione del libro mi rendevo conto che non c’era solo la testimonianza di Peppe, ma anche quella di Vitalba. Ne parlai con don Lirio; mi colpiva la disarmante sincerità, ironia e umiltà con cui descri-
5 Novella Scardovi, Dalla tenda alla casa. La mia vita rinata in un incontro, a cura di E. Dal Pane, Itaca, Castel Bolognese 2009.
veva il cammino da una concezione del rapporto affettivo alla Giulietta e Romeo, «i quali poi muoiono e tutto finisce lì» alla scoperta che «l’amore all’amore non basta» (p. 60) e solo la costante presenza di un Intruso, di un terzo incomodo, dell’Altro, rappresentato dalle facce degli amici, salva dalla morte ciò che amiamo. Non solo da quella fisica, ma anche da quella che fa morire il rapporto.
Capivo bene e provavo istintiva simpatia per Vitalba, che si trovava a fare i conti con un marito che assecondava la pretesa di Gesù di porsi «nel cuore degli stessi sentimenti naturali come loro radice vera», «al centro di tali rapporti come nel cuore che li origina e senza del quale non avrebbero vita»6. Che è come dire che preferire Cristo e la sua compagnia è condizione per amare la moglie e il marito e costruire la casa sulla roccia.
Paradossalmente la malattia è diventata per Peppe la circostanza del suo totale e definitivo affidamento a Dio e sulle sue orme anche Vitalba ha cominciato a consegnare sé stessa a Dio così che Peppe ha visto fiorire la vita di sua moglie: il massimo che un uomo possa desiderare.
Nel leggere il racconto di don Lirio ero attratto da una fede vittoriosa che faceva guardare e stare davanti alle durezze della vita senza esserne schiacciati, potendo gustare la bellezza di un tramonto e la compagnia di moglie e figli.
Mentre stavo terminando il lavoro di rifinitura del testo (fatto in tempi record tanto mi aveva preso), cominciai a dire a don Lirio che il libro avrebbe fatto tanto bene perché stava facendo tanto bene a me. Ma non immaginavo cosa sarebbe accaduto da lì in poi.
Quando don Lirio ricevette le ultime bozze mi mandò in risposta una mail in cui esprimeva commozione e gratitudine per il lavoro fatto. Pochi giorni dopo mi arrivò una mail di
6 Luigi Giussani, All’origine della pretesa cristiana, BUR Rizzoli, Milano 2025, p. 79
Vitalba per ringraziarmi del mio essermi lasciato coinvolgere nella storia di Peppe e aggiungeva:
«La mia commozione è tanta, così come la gratitudine nei confronti di mio marito e di Lirio. Su cosa avrei poggiato i piedi se non avessi fatto esperienza che Dio è carne, compagnia qui e ora, che vince la morte e con una tenerezza che solo un padre ha, ti dà il centuplo. Io vedo ora spuntare qui germogli freschi e carichi di speranza, dei semi che Peppe ha piantato nella sua vita, come a voler preparare un giardino per me e per i nostri figli, […] nonostante me Lui ce l’ha fatta… ha vinto e io ci ho guadagnato.
Ora quando guardo alla mia misera e rocambolesca vita (sono come una moglie zoppa…) dico: non immaginavo tutto questo, non in termini di sofferenza, quella c’è e rimane, ma in termini di centuplo… vedo i miei tre giganti, che hanno un cuore che desidera, e vanno; non nonostante la loro sofferenza, ma attraverso la loro sofferenza dicono SÌ, “siamo fatti per essere felici” e cercano.
La casa che Peppe ha costruito per noi, Dio stesso l’ha voluta. Ora ogni mattina, chiedo solo una grazia, LA FEDE! Guardando la vita di Peppe, io desidero essere come lui, abbandonarmi come ha fatto lui, e di nascosto ai nostri figli, lo chiedo anche per loro, perché possano avere gli occhi e il cuore del loro papà, un cuore innamorato di GESÙ».
Quella mail mi rese certo del fatto che ciò che avevo davanti ai miei occhi era una storia di resurrezione, di vittoria sulla morte. In Peppe vedevo un uomo che, come Gesù, aveva liberamente accettato di salire sulla propria croce nell’obbedienza al Padre. Non si era staccato dal Padre, ma aveva chiesto il dono di perseverare nella fede e così aveva preparato un posto innanzitutto per sua moglie e per i suoi figli.
Come era accaduto a Peppe tanti anni prima, a Vitalba non era stato tolto il dolore, ma la disperazione, grazie all’evidenza della fedeltà di Dio cosicché «la ferita sanguina sempre, ma non è infetta mai».
