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Nella misère. Dove il rap mi raggiunge (Alberto Capetti)

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lberto C A petti

NELLA MISÈRE

DOVE IL RAP MI RAGGIUNGE

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Questo libro appartiene a ____________________________________

NELLA MISÈRE

Dove il rap mi raggiunge

Prefazione di Claudio Burgio

Postfazione di Priscilla Sammartino

Pubblicare è dare alla luce.

Desideriamo mettere in luce parole che accompagnino le persone nella vita.

Questa è la responsabilità che abbiamo come editori.

Libri compagni di viaggio.

Nella collana Il villaggio dell’educazione

Domenico Fabio Tallarico

Guardati o perduti. Ragazzi in cerca di uno sguardo. Diario e riflessioni di un prof

Elena Mazzola

Soggetti che si incontrano. Come e perché insegnare la letteratura oggi. Un metodo

Silvio Cattarina

Silenzio, ragazzi, passa il treno. Gioia, compagna di viaggio della vita

Maurizio Botta, Andrea Lonardo

Adolescenti inafferrabili. Un itinerario per proporre la fede

Educazione e nuove tecnologie. La questione dell’umano

A cura di Elisa Buzzi, Paola Priori

Alberto Capetti

Nella misère. Dove il rap mi raggiunge

www.itacaedizioni.it/nella-misere-dove-il-rap-mi-raggiunge

Prima edizione: giugno 2026

© 2026 Itaca srl, Castel Bolognese

Tutti i diritti riservati

ISBN 978-88-526-0846-9

Foto di copertina: Tithi Luadthong / Shutterstock.com

Illustrazioni di copertina: Mauro Capetti

Col nostro lavoro cerchiamo di rispettare l’ambiente in tutte le fasi di realizzazione, dalla produzione alla distribuzione. Utilizziamo inchiostri vegetali senza componenti derivati dal petrolio e stampiamo esclusivamente in Italia con fornitori di fiducia, riducendo così le distanze di trasporto.

Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)

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Prefazione

«Non è costui il falegname?»: così viene definito Gesù nel Vangelo di Marco (6,3).

Oggi come allora c’è spesso il vizio di dare definizioni, di incasellare le persone dentro confini già prestabiliti. Il nuovo spaventa. È meglio riconoscersi in rappresentazioni più rassicuranti. In fondo, le definizioni sono sempre state un abile espediente per non doversi misurare mai autenticamente con la realtà.

È accaduto a Gesù: i primi segni compiuti a Nazareth destabilizzano la quiete dei suoi concittadini; per non doversi confrontare con la realtà nuova, introdotta dal Messia, è preferibile vedere in Gesù «il falegname».

Accade oggi anche al mondo adulto: definire maranza un ragazzo di seconda o terza generazione equivale a non volerlo conoscere e ascoltare davvero. Una definizione rischia di semplificare la realtà e impedisce di riconoscerla nei suoi aspetti innovativi e più profondi.

Alberto ci porta, attraverso il suo libro, ben oltre le definizioni stereotipate sui giovani di nuova generazione e offre un approfondimento reale dei loro linguaggi e della loro condizione, spesso stigmatizzata.

Rinunciando a una lettura e a un atteggiamento solo di tipo censorio, l’Autore ha il merito di non fermarsi a un giudizio superficialmente rigido, andando ad analizzare ciò che più rappresenta la cultura giovanile odierna e ne è espressione: la musica rap.

Un lavoro prezioso, di chi non si rifugia dietro slogan e definizioni banalmente tranquillizzanti, ma di chi ha il coraggio di entrare in un esercizio di conoscenza diretta a contatto con i ragazzi accolti nella comunità Kayros.

Nelle ore in studio di registrazione, all’interno del centro educativo, Alberto ascolta, osserva e impara: il frutto maturo di questo ascolto è il testo che tieni tra le mani.

Non un saggio retorico di tipo accademico; piuttosto, il racconto di un’esperienza educativa e linguistica. Il centro di questa narrazione è la parola, analizzata in tutte le sue figure stilistiche e antropologiche.

