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Mina sul davanzale (Sara Allegrini) seconda ristampa

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Sara Allegrini, laureata in filosofia morale, insegnante di filosofia e psicologia, ha vinto il Premio Selezione Bancarellino 2018 con il romanzo Mina sul davanzale (Itaca). Recentemente ha pubblicato La rete (Mondadori) e Léon (Einaudi Ragazzi).

€ 14,00 itacaedizioni.it

MINA SUL DAVANZALE

Mia madre è un’adolescente. Ho una sorella… speciale, che è più normale della maggior parte delle persone che conosco. La mia ex migliore amica mi rivolge la parola solo per chiamarmi “Sorella Castità” perché, sì, ho diciotto anni e non ho mai avuto un ragazzo. Sarei voluta andare al liceo e invece…

SARA ALLEGRINI

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MINA SUL DAVANZALE


me impresso, e probabilmente resterà appassionati. n Nicolò, socio in questo progetto, in grado di realizzare questo mio sogno. personaggi e le vicende di questo romanzo sono immaginari. va a lui per aver I“sposato” Ogni riferimento a persone o fatti reali è da ritenersi casuale. messo o. a tutti gli intervistati ermesso di incontrare ticolare Pietro Manganoni, Gigi Soldano, ci ha fornito la maggior parte delle blicazione. Sara Allegrini mpre sostenuto soprattutto Mina sul davanzale www.itacaedizioni.it/mina-sul-davanzale ici di sempre che ancora prima di aver riservargli Scrivi all’autrice: 21lettori@gmail.com turalmente. Prima edizione: agosto 2017 Prima ristampa: maggio 2018 Seconda ristampa: ottobre 2021

© 2017 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0529-1 Cura editoriale: Cristina Zoli Progettazione grafica: Daniela Dal Pane, Isabel Tozzi Crediti di copertina Shutterstock.com: Charcompix, Winit Peesuad, Martina V, nuchao, Piyapong89, Oleinik Iuliia Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)

VEGETABLE INK

Col nostro lavoro cerchiamo di rispettare l’ambiente in tutte le fasi di realizzazione, dalla produzione alla distribuzione. Questo prodotto è composto da materiale che proviene da foreste ben gestite certificate FSC‰, da materiali riciclati e da altre fonti controllate. Utilizziamo inchiostri vegetali senza componenti derivati dal petrolio e stampiamo esclusivamente in Italia con fornitori di fiducia, riducendo così le distanze di trasporto.

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Sara Allegrini

Mina sul davanzale


mina Dirty little secret The All-American Rejects

nelson Creep Radiohead

angelica Small Blue Thing Suzanne Vega

In questa storia non ci sono descrizioni dei personaggi. Ma queste canzoni parlano di loro.


Mia madre è un’adolescente. Ho una sorella… speciale, che è più normale della maggior parte delle persone che conosco. La mia ex migliore amica mi rivolge la parola solo per chiamarmi “Sorella Castità” perché, sì, ho diciotto anni e non ho mai avuto un ragazzo. Diciamo che fino a oggi ho avuto altre cose a cui pensare. E poi la mia scuola non offre molta scelta. Per l’appunto, sarei voluta andare al liceo e invece sono al quinto anno di uno schifoso istituto commerciale. Come se non bastasse, ci si è messo pure il terremoto.

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Il terremoto era venuto di notte, tanto per fare un po’ più di paura. L’aveva sorpresa nel sonno, sbalzata dal letto e atterrita come la fine del mondo. Rosa, che aveva una mente da undicenne in un corpo spropositato, si era infilata sotto le coperte con lei e si era riaddormentata placida, convinta di essere al sicuro. Mina invece non aveva più preso sonno. Era la prima volta che sentiva il terremoto e si percepì piccola e impotente. Fragile e sorprendentemente mortale. Altre volte aveva pensato alla morte, ma mai prima di allora l’aveva sentita così vicina e concreta. Manco a dirlo, sua madre non c’era. L’aveva vista infilarsi le sue (di Mina) scarpe da ginnastica e uscire di casa col fidanzatino di turno. Una volta era uscita anche con un suo (sempre di Mina) compagno di classe. E detto questo, si è detto tutto. Comunque poi risultò che il terremoto aveva reso inagibile la giurassica sede del liceo classico cittadino. E per salvare le pregiate menti dei figli dei notabili, l’unica soluzione sul momento fu quella di spostare temporaneamente la sede. Il commerciale aveva perso iscritti; il classico non ne aveva mai avuti molti, perciò… Apriti cielo! Figurarsi se si potevano mischiare