Ciò che ho visto nella vita di Novella e di Peppe rende in me ancora più urgente quello che fin da giovane ho sentito come compito della mia vita: comunicare a tutti che solo Cristo compie la vita dell’uomo, il suo desiderio di felicità, cioè del Paradiso. Per questo faccio l’editore, per narrare le meraviglie di Dio.
Io guardo con stupore e gratitudine alla storia di Peppe e Vitalba come una storia di santità, cioè di pienezza di vita, quella a cui tutti siamo chiamati, una storia dove si vede cosa diventa l’esistenza quando è vissuta nella certezza della fedeltà di Dio.
Non ci è tolta la fragilità; siamo vasi di creta che portano un tesoro. Gesù è nato in una stalla, ma quel luogo così misero è diventato santo perché abitato da Lui. Così l’Eterno entra nel tempo della nostra esistenza e la apre all’eternità. Scrive ancora Vitalba:
«Chi condivide Gesù, anche se uno muore e l’altro rimane, continua a farlo insieme».
Questa storia è per il mondo perché testimonia che la fede è ciò di cui abbiamo bisogno per vivere – ovunque andasse Peppe generava amicizia; qualcosa di analogo accade a Vitalba coi colleghi, con gli amici dei figli… –, per «affrontare le durezze della vita», e per morire vittoriosi sulla morte. In modo particolare emerge la novità e la fecondità che essa introduce nel rapporto tra l’uomo e la donna e brilla di intensa luce il “per sempre” del matrimonio, che nemmeno la morte può spezzare. Io sono venuto portando in cuore il dolore di una giovane amica, che anni fa ha perso il fratello in un incidente e recentemente il marito, investito da un’auto. Le avevo parlato di Vitalba; le ho detto che sarei venuto qui oggi perché sono certo che Peppe e Vitalba possono essere per lei e per tanti altri colpiti da dolori analoghi buoni e affidabili compagni di viaggio, che si affiancano al loro cammino dicendo: «Donna non piangere».
Carmelo Magistro Medico chirurgo, Seregno
Il rapporto con Peppe durante le fasi della malattia è stato letteralmente dirompente. Sia per la diagnosi in quanto la sua malattia rientra nella mia specialità, ma soprattutto per la conversione che il rapporto con lui ha generato in me. Ma devo fare una premessa.
Sono sempre cresciuto in un alveo cristiano, di buoni principi e valori grazie alla mia famiglia, accompagnato nella mia adolescenza nel cammino di GS dove sono stato sostenuto e talvolta ripreso.
E questo paradigma si è ripetuto anche all’università con il CLU. Anche qui ho incontrato gente, amici nuovi e vecchi che hanno sostenuto la scelta di diventare un Medico (cosa di cui all’inizio non ero convintissimo, tant’è che ho scelto la facoltà di medicina quasi per esclusione, ma basata su un principio: quello di fare del bene, perché mi veniva naturale). L’incontro con mia moglie, la scelta di andare a Milano per diventare un chirurgo, sostenuta, anche in questo caso,
dall’incontro con professionisti speciali che poi sono diventati i miei migliori amici.
Arriva dopo il matrimonio la piccola tribù di figli, tre in due anni, con molte difficoltà ma mai da solo: questo paradigma si è sempre riproposto nel corso degli anni, cioè quello della Buona Compagnia.
Anche nel mio lavoro è maturata nel tempo l’esperienza, mi dicevano che avevo un grande potenziale, e io ho cercato di far fruttare al massimo il mio talento. La gente mi diceva che ero un Chirurgo speciale, diverso, che generavo una grande empatia…, eppure a me mancava qualcosa: avevo tante volte una tristezza, una sorta di nostalgia che non riuscivo a comprendere. Era proprio come se mancasse qualcosa…
E qui viene il momento di Peppe. La frustrazione e il dolore di non poterlo curare e farlo guarire tante volte mi facevano arrabbiare. E soprattutto me la prendevo con il Buon Dio: mi permettevo di rimproverarlo perché aveva permesso che questo male lo colpisse, proprio Peppe! Eppure di gente molto malata, di gente morta ne avevo vista tanta, in tutti modi, dove l’unica cosa che potevo fare era dire un Eterno Riposo.
Un giorno, all’ennesima telefonata in cui ho dovuto dire a Peppe che anche gli esami “speciali” che aveva fatto a Milano da me non avevano avuto il risultato sperato, per cui non c’era possibilità di fare cure sperimentali, lui rispose con un semplice “Ah”. Ci siamo salutati. La sera Peppe mi manda questo messaggio: «Ciao Carmelo. Io non posso che ringraziarti per come mi stai vicino e per come stai cercando di darmi una mano. Non posso immaginare quanto sia difficile e frustrante dare notizie non buone, e in più ad un amico. Io non so se riuscirei. Anche questa tua attenzione fa parte di una grande Carezza che sto ricevendo. Come dice un mio amico: In alto i cuori!!! Io sono sereno e combattivo».
