Skip to main content

La montagna del vento

Page 1

Filippo Ciantia

La montagna del vento Lettere di amicizia dall’Uganda

Prefazione di Elisabetta Soglio Postfazione di Giovanna Ambrosoli


Filippo Ciantia La montagna del vento. Lettere di amicizia dall’Uganda www.itacaedizioni.it/la-montagna-del-vento Prima edizione: agosto 2018 © 2018 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0560-4 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (Ra) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Grafica di copertina: Andrea Cimatti Cura editoriale: Martina Amoruso Stampato nel mese di agosto 2018 da Ge.graf, Bertinoro (FC)


Prefazione

Dentro queste lettere ci sono cuore, professionalità e profondità d’animo. Che poi sono anche i tratti distintivi di Filippo Ciantia. Il nostro incontro era avvenuto sotto il cielo di Expo e la preparazione di quell’evento, seppure con ruoli diversi, ha cementato un’amicizia che ci avrebbe fatti ritrovare nel nome di padre Ambrosoli e sotto un altro cielo, quello d’Uganda. Che stia organizzando i cluster dell’esposizione, che stia raccontando una giornata africana, Ciantia colpisce per il suo sguardo amorevole. Tutto è importante, tutto è segno di una presenza superiore, tutto è prova d’amore. Leggete le sue lettere, ritmo che scandisce i giorni di una piccola impresa, e troverete le tracce di questa passione per ogni uomo e per ogni incontro. Leggete la storia di Grace e sentirete la condivisione di una sofferenza, la ricerca di un significato al dolore, la fatica di un distacco da una persona che ti è entrata nel cuore. Umano, attento e profondo: così come, nei sei mesi di Expo, Ciantia si era occupato con dedizione ed entusiasmo alla realizzazione di ogni padiglione, sostenendo tutte le delegazioni e affezionandosi a quelle più povere, valorizzando la loro presenza e promuovendo le loro piccole attività. Manager scrupoloso, capace di grandi slanci, esigente e tollerante, siamo sicuri che l’esperienza dell’esposizione universale lo abbia riportato più ricco nell’Africa che non aveva in real­tà mai dimenticato, nella terra dove avevano preso forma la sua professione e la sua famiglia, che lo aveva plasmato come medico, ma soprattutto uomo, marito e padre.


6

la montagna del vento

Questo animo nobile e una fede profonda lo hanno sostenuto anche nei momenti di lavoro e di vita piÚ difficili: un affidamento che traspare anche dalle lettere, cosÏ come esce prepotente il suo legame indissolubile con questo popolo. Leggete queste lettere: respirerete profumo di Africa, sarete coinvolti dallo slancio d’amore e sentirete, forte, il segno di una grande umanità . Quella stessa che Ciantia aveva riconosciuto in padre Ambrosoli; e tanto di Giuseppe medico, manager e missionario continua a vivere (anche) in Ciantia. Elisabetta Soglio


Introduzione 7

Introduzione

Questo libro esiste solo grazie all’amicizia, la grande virtù dell’uomo libero. La comune esperienza in Gioventù Studentesca e in Comunione e Liberazione aveva fatto incontrare me e Luciana con alcuni medici varesini – Enrico, Giorgio, Agostino, Ivone e le loro famiglie –, che operavano nel nord Uganda, nella cittadina di Kitgum. La gioia e la passione che comunicavano, raccontando del loro servizio in ospedali sperduti nella savana dell’Africa orientale, ci avevano conquistati. Luciana ed io pensavamo, quando partimmo per l’Uganda nel settembre 1980, tre mesi dopo il matrimonio, di rimanere alcuni anni. Certamente non immaginavamo di poterci restare, ininterrottamente, fino al luglio 2009. Ventinove anni bellissimi, intensi, emozionanti e avventurosi. Soprattutto ricchi di regali, dagli otto figli ai tanti amici. Tutti i miei figli sono nati nel paese definito giustamente da Winston Churchill la “perla d’Africa”, per la sua bellezza, per la ricchezza di risorse naturali, per i suoi popoli nobilissimi. Sono rimasti tutti molto legati alle loro origini, sia per la nostalgia sia perché ciascuno di loro porta un nome africano. Il nome è una promessa. Michele Oroma da tempo insisteva per ritornare a trovare i suoi compagni di scuola che ancora vivevano a Kampala. Così, tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, insieme al fratello Emmanuele Byaruhanga l’ho accompagnato a Kampala. Mentre i figli si divertivano con i vecchi compagni di scuola, in città e visitando il parco delle Murchison Falls, decisi di