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le perle con le ghiande. Ci fu anche un tentativo di boicottaggio per cui, ad agosto, non c’erano ancora iscritti alla nuova quarta ginnasio. Chiaramente finì tutto nel ridicolo. Ora si capisce perché Mina ce l’aveva col mondo più del solito. Perché mettere lei (che più di ogni altro avrebbe voluto andare al liceo) di rimpetto a quelli che al liceo ci andavano storcendo il naso era come aprire una pasticceria di fronte alla casa di un diabetico: una tortura. C’erano giorni in cui Mina riusciva quasi a infischiarsene, ma questo non era uno di quelli.

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La classe di Mina era “balcanizzata”, come diceva sempre la prof Baci Paci di italiano. Tradotto: era divisa fisicamente in tre. A destra, accanto alla finestra, c’era il banco di Mina, insieme a quelli degli studenti propriamente detti. Quelli con gli zaini. Negli zaini, i libri (quelli giusti) e un astuccio, con dentro un discreto numero di penne. Un aspetto generalmente normale. A sinistra invece, vicino alla porta e sempre pronti alla fuga, c’erano i figuranti. Occupavano i posti, facevano numero e rumore. Avevano pure loro gli zaini. Negli zaini, se c’erano i libri, o erano quelli sbagliati o erano stati fregati da destra per movimentare la giornata. Penne? Le chiedevano in prestito, per farne cerbottane o tenerci su i capelli. Luca, poveretto, buono come il pane, ne prestava sempre a tutti e non gliene ritornava indietro una. Tra le due file, in zona neutrale, estranea a ogni schieramento, sedeva Cleo (con l’accento sulla O, guai a sbagliarsi). Era una nigeriana che ricordava quelle veneri preistoriche, magnifiche nella loro munificenza. E il viso, color cacao, liscio come la seta, era di una bellezza “archetipica”, sempre per citare la prof di prima. Cleo era super partes; ondeggiava sinuosa per i corridoi ed era altrove. A vederla lì, uno si chiedeva

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cosa ci facesse di preciso: Cleo che faceva la partita doppia era un offensivo ossimoro, per chi riesce a capire. Mina osservava quella vivace fauna con sguardo truce e parlava depressa a sé stessa, lamentandosi. Se dovessi elencare la schiera di quelli che non sopporto, non basterebbe un libro. Di sicuro odio Nelson Bellavita. Perché dorme tutta la mattina, non ha voglia di fare un tubo ed è arrivato in quinta senza aver mai tirato fuori neppure un libro. Ammesso che, almeno a casa, ne abbia (secondo me, no). L’unica materia in cui è sufficiente è inglese. Ma solo perché sua madre è di Boston, figurarsi! Trascorre l’anno scolastico a russare all’ultimo banco. Poi a giugno compare sua madre in gramaglie e tanto piange e tanto implora che, non so come, i prof gli assegnano due ricerchine da terza elementare e lo salvano dalla bocciatura. È un’ingiustizia che mi fa imbestialire, ma immagino che mi stia allenando per tutti i rospi futuri che dovrò ingoiare domani, quando sarò fuori di qui. Come se non bastasse, quest’anno abbiamo vinto, ereditandolo dal quinto dell’anno scorso, Antonino Centanni. Centanni di (cog)nome e di fatto. Se non erro (e non erro) dovrebbe compiere ventidue anni a maggio. Non è sufficiente? Basta aggiungere che è soprannominato dagli amici “lo strappamutande”, perché a quanto pare è decisissimo a battere il guinness di Casanova. Per ora è riuscito a uscire pure con mia madre, ma non fa testo perché né l’una né l’altro hanno senso del limite (e del pudore). E comunque lei non sapeva che quello faceva