La stessa sera Peppe manda un messaggio a Patrizio dove gli dice che non ci sono cure e allo stesso tempo si prende pena per me, rimarcando il dispiacere che in quel momento avrei
potuto provare. Ad oggi, tranne Peppe, nessun paziente, mi ha mai chiesto come sto! E anche questo è stato un fatto nuovo per me. Anche lui è stato la grande Carezza.
Ma quella parola, la Carezza di cui parla Peppe è stata per me un nuovo inizio.
Io? Carezza di Dio? In quel momento in cui vacillavo continuamente, con un problema molto serio in famiglia che stava provando me e mia moglie Ornella, io con un super ego come quello di un chirurgo, di un uomo tutto d’un pezzo, di azione, uno che salva le vite, o quanto meno ci prova… e non riuscivo a salvare il mio amico… ed ero la Carezza di Dio per lui?
Da quel momento, però, è diventato più chiaro che quando curi le persone, tu, proprio in quel momento, puoi diventare uno strumento nelle mani di Dio, diventi proprio la Carezza. E spesso, quando la gente che deve essere operata soprattutto se ha un tumore, mi dice: «Dottore, mi metto nelle sue mani!», io rispondo: «Grazie per la sua fiducia, ma guardi che io, così come mi vede, sono solo uno strumento nelle mani di Dio, io dipendo da Lui, e quindi lei con me».
Questo modo di rapportarmi con i malati ha totalmente spiazzato il mio precedente modo di operare e di curare anche quelli che, come Peppe, non sono guaribili, almeno con gli strumenti attualmente a disposizione. Prima ero solo un tecnico, uno di sani princìpi e buona professionalità, ma la Carezza di cui parlava Peppe, oggi diventa l’unica cura, quella Divina, ma in fondo quella più umana. Lavorare così, per me è stata una cosa dell’Altro mondo!
Adesso dirigo un reparto di Chirurgia, ho tanti collaboratori, molti mi chiamano da diverse parti d’Italia, soprattutto dalla nostra Patti, e ogni santo giorno cerco di proporre a chiunque non solo la parte tecnica (che deve essere sempre mantenuta ai massimi livelli), ma anche il fatto che ognuno di noi, a suo modo, può essere strumento di conversione, di una vita nuova.
Anche il libro su Peppe, In alto i cuori, rientra nel mio ba-
gaglio terapeutico, soprattutto per i più giovani, che davanti alla parola tumore non hanno letteralmente strumenti per affrontare il percorso. Il libro, che ho regalato a molti pazienti, tante volte ha lavorato meglio di me, perché ancora una volta nella sofferenza, nel percorso in salita, Peppe gli fa compagnia, e gli fa vedere la strada. Molti mi hanno ringraziato, tutti lo hanno letto.
Tutte le mattine chiedo a Peppe di intercedere per me, che questa chiarezza tante volte offuscata da tante cose che ti chiede la vita, rimanga viva e che possa essere strumento anche per la conversione delle persone a me care e per quelle che ogni giorno incontro. In ultima analisi, la prima intuizione di diventare un medico perché mi veniva naturale fare del bene, nel rapporto con Peppe è maturata nell’essere Carezza di Dio.
Vincenzo Miragliotta
Docente Università di Pisa
Mi è stato chiesto di raccontare cosa ho visto accadere dopo la morte di Peppe. Ho cercato subito di rintracciare fatti straordinari, un miracolo nel senso comune del termine. Ma niente, niente guarigioni improvvise, niente fenomeni paranormali. Ho pensato invece alle tante volte in cui, soprattutto mia moglie, ma non solo, davanti a fatti che accadevano – così normali che oggi nemmeno li ricordo – diceva: «Qui c’è lo zampino di Peppe». Quindi mi sono detto: che cosa è accaduto a me?
Innanzitutto la malattia di Peppe, poi la sua morte e oggi la sua particolare presenza (non sono riuscito a scrivere “assenza” mentre preparavo questo intervento, anche perché rispetto a me è più presente ora che prima; prima era uno dei rapporti scontati che normalmente vivo, carico di novità quando ci si vedeva o sentiva – molto raramente – totalmente dato per ovvio nel 95% dell’anno, io a Pisa con la mia vita e le mie
questioni, lui a Palermo, certo che lui c’era e che era accompagnato e felice).