I testi dei rapper vengono ascoltati davvero, invece che essere anticipatamente censurati. Le barre e le rime delle canzoni sono un universo nuovo da esplorare. Attraverso l’analisi di iperboli, perifrasi, metonimie, analogie e attraverso l’individuazione di schemi rimici e strutture del testo, l’Autore ci porta dentro la voce in presa diretta dei protagonisti e offre al lettore uno spaccato reale di questo genere musicale troppo affrettatamente considerato diseducativo.

La violenza di certe canzoni rap/trap non è diversa da quella che emerge in alcune pagine bibliche: ci è chiesto di stare di fronte alla realtà tutta intera e non solo a quella più accomodante.

Il coraggio di questo libro sta proprio nella sua capacità di andare oltre uno sguardo miope e giudicante: i giovani – attraverso le parole imperfette delle loro canzoni – ci chiedono di cambiare visione e di non irrigidirci dentro letture schematiche incapaci di reggere l’urto della realtà.

Gesù, «il falegname», è stato giudicato dai suoi concittadini e allontanato dalla sua regione da chi ha confuso la sua identità con la professione che ha esercitato a Nazareth. Che questo lavoro di Alberto ci apra gli occhi e il cuore per non ritrovarci davanti a nuove esclusioni e separazioni.

Claudio Burgio Sacerdote, fondatore e presidente della comunità Kayros

Introduzione

Questo libro nasce dalla mia tesi magistrale in Lettere Moderne – Amami quando non lo merito. Analisi linguistica del rap –, in cui ho studiato i testi di alcune canzoni rap italiane degli ultimi anni. In questo percorso, ho avuto il privilegio di frequentare la comunità Kayros, fondata da don Claudio Burgio, che accoglie minori in difficoltà, segnalati dal Tribunale o dai servizi sociali, e dove molti ragazzi compongono brani rap. Abbiamo lavorato insieme alla scrittura delle canzoni. Nel tempo, il rapporto con loro mi ha regalato esperienze e incontri profondamente umani. Di pari passo, i miei studi svelavano piccole scoperte che non volevo tenere solo per me (e per la commissione di laurea).

Un giorno, alla fine di un pranzo in comunità, mi sono avvicinato a don Claudio.

«Don, devo farti vedere una cosa, posso?».

«Certo, siediti qui. Tomás, puoi farci un attimo spazio?». Con una mano accarezza la testa del ragazzo seduto accanto, che slitta per farmi posto e mi fissa incuriosito.

«Don, quando parli in pubblico sei carismatico, ma non tutti restano persuasi che il rap possa essere uno strumento educativo. La gente crede che i ragazzi che escono da qui scrivano canzoni troppo violente».

«È vero».

Guarda il foglio che ho in mano.

«E questi, cosa sono?».

«Sono alcuni dati della mia tesi, vorrei li avessi tu, possono servirti per quando parli in giro. Guarda, fra i venti termini più utilizzati non c’è neanche una parolaccia, esprimono più che altro il bisogno di aiuto: solo, strada, freddo, fame, paura, madre, bambino, occhi, cuore, casa. Il problema è che nessuno ascolta davvero queste canzoni; appena sentono una volgarità o una parola straniera le bollano come troppo violente».

«È davvero interessante, vai a fondo, e ci risentiamo. Grazie per il tuo studio!».

Mi saluta: deve andare a una delle mille riunioni quotidiane. Da quel giorno, il suo «vai a fondo» ha scavato in me fino a decidere di trasformare la mia tesi in un libro accessibile a chiunque desideri capire cosa dicono queste canzoni, in particolare gli educatori e i professori… Insomma, gli adulti.

Ho arricchito il mio studio con aneddoti che hanno scandito l’esperienza in comunità e così è nato questo libro, che è suddiviso in tre capitoli: il primo racconta in breve la storia del genere rap e la mia storia con Kayros; il secondo raccoglie degli esempi di analisi linguistica dei testi; nel terzo, alcune esperienze accompagnano brevi riflessioni sul rap.