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ancora le superiori. Il fatto è che Centanni è proprio un figo pazzesco, inutile negarlo. Me lo ricordo qualche anno fa, quando aveva addosso venti chili in più e non batteva chiodo. Poi un giorno è accaduto il miracolo: è ricomparso a settembre magrissimo e con dieci centimetri in più di altezza. Capelli biondo cenere sparati al cielo e una specie di barbetta finto-trasandata. Da allora non ha più avuto pace. Ha razziato in tutte le classi e si è fatto un certo nome, anche fuori dal commerciale. Ma la sua preferita è Yo-Yo, che fa avanti e indietro tra diversi ragazzi, ma poi torna sempre da lui. Ma non mi va di pensare a lei. E neppure ad Angelica, perché mi fa troppo male.

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La scuola era iniziata da un mese. Il commerciale era fuori dalle mura della città, lontano dal centro storico, in un edificio dotato di zero fascino. A ricreazione i classici uscivano a fumare come i commerciali, ma si mantenevano in disparte dalle parolacce estreme e dalle risate sgangherate. Mina, se non c’era Copot, non usciva neppure o tutt’al più si metteva dietro alle finestre del corridoio. Da lì, con l’occhio distaccato di uno studioso di antropologia, osservava da settimane la lotta di classe in corso fra i membri dei due istituti. Era innegabile: le ragazze del classico erano sobrie ed eleganti, con i capelli in ordine, il trucco leggero, le perle all’orecchio e le ballerine ai piedi. Se qualcuna non rispettava questo codice silenzioso, veniva ostracizzata dalle sue stesse colleghe. Ma anche quella, comunque, difficilmente si mescolava agli esemplari del commerciale. Queste, infatti, si ispiravano a tutt’altro genere di modelli, pescati dai più nocivi programmi tivù: trucco pesantissimo, scarponi con tre spanne di suola, capelli di tutti i colori dello spettro ottico e orecchini conficcati nei punti più impensabili. Abiti stracciati a completare il quadro. Tanto per dare un’idea delle frequentatrici del commerciale, l’anno prima Yo-Yo era

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stata sospesa sei giorni perché si era fatta beccare in bagno con una siringa in una mano e dell’alcol nell’altra. Il che poteva sicuramente far pensare al peggio, invece no: aveva soltanto trasformato i bagni delle femmine in un negozio di piercing e, senza disgusto alcuno, forava indiscriminatamente lobi, pance, lingue per dieci euro a buco. Sempre disinfettando, chiaramente, perché sapeva il fatto suo e si riteneva una professionista seria: prima di intraprendere il business, aveva visto più di un tutorial di una famosa blogger olandese. E il bello è che c’era davvero gente che si era fidata a farsi mettere addosso le sue mani dalle unghie nere e smangiucchiate. Insomma, la differenza tra quei due mondi era lampante e a Mina pareva che le sue compagne facessero di tutto per distinguersi con ogni mezzo dalle altre. Se quelle erano pulite ed eleganti, loro dovevano essere sciatte e rozze. L’importante era affermarsi e definirsi in qualche modo. Inutile negare che Mina provava una punta di invidia per quelle ragazze così carine. Avevano una classe naturale e lei avrebbe voluto essere una di loro. Sentiva che avrebbe dovuto essere una di loro. Per questo masticava rabbia e ce l’aveva col mondo intero, perché a lei non era stato concesso di scegliere. Sempre e solo senso del dovere; odioso, rigido, stitico senso del dovere. Mina aveva bisogno di una scuola che le desse il prima possibile un diploma spendibile subito. Soldi per l’università non ce n’erano. A volte non ne avevano neppure per