Tutta la vicenda per me è stata ed è innanzitutto un dolore, soprattutto nell’immedesimazione con i suoi cari, ai quali certamente manca tanto. Un dolore che, fin dall’inizio della malattia, ha acceso in me una domanda molto concreta: che cosa permette a un figlio di attraversare la perdita di un padre senza rimanerne schiacciato? Perché il cinismo è la prima tentazione. Quando c’è di mezzo un padre questo aspetto, forse per il fatto di essere padre di quattro figli, è da sempre una spina nel fianco; penso ai miei genitori quando sono morti i miei nonni o cose di questo tipo. Da questa domanda è nato un gesto molto semplice: appena è stato possibile, abbiamo invitato Benedetta, la prima figlia di Peppe e Vitalba, a passare qualche settimana di vacanza con noi, anche perché con Rita, la nostra terza figlia, c’è sempre stata una grande amicizia.
Da un paio d’anni, o poco più, quindi, Benedetta passa parte delle vacanze estive con noi. La sua presenza è stata ed è una provocazione continua: rimanda inevitabilmente a suo padre, riapre nella mia famiglia quella domanda, e non permette di archiviare ciò che è accaduto nel cassetto della distrazione quotidiana. Ora, la vita non è tutta spiegabile secondo uno schema di causa ed effetto. Posso però dire con certezza che, in questi anni, la cosa che più è cambiata è il nostro modo di guardare e di vivere il rapporto con i nostri figli.
La scorsa estate, oltre a questa presenza di Benedetta, è stata caratterizzata dall’esame di maturità del nostro primogenito Tommaso e in quel frangente, per quanto sia estremamente difficile per un padre comunicare la propria speranza ai propri figli, ci siamo accorti con mia moglie come questa sia l’unica cosa davvero essenziale: riuscire a comunicare al proprio figlio, senza sembrare pazzi e senza sovrastrutture, quale sia la sorgente della propria speranza.
Il pomeriggio del suo orale di maturità gli abbiamo scritto una lettera. Ve ne leggo solo un passaggio.
«Caro Tommy, in questi giorni io e la mamma abbiamo più volte, standoti a guardare, dialogato sul significato (per te e per noi) di questo obiettivo che hai raggiunto e di questa fase che si chiude per l’inizio di una nuova, a priori più entusiasmante. Ci siamo scoperti carichi di una aspettativa che ancora adesso non sapremmo definire, mentre invece chiaro è stato (ed è) lo stupore di fronte al dono che tu sei stato e sei per noi, alla modalità con la quale hai affrontato la prova, con la leggerezza che ti contraddistingue sebbene conscio della decisività del momento, di fronte ai dialoghi sempre più “da adulto” che capita di ascoltare quando ci sei. In questo anno ci ha stupito come tu ti sia coinvolto con la comunità di Ghezzano, ci fa tenerezza il tuo procedere, tra amici, scelta dell’università, chitarra, pianoforte, fidanzata. Ci accorgiamo, innanzitutto nel rapporto tra di noi (mamma e babbo), e poi come fattore generale, che sempre abbiamo la tentazione di eliminare quel punto stonato delle cose, quella fatica che la realtà ci chiede sempre, quella finitezza che ci dà noia perché vorremmo che tutto sia da subito bello, buono, pulito e perfetto: evidentemente questo non è possibile senza di noi, senza la nostra mossa positiva. Ce lo ricordava ieri sera Alberto quando ci ha ringraziato di essere lì con lui e Alessandra a festeggiare i 25 anni di matrimonio dicendoci che la vita (e soprattutto quella di una coppia) si sostiene se si è accompagnati, se non si è soli. Immaginiamo per te sia evidente che questa compagnia io e la mamma l’abbiamo trovata nell’incontro con Gesù grazie al movimento e, sebbene i limiti nostri e di tutti, non possiamo non riconoscere che questo avvenimento è stato decisivo e continua ad esserlo grazie agli amici che conosci e alla Chiesa in generale (le provocazioni di don Alessio sono state e sono una risorsa per me e per la mamma da quando siamo qui a Ghezzano). Questo incontro è ciò che ha fatto diventare “epico”, come dicevi tu l’altra sera, quando c’erano Massimo e Margherita, il periodo dell’università… ma, ti assicuro che epico è anche il momento attuale: la mamma che
si è rimessa in gioco nonostante tutto e io che cerco di non abbassare mai l’asticella al comodo di poter fare quello che mi pare; noi prendiamo sul serio ogni frammento del reale perché a questo siamo stati educati da don Giussani. Abbiamo voluto, insieme, cogliere l’occasione della tua maturità per dirti queste cose e sotto questa forma affinché possano rimanere: noi non abbiamo, per voi, nient’altro che l’incontro che a noi ha cambiato la vita, non possiamo che augurarvi (a te e ai tuoi fratelli) che Gesù si faccia in qualche modo presente e vi prenda completamente, come ha preso noi e continua a prenderci grazie alla Sua fedeltà, non la nostra. Per questo motivo a noi piacerebbe moltissimo che tu prendessi in considerazione di partecipare alla vacanza del CLU che si svolgerà dal 27 luglio al 2 agosto. Martedì i ragazzi del CLU saranno a cena da noi».