Per proteggere la loro identità, tutti i nomi dei ragazzi citati sono di fantasia.

Il corpus di canzoni a cui faccio riferimento è composto dai brani analizzati nella tesi, dei seguenti artisti: Il Ghost, Neima Ezza, Baby Gang, Sacky, Paky, Shiva, Massimo Pericolo, Simba La Rue. Di ognuno di loro ho preso in esame i primi singoli e il primo album. A questi vanno aggiunte le canzoni di alcuni ragazzi della comunità, pubblicate nel 2025 dall’etichetta Kayros Music.

BREVE STORIA DEL RAP

«Yo, dove è il mio cuore? South South, Bronx!»

parte prima. breve storia del rap

In ritardo

In questi giorni Milano è insopportabilmente calda. Grazie al cielo, la metro ha un sistema di condizionamento che permette un rifugio dall’asfalto rovente dei marciapiedi. Al treno per Comasina mancano solo due minuti, un tempo minimo, ma in cui è possibile fare mille incontri su una banchina della metropolitana. Mentre controllo l’ora, mi accorgo di un signore, probabilmente arabo, intento a parlare con un uomo sdraiato per terra; gli sta offrendo un hamburger. Non faccio in tempo a chiedermi chi sia e da dove abbia tirato fuori il panino che un gruppo di ragazzi attira la mia attenzione. Sembrano tutti in tenuta ufficiale: maglietta rigorosamente aderente nera, le uniche eccezioni prevedono una scritta «boxeur» o «AJ», pantaloncini corti e ai piedi le Squalo o le TN nere (per chi non lo sapesse, sono delle scarpe). Il tono della voce è molto alto; provo a seguire i loro discorsi, ma mentre cerco di distinguere quello che dicono in mezzo ai «fra», «bro», «giura» arriva il treno. La linea gialla è la mia preferita, sarà per il colore o perché è quella che prendo per tornare a casa. Porto di Mare, Corvetto, Brenta: se non sapessi di essere in Italia, penso che potrei scoprirlo solo dai nomi delle fermate e dalle scritte delle pubblicità, perché a ogni stop si mescolano lingue, odori e colori; ogni volta che le porte si aprono, un mondo variegato invade il vagone.

Scendo in Centrale e prendo la linea verde, direzione Gessate. Sono ancora una volta in ritardo e faccio affidamento

sul fatto che la metro arrivi subito. Dodici minuti, ottimo. Davvero ottimo.

Mentre aspetto mangiandomi le unghie, due bambini fanno finta di puntarmi con delle pistole: «Dammi tutti i soldi!». Io scoppio a ridere e gli chiedo quanti anni hanno. «Sei». Scopro che il “capo” dei due ha fatto il compleanno il giorno prima. Li distraggo dal loro intento di rapinarmi chiedendogli della festa, dei regali; loro ridono, ma ogni tanto mi ripuntano le pistole contro.

Uno dei due, a un certo punto, mi dice: «Ho un regalo per te», e tira fuori dalla tasca dei pantaloncini la mano con il dito medio alzato. I genitori mi sorridono un po’ imbarazzati, seduti sulla panca della banchina. Questi monelli mi travolgono al punto da farmi dimenticare il ritardo colossale di cui sono ancora una volta grande fautore.

Arriva la metro, riparto: Caiazzo, Loreto, Piola; sale un ragazzo con una cassa e un microfono e inizia a rappare. Penso al coraggio che deve avere per esibirsi in metropolitana dove non ci si guarda in faccia e nessuno vuole ascoltare chi ha accanto. Io ho solo venti centesimi, glieli do, lui non si offende, anzi torna più volte a ringraziarmi. Rimango incredulo, lo fisso, ma devo correre. Vimodrone, ci sono. E inizio a correre davvero. Dove devo andare? Alla comunità Kayros. Perché? Ora ve lo spiego. Come mai vi ho raccontato lo strano inizio di questo viaggio? Seguitemi.