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comprarsi da mangiare. Perciò doveva diplomarsi (e col massimo dei voti) e trovare un lavoro. Non potevano continuare a vivere con l’invalidità di Rosa, non era giusto e poi un giorno quei soldi le sarebbero serviti. Sua madre faceva lavori saltuari e il poco che guadagnava lo investiva in scarpe, borse, parrucchiera ed estetista (ristoranti e cinema erano in genere offerti dall’accompagnatore di turno). Eppure Mina non riusciva a odiarla. Perché quando a quindici anni era rimasta incinta di Rosa, invece di abortire come le suggerivano tutti, se l’era tenuta così com’era. Poi a diciassette: sorpresa! E anche allora, resistendo a tutte le pressioni, aveva messo al mondo Mina. Perciò sua madre poteva avere anche tutti i difetti del mondo, ma il coraggio e il cuore non le mancavano. E Mina sapeva solo di poterla ringraziare: fosse stato per gli altri, lei non sarebbe mai nata. Invece sua mamma se l’era tenuta e allevata come meglio poteva. Poco contava che adesso fosse Mina a occuparsi di lei. E della casa. E di Rosa. Glielo doveva, e si sentiva ingiusta a lamentarsi, anche se a volte non riusciva a farne a meno. Però… frequentare il commerciale era come stare tutti i giorni dentro a un film horror.

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Era una di quelle rare mattine in cui Nelson era sveglio. Decisamente era meglio quando dormiva: dava sui nervi, ma non quanto sentirlo parlare. In quel momento stava sfidando apertamente la prof di marketing con una faccia da schiaffi che avrebbe fatto scappare la pazienza pure a un santo. «A me la sua materia fa schifo…» le disse brutale, ma dando incomprensibilmente del “lei”. «Ti fai interrogare o no?» rimase il più possibile impassibile quella. «No». «È il terzo due che prendi, Bellavita». «Se non frega a me, cosa gliene frega a lei?». Mina fremeva dal suo posto. La prof di market­ ing era un’anziana signora prossima alla pensione, così gentile e posata che Mina non si capacitava di tutto l’astio che Bellavita mostrava verso di lei. E di come facesse a non vergognarsi di risponderle a quel modo. Invece il sorriso con cui Centanni annuiva, un banco più in là, lo incoraggiava a continuare. Quei due erano amici come Erode e Ponzio Pilato: per reciproca utilità. I tipi come loro, pensava rassegnata Mina, erano come gli scarafaggi: sarebbero sopravvissuti anche a una guerra nuclea­ re. Più letali delle scorie stesse.

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Ringraziamenti

A L.B., travolgente Baci Paci. A M.T., lui sa perché. Ai ragazzi del Liceo Artistico “F. Russoli” di Pisa, per la passione e le foto: niente andrà perduto… … e a quelli del professionale, che chissà se leggeranno. A M.P. per la… consulenza medica. A chi ha reso questa storia quella che è.

Nella foto: Chiara ritratta da Yuri Lorenzelli, studente del Liceo Artistico “F. Russoli” di Pisa.


Sii gentile, ogni persona che incontri sta combattendo una dura battaglia.

Ian Maclaren


Sara Allegrini, laureata in filosofia morale, insegnante di filosofia e psicologia, ha vinto il Premio Selezione Bancarellino 2018 con il romanzo Mina sul davanzale (Itaca). Recentemente ha pubblicato La rete (Mondadori) e Léon (Einaudi Ragazzi).

€ 14,00 itacaedizioni.it

MINA SUL DAVANZALE

Mia madre è un’adolescente. Ho una sorella… speciale, che è più normale della maggior parte delle persone che conosco. La mia ex migliore amica mi rivolge la parola solo per chiamarmi “Sorella Castità” perché, sì, ho diciotto anni e non ho mai avuto un ragazzo. Sarei voluta andare al liceo e invece…

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