A quella lettera è seguito un invito alla vacanza del CLU. Dopo un iniziale “no”, è arrivato un “sì”. E ciò che ricordo come il giorno del mio nuovo compleanno è il suo ritorno dalla vacanza, mentre diceva a suo fratello Luca: «Non vedo l’ora che tu compia diciotto anni per poter partecipare alla cosa più bella del mondo». Nuovo compleanno per me, perché tuo figlio che incontra Gesù è una roba che ti fa letteralmente rinascere!
La scorsa estate è stata caratterizzata anche da un altro fatto: alla domanda di Luca, nostro secondogenito (ormai siciliano al 100%), alla sua questione “io non avrò mai una ragazza”, ha risposto Benedetta!!! I due da un anno si vedono a Pisa o a Palermo con cadenza quindicinale/mensile come se abitassero a quindici chilometri di distanza. Insomma, la famiglia di Peppe (compresa Vitalba) è in qualche modo più vicina alla mia, è diventata parte della nostra quotidianità e il rapporto si è intensificato. Nell’ambito di questa vicenda, durante le vacanze di Natale, Luca e Rita hanno partecipato a una convivenza studio qui in Sicilia con i ragazzi di GS, la forma con la quale il movimento di Comunione e Liberazione è presente nelle scuole superiori, e a Pasqua al momento nazionale che
è un triduo di esercizi spirituali. Dopo questo secondo momento, sia Luca che Rita sono tornati a casa completamente ribaltati. Ricordo Luca che in particolare mi ha ed ha più volte detto: “Le domande che pensavo fossero solo mie e segrete si possono porre”, o Rita: “Da oggi in poi vorrò fare in modo che tutti possano fare l’esperienza di GS”. Era da molto tempo che Vitalba diceva a mia moglie: «Devi fare GS a Pisa!», cosa che, come potete immaginare, noi percepivamo un po’ “super-imposta”, “costruita”: cosa vuol dire “fare”, non si può “creare” GS. Ma Vitalba, al corrente di cosa accadesse quando Benedetta veniva a Pisa e di tutti gli amici “di scuola” di Luca, che si ritrovavano principalmente a casa mia, continuava ad insistere dicendo che proprio quei ragazzi lì erano le persone che avrebbero fatto parte di GS. Insomma, dopo gli esercizi spirituali, per andare dietro alle scoperte di Luca e Rita, insieme, ma con mia moglie in prima linea (e questo sarebbe un quarto miracolo), abbiamo cominciato a capire come sostenerli nel loro desiderio, nel rapporto con le comunità più vicine geograficamente e con una amica di Pisa. Hanno iniziato la scuola di comunità, la caritativa; all’interno di un evento organizzato dagli adulti hanno presentato la mostra del Meeting su Amadeo Peter Giannini e il 9 luglio saranno in 13 da Pisa a partecipare alla vacanza estiva di GS della Toscana a Madonna di Campiglio, tra cui quattro amici di scuola di Luca e due amiche di Rita, oltre a qualche figlio di amici del movimento che era già lì ad aspettare che qualcuno facesse una proposta. Io non so se tutto questo abbia a che fare con Peppe. So, però, che senza la sua vita, senza la sua morte e senza il rapporto con la sua famiglia, oggi molto probabilmente non sarei qui a raccontare questi fatti. Ci sono però due cose che non posso non sottolineare. La prima: nessuno ha risolto il problema del significato. Non c’è nulla di meccanico in quello che vi ho raccontato, nulla che non esiga una mossa quotidiana della libertà di ciascuno. Nulla è perfetto. Lo vedo nei miei figli, che devono fare la fatica di uscire dieci minuti prima per dire
l’Angelus prima di entrare a scuola. Lo vedo in me e in mia moglie, perché tutto questo significa donare tempo, energie e anche soldi; avere la casa piena di ragazzi, compresi quelli del CLU, che, tra l’altro, hanno quasi sempre fame!
La seconda è un pensiero che mi è nato preparando questa testimonianza: la vita del cristiano è tutta un miracolo. Penso che questa sia la cosa che ho chiesto di più da quando sono diventato padre: che i miei figli potessero incontrare Gesù come l’ho incontrato io. Quello che vi ho raccontato, per me, è tutto un miracolo. E il primo che deve smettere di essere scettico per riconoscerlo sono io.
Concludo tornando alla questione iniziale. Qualche settimana fa, agli esercizi della Fraternità, don Silanos ha formulato con una chiarezza impressionante proprio la domanda di cui parlavo all’inizio: «Qual è la nostra paura più grande – pensiamo ad un bambino, qual è la prospettiva che più lo terrorizza? Di scoprire di essere orfano».