8

la montagna del vento

compiere un viaggio per incontrare gli amici più cari, vivi o morti. Un safari molto particolare, da Hoima, sulla tomba di Veronica, a Gulu, dal malato padre Tiboni, ospite dei confratelli comboniani Elio e Carlo, a Kitgum, con Ketty, Bongomin e Ongwen. Ultima tappa, Kalongo, con un chiaro obiettivo: pregare sulla tomba di padre Giuseppe Ambrosoli affinché l’ospedale da lui fondato, con difficoltà gestionali per l’imprevista partenza del direttore, trovasse una valida soluzione. Avevo bene in mente di chi c’era bisogno: fratel Daniele Giusti, medico comboniano con cui avevamo lavorato i primi due anni in Africa, era pronto a rientrare in Uganda, proprio a Kalongo, dopo un periodo a Roma in servizio alla congregazione. Quell’alba rossa nel piccolo cimitero di fianco all’ospedale, dominato dal monte Oret, rimarrà uno dei miei compleanni più memorabili. Rientrato in Italia, ripresi il mio lavoro in Expo, sperando di poter essere protagonista di un ambizioso progetto per il sito dove aveva avuto luogo l’esposizione universale. Poco dopo una multinazionale mi propose di partecipare a progetti di mitigazione dell’impatto ambientale nelle sue attività in Africa. Infine arrivò una telefonata di Giovanna Ambrosoli, che chiedeva se avessi qualche persona da suggerire per la direzione dell’ospedale: fratel Daniele, infatti, era stato destinato alla provincia italiana. Luciana ed io ci siamo guardati e, come era avvenuto tante volte, ci intendemmo subito: «Vai a Kalongo!» mi disse. Il 31 marzo lasciavo la società Expo. Alla festa di saluto feci una presentazione della mia vita riassunta in centosettanta slide! Eppure quasi cento colleghi rimasero, interessati, appassionati, commossi e anche rallegrati ad ascoltare la mia storia, a vedere i luoghi in cui avevo vissuto e le immagini dell’ospedale dove sarei andato a lavorare. Tantissimi mi chiesero di non dimenticarli e di scrivere raccontando della mia vita a Kalongo. Così da maggio 2016 ad aprile 2017 ogni domenica scrissi per loro, per amicizia, cercando di renderli partecipi della mia vita, pur tanto lontani.


Introduzione 9

Il giorno precedente la mia partenza dall’Uganda mi trovavo presso la casa dei comboniani a Kampala. Arrivarono alcuni missionari comboniani dal Sud Sudan. Erano dovuti partire e lasciare la loro parrocchia insieme a tutta la popolazione, per sfuggire ai combattimenti sempre più aspri tra le fazioni in guerra. Mi avvicinai a un anziano missionario e iniziammo a scambiare alcune confidenze. Era stato al castello dei comboniani di Venegono negli anni ’60. Gli confessai che mi ricordavo perfettamente di due missionari, uno piccolo e vivace, uno alto e barbuto, con una lieve zoppia. Avevo perso le loro tracce, ma gli dissi che mi avevano aiutato tantissimo, in un periodo non facile della mia vita. Con un sorriso il padre si alzò, mostrando la gamba più corta a causa della poliomielite che lo colpì da piccolo: «Ero io a venire in oratorio ogni domenica: ora non ho più la barba, ho però tanti anni». A ottantacinque anni era in procinto di raggiungere, nel nordovest dell’Uganda, il campo dei rifugiati provenienti dal suo villaggio: «Noi ci spostiamo con la nostra gente». Nulla si perde, neppure quell’amicizia di cinquant’anni prima, di un uomo, anziano, ma dal cuore tanto giovane, pronto a tornare dalla sua gente in fuga dalla guerra, per amicizia. L’amicizia: l’amicizia di Cristo. Filippo Ciantia


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
La montagna del vento by Itaca Edizioni - Issuu