Postfazione

Voglio ringraziare Alberto per aver scritto questo libro e per averlo fatto con così tanta verità. In particolare, quando, nel capitolo tre, apre mettendosi in discussione e raccontando di un momento in cui pensa di star sbagliando tutto.

Molto real, come si direbbe anche di un testo rap, senza sovrastrutture.

Credo fermamente nel valore e nel potere delle parole, nel fatto che sono forza creatrice e nell’importanza di scegliere quali utilizzare. Io questa consapevolezza l’ho raggiunta dopo anni di lavoro su me stessa. Prima di arrivarci, ho detto tante parole non adeguate, imperfette; molte senza rendermene conto. E probabilmente ancora ne dirò.

La scelta delle parole arriva proprio con la consapevolezza: se non vedi, non puoi correggere.

Spesso, per capire cosa ti fa così male, prima hai bisogno di sputarlo fuori così com’è. Vero. Senza giudizio. Real.

Questa è una delle opportunità del rap. Il flusso di coscienza ti rivela. E se usi quel momento a tuo favore, allora hai anche la possibilità di cambiare ciò che vedi e non ti piace più, proprio perché ora lo hai visto e non è più soltanto l’inconscio a guidarti.

Come Alberto descrive in modo illuminante nel paragrafo Violenza disinnescata, non sempre, ma spesso, dietro ciò che sembra solo violenza c’è molto altro.

Voglio rimarcare una frase: «Amami quando non lo meri-

to, è lì che ne ho bisogno». È il verso di una canzone di Paky che a sua volta richiama la mia amatissima Povere mmano dei Co’Sang. Un testo che evoca il biblico «polvere sei e in polvere ritornerai» (Genesi 3,19): onorando la memoria di chi non c’è più, racconta scene di vita con quella descrizione cruda e poetica tipica dei Co’Sang che riesce quasi a farti sentire gli odori. E proprio questo brano, dietro a parole pungenti dette con rabbia e disillusione, nasconde un messaggio sottile, la precarietà della vita e il bisogno dell’essenziale: l’amore puro, quello che non è meritocratico, che ti avvolge anche quando lasciarti amare ti è difficile, quasi «sembra un gesto di debolezza», come scrive Alberto.

Per concludere, credo che sia giusto esprimersi anche inconsapevolmente. Soprattutto, quando si ha bisogno di gridare. Gridare l’amore.

Perché, molto spesso, la rabbia che si grida non è altro che un disperato bisogno d’amore.

Priscilla Sammartino Cantante e autrice, ha collaborato allo studio di registrazione e al laboratorio dei ragazzi di Kayros

Amami quando non lo merito, è lì che ne ho bisogno.

Paky
«Lui è il mio migliore amico, perché nella misère mi è stato vicino. Non puoi dimenticarti di un amico così».

Per molti adulti il rap è soltanto rumore, provocazione, un linguaggio aggressivo e incomprensibile.

Ma cosa accade se ci si ferma davvero ad ascoltare?

«Alberto ci porta ben oltre le definizioni stereotipate sui giovani di nuova generazione e offre un approfondimento reale dei loro linguaggi e della loro condizione, spesso stigmatizzata, andando ad analizzare ciò che più rappresenta la cultura giovanile odierna e ne è espressione: la musica rap».

Claudio Burgio

«Credo che sia giusto esprimersi anche inconsapevolmente.

Soprattutto, quando si ha bisogno di gridare. Gridare l’amore.

Perché, molto spesso, la rabbia che si grida non è altro che un disperato bisogno d’amore».

Priscilla Sammartino

Alberto Capetti (Milano 1999) si è laureato in Lettere Moderne con una tesi dal titolo Amami quando non lo merito. Analisi linguistica del Rap e ha collaborato al laboratorio di musica rap della comunità Kayros. Docente presso l’Istituto

Maria Consolatrice di Milano, è ideatore del calcio seduto per ragazzi con disabilità.

€ 16,00

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