Mentre ascoltavo non riuscivo a non pensare ai miei figli e ai figli del mio amico… e poi don Emanuele continuava: «Vi racconto un episodio che riguarda due carissimi amici di Milano, che hanno adottato due bambini: la prima italiana, educata, va a scuola, fa GS. Il secondo bambino è cinese e aveva due anni quando sono andati a prenderlo. Non camminava, non parlava. Oggi ha 12 anni, sta bene, parla tanto ed è molto vivace. Mi raccontavano i suoi genitori che quando questo bimbo aveva 4/5 anni tutte le mattine appena si svegliava correva nella loro stanza, si buttava sul lettone, si nascondeva sotto il lenzuolo e poi si scopriva dicendo: “Ecco, adesso sono nato, ciao mamma, ciao papà”. Due, tre, quattro volte di fila, tutti i giorni così. Allora, se la paura più grande di un bambino è quella di sapersi orfano, qual è invece la gioia più grande?
Sapere di essere figlio, di essere voluto e amato». E ancora: «Il figlio è libero perché sa a chi appartiene, sa da chi dipende. Ed è solo la scoperta che Dio è Padre che può illuminare le figure di padri che noi abbiamo avuto nella nostra vita.
«Tam pater nemo», ripeteva spesso don Giussani citando Tertulliano, che a sua volta riprendeva San Paolo: ogni paternità in cielo e in terra prende nome da Dio Padre. Ed è per questo che possiamo chiamare così il nostro padre biologico o quello che ci ha accolto nella propria famiglia e tutte le persone che ci hanno offerto un riflesso della paternità di Dio. Un padre non ti lega mai a sé e quando se ne va non ti lascia mai orfano ma ti rimanda alla paternità di Dio. Questo è quello che ha detto Ratzinger al funerale di don Giussani: è stato padre di molti avendo guidato le persone non a sé ma a Cristo».
La stessa cosa che Ratzinger ha detto di don Giussani io la posso dire di Peppe: nel modo in cui ha vissuto la sua amicizia, il suo lavoro, il suo matrimonio, la sua paternità e perfino la malattia, mi ha mostrato Gesù. Io, di fronte ai fatti che vi ho raccontato, mi sento più libero dalla paura che i miei figli possano rimanere orfani.
Patrizio Vitulo
Medico chirurgo, Palermo

Mi è stato chiesto di dare una testimonianza personale del rapporto con Giuseppe. Sebbene lo conoscessi e ci fossimo incontrati qualche volta prima, il nostro rapporto di amicizia, con lui e con la sua famiglia, è avvenuto nel momento apparentemente più buio quando tremano i fondamenti della terra, della tua terra, del tuo universo noto e rassicurante e amato. Ero con Peppe e Vitalba a comunicare la diagnosi, nella sua forma inattesa, gelida e irrispettosa. Sono stato con loro nel periodo della malattia ed ero con loro negli ultimi giorni. Andando a rileggere la chat dei quasi tre anni di rapporto mi sono sorpreso di quanto la nostra comunicazione fosse confinata nel 90% a questioni che riguardavano la sua salute, gli esami da fare, come recuperare referti, come gestire farmaci, come arginare complicazioni biologiche. In più, quello era il periodo del covid con tutte le limitazioni per lui che era sotto chemio e per me che, fra lavoro ininterrotto e mille pensieri e sollecitazioni, mi barcamenavo in una realtà che pareva troppo
esigente in termini di energia mentale e fisica. Si è così sviluppato un rapporto partito dalla gestione del peso della malattia. Avremmo certamente preferito entrambi conoscerci e frequentarci in un contesto più… leggero.
Nella essenzialità del bisogno ho conosciuto un uomo col cuore che respirava, che traeva energia e godimento dall’umanità che incontrava e dalla terra e i suoi frutti, la realtà animata e quella inanimata. L’attaccamento grato alla sua storia nella quale era avvenuto un incontro decisivo e l’intensità di vita, come ho avuto occasione di scrivere, erano un continuum che gli facevano vivere la sua condizione non come obiezione a quella promessa di felicità, ma piuttosto come verifica della sua verità, se cioè il senso che aveva incontrato potesse illuminare tutto, in qualsiasi circostanza. Questa postura gli ha permesso di vivere anche i momenti di solitudine e incomprensione, che nella malattia grave non mancano mai, senza ribellione a Dio.
Dunque, in quella condizione via via spogliata delle cose effimere, man mano privato della sua autonomia e sempre più attaccato all’essenziale, Peppe tirava dentro alle piccole e grandi scoperte che faceva ogni giorno tutti coloro che gli stavano vicino, innanzitutto la sua famiglia.
Un amico così non ti toglie mai nulla, non pretende di legarti a sé, ma ti attrae per l’umanità che vive, lasciandoti libero di desiderare la sua stessa fede. Anche per questo siamo venuti qui oggi.
E noi, che non ci sentiamo ancora come è stato lui?
Rendere presente Peppe nella giornata mi aiuta a non perdere tempo dietro a cose effimere, che non allenano il cuore alla iniziativa di Cristo. Peppe non ha avuto nulla più di noi, ha ricevuto quello che ognuno di noi ha ricevuto. Certo, senza la grande prova della malattia forse non avremmo visto così chiaramente di cosa è capace un cuore vinto da Dio. L’esempio di Peppe documenta che la realtà non è buona o cattiva di per sé o secondo i criteri naturali, ma nella misura in cui essa
rivela l’Amico per il quale il nostro cuore è fatto. È Lui solo che svela noi a noi stessi.
Pochi giorni fa era il mio compleanno e mai come quest’anno mi è sembrato bello il richiamo alla preferenza, alla dipendenza da chi mi fa, alla libertà da ciò che mi costringe, all’attesa di chi mi cerca.
Capisco anche meglio, pensando a lui, cosa intende il Papa Leone nella sua enciclica Magnifica humanitas quando dice: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere». Nella visione cristiana, invece, il limite e la finitudine sono parte costitutiva della natura umana, ed è dentro la fragilità, attraverso di essa, che l’uomo conosce sé stesso e impara ad amare altro da sé, aprendosi «al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro», e può così «riconoscere la propria e l’altrui dignità».
Certo anche Peppe, come tutti noi, ha avuto i suoi momenti di paura, di buio: «Sono preoccupato per i miei figli più che per me» mi disse triste quando gli abbiamo comunicato che erano finite le terapie, e Vitalba aveva avuto uno svenimento.
La prova grande della fede: la consegna di ciò che più ti è caro nelle mani di Gesù, senza condizioni. Non avere fede dovrebbe essere la mia paura più grande.
Il Papa e Peppe. Grazie agli amici Giuseppe e Claudia, che hanno favorito la telefonata di papa Francesco a Peppe e Vitalba, abbiamo colto un nesso fra la sofferenza di Peppe e il dolore di tutta la Chiesa, di tutto il mondo. La promessa che nulla viene perduto in Cristo, che quindi nulla è privo di senso, è stata in me sostenuta da ciò che ho visto accadere quando papa Francesco lo ha chiamato poco prima che morisse: «sì Papa» è riuscito a dire. “Grazie, sì, sì, sì”. L’ultimo sì è stato detto al Papa, al segno vivente della Chiesa universale. Ecco la possibilità di una fecondità inaudita per il seme che muore sotto terra dentro il sì dell’offerta.
L’offerta spesso la pensiamo come fatta una volta per sempre, in una occasione clamorosa, come un atto eroico, alla Braveheart. Può accadere anche così per alcuni.
Molto più spesso, però, si fa l’esperienza di non essere neppure in grado di dire “ti offro” perché il dolore è troppo forte e la depressione sembra vincere. Invece è in quei momenti che si può offrire veramente tutto, anche la propria incapacità di offrire. È un sì totale alla sua iniziativa. È un amore a Lui perché c’è e così mi dà la possibilità di salvare il mondo insieme a Lui.
Questi sono per la mia vita alcuni dei semi di Peppe che oggi germogliano nello spettacolo dei suoi ragazzi e di Vitalba e nei segni di speranza che vedo in chi incontra per la prima volta o riscopre dopo tempo la bellezza della vita nella comunione cristiana della Chiesa.
di don Liborio Di Marco
Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
Omelia
Di questo discorso di Gesù, mi limito a sottolineare e commentare brevemente la prima parte: questa pretesa, non c’è altro termine che possiamo utilizzare, questa pretesa affettiva.
Chi ama padre o madre più di me, chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me, chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Sono parole che contengono una radicalità di pretesa, che potrebbe suonare persino esagerata, come se Cristo fosse in opposizione all’affetto nei confronti del proprio padre o della propria madre, o del proprio figlio e della propria figlia. È vero, è una pretesa, ma bisogna capire che cosa c’è dietro questa pretesa così radicale di essere Lui il centro affettivo della nostra vita.
C’è nelle parole di Cristo il tentativo di dirci che esiste una gerarchia, una scala negli affetti, e in cima a questa scala non c’è il padre o la madre, in cima a questa scala di affetti Lui pretende di esserci, di essere il cuore della nostra affezione, il centro della nostra affezione.
E questo, noi potremmo pensare che tolga qualcosa al padre, alla madre, al figlio, alla figlia, o che la sua croce ci privi di qualcosa. Invece Cristo non toglie nulla, e chi ha conosciuto la storia di Peppe lo sa bene. Perché se Cristo è il centro degli affetti, gli affetti inevitabilmente subiscono due conseguenze.
La prima è che è impossibile che diventino possesso, che invece è la tentazione che ogni padre o madre ha: possedere. Quando diciamo “mio figlio”, “mia figlia”, “mio padre”, “mia madre”, può esserci dietro l’angolo la tentazione di soffermarsi sull’aggettivo, “mio”. Invece, se Cristo è il cuore di ogni affetto, quell’affetto non diventa mai possesso, perché Cristo non te lo permette. Se Lui è il centro degli affetti, allora quegli affetti ti sono donati. E se ti sono donati, non sono tuoi, non ne sei il padrone. E da questo capite che scaturisce una tenerezza, un’attenzione straordinaria per gli affetti.
Gli affetti sono purificati dalla presenza di Cristo, cioè ricevono, per quello che dicevo prima, una capacità di verginità, di attenzione, di cura, di tenerezza altrimenti incomprensibile.
E la storia di questo nostro amico Peppe ne è testimonianza. Il libro testimonia del fatto che tra lui e la moglie c’era un terzo incomodo che era il Signore, ma il Signore realmente presente dentro la Chiesa, dentro la compagnia cristiana. Per cui, come ci è stato ricordato nell’ultima testimonianza, Peppe ha detto il suo sì al Papa – le ultime parole sono state a lui – e quindi ha detto il suo sì alla Chiesa, e quindi ha detto il suo sì affettivo a Cristo.
E questo ha generato anche questo momento. Questo ha generato tanti fatti, perché il sì genera sempre qualcosa. Il no è invece aridità. Il sì è un terreno fertile, anche se richiede di essere vangato, anche se richiede di essere curato, ma è fertile, produce, produce frutto. Il no detto a Cristo, detto a Dio, invece è solitudine ed è già inferno.
Che la giornata di oggi allora serva a ognuno di noi per domandarci: che cosa mi sta chiedendo Cristo in questo momento della mia vita? Qual è il sì che gli devo dire? Questo per tutti: per me e per ciascuno di noi.
Tutti coloro che volessero condividere commenti, inviare foto, video o testimonianze sulla giornata del 28 giugno, sull’amicizia vissuta con Peppe, su ciò che questa amicizia continua a generare, sono invitati a scrivere all’indirizzo mail: amicidipeppelenzo@gmail.com
Pellegrinaggio Regionale promosso da Comunione e Liberazione Sicilia al Santuario Maria SS.ma del Tindari nel quinto anniversario del dies natalis di Peppe Lenzo
Libretto a cura di Maria Francesca Candio, Eugenio Dal Pane Foto: Luca Artino, Tommaso Azzarello
Impaginazione e grafica: Mariya Fomochkina, Itaca
Ho riletto il diario e ho visto la disperazione che avevo; oggi mi sento sereno e sicuro della realtà. Non mi spaventa, anche perché ormai cerco di non concepirmi da solo.
Il disegno che Dio ha su di noi
è di gran lunga più grande e più desiderabile di quello che noi possiamo immaginare. Ti chiedo di tenere gli occhi aperti e di aspettarLo, non tarderà. In alto i cuori.
Se la mia fede fosse venuta meno, non sarei riuscito a stare di fronte al tumore. Ho domandato non tanto che mi fosse risparmiato il dolore della mia sofferenza, quanto che la mia fede mi facesse stare in piedi. E che i miei figli potessero vedere come affrontare le durezze della vita.
Gesù è come un ladro che lascia sempre delle tracce. Cercatele e le troverete.
Peppe Lenzo
«Una persona straordinaria nella sua normalità»: così è stata la vita di Giuseppe Lenzo, per tutti Peppe.
Appena quindicenne, la tragica morte del fratello Giovanni aveva azzerato in lui la voglia di vivere, convinto che «la felicità non esiste» e di non avere «nulla in mano per poter alzarti la mattina».
L’incontro con don Lirio gli fa intuire la possibilità di stare da uomini di fronte alla domanda così lacerante sul senso della vita. Inizia a partecipare all’esperienza di Gioventù Studentesca a Patti e poi del Clu a Palermo dove frequenta Agraria e conosce
Vitalba che sposa nel 2007 e dalla quale avrà tre figli: Benedetta, Giovanni e Mattia.
Nel 2019 gli viene diagnosticato un tumore che lo porterà alla morte nel settembre del 2021.
Attraverso le pagine del suo diario, le sue testimonianze, quelle degli amici e della moglie Vitalba, il libro ci fa conoscere un uomo che ha vissuto ogni circostanza della vita – lo studio, il lavoro, il matrimonio, la paternità, l’amicizia – come vocazione avendo lo sguardo rivolto a un Altro di cui la compagnia degli amici era segno e strumento «per guardare sempre in alto».